Febbraio 23rd, 2026 Riccardo Fucile
L’EUROPA, INVECE CHE AFFONDARE IL COLPO, CHIEDE IL “RISPETTO” DELL’ACCORDO (CORNUTI, DAZIATI E CONTENTI)
Dopo la sentenza della Corte Suprema, l’Unione europea si trova di nuovo travolta dal caos
dei dazi e chiede chiarezza all’amministrazione Trump e il rispetto dell’accordo raggiunto in Scozia. Questo significa nessun dazio aggiuntivo rispetto al limite del 15% già concordato, come ha sottolineato ieri la Commissione europea in una nota.
Con Trump che continua a minacciare nuove tariffe, il Parlamento europeo non sembra disposto a ratificare l’accordo. Oggi il relatore, Bernd Lange, proporrà il rinvio, per il quale la maggioranza nell’Eurocamera sembra garantita
A chiedere chiarezza sul futuro delle relazioni tra Stati Uniti ed Europa è anche la presidente della Bce, Christine Lagarde, intervistata ieri dalla Cbs. «È un po’ come guidare. Bisogna conoscere le regole della strada prima di salire in macchina. Ed è lo stesso con il commercio e con gli investimenti.
Bisogna sapere quali sono le regole ed evitare di dover tornare indietro e chiedere il rimborso delle tariffe. Perché questo non è lo scopo per cui le persone fanno affari. Vogliono fare affari, non vogliono intraprendere cause legali», ha dichiarato.
I ricorsi presentati da gennaio in poi, ben prima che la Corte Suprema si pronunciasse, sono circa 1.500. Tra i ricorrenti ci sarebbero la catena americana di grandi magazzini Costco, il produttore di cosmetici Revlon, il produttore giapponese di motociclette Kawasaki, il colosso italo-francese dell’occhialeria EssilorLuxottica e grandi nomi della moda come Dolce&Gabbana.
Ma anche l’Illinois e un’altra decina di Stati a guida democratica. Si parla di oltre 130 miliardi di dollari di rimborsi, considerando le maggiori entrate incassate dall’amministrazione Trump grazie ai dazi. Ma secondo alcune stime in ballo ci sarebbero oltre 175 miliardi di dollari.
I rimborsi «non dipendono dall’amministrazione, ma da un tribunale di grado inferiore», ha dichiarato ieri il segretario al Tesoro Scott Bessent, mettendo in chiaro che il governo non intende agevolare le procedure di rimborso e anzi farà di tutto per allungare i tempi.
(da agenzie)
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Febbraio 23rd, 2026 Riccardo Fucile
DOPO SOLO 37 MINUTI DALLA PRIMA NOTIZIA DELLA SPARATORIA, SALVINI SI E’ BUTTATO A PESCE SULLA VICENDA DICENDO “SONO DALLA PARTE DEL POLIZIOTTO”… MA L’AGENTE E’ STATO ARRESTATO: IL PUSHER ERA DISARMATO QUANDO È STATO AMMAZZATO. IL POLIZIOTTO HA PIAZZATO UNA PISTOLA GIOCATTOLO VICINO AL CORPO PER GIUSTIFICARE LA SPARATORIA… UN FULGIDO ESEMPIO DI COME INVOCARE LO SCUDO PENALE PER LE FORZE DELL’ORDINE È UNA IDIOZIA
Salvini, Bignami di Fratelli d’Italia (che è pure avvocato) e L’immancabile Cruciani sono un fulgido esempio di come invocare lo scudo penale per le forze dell’ordine e ritenere superflui approfondimenti perché “sto con i poliziotti/carabinieri” deve essere un dogma, è una idiozia. Un’idiozia pericolosa perchè nessuno deve essere al di sopra della legge, a maggior ragione se ha una pistola in mano.
L’idea che se un poliziotto spara ha sempre ragione e sono i cattivi che se la cercano spalanca la porta a una deriva pericolosa in cui l’uso della violenza si trasforma in impunità preventiva. Significa normalizzare l’assenza di controlli, scoraggiare ogni indagine indipendente, mettere a rischio anche gli stessi agenti onesti, che hanno tutto l’interesse a onorare la legalità e a difenderla dalle mele marce. Sostenere le forze dell’ordine non vuol dire sospendere lo Stato di diritto, e questo i tre signori qua sopra non dovrebbero dimenticarlo. Ed è molto pericoloso dimenticarlo.
37 minuti. È il tempo trascorso tra la prima notizia dell’uccisione di Abderrahim Mansouri a Rogoredo e il post con cui Matteo Salvini dichiarava: “Sono dalla parte del poliziotto, senza se e senza ma”.
Oggi, mentre emergono particolari inquietanti sulla vicenda, sulla figura dell’agente e sull’ipotesi di una messa in scena, lo stesso ministro dice: “Non entro nel merito di fatti che non conosco”.
Curioso. Un opinionista indefesso, notoriamente prodigo di commenti su qualunque cosa di cui ignora i fatti, all’improvviso si scopre talmente prudente da non poter commentare ciò che non conosce.
