Febbraio 20th, 2026 Riccardo Fucile
IL POST DEL DIRETTORE DOPO L’ADDIO A RAISPORT E LE IPOTESI SU CHI FOSSE IL DESTINATARIO ALL’INTERNO DI FRATELLI D’ITALIA
Paolo Petrecca si è dimesso da direttore di RaiSport dopo tredici giorni dalla più clamorosa figuraccia della storia recente del giornalismo italiano. E lo ha fatto postando su Instagram un passo del Vangelo. «In verità, vi dico: uno di voi mi tradirà» è la frase che Gesù dice durante l’Ultima Cena. La frase va presa sul serio. Nel senso che Petrecca così sembra dire che in Rai non si viene cacciati se si sbagliano le citazioni durante la telecronaca più importante dell’anno e si inventano nomi e cognomi di persone che in quel momento non si trovano lì. No, in Rai si
viene cacciati se qualcuno ti tradisce. Altrimenti puoi stare tranquillo: nessuno ti chiamerà a rispondere.
Il Giuda di Petrecca
E quindi chi è il Giuda di Petrecca? La verità è che lui è ancora furioso e incredulo: «Dopo tutto quello che ho fatto per loro! Non me lo merito…», avrebbe detto ieri secondo il Corriere della Sera. Loro chi? Un nome è il suo massimo sponsor in Rai: l’amministratore delegato Giampaolo Rossi. Che in effetti durante l’agitazione della redazione sportiva dell’anno scorso Rossi ha mandato Petrecca a parlare con i consiglieri di destra. Questo gli permise di salvare la poltrona. Eppure in molti hanno ricordato la nota in cui si chiedeva un’assunzione di responsabilità dopo la telecronaca dell’inaugurazione dei Giochi. Ma sarà Rossi a dover ricollocare Petrecca. Dargli del traditore non sembra il modo migliore per evitare altre punizioni.
Fratelli d’Italia?
Invece, è il ragionamento del quotidiano, per capire chi ha tradito Petrecca bisogna «risalire lungo il filo che in Rai lega ogni vertice (nessuno escluso) a un partito. E quello di Petrecca è Fratelli d’Italia, che tramite il capogruppo in Vigilanza, Francesco Filini, porta fino a Arianna Meloni». In questa ottica va segnalato che da direttore di RaiNews24 Petrecca aveva assicurato una copertura d’eccezione all’Atreju organizzato dalla sorella della premier. Eppure all’ultima kermesse non fu nemmeno invitato. Il che ha fatto pensare che da quando era a RaiSport non era più decisivo.
(da agenzie)
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Febbraio 20th, 2026 Riccardo Fucile
L’AGENTE, SU CUI PENDA ANCHE UN’INDAGINE PER FALSO, AVREBBE COPERTO L’ATTIVITA’ DI SPACCIO AL CORVETTO IN CAMBIO DI “ALCUNE MIGLIAIA DI EURO”
Si aggrava la posizione di Carmelo Cinturrino, il poliziotto che ha ucciso il presunto pusher
Abderrahim Mansouri nel boschetto di Milano Rogoredo lo scorso 26 gennaio. L’assistente capo di 42 anni, che ha sparato contro il 28enne, è accusato di omicidio volontario, mentre i suoi quattro colleghi dovranno rispondere di favoreggiamento e omissione di soccorso.
Ma secondo quanto sta emergendo dalle indagini, rivela Repubblica, Cinturrino sarebbe entrato in contatto con Mansouri altre volte negli ultimi mesi. L’agente, inoltre, risulta indagato per falso a proposito di un verbale di arresto del 7 maggio 2024 nel quartiere Corvetto, non lontano dal boschetto di Rogoredo, dove una telecamera lo ha ripreso mentre estraeva e intascava delle banconote dalla cover del cellulare di un pusher tunisino.
La soffiata anonima alla procura
A rafforzare questa ricostruzione – spiega ancora Repubblica – contribuisce una seconda informativa, arrivata in procura a fine gennaio, che aggrava ulteriormente la posizione di Cinturrino. Una fonte confidenziale qualificata avrebbe indicato
infatti un appartamento affacciato su piazzale Ferrara, sempre nel quartiere Corvetta, come meta prediletta dei tossici della zona. I due spacciatori, entrambi italiani, avrebbero goduto della protezione «di un poliziotto, un certo Carmelo, amico della portinaia del condominio».
