Febbraio 28th, 2026 Riccardo Fucile
IN IRAN CI SONO 500 CONNAZIONALI… SCHLEIN: “TRUMP AGISCE FUORI DAL DIRITTO INTERNAZIONALE”
L’Italia non era stata pre-avvisata dell’imminente offensiva militare di Usa e Israele contro l’Iran. L’ha saputo solo ad “attacco cominciato”, come ha rivelato il vicepremier Matteo Salvini a metà mattinata, parlando a Milano. Ora però il governo di Giorgia Meloni si trova ad affrontare le conseguenze dell’azione americana e israeliana e della reazione di Teheran.
Politicamente, l’esecutivo non dà un pieno appoggio politico alla mossa Usa, invitando alla de-escalation. L’altro vicepremier, il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, ha informato che è stata colpita la base italiana in Kuwait, in cui operano 300 nostri militari, tutti incolumi. E che sono pronte alcune evacuazioni di connazionali dall’Iran all’Azerbaigian, su richiesta dei civili. Finora, secondo le riunioni che lo stesso Tajani sta tenendo alla Farnesina, non sarebbero arrivate informazioni di allarme circa i 500 italiani ancora presenti in Iran, il grosso nell’area urbana di Teheran.
Palazzo Chigi ha invitato tutti i connazionali “alla massima prudenza e a seguire con attenzione le indicazioni fornite dalla Farnesina”. La nota di Giorgia Meloni parla di un “momento particolarmente difficile”, l’Italia rinnova “la propria vicinanza alla popolazione civile iraniana che con coraggio continua a richiedere il rispetto dei suoi diritti civili e politici”. Ma non si sbilancia oltre. Meloni annuncia che “si terrà in contatto con i principali alleati e leader della regione già a partire
dalle prossime ore per sostenere ogni iniziativa che possa condurre a un allentamento delle tensioni”. De-escalation.
Tajani ha invitato gli italiani in Iran a “non muoversi e rimanere a casa o in albergo”. Dalla Farnesina, Tajani conferma che non ci sono state vittime tra gli italiani. “Neanche un italiano coinvolto negli attacchi molteplici in Iran e nei Paesi dell’area del Golfo”. Anche i militari italiani dell’Aeronautica che sono nella base in Kuwait che è stata attaccata con i missili dall’Iran “sono tutti incolumi, erano tutti nel bunker”. Per ora si registrano “danni ingenti alla pista ma non ci sono militari italiani feriti. E’ stato fatto anche un attacco al comando della Quinta flotta ma non ci sono italiani coinvolti in tutta l’area, né civili né militari”.
Le reazioni dei partiti
Dall’opposizione arriva l’intervento della segretaria del Pd, Elly Schlein: “Chiediamo – afferma – al governo di attivarsi con urgenza per garantire la sicurezza dei nostri connazionali” in Iran “e di adoperarsi in tutte le sedi multilaterali per una descalation e impedire un allargamento del conflitto, con conseguenze potenzialmente incalcolabili”. La leader dem aggiunge: “Ci preoccupa moltissimo, ci angoscia la drammatica escalation in Medio oriente dopo l’attacco congiunto di Usa e Israele all’Iran. Trump aveva detto che avrebbe portato la pace e messo fine ai conflitti invece qui si apre una escalation, al di fuori del diritto internazionale, che può avere risvolti imprevedibili anche sulla fragile tregua a Gaza”.
Chiedono all’esecutivo di prendere le distanze da Trump e Netanyahu, Angelo Bonelli e Nicola Fratoianni di Avs: “L’Italia ripudia la guerra e il popolo italiano non vuole essere complice di Trump e Netanyahu. E il governo deve rispettare la Costituzione e la volontà popolare. Che gli piaccia o meno, il diritto internazionale non vale fino ad un certo punto, ma noi chiediamo al contrario di Trump, Netanyahu e Putin che vada ricostruito il ruolo dell’Onu e del diritto internazionale in difesa dei diritti umani e delle democrazie”.
(da Repubblica)
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Febbraio 28th, 2026 Riccardo Fucile
IL RIPRISTINO DELLE PREFERENZE AVREBBE GIUSTIFICATO LA NECESSITA’ DI CAMBIARE LE REGOLE PER LE URNE
Il ripristino delle preferenze poteva essere il mantello dorato con cui rendere presentabile,
plausibile, addirittura necessaria la riforma elettorale fortissimamente voluta dal centrodestra come anticipo del premierato. Avrebbero potuto dire: agiamo per amore della democrazia, per interrompere il fatale declino della partecipazione in un Paese dove la metà dei cittadini non si prende più il disturbo di andare alle urne. Rispettiamo i nostri programmi, siamo coerenti con le nostre idee (Giorgia Meloni è sempre stata sostenitrice delle preferenze) e vogliamo innanzitutto ricucire il rapporto tra elettori ed eletti perché, come abbiamo sempre detto, ciascuno deve poter scegliere chi mandare in Parlamento, e in seguito incalzarlo se non fa il suo dovere.
