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SENZA REGOLE NON ESISTE ORDINE: LA DESTRA VERA DOVREBBE SAPERLO

Febbraio 25th, 2026 Riccardo Fucile

DIRE CHE LE FORZE DELL’ORDINE NON DEVONO ABUSARE DELLA LORO DIVISA NON SIGNIFICA ESSERE “CONTRO I POLIZIOTTI”, SIGNIFICA PROTEGGERLI DA CHI SPECULA SU DI LORO

Forse perché non sono affiliato a cosche mafiose, non rapino banche, non importo stupefacenti, ovviamente anche io sto con la Polizia (e con i Carabinieri, la Guardia di Finanza, la Polizia Ferroviaria, la Guardia Forestale, la Guardia Costiera, eccetera). E credo che nessuno si consideri nemico di queste donne e uomini in divisa, eccezion fatta per i nostri fratelli che sbagliano: i criminali.
Dunque, ogni dichiarazione enfatica favorevole alle forze dell’ordine, e contraria al crimine, è prima di tutto pleonastica. Come dire “io sono favorevole alla salute”, o “sono contrario agli incidenti stradali”. È una cosa che praticamente tutti pensano. Perché dirla, allora? Perché l’apparente ovvietà, però declamata con grande enfasi polemica, lascia intendere che “altri” siano invece contro la Polizia. Che tramino per indebolirla, lordarne l’immagine, colpirla.
La banale realtà è che la questione “ordine pubblico” è, nell’opinione comune, tra le più condivise. L’ordine piace alla stragrande maggioranza della popolazione: di ogni idea politica. E il suo mantenimento viene considerato un diritto e un dovere dello Stato. Ma entro regole, leggi e limiti che sono essi stessi costituenti dell’ordine (non esiste ordine senza regole: nessuno meglio della destra politica, per storia e convincimenti, dovrebbe saperlo).
E dunque dire che le forze dell’ordine non devono usare violenza se non costrette da evidenti emergenze, né abusare della loro divisa, non solo non significa essere “contro i poliziotti”. Al contrario, significa proteggerli: soprattutto da chi specula su di loro per confondere le idee e raggranellare qualche voto.
(da Repubblica)

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LA DEMOCRAZIA ANNEGATA

Febbraio 25th, 2026 Riccardo Fucile

OGNI GOCCIA BUCA LA PELLE DEL NOSTRO ORDINAMENTO

Cade goccia a goccia, senza troppo rumore. Ma ogni goccia buca la pelle del nostro corpo collettivo, la scalfisce, la ferisce. La pioggia è acida, cattiva. Il corpo è quello generato ottant’anni fa dai costituenti. Le gocce formano uno stillicidio d’episodi che minano le fondamenta del nostro vivere comune.
Primo: il Board of peace che s’è inventato Donald Trump. Un club pay-to-pay, giacché per aderirvi ciascuno Stato deve sborsare un miliardo di dollari. E in cui Trump è presidente a vita, decide chi invitare alla sua mensa, può porre il veto su ogni decisione. Insomma, una sorta di Onu privata, che nelle intenzioni — e nelle dichiarazioni esplicite del suo padre padrone — vuole sostituirsi alle Nazioni unite, o quantomeno sorvegliarne l’operato, metterlo sotto tutela. Vi hanno aderito 27 Paesi, su 62 che erano stati invitati. Unici europei: l’Ungheria e la Bulgaria.
E l’Italia? Purtroppo c’è un impiccio: l’articolo 11 della Costituzione, che ammette limitazioni della nostra sovranità nazionale, però soltanto «in condizioni di parità con altri Stati». Non è questo il caso, nel Board c’è un conte e molti maggiordomi. Senza dire che la cessione di sovranità può giustificarsi — sempre a norma dell’articolo 11 — in favore di organizzazioni internazionali che assicurino la pace e la giustizia. Qui, a occhio e croce, si tratta d’assicurare un business, la ricostruzione di Gaza. E di farlo a scapito della massima organizzazione internazionale, che rimane l’Onu. Sarà per questo che perfino il Vaticano, bandiera della pace nel mondo, ha respinto l’invito. Noi invece abbiamo scelto una soluzione pilatesca: partecipiamo, ma come «osservatori». Un ruolo da guardoni, che a conti fatti legittima il Board e delegittima l’articolo 11 della Costituzione.
Secondo: la riforma della giustizia. Riscrive 7 articoli della Costituzione; quindi non si può predicarne l’incostituzionalità, divenendo — essa stessa — Costituzione. Sicuro? Dice (direbbe, se passa il referendum) il nuovo articolo 105 della Carta, istituendo l’Alta Corte disciplinare: contro le sue decisioni «è ammessa impugnazione soltanto dinanzi alla stessa Alta Corte». Una singolarità giuridica, dato che l’appello viene proposto davanti al medesimo giudice che ha deliberato la sentenza. Nonché un conflitto con altre norme costituzionali, che restano vigenti. L’articolo 102, che vieta d’istituire giudici speciali (qual è invece l’Alta Corte). L’articolo 111, che riconosce il diritto di ricorrere in Cassazione, con l’unica eccezione delle sentenze dei tribunali militari in tempo di guerra. Tecnicamente, si tratta d’una «rottura della Costituzione», provocata dalla simultanea vigenza di due
norme costituzionali antitetiche. A meno che l’Alta Corte non dichiari guerra ai magistrati.
Terzo: l’abuso del diritto penale. Con il governo Meloni è tutta una giostra di castighi, di pene, di divieti. Per dirne una, l’ultimo (anzi ormai il penultimo) decreto sicurezza introduce 14 nuovi reati e 9 aggravanti. È l’uso “simbolico” della norma penale: serve a gonfiare i muscoli, a mostrare agli elettori quanto siano potenti i loro governanti. C’è un articolo della Costituzione che lo vieta? No, ma c’è una direttiva: quella illustrata in una celeberrima sentenza della Corte costituzionale (n. 364 del 1988). Lo Stato — scrisse in quell’occasione la Consulta — ha il dovere di rendere «riconoscibili» le norme penali, per non sorprendere la buona fede dei cittadini; e ciò «rinvia alla necessità che il diritto penale costituisca davvero la extrema ratio di tutela della società». Ma non è così, non più.
Potremmo moltiplicare in lungo e in largo questi casi. Potremmo aggiungervi i delitti in corso d’opera, i prossimi misfatti. Per esempio le intese appena approvate dal Consiglio dei ministri con 4 Regioni guidate dalla destra: danno gambe all’autonomia differenziata, tagliano le gambe alla Consulta, che nel dicembre 2024 aveva smontato la riforma. Per esempio la nuova legge elettorale: a quanto pare donerà un premio in seggi del 15 per cento a chi ottiene il 40 per cento dei voti, con buona pace della rappresentatività del Parlamento. Ma una goccia dopo l’altra, la democrazia italiana finirà annegata.
Michele Ainis
(da repubblica.it)

