Febbraio 22nd, 2026 Riccardo Fucile
I PROBLEMI SONO INIZIATI GIÀ IN FASE DI ESPIANTO: CI SAREBBE STATO UN “DRENAGGIO INSUFFICIENTE DURANTE LA FASE DI PERFUSIONE, CON CONSEGUENTE MASSIVA CONGESTIONE DI FEGATO E CUORE” … LA RICOSTRUZIONE DELL’INCREDIBILE CATENA DI ERRORI: IL BOX PER IL TRASPORTO DI VECCHIA GENERAZIONE E IL GHIACCIO SECCO, CHE HA BRUCIATO IRRIMEDIABILMENTE L’ORGANO, SENZA CHE NESSUN MEDICO SE NE ACCORGESSE
Adesso si procede per omicidio colposo e si guarda con decisione a Bolzano, da dove nuove ombre si allungano sulla morte del piccolo Domenico. Il pubblico ministero Giuseppe Tittafiore […] ha disposto l’autopsia sul corpo del piccolo e ha formalmente aggravato in omicidio colposo l’ipotesi di reato inizialmente contestata a sei sanitari dell’ospedale Monaldi di Napoli (tra medici e paramedici).
A loro sono arrivati gli avvisi di garanzia e i loro cellulari sono stati sequestrati. Ma potrebbero essere iscritti anche altri sanitari che avrebbero operato, o sarebbero stati presenti, nella sala operatoria dell’ospedale San Maurizio di Bolzano dove si è verificata la prima di una sequenza di criticità che non ha lasciato scampo a Domenico.
Lì il team Monaldi composto da una cardiochirurga e da un assistente ha proceduto all’espianto del cuore dal corpo di un bambino di quattro anni morto in una piscina comunale in provincia di Bolzano. E lì si è consumato certamente il pasticcio del ghiaccio: nel frigo isotermico – peraltro mancante del termostato perché non di ultima generazione – utilizzato per il trasporto dell’organo, qualcuno a Bolzano ha
aggiunto ghiaccio secco, anziché quello tradizionale, che durante il trasporto ha congelato l’intero contenuto del contenitore, cuore incluso.
A versare il ghiaccio nel frigo sarebbe stato personale di sala presente, quindi estraneo al team napoletano che aveva l’esclusiva competenza di ogni fase dell’intervento. Ma se questo aspetto appare di più agevole verifica, quanto emerso nelle ultime ore è ancora più delicato e angosciante.
Il team di Napoli avrebbe avuto problemi anche nella fase dell’espianto del cuore: da una relazione firmata da Michael Mayr, direttore del Dipartimento delle Salute della Provincia autonoma, emerge che ci sarebbe stato un «drenaggio insufficiente durante la fase di perfusione, con conseguente massiva congestione di fegato e cuore, che ha richiesto un intervento correttivo emergente da parte del team di Innsbruck»
Il team era presente perché incaricato dell’espianto di altri organi (fegato, reni e polmoni) destinati a pazienti di altre parti d’Italia
Bisognerà chiarire se il cardiochirurgo Guido Oppido sia stato troppo precipitoso nelle fasi dell’operazione: secondo alcuni esperti, il cardiochirurgo avrebbe dovuto aspettare l’arrivo dell’organo, controllarne lo stato e dunque procedere alla rimozione del cuore del ricevente e impiantare quello donato.
Seguendo questa prassi, ci sarebbe stato il tempo di accorgersi che nella box c’era «un blocco di ghiaccio». Gli avvocati di Oppido, i legali Alfredo Sorge e Alfredo Manes, si dicono invece «convinti sin d’ora, in ogni caso, che il nostro assistito abbia fatto tutto ciò che era professionalmente doveroso, e tutto quanto era umanamente possibile, per salvare la vita del piccolo Domenico, peraltro lottando contro il tempo e contro i minuti».
