Marzo 8th, 2026 Riccardo Fucile
“QUESTA E’ UNA GUERRA TRA ISRAELE E IRAN PER IL POTERE REGIONALE E PER I LORO INTERESSI”
“I partiti curdi hanno combattuto contro il regime iraniano per molti anni. Ma in questa guerra
non siamo coinvolti”. A parlare a Fanpage.it è Zagros Enderyarî,
politico del comitato Affari esteri del partito curdo iraniano per il Kurdistan libero (Pjak). In questi giorni continuano i raid iraniani nel Kurdistan iracheno per impedire che i combattenti curdi in Iraq si dirigano verso l’Iran, come auspicato dagli Stati Uniti.
“Questa non è la guerra del popolo iraniano, è una guerra tra Israele e Iran per il potere regionale e per difendere i loro interessi. Allo stesso tempo, bisogna tenere presente che ogni guerra può creare sia problemi sia opportunità”, ha aggiunto il politico curdo iraniano. “Abbiamo la responsabilità di difendere il nostro popolo contro i pericoli che questa guerra può causare. Dobbiamo anche cercare di tenerci lontani dalle conseguenze dirette della guerra. Allo stesso tempo, se emerge un’opportunità che può spingere l’Iran ad avere più democrazia e libertà, la coglieremo sicuramente”, ha aggiunto Zagros Enderyarî. Il Pjak fa parte di una coalizione allargata di forze curde iraniane con il partito per la libertà in Kurdistan (Pak), il Partito democratico del Kurdistan in Iran (Pdk-I) e componenti delle organizzazioni comuniste Komala e Khabat che hanno sottoscritto un accordo per l’autodeterminazione curda e i diritti politici e civili per i curdi.
“In questa fase, il risultato di questa guerra non è chiaro e non sappiamo quanto tempo continuerà o cosa comporterà. Se la guerra continua e gli Stati Uniti non raggiungeranno gli interessi che cercano, e se il regime iraniano non si arrenderà alle loro richieste, la guerra potrà andare avanti a lungo. In questa situazione, secondo me, gli Stati Uniti possono sostenere tutti i gruppi di opposizione per ottenere i loro obiettivi. Sappiamo bene che gli Stati Uniti non rappresentano un alleato di lungo periodo per i curdi. Tuttavia, le circostanze qualche volta determinano se è possibile formare un’alleanza tattica di breve periodo o meno. Questo dipenderà interamente dalla situazione politica e dagli sviluppi di quel determinato momento”.
I curdi siriani e iracheni vi sosterranno nella guerra nelle province curde iraniane?
“Non credo che i curdi in Siria e in Iraq interverranno in questa guerra. L’Iran può essere considerato un paese ostile per loro. Il primo dovere dei curdi è di proteggere le conquiste che hanno già ottenuto in Siria e in Iraq. Quindi, il loro coinvolgimento in questa guerra non è auspicabile né necessario. Mantenere la stabilità e proteggere le attuali conquiste politiche e sociali è molto più importante per loro”
L’esperienza del Rojava può influenzare la vostra lotta, nonostante gli Stati Uniti abbiano appena abbandonato i curdi siriani a loro stessi?
“Di certo, sappiamo bene che nel Rojava l’alleanza tra curdi e Stati Uniti è stata tattica e temporanea. Per principio, gli Stati Uniti non possono essere un alleato strategico dei curdi perché gli interessi delle due parti sono molto diversi, e molti di questi interessi non sono allineati con gli interessi del popolo curdo. Una cooperazione può essere possibile in alcuni periodi limitati di tempo ma nel lungo periodo è quasi impossibile che questo avvenga. Questa è una realtà che entrambe le parti conoscono e ne abbiamo fatto esperienza in Rojava”.
Se i curdi iracheni dovessero sostenere una guerra per procura in Iran, potrebbero entrare in conflitto con la comunità sciita in Iraq?