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ROGOREDO, LA “LA BOTTA DI CULO” DIVENTA UNO SPOT PER IL NO

Febbraio 25th, 2026 Riccardo Fucile

TEMEVAMO LE AZIONI VIOLENTE DELL’ICE E INVECE A SPARARE A UN PUSHER DISARMATO E’ STATO UN NOSTRO AGENTE

Insomma: temevamo azioni violente da parte degli sparatori dell’Ice, la milizia di esaltati armati da Trump, soggiornanti tra Milano e Cortina al seguito delle squadre statunitensi in gara alle Olimpiadi, e invece a sparare alla tempia a un pusher 28enne disarmato in un boschetto di Rogoredo, come ha scoperto un pm facendo ciò che secondo le voci più autorevoli del governo era del tutto inutile fare, cioè indagare, è stato un nostro tutore dell’ordine.
Un figlio del popolo, stando alla ormai abusata definizione di quel povero Pasolini la cui salma viene riesumata dalla destra ogni volta che c’è da difendere a prescindere un poliziotto, vuoi quando manganella studenti che manifestano per la Palestina, vuoi quando abbatte a sangue freddo un extracomunitario.
La realtà non poteva inventare uno spot più efficace a favore del No al referendum e a sfavore delle altre riforme repressive in cantiere: per fortuna le forze dell’ordine ancora non hanno nessuno scudo penale, per fortuna i pm ancora non danno retta al governo su chi e come indagare (Meloni, Salvini e l’avvocato Bignami avevano già chiuso il caso prima che il cadavere fosse chiuso nel sacco dell’obitorio), per fortuna la messinscena della finta pistola-giocattolo accanto al corpo esanime del giovane è stata smentita dai colleghi del killer, quando ormai mentire per difendere un violento, uno che a quanto risulta chiedeva il pizzo agli spacciatori e veniva chiamato “Thor” perché girava con un martello, sarebbe stato oltremodo stupido e autolesionista. Cioè, i 4 poliziotti indagati per favoreggiamento e omissione di soccorso sono stati più saggi dei nostri governanti, che non hanno esitato a “metterci la faccia” pur di cavalcare quella che deve essergli sembrata una gran botta di culo: uno straniero di pelle scura che spaccia e punta la pistola contro un
poliziotto, il quale si difende e viene pure indagato dai pm zecche rosse e anti-governative
Ora Giorgia, la figlia del popolo, si duole molto perché “se quanto ipotizzato trovasse conferma nel seguito delle indagini” (perché può sempre darsi che le indagini parallele di un Galeazzo Bignami rivelino che il pusher aveva una bomba a mano nel marsupio), ci ritroveremmo davanti a un fatto gravissimo, un tradimento nei confronti della Nazione, della dignità e onorabilità delle nostre forze dell’ordine”, parole altisonanti e robustamente fasce che non lasciano spazio a un briciolo di rincrescimento per la vita di 28enne giustiziato fra le sterpaglie.
Viene da chiederle: scusa Giorgia, ma il morto? Una parola per la famiglia? Niente: Meloni – che giorni fa è andata al capezzale di un poliziotto colpito alla manifestazione di Torino a tenergli la mano perché orrendamente sfigurato da un collarino – prova “profonda rabbia all’idea che l’operato di chi tradisce la divisa possa sporcare il lavoro di tantissimi uomini e donne che ogni giorno ci proteggono e difendono la nostra sicurezza, con abnegazione sacrificio e senso delle Istituzioni”, quello che non hanno avuto lei i suoi colleghi di governo commentando a caldo un fatto di cronaca nera per trasformarlo in un fatto politico a loro favore. E il morto ammazzato in fondo era un migrante, cioè niente; anzi, è ora di far finire la pacchia per questi immigrati che vengono a farsi sparare dai nostri poliziotti.
Come tutti i politici con un talento per la cialtroneria, adesso Salvini chiede per l’agente il doppio della pena (dallo scudo penale alla legge marziale), sempre perché ha leso l’onore, la dignità, la divisa e le altre figure astratte del codice autoritario-machista, mica perché non si sopprimono gli immigrati per strada. Basterebbe applicare le leggi e la Costituzione, ciò che infatti costoro vogliono impedire alla Magistratura di fare.
(da ilfattoquotidiano.it)