L’occasione al momento è stata persa, le posizioni di principio del tutto contraddette. La bozza di riforma elettorale non solo non introduce le preferenze ma con l’abolizione del maggioritario cancella anche il loro ultimo brandello, cioè la possibilità di scegliere nei duelli di collegio tra singoli candidati, biografie, percorsi politici. Era l’estremo spiraglio di decisione “sulle persone” rimasto agli elettori, ora sostituito da un prendere o lasciare senza opzioni: coalizioni predeterminate, premier pre-indicati nel programma, deputati e senatori scelti dalle segreterie e blindati nei listini. L’unica via di dissenso da questi pacchetti chiusi sarà restare a casa, ed è possibile che la nuova legge elettorale incoraggi ulteriormente l’evasione di massa dal principale appuntamento della democrazia. Già adesso ogni analisi dice che il primo motivo dell’astensionismo è l’impossibilità di votare “qualcuno che mi rappresenti davvero”, e figuriamoci quando saranno cancellate anche le sfide di territorio.
Non è facile capire perché la destra abbia rinunciato in partenza a un suo caposaldo, che tra l’altro poteva rappresentare una risposta efficace alle accuse delle opposizioni di deriva orbaniana, trumpiana, autoritaria, e consentire di replicare ai critici: noi restituiamo un potere effettivo agli elettori, valorizziamo l’idea di popolo sovrano, diamo un potere aggiuntivo alla gente. Le preferenze sono senz’altro sistema opinabile, e tutti ricordano le distorsioni inquietanti che hanno a lungo portato nella vita pubblica italiana, ma questa preoccupazione non ha mai agito nel mondo della maggioranza. Piuttosto sembra aver lavorato anche in questa circostanza l’assillo di ogni classe dirigente di avere un controllo assoluto sui gruppi parlamentari e di evitare l’ascesa imprevedibile di elementi “di disturbo”, eretici, potenziali nuovi protagonisti della scena e quindi concorrenti.
Anche il decantato potere delle preferenze come antidoto all’astensionismo, alla fin fine, forse è stato giudicato più un problema che un vantaggio. I bassi livelli di partecipazione sono una sicurezza, rendono tutto più prevedibile, meno faticoso, e una riforma elettorale cucita su uno status quo immutabile da anni, richiede di evitare sorprese. Cosa succederebbe se tornasse ai seggi anche una minima parte dei 17 milioni di italiani assenti alle ultime Politiche, o un pezzetto dei 26 milioni che hanno disertato le Europee del 2024? Chi voterebbero, come cambierebbero gli equilibri generali? Nessuno nella maggioranza sembra avere voglia di scoprirlo.
Il ripristino delle preferenze, insomma, richiedeva una somma di atti di coraggio che in questa fase il centrodestra non si è sentito di fare. Perdita di controllo sugli eletti, sorprese sul territorio, esiti imprevisti di una fiammata di partecipazione. E tuttavia, senza quel mantello, senza quell’atto di coerenza con le posizioni di sempre, difendere la legge risulterà più complicato, anche nei confronti dei propri elettori.
Flavia Perina
(da La Stampa)
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Febbraio 28th, 2026 Riccardo Fucile
UNA LEGGE TRUFFA BLINDATA CHE RIFLETTE LA DITTATURA DELLA MAGGIORANZA, IGNORA L’OPPOSIZIONE E UMILIA IL PARLAMENTO… E TRADISCE IL PIANO DI CONQUISTA DEL QUIRINALE
«La vita è fatta di priorità», era il claim di uno spot di fine anni 90. Il Belpaese prodiano tirava la cinghia, per arrivare al traguardo dell’euro, e la pubblicità assegnava a un bel gelato, il Magnum, il primato dei gusti italici. Una trentina d’anni dopo — tra i droni di Putin e le allucinazioni di Trump, il Pil che arranca e lo stipendio che manca — le destre al comando indicano all’Italia le loro priorità: il referendum sulla magistratura, e adesso la nuova legge elettorale. Volendo, potremmo aggiungere anche la scaletta di Sanremo, il prozac catodico-melodico della Nazione elevato a “questione di Stato”, che impegna da giorni le alte cariche di palazzo Chigi e palazzo Madama.
