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GAZA, IL RITORNO DI ROTANA: “NON CI SONO CASE NE’ CITTA’, E LA FAME HA TRASFORMATO IL VOLTO DEI MIEI CARI”

Febbraio 16th, 2026 Riccardo Fucile

IL RITORNO A CASA DOPO UN ANNO DA RIFUGIATA IN EGITTO

“Mi chiamo Rotana, ho 31 anni e sono una casalinga”: inizia così il racconto di una delle migliaia di vite spezzate e ricomposte lungo il confine di Rafah. Rotana è una delle “fortunate” che è riuscita a varcare il valico per mettersi in salvo in Egitto, ad El Arish, durante le fasi più acute della guerra su Gaza. Ma la vita da profuga, seppur al sicuro, è stata segnata da un’attesa logorante: “Ho vissuto quel periodo in uno stato di costante ansia e paura, un sentimento profondo che non mi ha mai abbandonata. Vivevo nell’attesa di tornare”, confessa la donna a Fanpage.it in collegamento telefonico.
Il primo giorno di apertura del valico di Rafah, dopo quasi due anni da quando Israele l’ha occupato, Rotana torna a Gaza. Tutto poteva immaginare, però, tranne quello che le si è presentato di fronte agli occhi una volta valicato il confine di Rafah. Il ritorno a Gaza è stato un impatto violento con la realtà. La casa di Rotana si trovava nella “zona gialla”, un’area che le mappe militari israeliane hanno indicato come obiettivo e zona di operazioni intense. Il risultato è una tabula rasa: “Il mio appartamento è stato completamente distrutto”, racconta con la voce spezzata.
Non sono solo le mura a essere crollate ma anche i corpi delle persone che Rotana oggi può finalmente riabbracciare: “I miei cari e i miei amici sono cambiati molto. La carestia ha spogliato i loro corpi e la mancanza di alloggi indipendenti ha trasformato i rapporti umani. Oggi nessuno ha più un proprio spazio, si vive ammassati”, continua la donna, “le famiglie che erano partite quando la distruzione era ancora limitata, oggi soffrono nel tornare. Non sono rimaste né case, né città. È un dolore immenso”.
Da due settimane da Rafah passano solo sessanta persone al giorno, trenta in entrata e trenta in uscita. Riuscire a essere inseriti nelle liste e approvati da Israele per rientrare a Gaza è molto difficile, e tanti stanno ancora aspettando di poter tornare mentre le evacuazioni continuano a essere effettuate con il contagocce e solo per ragioni mediche. Più di trenta studenti che hanno vinto delle borse di studio in Italia sono ancora bloccati a Gaza e rischiano di perdere la loro possibilità di studiare per sempre: il secondo semestre è già iniziato e se non verranno evacuati prima della fine di febbraio per loro sarà troppo tardi.
Ma nonostante tutto, per chi è fuggito il ritorno alla madrepatria è un sogno che si avvera, che salva dal terrore del non-ritorno, dall’incubo di essere profughi per sempre, come è già successo alle migliaia di rifugiati palestinesi in tutto il mondo e ai quali Israele ha vietato per sempre il ritorno a casa.
Nonostante le macerie, nonostante la fame che ha scavato i volti dei suoi amici, Rotana parla di “sollievo psicologico”.
“Dopo il ritorno, sento un senso di sollievo psicologico per aver riabbracciato la mia famiglia e i miei cari, e per essere tornata in patria. Sento il cuore in pace”, conclude la donna .
Non è la tregua a dominare i discorsi tra le rovine di Gaza, ma quel cancello di ferro che separa la Striscia dal resto del mondo. Per la popolazione palestinese, la riapertura del valico di Rafah è un evento che eclissa il dolore dei bombardamenti e la rabbia per la continua violazione del cessate il fuoco: Rafah è l’unica “ancora di salvezza”, l’unico cordone ombelicale tra casa e l’esterno, tra l’esterno e casa.

(da Fanpage)

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“COSI’ PUTIN HA UCCISO MIO MARITO”

Febbraio 16th, 2026 Riccardo Fucile

LA VEDOVA DI ALEXEI, ECONOMISTA E ATTIVISTA PER I DIRITTI UMANI: “E’ UN’INDAGINE CHE SI BASA SU FONTI SCIENTIFICHE”

