Febbraio 27th, 2026 Riccardo Fucile
COSI’ MELONI TRADISCE 10 ANNI DI PROMESSE SULLA LEGGE ELETTORALE: QUANDO DICEVA “VIA I LISTINI BLOCCATI, SERVONO LE PREFERENZE, SCELGANO I CITTADINI”
Tanto per cambiare, nell’intesa notturna nel centrodestra sulla nuova legge elettorale non c’è traccia delle preferenze. E stavolta c’è da sorprendersi un po’ più del solito, perché da più di dieci anni Giorgia Meloni ripete che la strada maestra sia smantellare i listini bloccati, garanzia di raccomandati in Parlamento. L’argomento spaventa a tal punto le segreterie dei partiti che neppure un decennio di posizioni pubbliche della presidente del Consiglio è stato sufficiente a garantire un cambiamento in questa direzione. E così, come per le altre promesse mancate, a Meloni potranno essere rinfacciate svariate dichiarazioni in materia, sia ai tempi dell’Italicum sia nella fase del Rosatellum fino alle discussioni degli ultimi mesi. Frasi nette in cui il listino bloccato era persino accostato al “fascismo”.
Basta Porcellum. “Siamo disposti a trattare di qualunque riforma elettorale con un’unica condizione: non siamo disponibili alla riproposizione delle liste bloccate. Vogliamo che i parlamentari vengano scelti dagli italiani e non dalle segreterie di partito” (16 gennaio 2014).
Dubbi attualissimi. “Non è curioso chiedere l’elezione diretta del capo dello Stato, ma impedire al popolo di scegliere i parlamentari blindando le liste bloccate?” (19 gennaio 2014).
Che orrore! “La Camera boccia l’emendamento di FdI per introdurre le preferenze. Ancora una volta parlamentari nominati. Che schifo” (11 marzo 2014).
Ultimatum. “I grillini vadano fino in fondo e dicano che se non ci saranno le preferenze non voteranno la legge elettorale, altrimenti significa che stanno continuando a prendere in giro gli italiani” (8 giugno 2017).
Partigiana Giorgia. “Voglio dire a Emanuele Fiano che l’unica cosa fascista l’ha fatta lui, perché nel fascismo c’erano le liste bloccate” (24 settembre 2017, dal solenne palco di Atreju).
Poche richieste ma chiare. “Le richieste di FdI sulla legge elettorale sono da sempre due: gli italiani possano scegliere il governo e quindi la legge elettorale deve avere un premio di maggioranza, e poi che possano scegliere i loro rappresentanti, quindi no alle liste bloccare ma preferenze (26 settembre 2017).
Partiti incapaci. “Secondo me la prima regola è di consentire agli italiani di fare una selezione, quando i partiti non sono capaci di farlo, e quella selezione si fa con i voti di preferenza. Invece è stata fatta una legge che impone le liste bloccate e quindi tutta la responsabilità viene messa nelle mani dei partiti. Francamente non mi sento molto rassicurata da questo” (18 novembre 2017).
Modesta proposta. “Si deve aumentare la quota maggioritaria, e pensiamo che si dovrebbero reinserire le preferenze nella quota proporzionale” (26 novembre 2019).
Battaglia solitaria. “No alle liste bloccate, sì alle preferenze nella legge elettorale. Da anni Fratelli d’Italia si batte in totale solitudine per restituire questo diritto ai cittadini. E se in tanti a parole si sono detti pronti a fare con noi questa battaglia, nei fatti siamo stati gli unici a porre la questione in Parlamento […] e a considerare la cancellazione delle liste bloccate l’elemento di base per qualsiasi discussione” (24 settembre 2020).
Un post-it per il futuro. “Sono anni che sento parlare tutti i partiti di preferenze, poi puntualmente quando arriva la legge elettorale in aula l’unico partito che presenta proposte per inserire le preferenze è FdI”. (24 agosto 2021).
L’asse coi dem. “Sulla legge elettorale sono per le preferenze. Letta ha ragione: quando c’è la lista bloccata devi sostanzialmente compiacere il capo corrente”. (13 settembre 2021, in un dibattito con l’allora leader dem Enrico Letta).