Eppure, la sera del 26 gennaio, sono bastati 37 minuti a un alto esponente del Governo per entrare a gamba tesa nel merito di fatti che non conosceva, designando all’istante colpevoli e scagionati.
Ricordo di aver appreso entrambe le cose nello stesso momento, mentre seguivo una diretta su La7, e il primo pensiero fu: possibile che non abbia imparato nulla dalla clamorosa e imbarazzante figuraccia sul caso Cucchi? Evidentemente no. Trentasette minuti.
(da agenzie)
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Febbraio 23rd, 2026 Riccardo Fucile
DAI MIGRANTI DEPORTATI FINO AI DAZI, LA DESTRA GLOBALE STA PROVANDO A SPOSTARE PIU’ IN LA’ L’ASTICELLA DI CIO CHE E’ LEGITTIMO… IL NEMICO E’ DIVENTATO CHI VUOL FAR RISPETTARE LA LEGGE
Per Trump sono i giudici della Corte Suprema che hanno bocciato i suoi dazi al mondo,
perché il presidente Usa, parole loro, non aveva il potere per imporli.
Per Meloni sono i pubblici ministeri che stanno mettendo i bastoni tra le ruote ai suoi centri in Albania, liberando e risarcendo pure i migranti. O quelli che le impongono di risarcire Carola Rackete e Seawatch per il fermo legale della sua imbarcazione.
“Giudici comunisti” li chiama Trump. “Magistratura politicizzata” che “ostacola il nostro lavoro” e “non marcia assieme al governo” li apostrofa Meloni.
Il concetto non cambia: entrambi vorrebbero una magistratura asservita al potere politico, e non alle regole del gioco. Entrambi vorrebbero che i giudici non ostacolassero i loro programmi politici, anche quando vanno a sbattere contro la legge.
L’estremismo di entrambi, in fondo, sta tutto qua. Nell’avere un’idea di Stato che si muove all’estremo confine di ciò che oggi è lecito. E di avere la necessità di superare quel limite, per fare ciò che hanno promesso di fare. E pure un po’ di più.
Deportare migranti andandoli a prendere casa per casa, anche con metodi illegali di spionaggio di massa, subissare di dazi mezzo mondo per imporre loro di comprare americano, fare a pezzi l’indipendenza della Federal Reserve, la banca centrale americana, per imporre al suo presidente di abbassare i tassi d’interesse, nel caso di Trump.
Imporre punizioni esemplari ai nemici politici, decidere chi scarcerare o meno, chi deportare o meno, chi risarcire o meno, non in ragione di un corpo di leggi, ma del volere di un’opinione pubblica che il governo si sente legittimato a rappresentare, nel caso di Giorgia Meloni.
È questo il contesto in cui si innesta la riforma della giustizia che decideremo o meno se ratificare il 22 e il 23 marzo. Una riforma con cui il governo, cambiando la Costituzione, va a limitare il potere e l’autonomia di chi oggi con più forza si oppone oggi al suo disegno. Semplicemente, affermando il principio che anche il governo è uguale a tutti gli altri, di fronte alla legge. Anche al peggiore tra i delinquenti, anche al più reietto fra i migranti.
Vogliamo salvaguardare questo principio o abbatterlo? Alla fine, la scelta sta tutta qua.
(da Fanpage)
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Febbraio 23rd, 2026 Riccardo Fucile
AUSTIN TUCKER MARTIN, CRISTIANO, DICEVA CHE IL GOVERNO LI STAVA INSABBIANDO
Austin Tucker Martin, il 21enne ucciso dalla polizia mentre cercava di entrare nella residenza di Donald Trump a Mar-a-Lago, non si interessava di politica. E veniva da una famiglia di sostenitori del presidente degli Stati Uniti. Lo ha dichiarato il cugino di Austin Braden Fields all’Associated Press. «Siamo tutti grandi sostenitori di Trump», ha spiegato il parente del giovane, «non parlava di politica. Era tranquillo, non parlava mai di nulla». Di fede cristiana, secondo i suoi compagni di lavoro era «ossessionato» dagli Epstein Files ed era convinto che il governo li stesse insabbiando.
«Non credevo avrebbe fatto qualcosa del genere, sono del tutto scioccato», ha affermato Fields, «non avrebbe fatto male a una mosca, non sapeva nemmeno come usare una pistola». Originario di Cameron, cittadina della Carolina del Nord a oltre 1.100 chilometri da Mar-a-Lago, aveva un sito internet su cui pubblicava schizzi di campi di golf, che finivano sui social media. La sua famiglia ne aveva denunciato la scomparsa il giorno prima. Tmz ha pubblicato un messaggio attribuito a Martin in
cui il 21enne il 15 febbraio 2026 scrive a un collega: «Non so se hai letto qualcosa sui file Epstein, ma il male è reale e inequivocabile». E continua: «La cosa migliore che persone come te e me possiamo fare è usare la poca influenza che abbiamo. Raccontate agli altri cosa sentite sui file Epstein e cosa sta facendo il governo al riguardo. Sensibilizzate».