«Vladimir Putin ha ucciso mio marito». Ne è convinta Yulia Navalnaya, economista, attivista per i diritti umani, vedova di Alexei. In un’intervista al Corriere della Sera la vedova commenta i risultati dell’inchiesta che conferma l’avvelenamento con la tossina della rana freccia: «Naturalmente io lo sapevo già: aveva meno di 50 anni. E sebbene avesse vissuto in condizioni dure, fosse stato torturato, io ero sicura che si prendesse cura di sé, che pensasse alla salute. Lo avevamo visto solo un giorno prima in video collegamento, sembrava stare assolutamente bene. Quindi era evidente che gli fosse successo qualcosa di orribile ed ero sicura che fosse stato Vladimir Putin».
Il precedente
La vedova spiega: «Tutti sanno che nel 2020 Alexei è stato avvelenato con il Novichok. Anche noi abbiamo fatto la nostra indagine, mostrando tutti questi ufficiali dell’Fsb che lo seguivano da anni e che poi l’hanno avvelenato durante il viaggio in Siberia. Quindi, per me era evidente che fosse stato ucciso nella colonia penale: solo non sapevamo esattamente come. Sapevamo che ci sarebbe voluto un lungo tempo per scoprirlo. Per questo sono molto grata ai governi di Regno Unito, Svezia, Paesi Bassi, Francia e Germania, che hanno collaborato e hanno appena provato tutto. Le incertezze sono state dissipate: non si tratta solo di una nostra inchiesta. È un’indagine che si basa su fonti altamente scientifiche».
Il processo
Navalnaya aveva detto che Putin avrebbe dovuto finire davanti alla giustizia: «Siamo sulla buona strada. Sono sicura che due anni fa molti di voi, che hanno partecipato a questa Conferenza, o in tutto il mondo, erano certi che sarebbe stato impossibile trovare la verità. Invece ora abbiamo le prove che Vladimir Putin è l’assassino, che ha ucciso mio marito, e io sto lavorando molto duramente perché un giorno ci sia giustizia per lui». E sulle aspettative: «Ci sono certamente questioni geopolitiche, quando i Paesi trattano con Putin. Non è la prima legge che infrange. È la storia della mia vita. A volte, purtroppo, serve molto più sforzo e molto più tempo. Ma io ho apprezzato che questi Paesi abbiano trovato la forza, una visione politica e l’abbiano fatto insieme».
L’Occidente troppo debole
Secondo Navalnaya l’Occidente è troppo debole con lo Zar: «A volte trattano Putin come se fosse il male in persona, pure evil . Ma non lo è. Chi è il signor Putin? Tutti si fanno questa domanda da anni. Per me, è molto evidente che Vladimir Putin è un semplice dittatore. Non è niente di speciale. Ha iniziato ovviamente rubando soldi al suo stesso popolo, poi con la repressione nel suo stesso Paese, con la censura. Poi ha avviato la guerra. E ha cominciato a uccidere i suoi oppositori politici. Molte persone sono in prigione. E siccome fa quello che fa ogni dittatore, dobbiamo comportarci con lui come con un dittatore».
L’Ucraina e la repressione
Sull’Ucraina «la guerra dovrebbe essere fermata immediatamente. No, non sarebbe mai dovuta iniziare, naturalmente. Ma è anche molto importante capire che saremmo dovuti essere più forti contro Putin prima — non parlo del 2022, ma del
2011, quando noi cercavamo di portare già l’attenzione su di lui…». Mentre un sollevamento della popolazione russa è improbabile: «Quando c’è un tale livello di repressione, naturalmente è molto difficile alzare la voce. Noi siamo seduti qui in questo posto molto bello, le persone stanno bevendo caffè o fanno cose interessanti, o vanno ogni giorno in ufficio. Ma immagini che lei metta un “mi piace” a qualcosa sui social media e il giorno dopo finisca in prigione. E non sarà in grado di incontrare la sua famiglia per anni. Io capisco che è molto difficile comprenderlo qui, nell’Europa occidentale, in Germania, in Francia, dove avete la democrazia da tanti anni, da molto più che in Europa dell’Est».
(da agenzie)

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PERCHE’ GLI USA POSSONO BLOCCARE LE NOSTRE CARTE DI CREDITO E RICATTARE LE BANCHE