Ma non divaghiamo con il soft, e restiamo all’hard power. L’intonazione paranoica dell’ordalia del 22 marzo, e ora anche l’appropriazione clanica delle regole del voto, sono figlie della stessa sindrome: la paura. A dispetto della postura aggressiva forgiata negli anni ruggenti di Colle Oppio, Giorgia Meloni ha paura. Di perdere il «tocco magico». Di scontare troppi mesi buttati a fare il «ponte» con l’America Maga. Di smarrire la connessione emotiva con la pancia del Paese. Di scalfire il mito dell’invincibilità, costruito in tre anni e mezzo di dominio incontrastato. Quindi, paura di perdere: oggi il referendum, domani le elezioni.
La crociata sulla giustizia è il primo stress-test per l’ipnocrazia meloniana. Da un lato ci sono i finti moderati, che rinnovano callidi appelli a non «politicizzare» il quesito e a insistere sul portato «tecnico» della separazione tra giudici e pm. Dall’altro lato ci sono i soliti pasdaran, che hanno fretta di consumare la vendetta postuma contro le toghe rosse e di stabilire la primazia assoluta dell’esecutivo sul giudiziario. In mezzo c’è la Sorella d’Italia, che assiste inquieta al recupero del No.
Se dà retta ai moderati e non si espone troppo, rischia la sconfitta ma può provare a ridurre il danno. Se dà retta ai pasdaran e ci mette la faccia, può vincere mobilitando il suo popolo, ma se fallisce è una disfatta epocale. Finora ha alternato i due registri (anche se alla fine, come nella favoletta, prevale sempre la sua vera natura: non la rana che aiuta, ma lo scorpione che avvelena).
L’intervista a Sky del 19 febbraio è il paradigma dello spettro nevrotico nel quale vaga lei stessa e dello spazio ipnotico nel quale attrae gli italiani. Aveva l’occasione per rimediare al vergognoso strappo di Nordio contro il Csm «para-mafioso»: un’offesa a Mattarella che lo presiede e piange un fratello assassinato da Cosa nostra.
Ma niente da fare: un blando riconoscimento al capo dello Stato, poi un rinnovato affondo contro i magistrati e un surreale tentativo di uscire dalla «lotta nel fango» (dopo averlo copiosamente prodotto): «Il referendum non è un voto sul governo», ha provato a dire la premier. Negando spudoratamente due verità: questa “riforma della giustizia” è tutta sua, perché sua è la prima firma sul testo della legge che cambia 7 articoli della Costituzione, e di conseguenza il referendum su cui voteremo è la sfida più politica che esista.
L’obiettivo è sempre lo stesso: punire e intimidire le toghe, ristabilendo la primazia del potere politico sull’ordine giudiziario. Supportati da algidi filologi e “presidenti emeriti”, i legulei della Garbatella ripetono che «nella riforma questo non c’è scritto»: dimenticano che il principio di «autonomia e indipendenza della magistratura» è scolpito anche nelle Costituzioni di Russia, Turchia e Iran.
Se la reale intenzione non fosse questa — candidamente rivelata dallo stesso Guardasigilli nei suoi frequenti momenti di sincerità involontaria — non assisteremmo al teatro dell’assurdo messo in piedi ogni giorno dai patrioti, per alterare lo stato di coscienza dell’opinione pubblica
Non vedremmo la presidente del Consiglio che detta alle procure i capi di imputazione per gli indagati di Torino o di Milano e posta video in cui mente e manipola senza ritegno sentenze civili sul risarcimento a un migrante o a Sea Watch, con il solo scopo di infangare «i giudici che non ci lasciano governare».
Non vedremmo il ministro della Giustizia snocciolare le sue tossiche “perle” quotidiane contro il Consiglio superiore, contro i magistrati promotori del No, contro Gratteri e Melillo, contro i pm che notificano l’avviso di conclusione indagini alla sua capa di gabinetto per lo scandalo Almasri.
Non vedremmo il sottosegretario Fazzolari, preda di un tragicomico testacoda geopolitico, iscrivere persino lo zar Putin al comitato del No. E non li avremmo visti tutti assieme — i Salvini e i Piantedosi, i Tajani e i Bignami — ballare la loro danza macabra nel bosco di Rogoredo, inneggiando alla «difesa sempre legittima» di un poliziotto che ora si è scoperto reo confesso e omicida volontario di un pusher. Colossale boomerang mediatico, generato da maniacale fumus ideologico. In termini di consenso, la strategia non sta pagando. Prende corpo il pericolo di perdere una partita che pareva stravinta in partenza. Di qui, la svolta sulla legge elettorale.