(da La Stampa)
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Febbraio 22nd, 2026 Riccardo Fucile
“CINTURRINO LO AVEVA MINACCIATO PIU’ VOLTE DI AMMAZZARLO”
Emergono sempre più nuovi elementi sulla morte di Abderrahim Mansouri, 28enne
marocchino legato allo spaccio nel boschetto di Rogoredo a Milano, ucciso il 26 gennaio con un colpo di pistola alla testa durante uno scontro con la polizia. Prima di morire, Mansouri, secondo quanto riporta La Stampa, aveva confidato di aver ricevuto gravi minacce di morte. Al momento è indagato per omicidio volontario l’agente che avrebbe esploso il colpo, Carmelo Cinturrino. Mentre i suoi quattro colleghi dovranno rispondere di favoreggiamento e omissione di soccorso. Questo perché ci sarebbe stato un ritardo nell’avviso dei soccorsi. E secondo delle prime analisi il pusher non era armato. Sulla pistola a salve trovatagli addosso non emerge il suo dna ma quello di altra due persone.
«Duecento euro e cinque grammi di cocaina al giorno», in cambio la “protezione”
Molti pusher della zona avrebbe indicato come mittente di quelle minacce Carmelo Cinturrino, assistente capo della polizia ora indagato per l’omicidio. «Prima o poi quello lì lo ammazzo», avrebbe detto riferendosi al 28enne. «Duecento euro e cinque grammi di cocaina al giorno», sarebbe la presunta cifra chiesta dall’agente agli spacciatori della zona. In cambio la protezione per poter spacciare liberamente. Cinturrino ha negato di conoscere direttamente Mansouri e respinge ogni accusa. Ma gli investigatori della Squadra Mobile stanno verificando queste testimonianze e analizzando anche il cellulare dell’indagato. Anche perché l’agente risulta indagato per falso a proposito di un verbale di arresto del 7 maggio 2024 nel quartiere Corvetto, dove una telecamera lo ha ripreso mentre estraeva e intascava delle banconote dalla cover del cellulare di un pusher tunisino.
Il racconto di un abitante della zona sull’agente: «Spesso sembrava esaltato, quasi fuori di sé»
Ad avvalorare il racconto dei pusher anche quello degli abitanti della zona. «Una volta l’ho visto avventarsi contro un signore pakistano che stava comprando le sigarette, non lo conosceva neanche e
l’uomo non stava facendo nulla di male. Il poliziotto indossava la divisa e l’ha minacciato dicendogli “Tu lo sai chi sono io?”», spiega a La Stampa un signore sulla sessantina di rientro dalla spesa. «Spesso sembrava esaltato, quasi fuori di sé».
(da agenzie)
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Febbraio 22nd, 2026 Riccardo Fucile
IL BACIO E LA MEDAGLIA AL CIELO VERSO LA FIDANZATA CHE NON C’E’ PIU’
Sguardo rivolto al cielo e un bacio alla sua medaglia d’argento nello ski cross. Federico
Tomasoni festeggia così la sua Olimpiade. Una vittoria dedicata allafidanzata, la giovane sciatrice Matilde Lorenzi, morta nel 2024 sulla pista Grawand G1 in Val Senales in Alto Adige.
Tomasoni trattiene a stento le lacrime pensando a lei: «Le favole esistono». Viene confortato dal compagno di squadra, l’oro olimpico Simone Derometis, e applaudito dai giornalisti presenti per il punto stampa dopo la vittoria. «È tutto molto emozionante, avevo immaginato questo momento, il realizzarsi del sogno. Portare il sole sul casco è una roba in più, con il cuore fino alla fine, nelle gambe, con gli amici», ha dichiarato.
Deromedis: «Destino e karma, te la sei meritata»
«Ciò che ha passato Federico non è facile, ci sono stati periodi bui e noi abbiamo cercato di stargli il più vicino possibile. È stato davvero un grande, un duro, non ha mai mollato. Questa medaglia se la merita tutta. Penso che sia anche il destino che ti fa fare alti e bassi. Per noi è stato difficile, per lui è stato estremo. Se è il suo primo podio e l’ha fatto oggi, non è casualità, è il karma che gira», ha dichiarato l’oro olimpico di ski cross Simone Derometis, che in conferenza stampa si complimenta con il collega. Tomasoni ha corso queste Olimpiadi di Milano Cortina indossando sul casco il sole simbolo della Fondazione Lorenzi, dedicandole anche un post su Instagram: «Sarai sempre il mio sole».