Matteo stai sereno. “Confermo di essere favorevole all’introduzione delle preferenze nella legge elettorale” (7 maggio 2025, rispondendo a Matteo Renzi in
Senato).
E figuriamoci se non lo avesse confermato.
(da ilfattoquotidino.it)
argomento: Politica | Commenta »
Febbraio 27th, 2026 Riccardo Fucile
IL MISTERO DEI DAZI E L’IMPATTO NEGATIVO SUL COSTO DELLA VITA DEGLI AMERICANI
Il mistero dei dazi si infittisce. Perché Trump ne ha fatto una bandiera? Perché considera un
oltraggio alla Patria il pronunciamento anti-dazi della Corte Suprema? E perché si incaponisce? Secondo il responsabile del Commercio dell’amministrazione Trump, signor Greer, i dazi servono a proteggere «le vittime della iperglobalizzazione», in particolare l’elettorato del Middle West che ha votato in massa per il presidente in carica.
Dal basso della mia incompetenza di cose economiche, ho fatto una breve ma rispettosa ricerca in rete, ma non ho trovato una sola riga che mi aiutasse a capire come e perché l’introduzione dei dazi avrebbe protetto, o proteggerebbe in futuro, «le vittime dell’iperglobalizzazione».
Al contrario, secondo diverse fonti (tra le quali la banca centrale degli Stati Uniti), i dazi hanno avuto un impatto negativo sul costo della vita degli americani perché hanno fatto aumentare i prezzi, «agendo come una tassa regressiva che colpisce maggiormente i redditi bassi». Per i redditi alti, pagare più caro il vino francese o italiano è un trascurabile fastidio. Mentre per i redditi bassi, se i beni di prima necessità aumentano anche di poco, è un problema.
Sarà interessante capire se e quanto la brava gente del Middle West, facendosi i conti in tasca, confermerà o meno la sua fede in Trump. O se prevarrà la credulità “patriottica”, e l’idea che il mondo derubi l’America, confortante come tutti i capri espiatori (niente è più popolare di un capro espiatorio) continuerà a prevalere sull’evidenza.
In politica l’economia conta molto, ma non è tutto. Contano anche l’emotività, la psicologia, la paura, la speranza (ad averla…), le cosiddette idee o quel che ne rimane. E l’idea che il mondo sia malvagio e l’America buona, laggiù nel Middle West, magari non è meno influente di qualche dollaro in più nel conto della spesa.
(da Repubblica)
argomento: Politica | Commenta »
Febbraio 27th, 2026 Riccardo Fucile
DOPO QUELLA DI CALDEROLI, ADESSO SIAMO A QUELLA DI DONZELLI & CO.
La destra non perde il vizio. Dopo la «porcata» di Roberto Calderoli adesso siamo a quella di Giovanni Donzelli and co. Nel segreto di conciliaboli notturni la maggioranza confeziona a sua misura una legge elettorale che solo con molto understatement si può definire vergognosa.
L’ipotesi di concordare con l’opposizione una norma condivisa che rifletta dei criteri oggettivi – e ce ne sono, se qualcuno avesse la pazienza e il buon senso di leggere qualche testo di politologi illustri – le forze di governo sono andate spedite a cercare di raggranellare qualche seggio in più per la loro maggioranza incerta.
La paura di Giorgia Meloni e alleati è soprattutto quella di dover mettere la faccia di qualche candidato di fronte gli elettori. Poiché di presentabili ce sono decisamente pochini da quelle parti, il primo obiettivo del disegno di legge è quello di evitare un giudizio diretto sul candidato. Per questo sono stati eliminati i collegi uninominali. Inoltre è stato riproposto quell’obbrobrio del premio di maggioranza, una misura che distorce la logica della rappresentanza.
Ad aggravare lo sfregio il bonus che assicura la maggioranza dei seggi scatterebbe qualora una coalizione superi almeno il 40 per cento. In sostanza con il 40 per cento e spiccioli è garantito almeno il 55 per cento dei seggi. Anche un bambino capisce l’enormità dello strafalcione democratico.