Donald Trump e gli Epstein Files
Alcuni colleghi di Austin al Pine Needles Lodge & Golf Club in North Carolina hanno detto a Tmz che la sua «fissazione» per Epstein si è sviluppata dopo l’ultima pubblicazione di informazioni legate ai dossier. I colleghi raccontano che era profondamente turbato da quello che credeva fosse un insabbiamento governativo e che spesso parlava di persone potenti che «la facevano franca». Allo stesso tempo era sincero sulla sua fede cristiana e alle sue opinioni politiche. Esprimeva regolarmente il suo sostegno a Trump, e fino alla fine dell’anno scorso aveva dichiarato ai colleghi di credere che fosse un leader forte. Era anche sempre più frustrato per quanto riguarda la situazione economica. Si lamentava spesso del fatto che i giovani hanno bisogno di due lavori o di coinquilini per permettersi di andarsene di casa. Viveva ancora con i genitori.
Il lupo solitario
Martin ha guidato almeno 10 ore una Volkswagen Tiguan color argento del 2013 per arrivare a Mar-a-Lago. Ha percorso 1.106 chilometri. Il Corriere della Sera ricorda che era stata denunciata la sua scomparsa. L’ultimo contatto con il ventunenne di Cameron risaliva a sabato 21 febbraio alle 19 e 51. Forse un messaggio o una telefonata, mentre già era in viaggio direzione Mar-a-Lago. La foto ritrae un ragazzo biondo con gli occhialini. Una faccia timida, imberbe, da bravo ragazzo, un ritratto che forse non solo per suggestione ricorda quello del ventenne Thomas Crooks, lo studente modello che il 13 luglio 2024 attentò alla vita di Trump al comizio di Butler in Pennsylvania.
Crooks, Routh, Martin
Crooks è passato nel giro di un paio d’anni da nerd che costruiva scacchiere per ipovedenti a essere l’uomo che poteva cambiare le sorti del mondo. Riguardo Martin, la maggior parte degli «schizzi» di quello che il New York Post ha chiamato «l’artista dei campi da golf» riguarda il club di Quail Ridge, una quarantina di chilometri da casa sua. Ryan Routh è stato invece condannato all’ergastolo venti
giorni fa per aver attentato alla vita del tycoon nel settembre 2024. Al processo, il 60enne contractor originario della North Carolina e residente alle Hawaii aveva sfidato Trump a una partita a golf citando Hitler e Putin. Dopo la sentenza ha cercato di ferirsi al collo con una penna. Non era un membro di un gruppo organizzato.
Gli altri attentati
Trump è stato oggetto di due tentativi di assassinio durante l’ultima campagna presidenziale. Nel luglio 2014, fu colpito all’orecchio durante un comizio in Pennsylvania, durante il quale uno spettatore rimase ucciso. L’attentatore fu ucciso dalle forze dell’ordine. Le immagini di Trump con il sangue che gli colava sul viso e il pugno alzato sono diventate virali e l’evento fu considerato un momento cruciale della campagna elettorale. Due mesi dopo, il repubblicano è stato bersaglio di un altro attentato su un campo da golf in Florida. L’autore, Ryan Routh, è condannato all’ergastolo all’inizio di febbraio. I Servizi Segreti hanno affrontato pesanti critiche in entrambi i casi
Tyer Robinson
Nel luglio 2025, un rapporto del Congresso denunciò gli errori «imperdonabili”» commessi dal servizio di protezione. Anche l’incidente di domenica fa parte di una recente serie di attacchi a sfondo politico che hanno preso di mira sia i repubblicani che i democratici. L’assassinio dell’influencer conservatore Charlie Kirk, così come quelli di una deputata democratica e di suo marito, hanno riacceso profonde divisioni politiche in America. Negli Stati Uniti ci sono più armi che persone: un adulto su tre possiede almeno un’arma e quasi uno su due vive in una famiglia con un’arma.
(da agenzie)
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Febbraio 23rd, 2026 Riccardo Fucile
LA PROVA DEL DNA E IL TESTE CHIAVE…LA PROCURA: “PROFILO INQUIETANTE, POTREBBE UCCIDERE ANCORA”
Il poliziotto Carmelo Cinturrino detto Luca si trova in stato di fermo. L’assistente capo di
Polizia è accusato dell’omicidio volontario di Abderrahim Mansouri, ucciso il 26 gennaio nel boschetto di Rogoredo. Il fermo dovrà ora essere convalidato dal
giudice delle indagini preliminari. Le indagini, passate per complesse analisi tra cui gli interrogatori degli altri quattro agenti presenti quel pomeriggio al controllo anti spaccio e indagati per favoreggiamento e omissione di soccorso, hanno accertato che la Beretta 92 col tappo rosso rinvenuta accanto al cadavere di Mansouri vi sarebbe stata messa successivamente. E su di essa non sono state trovate tracce di Dna della vittima, ma solo quelle di Cinturrino, ha spiegato in conferenza stampa il pm titolare delle indagini Giovanni Tarzia. Cinturrino avrebbe detto al collega che era poco dietro di lui quando ha sparato di andare in commissariato a prendere uno zaino e lì dentro ci sarebbe stata quella pistola.