(da agenzie)
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Febbraio 22nd, 2026 Riccardo Fucile
IL SERVILISMO A TRUMP NON PAGA, SALTA IL VERTICE CON LA FRANCIA, I TIMORI DI PERDERE IL REFERENDUM E L’ATTACK ALLA POLTRONA
A metà mattinata, quando l’Italia già da qualche ora con fatica e dolore faceva i conti con la
morte del piccolo Domenico, Giorgia Meloni ha affidato il suo pensiero a un messaggio postato sui social: «L’Italia intera si stringe nel dolore per la scomparsa del piccolo Domenico, un guerriero che non sarà dimenticato. Alla mamma Patrizia, al papà Antonio e a tutti i suoi cari rivolgo, a nome mio e del Governo, il più sincero abbraccio e il più profondo cordoglio. Sono certa che le autorità competenti faranno piena luce su questa terribile vicenda».
Dopotutto già nei giorni scorsi, quando ancora la speranza di poter salvare il bambino non era tramontata, la presidente del Consiglio aveva espresso la sua vicinanza alla famiglia telefonando alla madre. Normale quindi che Meloni abbia voluto esprimere un ultimo pensiero su una vicenda che ha toccato il cuore degli italiani.
Ma quelle poche parole hanno subito reso evidente quello che stava accadendo. Prima del cordoglio per Domenico la premier aveva pubblicato, il 19 febbraio, la sua intervista a Sky TG24 (quella in cui, tra le altre cose, aveva attaccato il presidente francese Emmanuel Macron). Prima ancora, in rapida sequenza, tre video per magnificare il decreto Bollette e per attaccare i giudici sui casi Sea-Watch e il “caso” di un migrante algerino. E poi il post sulla morte del militante di estrema destra, Quentin Deranque, che aveva per l’appunto provocato la reazione dell’Eliseo e che ha prodotto, alla fine, l’annullamento, deciso sabato, dell’importantissimo vertice Italia-Francia previsto ad aprile.
Insomma, non si può certo dire che Meloni si sia lasciata sfuggire l’occasione di esprimere il proprio pensiero. Un po’ su tutto tranne su una cosa che,
evidentemente, crea non poche difficoltà al governo: la decisione della Corte suprema che ha bloccato i dazi imposti da Donald Trump.
Non solo, ma se prima dell’intervento del presidente Sergio Mattarella a difesa dei Csm, la premier aveva dato l’impressione di voler alzare i toni dello scontro con i magistrati per spingere il fronte del Sì in vista del referendum della giustizia del 22 e 23 marzo, negli ultimi giorni sembra aver cambiato strategia.
Di lotta e di governo
Al momento è un’impressione visto che, mentre Meloni taceva, il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Alfredo Mantovano, considerato l’anima moderata di Palazzo Chigi, ne approfittava per punzecchiare Nicola Gratteri e spiegare che «se continuiamo così troveremo solo macerie tra istituzioni».
I beni informati dicono che la premier sta studiando e si sta facendo preparare un dossier con casi di malagiustizia da utilizzare nelle prossime settimane quando si impegnerà più direttamente nella campagna referendaria. Ma questo continuo oscillare tra la piazza e il governo è di sicuro il sintomo della confusione che regna all’interno della maggioranza.
Qualcuno parla già dell’«effetto Trump» con esplicito riferimento a quello che sta accadendo negli Stati Uniti. Il ragionamento è semplice: la vicenda dei dazi, ma ancora prima quella di Minneapolis, dimostrano che le istituzioni democratiche e i cittadini, anche chi ha votato convintamente per il presidente americano, non sono disposti ad accettare tutto. Gli eccessi stancano e spesso producono reazioni uguali e contrarie.
Trump ha appena incassato una cocente sconfitta legale su un tema centrale della sua politica commerciale. Diversi Repubblicani cominciano a storcere il naso e le elezioni di midterm potrebbero trasformarsi in una débâcle. E se succedesse la stessa cosa a Meloni?
Referendum e non solo
Non è un segreto che la premier viva tormentata dalla sindrome di accerchiamento. Alla continua ricerca di complotti ai suoi danni. E nell’ultimo periodo, di certo, avrà guardato con diffidenza ciò che sta accadendo. Da un lato c’è Sergio Mattarella, che con il suo inatteso intervento al plenum ordinario del Csm, ha voluto anzitutto richiamare all’ordine il governo dopo gli attacchi sguaiati alle toghe del ministro Carlo Nordio. Poi c’è il Vaticano. I vescovi, dopo le parole
pronunciate dal cardinale Matteo Zuppi in occasione del Consiglio episcopale permanente, come raccontato anche dal Foglio, stanno attivamente sostenendo le ragioni del No. Nel frattempo il segretario di Stato Pietro Parolin, dopo aver tenuto una posizione attendista, ha affondato il colpo sulla partecipazione italiana al Board of Pace.