Stabilicum, Donzellum, Melonellum: qualunque sia il raccapricciante nomignolo che gli appiopperanno, la riforma del sistema di voto concepita nottetempo nel prestigioso laboratorio di via della Scrofa dagli azzeccagarbugli tricolore è un altro Frankenstein, giuridico e politico. Lo spacciano come «garanzia di stabilità», nonostante si vantino dal settembre 2022 di essere «l’esecutivo più stabile d’Europa».
Come il Porcellum di Calderoli del 2005, poi corretto nel Rosatellum che nel 2017 aveva sostituito il renziano Italicum del 2015, anche l’ultimo nato è un mostriciattolo incostituzionale, impapocchiato con un solo scopo: garantire alle destre oggi al potere di rivincere, o quanto meno di pareggiare le prossime elezioni.
Tutti i correttivi previsti alla legge elettorale vigente sono funzionali a questo risultato: il ritorno al proporzionale e l’abolizione dei collegi uninominali serve a impedire la vittoria del centrosinistra al Senato, il super-premio di maggioranza al primo arrivato serve a garantire il primato di FdI, i listini bloccati servono a blindare le candidature di Lega e Forza Italia, la soglia di sbarramento ferma al 3% serve a imbarcare Vannacci.
È un film dell’orrore, purtroppo già visto ai tempi di Berlusconi e di Renzi: a pochi mesi dal voto e a corto di fiato, le coalizioni uscenti riscrivono le regole del gioco a misura delle loro esigenze e delle loro convenienze. Ancora una volta l’uso e l’abuso della democrazia e delle norme che ne disciplinano il funzionamento.
Ma qui c’è una doppia aggravante. In sintonia con la separazione delle carriere giudici-pm, anche questa nuova legge-truffa (proprio come quella del 1953) è totalmente blindata: riflette la dittatura della maggioranza, ignora l’opposizione, umilia il Parlamento (già annichilito dalle 101 fiducie imposte dall’inizio della legislatura). E in sequenza con il referendum (contro la magistratura) e con il «premierato forte» (contro il presidente della Repubblica) il colpo di coda meloniano tradisce il piano di conquista del Quirinale, la voglia di «pieni poteri» e la ricerca di una scorciatoia per ottenerli.
Eccole servite, le vere «priorità». L’Italia chiede crescita, equità salariale e fiscale, sicurezza. E Giorgia le offre il suo rancido Magnum: la capocrazia.
(da repubblica.it)
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Febbraio 28th, 2026 Riccardo Fucile
“ALL’ELETTORE DICONO UN’ALTRA VOLTA CHE NON VALE UN PIFFERO”… “LA CONSULTA PUO’ INTERVENIRE”
Professor Ainis, se davvero Meloni porterà a casa lo “Stabilicum”, saremo di fronte a un’altra
legge elettorale incostituzionale?
In caso – mi perdoni l’ovvietà – lo deciderà la Consulta. Il fatto è che l’orientamento della Corte costituzionale cambia a seconda della sua composizione. Nel 2014 il presidente era Gaetano Silvestri e la sentenza numero 1 – che bocciò il Porcellum – fu molto criticata da chi sostenne che i giudici avessero invaso la discrezionalità del legislatore. Io credo invece che quella sentenza fissò dei principi molto importanti. Se la Corte di oggi dovesse avere la stessa sensibilità, è probabile che quei principi saranno fatti valere anche oggi.
Il punto più delicato è ancora il premio di maggioranza?
Sì. La Corte non ha mai stabilito che il premio sia incostituzionale in sé. Disse però che non può e non deve produrre un effetto distorsivo eccessivo sulla rappresentanza. Nel Porcellum mancava una soglia minima: potevi ottenere quel premio anche con il 21 o il 25 per cento. Era chiaramente sproporzionato.
Nello “Stabilicum” invece c’è una soglia minima del 40%.
Eppure, se ho fatto bene i conti, chi supera il 40 per cento ottiene 70 deputati e 35 senatori in più; il premio incide per oltre il 17 per cento dei seggi, parliamo di un sesto della rappresentanza parlamentare.
E le liste bloccate?
Nel 2014 la Corte costituzionale censurò quelle troppo lunghe. Con questo nuovo sistema saltano i collegi uninominali. Se rimanessero le circoscrizioni attuali, le liste si allungherebbero inevitabilmente.
La Consulta però non ha fissato un numero magico o una tabellina che stabilisca i confini “leciti”, né per il premio di maggioranza, né per la lunghezza delle liste bloccate.
No, però ha stabilito un limite implicito e questa legge sembra voler ignorare ogni principio di ragionevolezza. Il fatto davvero scandaloso è che questi sistemi elettorali – per una sorta di nevrosi che abbiamo noi italiani – vengono disegnati, cuciti e scuciti ad ogni legislatura. In questi anni le pluricandidature e le liste bloccate hanno contribuito non poco all’astensionismo. Il messaggio dei partiti è chiaro: tu, elettore, non conti un piffero.