L’alt mancato e i colpi a bruciapelo
Oltre a tali evidenze ci sarebbe pure la deposizione di un testimone oculare che ha assistito all’omicidio di Abderrahim Mansouri e che ha messo a verbale che il 28enne «non sarebbe stato armato e che avrebbe avuto in una mano un telefono e, nell’altra, una pietra». Mansouri, inoltre, «sarebbe stato attinto mentre stava per scappare» e, una volta colpito, «sarebbe caduto frontalmente». Testimonianza riscontrata da più elementi, come si legge nel decreto di fermo a carico del poliziotto. Risulta anche che l’agente che era con lui quando ha sparato ha riferito che «nessuno dei due poliziotti ha intimato l’alt al Mansouri» né si è qualificato. L’assistente capo è stato descritto come un «taglieggiatore» dei pusher del boschetto di Rogoredo e protettore di altri, al Corvetto, dove abita.
La procura
Il provvedimento di fermo, spiega la procura, si fonda «sugli approfondimenti investigativi condotti dalla Squadra mobile» e dalla Polizia scientifica. In particolare su testimonianze, interrogatori, «analisi delle telecamere e dispositivi telefonici». Oltre ad accertamenti «di natura tecnico-scientifica, che hanno permesso di ricostruire la dinamica dell’evento». La procura di Milano spiega nella relazione alla richiesta di custodia in carcere che c’è il forte rischio che Cinturrino possa reiterare il reato, ossia uccidere ancora, di inquinare le prove, e che si dia alla fuga, considerato che ha «disponibilità di alloggi». Tutte e tre le esigenze cautelari, dunque, rispetto a un profilo del poliziotto 42enne considerato dalla procura «inquietante», anche perché inatteso rispetto al fatto che veniva considerato molto preparato e attento. Dalle prime indagini risulta che nell’ultimo periodo l’agente aveva preso di mira il presunto pusher. «Ce l’aveva con lui».
Il movente
Restano da ricostruire il movente e le disponibilità economiche di Cinturrino, tenendo conto anche di quel quadro di operazioni borderline, con sospetti di richieste di pizzo a pusher e tossici. Lo stesso 42enne avrebbe mentito ai colleghi dicendo di aver subito allertato i soccorsi e invece lo avrebbe fatto 23 minuti dopo. Mansouri voleva denunciarlo, perché lo avrebbe taglieggiato chiedendogli il pizzo, soldi e droga, fino a 200 euro e cinque grammi di cocaina al giorno, e lui negli ultimi mesi si sarebbe rifiutato. Presunte condotte illegali e borderline che il 42enne avrebbe messo in atto anche contro altri pusher e tossicodipendenti della zona Rogoredo-Corvetto. Il provvedimento di fermo è motivato con il pericolo di fuga.
L’avvocata
L’avvocata Debora Piazza, legale di parte civile assieme al collega Marco Romagnoli dei familiari di Mansouri, chiede di indagare anche sugli altri agenti. «Penso che il fermo di Cinturrino sia solo l’inizio. Bisogna fare molta attenzione. Non penso che sia stato l’unico ad agire ma insieme ad altre persone suoi colleghi. È necessario approfondire tutto», dice all’agenzia di stampa Agi. La posizione di Centurrino si è aggravata quando sono emerse diverse incongruenze nel suo racconto e in quello degli altri 4 agenti che erano con lui, accusati di favoreggiamento e omissione di soccorso.
L’ipotesi
L’ipotesi emersa dalle indagini della Squadra Mobile e del pm Giovanni Tarzia è che sia stata organizzata una messinscena per far credere che Cinturrino avesse sparato perché intimorito da un’arma, poi rivelatasi a salve, impugnata dalla vittima. La Beretta giocattolo sarebbe invece stata portata solo dopo l’omicidio dagli stessi agenti. L’omicidio potrebbe trovare un movente nei rapporti tra omicida e vittima relativi al controllo nella piazza dello spaccio a Rogoredo.
La versione degli amici
Mansouri, secondo il racconto degli amici , a un certo punto aveva rifiutato di dare altro denaro e droga – qualcuno ha parlato di 200 euro e 5 grammi di cocaina al giorno – a Cinturrino e sarebbe nata una persecuzione da parte del poliziotto nei suoi confronti, tanto che il marocchino aveva raccontato di averne paura (il suo legale Debora Piazza gli aveva consigliato di acquistare una telecamera per riprendere i loro incontri ma Mansuori aveva prima acconsentito, poi aveva
cambiato idea) . L’analisi del telefono del poliziotto e dei quattro colleghi che erano con lui servirà per capire perché, dopo lo sparo, quel pomeriggio un agente fu mandato a prendere uno zaino in commissariato. Dove si ritiene fosse stata posta la scacciacani. Ma serviranno anche a capire, con tabulati e chat, i reali rapporti tra Cinturrino e gli spacciatori.