Febbraio 16th, 2026 Riccardo Fucile

IL POTERE DEL DOLLARO CHE TIENE IN SCACCO L’EUROPA

Il 21 agosto il telefono di Nicolas Guillou ha smesso di funzionare: impossibile prenotare una corsa con Uber, un biglietto di treno, o fare un acquisto online. Le sue carte di credito sono state bloccate, impedendogli di pagare in supermercati e ristoranti o operare sul proprio conto corrente. Persino Expedia ha respinto la sua richiesta di riservare una camera di hotel in Francia. La «colpa» di Guillou e di altri quattro giudici della Corte penale internazionale dell’Aia è aver autorizzato l’emissione di un mandato di arresto per crimini di guerra contro il premier israeliano Benjamin Netanyahu e il suo ministro della difesa Yoav Gallant. Per questa decisione i cinque giudici sono stati sanzionati dall’amministrazione Trump, che ha proibito a ogni azienda americana o con interessi negli Stati Uniti di prestar loro qualsiasi tipo di servizio. Stessa sorte a luglio 2025 era già toccata alla relatrice speciale Onu sui territori palestinesi occupati Francesca Albanese, «rea» di aver invitato la Corte a indagare su aziende e manager a suo giudizio complici dei crimini commessi dall’esercito israeliano a Gaza. PayPal è arrivata a bloccare i pagamenti che contenevano nella causale il nome «Francesca Albanese» che oggi non può aprire un conto neanche presso le banche italiane, preoccupate per le ritorsioni americane.
Il circuito obbligato
Questo avviene perché buona parte delle transazioni elettroniche nell’area euro sono gestite dai circuiti americani Visa, Mastercard, American Express. Vuol dire che se un domani i circuiti Usa decidessero, su ordine di Trump, di spegnere l’interruttore noi europei non potremmo più effettuare pagamenti con carta di credito. Del resto, i Paesi dell’Eurozona non sono mai riusciti a mettersi d’accordo per creare una rete europea di pagamenti; mentre le banche europee sono sempre state felici di incassare le laute commissioni versate dalle americane Visa e Mastercard. Sta di fatto che le sanzioni statunitensi equivalgono a una «pena di morte finanziaria» per chi le subisce. E la mannaia è quello che l’ex presidente
della Repubblica francese Valery Giscard d’Estaing definì negli anni ’60 «il privilegio esorbitante» del dollaro.
Si parla sempre della supremazia militare degli Stati Uniti, ma la loro egemonia monetaria e finanziaria è ancor più rilevante e pervasiva. Dai dati della Federal Reserve gli asset in dollari (titoli di Stato, depositi, fondi, azioni) detenuti fuori dagli Usa ammontano a 70 mila miliardi, e sostengono circa un terzo dei 38 mila miliardi di debito pubblico di Washington.
Da 80 anni l’architrave dell’impero finanziario americano è il dollaro, e la sua ubiquità aumenta enormemente la capacità di indebitamento Usa perché le banche centrali, i fondi e le aziende «parcheggiano» i dollari in eccesso derivanti dai loro investimenti o dai loro commerci sui titoli di Stato americani. E sono tanti.
Un impero globale
Il dollaro rappresenta infatti il 58% delle riserve valutarie delle banche centrali contro il 20% dell’euro, il 6% dello yen giapponese, il 5% della sterlina e il 2% del renminbi cinese. Ancor più centrale è il ruolo del biglietto verde nel commercio mondiale.
Circa il 50% dei pagamenti internazionali è effettuato in valuta statunitense. Se si escludono le rimesse degli immigrati e gli scambi interni all’eurozona, nelle esportazioni vige un monopolio di fatto: è in dollari il 96% delle fatture commerciali nelle Americhe, il 74% nella zona Asia-Pacifico e il 79% nel resto del mondo. Significa che tutte le aziende che fanno affari all’estero devono avere un conto in dollari per pagare i fornitori e incassare dai clienti: non a caso, il 60% dei depositi bancari internazionali è in dollari. Per gestire i pagamenti delle imprese, a loro volta, le banche sono obbligate ad aprire un conto presso un istituto statunitense, poiché ogni transazione in dollari deve avvenire all’interno del sistema bancario americano. Di conseguenza le informazioni su tutti i pagamenti in dollari – ammontare, ordinante, destinatari – sono tracciate dalle autorità americane, anche quando l’operazione non ha alcun altro legame con gli Stati Uniti.
Arma di pressione e ricatto
Questa egemonia monetaria assicura leve di pressione formidabili alle autorità statunitensi. Per un’azienda o per una banca essere esclusi dal circuito del dollaro equivale a una condanna al fallimento. Ne sa qualcosa l’istituto bancario letton
Ablv: accusato dagli Usa nel 2018 di complicità con il regime nordcoreano, è bastata la minaccia di sanzioni per scatenare una corsa allo sportello da parte dei correntisti. E così la terza banca della Lettonia è saltata nel giro di pochi giorni. Ne sa qualcosa anche un nutrito gruppo di banche europee che hanno effettuato per conto dei loro clienti pagamenti in dollari verso Cuba, Iran, Sudan e Libia. Paesi sotto embargo americano, ma all’epoca non oggetto di sanzioni europee. Gli Usa non hanno gradito. Ebbene, Unicredit, Bnp Paribas, Deutsche Bank, Hsbc, Barclays, Credit Suisse, Commerzbank e altre, per non uscire dal circuito del dollaro hanno accettato, fra il 2010 e il 2020, di pagare al Dipartimento di Giustizia Usa multe per un totale di 18 miliardi di dollari. È anche per questo che nessuna banca osa aprire un conto ai funzionari Onu sanzionati dagli Usa e, anzi, congela i loro fondi, nonostante tali sanzioni, in teoria, non trovino applicazione automatica in Ue.
Anche per molti Stati l’accesso al dollaro è questione di vita o di morte economica: durante le crisi finanziarie, infatti, è la Federal Reserve a prestare dollari alle banche centrali degli altri Paesi per affrontare l’emergenza e «calmare» gli investitori. Cosa accadrebbe se questi flussi dovessero arrestarsi o se la Fed dovesse minacciare di negarli a chi si oppone alle pretese americane? Sarebbe il caos.
Segnali di fuga
La Cina ha da tempo avviato un programma per affrancarsi dal giogo del dollaro e nel 2025 circa il 40% dei suoi commerci è stato effettuato in yuan. Il ruolo globale della valuta cinese resta però limitato a causa dello stretto controllo del governo di Pechino sull’economia, sui capitali e sulle politiche monetarie. In Cina non si applica lo stato di diritto, e la mancanza di certezze sulle regole genera scarsa fiducia internazionale nei confronti dello yuan. Ma qualche serio dubbio ora sta emergendo anche verso gli Usa, alla luce delle instabili decisioni di Trump in politica estera. Motivo per cui la Bce sta accelerando il progetto di euro digitale che, intanto, consentirebbe di liberarsi dalla dipendenza dal circuito americano di carte di credito nei pagamenti interni, e di fornire un conto a tutti, anche agli individui sanzionati dagli Usa.
Le prospettive dell’euro
Per quel che riguarda la proiezione internazionale dell’euro la strada è lunga, ma possibile. Secondo la presidente della Bce, Christine Lagarde, l’euro potrebbe diventare un’alternativa credibile al dollaro se la Ue si dotasse di capacità di difesa autonome, se cominciasse ad emettere più debito comune per far capire agli investitori che l’euro è un progetto stabile, e se allargasse la sua influenza commerciale.
I trattati di libero scambio appena firmati con India e Paesi del Mercosur vanno in questa direzione, soprattutto se d’ora in poi l’import-export fra i due blocchi si svolgerà più in euro che in dollari. E poi il tema dei temi: il mercato unico dei capitali, ovvero la trasformazione delle 27 piazze finanziarie europee in una unica in grado di competere con Wall Street, dove ogni anno vengono investiti 300 miliardi di risparmi europei. Denaro che, invece di arricchire il nostro tessuto produttivo, va a sostenere il mercato Usa, il suo debito pubblico e i mega piani di spesa sulla difesa e tagli delle imposte promessi da Trump. Per fare tutto questo i 27 Paesi membri devono però marciare in un’unica direzione. Un rafforzamento che il Presidente americano sta tentando in tutti i modi di impedire, anche raccattando complici fra gli euroscettici, per avvelenare i pozzi lungo la strada.
Francesco Bertolino e Milena Gabanelli
(per corriere.it)