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UNA LEGGE ELETTORALE CHE PORTERA’ SOLO GUAI

Febbraio 25th, 2026 Riccardo Fucile

SI SPERA NELLA MORAL SUASION DEL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA

Esistono paesi, come quelli scandinavi, il Benelux, la Germania dal 1949 e altri che, adottata una legge elettorale (proporzionale) all’inizio del loro percorso democratico, non l’hanno cambiata, procedendo, se del caso, a piccoli aggiustamenti. La continuità elettorale è un buon principio e ha valore.
Con una delle varianti possibili delle leggi proporzionali, nell’Italia repubblicana, si sono eletti i parlamenti per undici legislature dal 1948 al 1994. Riformata quella legge, la prima volta sulla spinta di un referendum popolare, in senso maggioritario (il giustamente famoso Mattarellum utilizzato tre volte), è successo di tutto con ciascuna maggioranza parlamentare che ha tentato di salvarsi e riprodursi con una legge apposita.
Insomma, la ricerca era indirizzata non a una legge elettorale per un parlamento in grado di dare buona rappresentanza politica ai cittadini e di dare vita a un buon governo, ma che avvantaggiasse chi la scriveva. Da un lato, le carenze tecniche degli improvvisati riformatori, dall’altro, i mutamenti delle preferenze degli elettori hanno frustrato (dovrebbe servire da lezione) le aspettative particolaristiche.
Orizzonte Quirinale
Da qualche tempo sembra che nel centrodestra, fino al suo vertice, si sia affacciato il dubbio che, mantenendo la legge vigente che porta il nome dell’onorevole Ettore Rosato, rischierebbero di perdere le elezioni prossime venture.
Non importa che questi calcoli siano alquanti aleatori (in buona misura finora smentiti dai sondaggi) e prematuri. Conta il desiderio di mettere al sicuro la vittoria elettorale per «continuare il lavoro» nella prossima legislatura e, magari, eleggersi finalmente un/una presidente della Repubblica di destra.
Se l’attuale maggioranza rimane compatta, come ha fatto finora, potrà ottenere quello che vuole. Quindi, il compito delle opposizioni e dei commentatori consiste nel mettere in evidenza che la faziosità delle proposte va scapito delle possibilità di scelta e del potere dell’elettorato e che si intravvedono all’orizzonte alcune importanti criticità.
Se vi saranno liste di partito per assegnare una (in)certa percentuale di seggi, l’unico modo per dare potere agli elettori è consentire loro di esprimere un voto di preferenza. Nei collegi uninominali è ora di introdurre il requisito di residenza. Se l’elettore avrà due voti: uno per la candidatura nel collegio uninominale e uno per il partito nella circoscrizione bisogna consentire il voto disgiunto che esprime approvazione/disapprovazione per l’uno o per l’altra. Quando esisterà un testo, le osservazioni potranno essere più puntuali e i suggerimenti di alternative preferibili saranno più precisi.
L’ombra del premierato
Quel testo sarà comunque difficilissimo da scrivere se Giorgia Meloni ha intenzione di procedere con il disegno di legge costituzionale “Norme per l’elezione diretta del presidente del Consiglio dei ministri”. Infatti, non è ancora stato precisato se quella elezione sarà a turno unico (chi ha più voti, maggioranza relativa, vince) o a doppio turno (modalità altrove largamente prevalente e che assicura la maggioranza assoluta dei votanti).
Soprattutto, non sappiamo quale dovrebbe essere il premio in seggi assegnato al vincitore. Però, è evidente che il premierato non sarebbe soltanto la fine della democrazia parlamentare italiana come l’abbiamo conosciuta, ma implicherebbe anche lo stravolgimento del parlamento, della sua rappresentatività e di alcuni dei suoi compiti, a cominciare da quello del controllo sull’operato del governo.
Per sventare grossi guai/guasti costituzionali si può fare certo affidamento, ma entro limiti piuttosto ristretti, sulla moral suasion del presidente della Repubblica che se ne intende. La giurisprudenza in materia della Corte costituzionale mi è finora parsa timida e insicura, non sempre all’altezza. Meglio sarebbe se qualcuno nell’opposizione si mettesse rumorosamente all’opera per formulare una legge elettorale che combini buona rappresentanza politica con opportunità di formazione
di governi stabili. Guardando ai sistemi politici europei se ne trovano esemplari apprezzabili, imitabili, cum grano salis adattabili. E allora?
(da editorialedomani.it)

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PUTIN HA GIÀ LE SUE BASI IN EUROPA: LE SPIE RUSSE STANNO COMPRANDO PROPRIETÀ IN EUROPA COME “CAVALLI DI TROIA” DA CUI SCATENARE UNA CAMPAGNA COORDINATA DI SABOTAGGI