La telefonata
L’assistente capo avrebbe chiamato il 112 solo 23 minuti dopo lo sparo, mentendo ai colleghi dicendo loro che l’aveva già fatto. Minuti preziosi che avrebbero forse potuto salvare la vita al 28enne. I soccorritori lo trovarono infatti ancora vivo e morì all’arrivo di una seconda ambulanza. «E’ stato lasciato morire come un cane», aggiunge il suo legale.
(da Open)
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Febbraio 23rd, 2026 Riccardo Fucile
PER UN ITALIANO SU TRE IL CONTRASTO E’ SOLO A PAROLE
La corruzione in Italia, secondo i cittadini, continua a essere un problema serio. Anzi, “fra i più seri” del Paese. Lo pensa una larga maggioranza delle persone intervistate nel sondaggio condotto da LaPolis (Università di Urbino, con Avviso Pubblico): il 57%.
Si tratta di un dato in lieve calo rispetto a quello rilevato un anno fa. Ma sempre ampio. Molto ampio. Un altro terzo di persone (33%) ritiene che il problema esista, ma ve ne siano di più gravi. Nel complesso, quindi, la corruzione incombe sui pensieri di tutta la società. Come una minaccia continua.
D’altronde, Tangentopoli è rimasta nella nostra memoria. Parte della nostra storia. E non è possibile dimenticarla. Perché riemerge di continuo, attraverso episodi che richiamano la presenza diffusa delle mafie e della criminalità. Dovunque.
La resistenza delle persone
Con il rischio, che abbiamo evocato in altre occasioni, di “normalizzare” il fenomeno. Di trattare, quindi, la corruzione come un fenomeno “normale”. Che, per questo, viene “dato per scontato”. Anche perché non è condiviso. Al contrario. Nonostante nella “storia” del Paese vi siano tante “storie” drammatiche, ma esemplari. Perché richiamano e rivendicano la resistenza di molte persone di fronte a queste azioni. E ai soggetti coinvolti.
Tuttavia, l’impegno personale è importante ma insufficiente di fronte a una minaccia tanto drammatica e “resistente”. Che non può venire fermata e sconfitta senza il concorso e l’intervento delle istituzioni politiche. Della politica.
Più formale che reale
Tuttavia, solo una componente ridotta della società, il 13% (del campione), ritiene l’azione della politica, al proposito, adeguata. E convincente. Mentre il 37% pensa che l’attenzione, al riguardo, non sia sostenuta dai fatti. E l’impegno sia più “formale” che “reale”. Espresso da parole a cui non seguono azioni coerenti. Ed efficaci.
L’impressione prevalente, nel sondaggio di LaPolis con Avviso Pubblico, dunque, è che la corruzione costituisca effettivamente un problema. Inquietante. Al quale, però, non si danno risposte adeguate. Per diversi motivi. Perché preoccupa, ma, comunque, anche per questo, si preferisce evitare di affrontarlo in modo aperto e diretto.
Le radici
Mentre per ottenere risultati efficaci occorrono strategie di lungo periodo. Che rafforzino il ruolo della magistratura e delle forze di polizia. Inoltre, è necessario agire in modo “radicale”. Cioè, partendo dalle “radici”. Dai valori, che vengono proposti e affermati attraverso la formazione delle nuove generazioni. Ma la questione “fondamentale”, come abbiamo già suggerito, è il coinvolgimento dei cittadini. Per contrastare la corruzione alle “fondamenta”.
Occorre, per questo, operare affinché la “corruzione” non sia “data per scontata”. Ma venga considerata un problema. Serio. Oltre gli interessi di coloro che la esercitano per il proprio profitto. Perché si tratta di un limite per tutti. Per la grande maggioranza dei cittadini che opera, agisce e vive in modo onesto. E rinforza, in questo modo, la nostra società. La nostra vita.
(da repubblica.it)
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Febbraio 23rd, 2026 Riccardo Fucile
LA LEGGE CHE LI FA GUADAGNARE A SPESE DI TUTTI
a Sanità è sottofinanziata, ma il governo ha trovato il modo di mandare la spesa per i farmaci
fuori controllo. Nei primi 9 mesi del 2025 abbiamo speso 18,42 miliardi di euro, superando di 2,85 miliardi il limite fissato (qui). Gli addetti ai lavori la spiegano così: è colpa dei nuovi farmaci costosi e dell’invecchiamento della popolazione, un problema comune ad altri Paesi con un sistema sanitario pubblico. Ma siamo sicuri che lo Stato stia spendendo i nostri soldi con la dovuta attenzione? Perché se si spende male da una parte, mancano poi risorse dall’altra. Una quota rilevante della spesa pubblica per la salute è proprio destinata ai farmaci: il 15,3% del Fondo sanitario nazionale. È quindi cruciale analizzare le decisioni di chi governa questo settore. Ad avere la delega al servizio farmaceutico è il sottosegretario alla Salute Marcello Gemmato, figura di spicco di Fratelli d’Italia e farmacista (qui). Vediamo cosa sta succedendo.