Il “pizzo” chiesto ai pusher del quartiere
Secondo questa fonte, l’agente di 42 anni avrebbe chiesto «alcune migliaia di euro» a un pusher marocchino interessato a vendere droga nella zona. Negli ultimi giorni, gli inquirenti hanno approfondito questa pista d’indagine e, spiega Repubblica, avrebbero già trovato i primi riscontri.
L’ipotesi di una messinscena architettata dalla polizia
Nel frattempo, gli inquirenti appaiono sempre più convinti che Mansouri, al momento della sparatoria con la polizia, non era affatto armato. La procura spinge per l’ipotesi di una messinscena architettata dagli agenti per mascherare quel colpo secco esploso da una ventina di metri che ha centrato in pieno il 28enne. Sarà la consulenza balistica disposta dal pm Tarzia a fare chiarezza, ma i primi accertamenti sembrano suggerire che la pistola a salve trovata sulla scena del crimine sia stata piazzata lì proprio dalla polizia nel tentativo di depistare le indagini.
(da agenzie)
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Febbraio 20th, 2026 Riccardo Fucile
PRIMA ATTACCA I GIUDICI, POI DI DICE D’ACCORDO CON MATTARELLA CHE DIFENDE I GIUDICI… PER QUANTO TEMPO I SOVRANISTI PENSANO DI PRENDERE ANCORA PER IL CULO GLI ITALIANI?
Una tripletta degna degli annali della propaganda politica. E che lascia il segno per i giorni a venire. Giorgia Meloni ha optato per il salto di qualità nella campagna referendaria pubblicando tre video sui canali social nel giro di 24 ore. Tutti e tre dall’approccio molto aggressivo. Anche se poi, nell’intervista rilasciata ieri a Sky TG24, ha smorzato i toni, tentando un ribaltamento della realtà: «Vedo un tentativo di trascinare la campagna in una sorta di lotta nel fango».
La premier ha detto di condividere gli appelli del capo dello stato, Sergio Mattarella, in difesa del Consiglio superiore della magistratura: «Ho trovato le parole del presidente giuste sul fatto che il Csm si mantenga estraneo alle diatribe politiche». E ha ribadito che «il referendum non è un voto sul governo, per quello ci sono le politiche».
Modello Trump
Insomma, Meloni in versione double face. Sembra un’altra persona rispetto alla premier che ha utilizzato due video per attaccare frontalmente la magistratura partendo da singoli casi di cronaca: uno sul «cittadino irregolare algerino» (testuale) non trattenuto nel Cpr e, il giorno dopo, sulla vicenda del risarcimento a Sea-Watch. In mezzo c’è stato lo spot promozionale sul decreto Bollette.
Argomenti diversi per puntare allo stesso obiettivo: spingere gli elettori a votare Sì, senza affermarlo in maniera netta, perché alla fine basta attaccare la magistratura. E magnificare l’operato del governo. Tutto in pieno stile trumpiano, usando la potenza dei social che consente di lanciare messaggi unidirezionali per cercare lo scontro istituzionale.
Il tris social è il misuratore di un’accelerazione in ottica referendaria. Negandolo pubblicamente, per una forma di prudenza (suggerita anche dal ministro della Difesa, Guido Crosetto), ma con un cambio di passo misurabile nei video che mostrano il vero volto della strategia di Fratelli d’Italia.
«Mi sembra sinceramente che Meloni abbia superato ogni limite», ha osservato il deputato del Pd, Roberto Speranza.
Infatti, se il modello di comunicazione della premier è quello di Trump, con il leader solo al comando a sproloquiare sui social, ad affilare le sciabole della propaganda è il consigliere principe della premier, il sottosegretario Giovanbattista Fazzolari
Nella war room della propaganda meloniana, comunque, nessuno è contrario a questo modus operandi. Fazzolari è solo la punta di diamante della “dottrina dello scontro”.
Anzi, si alimenta la macchina della propaganda sui social delle pagine vicine alla galassia di centrodestra, come quelle note di Atreju e Siete dei poveri comunisti, che fanno capo agli strateghi social di FdI, capitanati da Alberto Di Benedetto e Marina Improta.
Meloni è in campo, insomma. Del resto, l’altra Meloni, la sorella Arianna, nelle vesti di capo della segreteria di Fratelli d’Italia, ha iniziato a girare per fare campagna a favore del Sì. Manca poco più di un mese e ha lasciato intendere che il partito non resterà a guardare.
Malumori sulle bollette
Ma il mondo della propaganda finisce per sbattere talvolta contro il dato di realtà. È il caso del decreto Bollette. Il provvedimento ha creato schiere di scontenti. Qualche malumore sul testo finale si è registrato anche nelle stanze del ministero dell’Ambiente.