Febbraio 25th, 2026 Riccardo Fucile

LO SCOOP DEL “TELEGRAPH”: LE AGENZIE DI SPIONAGGIO DI MOSCA HANNO ACQUISITO VILLE ESTIVE, BAITE, SCUOLE ABBANDONATE, APPARTAMENTI E INTERE ISOLE VICINE A BASI MILITARI EUROPEE, E LE STANNO RIEMPIENDO DI ARMI ED ESPLOSIVI DA ATTIVARE IN CASO DI CRISI … IL CASO DELL’ISOLA DI SAKKILUOTO IN FINLANDIA E L’ITALIA: SONO STATE SEGNALATE ACQUISIZIONI RUSSE VICINO A BASI NAVALI IN SICILIA

Spie russe hanno trasformato proprietà in tutta l’Europa occidentale in una rete di “cavalli di Troia” progettata per scatenare una campagna coordinata di sabotaggi, hanno avvertito funzionari dell’intelligence.
Sfruttando quadri giuridici deboli, unità clandestine russe sono sospettate di aver acquistato immobili sensibili in prossimità di siti militari e civili in almeno una dozzina di Paesi europei
Determinate ad intensificare la loro “guerra ibrida” contro l’Occidente, le agenzie di spionaggio russe avrebbero acquisito case estive, baite per vacanze, magazzini, scuole abbandonate, appartamenti cittadini e persino intere isole con l’intenzione di utilizzarli come piattaforme di lancio per operazioni coordinate di sorveglianza, sabotaggio e attacchi coperti.
Ufficiali in servizio ed ex funzionari di tre agenzie di intelligence europee hanno dichiarato al Telegraph di temere che la Russia possa aver già collocato esplosivi, droni, armi e agenti sotto copertura in alcuni di questi siti, pronti ad essere attivati in caso di crisi.
Gli atti di sabotaggio collegati a Mosca – che spaziano da attacchi incendiari a Londra e Varsavia a pacchi bomba, complotti di assassinio e tentativi di deragliamento ferroviario – sono aumentati vertiginosamente dall’invasione russa dell’Ucraina quattro anni fa. Alcuni nella comunità dell’intelligence occidentale temono che questi episodi possano essere poco più che “prove generali”.
Anziché lanciare un assalto militare convenzionale, affermano funzionari dell’intelligence, il Cremlino potrebbe cercare di testare la determinazione della Nato nella “zona grigia”, inscenando attacchi negabili su scala più ampia per paralizzare trasporti, comunicazioni e reti energetiche, complicando al contempo qualsiasi invocazione della clausola di difesa collettiva dell’Articolo 5 dell’alleanza.
La Gran Bretagna è considerata vulnerabile a un simile attacco. Sebbene siano state indagate acquisizioni immobiliari sospette vicino alla sede dell’MI6 a Vauxhall, nel centro di Londra, e all’ambasciata degli Stati Uniti a Nine Elms, esperti di sicurezza e alcuni politici temono che la Russia possa aver acquisito – o cercherà di acquisire – proprietà remote con vista sulla base dei sottomarini Trident a Faslane, nella Scozia occidentale, o sui punti di approdo dei cavi sottomarini nelle Shetland. Vi sono inoltre timori che russi possano aver acquistato case nei dintorni della RAF Akrotiri a Cipro.
Gli Stati europei sono ora invitati a seguire l’esempio della Finlandia, che a luglio ha imposto un divieto quasi totale ai cittadini russi e bielorussi di acquistare immobili, innescando una reazione a catena negli Stati baltici che hanno adottato legislazioni simili.
Pochi altri Paesi europei si sono spinti così lontano, tuttavia, e vi sono preoccupazioni che la Gran Bretagna resti vulnerabile a causa di lacune nella proprietà, anche dopo aver rafforzato le regole sulla trasparenza.
La prudenza finlandese affonda le radici nell’esperienza. È ampiamente considerata dai funzionari dell’intelligence come l’epicentro di una strategia clandestina russa volta ad acquisire proprietà situate in posizioni strategiche – un modello che Mosca si ritiene stia ora replicando in tutta Europa.
Nessun caso ha allarmato le autorità finlandesi più di Airiston Helmi, una società che ha silenziosamente acquisito 17 proprietà intorno al Mare dell’Arcipelago, molte delle quali vicine a rotte marittime chiave e infrastrutture di telecomunicazione nei pressi del porto di Turku, sede dell’industria marittima e del comando navale finlandese.
La più sorprendente era l’isola di Sakkiluoto. La mattina del 22 settembre 2018, i residenti oltre il canale osservarono increduli elicotteri e motoscafi che sbarcavano centinaia di commandos mimetizzati sull’isola.
Ciò che gli investigatori trovarono fu straordinario. La proprietà disponeva di nove moli, un eliporto, telecamere di sicurezza e sensori di movimento, reti mimetiche e edifici simili a caserme, ciascuno dotato di parabole satellitari e attrezzature di comunicazione avanzate.
La Finlandia scelse di non antagonizzare direttamente Mosca, incriminando il proprietario russo della società, Pavel Melnikov, per frode. L’anno scorso gli è stata inflitta una condanna con sospensione della pena. Il governo russo ha respinto i sospetti di spionaggio, con l’ex presidente Dmitry Medvedev che ha sostenuto che solo una “mente malata” potesse trarre simili conclusioni. I politici finlandesi furono meno convinti, osservando che Airiston Helmi aveva anche acquistato mezzi da sbarco in surplus dalla marina del Paese.
