Destra di Popolo.net

ORA, ALL’INTERNO DEL COMMISSARIATO, IN TANTI HANNO PAURA: “TUTTA QUESTA MERDA RICADE SULL’INTERO CORPO DI POLIZIA. MICA SOLO SULLA ‘MELA MARCIA'”

Febbraio 26th, 2026 Riccardo Fucile

“A CHI AVREI DOVUTO DIRE TUTTO QUESTO?”. UN ALTRO SOSTIENE: “NON ME LA SONO SENTITA”, FACENDO CAPIRE CHE CINTURRINO GODESSE DI UNA SORTA DI “STATUS DI IMPUNITÀ”

Nella bufera? Di più. Basta questa frase: «Si parlava spesso in commissariato del fatto che Cinturrino fosse una persona poco raccomandabile…», messa a verbale da uno dei poliziotti indagati assieme all’assistente capo, attualmente in carcere per omicidio volontario. Vox populi, quindi.
Tanti — nel commissariato Mecenate — sapevano che l’uomo era fuori controllo, che era aggressivo, anzi violento, che menava a calci e pugni, bastonate e martellate, e nessuno ha mai detto beh a chi di dovere. Ad esempio, al dirigente del commissariato. E come si dice ora nell’ambiente, sconvolto dai fatti gravissimi,
«tutta questa merda ricade sull’intero corpo di polizia», mica solo sulla “mela marcia” Cinturrino.
Insomma, pugno di ferro, in guanto di ferro. E questo è un commissariato importante, anzi strategico, nella complicata geografia milanese. Di periferia, ma che periferia. Da piazzale Lodi in avanti, tutta roba di Mecenate, a partire dal quartiere Corvetto, che è difficile come forse una volta solo Quarto Oggiaro.
Territorio immenso, con alcuni obiettivi importanti come la sede dell’Eni, e quella di Sky, e poi c’è l’Ortomercato, e soprattutto c’è Rogoredo. Piazza di spaccio tra le più importanti d’Italia, e nel nord forse è la prima, grazie all’ottimo collegamento logistico: metropolitana, ferrovia, e la tangenziale Est, insomma da qui si arriva tranquilli al supermercato di tutte le sostanze possibili, e questo da anni e anni.
Ma era un commissariato di serie B, fino a quando il questore Scarpis decise di elevarlo a quello che si definisce “posto di funzione”, cioè con un dirigente capo, e più forze, più libertà d’azione, sempre nei limiti imposti dall’organizzazione. Oggi, un organico di forse 80 persone, che aspetta, a partire dal responsabile Rocchi, l’arrivo dell’ispezione annunciata, se già non è arrivata.
Ma subito, dalla notte dell’omicidio Mansouri, in questo palazzo sono arrivati i colleghi della Squadra mobile, perché a loro è affidata l’indagine sulle malefatte di Cinturrino. E loro hanno ribaltato l’ufficio a cui era stato velocemente trasferito, e perquisito macchina (ancora nel parcheggio), e case, trovando quei cinquemila euro in contanti che lui ha giustificato così: «Con quelli intendevo pagare l’avvocato». Cash.
In più, viene esaminata tutta la documentazione di centinaia di arresti fatti negli anni. «Era uno che lavorava», ricorda un suo superiore degli anni passati. «Ricordo che era stato in Marina…», poi passato in polizia, e sempre in prima fila, soprattutto nel suo regno: Rogoredo. Ora sappiamo come riusciva a fare tutti quegli arresti, che gli hanno portato anche un encomio, e che in quel mondo lo conoscevano come Luca, e lo temevano come la peste.
Nella speranza che tutto si fermi a questi, emerge una seconda frase inquietante, detta da uno di questi indagati ai colleghi della Mobile: «A chi avrei dovuto dire tutto questo?», intendendo la condotta ambigua di Cinturrino, il suo lavorare da cane sciolto, e l’atteggiamento minaccioso anche dentro il commissariato (uno ha raccontato che era aggressivo anche lì, non solo con i tossici e gli spacciatori), e
anche il tentativo di condizionare le deposizioni di chi era con lui quella sera, davanti al corpo di Mansouri.
Stupisce quindi la mancanza di fiducia nella catena di comando, se uno non pensa di scrivere almeno una lettera anonima, di agire. «Abbiamo deciso di organizzarci con un avvocato», spiega uno in interrogatorio, e alla domanda «ne avete parlato con un vostro superiore?» la risposta è stata: «Non ce la siamo sentita». Era dunque davvero un ras, anche lì dentro, questo Carmelo-Luca
Candidamente, un agente ha dichiarato al pubblico ministero che «ogni tanto Cinturrino si coordinava con l’ispettore che è arrivato da un anno», e che questi «si lasciava un po’ condizionare da Carmelo, che ha vent’anni di servizio».
(da La Repubblica)