Lo “Stabilicum” prevede anche l’ipotesi di un ballottaggio nazionale tra coalizioni.
Rispetto al piatto che si sta cucinando, è l’ingrediente meno indigesto, anche se sarebbe una soluzione inedita per le Politiche. Ma è tutto confuso. Si sono inventati un “maggiorzionale”: un proporzionale drogato da un premio di maggioranza abnorme. Una creatura ibrida. Né proporzionale vero, né un maggioritario come quello inglese o americano, dove ci sono i collegi uninominali.
Mi affido alla sua memoria storica: è mai esistita una “etica costituzionale” della legge elettorale? Oppure il cinismo strategico a cui abbiamo assistito negli ultimi 20 anni è un classico della cultura politica italiana?
Nella Prima Repubblica quell’etica c’era. Dal 1948 al 1993 il proporzionale puro era accettato da tutte le forze politiche. Quando la Democrazia cristiana tentò la cosiddetta “legge truffa” ci fu una battaglia furente. E pensi che il premio sarebb
scattato solo superando il 50 per cento dei voti! Invece quell’ipotesi fu cestinata immediatamente. Esisteva un senso di condivisione delle regole.
Ogni nuova legge elettorale porta con sé il giochino del nome. A questa hanno già affibbiato lo “Stabilicum”. Qualcuno ha parlato pure di “Ipocritellum”. Vuole partecipare?
Il vezzo dei latinismi è diventato stucchevole e non fa onore alla memoria di Giovanni Sartori, che lo inventò per primo e poi fu goffamente imitato. La chiamano “Stabilicum” per la stabilità, ma se la stabilità è la suprema virtù, Mussolini era un grande virtuoso. E allora chiamiamolo “Mussolinum”.
(da Repubblica)
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Febbraio 28th, 2026 Riccardo Fucile
PER COMPRENDERE IL TYCOON, PIÙ CHE RICORRERE AI TRATTATI DI PSICHIATRIA, OCCORRE ANALIZZARE I CAMBIAMENTI ANTROPOLOGICI DELLE CLASSI “DIGERENTI”. NEGLI USA NEGLI ULTIMI ANNI UNA RAZZA PREDONA SI È IMPOSSESSATA DEL POTERE PER ACCUMULARE CAPITALI SMISURATI, DIVORATA DA UN’AVIDITÀ INCONTENIBILE CHE CANCELLA OGNI ETICA E OGNI REGOLA CIVILE
Non è la prima volta che si parla della salute mentale di Donald Trump. Anche nel 2017 quando fu eletto presidente per il primo mandato ci furono dubbi e interrogativi sul suo equilibrio personale.
Addirittura in quell’occasione 27 psichiatri americani di università prestigiose come Yale e Harvard pubblicarono un libro dal titolo allarmante The dangerous case of Donald Trump (Il caso pericoloso di Donald Trump), curato dalla psichiatra di Yale Bandy Lee.
Nel libro gli psichiatri pur riconoscendo i limiti di una diagnosi psichiatrica in absentia, ossia in assenza della persona interessata, giunsero a conclusioni inquietanti ipotizzando che Trump potesse avere una personalità pericolosa per la sua megalomania e il suo egotismo strabordante.
Nonostante questa diagnosi Trump è riuscito a raggiungere con una strategia elettorale efficace la seconda incoronazione adottando la parola d’ordine Maga-Make America Great Again a cui hanno risposto con entusiasmo maree di sostenitori ed elettori del popolo americano e ancora di più gli oligarchi delle nuove tecnologie e dell’IA.
È evidente che sia poco giustificabile supporre che Trump possa avere un disturbo psichico che potrebbe ostacolare gravemente i suoi executive order, gli ordini esecutivi con i quali si è imposto come leader mondiale.
È stato in grado di applicare regole vincolanti dalla Palestina al Venezuela e ha giocato alzando e abbassando i tassi mondiali a suo piacimento, senza trovare opposizioni significative da parte dei Paesi colpiti.
Questo non vuol dire condividere in alcun modo le sue tattiche politiche, ma ammettere che hanno avuto un metodo efficace, non facile da riconoscere anche perché offuscato dalle sue stravaganze, dai comportamenti erratici e dall’ostentato disprezzo per quanti non condividono le sue decisioni.