Il nuovo sistema di remunerazione delle farmacie
Prendiamo gli oltre 7.000 farmaci di fascia A, quelli che possiamo ritirare in farmacia con prescrizione medica e che sono gratuiti per gli esenti o si paga un ticket fino a 4 euro. Tra gennaio e settembre 2025 questi farmaci sono costati allo Stato 6,425 miliardi di euro, il 3,2% in più rispetto al 2024. Eppure il consumo è aumentato solo dello 0,2% e i prezzi al pubblico sono rimasti invariati. Allora la domanda è: se le confezioni sono rimaste quasi le stesse perché lo Stato spende 194 milioni di euro in più? (qui).
Da marzo 2024 il governo, per mano del sottosegretario Gemmato, ha modificato il sistema con cui vengono pagate le farmacie. La nuova modalità di remunerazione è stata prevista dalla Legge Finanziaria 2024, comma 225 (qui). Per capire cosa comporta questo cambiamento occorre andare a vedere i margini che il Servizio sanitario nazionale riconosce a chi produce il farmaco, a chi lo porta nelle farmacie e a chi lo vende al cittadino. È un sistema complesso fatto di percentuali, quote fisse, sconti e formule matematiche che stabiliscono quando l’Iva va scorporata e quando va aggiunta. Nei grafici in pagina viene rappresentato il meccanismo, che invece qui semplifichiamo per renderlo più comprensibile. Come vedremo il diavolo si nasconde nei dettagli.
Fino al 2024 le farmacie ricevevano il 30,35% del prezzo al pubblico, con sconti che variavano a seconda del prezzo, come stabiliva la legge 662 del 1996 e successive modifiche (art. 1, comma 40 qui e art. 11 comma 6 qui). Il 66,65% andava al produttore del farmaco e il 3% al grossista che lo distribuisce.
Con la riforma la farmacia riceve il 6% del prezzo del farmaco più una quota fissa che varia da 55 centesimi a 2,50 euro a confezione, a seconda del prezzo del farmaco e del tipo di farmacia (comma 225 qui). Vediamo come cambia il guadagno analizzando tre farmaci con prezzi differenti, e prendendo come riferimento una farmacia con più di 300 mila euro di fatturato e ubicata in una città.
Tre esempi concreti
Una confezione di acido acetilsalicilico, un comune antinfiammatorio, costa 1,41 euro. Fino al 2024 la farmacia guadagnava il 30,35% più l’8% come farmaco generico, meno lo sconto: cioè 50 centesimi. Ora il 6% più 55 centesimi più l’8% come farmaco generico, meno lo sconto: cioè 93 centesimi. Un guadagno dell’86% in più per la farmacia, con un aumento di costo per lo Stato del 31%.
Una confezione di Anastrozolo, farmaco contro la recidiva del tumore al seno, costa 35,80 euro. Fino al 2024 la farmacia guadagnava il 30,35% più l’8% come farmaco generico, meno lo sconto: cioè 12,69 euro. Ora il 6% più 2,50 euro più l’8% come farmaco generico, meno lo sconto: cioè 7,89 euro. Il 38% in meno per la farmacia, e un calo di costo per lo Stato del 14%.
Una confezione di Teriparatide, farmaco per l’osteoporosi, costa 308,51 euro. Fino al 2024 la farmacia guadagnava 26,10 euro, ora 21,26 euro. Il 19% in meno per la farmacia, con un costo per lo Stato in calo del 2%. Tutti i calcoli sono con Iva.
In pratica: più è basso il prezzo del farmaco, e più alto è il margine per la farmacia. Ma è proprio in questa fascia che rientrano le grosse quantità: infatti in Italia il prezzo medio di un farmaco rimborsato è di 9,42 euro. Ed è su questa tipologia che il nuovo sistema riconosce un margine maggiore. Un giochino che in 9 mesi ci è costato i 194 milioni di euro in più. A questo va aggiunto il peso di un’altra riforma.
Cambia il canale di distribuzione
Tra maggio 2024 e luglio 2025, 251 farmaci antidiabetici hanno cambiato canale di distribuzione, come prevede la Legge Finanziaria 2024 al comma 224 (qui). Fino a quel momento venivano acquistati dalle Regioni tramite gare pubbliche, poi distribuiti dagli ospedali, ma anche dalle farmacie per conto delle Asl. In questo secondo caso, al farmacista si pagava solo il servizio di consegna con un rimborso fisso a confezione che cambiava da Regione a Regione: da 4,15 euro dell’Emilia Romagna ai 5,7 della Sicilia, ai 10,38 del Lazio (Rapporto OsMed 2024 qui tabella 2.3.6). Ora è l’Agenzia del farmaco (Aifa) a trattare il prezzo e la farmacia compra e vende direttamente. Anche qui vediamo le ricadute con un esempio.
Il caso delle gliflozine
Il prezzo al pubblico delle glifozine (farmaci antidiabetici) è di 65,62 euro, come da comunicazione Aifa alle Regioni il 17 febbraio. Le Regioni come il Lazio che prima davano alle farmacie 10,38 euro a confezione ora ne pagano 6,69, mentre quelle virtuose come l’Emilia-Romagna hanno dovuto passare dai 4,15 euro a 6,69 poiché questa è la nuova quota fissa che tutte le regioni devono versare.