“Né i curdi né gli sciiti vogliono la guerra. Non penso che questo accadrà. Per tanti anni abbiamo vissuto fianco a fianco. Ci conosciamo bene e ci capiamo bene. La First Lady irachena, Shanaz Ibrahim Ahmed, ha pubblicato una dichiarazione molto accurata e profonda su questo tema che dice: “Lasciate i curdi in pace, non siamo armi a noleggio”. Conosciamo le esperienze delle precedenti guerre in Medio Oriente, e quindi dobbiamo cercare di evitare che si ripetano”.
Fino a che punto i curdi possono accettare l’imperialismo di Stati Uniti e Israele in Medio Oriente?
“Questa non è la nostra guerra. Non abbiamo preso parte a questo conflitto dall’inizio, e non vogliamo esserne coinvolti. Il nostro obiettivo per il futuro dell’Iran è stabilire una Repubblica democratica, decentrata con una forma di autonomia per i curdi all’interno dell’Iran. Vogliamo essere una nazione libera e democratica che vive in coesistenza pacifica con gli altri popoli e le comunità in Iran e nella regione. Crediamo anche che gli interessi e le risorse di questa terra debbano essere utili per il popolo di questa terra, senza missili, bombe atomiche e l’arricchimento di un piccolo gruppo di persone”.
(da Fanpage)
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Marzo 8th, 2026 Riccardo Fucile
BLASE CUPICH, ARCIVESCOVO DI CHICAGO: “LA GUERRA ORMAI E’ DIVENTATA UNO SPORT PER SPETTATORI”
«È disgustoso». Con queste parole il cardinale Blase Cupich, arcivescovo di Chicago, ha attaccato duramente la Casa Bianca per la pubblicazione, sul proprio account ufficiale di X, di un video che alternan scene tratte da film d’azione a immagini reali degli attacchi contro l’Iran. «Una vera guerra, con vera morte e vera sofferenza, trattata come se fosse un videogioco», ha affermato il porporato in una nota diffusa sul sito dell’arcidiocesi, ricordando che nei giorni dei bombardamenti missilistici statunitensi e israeliani oltre mille civili iraniani hanno perso la vita.
«La guerra ormai è diventata uno sport per spettatori»
Secondo Cupich, la vicenda rivela una deriva culturale sempre più evidente: la guerra raccontata come intrattenimento. «Viviamo in un’epoca in cui la distanza tra il campo di battaglia e il salotto di casa si è drasticamente ridotta», ha spiegato. A suo avviso il problema non riguarda solo il conflitto in sé, ma anche il modo in cui l’opinione pubblica percepisce la violenza. «La guerra ormai è diventata uno sport per spettatori o un gioco di strategia», ha detto, ricordando le centinaia di vittime tra civili, tra cui molti bambini. «Madri e padri, figlie e figli, compresi decine di bambini che hanno commesso il tragico errore di andare a scuola quel giorno».
La gamificazione della guerra: «Un profondo fallimento morale»
L’arcivescovo ha ricordato anche i sei soldati statunitensi morti nel conflitto, sottolineando che «anche loro sono disonorati da quel filmato sui social». Intanto, ha aggiunto, centinaia di migliaia di persone sono state costrette a lasciare le proprie case, mentre milioni di cittadini in tutto il Medio Oriente vivono nel terrore. Nel suo intervento il cardinale ha denunciato inoltre la crescente «gamificazione» della guerra. Ha citato il caso della piattaforma di scommesse online Kalshi, che ha dovuto risarcire alcuni utenti dopo le polemiche sulla gestione delle scommesse relative alla possibile destituzione della Guida Suprema iraniana Ali Khamenei, uccisa dal bombardamento congiunto Usa-Israele. «I giornalisti parlano ormai apertamente di “gamificare” la guerra», ha osservato il cardinale. «È un profondo fallimento morale, perché trasforma persone reali in numeri o punti su un tabellone».