Si tratta di un metodo che potremmo definire tirannico, con cui impone con violenza le sue volontà che non tengono conto degli altri, ma solo dell’immagine personale del mondo che lui stesso vuole costruire. E come ha profetizzato nel recente discorso sullo stato dell’Unione, presentandosi come Creso il re che trasformava tutto in oro, è in arrivo per gli Stati Uniti un’età aurea. D’altra parte il senso grandioso di sé è alimentato dall’enorme potere di cui dispone e dall’opportunismo e dall’acquiescenza dei suoi collaboratori e anche dei suoi stessi oppositori costretti a rincorrerlo continuamente.
Per comprendere Trump, più che ricorrere ai trattati di psichiatria, occorre cercare di analizzare i cambiamenti antropologici delle classi al potere verificatisi negli ultimi decenni negli Stati Uniti e anche nel nostro Paese, nei quali si sono via via affermate nuove forme di personalità nelle classi dirigenti plasmate dal contesto sociale, politico ed economico.
È quello che sta succedendo oggi in America in cui una razza predona, favorita da un capitalismo rapace, si è impossessata del potere per accumulare capitali smisurati, divorata da un’avidità incontenibile che cancella ogni etica e ogni regola civile. Queste figure si caratterizzano per la ricerca compulsiva di potere e di dominio sugli altri, accecate da una competizione esasperata e una forte propensione per il rischio.
Un narcisismo estremo con un baricentro esistenziale rivolto esclusivamente a sé stessi per garantirsi il proprio piacere e la propria felicità con nessun interesse, addirittura un disprezzo nei confronti delle altre persone, soprattutto quelle più vulnerabili. Non è necessario rifarci al filosofo inglese Thomas Hobbes per farci preconizzare un possibile ritorno alle leggi della giungla.
(da La Repubblica)
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Febbraio 28th, 2026 Riccardo Fucile
“LE OPPOSIZIONI DEFINISCONO IL TESTO AUTORITARIO, DECISO A PORTE CHIUSE E SENZA CONFRONTO” … “MA NON È L’UNICA RIFORMA CONTROVERSA PROMOSSA DA MELONI. C’È ANCHE LA RIFORMA DELLA GIUSTIZIA, UNA PROVA FONDAMENTALE PRIMA DELLE ELEZIONI DEL PROSSIMO ANNO. UNA SCONFITTA POTREBBE INTACCARE LA SUA AURA DI FIDUCIA E INVINCIBILITÀ”
Giorgia Meloni “è stata accusata di aver tentato di truccare le prossime elezioni italiane dopo
che la coalizione di governo ha approvato una controversa riforma elettorale“. Inizia così l’articolo del Telegraph che parla dell’accordo raggiunto dal centrodestra sulla nuova legge elettorale.
Il blitz notturno della maggioranza che punta a un nuovo sistema proporzionale con un corposo premio di maggioranza finisce così anche sulle pagine del noto quotidiano del Regno Unito.
Il Telegraph riporta anche le critiche dei partiti di opposizione che definiscono “autoritaria” questo testo, deciso a porte chiuse e senza confronto con le altre forze politiche. La testata britannica ricorda anche che la legge elettorale “non è l’unica riforma controversa promossa da Meloni”.
Il riferimento è alla riforma costituzionale della Giustizia firmata dal ministro Carlo Nordio. Il referendum del 22 e 23 marzo viene così definito dal Telegraph come “una prova fondamentale per Meloni prima delle elezioni politiche del prossimo anno”. “Una sconfitta – si legge – potrebbe intaccare la sua aura di fiducia e invincibilità, sebbene abbia insistito sul fatto che non si dimetterà“.
(da agenzie)
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Febbraio 28th, 2026 Riccardo Fucile
“È UN SISTEMA CHE FUNZIONA IN CHIAVE DI GOVERNABILITÀ SOLO SE UNA COALIZIONE VINCE CON OLTRE IL 40% DEI VOTI. MA ANCHE IN QUESTO CASO NON È DETTO CHE CHI VINCE ABBIA UNA MAGGIORANZA SOLIDA” … “ANCHE SE IL BALLOTTAGGIO SCATTASSE, POTREBBE NON GARANTIRE LA MAGGIORANZA ASSOLUTA A CHI VINCE. INFATTI SE UNA COALIZIONE OTTENESSE IL 39 % DEI SEGGI IN PRIMA BATTUTA, E POI VINCESSE IL BALLOTTAGGIO, I 70 SEGGI DEL PREMIO DI GOVERNABILITÀ DELLA CAMERA O I 35 DEL SENATO NON SAREBBERO SUFFICIENTI A GARANTIRLE LA MAGGIORANZA ASSOLUTA DEI SEGGI”
Finalmente la maggioranza di governo ha partorito un testo sulla riforma elettorale. Dopo tante illazioni si può ragionare sui fatti. Come ci si aspettava, […] l’ennesimo sistema elettorale della Seconda Repubblica sarà un proporzionale con premio di maggioranza.