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CI DOVEVA SCAPPARE IL MORTO AFFINCHÉ I COLLEGHI DI CINTURRINO DENUNCIASSERO I SUOI “METODI”: IN TANTI NEL COMMISSARIATO SAPEVANO CHE L’AGENTE ERA FUORI CONTROLLO, CHE MENAVA I PUSHER E TOSSICI (PRENDENDOLI A CALCI, PUGNI, BASTONATE E MARTELLATE)

Febbraio 26th, 2026 Riccardo Fucile

PERCHÉ NESSUN POLIZIOTTO HA MAI DENUNCIATO CINTURRINO?

Un commissariato di frontiera. L’area del bosco di Rogoredo, la zona di Ponte Lambro e il «caldissimo» Corvetto. Un territorio difficile dove lo spaccio di droga, la microcriminalità e le occupazioni abusive sono la costante quotidiana. Poliziotti giovani, spesso soltanto di passaggio per qualche anno o al primo incarico.
Dove agenti come Carmelo Cinturrino, in servizio dal 2010 in via Quintiliano, prima nella squadra investigativa poi dal 2017 alle volanti, erano — e sono le parole di uno dei 4 poliziotti ora indagati per omissione di soccorso e favoreggiamento — «punti di riferimento per i giovani»: «Lui è sempre stato considerato come paladino o fenomeno. Dagli anziani era visto in un modo, dai giovani in un altro. I giovani facevano affidamento su di lui».
La fase 2 dell’indagine sul caso Rogoredo si sta concentrando proprio su quel che succedeva al commissariato Mecenate, sulla rete di «complicità» in cui — è il sospetto della Procura — chi portava arresti (anche se chiacchierati) godeva di una sorta di status speciale.
Le testimonianze fin qui raccolte dalla squadra Mobile e dal pm Giovanni Tarzia hanno fatto emergere un quadro aberrante: pestaggi ai pusher, spacciatori «spogliati» di droga e soldi senza lasciare traccia negli atti ufficiali. Comportamenti che «erano noti»: «Cinturrino era aggressivo, allungava le mani». Alcune di queste voci sono arrivate anche dai tanti pusher sentiti in questi giorni.
(da Corriere della Sera)

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OMICIDIO ROGOREDO, UN’AMICA DI MANSOURI: “CINTURRINO AVEVA MINACCIATO ZACK DI MORTE, NON AGIVA MAI DA SOLO”

Febbraio 26th, 2026 Riccardo Fucile

“NON SI COMPORTAVA COME UN POLIZIOTTO, E’ UN OMICIDIO PREMEDITATO”