Gli americani sono migliori di così
Per Cupich, dietro questa dinamica si nasconde una perdita progressiva di empatia. «Il nostro governo (negli Stati Uniti, ndr) sta usando la sofferenza del popolo iraniano come sfondo per il nostro intrattenimento», ha denunciato. «Diventiamo elettrizzati dalla potenza distruttiva del nostro esercito e dipendenti dallo spettacolo delle esplosioni». Un’abitudine che, secondo il cardinale, rende la società sempre più insensibile ai costi umani dei conflitti. Il rischio, ha concluso l’arcivescovo di Chicago, è quello di perdere di vista il valore della vita umana. «Il popolo americano è migliore di così. Sappiamo distinguere tra intrattenimento e guerra. E sappiamo che l’Iran è una nazione di persone, non un videogioco creato per intrattenerci».
(da agenzie)
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Marzo 8th, 2026 Riccardo Fucile
L’EX GIUDICE NENCINI: “SE VINCE IL SI’ CADE L’OBBLIGO DEL QUORUM E OGNI GOVERNO POTRA’ SCEGLIERE I MEMBRI LAICI DEL CSM CON LA MAGGIORANZA SEMPLICE”
Se la riforma Nordio entrerà in vigore, nulla impedirà alla maggioranza del momento di
nominare da sola tutti i membri laici dei due futuri Consigli superiori della magistratura e dell’Alta Corte disciplinare. La norma che impone le “larghe intese” per garantire le opposizioni, infatti, non esisterà più. A evidenziare uno dei tanti buchi neri della legge, segnalando un rischio finora sottovalutato, è l’ex presidente della Corte d’Appello di Firenze Alessandro Nencini, che guida la sezione toscana del comitato “Giusto dire No” promosso dall’Associazione nazionale magistrati. Piccola premessa tecnica: come i nostri lettori ben sanno, il sorteggio per selezionare i componenti dei nuovi organi sarà asimmetrico, cioè vero per i magistrati e “pilotato” per professori e avvocati scelti dalla politica, che verranno estratti nell’ambito di una lista compilata dal Parlamento (di cui non è specificata la lunghezza). Ebbene, mentre ora per eleggere i membri del Csm serve un quorum dei tre quinti delle Camere, per compilare quella lista – almeno sulla carta – basterà la maggioranza semplice
Il motivo lo ha spiegato Nencini mercoledì sera, parlando a un incontro a Firenze con Marco Travaglio e la pm Christine von Borries: “La maggioranza qualificata che noi applichiamo oggi”, ricorda, “deriva dalla legge istitutiva del Csm del 1958”. Ma con la riforma il Csm come lo conosciamo oggi non esisterà più: sarà diviso in due, uno per i giudici e uno per i pm, e gli verrà tolta la funzione disciplinare, affidata all’Alta Corte. Quella legge, quindi, sarà automaticamente abrogata perché incompatibile. E a quel punto cosa resta? “L’articolo 64 della Costituzione, in base al quale le Camere deliberano a maggioranza dei presenti, salvo che la stessa Costituzione preveda maggioranze diverse”. E sul Csm, sparita la legge del ’58, la Costituzione nulla dice. Ecco quindi che il governo di turno, rispettando la Carta, potrà legittimamente accaparrarsi tutti i “sorteggiabili”. In questo modo – riassume Nencini – da una parte avremo magistrati tirati a sorte, “senza rapporto con la base, legittimazione e responsabilità”, dall’altra “una pattuglia serrata che rappresenta un preciso interesse di parte” e quindi potrà “condizionare o determinare le scelte dell’organo di autogoverno della magistratura secondo un orientamento di parte”.