Da un lato il titolare del Mase, Gilberto Pichetto Fratin, è stato scavalcato dall’aggressività della comunicazione di Palazzo Chigi. E ha dovuto mandare giù l’invasione di campo, aggiustando tuttavia la narrazione numerica: i 5 miliardi di euro raccontati da Meloni (e ripetuti a Sky TG24) sono stati riportati a 3 miliardi. Nello stesso Mase, tuttavia, non tutti sono contenti del provvedimento. Anzi, la viceministra, la leghista Vannia Gava, non sarebbe intervenuta sul testo, tenendosi a debita distanza, proprio per la mancata condivisione del contenuto.
Un indizio sta nel fatto che l’esponente del partito di Matteo Salvini non ha usato i toni trionfalistici rilanciati a “dichiarazioni unificate” da altri ministri e sottosegretari. I malumori sono tangibili, dunque, i benefici del decreto sono tutti da verificare.
«Purtroppo, il bonus di 115 euro non si sommerà al bonus straordinario di 200 euro dello scorso anno», ha denunciato l’Unione nazionale consumatori, smontando il racconto fatto dalla premier. Infatti il bonus sociale di 200 euro è previsto solo in casi specifici per famiglie particolarmente numerose e in situazione di pesante disagio.
«Insomma, i 315 euro di cui parla Meloni non esistono, sono il frutto della più ingannevole propaganda manipolativa», hanno scritto in una nota i deputati del Movimento 5 stelle.
Anche Confagricoltura ha lanciato un allarme, chiedendo al parlamento un intervento sul decreto: così come è stato approvato «mette a rischio la tenuta delle aziende agricole che hanno investito in questi anni nelle rinnovabili dando un contributo importante alla transizione ecologica del Paese», scrive in una nota la confederazione.
Il ritorno al mondo reale è stato necessario anche dopo il bollettino della Bce: in Italia i prezzi dell’energia elettrica sono il doppio rispetto a quelli dell’industria. E non basta un video per risolvere il problema.
(da editorialedomani.it)
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Febbraio 20th, 2026 Riccardo Fucile
PETRECCA E’ IL TIPICO ESEMPIO DI COME MELONI ABBIA TRADITO UN VALORE BASE DELLA DESTRA: LA MERITOCRAZIA
Nemmeno Papa Ratzinger si dimise con la semplice citazione di un versetto del Vangelo. Ci è
riuscito Paolo Petrecca, direttore di Raisport e medaglia d’oro nella Combinata Grossa, ottenuta grazie alla sua performance durante la cerimonia inaugurale dei Giochi Invernali, quando confuse San Siro con l’Olimpico, la figlia di Mattarella con la presidente del Cio e sé stesso con un telecronista.
«In verità, vi dico: uno di voi mi tradirà» ha postato criptico e lapidario sui suoi social, accanto a un quadro raffigurante l’evangelista Matteo. Il riferimento alle parole rivolte agli apostoli durante l’Ultima Cena lascia spazio alle più disparate congetture sull’identità di Giuda, ma non su quella di Gesù: Petrecca medesimo, che dopo una vita passata a saltare tra «Dio Patria e Famiglia» ha finito per identificarsi col primo.
Intendiamoci, un dirigente Rai che si dimette per manifesta inadeguatezza ha tutte le caratteristiche del miracolo. Il problema è che Petrecca non se ne va perché sospetta di avere sbagliato, ma perché è convinto di essere stato tradito, nel senso di non più sufficientemente coperto, protetto e difeso da quel mondo di destra nel cui grembo ha costruito la sua carriera.
È la logica di ogni comunità, politica o no, dove i vincoli di fedeltà e appartenenza prevalgono a tal punto sui meriti che chi ne fa parte finisce per convincersi che i meriti non contano, anzi non esistono. A differenza dei traditori.
(da corriere.it)
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Febbraio 20th, 2026 Riccardo Fucile
LA ONG: “ANCORA UNA VOLTA LA GIUSTIZIA HA CONFERMATO IL NOSTRO DOVERE DI SOCCORSO”… MA CHI ORDINA ILLEGALMENTE IL FERMO NON VIENE MAI CONDANNATO? ESISTE UNA IMMUNITA’ PER I SOVRANISTI? QUANTI MORTI HANNO SULLA COSCIENZA PER AVER IMPEDITO ALLA ONG DI SAVARE VITE UMANE?
Il Tribunale Civile di Genova ha “definitivamente annullato le sanzioni imposte alla Geo Barents, ex nave di soccorso di Msf, nel settembre 2024. Tali sanzioni erano già state sospese nell’ottobre 2024. Ancora una volta, la giustizia ha confermato il nostro dovere di soccorso!”.