Dall’invasione dell’Ucraina nel 2022, affermano i funzionari, la Russia avrebbe in gran parte abbandonato progetti così grandiosi, concentrandosi invece sul replicare Airiston Helmi “in miniatura ma su larga scala”, trasformando centinaia, forse migliaia, di edifici altrimenti anonimi in tutta Europa in postazioni d’ascolto, case sicure e potenziali depositi di armi
Alcuni sono apertamente di proprietà dello Stato russo, sebbene destinati a scopi apparentemente benigni. I governi occidentali hanno iniziato a chiuderne diversi. La Polonia ha chiuso il consolato russo a Danzica lo scorso novembre, mentre la Gran Bretagna ha revocato lo status diplomatico a una tenuta di proprietà russa nell’East Sussex l’anno precedente, dopo che i vicini avevano segnalato il lancio di droni di sorveglianza dalla proprietà.
La Lettonia ha chiuso resort di epoca sovietica lungo la sua costa baltica per timore che potessero essere utilizzati come base per operazioni coperte
Più difficili da monitorare sono i numerosi immobili di proprietà di individui e società russe. In Norvegia, baite collegate a figure vicine al Cremlino sorgono vicino a siti militari sensibili nell’Artico. Tra queste vi sono abitazioni a Målselv Fjellandsby, con vista sulla base aerea di Bardufoss a Troms, una delle più importanti basi militari del Paese, dotata di hangar montani per proteggere gli F-35 lì schierati.
La Chiesa ortodossa russa – da tempo considerata dalle agenzie di intelligence occidentali strettamente allineata al Cremlino – ha acquisito proprietà vicino a basi navali e installazioni radar in Norvegia e Svezia, suscitando preoccupazioni di sicurezza.
Al di fuori della regione nordica, le agenzie di intelligence europee hanno segnalato acquisizioni legate alla Russia vicino a basi navali e vie d’acqua strategiche in Sicilia, a Creta e nella Grecia continentale, nonché in prossimità di siti sensibili a Londra, Parigi e Ginevra.
La Svizzera sta emergendo come motivo di particolare preoccupazione. Funzionari dell’intelligence affermano che operativi russi hanno utilizzato proprietà vicino a un istituto federale di protezione chimica che indagava sugli avvelenamenti di Salisbury per intercettare reti Wi-Fi e tracciare esperti di armi. È stato inoltre segnalato un aumento degli acquisti russi in villaggi vicino al Large Hadron Collider, nei pressi di Ginevra, alimentando timori di potenziali sabotaggi a linee elettriche e cavi dati.
Le agenzie di sicurezza affermano che vi sono crescenti prove che la Cina stia perseguendo una strategia simile – sebbene più limitata.
“La Russia lo fa da tempo, ma non è solo la Russia”, ha dichiarato Minna Ålander dello Stockholm Centre for Eastern Europe Studies, citando l’acquisto cinese di un hotel vicino a infrastrutture militari sensibili, tra cui una base aerea in Svizzera destinata a ospitare jet F-35. Sotto pressione degli Stati Uniti, l’esercito svizzero ha acquisito la proprietà nel 2024.
“Ora abbiamo una maggiore consapevolezza dell’esistenza di uno schema, ma penso che in Europa siamo ancora in una fase piuttosto iniziale di comprensione di questa strategia e di cosa fare al riguardo”, ha aggiunto Ålander.
Gli obiettivi della Cina, affermano i funzionari, sono più concentrati sulla sorveglianza a lungo termine. Posizionandosi vicino a rotte in fibra ottica, centri dati e nodi di comunicazione, Pechino mira a raccogliere dati cifrati oggi, partendo dal presupposto che in futuro parte di essi possa diventare leggibile con l’avanzare della tecnologia informatica.
Le ambizioni della Russia sono più immediate e più pericolose. I funzionari dell’intelligence avvertono che non si sta solo preparando a spiare, ma anche a colpire, potenzialmente lanciando attacchi coordinati con droni o sabotaggi da proprietà pre-posizionate in una futura crisi.
Non sarebbe troppo difficile, ha osservato Salonius-Pasternak, inviare operativi russi mascherati da gruppo di addio al celibato in una proprietà presentata come resort – come il covo di Sakkiluoto di Airiston Helmi – dove siano state occultate armi.
“Se avessi parlato così 15 anni fa, la gente avrebbe detto che hai visto troppi film di Tom Cruise”, ha detto Salonius-Pasternak. “Questo è cambiato. Come abbiamo visto in Ucraina, tendono a esserci molte operazioni prima che inizi la grande guerra.
Nonostante la portata della minaccia, gli analisti temono che gli Stati europei non stiano reagendo abbastanza rapidamente. Mentre Lettonia, Lituania e Norvegia hanno rafforzato i controlli ed Estonia prevede di introdurre restrizioni quest’estate, una proposta di divieto a livello UE sulla vendita di immobili ad acquirenti russi è fallita l’anno scorso a causa della resistenza di Stati preoccupati per le ricadute economiche.
Cipro, in particolare, avrebbe sollevato obiezioni, nonostante una serie di acquisizioni immobiliari legate a Mosca vicino a basi britanniche sull’isola.
Il risultato, avvertono gli esperti, è un mosaico di leggi pieno di punti ciechi,
aggravato dalla riluttanza delle agenzie di intelligence a condividere dati sensibili oltre confine.
“Finché il controspionaggio rimarrà nazionale, non riuscirà ad affrontare una minaccia che attraversa ogni confine nazionale in Europa”, ha dichiarato un funzionario della sicurezza.
(da telegraph.co.uk/)