Ovviamente è possibile che dopo la riforma sia approvata una norma ad hoc per imporre una maggioranza più larga: un’apertura in questo senso è già arrivata dal sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano. “Chiunque può
promettere qualsiasi cosa”, commenta Nencini al Fatto, “ma al momento la norma applicabile è solo l’articolo 64 della Costituzione, e quindi la maggioranza semplice. E su quella base, se volesse, il governo potrebbe andare avanti: non c’è bisogno di scrivere nulla. Mi sembra importante sottolineare questo aspetto, perché lascia aperto un quadro inquietante. E d’altra parte, francamente non avrebbe senso dividere il Csm se non si volesse fare un’operazione anche sulle maggioranze: tutto il resto della riforma si poteva realizzare con legge ordinaria”.
(da ilfattoquotidiano.it)
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Marzo 8th, 2026 Riccardo Fucile
NON CI CONSEGNERA’ CERTO UNA MAGISTRATURA PIU’ AUTONOMA
Il fairplay e il garbo con cui Marina Berlusconi argomenta le ragioni del suo voto al referendum sulla giustizia e la scelta di farlo sulle colonne di questo giornale sono una buona notizia. Perché segnalano che è e resta possibile affrancare il discorso pubblico dalla dismisura di chi, a cominciare dalla presidente del Consiglio, coltiva una concezione tribale della politica e la logica del nemico. Ha dunque ragione Marina Berlusconi nel dire che l’uguaglianza di fronte alla legge, l’equilibrio tra i poteri dello Stato, l’indipendenza e autonomia della magistratura, la credibilità delle istituzioni e la qualità della democrazia sono un patrimonio comune.
Ma è esattamente per questo motivo che Repubblica ha con coerenza, convinzione e necessaria durezza, avversato ieri il disegno politico di suo padre e si oppone oggi alla riforma costituzionale che di quel disegno è il compimento.
Se infatti vogliamo sgomberare il tavolo dallo stucchevole e disperante armamentario lessicale che ha accompagnato questa campagna elettorale e questi ultimi 25 anni di dibattito sulla giustizia e quindi riconoscere che i princìpi della presunzione di innocenza, della parità tra pubblica accusa e difesa, del giusto processo, sono una conquista acquisita alla civiltà giuridica di tutto il Paese e non di una sua parte, bisogna farsi una semplice domanda: se questa riforma costituzionale ce li restituisca più forti e garantiti consegnandoci una magistratura ancora più indipendente, autonoma e legittimata agli occhi dei cittadini.
E la risposta è no.
Da persona informata quale è, Marina Berlusconi e quanti voteranno come lei sanno che la separazione delle carriere tra magistratura giudicante e requirente esiste già nei fatti (la riforma Cartabia del 2022 ha stabilito che un magistrato possa passare dal ruolo di pubblico ministero a quello di giudice, e viceversa, una sola volta nella sua intera carriera e comunque entro i primi dieci anni dalla sua immissione in servizio).
E sanno anche che l’inefficienza e l’estenuante lunghezza della giustizia, soprattutto quella penale, ha ragioni strutturali che interpellano la carenza degli organici e un macroscopico contenzioso figlio della bulimia legislativa con cui la politica è sistematicamente intervenuta sul diritto sostanziale come su quello processuale. Per giunta con una caratteristica costante: l’assenza di qualsivoglia disegno riformatore.
La posta in gioco del voto del 22 e 23 marzo è dunque un’altra. E non ha a che fare con la difesa dell’habeas corpus o della terzietà del giudice. È politica, come la stessa Marina Berlusconi riconosce e come suo padre, del resto, ha sostenuto per lustri. E ha a che vedere con le garanzie di autonomia e indipendenza della magistratura. Quelle che i nostri padri costituenti individuarono nella sua autodichia. Nel potere di autogovernarsi amministrativamente e disciplinarmente e dunque di essere impermeabile alle pressioni o alle ingerenze degli altri poteri dello
Stato. La riforma costituzionale, separando l’unicità dell’organo di autogoverno della magistratura in due distinti Csm, impedendo che a definirne la composizione sia il principio fondante di una democrazia, quello della rappresentanza, a vantaggio di un sorteggio, istituendo un organo disciplinare (l’Alta corte) inedito che equivale a un giudice speciale (un unicum che non ha uguali in nessuna pubblica amministrazione, né nelle autorità di garanzia, né nelle magistrature amministrativa, contabile, militare), a quella garanzia di autonomia e indipendenza infligge un colpo mortale. Per giunta, in un contesto politico dove – solo per dirne una – la maggioranza di governo si prepara a cucirsi addosso una nuova legge elettorale che le garantisca un numero maggiore di seggi di quanti ne avrebbe con le attuali regole.