Le sanzioni risalivano al 23 settembre 2024, subito dopo la fine dello sbarco a Genova di 205 migranti, quando la nave aveva subito due diversi ordini di fermo.
Il primo provvedimento di 60 giorni era stato emesso in base al Decreto Piantedosi e alle accuse di non avere rispettato le istruzioni della guardia costiera libica durante un’operazione di soccorso avvenuta il precedente 19 settembre.
Quel giorno, dopo che la Geo Barents aveva effettuato un primo salvataggio e il porto di Genova era stato assegnato come luogo sicuro per lo sbarco, al team era stato segnalata da Sea Bird 2, l’aereo di monitoraggio di Sea-Watch, un’imbarcazione con 100 persone in pericolo.
La Geo Barents aveva ricevuto, ricostruisce Msf, il via libera dal Centro di coordinamento del soccorso marittimo italiano per valutare la situazione e al suo arrivo era l’unica imbarcazione sul posto. Data la gravità della situazione e l’obbligo del capitano di prestare assistenza immediata, il team aveva quindi proceduto al salvataggio. Mentre stava per terminare il soccorso, e circa 20 persone su 110 totali erano ancora sul barchino, era arrivata sulla scena una motovedetta dei criminali della guardia costiera libica.
Era il quarto ordine di fermo per Geo Barents, dopo quello emesso un mese prima, sempre per 60 giorni, poi sospeso dal Tribunale civile di Salerno.
Inoltre, il secondo provvedimento di fermo emesso il 23 settembre ha fatto seguito a un’ispezione pilotata della nave che aveva rilevato otto carenze tecniche.
Il fermo era arrivato arrivato solo 12 giorni dopo la sospensione del precedente fermo da parte del Tribunale di Salerno, che aveva riconosciuto gli obiettivi umanitari e di soccorso della nave di ricerca e soccorso di Msf. Anche le sanzioni di Genova erano state sospese nell’ottobre 2024 e adesso sono state definitivamente annullate.
(da agenzie)
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Febbraio 20th, 2026 Riccardo Fucile
I SOVRANISTI HANNO RIFERIMENTI ALL’UNIVERSITA’ E SEDI NELLA VIEUX-LION… A SINISTRA SPICCA LA JEUNE GARDE
Quentin Deranque, 23 anni, studente di matematica e militante di estrema destra, è stato
ucciso in uno scontro tra alcune persone a volto coperto e il collettivo femminista di estrema destra Némésis. Il collettivo aveva organizzato un presidio all’esterno dell’Istituto di studi politici di Lione, dove si stava tenendo una conferenza di Rima Hassan, eurodeputata del partito di sinistra La France insoumise (Lfi). Deranque e altri militanti di destra dovevano “garantire la sicurezza” del collettivo, scrive il Nouvel Obs.
Secondo il settimanale francese gli scontri tra gruppi di estrema destra e antifascisti nella città sono diventati frequenti negli ultimi anni, ma la storia di Lione è caratterizzata da decenni dalla forte presenza di formazioni fasciste e neofasciste: “Già durante la seconda guerra mondiale, l’Action française (monarchica e antisemita) trova rifugio qui. Il quartiere Vieux-Lyon diventa terreno fertile per i gruppuscoli di estrema destra, che fanno leva su una tradizione cattolica controrivoluzionaria”.
Queste reti contano anche sulla presenza di “accademici negazionisti, in particolare all’interno della facoltà di Lione-3 tra il 1975 e il 2000”, dove insegna, tra gli altri, Pierre Vial, cofondatore del Groupement de recherche et d’études pour la civilisation européenne (Grece), “uno dei focolai della nouvelle droite, una corrente di pensiero accademica di estrema destra”. Anche gli ultras della squadra di calcio cittadina si avvicinano ai movimenti nazionalisti e identitari.
“All’inizio degli anni duemila”, racconta il Nouvel Obs, “i militanti identitari sono poco numerosi ma si fanno rapidamente notare per le loro azioni radicali. Spuntano di continuo nuovi gruppuscoli, poi man mano sciolti”. Génération identitaire (Gi), fondato nel 2012, organizza “ronde” e operazioni “anti-migranti” nelle Alpi. “Nel 2017 nasce il Bastion social, promosso da ex membri del Groupe union défense (Gud), noto per le sue azioni violente”. Nel 2021 Les Remparts “raccolgono il testimone di Génération identitaire e si ritrovano nel bar La Traboule e nella palestra di boxe L’Agogé, nel Vieux-Lyon, prima di essere a loro volta sciolti nel 2024. Lyon populaire è sciolto l’anno seguente”.