È un peccato che si debba fare una ulteriore riforma elettorale ma è un fatto che l’attuale sistema di voto per le elezioni di Camera e Senato non va bene. Non è né carne né pesce.
È un sistema misto. Anche il proporzionale con premio su cui punta il governo oggi è un sistema misto. In questo caso la miscela prevede da una parte l’assegnazione della maggioranza dei seggi su base proporzionale e dall’altra un premio da dare al vincente che dovrebbe assicuragli la maggioranza assoluta dei seggi e quindi la possibilità di governare.
Questo premio, etichettato come premio di governabilità, consiste in 70 seggi alla Camera e 35 al Senato.
Per ottenerlo occorre avere più voti di tutti, a patto di averne almeno il 40 per cento. Cosa succede se nessuna coalizione arriva a questa soglia ? Qui c’è una novità rispetto alle illazioni che circolavano fino a qualche tempo fa.
Se nessuno arriva al 40% ma ci sono due coalizioni che stanno tra il 35 e il 40% si va al ballottaggio e chi vince prende il premio. Se però nessuna coalizione arriva a questa soglia o anche se lo fa solo una coalizione il ballottaggio sparisce e l’assegnazione di tutti i seggi viene fatta con il proporzionale.
E così la governabilità, che è la giustificazione di questa riforma, va a farsi benedire. In pratica, si tratta di un ballottaggio finto.
Tra l’altro un meccanismo del genere lascia in piedi l’incentivo alla formazione di terze forze che puntino a non far scattare il premio per giocare un ruolo pivotale nella formazione dei governi
Questo è un punto critico. Ma c’è dell’altro. Anche se il ballottaggio scattasse potrebbe non garantire la maggioranza assoluta a chi vince. Infatti se una coalizione ottenesse il 39 % dei seggi in prima battuta e poi vincesse il ballottaggio i 70 seggi del premio di governabilità della Camera o i 35 del Senato non sarebbero sufficienti a garantirle la maggioranza assoluta dei seggi.
Un ballottaggio così congegnato non serve a nulla . Questo è un sistema elettorale che funziona in chiave di governabilità solo se una coalizione vince con oltre il 40% dei voti. Ma anche in questo caso non è detto che chi vince abbia una maggioranza solida. Infatti se una coalizione vincesse solo con il 40% o poco più potrebbe non avere una maggioranza o averne una molto risicata.
Tutto questo perché non si vuole un ballottaggio vero. E non lo si vuole perché non si capisce che le preferenze espresse dagli elettori al secondo turno contano quanto quelle espresse al primo, per cui non vale l’obiezione che il ballottaggio possa scattare solo se una coalizione prende una data percentuale di voti al primo turno.
Rispetto ai sistemi elettorali con premio di maggioranza in vigore nei Comuni e nelle Regioni il premio previsto da questa riforma è una novità. Infatti gli altri premi sono congegnati in modo tale da garantire una maggioranza precisa a chi vince.
Nella legge Calderoli, il famigerato Porcellum, era il 54 % alla Camera. Nella legge Ciaffi è il 60% nei comuni superiori ai 15.000 abitanti .
Qui il premio è un numero di seggi predeterminato e quindi, come abbiamo fatto notare, può non garantire una maggioranza assoluta. Il perché si sia preferito questa soluzione a quelle già sperimentate è una questione sulla quale avremo modo di tornare.
Qui ci limitiamo ad aggiungere che la riforma prevede un tetto alla maggioranza che il vincente può ottenere con il premio. Alla Camera sono 230 su 400 e al Senato sono 114 su 200.
In entrambi i casi si tratta del 57 per cento. Si tratta di una maggioranza ampia ma inferiore a quella conquistata dal centro-destra con l’attuale sistema elettorale alle ultime elezioni. In ogni caso è una percentuale non facile da raggiungere. Infatti occorre che una coalizione superi il 50 % dei voti
In questa riforma ci sono molti altri aspetti da analizzare, dalla soglia di sbarramento alla assenza del voto di preferenza, al meccanismo per l’assegnazione dei seggi previsti dal premio di governabilità, alla indicazione sulla scheda del candidato premier, al rischio che con o senza ballottaggio si producano esiti diversi tra le due camere. Avremo occasione di farlo in un altro momento.