Sabato anche il governatore Fabio Panetta, che la destra considerava vicino tanto da volerlo a tutti i costi alla guida della Banca d’Italia, intervenendo all’Assiom Forex, ha lanciato l’allarme rispetto al fatto che «un modello di crescita fondato sull’espansione dell’occupazione e dei salari contenuti non è sostenibile». E ancora: «Senza un deciso aumento della produttività, lo sviluppo rischia di arrestarsi».
Insomma, se tre indizi fanno una prova, a Palazzo Chigi avranno cominciato a pensare che qualcosa si sta muovendo, nel paese e nelle istituzioni, per provare a rovesciare la maggioranza di centrodestra.
Resistere e reagire
Da qui la domanda: che fare? Quali sono i messaggi giusti e i toni giusti per non perdere il contatto con gli elettori? Ciò che preoccupa, nell’immediato, è ovviamente il referendum sulla giustizia. La magistrata Simonetta Matone, oggi deputata della Lega, lo ha detto con fin troppa chiarezza: «Se prima, grazie all’involontario endorsement di Gratteri, il rapporto tra i sostenitori del Sì e quelli del No era dieci a zero oggi, grazie all’improvvida iniziativa di Nordio, siamo dieci a dieci».
Insomma, la partita è tutt’altra che chiusa, anzi. E stando ai sondaggi potrebbe concludersi molto diversamente da come spera la maggioranza. Non solo, anche le altre rilevazioni, quelle elettorali, segnalano flessioni sia di FdI, sia della Lega, che perdono consensi a favore del generale Roberto Vannacci.
Anche per questo la maggioranza ha deciso di accelerare sulla riforma della legge elettorale nel tentativo di trovare un meccanismo che la metta al riparo da sorprese. C’è anche chi evoca elezioni anticipate. Nel frattempo, mentre le opposizioni attaccano Meloni per il suo silenzio sulla vicenda dazi, un po’ tutti ripetono che il referendum non è «un voto sul governo». E che un’eventuale vittoria del No in nessun modo scalfirà la «solidità dell’esecutivo». Ma se c’è bisogno di ripeterlo con tanta insistenza, forse, nemmeno loro ci credono così tanto.
(da editorialedomani.it)
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Febbraio 22nd, 2026 Riccardo Fucile
IL PRESIDENTE DELLA COMUNITA’ EBRAICA DI MILANO FINGE DI IGNORARE “QUELLO CHE E’ SUCCESSO A GAZA”
Si capisce che il presidente della comunità ebraica di Milano, Walker Meghnagi, non abbia gradito il goffo “fuorionda” sulla squadra israeliana di bob. Si capiscono meno le motivazioni del suo sgradimento. Meghnagi lamenta «l’attacco quotidiano di gente ignorante contro gli atleti israeliani e il popolo civile, senza sapere che cosa è successo realmente a Gaza… La sinistra questo incitamento all’antisemitismo lo sta facendo quotidianamente».
Ora, a parte che «la sinistra» non significa niente, è un generico anatema politico che ammucchia persone, storie e parole molto diverse le une dalle altre; il timore è che sia proprio Meghnagi a ignorare «che cosa è successo realmente a Gaza».
Al netto della disputa sulle fonti, la certezza è che Gaza è stata rasa al suolo per i suoi quattro quinti. Che più di sessantamila dei suoi abitanti, tra i quali un numero molto alto di donne e di bambini, sono stati uccisi. Che obiettivi civili — ospedali, scuole — sono stati colpiti in quanto «rifugio di terroristi» (termine ormai così lasco, così sciattamente pronunciato, che alla fine è carta straccia: e i terroristi veri ne saranno ben lieti).