Entra poi ex-novo il grossista, a cui vanno 2,40 euro a confezione. L’industria farmaceutica invece perde 1,43 euro a confezione (da 28,20 a 26,77 euro), ma è una perdita solo apparente perché ne recupera 3,94 euro che prima doveva restituire allo Stato come payback. Considerando i due sconti importanti che Aifa ha ottenuto, uno del 28,56% e un ulteriore 7%, contrattati con le aziende farmaceutiche per tentare di limitare l’esplosione della spesa con il passaggio alla vendita in farmacia, il guadagno annuo aggiuntivo per l’industria è stimato sui 38,55 milioni di euro. La perdita complessiva per lo Stato, solo per le gliflozine, è di 70,6 milioni di euro all’anno.
Questi calcoli sono fatti in base all’algoritmo presentato dal direttore tecnico-scientifico di Aifa, Pierluigi Russo; la proiezione è invece in base alla vendita di
3,84 milioni di confezioni tra settembre e novembre 2025, come risulta dai documenti di Aifa.
Chi ci guadagna davvero
I cittadini hanno quello che avevano prima. Si potrebbe obiettare che non è vero perché al cittadino viene offerto un servizio in più, cioè quello di ritirare il medicinale nella farmacia sotto casa, invece di andarlo a prendere in ospedale. Ma questo ragionamento trascura un fatto: già prima i cittadini potevano ritirare il farmaco in farmacia attraverso il sistema della distribuzione per conto. Se questo sistema non era abbastanza diffuso, si sarebbe potuto chiedere alle Regioni di estenderlo e rafforzarlo, anziché sostituirlo con un meccanismo che fa esplodere la spesa farmaceutica. Se a questo aggiungiamo la modifica al sistema di retribuzione, la somma finale è all’incirca di 270 milioni di euro l’anno in maggiori guadagni per farmacie, grossisti e industria.
Il Ministero dell’Economia e delle Finanze, che doveva calcolare l’impatto della legge sulla spesa, l’ha bollinata in Finanziaria senza alzare nemmeno un sopracciglio.
La versione ufficiale
Il sottosegretario Gemmato ha dichiarato che con queste modifiche si risparmia. L’Aifa sostiene la stessa linea con dichiarazioni ufficiali di questo tenore: «L’Agenzia ha avviato e concluso la rinegoziazione con le quattro aziende produttrici delle gliflozine, che ha portato a un’importante riduzione dei prezzi, con la stipula di nuovi contratti vincolati al patto di riservatezza, sempre vigente in Italia come in altri Paesi d’Europa. La scontistica ottenuta, unita al risparmio dei non indifferenti costi di gestione degli acquisti centralizzati e della distribuzione dei medicinali da parte delle Regioni, lasciano prevedere al momento un risparmio sulla base dei costi medi nazionali» (qui). Chi avrebbe dovuto battere un colpo, ma non ha fiatato, è la Commissione scientifica ed economica del farmaco, nominata con decreto del Ministro della Salute e composta da 10 membri tra cui il direttore tecnico-scientifico di Aifa, il presidente dell’Istituto Superiore di Sanità, 4 membri designati dal ministro della Salute, un membro designato dal Mef e 3 dalla Conferenza Stato-Regioni. Invece il Ministero dell’Economia e delle Finanze, che doveva calcolare l’impatto della legge sulla spesa, l’ha bollinata in Finanziaria senza alzare nemmeno un sopracciglio.
Milena Gabanelli e Simona Ravizza
(da corriere.it)
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Febbraio 23rd, 2026 Riccardo Fucile
“VEDO IL RISCHIO SU MAFIE, CORRUZIONE, FINANZA OPACA E GRANDI FRODI FISCALI”
La separazione delle carriere? “Una riforma chiusa a ogni confronto parlamentare”. Cercando “gli immediati vantaggi delle prove di forza”. Ignorando che “la Costituzione è un bene comune che deve riflettere un necessario pluralismo”. Soprattutto con una vittima già designata: il futuro pubblico ministero, su cui non incombe solo la riforma, ma “gli espliciti annunci di nuove leggi volte a ridurre le sue prerogative processuali sul cruciale versante dei rapporti con la polizia giudiziaria”.
Giovanni Melillo, Gianni per tutti i colleghi, sceglie una domenica mattina per distruggere, in poco più di due cartelle, spirito e contenuto della riforma che il Guardasigilli Carlo Nordio vende agli italiani come la panacea per la giustizia e che invece, per il procuratore nazionale Antimafia e Antiterrorismo, ne segnerà la tombale catastrofe. Un’intervista istituzionale e tecnica al contempo, affidata alla
rivista giuridica Giustizia insieme, che certo non nasconde la sua propensione per un netto No al futuro referendum.