La ridefinizione dei collegi
Ma lo sfregio maggiore che viene introdotto riguarda la ridefinizione dei collegi. Un tempo vi erano regole molto precise e una commissione tecnica incaricata di valutare eventuali modifiche nella dimensione e nella configurazione dei colle
Quello che emerge mostra ancora una volta la sintonia del nostro governo con l’America trumpiana. Negli Stati Uniti vige, da sempre per la verità, la brutta pratica di ridisegnare i collegi a beneficio del partito che è al potere nello stato (le norme elettorali non sono federali ma statali).
Ed è quello che i repubblicani hanno iniziato a fare in Texas e in altri stati da loro dominati, provocando proteste clamorose come l’abbandono dell’assemblea statale dei congressmen democratici e addirittura loro “emigrazione” in altro stato per evitare la repressione di repubblicani. Poi i democratici della California stanno tendendo la pariglia. Le brutte pratiche allignano facilmente.
Da tanti, troppi anni si assiste a questa fiera delle imbecillità elettorali. Non solo siamo il paese che in pochi anni ha cambiato quattro leggi elettorali (di cui una dichiarata parzialmente incostituzionale a posteriori!), laddove in tutti i paesi di democrazia consolidata (fatto salvo il cambio di regime in Francia tra IV e V Repubblica), non si è mai cambiato nulla di sostantivo.
Senza voler poi scomodare la regina delle democrazie parlamentari, la Gran Bretagna che continua da secoli con il suo first-past-the-post: chi arriva primo in un collegio è eletto. Punto e basta. Infine, o per prima cosa, le legge elettorali non si cambiano in base sondaggi. Addirittura c’è chi giustifica il nuovo sistema additando il rischio che le coalizioni abbiano gli stessi voti! Quindi, a ogni tornata elettorale, il governo guarderà i fondi del caffè e sceglierà un nuovo sistema di voto.
Non c’è modo di convincere i legislatori che quello che allontana dalle urne i cittadini è anche l’impressione che le norme siano fatte a uso e consumo di una parte. E di fronte a questa sensazione, monta la tentazione di tirarsi fuori dal gioco.
Alzare la voce
Di fronte a questo ulteriore sfregio speriamo che l’opposizione alzi la voce, contrariamente ai troppi silenzi degli ultimi tempi. Dopo che la destra ha sparato ad alzo zero contro il procuratore generale di Napoli, Nicola Grattieri, per le sue inopportune considerazioni su chi vota Si al referendum, non si è sentito nemmeno un belato da sinistra quando il sottosegretario Giovanbattista Fazzolari ha equiparato i sostenitori dal No a sodali di Vladimir Putin. Non è bel viatico per il necessario, indispensabile, duro confronto sulla legge elettorale (per non dire del
decreto Sicurezza). La voce va alzata, eccome, quando si maltrattano le regole del gioco.
(da editorialedomani.it)
argomento: Politica | Commenta »
Febbraio 27th, 2026 Riccardo Fucile
UNA EMERGENZA NAZIONALE DAREBBE AL PRESIDENTE POTERI STRAORDINARI SUL VOTO
Secondo il Washington Post, il presidente americano Donald Trump avrebbe un piano per
dichiarare lo stato di emergenza, influenzando così lo scoglio delle elezioni di metà mandato previste quest’anno, che potrebbero indebolirlo.
Il possibile ordine esecutivo
Il quotidiano americano riferisce di un gruppo di attivisti pro-Trump, che dicono di essere in coordinamento con la Casa Bianca, i quali stanno facendo circolare una bozza di ordine esecutivo con cui il presidente intende consolidare il suo potere. Il documento conterrebbe affermazioni su presunte interferenze cinesi nelle elezioni del 2020, che costituirebbero la base per dichiarare un’emergenza nazionale con cui Trump otterrebbe poteri straordinari. La Casa Bianca ha rifiutato di elaborare sui piani di Trump.
Cosa succederebbe con l’emergenza
Secondo Peter Ticktin, un avvocato della Florida che sostiene la bozza di ordine esecutivo citato dal Washington Post, l’emergenza darebbe al presidente il potere di vietare le schede per posta e le macchine per il voto, in quanto possibili vettori di interferenza straniera.