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A DESTRA LA SINDROME DA ULTIMA SPIAGGIA

Febbraio 16th, 2026 Riccardo Fucile

L’IDEA DI STERILIZZARE UNA EVENTUALE SCONFITTA AL REFERENDUM E’ UN’ILLUSIONE … E ANCHE SE PREVALESSE IL SI’ SARA’ DI FRONTE A UN’ITALIA SPACCATE IN DUE

La sindrome dell’ultima spiaggia è il rischio vero dell’ultimo tratto di campagna referendaria ed è un problema notevole. La destra, per la prima volta, si rende conto che l’idea di sterilizzare una eventuale sconfitta (il famoso «non ci saranno conseguenze» di Giorgia Meloni e molti dei suoi) è un’illusione.
Al minimo, pagherà un alto dazio il ministro della Giustizia Carlo Nordio, che si è assunto il ruolo di frontman della contesa con la magistratura: se vincerà il No diventerà il primo bersaglio anche dei suoi, con l’accusa di aver favorito più la mobilitazione degli avversari che il voto degli amici. Anche per questo a quaranta giorni dal voto siamo già all’ordalia, con una totale perdita di lucidità su quelle che, all’inizio, sembravano le due principali linee strategiche della propaganda referendaria.
Primo, non politicizzare la campagna (FdI aveva addirittura deciso di non usare il suo simbolo, a differenza di FI e Lega). Secondo, tenersi stretto quel pezzo di sinistra orientato a votare Sì, rassicurandolo sul carattere tecnico della consultazione.
Ma anche in caso di vittoria la sindrome dell’ultima spiaggia avrà conseguenze negative, perché il governo si troverà a gestire un rapporto con la magistratura in macerie e un elettorato diviso in due, con metà del Paese lacerato dal sospetto che il fronte del Sì coltivi progetti autoritari.
I decreti attuativi diventeranno un calvario, e non si capisce come l’esecutivo potrà gestire il necessario dialogo con giudici e pm dopo averli accusati per settimane di essere complice di scafisti, anarchici, sabotatori, e da ultimo di aver utilizzato metodi para-mafiosi nella distribuzione degli incarichi.
Lo stesso Nordio aveva ben presente il problema prima che la campagna degenerasse, quando dichiarava che subito dopo il voto, in caso di vittoria del Sì, avrebbe aperto un tavolo di confronto «per definire le norme di attuazione in uno spirito di dialogo». È sicuro, adesso, che sarà possibile? Il tono attuale del confronto fa pensare piuttosto al contrario, a una sorda guerriglia che ostacolerà qualsiasi soluzione condivisa anche dopo, anche se per il governo andasse nel migliore dei modi.
Chiedersi perché la maggioranza si sia infilata in questo tunnel non è esercizio inutile. L’attuale vicenda referendaria è l’opposto di quella vissuta durante il governo di Matteo Renzi, che vide il referendum costituzionale partire in salita, bersagliato da autorevoli ex-capi della sinistra, perdente o quasi nei sondaggi fin dall’inizio.
Sulla Giustizia, al contrario, il consenso sembrava solidissimo, una vittoria facile: nel luglio scorso, poco prima della conclusione dell’iter parlamentare sulla separazione delle carriere, il Sì era dato al 44 per cento, il No al 21: un abisso. Cinque mesi dopo era già testa a testa. Ha contato lo spirito vagamente vendicativo ostentato nelle feste di piazza. Ha contato l’eccesso di sicurezza nelle dichiarazioni pubbliche. Hanno contato, forse, i nuovi allarmi arrivati dall’America, col timore di contagio della dottrina Maga che vede i giudici non allineati come ostacoli da licenziare, indagare, scacciare. E si capisce che questo repentino cambiamento alimenti confusione e irrazionalità nella maggioranza, ma la sindrome dell’ultima spiaggia è una cattiva consigliera, comunque vada a finire.
(da lastampa.it)