“Il movimento”, continua ancora il Nouvel Obs, “è segnato da diverse condanne: nel 2024 Sinisha Milinov, leader dei Remparts, e Pierre-Louis Perrier, un militante identitario, sono condannati rispettivamente a sei mesi e due anni di carcere per aver partecipato a una rissa e aver dato sei coltellate a un giovane di origine
maghrebina nell’ottobre 2022”. Eliot Bertin e Tristan Conchon, entrambi militanti del Bastion social, “dopo un attacco contro un locale in cui si teneva una conferenza su Gaza nel novembre 2023 sono arrestati per associazione a delinquere e partecipazione a un gruppo costituito allo scopo di preparare violenze o atti vandalici”.
Quentin Deranque non era mai stato protagonista di episodi violenti e i suoi amici lo descrivono come uno studente “pio” e impegnato nella vita parrocchiale. Ma la sua traiettoria politica, ricostruita da vari giornali francesi, lo collocava stabilmente negli ambienti dell’estrema destra radicale lionese. Secondo Le Monde, Deranque frequentava reti identitarie e gruppi cattolici tradizionalisti, ed era considerato vicino a diversi circoli neofascisti attivi in città. Aveva partecipato agli incontri dell’Academia christiana, un movimento integralista favorevole alla remigrazione, e si era avvicinato a collettivi che negli ultimi anni hanno fatto da cerniera tra l’estrema destra identitaria e piccoli nuclei neonazisti locali.
Il sito Mediapart riporta che “lo studente faceva parte del gruppo neofascista Allobroges Bourgoin” e di quello “nazionalista-rivoluzionario lionese Audace, erede locale del Bastion social”.
Antifascismo di strada
Sull’uccisione di Deranque è in corso un’inchiesta per omicidio volontario. Undici persone sospettate di aver partecipato al pestaggio sono state fermate. Tra loro, c’è anche Jacques-Elie Favrot, assistente parlamentare del deputato di Lfi Raphaël Arnault, e uno dei fondatori nel 2018 del collettivo antifascista La jeune garde. Proprio La jeune garde è stata chiamata in causa dal ministro dell’interno Laurent Nuñez, mentre quello della giustizia Gérald Darmanin ha detto che l’azione che ha causato la morte di Deranque è “certamente riconducibile all’ultrasinistra”.
La jeune garde, scrive Le Monde, si è ufficialmente sciolta nel 2025, su richiesta del governo francese, ma negli ultimi anni ha continuato le sue attività, ampliando anche la sua presenza in altre città francesi. Il governo gli attribuisce undici aggressioni e “addestramenti ai combattimenti di strada”. Il gruppo respinge le accuse, sostenendo di aver sempre cercato di “disinnescare la violenza” attraverso servizi d’ordine coordinati con altre organizzazioni politiche e sindacali.
Il quotidiano francese ricorda che “inizialmente, La jeune garde voleva distinguersi dai gruppi antifascisti esistenti. I loro militanti erano spesso incappucciati? Quelli della Jeune garde avrebbero agito a volto scoperto – cosa cambiata nel corso del tempo – e avrebbero avuto dei portavoce. Gli altri erano in maggioranza maschi? La jeune garde avrebbe avuto un terzo di donne, spesso in primo piano”. E infine “gli antifascisti rifiutavano la politica istituzionale? La jeune garde avrebbe assunto una linea unitaria e dialogato con le formazioni di sinistra, sia partiti sia sindacati”.
Allo stesso tempo, continua Le Monde, “i suoi militanti praticano un ‘antifascismo di strada’, si allenano in sport da combattimento” e creano “formazioni di autodifesa” che, afferma il collettivo, “non sono mai all’origine della violenza”.
Poco dopo la sua nascita il gruppo, che oggi conta tra i cento e i duecento militanti, si avvicina a La France insoumise.
L’uccisione di Deranque mette in difficoltà il partito di Jean-Luc Mélenchon, dopo che all’inizio di febbraio il ministero dell’interno aveva classificato La France insoumise come un partito di estrema sinistra. Già qualche anno fa, riporta Le Monde, Lfi era stata accusata di non avere preso le distanze dalla Jeune garde, quando otto militanti del collettivo erano stati messi sotto inchiesta per l’aggressione a un minorenne sospettato di appartenere alla Ligue de défense juive, un movimento sionista di estrema destra.