Trump sta facendo pressione sui Repubblicani perché approvino una legge che impone una prova della propria cittadinanza per registrarsi come elettori e un documento d’identità per esprimere il voto. La misura, chiamata Save Act, è passata alla Camera ma affronta ostacoli al Senato, dove i leader Repubblicani hanno respinto la richiesta del presidente di cambiare le regole per far avanzare la
legislazione. Trump ha detto che se il disegno di legge fallisce, agirà unilateralmente per imporre i cambiamenti per le elezioni di metà mandato.
(da ilsole24ore)
argomento: Politica | Commenta »
Febbraio 27th, 2026 Riccardo Fucile
ERMAL: “LA BESTEMMIA E’ IL SILENZIO SI GAZA”
Ermal Meta al centro di una serie di complimenti ma chissà se veramente tutti gli fanno piacere. Comincia Matteo Salvini che in una nota scrive: “Faccio i miei complimenti a Ermal Meta ed al suo perfetto utilizzo della lingua italiana. In Italia vivono e lavorano milioni di donne e uomini nati in un Paese straniero e perfettamente integrati nella nostra società, per me sono preziosi e benvenuti. Io contrasto da sempre clandestini e delinquenti, e sono sicuro che anche Ermal Meta condivide questo mio pensiero. Un abbraccio al fiero popolo albanese, viva Sanremo, la lingua e la musica italiana!”.
Ma il musicista albanese è in Italia da trent’anni da quando con la madre e la sorella è arrivato a Bari, aveva tredici anni. Di questo suo sentirsi diviso tra due identità ha parlato tante volte: “Quando cambi luoghi, la nuova terra cambia il nutrimento. Inizialmente ho dovuto abituarmi, e mi sentivo straniero qua e là – ha detto a Repubblica – Sei in una condizione che somiglia a una diserzione costante. Per parlare una lingua diversa il cambiamento è veloce, ma per l’animo non è così”.
Tutto nasce dall’incontro stampa del musicista di Stella stellina quando alla domanda se valutava un appiattimento del linguaggio nei testi delle canzoni, risponde: “Non so dire quello che sarà nel futuro, però sicuramente c’è un abbassamento del linguaggio. Se l’Accademia della Crusca ha detto che il miglior testo è quello scritto da un immigrato fatevi due domande. Io sono straniero…”. Dalla sala stampa parte la battuta: “Non fatelo sapere a Salvini” e l’artista risponde sul filo dell’ironia: “Non diciamoglielo, sennò gli viene un embolo”.
Evidentemente però Salvini ha le sue orecchie anche a Sanremo e parte la nota stampa. Nella conferenza però Ermal Meta ha a cuore soprattutto un altro messaggio, che è quello della sua canzone: ”Oggi gli adulti fanno molto più rumore dei bambini – dice in conferenza stampa – e questa è la cosa che io trovo preoccupante, questo è un silenzio che spesso ci autoinfliggiamo, non si possono usare certe parole, non si può dire Gaza, non si può dire Palestina, come se fosse una bestemmia. Ma la vera bestemmia è tutt’altro, è il fatto che vengano cancellate, questa è la bestemmia!”
Più piacere gli avrà fatto invece l’endorsement di Adriano Celentano che sui social ha pubblicato il suo sostegno: “Bravo Ermal, la tua canzone è bellissima. E tu l’hai cantata così bene che è quasi impossibile che tu non vinca”. Cuori e una faccetta commossa è la reazione dell’artista. Anche la street artist Laika ha fatto un omaggio alla canzone dell’artista albanese con un poster dal titolo Come le farfalle, affisso
nel centro della città dei fiori (e della musica italiana). L’opera ritrae una bambina con in mano una bambola, mentre dalla schiena le spuntano ali di farfalla.
(da agenzie)
argomento: Politica | Commenta »
Febbraio 27th, 2026 Riccardo Fucile
SI TRATTA SUI PREPENSIONAMENTI: 66 DIPENDENTI DOVREBBERO RITIRARSI DAL LAVORO ANTICIPATAMENTE, ALLEGGERENDO I COSTI FISSI. L’ARMATORE GRECO HA CHIESTO DI INSERIRE NEL CONTRATTO DI COMPRAVENDITA UNA CLAUSOLA DI EARN-OUT, VINCOLANDO PARTE DEL PAGAMENTO ALL’EFFETTIVA REALIZZAZIONE DEI PREPENSIONAMENTI
L’accordo più vicino sembra essere quello con Theodore Kyriakou. Fonti che seguono la
trattativa dicono che è questione di giorni, venti o trenta al massimo. Il greco e John Elkann stanno parlando direttamente, gli uffici sono già al lavoro per preparare i comunicati stampa sul deal, ma per la firma finale c’è bisogno ancora di qualche limatura. Sul prezzo e sulle garanzie offerte da Torino.