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VALE TUTTO

Febbraio 16th, 2026 Riccardo Fucile

REFERENDUM, BESTIARIO DI BALLE E INSULTI DEL SI’

La sparata di Carlo Nordio sulle logiche “para-mafiose” dentro il Csm non è che l’ultima chicca di una campagna elettorale in cui il fronte del Sì, impegnatissimo a fare la morale al No, ha dato prova di una certa fantasia in tema di balle e scorrettezze.
Certo, anche l’altro fronte non è stato immune da scivoloni, ma certe parole in bocca a ministri (magari della Giustizia) o partiti di maggioranza hanno un altro peso. In questo Nordio regala materiale ogni settimana. Un mese fa 15 giuristi stavano raccogliendo centinaia di migliaia di firme per un nuovo quesito referendario e avevano pure avanzato ricorso al Tar contro la decisione del governo di anticipare il voto. Nordio ostentava sicurezza: “Il ricorso è inutile, anche perché il quesito non si può cambiare, non è un referendum abrogativo”. Risultato? Quesito cambiato dalla Cassazione. La stessa Cassazione che infatti sarà massacrata dalla destra (basti per tutti il capogruppo FdI Galeazzo Bignami: “La decisione dimostra che bisogna votare Sì, c’erano due giudici schierati per il No”).
Matteo Salvini punta da tempo sui casi mediatici più noti, senza perdere occasione di collegarli alla separazione delle carriere: “Il referendum è un passo avanti fondamentale di civiltà – è un suo post dello scorso autunno – Anche la cronaca degli ultimi giorni lo dimostra, dall’incredibile vicenda di Garlasco al sequestro dei tre bambini portati via in modo indegno e vergognoso”. Cosa c’entrino Garlasco e i bimbi nel bosco non è chiaro, ma la cronaca è spesso utilizzata per fini elettorali. Basta farsi un giro sulla pagina social di Fratelli d’Italia. Un montaggio mostra le violenze al corteo di Torino di un paio di settimane fa. Didascalia: “Loro votano No e ringraziano la toga rossa”. Cioè il gip che ha scarcerato tre manifestanti. “Già a piede libero – si indignava Salvini – Vergogna. Votare Sì è un dovere morale”. “E poi dicono che non si deve votare Sì”, seguiva Maurizio Gasparri da FI. Ma il pm aveva chiesto il carcere e il gip ha detto no: un perfetto esempio di autonomia.
La strategia social di FdI però è chiara: semplificare. Altri esempi: “Il governo Meloni vuole più sicurezza”, si legge accanto al fiero mezzobusto della premier, “le forze dell’ordine arrestano i delinquenti”, e si fa vedere un uomo in divisa, ma poi “le toghe rosse le liberano”. Sintesi: “Sì, ci siamo stancati”. Un’altra card mostra una famiglia a tavola che guarda la tv: “Tanto i rimpatri del governo Meloni trovano l’opposizione di certi magistrati”.
E che dire del caso di Alessandro Barbero. I comitati del Sì si sono superati, essendo riusciti per giorni ad accreditare la versione – poi sbugiardata con una certa fatica – che lo storico avesse detto fake news sulla riforma. In realtà Barbero aveva spiegato in un video le ragioni del suo No al referendum, spiegando come funziona oggi il Csm e come, secondo lui, (non) funzioneranno le cose se passasse la riforma Nordio. Fact checker improvvisati hanno iniziato il linciaggio spacciando come balle le opinioni personali (basate su fatti veri) del professore e Meta ha persino censurato il filmato. I partiti non vedevano l’ora, come dimostrano alcuni post che ancora si trovano sui social in cui le parole di Barbero vengono liquidate come “informazioni false”. Mica come quelle del governo.
Appena due giorni fa il ministro Adolfo Urso spronava a votare “per avere una giustizia più veloce”. Ma era lo stesso Nordio ad ammettere che “la separazione delle carriere non rende i processi più veloci”. Slogan per slogan, anche FI si sta dando da fare. Autobus e manifesti riportano una scritta a lettere cubitali: “La legge sarà uguale per tutti. Vota Sì”. Un claim che dovrebbe allarmare chi finora ha
goduto di privilegi: forse i politici che possono farsi le leggi per salvarsi dai processi?.
Meglio stare sul generico, almeno non si viene smentiti. È andata peggio alla Fondazione Luigi Einaudi, che per spingere il Sì ha arruolato pure Indro Montanelli rispolverando alcuni estratti di un’intervista di 40 anni fa in cui, per altro, mai diceva di essere a favore della separazione delle carriere. È dovuta intervenire sul Fatto Letizia Moizzi, nipote del giornalista, per chiedere alla Fondazione di non appropriarsi a sproposito di Montanelli. Ma con un Nordio così, chi è la Fondazione Einaudi per fare ammenda?
(da ilfattoquotidiano.it)