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LA METAMORFOSI DI MELONI

Febbraio 25th, 2026 Riccardo Fucile

QUANDO IL POTERE SVELA LE CONTRADDIZIONI DEL SOVRANISMO DA ACCATTONI

In principio era la lotta agli “infami”. Poteri forti, traditori, sistema. Erano i tempi dei comizi incendiari, urlati con le vene a fior di pelle. Poi è arrivato il 2022 e la realtà ha bussato a Palazzo Chigi, scatenando nella nostra incendiaria una serie di epifanie a catena.
Ha scoperto, ad esempio, che i decreti legge d’urgenza e il voto di fiducia sono strumenti meravigliosi per decidere senza l’impiccio del Parlamento (ma Conte coi Dpcm in epoca Covid era un criminale). Ha capito che le accise e le tasse, un tempo ‘pizzo di Stato’, servono a pagare gli stipendi, compreso il suo. Ha rivalutato i poteri forti: quelli emersi dai file dell’archivio Epstein, con Bannon & C. impegnati a scardinare l’Europa, non si toccano. Perfino i pilastri della sua identità si sono sgretolati davanti alla convenienza: l’essere madre si è fermato ai confini geopolitici, permettendole di tacere sui bambini di Gaza, mentre l’essere cristiana pare non contare davanti ai bombardamenti degli asili, degli ospedali e degli edifici cristiani in Palestina.
Ma la scoperta più amara dev’essere stata la fallacia del sovranismo. Il termine suona bene: evoca indipendenza, petto in fuori, testa alta e tricolore al vento. In ‘Sovranistan’ siamo forti, bastiamo a noi stessi e possiamo permetterci di essere autoreferenziali; nel mondo reale invece, se Trump arriva gridando “America first”, ti devi piegare e dire che i dazi sono un’opportunità.
Siamo di fronte a un esperimento unico: la sovrapposizione quantistica di due Meloni diverse. All’estero sfila la statista pacata e gioviale che sorride ai giganti. Appena ritorna nel patrio suolo, cambia maschera e riprende l’esercizio del potere: delegittimazione del dissenso, manganellate agli studenti, disprezzo e risposte piccate per la stampa non sono segni di forza, ma lo specchio della sua impotenza fuori dai confini.
Come si regge il castello? Con la sindrome da accerchiamento, che le permette, nonostante la sempre maggior somiglianza con Draghi, di continuare a mostrarsi ai suoi come se fosse ancora in trincea insieme a loro: uno stato di perenne allerta contro il nemico.
In questa costante “mobilitazione contro”, oggi il nemico è la Magistratura. Il potere legislativo è già esautorato: 108 voti di fiducia da inizio legislatura parlano da soli. Ora è il turno dell’altro incomodo, perché se vivi la politica come esercizio di volontà assoluta, un potere indipendente che applica le leggi e non i desiderata del governo è un’anomalia da correggere.
Licio Gelli diceva “la magistratura deve essere un ordine, non un potere: il potere è del governo”. Oggi il venerabile arrossirebbe di fronte a cotanta riforma: il suo piano realizzato sotto le mentite spoglie di una giustizia migliore. La realtà è molto più semplice: nella degenerata idea di democrazia che i nostri condividono coi neri antenati, chi comanda non rende conto a nessuno.
(da Il Fatto Quotidiano)

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FACEVANO LA CRESTA SUI FONDI UE, CHIESTO L’ARRESTO DI 16 TRA DOCENTI UNIVERSITARI E RICERCATORI ITALIANI: “SI COMPRAVANO TV E CELLULARI”