A Lione intanto le autorità denunciano un “clima di tensione estrema”. Amministratori locali e associazioni, riporta Le Nouvel Obs, chiedono una strategia nazionale che affronti le cause profonde della radicalizzazione, citando precarietà, marginalità sociale e sfiducia nelle istituzioni. Le richieste includono maggiori risorse per la prevenzione e un monitoraggio più efficace delle reti militanti.
(da Internazionale)
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Febbraio 20th, 2026 Riccardo Fucile
IMPONE DI ASSUMERE PERSONE ANCORA ALL’ESTERO, PRATICAMENTE AL BUIO… SIAMO DISTANTI ANNI LUCE DALLE ESIGENZE DEL SISTEMA PAESE… E CON IL DECRETO FLUSSO RISCHIAMO PURE PIU’ IRREGOLARI DI QUANTI NE RIMPATRIAMO
Il sistema degli ingressi per lavoro continua a produrre risultati preoccupanti: a quasi due anni dai click day del 2024, a fronte di 146.850 persone programmate per gli ingressi, risultano 24.858 permessi di soggiorno richiesti, pari a un tasso di successo del 16,9%. Solo 17 persone circa su 100 riescono a entrare in Italia e risultano avere un lavoro e un regolare titolo di soggiorno.
Per il 2025 il quadro non pare migliorare: su 181.450 quote da decreto sono 14.349 i permessi di soggiorno richiesti, il 7,9%, e cioè circa 8 persone su 100 hanno finalizzato la procedura a dicembre 2025.
Sono i dati inediti che la campagna Ero straniero presenta nel IV rapporto annuale sugli esiti della procedura d’ingresso per lavoro della programmazione flussi triennale 2023-25, aggiornati a dicembre 2025.
Una analisi che monitora l’intera filiera del decreto flussi – dalle domande ai nulla osta, dai visti agli ingressi, fino alla firma del contratto di soggiorno – attraverso i dati ottenuti da accessi civici ai ministeri competenti (Interno, Lavoro e MAECI) e alla Presidenza del Consiglio. La campagna è promossa da A Buon Diritto, ActionAid, ASGI, Federazione Chiese Evangeliche Italiane, Oxfam, Arci, CNCA, CILD.
Altro dato da evidenziare riguarda i visti concessi: per il 2024, risultano 35.287 visti rilasciati, pari al 48,5% dei nulla osta emessi. Relativamente ai flussi 2025, i visti rilasciati sono 32.968, pari al 66,25% dei nulla osta.
Anche il passaggio dei visti vede numerosi esiti negativi: 10.611, cui si aggiungono 4.171 pratiche pendenti. Tali risultati vanno collegati alla decisione del governo di intensificare i controlli verso i quattro paesi ritenuti “a rischio” rispetto a truffe e illeciti: gli esiti negativi delle persone originarie di Bangladesh, Pakistan, Sri Lanka e Marocco sono il 34% circa del totale, le domande pendenti rappresentano il 90% del totale, segno dell’impatto dei controlli in fase pre-istruttoria e della sospensione delle domande imposta dal decreto legge 145 del 2024.
Il sistema oggi appare più “pulito” solo sulla carta: meno domande, meno pratiche sospese, meno visti formalmente non rilasciati ma, in realtà, i nuovi filtri e i controlli introdotti hanno spostato il blocco ad inizio procedura, allungando i tempi prima del rilascio del visto e restringendo l’accesso ai canali regolari, con il rischio concreto di spingere lavoratori e lavoratrici verso canali irregolari.
Quante persone sono entrate in Italia senza poi essere state assunte e sono a rischio irregolarità? La quantificazione di questo dato è difficile da ottenere, non essendo possibile conoscere dalle banche dati dei ministeri competenti quante persone sono effettivamente entrate in Italia, ma si può effettuare una stima basandosi sui dati ottenuti.
Se sottraiamo al numero dei visti concessi quello delle persone con in mano nulla osta e visto che sono ancora nei paesi di origine nella posizione di “attesa ingresso”, dovremmo avere una stima delle persone che sono effettivamente giunte in Italia. Togliendo il totale delle pratiche andate a buon fine da questa cifra, possiamo ipotizzare una stima delle persone entrate col decreto flussi e rimaste senza titolo di soggiorno attualmente in Italia.
Per i flussi 2024 si può stimare che siano effettivamente arrivate circa 26.700 persone, pari appena a poco più del 18% della forza lavoro programmata: di queste il 7% vive il concreto rischio di scivolare nell’irregolarità. Quanto al 2025, delle 26.000 persone che hanno fatto ingresso in Italia- a dicembre scorso – risultavano a rischio irregolarità 11.686 persone, circa la metà.