“Questo omicidio per me rimane premeditato”. Lo dice senza mezzi termini una donna che ben conosceva Abderrahim Mansouri, il 28enne che lo scorso 26 gennaio ha perso la vita dopo che l’agente di polizia Carmelo Cinturrino, oggi in carcere con l’accusa di omicidio volontario e reo confesso, gli ha sparato durante un controllo antidroga vicino al bosco di Rogoredo, a sud di Milano.
“Ci aveva detto che Luca [così era conosciuto Cinturrino nei quartieri Corvetto e Rogoredo, ndr] lo minacciava di morte, lo voleva far fuori – dice a Fanpage.it l’amica di Mansouri, che chiede l’anonimato -, però dal parlare ai fatti c’è un abisso. Nessuno si sarebbe mai aspettato una cosa così”. La Procura di Milano prosegue con le indagini e sta verificando tutti gli elementi che in questi giorni stanno emergendo e tutti i racconti di testimoni, amici e parenti.
Cinturino conosceva bene Zack?
“Eh hai voglia? Sì sì sì. Lo conosceva molto bene, sapeva tutto”.
Da quanto tempo si conoscevano, Cinturrino sapeva i suoi spostamenti, i suoi orari?
“Saranno anni, non so dire esattamente quanti. Per quanto riguarda i suoi spostamenti, non era difficile, cioè si vede: magari lui veniva in zona il mattino e se Zack non c’era tornava la sera e sicuro lo trovava”
Che tipo era, Cinturrino?
“Io so solamente che Cinturrino, Luca, faceva azioni non da agente di polizia. Qualsiasi persona che lui si trovava davanti, l’ammazzava di botte, prendeva i soldi alle persone che per andare a prendersi la droga chiedevano l’elemosina e quei pochi spicci lui li prendeva”.
Persone che conosci ti hanno riferito del pizzo chiesto da Cinturrino?
“In poche parole, sì”.
E Cinturrino, che tu sappia, operava da solo?
“No, non girava mai da solo, c’era sempre un collega, che io chiamavo il ‘braccio destro’, il ‘cane’ di Luca. Era un agente più giovane, ma da quanto mi hanno detto faceva le stesse cose che faceva Cinturrino, si comportava allo stesso modo”.
Conoscevi bene l’agente Cinturrino?
“Non più di tanto, ma lo vedevo spesso. Ricordo che una volta ero sul treno per andare verso Lodi e l’ho incrociato insieme al suo collega e un altro signore che credo fosse un tossicodipendente. Cinturrino in quell’occasione aveva in mano un martello”.
In che rapporti eri con Abderrahim?
“Dopo che era stato in carcere l’avevano mandato in comunità, poi è uscito ed è venuto a casa mia, da lì siamo stati sempre amici. Tra le cose che mi fanno rabbia c’è il dolore della sua famiglia, della moglie, che ho sentito dal Marocco: con me ha avuto un mezzo sfogo, mi ha detto di averlo salutato per l’ultima volta in aeroporto e che poi è ritornato dentro una bara chiusa, senza che lei potesse più vederlo”.
Qual è il tuo pensiero su questa vicenda?
“Abderrahim purtroppo non torna indietro però giustizia deve essere fatta, la verità deve saltare fuori. Qualcosa è saltato fuori, ma secondo me è solamente la punta dell’iceberg”.
(da Fanpage)

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ACHILLE SERRA: “L’OMICIDIO DI ROGOREDO DOVEVA ESSERE EVITATO, CONDANNO I COLLEGHI DI CINTURRINO. CHE POLIZIOTTI SIETE?”

Febbraio 26th, 2026 Riccardo Fucile

L’EX VICECAPO DELLA POLIZIA: “I SUOI COLLEGHI DOVEVANO ARRESTARLO E PREVENIRE QUELL’OMICIDIO”