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SUL CASO BEATRICE VENEZI, ARRIVA LA SINTESI DELL’EDITORIALISTA SOVRANISTA, EX DEPUTATO DI FORZA ITALIA, ANDREA RUGGERI: GLI ORCHESTRALI CHE LA CONTESTANO SONO “QUATTRO PIPPE SENZA CURRICULUM” E LEI HA RAGIONE PERCHE’ “E’ UNA FIGA BESTIALE”

Febbraio 16th, 2026 Riccardo Fucile

DOPO AVER PREMESSO CHE NON CAPISCE NULLA DI MUSICA, IL PARRUCCHINATO SOVRANISTA SPIEGA IL MOTIVO PER CUI VENEZI “DEVE” DIRIGERE L’ORCHESTRA DELLA FENICE… OGNI VOLTA CHE PENSIAMO DI AVER TOCCATO IL FONDO, C’E’ SEMPRE UN SOVRANISTA CHE ABBASSA L’ASTICELLA DEL BECERUME

Al di là del triste caso di una direttrice d’orchestra più ambiziosa che talentuosa che si è infilata o è stata infilata in un vicolo cieco da sponsor politici che le hanno definitivamente distrutto una carriera che non c’è mai stata, il caso Beatrice Venezi ha almeno un merito: quello di certificare la penosa inadeguatezza della classe dirigente politica e giornalistica (di intellettuali meglio non parlare) che l’ha gestito.
Detto in parole povere, così magari le capiscono, fra i troll che sui social inveiscono contro i “poveri comunisti” dell’Orchestra della Fenice e propongono di licenziarli tutti e personaggi come il sindaco di Venezia, Luigi Brugnaro o il sottosegretario Gianmarco Mazzi o il presidente della Commissione Cultura della Camera, Federico Mollicone, non c’è alcuna differenza di preparazione, savoir faire, cultura e forse nemmeno di sintassi.
Però è sempre vero che, toccato il fondo, si può ancora scavare. Nessuno era ancora sceso alle profondità di becera volgarità e ignoranza raggiunti dal parrucchinato Andrea Ruggieri.
Per chi ha la fortuna di non conoscerlo, informiamo che si tratta di un ex deputato della “moderata” Forza Italia e attuale editorialista di una ex testata prestigiosa come “Il Giornale” e di una ex testata e basta come “Il Tempo”.
È anche l’ex fidanzato di Anna Falchi e tuttora, a meno che non l’abbia disconosciuto dopo questa performance, il nipote di Bruno Vespa. In un video incredibile a una manifestazione di quell’altro maître-à-penser di Nicola Porro, Ruggieri, che in precedenza aveva spiegato di non sapere nulla di musica, presenta una “lectio magistralis” di Venezi informando che è “acclamata in tutto il mondo come un fenomeno”.
Per la verità, qualsiasi giornale straniero che si sia occupato delle sue disavventure veneziane ha scritto esattamente l’opposto, e il fenomeno che tutto il mondo acclama poi nessuno se lo piglia, visto che la signora non ha incarichi né scritture importanti, anzi non ha quasi scritture tout court, a parte che nel suo feudo sudamericano e in particolare al Colòn di Buenos Aires, teatro prestigioso fino circa a un secolo fa, ma che l’ineffabile Brugnaro assicurò essere più importante della Fenice “perché l’aveva letto su ChatGtp”.
Tornando a Ruggieri, chi si oppone a una nomina insensata nel merito e indecente nel merito sono “quattro pippe senza curriculum”, cioè dei professori che hanno vinto un difficile concorso internazionale suonando dietro una tenda in modo che non li si potesse riconoscere.
Ma, “in questa Nazione di cagacazzi”, sempre secondo il raffinatissimo Ruggeri, “si vede la politica dappertutto”. E qui ha ragione. Soltanto una polemica politica, e di
questo altissimo livello intellettuale, può portare qualcuno che sa nulla di una questione a blaterarne: per esempio, lui.
E comunque l’argomento principe, il sillogismo definitivo, la sintesi folgorante arriva subito dopo: “Beatrice Venezi è una figa bestiale”. Nemmeno Eduard Hanslick o Franco Abbiati (Ruggieri può scoprire chi erano cliccando su Wikipedia) avevano mai elaborato una critica musicale così approfondita e perspicua.
Di più indecente di questo sproloquio c’è soltanto che, subito dopo, salga sul palco ad abbracciarne l’autore la diretta interessata. Evidentemente, Venezi è d’accordo sul fatto che i professori, che vorrebbe a tutti i costi dirigere, siano “quattro pippe”.
Ci si chiede allora perché abbia mosso mari e monti per ottenere quel podio; e soprattutto come mai non capisca che, comportandosi in questo modo, non riuscirà mai a salirci. Peggio dei nemici, ci sono solo degli amici così.
(da Dagospia)

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PERCHE’ HECTOR E STJERNESUND SI SONO INCHINATE A FEDERICA BRIGNONE DOPO AVER PERSO LA MEDAGLIA D’ORO