Exor, la holding degli Elkann quotata in Borsa e posta a controllo di Gedi, vuole vendere la Repubblica, le radio, Huffington Post, periodici come Limes e National Geographic, la concessionaria pubblicitaria Manzoni e circa 100 milioni di debiti del gruppo Gedi (quelli verso la stessa Exor) a non meno di 110 milioni di euro.
Kyriakou fa il duro e gioca come un gambler, ha capito che dall’altra parte la voglia di vendere è tanta e cerca di ottenere il massimo sconto possibile. Ma anche lui vuole chiudere la trattativa.
Tempi invece più lunghi per l’altra negoziazione intavolata da Elkann: la cessione del quotidiano la Stampa ad Alberto Leonardis e ai suoi soci, che da Gedi hanno già comprato in passato Provincia Pavese, Tirreno, Nuova Sardegna, Nuova Ferrara, Gazzetta di Modena e di Reggio.
In questo caso il nodo principale da sciogliere ora non è tanto il prezzo d’acquisto, quanto le garanzie che Leonardis può fornire per comprare la Stampa e farla vivere.
Lo scorso 13 febbraio una squadra di persone inviata da Elkann è stata ad Atene per un nuovo giro di negoziazioni con i manager di Antenna […].
Molti giornali hanno ipotizzato che la trattativa era in stallo o che rischiasse di saltare, ma in realtà il greco sta puntando su due questioni per convincere l’erede Agnelli ad abbassare le pretese finanziarie, che inizialmente prevedevano di vendere Gedi (la Stampa esclusa) a 140 milioni di euro.
La prima questione è quella dei prepensionamenti. Si parla di 66 persone, tra dipendenti di Repubblica e quelli delle radio del gruppo (Deejay, Capital e M2o), che dovrebbero andare in pensione anticipatamente tra il 2026 e il 2027 alleggerendo i costi fissi di Gedi. Ma affinché si realizzi l’uscita anticipata sono necessarie due condizioni che al momento mancano: l’accordo sindacale e il via libera del governo
Per evitare sorprese, Kyriakou ha chiesto però di inserire nel contratto di compravendita una clausola di earn-out, vincolando parte del pagamento all’effettiva realizzazione dei prepensionamenti.
L’altro tema riguarda Stardust, un’agenzia pubblicitaria dedicata agli influencer, in cui Gedi è entrata nel 2023 con il 30 per cento e che oggi controlla con l’88,6 per cento delle quote. Stardust ha prodotto però solo guai: ha chiuso il bilancio del 2024 (ultimo disponibile) con una perdita di 4,7 milioni di euro e il patrimonio negativo per 825 milioni di euro.
Oltre a svalutare la sua partecipazione per 7,5 milioni di euro, Gedi l’anno scorso ha dovuto anche mettere mano al portafogli e varare un nuovo aumento di capitale da 2,6 milioni di euro per evitare la messa in liquidazione della società.
Non è chiaro che cosa abbia scoperto di nuovo Kyriakou durante la due diligence sui conti del gruppo, ma chi segue la trattativa racconta che anche questo è stato un argomento messo sul tavolo ad Atene per far scendere il prezzo.
Di sicuro nel suo ultimo bilancio Exor valuta Gedi 118 milioni di euro. Vendere a 110 milioni non sarà sicuramente un successo per Elkann che, da quando è diventato proprietario del gruppo, nel 2019, tra costo d’acquisto e aumenti di capitale ha speso quasi 600 milioni, ma viste le perdite sostanziose che il gruppo continua a registrare (35,9 milioni nel 2024), vendere adesso significa comunque risparmiare in futuro.