“L’omicidio di Abderrahim Mansouri doveva essere evitato, i colleghi di Carmelo Cinturrino sapevano che ricattava i tossicodipendenti e gli spacciatori? Allora dovevano arrestarlo immediatamente”, arriva dura la condanna di Achille Serra, già questore di Milano, prefetto di Roma e vice capo della Polizia, nei confronti dei colleghi dell’assistente capo del commissariato Mecenate arrestato con l’accusa di omicidio volontario.
A Fanpage.it il poliziotto simbolo della lotte alla mala milanese dice: “Condanno questa forma di solidarietà e la scusa che avevano paura di lui non regge. Che poliziotti sono se hanno paura?”.
C’è stato il caso dell’assistente di Polizia Cinturrino a Milano, c’è stato il caso dei poliziotti arrestati per spaccio a Roma e dei 21 fra poliziotti e carabinieri denunciati per furto aggravato sempre a Roma. Poi ancora dei quattro carabinieri indagati per tentata estorsione a Genova. C’è qualcosa che non funziona nel sistema di autocontrollo interno alle forze dell’ordine?
Guai a fare di tutta un’erba un fascio: come ho detto più volte, le forze dell’ordine sono circa 350.000, quanti i cittadini di Firenze. Lei pensa che non ci siano delinquenti in una città come Firenze? È quasi fisiologico. Questi personaggi vanno identificati, isolati, condannati, anche con grande severità. Questa è la mia famiglia e sono molto fiducioso: oggi ci sono un capo della polizia e un comandante dei Carabinieri molto validi e un prefetto come ministro dell’Interno. Sono sicuro che questi tre personaggi riusciranno a creare gli anticorpi giusti. È necessario ampliare il servizio di ispettorato e prevedere un controllo ancora maggiore. Ma le assicuro, avendo fatto il poliziotto per 40 anni, che è estremamente difficile.
Ma non dovrebbe esserci un controllo gerarchico sull’operato dei sottoposti anche in questo senso?
Certo, un controllo maggiore è necessario, indispensabile, però mi creda è estremamente difficile. Questi poliziotti erano considerati validi. Condanno, invece,
da ex vice capo della Polizia, gli altri agenti che erano con Cinturrino: avrebbero dovuto arrestarlo immediatamente. Ma dico di più: si doveva prevenire questo omicidio, loro sapevano che il loro collega ricattava i tossicodipendenti e gli spacciatori. Dovevano arrestarlo immediatamente. Condanno questa forma di solidarietà e la scusa che avevano paura di lui non regge. Che poliziotti sono se hanno paura? Mi metto invece nei panni del dirigente del commissariato che vede che c’è una pattuglia che va a fare antidroga, come fa a pensare che quello è un assassino? Ripeto, un controllo maggiore è necessario, lo auspico, ma deve essere anche fra colleghi.
Lei è stato in Polizia per 40 anni. La situazione delle cosiddette mele marce è migliorata o è peggiorata?
Credo che sia identica a prima. Quando dirigevo le volanti di Milano, e le assicuro che controllavo, c’era uno che faceva il killer per Epaminonda (un boss della mala milanese, ndr). Una volta individuata, la cosa bella è che poi è lo stesso organismo dentro al quale si nascondono queste mele marce che pose fine alla loro attività criminale. Questa è una cosa positiva e va sottolineata. Ora mi auguro che ci sia una condanna severa per Cinturrino e gli altri e che possa essere anche di esempio, anche se le condanne non devono essere un esempio, però in questo caso lo auspico, per tutte le altre mele marce che – è inutile illuderci – ci sono.
Crede che una linea politica che tende a proteggere molto le forze dell’ordine possa in qualche modo incentivare anche questi comportamenti criminali mele marce?
Fatti analoghi sono successi con altri governi e non credo c’entrino niente. Quello che è deleterio è la diatriba politica tra maggioranza e opposizione. Sicuramente bisognerebbe che il politico non parli un minuto dopo che succedono i fatti, ma che aspetti prima valutare bene i fatti. Nel caso di Rogoredo, ci sono stati commenti immediati sicuramente troppo affrettati. Però non penso che né un governo di sinistra né un governo di destra possano in qualche modo proteggere dei delinquenti di questo genere.
(da Fanpage)

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IL MINISTERO DEL SENNO DI POI