Febbraio 25th, 2026 Riccardo Fucile

LE TANGENTI PER OTTENERE SMART TV E PC… LO SPECCHIO DI UN PAESE SENZA DIGNITA’ DOVE NON SI SALVA PIU’ NESSUNA CATEGORIA

La Procura Europea (Eppo) ha chiesto l’arresto di 16 persone tra docenti universitari, ricercatori e insegnanti, insieme a manager e dipendenti di società informatiche. Le accuse sono di corruzione propria e turbata libertà nel procedimento di scelta del contraente. L’indagine, coordinata dai pm dell’Eppo Gery Ferrara e Amelia Luise, riguarda la Sicilia e la Campania.
Appalti pilotati in cambio di un «tesoretto» per acquisti personali
Secondo la ricostruzione degli inquirenti, i docenti coinvolti avrebbero fatto in modo che gli enti pubblici presso cui lavoravano affidassero forniture di beni e servizi informatici a società predeterminate. In cambio, avrebbero ricevuto un «tesoretto» utilizzato per acquistare cellulari, smart tv e computer destinati a uso personale o regalati a familiari e conoscenti. La maxi indagine partita da Palermo tre anni fa con l’arresto di una preside del quartiere Zen, scoperta a fare la cresta sul cibo della mensa scolastica e pronta a imporre alla sua scuola di acquistare pc e tablet dalla R-Sore, società di informatica, in cambio di cellulari di ultima generazione e regali per sè e i suoi familiari. Grazie alle rivelazioni di una dipendente della s.p.a complice, Alessandra Conigliaro, i pm hanno allargato
l’indagine e hanno scoperto che il caso della dirigente palermitana (che nel frattempo ha patteggiato) era tutt’altro che isolato.
Chi sono gli indagati: docenti universitari, ricercatori e manager di società IT
Il provvedimento coinvolge figure provenienti dal mondo accademico e scolastico da un lato e dal settore delle forniture informatiche dall’altro. I 16 destinatari delle richieste di arresto ricoprono ruoli diversi, docenti, ricercatori, insegnanti, mentre sul versante privato figurano dirigenti e dipendenti delle società che avrebbero beneficiato degli affidamenti pilotati. Tra i docenti indagati: Corrado Leone del Centro Nazionale di Ricerca di Napoli e di Portici, Luigi Cembalo e Roberto Freda, rispettivamente professore ordinario presso il dipartimento di Scienze Agrarie dell’università di Napoli “Federico II” e assistente ricercatore dello stesso ateneo; Luciano Airaghi, responsabile del centro di formazione dell’Its fondazione Minoprio; Carlo Palmieri, presidente dell’Its Academy di Napoli ed Enrico Cafaro, docente del dipartimento di Scienze Economiche e Statistiche della Federico II.
L’inchiesta si concentra su due regioni del Mezzogiorno, Sicilia e Campania, dove sarebbero stati dirottati fondi di provenienza europea attraverso il sistema di appalti truccati. La competenza della Procura Europea sul caso deriva proprio dalla natura comunitaria delle risorse finanziarie coinvolte.
La R-Store e le ipotesi degli inquirenti
Al centro dell’indagine c’è la R-Store Spa, un’azienda Apple Premium Reseller, con sede a Napoli e con più di 32 punti vendita in Italia impegnata nello sviluppo digitale, attraverso la fornitura di beni e servizi di formazione a scuole e ad enti universitari. La società si avvaleva di uno specifico team costituito da diversi referenti che facevano capo a Mario Piacenti, tra gli indagati, e intrattenevano relazioni con numerosi istituti pubblicizzando l’azienda e cercando di accaparrarsi forniture di beni e servizi, come ad esempio dispositivi digitali e software informatici. Personaggio chiave della vicenda è l’amministratore delegato Giancarlo Fimiani, (anche per lui sono stati chiesti i domiciliari). Una sorta di deus ex machina, così lo definiscono gli inquirenti, che sfruttava le proprie conoscenze per accaparrarsi gare, anche di notevole importo, come nel caso dell’I.T.S. “Mia Moda Campania”. Piacenti invece teneva i contatti con i dipendenti sul territorio come la palermitana Alessandra Conigliaro, gola profonda dell’inchiesta.
(da agenzie)

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SONO SPARITI QUASI 2.500 PEZZI DI AEREI MILITARI ITALIANI: SI TRATTA DI COMPONENTI DEI CACCIABOMBARDIERI TORNADO E AMX E DEL C-130, PER UN VALORE STIMATO DI 17 MILIONI DI EURO

Febbraio 25th, 2026 Riccardo Fucile

I 2.500 PEZZI SAREBBERO SCOMPARSI TRA IL 2021 E IL 2023 DALLA BASE DI BRINDISI DOVE “GE AVIO” AVEVA PER CONTRATTO IL COMPITO DI MANUTENERE I VELIVOLI, MA NON RISULTANO PIÙ NEI MAGAZZINI E NON COMPAIONO NEI REGISTRI: PER GLI INQUIRENTI, POTREBBERO ESSERE FINITI IN BRASILE

La procura di Roma e la procura militare hanno aperto un’inchiesta sulla sparizione di quasi 2.500 pezzi di aerei militari: si tratta di componenti avioniche dei cacciabombardieri Tornado e Amx e del C-130, l’aereo da trasporto tattico dell’Aeronautica, per un valore stimato di 17 milioni di euro. La notizia è riportata oggi dal quotidiano La Repubblica, secondo cui ci sarebbero alcuni indagati per il reato di peculato, ovvero per l’appropriazione o la distrazione di beni pubblici affidati per ragioni d’ufficio.
Sulla vicenda l’Aeronautica militare – che ha anche nominato una commissione interna di accertamento tecnico – spiega di aver “fornito sin dall’inizio la piena e immediata disponibilità all’autorità giudiziaria civile e militare, con la quale sta fattivamente collaborando, mettendo a disposizione ogni elemento documentale e informativo utile a chiarire i fatti oggetto di verifica”.
Secondo gli accertamenti finora svolti dalle autorità giudiziarie, i 2.500 pezzi sarebbero scomparsi tra il 2021 e il 2023 dalla base di Brindisi dove Ge Avio aveva per contratto il compito di manutenere gli aerei da guerra. Il materiale non risulta più nei magazzini e non compare nei registri come presente. Un filone investigativo – sempre secondo il quotidiano – ipotizza una possibile destinazione verso il Sud America, in particolare il Brasile dei pezzi spariti in Italia.
L’Aeronautica ha specificato che “la gestione dei materiali aeronautici e delle relative procedure logistiche avviene attraverso rigorosi protocolli tecnico amministrativi e di tracciabilità conformi alla normativa nazionale e internazionale vigente. Eventuali anomalie o condotte individuali difformi, – qualora accertate nelle sedi competenti – e ogni eventuale responsabilità personale sarà trattata con assoluta fermezza, anche sotto il profilo disciplinare e amministrativo, nel pieno rispetto della legge e delle prerogative dell’Autorità giudiziaria”.
(da agenzie)