Che la popolazione di Gaza al completo ha pagato con la distruzione delle proprie case e della propria vita quotidiana la carneficina razzista del 7 ottobre, seguita da una carneficina razzista circa cinquanta volte più grande, vedi alla voce: rappresaglia vergognosamente eccedente l’offesa subita.
Ora: che senso ha questo ostinato ignorare il sangue e il dolore degli altri? Come se ne viene fuori, da questo macello interminabile, se non chiamando le cose con il loro nome? Beato Meghnagi se crede di potersela cavare distribuendo a destra e a
manca, soprattutto a manca, accuse di «antisemitismo» che c’entrano, con l’indignazione dei tre quarti del pianeta per la distruzione di Gaza, zero.
(da Repubblica)
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Febbraio 22nd, 2026 Riccardo Fucile
SIAMO AL CIRCO BARNUM TRA CLOWN, EQUILIBRISTI E SALTIMBANCHI
Non sempre la profusione d’incenso riesce come dovrebbe. Accade quando le lodi destinate a
salire in cielo insieme al fumo fanno pensare a qualche piaggeria e nella nube profumata si avverte – eccolo là – l’inconfondibile odorino del potere.
Si perdoni il contesto rituale, ma a proposito del suo ultimissimo libro in gloria della premier, il ruolo di incensatore non si addice a Italo Bocchino. A partire dal titolo: Giorgia, la Figlia del Popolo, cui segue un meno stentoreo, ma risoluto Perché Meloni piace agli italiani (Solferino, 17 euro); e proseguendo con la bianca copertina che nella grafica fa il verso al primo volume di Antonio Scurati su Mussolini.
Ora, Bocchino è uomo di mondo, di talk e di insospettabili relazioni qui parzialmente e strategicamente menzionate; un napoletano svelto e accorto, un simpatico pirata cresciuto alla scuola del trickter Tatarella (“’mbruogl’ aiutami!”); e insomma, ritrovarselo agitare il turibolo per 200 pagine fa pensare a un’esaltazione tutt’altro che disinteressata, sia pure in tempi d’improntitudine e sgangheratezza. Si dirà che tali ridondanti ossequi avvengono spesso e volentieri. Ma vieppiù sfuggono di mano quando nel Palazzo tutto dipende da una persona sola e/o da sua sorella; quando non si ha la pazienza di aspettare come va a finire; quando si scrivono più libri di quanti se ne leggano; e infine quando magari ci si porta dietro qualcosa di cui farsi perdonare. In questo senso, “convertitosi” (dice lui) in extremis sebbene antemarcia, Bocchino ritenne di inviare per whatsapp la foto della tessera dei
Fratelli ricevendone in cambio da Meloni una faccetta sorridente e un gelido riconoscimento: “Chi l’avrebbe mai detto”.
Ma a tutto c’è un rimedio o un investimento, per cui adesso Giorgia è “stella”, “Regina d’Europa”, “punto di riferimento per l’intero Occidente”. Ardono nel braciere omaggi, invocazioni e giaculatorie, “destino”, “capolavoro”, “nuova era”; tutto ciò che Lei incrocia assume un respiro epico, dai rapporti famigliari, “il miracolo italiano delle due sorelle”, alla “sovraumana abnegazione” dell’apprendista premier e giù pagine su un certo congresso giovanile svoltosi a Viterbo, sull’“unicità” di Colle Oppio, sulla “generazione Atreju”, fino alla “corazza di titanio” entro cui si fa forte a Palazzo Chigi.
E qui si potrebbe prolungare l’antologia devozionale, tanto più straniante quanto più oggi la post-politica suscita in metà dell’elettorato disagio e disinteresse. Ciò nondimeno, il registro scelto suona messianico. Paravento, s’intende, ma pur sempre messianico, l’attesa è finita, la Figlia del Popolo ha raccolto attorno a sé “la diaspora”. Dalla cui storia di correntismi tardo missini e rimasticature per salvare capre e cavoli di Fini si esce esausti; mentre si salvano, al contrario, alcuni irriverenti bozzetti tipo una telefonata di fortuna con Prezzolini o una specie di maledizione interna che avrebbe procurato lutti.