Febbraio 26th, 2026 Riccardo Fucile

FRANA NISCEMI, LA PROTEZIONE CIVILE AVEVA AVVISATO DEL PERICOLO 26 ANNI FA

Non stupisce che la Protezione Civile avesse avvertito, già 26 anni fa, che a Niscemi poteva verificarsi “una frana di grandi dimensioni”. Né che avesse suggerito, per arginare il pericolo incombente, quei lavori di regimentazione delle acque che sono una specie di abc della tutela del territorio di fronte al dissesto idrogeologico. E che non sono stati fatti.
Non è uno scandalo: è la norma. Si investe in prevenzione un decimo di quello che servirebbe. E si spende poi, a catastrofe avvenuta, dieci volte di più di quanto sarebbe costata la prevenzione. Perché questo avvenga, non è del tutto chiaro. Forse fatalismo atavico (“ci penserà la Provvidenza”), forse grettezza politica, che impedisce di vedere un metro più in là del proprio naso. Propongo di istituire un
Ministero del Senno di Poi, primo al mondo, che si occupi di calcolare (con il senno di poi) i danni dell’imprevidenza, li renda pubblici e senza isterismi, senza retorica, metta sul tavolo, nero su bianco, quanto costa un disastro e quanto sarebbe costata la prevenzione.
La medicina preventiva è un ottimo modello di studio: costa meno tenere monitorato il cittadino sano, con esami e analisi, che allestire una sala operatoria.
Il ministro del Senno di Poi non può che essere un tecnico. Che non ha tornaconti elettorali, e dunque è in grado di dire ai cittadini: lo so che vi secca molto, ma vi assicuro, alla luce dei fatti, che vale la pena tirare fuori oggi, quando tutto sembra andare bene, un bel po’ di denaro pubblico per risparmiarne, domani, molto di più. Con qualche funerale in meno da celebrare, per giunta. Il ministro del Senno di Poi avrebbe, come obiettivo a breve termine, la creazione di un ministero del Senno di Prima. O ministero della Prevenzione.
(da Repubblica)

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NON C’E’ SCAMPO DALLA REALTA’

Febbraio 26th, 2026 Riccardo Fucile

IL BOOMERANG ROGOREDO PRESENTA IL CONTO: DALLO SCUDO AGLI AGENTI AL FERMO PREVENTIVO… SOVRANISTI COSTRETTI ALLA RETROMARCIA

E meno male che era una battuta! Perché qualche dubbio rimane, nonostante il tentativo del sottosegretario Fazzolari di ridimensionare l’arruolamento di Putin (“In Russia non c’è la separazione delle carriere, quindi probabilmente voterebbe no”) al partito dei contrari alla riforma Nordio (“Una battuta in una chiacchierata informale con i cronisti”, preciserà poco dopo). Anche perché a re-iscrivere il presidente russo al fronte del No, ci ha pensato ieri il ministro Ciriani: “In Russia non esiste la separazione delle carriere. Lascio a chi ci ascolta decidere se è preferibile un sistema stile russo o uno stile occidentale”.
Parole che cercano di dirottare l’attenzione dal merito della riforma, ma soprattutto dalle difficoltà (e l’imbarazzo) della maggioranza travolta dagli strascichi politici della vicenda Rogoredo (il poliziotto che i big del centrodestra, da Meloni e Salvini & Co avevano subito assolto e poi arrestato per omicidio volontario) che si sono abbattuti come un boomerang sul governo e la coalizione che lo sostiene. Un duro colpo che ha costretto l’esecutivo a ingranare la retromarcia pure sull’ultimo (ed ennesimo) decreto sicurezza.
Lo “scudo” galattico promesso alle forze dell’ordine, e allargato poi a tutti i cittadini dopo l’intervento del Colle, “in presenza di una causa di giustificazione” viene declassato ad “annotazione preliminare”, ma in caso di incidente probatorio, scatterà l’iscrizione (ordinaria) nel registro degli indagati. Per non parlare dell’altro cavallo di battaglia delle destre: il fermo preventivo di 12 ore per evitare che presunti violenti partecipino a manifestazioni di piazza. Altra misura drasticamente ridimensionata: scatterà solo “in presenza di un attuale pericolo per l’ordine e la sicurezza pubblica” con immediata comunicazione al pm, il quale avrà facoltà di ordinare il rilascio. Insomma, un disastro su tutta la linea. Che toglie per di più alla maggioranza uno dei principali argomenti di propaganda per spingere il Sì al referendum.
Cose che capitano quando si pretende di convincere gli italiani a votare una riforma costituzionale cavalcando la cronaca e l’indignazione popolare. Per evitare di spiegare i veri obiettivi: indebolire la magistratura e gettare le basi per subordinarla al controllo dell’esecutivo. Un giochino che, stando ai sondaggi, gli italiani hanno iniziato a capire. E a regolarsi di conseguenza.