Si tratta, spesso, di lavoratori e lavoratrici vittime di vere e proprie truffe e comportamenti illegittimi, che hanno pagato alcune migliaia di euro a presunti intermediari, datori di lavoro o aziende fittizie in cambio dell’assunzione, salvo arrivare in Italia e non avere da loro più notizie.
Una soluzione a legislazione invariata per evitare che queste persone diventino irregolari, contrastando precarietà e sfruttamento, già esiste. Si tratta della possibilità, prevista da una circolare del ministero dell’interno, di concedere un permesso di soggiorno per attesa occupazione al lavoratore o alla lavoratrice che, una volta in Italia, rilevi l’indisponibilità del datore o della datrice di lavoro a finalizzare l’assunzione, quando tale situazione non è loro imputabile. Finora, il ricorso a tale tutela è stato minimo e andrebbe incentivato e reso più automatico presso l’amministrazione dell’interno.
Un sistema che perde posti di lavoro a ogni passaggio. Una novità rispetto al passato riguarda il calo considerevole delle domande inviate nel 2025, che sono state 222.617, un numero superiore alle quote ma molto lontano da quelli registrati negli anni precedenti all’introduzione della pre-compilazione on line: nel 2024 le richieste erano quasi cinque volte di più dei posti messi a disposizione.
Rispetto al passaggio successivo del rilascio del nulla osta, i flussi 2024, a due anni dai click day, confermano la natura strutturalmente inefficace del meccanismo. Su 720.848 domande, i nulla osta rilasciati sono stati 72.704. Molto elevati invece gli esiti negativi: le pratiche rigettate, revocate, archiviate o rinunciate a dicembre 2025 sono state 127.783. Per il 2025, seppur con dati provvisori, si registra una situazione analoga e risultano 49.762 nulla osta rilasciati e 33.777 esiti negativi. A fronte di tali esiti sfavorevoli, tuttavia, pochissime, poco più del 3% degli esiti negativi nei due anni considerati, sono le quote inutilizzate che vengono successivamente redistribuite, come prevede la legge. Migliaia di posti previsti dal decreto restano così di fatto da subito inservibili, nonostante il fabbisogno di manodopera dichiarato.
Va, infine, sottolineato come le quote per gli ingressi concretamente utilizzabili – perché assegnate alle singole prefetture italiane dal Ministero del lavoro a fine 2025 – sono solamente il 63,7% delle quote stabilite per il 2025 e l’81,6% per i flussi 2024: di fatto, già in partenza, si perdono alcune migliaia di posti disponibili previsti nella programmazione triennale del governo.
(da Il Fatto Quotidiano)
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Febbraio 20th, 2026 Riccardo Fucile
UNA RIVISITAZIONE DI QUELLO DELL’ONU A USO E CONSUMO DEL GANGSTER
Guardando il logo del Board of Peace, l’organizzazione internazionale creata e promossa dal
presidente degli Stati Uniti Donald Trump, due elementi saltano subito all’occhio: la preponderanza dell’oro e una mappa del mondo che include soltanto l’America. Come spesso accade, anche in questo caso i simboli dicono molto.
Gli elementi del logo
L’identità grafica del Board of Peace, che l’amministrazione statunitense ha presentato al mondo in occasione del World Economic Forum di Davos a gennaio, ricorda quella di uno stemma araldico. Al centro uno scudo, per la precisione uno scudo svizzero, incorniciato da quelli che sembrano due rami di alloro, simbolo di gloria.
Ma la caratteristica più singolare riguarda il globo incastonato nello scudo al centro del logo: una rappresentazione del mondo in cui, tuttavia, è incluso solo il Nord America, con una parte dell’America latina. Il resto del pianeta, quattro continenti e almeno 160 Paesi riconosciuti a livello internazionale, non è considerato.
Il tutto è immerso nell’oro, elemento decorativo particolarmente caro al presidente americano.
Il confronto con l’Onu
Come ha scritto il quotidiano inglese The Guardian, il simbolo sembra una rivisitazione in stile Trump di quello dell’Onu, che nelle intenzioni del tycoon potrebbe avere un ruolo marginale con l’avvento del Board of Peace.
Il parallelismo con l’Onu permette di vedere come la simbologia si riflette nel ruolo e negli obiettivi delle due organizzazioni. Come indicato nel sito ufficiale, l’emblema delle Nazioni Unite è stato concepito come “una mappa del mondo che
rappresenta una proiezione azimutale equidistante centrata sul Polo Nord”, in modo da includere tutti i Paesi senza far prevalere una prospettiva particolare.