Niente, in compenso, su Santanchè, Giambruno, Alessandra Mussolini e Telemeloni; poco sul premierato, il minimo sindacale su Trump, felicemente contenuto il vittimismo. Noto al pubblico per l’assidua e drammaturgica presenza sugli schermi in partibus infidelium de La7, Bocchino si proclama a ragione “volto televisivo del melonismo”, riconoscendo in quest’ultimo il “punto d’arrivo di un fiume carsico che è diventato poderosa e fragorosa cascata”.
Ora, può anche darsi che in futuro Meloni venga rivalutata – come del resto accade con i dc o Berlusconi – dai suoi attuali detrattori. Ma intanto è senso comune che sia circondata da gente così così. Ecco invece che qui Bocchino descrive la “fiaba collettiva”, la “meravigliosa comunità”, “un’orchestra accordata all’unisono”. A tutti – o quasi – assegna con astuzia un posticino nella Grande Storia, mentre Arianna sorella e Fazzolari, secondo cui Giorgia “ha aperto un nuovo immaginario alle bambine italiane”, godono un trattamento privilegiato.
Quando lo scorso anno fu presentato a Palazzo Madama il precedente libro di Bocchino, Perché l’Italia è di destra (sempre Solferino), La Russa e Arianna proposero che fosse adottato nelle scuole; e anche se in prima fila c’era Valditara, sono cose che si dicono per dire, i bastoncini d’incenso non costano poi tanto e si acquistano pure online.
(da Repubblica)
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Febbraio 22nd, 2026 Riccardo Fucile
UNA NORMA CHE SDOGANA LA GIORNATA LAVORATIVA FINO A DODICI ORE, RIDUCE DRASTICAMENTE LE INDENNITÀ DI LICENZIAMENTO, ISTITUISCE I COMPENSI IN NATURA E RESTRINGE IL DIRITTO DI SCIOPERO
“La libertad avanza, los derechos retroceden”: con un gioco di parole con il nome della coalizione di governo, Página/12 commenta così in homepage l’approvazione alla Camera dei Deputati della riforma del lavoro voluta da Milei.
Approvata il 20 febbraio con 135 voti favorevoli, 115 contrari e nessun astenuto – nonostante un tentativo di sospendere la seduta del blocco di Unión por la Patria – è stata definita la legge più ultraliberista della storia perché va a favorire le grandi imprese e smantella i diritti dei lavoratori.
Secondo chi l’ha fortemente voluta, l’obiettivo è la «modernizzazione» – per «generare vero impiego, prevedibilità e maggiore libertà economica», come ha dichiarato Milei – mentre sindacati e opposizioni la criticano profondamente in quanto riduce il peso dello Stato, limita le tutele tradizionali e aumenta la flessibilità.
Tra le misure più contestate c’è lo sdoganamento della giornata lavorativa fino a dodici ore e l’istituzione di una “banca delle ore”, che permetterà di compensare gli straordinari con i riposi senza pagarli
Molto discussa anche la riduzione dell’indennità di licenziamento: il calcolo non si baserà più sulla migliore retribuzione ma solo sul salario base, con l’esclusione di ferie, tredicesima e premi.
Un’altra norma istituisce il meccanismo di conferimento dei compensi in natura, non solo in denaro. La Camera ha salvato uno degli articoli più controversi dedicato al Fondo di Assistenza al Lavoro, e ci sono anche disposizioni che restringono il diritto di sciopero e di assemblea durante l’orario lavorativo; previsto inoltre l’indebolimento dei contratti collettivi di settore in favore degli accordi aziendali.
Viene colpita anche la stampa: dopo l’istituzione del famoso “Ministero della verità” nei giorni scorsi, il provvedimento prevede infatti l’abrogazione dell’Estatuto del Periodista Profesional che regola i diritti dei giornalisti professionisti e li tutela con regole specifiche su licenziamenti, orari e indennità.
Per l’opposizione, è un fallimento totale, una retrocessione: «La legge riporta alla schiavitù», ha dichiarato il parlamentare Pietragalla, mentre la deputata Teresa García l’ha definita “già morta” rispetto agli evidenti profili di incostituzionalità.
Alla vigilia del voto – mentre Javier Milei era a Washington al Board of Peace – i sindacati hanno proclamato uno sciopero generale di 24 ore che ha paralizzato il Paese con voli cancellati e servizi essenziali ridotti al minimo.