Da un ufficio come il suo, in quotidiano contatto con le procure di tutt’Italia, Melillo già vede “le pressioni politico mediatiche sistematicamente esercitate per condizionare le indagini più difficili e delicate”, in particolare quelle “sugli accidentati terreni della corruzione politico-amministrativa e dei mercati d’impresa, del riciclaggio delle ricchezze mafiose, della finanza opaca e delle grandi frodi fiscali”. Siamo di nuovo di fronte al tentativo, che fu già di Berlusconi allora premier, di azzerare con una raffica di leggi, le inchieste contro l’apparato di potere politico ed economico. E sarà un gioco facile perché “il rischio di un progressivo indebolimento del ruolo processuale e della stessa immagine del pm” è già in atto. Due Csm deboli, composti da magistrati sorteggiati, non avranno di certo la forza di reggere e fare da scudo.
Le sei risposte ad altrettante domande sono un profondo allarme per il futuro della giurisdizione. A partire da una legge, “per di più riferita all’ordinamento della Repubblica”, chiusa a qualsiasi emendamento, portata in piazza con una campagna referendaria che Melillo vede segnata “da acrimonia e palesi tentativi di strumentalizzazione politica”, in cui si manifesta l’intenzione “di chi apertamente rivendica la necessità di riduzione dei poteri di controllo e di garanzia propri della giurisdizione e in particolare dei poteri di direzione delle indagini del pubblico ministero”
Sì, certo, Gianni Melillo, pm prima a Napoli e poi procuratore di quella città, oggi al vertice dell’ufficio creato da Giovanni Falcone, con cui aveva fondato la corrente del Movimento Giustizia (una di quelle che Nordio etichetta come “paramafiose”), è in grande allarme per il destino del pm. Lo preoccupa “il rischio di un progressivo indebolimento del suo ruolo processuale e della sua immagine”. Per questo la riforma Nordio è “impossibile da condividere”, gestita con un metodo che “appare contraddire la stessa natura di un’architettura costituzionale delicata e preziosa per tutti”. Invece di “ricercare il dialogo”, si sono visti solo “gli immediati vantaggi delle prove di forza”, alla faccia di una Costituzione intesa come “bene comune che deve armonicamente riflettere un necessario pluralismo dei contributi di riflessione e proposta”.
Una riforma che merita “un giudizio negativo” per le soluzioni “largamente inadeguate e forzate” per il Csm, che prefigurano “contraddizioni e criticità assai gravi”. Melillo vede “neanche troppo in lontananza ulteriori profili di rischio per la sorte della condizione spirituale della magistratura, per lo statuto identitario del magistrato”. A preoccuparlo sono quei due futuri Csm, composti da magistrati sorteggiati, che produrranno “inevitabili processi di ripiegamento burocratico e micro corporativo delle visioni e delle prassi organizzative”. Si apre la via alla “deresponsabilizzazione istituzionale”.
(da ilfattoquotidiano.it)
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Febbraio 23rd, 2026 Riccardo Fucile
NELLA SETTIMANA APPENA CONCLUSA, QUESTA MESCOLANZA DI TEMI, COL REFERENDUM COME INGREDIENTE MARGINALE (SEMBRA QUESTA LA LINEA EDITORIALE MEDIASET), CONSENTE DI MANTENERE UNA MEDIA D’ASCOLTI STABILE
A un mese dal voto referendario sulla separazione delle carriere di giudici e magistrati, il
dibattito inizia a prendere forma in televisione, con in prima linea i talk politici della sera: per questi non è facile trovare la chiave giusta per affrontare un tema percepito come «tecnico» e complesso. Mantiene la palma del programma più seguito nel genere 8 e mezzo, con una media, dall’inizio dell’anno, di 1,7 milioni di spettatori medi e oltre l’8% di share.
Nel corso della settimana, la predominanza del tema referendario ha allontanato qualche spettatore (7,7% di share medio), tranne nella puntata di giovedì (ospiti di Lilli Gruber Massimo Cacciari, Annalisa Terranova e Alessandro De Angelis), con un dibattito acceso seguito da 1.750 mila spettatori medi (8,2% di share).
Il dirimpettaio Paolo Del Debbio, sempre in access prime time, dedica nella settimana porzioni limitate di programma al tema referendario, mescolandole con questioni di cronaca.
Dall’inizio dell’anno 4 di sera è seguito da 930 mila spettatori medi e il 4,4% di share. Nella medesima settimana analizzata, quella appena conclusa, questa mescolanza di temi, col referendum come ingrediente marginale (sembra questa la linea editoriale Mediaset), consente di mantenere una media d’ascolti stabile.
Passando al prime time, mantiene la leadership diMartedì (1,4 milioni di spettatori dall’inizio della stagione, 8,5% di share), con l’ultima puntata, molto «referendaria», che raccoglie 1.360.000 spettatori medi (8,3% di share).
In controtendenza Corrado Formigli, che fa registrare 895 mila spettatori medi (6,5% di share) con l’ultima puntata dedicata alle conseguenze politiche del referendum (la media di share nella stagione è del 6%).
Come si spiegano queste variazioni, per quanto minime? Il caso di Piazzapulita è emblematico per capire qualcosa di più: la platea di Formigli è qualificata (11% di share fra i laureati, 10% nella classe socioeconomica alta); inoltre il tema referendario, ostico per la tv, diventa più trattabile se letto in una prospettiva fortemente politica. Nelle prossime settimane capiremo se questa sarà la direzione del dibattito.
(da agenzie)
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