Crediamo a Marina Berlusconi quando dice che il suo voto al referendum non ha nulla a che fare con il suo orientamento politico. E dunque ci piace immaginare che lo pensi anche lei di Repubblica e di quanti andranno a votare no. Perché nella difesa dell’impianto costituzionale che questa riforma manomette non ci sono le ragioni né della degenerazione correntizia della magistratura associata, né pulsioni giustizialiste, né le “toghe rosse”.
C’è, al contrario, la difesa convinta di un equilibrio tra poteri dello Stato che ci ha regalato settantanove anni di democrazia, che non ha impedito alla sinistra e alla destra di alternarsi nella guida del Paese e che ha sin qui consentito di non creare aree di eccezione al principio di legalità. Siamo e restiamo convinti che una politica forte non debba aver paura di una magistratura autonoma e indipendente. E che quando questo accade e per questo si mette mano a colpi di maggioranza alla Costituzione, la nostra legge fondamentale, non si debba e non si possa rimanere inerti. Con la convinzione, la coerenza e la durezza che la posta in gioco richiede.
(da La Repubblica)
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Marzo 8th, 2026 Riccardo Fucile
DUE CRIMINALI CHE VOGLIONO PURE NOMINARE I CAPI DI STATO ESTERI: A QUESTO SI E’ RIDOTTA LA CIVILTA’ OCCIDENTALE?
Si dice che il vocabolario di Trump è quello di un bambino di dieci anni che ha letto poco. Ma
forse perfino un bambino di dieci anni che ha letto poco si domanderebbe: ma perché mai il capo degli Stati Uniti dovrebbe nominare il capo dell’Iran? Con quale diritto? Secondo quale logica? Qualcosa suggerirebbe al bambino di dieci anni che no, il capo degli Stati Uniti non può nominare il capo dell’Iran, a quindicimila chilometri di distanza.
Nei fatti, per l’anagrafe e anche per la cronaca, non è un bambino di dieci anni, è un maschio anziano di ottant’anni, ebbro di potere, a pronunciare le frasi incredibili che ogni giorno gli escono di bocca.
La distruzione, la demolizione, l’annientamento del nemico, in pratica l’assoggettamento di novanta milioni di persone al suo arbitrio personale, sono le parole (testuali) che adopera questo signore, molto simili, per la banale ferocia, a quelle del clero fanatico che da mezzo secolo brutalizza i persiani, i curdi, gli azeri, i turcomanni e le altre etnie che hanno la disgrazia di vivere, volenti o nolenti, dentro i confini della “repubblica islamica”, costretti con la violenza e l’intimidazione alla religione unica.
E cosa fa, l’ottantenne della Casa Bianca, per contrapporsi al fanatismo religioso che calpesta la libertà in Iran? Prega il suo Dio, circondato dai pastori evangelici che sono i suoi pasdaran elettorali, e invoca la vittoria contro il Male. A questo si riduce, alla fine, il famoso “primato occidentale”? A contrapporre il Dio giusto al Dio sbagliato? Ma questa, scusate, si chiama: bancarotta morale e bancarotta politica.