Nelle strade della capitale argentina sono esplosi violenti scontri tra manifestanti e polizia nei pressi del Congresso, con lanci di pietre, barricate improvvisate e cariche della polizia con gas lacrimogeni, idranti e proiettili di gomma. Si contano già decine di arresti e feriti.
Addirittura, nei giorni scorsi, le forze dell’ordine avevano avvisato la stampa di non andare alle proteste: l’area sarebbe stata considerata “zona operativa”, con rischio di incidenti, uso della forza per disperdere i manifestanti e possibili fermi anche tra i presenti.
La rabbia sociale è esplosa perché la riforma rappresenta l’ennesimo colpo allo stato sociale in un contesto economico difficilissimo: dopo aver toccato il 211% nel 2023 e il 118% nel 2024, l’inflazione in Argentina è scesa al 31,5% nel 2025, secondo i dati dell’Istituto nazionale di statistica (INDEC), segnando un drastico ridimensionamento rispetto ai livelli di iperinflazione recenti.
Il miglioramento dei prezzi, però, non si è tradotto in un rafforzamento del mercato del lavoro: la disoccupazione resta intorno al 7%, a cui si aggiunge il 40% di occupazione informale, vale a dire lavoro privo di tutele contrattuali e previdenziali
(da agenzie)
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Febbraio 22nd, 2026 Riccardo Fucile
NON È L’UNICA MOTIVAZIONE STRAMPALATA FORNITA ALL’ASL: UN’ALTRA PAZIENTE CON UNA VISITA URGENTE HA DETTO DI NO PERCHÉ DOVEVA ANDARE IN VACANZA. E C’E’ CHI NON SI PRESENTA AGLI ESAMI DI DOMENICA MATTINA PER ANDARE A MESSA (E PREGARE DI STARE BENE)
Risonanza magnetica di domenica mattina? «Non posso, devo preparare il sugo per i miei
figli». Un paziente su due sta rinunciando all’anticipo delle visite e degli esami in lista di attesa. Il servizio di recall per velocizzare e garantire le prestazioni urgenti e brevi messo in atto dalla Regione è partito ormai da un po’: c’è chi al telefono ringrazia per l’opportunità data dalla Asl o chi non risponde per timore di truffe o spam. E poi, c’è anche chi rinuncia.
I motivi sono i più disparati: «Ci è capitato di proporre come appuntamento la domenica mattina — racconta Marco Ruggiero, tecnico radiologo dell’ospedale Di Venere — e per tutta risposta la paziente ci ha detto che non era fattibile: doveva cucinare e preparare il sugo. Un’altra paziente anziana con una visita urgente ci ha risposto che sarebbe dovuta partire per le vacanze. Anche la messa domenicale è stata spesso motivo di rinuncia».
Ma il sistema, seppur sperimentale, sembra stia iniziando a ingranare: i pazienti in lista d’attesa saranno richiamati per anticipare la prenotazione dei loro esami diagnostici fino al 30 giugno. Febbraio è già tutto al completo, e gli operatori stanno cominciando a muoversi con le prenotazioni previste per marzo, richiamando i pazienti con visite calendarizzate a aprile.
(da agenzie)
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Febbraio 22nd, 2026 Riccardo Fucile
L’INIZIO DEL MANDATO DI VENEZI ERA FISSATO PER IL PROSSIMO OTTOBRE, QUINDI SI SUPPONEVA CHE DIRIGESSE LA PRIMA STAGIONALE. INVECE SUL PODIO SALIRÀ UN ALTRO DIRETTORE. IDEM PER IL CONCERTO DI CAPODANNO. VENEZI VUOLE RIMANDARE LA PARTITA ALLA SECONDA PARTE DELLA STAGIONE 26-27
Visto che non si riesce a troncare e sopire, proviamo a rimandare e dilazionare. Dalla blitzkrieg alla guerra di logoramento, insomma. Ma l’opposizione contro la nomina di Beatrice Venezi a direttore musicale della Fenice continua. E allora cambia la strategia di bacchetta nera e dei suoi sponsor, in primis il sindaco di Venezia, Luigi Brugnaro (il sovrintendente del teatro, Nicola Colabianchi, è quella che i francesi chiamerebbero «une quantité négligeable»
L’inizio del mandato di Venezi era fissato per il prossimo ottobre, quindi si supponeva che, com’è prassi per il direttore musicale, dirigesse la prima stagionale, Fedora di Giordano. Invece pare proprio che sul podio salirà un altro direttore. Idem per il Concerto di Capodanno, che sembrerebbe anche adatto, o meno inadatto, a una bacchetta che ha costruito la sua carriera soprattutto su serate di gala, concerti con Bocelli, esibizioni per gli sponsor e così via.