Nei 118 milioni di valutazione di Gedi è compresa anche La Stampa, che non è invece oggetto della trattativa con Kyriakou. Come detto, il quotidiano torinese potrebbe finire nella mani di Leonardis. O meglio: della variegata pattuglia di soci che l’imprenditore abruzzese della comunicazione, ex consulente di società come Telecom e Poste, ha messo insieme nella sua Sae, già editrice di vari giornali locali e società di comunicazione.
Leonardis è il presidente e amministratore delegato di Sae, ma non è l’azionista di maggioranza. Il gruppo ha 21 soci, i principali sono Maurizio Berrighi (costruttore toscano), Luca Santini (distribuzione di giornali in Toscana) e la Fondazione di Sardegna (ente no profit diretto dall’ex consigliere regionale Pd, Giacomo Spissu, con un patrimonio netto di quasi 1 miliardo di euro).
Leonardis ha solo il 3 per cento del capitale di Sae, ma in virtù dei patti para-sociali la guida e ne coordina la strategia. L’accordo per la trattativa esclusiva con Gedi scade a fine aprile. Il prezzo di vendita sui 20 milioni in discesa, ma l’offerta di Sae verrà formalizzata al termine della due diligence.
Chi segue la trattativa dice che l’imprenditore mostra fiducia: Fondazione di Sardegna e altri soci di Sae sarebbero infatti disponibili a versare il capitale necessario. Le fondazioni torinesi San Paolo e Crt, che si erano sfilate da un possibile ingresso tra i soci, potrebbero però aiutare i giornale del territorio investendo in adv per garantire entrate costanti.
Intanto, l’attenzione di Elkann è concentrata sulla chiusura della trattativa con Kyriakou. L’erede Agnelli può fare saltare tutto solo se il miliardario greco esagera troppo: «Per John proporre meno di 105-110 milioni sarebbe come un’offesa personale. In quel caso tutto potrebbe essere rivisto». Ma Kyriakou lo sa, e ha promesso non calcare troppo la mano.
(da agenzie)
argomento: Politica | Commenta »
Febbraio 27th, 2026 Riccardo Fucile
SECONDO UN SONDAGGIO REUTERS/IPSOS, CIRCA IL 61% DEGLI INTERVISTATI CONSIDERA IL TYCOON “SEMPRE PIÙ IMPREVEDIBILE CON IL PASSARE DELL’ETÀ”… UN GIUDIZIO ESPRESSO NON SOLO DAI DEM, MA ANCHE DA UNA BUONA FETTA DEI REPUBBLICANI
Negli Stati Uniti cresce la preoccupazione tra gli elettori per la salute mentale del presidente Donald Trump, a poco più di un anno dall’inizio del suo secondo mandato. Secondo una serie di sondaggi resi noti nelle ultime ore, una maggioranza significativa di cittadini americani ritiene che l’età del presidente – che a giugno compirà 80 anni – stia influenzando negativamente la sua lucidità e capacità di governare
Un recente sondaggio Reuters/Ipsos ha rilevato che circa il 61% degli intervistati considera Trump «sempre più imprevedibile con l’età», un giudizio espresso non solo da gran parte degli elettori democratici e indipendenti, ma anche da una quota non trascurabile di repubblicani.
I dati mostrano inoltre una diminuzione del numero di persone che descrivono il presidente come «mentalmente acuto e capace di affrontare sfide complesse»: questa percezione è passata dal 54% di settembre 2023 al 45% attuale.
§Anche altri sondaggi confermano questa tendenza. Le rilevazioni pubblicate da Cnn evidenziano che la preoccupazione per le capacità cognitive di Trump si è intensificata rispetto al passato
In alcune rilevazioni, oltre il 50% degli elettori ha espresso dubbi sulla sua prontezza mentale o fisica per affrontare pienamente il ruolo presidenziale.
(da agenzie)
argomento: Politica | Commenta »
Febbraio 27th, 2026 Riccardo Fucile
AI SOVRANISTI DEL PROBLEMA TOSSICODIPENDENZA NON FREGA NULLA
Che fine hanno fatto i drogati? Nell’accezione civilizzata del termine, i tossicodipendenti? Se ne
parla molto poco, o addirittura affatto. Sono quasi spariti dalla scena mediatica, che pure di droga si occupa accanitamente, per evidenti necessità di cronaca. Vedi la recente, impressionante guerriglia messicana; vedi la pretestuosa deposizione manu militari di Maduro, travestita da “lotta al narcotraffico”. La droga come agente primario della geopolitica, dell’economia e del crimine.