(da repubblica.it)
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Marzo 8th, 2026 Riccardo Fucile
NON AVEVANO DIRITTO A UN SENTIMENTO DI PIETA’ I 165 CORPI DELLA SCUOLA ELEMENTARE FEMMINILE DI MINAB ASSASSINATE DALLA FOLLIA DI TRUMP?… ERANO BAMBINE DAI 5 AI 12 ANNI
Non avevano diritto a un sincero sentimento di pietà i 165 corpi sepolti sotto il cemento armato nella scuola elementare femminile, la Shajaba Tayyiba di Minab nel sud iraniano, colpita il primo giorno di guerra da un raid aereo? Erano quasi tutte bambine tra i 5 e i 12 anni ma neppure le immagini delle aule e dei banchi macchiati di sangue hanno messo un freno alla faziosità cinica e demenziale di coloro che nei giorni successivi si sono esclusivamente preoccupati di scaricare sul nemico di turno la colpa, per meglio potere assolvere l’amico di turno.
Ora accusano una bomba americana le informazioni dall’agenzia Reuters raccolte sulla base di fonti anonime del Pentagono e anche se le indagini non hanno ancora
raggiunto una conclusione definitiva i dubbi sembrano pochi.
Ciò non basterà, sicuramente, a convincere gli amichetti di Trump e Netanyahu che per giorni hanno puntato il dito contro gli stessi iraniani raccontando di un errore di mira o forse ancora peggio (o forse ancora meglio ai loro occhi?) di una strage voluta dagli ayatollah per inchiodare all’esecrazione globale il Grande Satana a stelle e strisce.
Se sono stati gli americani la giustificazione addotta dagli alti comandi, quella dei “danni collaterali perché l’esercito Usa non colpisce scuole”, lascia inalterata l’origine di tanto orrore: l’attacco brutale deciso dai due soci Donald & Bibi mentre era in corso un (finto?) negoziato per convincere Teheran a rinunciare alla costruzione dell’arma nucleare.
Restano le bare bianche di quelle 165 creature e l’indicibile strazio dei genitori che, tuttavia, per l’artiglieria politica e mediatica sono soprattutto numeri da gettare sulla bilancia di un alterco fine a se stesso, di un mercato della morte dove torto e ragione sono una variabile legata alla convenienza del momento. Ciò finisce per suscitare nel pensiero dominante una crescente indifferenza per l’incessante strage degli innocenti. Finisce per avvelenare le fonti stesse dell’umanità. Per svalutare valori come solidarietà e compassione. Per lasciare campo libero al cieco match della faziosità.
In un altro mondo la strage delle bambine iraniane avrebbe meritato, per giorni, le prime pagine dei quotidiani e l’apertura dei Tg. Forse si aveva timore di apparire troppo filo-iraniani o troppo contro la Casa Bianca e Israele, e dunque meglio nascondere quei corpi? Oppure, dopo gli oltre ventimila bambini uccisi a Gaza dalle bombe dell’Idf, meglio distogliere lo sguardo?
(da ilfattoquotidiano.it)
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Marzo 8th, 2026 Riccardo Fucile
VERSO LA MONARCHIA TEOCRATICA DI UNA BANDA DI CRIMINALI
Penultime da casa Trump: l’America non perde tempo a cambiare il regime iraniano, vuole solo
selezionarvi un “buon capo” che ne firmi la resa incondizionata. Badoglio cercasi, glosseremmo noi provinciali.
In compenso, The Donald è intento a cambiare il regime americano. L’ideale da avvicinare è la monarchia teocratica. Il presidente-re si vuole sciolto dalla costituzione: “Rispondo alla mia moralità e al mio spirito”. Detto fatto. Congresso
sedato, Corte Suprema aggirata, Stato profondo sotto epurazione, governo nel caos fra scaltri opportunisti (Rubio), lealisti eccitati (Hegseth) e sleali silenti (Vance).