Che non lo diriga lei è ufficiale perché ieri il teatro ha informato che a farlo sarà Gianandrea Noseda. A quanto dichiara, Venezi, che mercoledì era a Venezia, è ancora convinta di poter accettare l’incarico nonostante l’Orchestra, il teatro e la città non la vogliano.
Ultimo episodio, la nascita del Comitato «Fenice Viva» che riunisce molti habitué, anche con nomi pesanti e pensanti di Venezia, allo scopo «di promuovere iniziative civiche, informative, legali e di sensibilizzazione volte a sostenere le lavoratrici e i lavoratori della Fondazione Teatro La Fenice nelle loro azioni in difesa della propria dignità e professionalità e della qualità culturale dell’offerta del Teatro».
Venezi sa che a Venezia la partita sarà difficile. Quindi vuole rimandarla alla seconda parte della stagione 26-27, in attesa che la situazione si normalizzi. O almeno è quello che sperano i suoi referenti politici, che però, non essendo mai entrati in un teatro d’opera, difficilmente possono capirne le dinamiche. Come dimostra l’inverosimile pasticcio nel quale si sono messi.
Curioso, però, che Venezi non perda occasione di attaccare l’Orchestra che vorrebbe dirigere e il teatro che dovrebbe diventare la sua casa. O è accecata dall’ubris oppure è malissimo consigliata.
Due recenti episodi sono stati clamorosi. Il primo a Milano, a un evento organizzato da Nicola Porro, dove un ex parlamentare di Forza Italia, attualmente editorialista di un paio di quotidiani di destra, Andrea Ruggieri, ha introdotto la lectio magistralis di Venezi su Carmen con un discorso di volgarità così becera che è subito diventato virale sui social, e suscitando indignazione perfino lì.
Ripetendo la solita narrazione distopica del «fenomeno acclamato in tutto il mondo», Ruggieri ha definito «quattro pippe nel cui curriculum figura come titolo di studio il battesimo» i professori dell’Orchestra, vincitori di un concorso internazionale dove si suona nascosti dietro una tenda per evitare favoritismi.
Poi Ruggieri ha deplorato «questa Nazione di cagaca**i» che non apprezza il genio veneziano (nel senso di Venezi) e ha terminato la sua forbita allocuzione definendo la signora, fra gli applausi del colto pubblico, «una f**a bestiale», argomento principe in campo musicale e non solo.
Fatti e querele suoi. Ma è grave che, subito dopo, Venezi sia salita sul palco abbracciandolo e abbia poi postato una foto con lui. Chissà perché vuole a tutti i costi dirigere quattro pippe, quando il mondo intero la reclama.
Secondo passo falso di Venezi, un’intervista al quotidiano argentino Clarìn, cui ha dichiarato di essere presa di mira per ragioni politiche «perché a Venezia ci sono le elezioni», con l’aggravante che «attaccano una donna. C’è molto sessismo in Italia».
Detto da qualcuno che per parlare di Bizet si fa presentare come «f**a bestiale» appare bizzarro. Poi se l’è presa direttamente con la Fenice: «Hanno paura del nuovo. Venezia ha bisogno di attrarre nuovi pubblici che arrivano dal turismo. Gli attuali abbonati hanno più di 80 anni. Se non proviamo a fare qualcosa di diverso nell’arte, dove possiamo farlo?»
§Il neonato Comitato ha subito risposto per le rime dicendo che quanto dichiarato «non solo non corrisponde a verità (per smentire è sufficiente analizzare i dati degli abbonati di cui gli over 80 rappresentano solo una piccola percentuale) ma risulta profondamente lesivo nei confronti di un pubblico che è ed è stato parte viva, attiva e vibrante della vita di questa istituzione».
Quanto al nuovo, in effetti l’opera ne ha bisogno, chi ci va ne discute da decenni. Però Venezi non ha mai spiegato cosa sia per lei.
(da La Stampa)
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