(da agenzie)
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Febbraio 28th, 2026 Riccardo Fucile
DE ANGELIS: “E’ L’EFFETTO DI UNA CAMPAGNA POLITICIZZATA ALL’INSEGNA DELLA RADICALIZZAZIONE, PROPRIO SUL TERRENO DELLA SICUREZZA. ROGOREDO E IL POLIZIOTTO ARRESTATO DIVENTA IL CASO DI SCUOLA DI UNO SPOT AL CONTRARIO RISPETTO ALLE POSIZIONI DEL GOVERNO. CHE DISVELA MECCANISMO E RACCONTO FARLOCCO”
Ops, è davvero il mondo al contrario. La sicurezza, ovvero il terreno su cui la destra (a ogni
latitudine) vince le elezioni alimentando le paure e facendo la faccia feroce, è diventato l’elemento di fragilità del centrodestra italiano. E lo è diventato proprio
perché, pur essendo appunto al governo, amplifica quel meccanismo – allarmismo e faccia feroce – come se stesse all’opposizione. Un riflesso quasi istintivo.
Per la prima volta dopo tre anni, si registra – e non è affatto banale – il primo calo nei sondaggi, rilevato dalla Super-Media di Youtrend, che segnala, al contempo, un testa a testa sul referendum, ove Meloni&Co hanno dissipato il patrimonio di un consistente vantaggio. E’ l’effetto di una campagna politicizzata all’insegna della radicalizzazione, proprio sul terreno della sicurezza
Lo schema, squisitamente trumpiano, è questo: prendo un caso di cronaca, lo deformo nel racconto, con qualche falsità, indicando il nemico (i giudici), e presento le varie misure, ignorandone gli effetti reali, come una soluzione punitiva. Compresa la riforma della giustizia.
È quel che è accaduto, in un crescendo, dai fatti di Torino in poi, nel tentativo di un rilancio politico, dopo un fase di appannamento, da Trump a Niscemi. Dopo Torino è stato sfornato l’ennesimo pacchetto sicurezza, con una valanga di nuovi reati e l’ipotesi dello scudo penale per i poliziotti, la cui efficacia è pressoché inesistente e l’urgenza nulla.
E infatti è stato licenziato venti giorni dopo. Il racconto: noi i reati li mettiamo (come se l’attuale codice penale fosse insufficiente) ora tocca alle toghe “remare dalla stessa parte”, con annesse contumelie contro quelle che avrebbero scarcerato i delinquenti di Torino, ma che in verità non li avevano liberati, ma messi ai domiciliari perché non erano quelli delle martellate.
Al contempo viene annunciato il blocco navale, come se ci fosse un’emergenza anche se non c’è, perché funzionano gli accordi con i paesi africani. Ma anche in questo caso conta l’effetto annuncio, visto che peraltro è stato presentato un disegno di legge dai tempi non brevi per l’approvazione. E, sempre in omaggio alla curva, è stato riempito il famoso centro in Albania con 70 poveri cristi, trasferiti però dai Cpr italiani.
Il picco si è raggiunto con Rogoredo, dove al grido di “la difesa è sempre legittima” e contro il “doppiopesismo di certa magistratura” (severa coi poliziotti, indulgente con Askatasuna) si sono precipitati in tv Meloni e Salvini. E pure il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi: “Difesa legittima, la causa di giustificazione è evidente”.
Piuttosto sorprendente che, visto il ruolo, non avesse sentito l’esigenza di approfondire il caso. Evidentemente è in ansia da prestazione. Si è messo a fare Salvini dopo che Salvini, incassata l’assoluzione su Open Arms, si è candidato per il Viminale al prossimo giro
Ecco, viene cavalcata la comunicazione, come giustificazione a posteriori del decreto sicurezza e dalla bontà dello scudo penale, presentato nel racconto nella sua versione originaria, non come è stato licenziato dal Quirinale, che scudo non è. Poi viene fuori che a Rogoredo non c’è stata legittima difesa, che il poliziotto ha manomesso la scena del crimine, che il soggetto in questione tra i colleghi veniva chiamato Thor sia perché in molti di lui avevano paura sia perché girava con un martello sempre in mano (come i picchiatori di Torino).
E viene fuori proprio grazie alla magistratura, che ha operato col massimo della responsabilità: fascicolo aperto dal capo della procura Marcello Viola in prima persona, ipotesi iniziale di omicidio colposo, indagini in mano alla squadra mobile della polizia di Stato e alla questura di Milano.
Il quadro opposto rispetto al pregiudizio denunciato. Insomma, Rogoredo diventa il caso di scuola di uno spot al contrario rispetto alle posizioni del governo. Che va ben oltre Rogoredo e disvela meccanismo e racconto farlocco. L’opposizione non è la sinistra, che come noto non ha una politica sulla sicurezza, e può limitarsi a godersi lo spettacolo. L’opposizione è, molto semplicemente, la realtà.
(da agenzie)
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