Trump sta sovvertendo la liberaldemocrazia a stelle e strisce. E siccome siamo in America, paese fondato sulla religione di sé stesso, la rivoluzione trumpiana si autoproclama in missione celeste. Confermata dalle preghiere per il presidente taumaturgo amministrate nello studio ovale dal predicatore di giornata. Assistiamo alla nazionalizzazione di Gesù Cristo secondo canoni apocalittici di stampo evangelicale. Il 6 marzo trenta deputati democratici hanno scritto all’ispettore generale del dipartimento della Difesa — non Guerra, definizione ufficiale, perché a rivoluzione in corso ognuno si chiama come gli pare — per denunciare il catechismo da crociata imposto alla truppa da alcuni comandanti. Costoro spiegano che “gli attacchi americani e israeliani accelerano il ritorno di Gesù Cristo” perché rispondono al “piano di Dio”. In linea con l’interpretazione del governo che “presenta pubblicamente la politica americana in Medio Oriente in termini esplicitamente religiosi”. La guerra all’Iran è scritta nella Bibbia. La Fondazione per la libertà religiosa dei militari americani cita dozzine di analoghe denunce da parte di interi reparti: “Stamattina il nostro comandante ha aperto il rapporto sullo stato della preparazione al combattimento raccomandandoci di non farci spaventare da quanto ci sta succedendo al fronte. Ci ha ordinato di dire alle nostre truppe che ‘è tutto parte del piano divino di Dio’ con specifico riferimento al Libro dell’Apocalisse sull’Armageddon e l’imminente ritorno di Gesù Cristo.” Gran finale: “Il presidente Trump è stato scelto da Gesù per accendere in Iran il marchio di fuoco che provocherà Armageddon e segnerà il suo ritorno sulla Terra”.
Proclamare “Dio è con noi” non porta fortuna. Rivela però il grado di assimilazione fra vertici americani e israeliani. In guerra per Nostro Signore contro il Diavolo/Amalek. Eppure sei mesi fa lo stesso Trump aveva riunito la crema dell’ufficialità nazionale per mobilitare le Forze armate contro il “nemico di dentro”. Intanto i media diffondono stralci del rapporto con cui il Pentagono aveva sconsigliato l’attacco all’Iran. Gli Stati Uniti vivono il cambio di stagione all’insegna del principio di contraddizione: il sì annuncia il no e viceversa. La non-strategia a stelle e strisce ha avuto i suoi anni di fulgore quando la strapotenza poteva permettersi di sbagliare tutto prima di azzeccare la mossa giusta. Tempo scaduto. Non si può dominare il mondo guardandosi allo specchio senza affacciarsi
alla finestra. Ma se ti credi inviato del Supremo non puoi fare altrimenti perché cadresti in terrene tentazioni.
Quale che sia l’esito bellico della crociata contro la “teocrazia iraniana” — lo specchio di Trump non l’ha avvertito che a Teheran comandano i pasdaran, non i teologi imamiti — resta che la Casa Bianca è in perfetta consonanza escatologica con l’ultradestra ebraica. Salvo non trascurabile differenza: molti fra gli evangelicali a stelle e strisce sono fieri antisemiti. Adesso sappiamo qual è il fine di questa guerra: la fine del mondo. Trump è profeta di Dio, insieme a Netanyahu. Mentre le guerre di Bibi incrinano il filo-israelismo genetico degli States e ne spaccano la diaspora ebraica, la sintonia fra gli ultrareligiosi delle due sponde forgia l’alleanza da Dio benedetta. Inscalfibile? Dubitiamo.
Le biografie dei due condottieri ne escludono la vocazione al martirio (proprio, non l’altrui). Non stupiremmo se virassero d’improvviso dalla guerra fine del mondo al prosaico pragmatismo. Al compromesso con la realtà che potrebbe spingerli a una tregua sporca mascherata da vittoria totale e definitiva, come già dopo la campagna del giugno scorso. Se così non fosse, gli apocalittici avranno avuto ragione. Postuma.