Ma la droga dei drogati? Le centinaia di milioni di consumatori, la carne da cannone di questa guerra e al tempo stesso il suo motore economico: quanti sono, come stanno, a quali speranze di uscirne possono ancora aggrapparsi? Sono una fetta importante dell’umanità. Approssimativamente, molte decine di milioni di esseri umani la cui vita è catturata, o distrutta, dalla dipendenza da sostanze naturali o sintetiche — ultimamente: soprattutto sintetiche.
Continuano a occuparsene, nella quotidianità, medici, psichiatri, personale sanitario, assistenti sociali, preti, comunità, famiglie che si ostinano a trattare la questione della droga come una questione di salute pubblica, prima di tutto. Come una lotta per salvare vite, per liberare vite (il contrario di dipendenza è: indipendenza). Come una epidemia epocale, dalle mille sfaccettature, che certo non arretra perché questa o quella cosca criminale prevale, perché questo o quel governo muta di una virgola le sue leggi. In ogni angolo del mondo, per nostra fortuna (di tutti: non solo dei drogati) ci sono persone che si occupano professionalmente delle tossicodipendenze, che si dannano per trovare — chiamiamolo così — un vaccino che le debelli, o perlomeno riesca ad arginarle.
Non così la politica e i media. La droga non è più trattata come una emergenza sanitaria mondiale. È trattata quasi esclusivamente come una questione di ordine pubblico; e come una questione di potere. Avete forse sentito Trump spendere mezza parola sul fatto che l’America (dunque: gli americani, i suoi concittadini!) sono il primo mercato mondiale per il consumo di droghe? Sotto tiro era l’offerta, l’odiosa offerta dei narcos. Ma la domanda? La moltitudine di persone che si trascinano nelle strade, nei parcheggi, nei locali degli States alla ricerca di una dose? Esiste una parola anche per loro? Esiste un pensiero anche per loro? Esiste una politica anche per loro, investimenti, progettazione, lavoro, solidarietà?
La mia generazione è cresciuta dentro un rovente, appassionante dibattito politico, culturale, terapeutico sulle droghe e sui drogati. Pensate solo a San Patrignano, alla interminabile discussione sui modi bruschi, la costrizione, la reclusione come forma
di soccorso; sulla sostanziale inutilità di quel metodo e al tempo stesso sul disperato ricorso a quel metodo come ultima spiaggia: quasi ogni persona della mia generazione conosceva famiglie coinvolte. Quasi ogni persona della mia generazione prese parte a quel dibattito, sostanzialmente riassumibile nella scelta tra proibizionismo e antiproibizionismo. I drogati, il loro corpo, le loro vite, erano l’oggetto di quel dibattito. La loro reclusione, la loro liberazione, la loro salute fisica e psichica erano l’oggetto di quel dibattito. Gli esseri umani erano l’oggetto di quel dibattito.
E ora? Ora è come se la questione fosse “normalizzata”. Assorbita. Data per scontata. Infine: cancellata. Drogarsi è diventato un consumo, non più un azzardo, non più una sfida davanti alle porte dell’Ade. Non sono più le rockstar e gli artisti maledetti, è il popolo la star di questo massacro silenzioso. È il camionista, la commessa, l’impiegato, la manager. Le cronache, e fior di docufiction, ci hanno abituati a immaginare le droghe — specialmente la cocaina — come un arredo dei tempi. Il vassoio di polvere bianca tal quale il vassoio di caviale (costa anche meno). Che la nevrosi molesta di molti nevrotici molesti, che il superomismo tronfio di molti superomisti tronfi possano discendere dall’abuso di sostanze, non è più una domanda all’ordine del giorno. Nella versione minimale della questione: che l’isterismo e l’istinto di prevaricazione nel traffico di Milano o di Roma siano figli anche della cocaina, comune come la pizza, come il kebab, qualcuno ha ancora voglia di chiederselo?