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GIORGIA MELONI SUL REFERENDUM SI GIOCA TUTTO (E ANCHE MOLTI SOLDI) , CON I SONDAGGI CHE DANNO IL “NO” IN VANTAGGIO, DALLE PARTI DI VIA DELLA SCROFA NON SI BADA A SPESE E PER FINANZIARE LA MACCHINA ORGANIZZATIVA SI METTONO IN CAMPO RISORSE DI POCO INFERIORI A QUELLE STANZIATE PER LE POLITICHE (3 MILIONI E 436 MILA EURO)

Febbraio 25th, 2026 Riccardo Fucile

IL GRUPPO DI FDI ALLA CAMERA HA FINANZIATO 644 MILA EURO; QUELLO AL SENATO, UNA CIFRA DI POCO INFERIORE – CON LE MICRO-DONAZIONI, LA RETE DI COMITATI E LA COMUNICAZIONE DIGITALE, LA CIFRA AUMENTA

Milioni di follower. Una storia perfetta per diventare virale. Lo youtuber Ale Della Giusta pubblica un video: «Mi hanno occupato casa». Racconta l’angoscia, l’impotenza, la trafila. Chiama un avvocato che gli spiega cosa fare. C’è un disclaimer: quell’avvocato è anche un sindaco di Fratelli d’Italia.
Poi la scena si sposta in caserma: denuncia ai carabinieri con tanto di disperazione: «Mi hanno detto che sarà difficilissimo fare qualcosa». E infine, come per incanto, compare un cartellone per il Sì al referendum sulla giustizia. La morale è evidente: con questa riforma certe cose non succederebbero più. Solo che non era successo nulla. Nessuna casa occupata. Nessuna denuncia. Era tutto inventato. Una fiction
social costruita per orientare l’opinione pubblica. E anche se dopo arriverà il video di ammissione e scuse, il primo, quello con il cartellone del Sì, resta.
Seconda scena. Il presidente della Repubblica invita ad «abbassare i toni». Un richiamo alla sobrietà mentre lo scontro sulla giustizia si fa sempre più acceso. E la risposta arriva, più che abbassandoli i toni, amplificandoli con la cassa dritta. Come in discoteca. Anzi no, all’Ariston.
Visto che Fratelli d’Italia lancia una campagna che gioca con il Festival di Sanremo. Grafiche, citazioni, ironie. Magistrati e avversari politici messi in caricatura. La riforma costituzionale raccontata come fosse una gara canora.
Ma dietro il tono leggero c’è una macchina pesante. E costosa. Il gruppo di Fratelli d’Italia alla Camera ha finanziato la campagna per il Sì con 644 mila euro; quello al Senato con una cifra leggermente inferiore.
Complessivamente circa un milione di euro proveniente dai fondi dei gruppi parlamentari, cioè risorse pubbliche destinate all’attività istituzionale, fattispecie che secondo alcuni non sarebbe legittima. Il capogruppo Galeazzo Bignami ha rivendicato la scelta: «Noi li impieghiamo anche per informare i cittadini». Non è l’unico capitolo. Forza Italia ha messo in campo un piano da circa un milione di euro tra affissioni 6×3, autobus di linea e turistici, maxi led nelle stazioni, una cinquantina di città coinvolte e centinaia di iniziative territoriali.
La fondazione Luigi Einaudi di Roma, tra i soggetti più attivi nel fronte del Sì con il comitato “Sì separa”, ha ricevuto uno stanziamento nella legge di bilancio da 1,2 milioni di euro per attività culturali. Tutti soldi pubblici. E non sono i soli.
È stata proposta una raccolta di contributi tra i singoli parlamentari per sostenere il comitato referendario. Si è discusso di micro-donazioni interne. Ci sono state resistenze, distinguo, tensioni tra gruppi. Alcuni hanno preferito finanziare direttamente la propria comunicazione, altri hanno frenato sull’idea di alimentare un comitato formalmente “civico” ma politicamente connotato. Il risultato è una campagna sostenuta da più canali, con sovrapposizioni e qualche attrito.
C’è poi un dato che dà la misura dell’investimento. Alle ultime elezioni politiche Fratelli d’Italia ha speso 3 milioni e 436 mila euro per l’intera campagna nazionale, come da rendiconto depositato presso la Corte dei Conti. Oggi, per il solo referendum, tra fondi dei gruppi parlamentari, iniziative nazionali, rete di comitati e
comunicazione digitale, la cifra complessiva si avvicina a quella soglia, per una consultazione confermativa su una riforma costituzionale.
(da Repubblica)

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