(da La Repubblica)
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Marzo 8th, 2026 Riccardo Fucile
AL CENTRO, TRUMP SIEDE CON GLI OCCHI CHIUSI, CON LA FACCIA PIENA DI FONDOTINTA. FA IMPRESSIONE LA SUA SALDATURA CON I FONDAMENTALISTI CRISTIANI DELLE ‘MEGACHURCH’… CENTINAIA DI SOLDATI E UFFICIALI SEGNALANO CHE I LORO COMANDANTI ‘INVITANO A DIRE ALLE TRUPPE CHE QUESTA GUERRA È PARTE DEL PIANO DI DIO CHE PORTA ALL’APOCALISSE'”
Non c’è di meglio, mentre ti accusano di aver stuprato una tredicenne e di averla pure menata, mentre scateni guerre, che mostrare persone di fede mentre pregano per te. Non in chiesa, nello Studio Ovale. Con una classica coreografia cristiana fondamentalista, tanti pastori abbastanza famosi, disposti in cerchio a favore di telecamere, rivolti verso il presidente. I più vicini impongono le mani, tutti pregano «per la vittoria».
Al centro, Donald Trump siede con gli occhi chiusi, con la faccia piena di fondotinta e l’aria di chi si costringe a dimenticare New York, una vita secolare, lo Studio 54. Intanto, Tom Mullins di Palm Beach Gardens, Florida, uno di quei predicatori loschi e pittoreschi delle mega chiese (ne ha dodici, e trentamila fedeli) conduce la preghiera: «Prego perché Tu continui a dare al nostro presidente la forza per condurre la nazione, mentre torniamo a essere un’unica nazione sotto Dio».
Tra i pii uomini c’era qualche donna, soprattutto c’era Paula White, responsabile dell’Ufficio per la Fede creato dai trumpiani alla Casa Bianca, televangelista, una che urla molto e lancia la Bibbia mentre predica. È c’erano vari pastori/politici e televangelisti /lobbisti cattivissimi come Ralph Reed e Gary Bauer. E tipi ossessivi come l’ex deputato texano Nate Schatzline, autore di tre proposte di legge contro le drag queen.
Non è la prima volta che i leader evangelici conservatori impongono le mani su Trump; per dire, era successo nell’ottobre 2024 a Duluth, Georgia, a un evento dell’organizzazione di Charlie Kirk.
Le foto sono spettacolari, Trump è seduto al centro, pastori e influencer cristiani sono in piedi attorno a lui, due sono inginocchiati davanti a lui, e insieme paiono la coda di un pavone. Ma ora, nel marzo 2026, tra guerra all’Iran ed Epstein Files, fa più impressione, e più paura. Fa impressione la saldatura Trump-fondamentalisti cristiani delle megachurch, quelle dove si va a migliaia, dove più che messe ci sono musical di propaganda, che sono l’unico luogo di socialità in tante regioni. Per lui sono cruciali.
Anche perché decenni di scandali, di predicatori segnalati con ragazzine, ragazzini e soldi dei fedeli hanno preparato gli americani a trovare normale un personaggio come lui. E poi, i predicatori e i truffatori su larga scala sono parte della grande tradizione ciarlatana americana.
Fanno paura le notizie di indicazioni religioso-assurde che arrivano dalle forze armate, poi. Centinaia di soldati e ufficiali hanno segnalato che i loro comandanti «invitano a dire alle truppe che questa guerra è parte del piano di Dio che porta all’Apocalisse», in cui gli americani bianchi e religiosi volano in cielo (si chiama Rapture, ci credono a milioni).
E che Trump «è stato unto da Gesù per accendere i falò di segnalazione in Iran, causare l’Armageddon e annunciare il suo ritorno sulla Terra» (di Gesù; la cosa dei falò invece è da romanzo fantasy; l’ossessione per una nazione cristiana estrema invece spaventa; e però la faccia di Trump fa più ridere dei suoi meme).
(da La Stampa)
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