Intorno al globo così rappresentato si trovano due rami di ulivo, simbolo di pace. L’ultimo elemento fondamentale dell’iconografia Onu è lo “UN Blue”, una tonalità di blu chiara e neutra che si oppone al rosso, associato alla guerra.
L’estetica di Trump
L’iniziativa internazionale nata su impulso di Trump riflette un ideale simbolico di autorevolezza e potere a cui l’amministrazione americana tiene molto.
Ad agosto 2025 la Casa Bianca ha pubblicato un ordine esecutivo chiamato “Making Federal Architecture Beautiful Again”, in cui sono contenute le nuove indicazioni di stile per gli edifici federali. Come si legge nel provvedimento, lo stile prediletto è quello classico, che «elevi e abbellisca gli spazi pubblici, ispiri l’animo umano, nobiliti gli Stati Uniti e imponga rispetto da parte del popolo».
Inoltre, lo stesso presidente in prima persona ha apportato diverse modifiche alla Casa Bianca, con l’utilizzo di marmi pregiati e, ancora una volta, decorazioni in oro. In una intervista a Fox News dello scorso anno, Trump mostra con orgoglio le aree rinnovate e illustra il piano per l’imponente sala da ballo, capace di accogliere mille persone, che dovrebbe sorgere nell’ala est della Casa Bianca.
Che cosa ha costruito Jimmy Lai? Perché la Cina lo odia così tanto? Quanti soldi ha speso e come? Perché Hong Kong per lui era più che una patria? Tutto quello che c’è da sapere sull’uomo che Pechino ha…Ascoltalo ora
Il debutto del Board of Peace
Il 19 febbraio a Washington si è tenuta la prima riunione del Board of Peace. Si accede solo su invito, è necessario pagare una quota di almeno un miliardo di dollari per diventare membri permanenti e la presidenza è affidata a vita Donald J. Trump, a quanto pare a prescindere dal suo mandato istituzionale negli Stati Uniti.
L’obiettivo dichiarato è superare le inefficienze dell’Onu per raggiungere la pace nel mondo, quella “pace attraverso la forza” che è uno dei mantra dell’amministrazione americana. Una forza che questo nuovo organismo internazionale vuole trasmettere a partire dai simboli.
(da ilsole24ore.com)
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Febbraio 20th, 2026 Riccardo Fucile
CI MANCAVA UN COGLIONE FUORI DI TESTA CHE GIUSTIFICA LA SCHIAVITU’, CHE VUOLE VIETARE IL VOTO ALLE DONNE E CHE VUOLE LE DONNE SOTTOMESSE: E’ STATO INVITATO A GUIDARE UNA CERIMONIA “RELIGIOSA” AL PENTAGONO
Il pastore nazionalista Doug Wilson che include nelle sue prediche l’obbligo delle mogli a sottomettersi ai mariti, ha guidato una cerimonia religiosa al Pentagono su invito del ministro della guerra Pete Hegseth. Un’immagine di Hegseth che prega accanto a Wilson e’ stata diffusa sui social del ministero.
Il pastore, che si definisce un “paleo confederato”, insegna anche che le donne non dovrebbero andare a votare e che la Bibbia offre “solide fondamenta” per giustificare la schiavitu’.
La presenza di Wilson al ministero della guerra ha scatenato polemiche: tra queste, il saggista cattolico Christopher Hale, ha fatto notare che il pastore “se la prende regolarmente con il Papa e si fa beffa della chiesa cattolica”. Secondo Hale e’ “una vergogna” che il servizio religioso di un anti-cattolico “sia stato messo in conto ai contribuenti”.
Hegseth e’ “un orgoglioso cristiano al pari di milioni di americani ed è stato lieto di accogliere il pastore Wilson al Pentagono”, ha dichiarato la sua portavoce Kingsley Wilson. Nel servizio di preghiera di 15 minuti, davanti a un folto gruppo di militari, si e’ implorato per un un nuovo grande risveglio del cristianesimo negli Stati Uniti, riporta oggi il Washington Post.
Wilson ha co-fondato la denominazione a cui appartiene Hegseth: la cosiddetta Communion of Reformed Evangelical Churches ha il quartier generale a Moscow nell’Idaho e nessuna donna nelle posizioni di leadership. Il pastore si autoproclama “lievemente a destra” del generale Jeb Stuart, il più famoso comandante di cavalleria della Confederazione sudista.
(da agenzie)
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