(da lanotiziagiornale.it)

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SCARICANO LETAME SULL’UFFICIO DI GIULIA BONGIORNO, LA PROTESTA DI “NON UNA DI MENO”: “SENZA CONSENSO E’ STUPRO”

Febbraio 26th, 2026 Riccardo Fucile

LA SENATRICE DELLA LEGA E’ RELATRICE DEL DDL STUPRI , OGGETTO DI NUMEROSE CRITICHE… DI FATTO OSTACOLERA’ LE DENUNCE DELLE VITTIME

Le attiviste di Non una di meno hanno scaricato un carico di letame di fronte all’ufficio milanese di Giulia Bongiorno, senatrice della Lega e relatrice del disegno di legge sulla violenza sessuale, oggetto di numerose critiche da parte dei movimenti femministi e delle opposizioni. «Il ddl Bongiorno – scrivono in una nota le attiviste – modifica l’articolo 609 bis del Codice penale intervenendo sulla definizione di violenza sessuale».
La protesta contro il ddl sulla violenza sessuale
Nel mirino delle attiviste di Non una di meno c’è soprattutto un passaggio del ddl, già molto criticato anche dalle opposizioni. «La proposta – continuano le attiviste – elimina il riferimento al consenso e lo sostituisce con il concetto di dissenso, o meglio, di “volontà contraria”. Questa scelta non è neutrale: cambia il modo in cui si guarda ai fatti e a chi li subisce. Se la legge parla di consenso, la domanda è se vi fosse un sì libero, esplicito e consapevole; se parla di dissenso, la questione diventa se la persona abbia detto no in modo sufficientemente chiaro. Il peso si sposta così su chi denuncia».
Doppio corteo a marzo
Nel comunicato di Non una di meno, che si riferisce erroneamente a Bongiorno definendola «ministra», viene ribadita anche la richiesta di introdurre l’educazione sessuale nelle scuole «per imparare a prevenire la violenza, comunicare e riconoscere il consenso entusiasta». Dopodiché, le attiviste rilanciano i cortei dell’8 e 9 marzo. Quest’ultimo giorno, in particolare, ci sarà il corteo studentesco e lo sciopero degli studenti.
(da agenzie)

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TRUMP ED EPSTEIN ACCUSATI DI STUPRO DA UNA MINORENNE, MA TRE INTERROGATORI SONO SPARITI

Febbraio 26th, 2026 Riccardo Fucile

L’INCHIESTA DEL NEW YORK TIMES RINFORZA I SOSPETTI SULLA SELEZIONE DEI DOCUMENTI RESI PUBBLICI DAL DIPARTIMENTO DI GIUSTIZIA