Chiedersi come stanno i drogati. Mettersi dalla parte dei drogati: sarebbe un segno forte, urgente di resistenza umana che non accetta la morte della politica, la sua incapacità di rimettere le persone al centro della scena. Anche perché le droghe hanno una storia culturale importante, e questa storia ce l’abbiamo sotto gli occhi grazie al fentanyl, che ha tutta l’aria di essere l’ultima delle droghe, l’arma definitiva. Come ha scritto Roberto Saviano su questo giornale: il fentanyl “è la droga finale, la sostanza di un’umanità che non vuole più vivere ma soltanto cessare di sentire. È questo che la nuova generazione di capitalismo morente produce come desiderio collettivo: l’anestesia invece dell’utopia”. (E torna in mente il Cantico dei drogati di De André: “Ho licenziato Dio/ gettato via un amore/ per costruirmi il vuoto/ nell’anima e nel cuore”.
È importante ricominciare a parlare dei drogati. Dei grotteschi, cafonissimi boss del narcotraffico sappiamo anche troppo, sembrano gli attori di una fiction sulle loro vite. Tali e quali. Ma le loro vittime, ingiustamente, non hanno più nome nel cartellone del megashow “Droga”. Proviamo a ridarglielo. Proviamo a dire che la vita dell’ultimo dei morti per fentanyl in un sobborgo americano vale tanto quanto la vita di uno dei bulli inanellati che si sono arricchiti sulla sua morte. O tanto quanto la vita di Trump. O tanto quanto la nostra vita di sani e di salvati. Parlare dei drogati: non sarebbe un modo per ricominciare per davvero a parlare di politica?
(da Repubblica)
argomento: Politica | Commenta »
Febbraio 27th, 2026 Riccardo Fucile
BOTTIGLIONE È ANCHE LA “GRANDE ACCUSATRICE” IN UN ALTRO FILONE DEI PROCEDIMENTI A CARICO DELLA “PITONESSA”, QUELLO SULLA PRESUNTA TRUFFA AGGRAVATA ALL’INPS
“Le decisioni venivano concordate spesso prima dei Cda e, per quello che ho capito io, le decisioni strategiche venivano prese da Santanchè, Canio Mazzaro e Dimitri Kunz”, ossia l’ex compagno e l’attuale compagno della senatrice di FdI. E’ un passaggio della testimonianza odierna dell’ex dipendente del gruppo Visibilia, Federica Bottiglione, nel processo milanese, davanti alla seconda sezione penale, in cui la ministra del Turismo risponde di falso in bilancio assieme ad altre 15 persone.
Bottiglione, ex responsabile degli affari societari di Visibilia, è anche la cosiddetta “grande accusatrice” in un altro filone dei procedimenti milanesi a carico della parlamentare, quello sulla presunta truffa aggravata all’Inps sulla cassa integrazione nel periodo Covid, ora congelato in attesa di un’udienza e di una decisione della Consulta.
“Ho interrotto il mio lavoro con la scoperta dell’uso improprio della Cig e quindi mi sono astenuta dal lavorare da quel momento”, ha raccontato Bottiglione che, con la sua denuncia e anche con alcune registrazioni, fece scattare le indagini su quella tranche. Ha iniziato a lavorare per Visibilia nel 2014 ed è stata poi licenziata nel spesso ero da remoto e partecipavo ai cda – ha spiegato Bottiglione -. La mia attività era ottemperare a tutte le procedure che servono per le quotate in Borsa, mi occupavo del calendario, dei documenti e verbali del Cda e dei comunicati stampa, non mi occupavo di conti”.
Bottiglione era stata anche già sentita nelle indagini sul falso in bilancio, nel luglio 2023, e aveva spiegato che faceva riferimento “anche direttamente” a Santanchè, fondatrice del gruppo editoriale da cui poi ha dismesso cariche e quote. “Per alcune cose chiedevo direttamente a lei e poi dal 2018 la incontravo anche in Senato”, ha aggiunto.
Oggi è stato ascoltato come testimone anche Francesco Maggioni, attuale amministratore unico di Visibilia Editrice, una delle società del gruppo. Maggioni, oggi convocato dall’accusa, è anche testimone di molte difese. Il processo proseguirà il 5 marzo.
(da agenzie)
argomento: Politica | Commenta »