Febbraio 16th, 2026 Riccardo Fucile

IL MOTIVO DEL GESTO E’ NELLA PROFONDA AMMIRAZIONE NEI CONFRONTI DELLA CAMPIONESSA E DELLA RESILIENZA CHE L’HA AIUTATA A TORNARE AD ALTISSIMI LIVELLO A 35 ANNI, DOPO IL GRAVE INFORTUNIO

L’inchino di Sara Hector e Thea Louise Stjernesund non è stato un semplice atto di cortesia verso la vincitrice dell’oro, Federica Brignone ma il riconoscimento pubblico di un’impresa che va oltre il cronometro e il valore sportivo della medaglia conquistata dall’italiana (il secondo metallo prezioso nel giro di pochi giorni) alle Olimpiadi Invernali 2026.
Il motivo di quel gesto è nella profonda ammirazione nutrita nei confronti della campionessa e della resilienza che l’ha aiutata a tornare ad altissimi livelli a 35 anni, dopo un gravissimo infortunio che le avrebbe potuto pregiudicare la carriera. Invece no, la sciatrice dell’Arma dei Carabinieri è tornata più affamata e competitiva di prima.
Un gesto nato dalla stima profonda dopo un argento ex aequo
In discipline dove la corsa contro il tempo è tutto, vedere un’avversaria inginocchiarsi al cospetto di chi le ha appena strappato l’oro dalle mani (Brignone lo messo al collo per 62 centesimi) è scena iconica.
Per la svedese e per la norvegese l’italiana è molto più di una “semplice” rivale ma una delle “atlete più forti a livello mentale” del circo bianco e meritava di esser celebrata con un tributo d’eccezione. E le parole di Sara Hector alla tv svedese ribadiscono il concetto: “Che Federica sia tornata a questi alti livelli dopo così tanto tempo è assolutamente incredibile. È davvero bello vederla ed è fonte di ispirazione in tanti modi diversi, una bravissima ragazza per il nostro sport”.
La forza di tornare: l’impresa di Brignone oltre lo sport
A impressionare Hector non è stata certo la capacità di sciare in maniera pulita, rasentando la perfezione, di Brignone. No, quale fosse il suo valore tecnico lo sapeva già. Al colpirla non è stata certo la velocità in pista ma il percorso umano che l’italiana ha fatto nell’anno più difficile e angosciante della carriera e della vita: s’è ritrovata con la gamba in frantumi e un grande dolore dentro, oggi è lassù sul podio più alto a festeggiare un trionfo. Che storia, davvero.
“Le ho detto che ero molto felice di vederla gareggiare di nuovo – ha aggiunto Hector -. È davvero una persona così gentile e sono così felice di essermi battuta con lei per così tanti anni”.
Sara e Federica hanno parlato a lungo dopo la prima manche quando tutto era ancora in bilico e sarebbe bastato uno sbuffo di neve per determinare un tempo da oro. Si conoscono da anni, in pista hanno condiviso sfide sul filo dei centesimi e oggi la svedese sottolinea come la presenza di Brignone sia un “grande esempio a livello sportivo e umano. È una persona generosa e speciale. Merita tantissimo e sono felice di vederla ottenere questi risultati”.
La commozione di Federica dinanzi a quel tributo inatteso
L’emozione provata da Brignone è stata travolgente quando, dopo aver ottenuto il secondo oro in casa, ha visto le Hector e Stjernesund genuflesse. “Ero un po’ a disagio – dice la campionessa olimpica -. Con Sara ho già condiviso altri podi ma, in generale, con loro ho un bellissimo rapporto. E penso che ci sia un bel rispetto reciproco tra di noi e sono delle grandissime atlete”.

(da Fanpage)

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DIBATTITO A SCUOLA SULLA STRAGE DI CUTRO, IL PRESIDE CI RIPENSA DOPO LE PROTESTE: “E’ STATO UN EQUIVOCO”

Febbraio 16th, 2026 Riccardo Fucile

LA RETROMARCIA DEL DIRIGENTE DELL’ISTITUTO DI CROTONE DOPO IL RICHIAMO DELL’UFFICIO SCOLASTICO REGIONALE: “UN ERRORE INTERPRETATIVO”