Nei tre milioni di pagine di Epstein Files pubblicati dal dipartimento di Giustizia americana non sono stati inclusi alcuni materiali che riguardano direttamente Donald Trump. Lo scrive il New York Times, che ha preso visione di un documento dell’Fbi mai reso pubblico. Il promemoria in questione riassume una serie di interrogatori condotti nel 2019 da una donna che si è fatta avanti dopo l’arresto di Jeffrey Epstein, il finanziere pedofilo morto suicida in carcere. Nella denuncia, la donna afferma di essere stata aggredita sessualmente sia da Trump che dallo stesso Epstein, quando era ancora minorenne.
I tre verbali degli interrogatori spariti
Secondo quanto ricostruito dal New York Times, l’Fbi ha condotto quattro interrogatori in relazione alle sue affermazioni e ha redatto resoconti per ciascuno di essi. Tuttavia, solo un riassunto dei quattro interrogatori, quello che descrive le sue accuse contro il signor Epstein, è stato pubblicato dal Dipartimento di Giustizia. Gli altri tre, in cui si parla verosimilmente anche del coinvolgimento di Trump, risultano mancanti. Nei tre milioni di pagine pubblicati dal dipartimento di Giustizia ci sono numerosi altri documenti simili, relativi a interrogatori fatti dall’Fbi ad altri potenziali testimoni e altre vittime.
Tutti i dubbi sull’«operazione trasparenza» degli Epstein Files
L’assenza dei resoconti degli interrogatori potenzialmente compromettenti per Trump non fa che alimentare i sospetti su come il dipartimento di Giustizia americano abbia gestito la divulgazione degli Epstein Files, ordinata da Trump a inizio anno per mettere fine alle pressioni bipartisan del Congresso. Un’altra inchiesta, questa volta di Npr, accusa il governo federale di aver rimosso dal proprio archivio pubblico oltre 50 pagine di documenti sensibili legati al finanziere pedofilo. Tutti file che conterrebbero accuse dirette di abusi sessuali su una minorenne da parte di Donald Trump.
L’incontro con Trump negli anni Ottanta
La donna che ha mosso l’accusa contro Trump si è fatta avanti nel luglio 2019, pochi giorni dopo l’arresto di Epstein per l’accusa di traffico sessuale. In un promemoria dell’Fbi del 2025 si ricorda che la donna aveva raccontato di essere stata a presentata a Trump. E quest’ultimo l’avrebbe aggredita «in un violento e raccapricciante incontro». L’episodio contestato sarebbe avvenuto a metà degli anni Ottanta, quando la vittima aveva tra i 13 e i 15 anni. I documenti, precisa il New York Times, non includono alcuna valutazione dell’Fbi sulla credibilità delle accuse.
(da agenzie)

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“LAVORO 7 GIORNI SU 7 PER 4 EURO L’ORA”

Febbraio 26th, 2026 Riccardo Fucile

IL RACCONTO DEI RIDER DI DELIVEROO AI PM DI MILANO… “I COMPENSI NON SONO IN GRADO DI GARANTIRE UNA ESISTENZA DIGNITOSA”

«Inizio il servizio, loggandomi all’app, alle ore 11 del mattino e finisco alle ore 22. Lavoro 7 giorni su 7 per circa 11 ore al giorno (…) la mia paga non è sufficiente (…) Per tale motivo svolgo un secondo lavoro come facchino in un hotel per 5 giorni a settimana delle ore 23 sino alle 7. Purtroppo devo inviare circa 600 euro alla mia numerosa famiglia che vive in Nigeria». Questa è solo una delle tante testimonianze raccolte e riportate, nero su bianco, nel provvedimento di controllo giudiziario per caporalato a carico di Deliveroo. Deposizioni di decine di rider, con lavoratori che incassano tra i 3 e i 4 euro a consegna.
Compensi non in grado di «garantire una esistenza libera e dignitosa»
Agli inquirenti c’è chi ha raccontato che fa «fino a 150 km» al giorno per «dieci consegne». Ordini che arrivano tramite la «notifica su una app». Racconti simili a chi è stato rider per Glovo. Nel provvedimento il pm milanese Storari parla di «gestione algoritmica della prestazione» lavorativa, con «monitoraggio» continuo sui «tempi» di consegna e «performance» con «punizioni». Non sarebbe poi chiaro per la procura di Milano come vengano elaborati i dati e assegnati quindi gli ordini con tanto di calcolo del compenso. Quello che sembra solido, tanto da avviare un controllo giudiziario per caporalato, è che i ciclofattorini «percepiscono retribuzioni sicuramente non proporzionate né alla qualità né alla quantità del lavoro», «contrastanti con l’articolo 36 della Costituzione» e non in grado di «garantire una esistenza libera e dignitosa».
(da agenzie)

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