Dopo giorni di polemiche nazionali e il richiamo delle istituzioni, il preside dell’Istituto Barlacchi di Crotone, Girolamo Arcuri, torna sui suoi passi.
La commemorazione per le vittime del naufragio di Cutro si potrà svolgere regolarmente il 25 febbraio. Quello che era stato presentato come uno stop per «mancanza di contraddittorio» viene oggi declassato dal preside a un semplice errore di comunicazione.
A dare la spinta decisiva al dietrofront è stato l’Ufficio Scolastico Regionale (Usr) della Calabria, che nelle scorse ore ha definito «inopportuna» la decisione di bloccare il convegno. Secondo l’autorità scolastica, il ricordo di un evento così
drammatico non rientra nelle fattispecie della circolare del ministro dell’Istruzione e del Merito, Giuseppe Valditara, poiché si tratta di un momento di alto valore civile e umano, e non di un dibattito politico opinabile. Un invito a rivedere la decisione che il preside Arcuri ha ora accolto, cercando di smorzare i toni dello scontro con il sindacato Flc Cgil.
La risposta del preside: «Tutto un equivoco»
«Voglio ricucire questo equivoco e organizzare il ricordo delle vittime per giorno 25», annuncia oggi Arcuri, rompendo un silenzio che durava da giorni. Il dirigente ha provato a ricostruire la dinamica dei fatti, rivendicando di essere stato lui il primo a voler coinvolgere il sindacato. «C’è anche un mio dispositivo in tal senso. Ho chiesto ai miei uffici di chiedere a Cgil di ampliare il dibattito. Successivamente c’è stato un errore interpretativo a livello amministrativo di cui mi rammarico e mi rendo immediatamente disponibile per la celebrazione dell’evento», spiega. Arcuri ci tiene a dirsi amareggiato per l’eco mediatico e i toni usati. «Sono finito in un tritacarne, passando come una persona che voleva negare proprio la tragedia di Cutro, che ha colpito così da vicino il nostro territorio. Al contrario, con gli studenti avevamo già preparato elaborati e un videomessaggio per il presidente Mattarella».
Pace fatta con il sindacato?
Il grande «equivoco», come lo definisce il preside, dovrebbe risolversi tra oggi e domani in via definitiva con un contatto ufficiale tra la presidenza e la Flc Cgil per rimettere in piedi il programma originale, che prevede testimonianze civili e l’assegnazione di una borsa di studio per gli studenti. Resta il fatto che, senza la mobilitazione sindacale e il chiarimento dell’ufficio scolastico, una giornata dedicata alla strage di 94 persone morte in mare sarebbe rimasta off limits per una scuola della regione.
(da Open)

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REFERENDUM, LA RIVOLTA DEGLI AVVOCATI CONTRO IL PRESIDENTE DEL CONSIGLIO NAZIONALE FORENSE FRANCESCO GRECO: “BASTA FARE CAMPAGNA PER IL SI’ A NOME DI TUTTI”

Febbraio 16th, 2026 Riccardo Fucile

UNA GRAN PARTE DEL MONDO FORENSE E’ INTENZIONATO A VOTARE NO

È guerra anche nel mondo degli avvocati sul referendum sulla giustizia in programma i prossimi 22 e 23 marzo. Nelle scorse ore un gruppo di legali posizionati sul No alla riforma Nordio ha preso carta e penna e scritto una lettera aperta al presidente del Consiglio nazionale forense Francesco Greco, censurando le sue ripetute uscite pubbliche in favore del Sì.
«Abbiamo appreso con stupore che sul sito istituzionale del CNF sono state pubblicate diverse interviste da Lei rilasciate sul tema referendario, a favore del “sì”», si legge nel testo del documento visionato da Open. «Non si vuole qui entrare nel merito di tali dichiarazioni, pure opinabili. È però evidente che le stesse non possano che essere state rilasciate a titolo personale, considerato che il Consiglio Nazionale Forense è un organo istituzionale che rappresenta l’intera classe forense – così come il suo Presidente – e, dunque, non potrebbe mai schierarsi a favore o contro una riforma costituzionale come quella di cui si discute».
Le uscite pubbliche di Greco (anche contro Gratteri)
Oltre a rilasciare diverse interviste in cui spiegava le ragioni della riforma della giustizia voluta dal governo Meloni, nei giorni scorsi Francesco Greco – alla guida del Consiglio forense dall’aprile 2023 – ha anche firmato un intervento sul Foglio in cui si diceva incredulo per le (presunte) parole di Nicola Gratteri sul sì alla riforma della “massoneria deviata“, parlando di una caduta (smentita seccamente) nella «peggiore demagogia».
Tesi rilanciate apertamente dai canali ufficiali del Consiglio nazionale forense che rappresenta gli avvocati italiani. Una “esondazione” oltre il ruolo ufficiale inaccettabile secondo Francesca Artoni, Enrica Domeneghetti, Paola Loddo, Anna Michilli, Maio Palici di Suni, Federica Pistorello ed Ettore Zanoni, i sette legali che hanno cofirmato la lettera aperta a Greco.
La rivolta contro il presidente del Consiglio forense
«È noto come in tutta Italia siano stati costituiti da parte di avvocate e avvocati numerosi comitati per il “no” che dimostrano la presenza di molteplici sensibilità e diverse posizioni sulla riforma oggetto del prossimo referendum. A fronte di questa situazione, riteniamo del tutto inopportuno che nei Suoi interventi pubblici Lei non abbia chiarito di intervenire a titolo personale, ma si sia espresso a nome di tutta la categoria», scrive il gruppo dei sette. «Inoltre, a fronte di tanti, tra avvocate e avvocati, schierati per il “no” , non si comprende come un collega, prima ancora che Presidente del CNF, possa affermare che chi si schiera per il “no” non abbia mai avuto a che fare con la giustizia civile, penale e amministrativa. Riteniamo che si tratti di una modalità di intervento sul tema referendario che induce la cittadinanza a ritenere, erroneamente, che l’intera avvocatura sia favorevole alla riforma costituzionale».
(da Open)

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