Marzo 11th, 2026 Riccardo Fucile
DAI DAZI ALLA GUERRA IN IRAN, NON C’E’ AZIONE DEGLI USA CHE NON ABBIA FATTO MALE ALL’ITALIA… DA “PRIMA GLI ITALIANI” A “PRIMA GLI AMERICANI”
Uno. Dazi sulle esportazioni, a noi che di export ci campiamo. Dazi a cui noi abbiamo
risposto chinando il capo e che sono stati bocciati dalla Corte Suprema Americana, non certo da noi che dovremmo essere, in teoria, la controparte.
Due. L’imposizione di nuove spese militari, con la minaccia nemmeno velata di fare strame dell’articolo 5 della Nato. Spese che arricchiranno l’industria militare americana. E che, visto il bilancio, il deficit e la crescita zero che ci ritroviamo, finiranno per essere finanziate tagliando altro, magari la scuola o la sanità.
Tre. Una bella guerra contro l’Iran, Paese di cui siamo storicamente tra i principali partner commerciali.
Quattro. Una bella guerra che ha scatenato una crisi petrolifera in Medio Oriente, cui si è aggiunta la solita mossa speculativa che ha fatto schizzare alle stelle i prezzi della benzina, che pagheremo più di altri.
Non bastasse (cinque) ci toccherà pure dare una mano alla guerra in Iran, se Trump ce lo chiederà, mettendo a rischio anche la sicurezza del nostro territorio, ed esponendoci al rischio di ritorsioni militari da parte dell’Iran.
Non stiamo estremizzando il concetto. Stiamo mettendo in fila dei fatti. Non c’è azione degli Stati Uniti d’America da gennaio 2025 a oggi – se ve ne viene in mente una, ditecelo – che non abbia arrecato un danno all’Italia, che non abbia acuito le difficoltà della nostra economia, che non abbia peggiorato i nostri saldi di bilancio, che non ci abbia arrecato difficoltà nelle nostre relazioni internazionali. E non c’è “patriota” al governo – se ve ne viene in mente uno, ditecelo – che abbia anche solo speso mezza parola di critica o biasimo – non ci azzardiamo nemmeno a pretendere un No – nei confronti del presidente americano e dei suoi sodali. Facile fare i nazionalisti e fare la faccia dura dicendo “prima gli italiani” coi migranti sui barconi e coi “maranza”, no?
Dicevamo: questi, gli Usa di Donald Trump, sono il nostro miglior amico sullo scacchiere internazionale, il nostro alleato di ferro. Figuratevi se fossero nemici.
E questo, quello di Giorgia Meloni, è il governo dei “patrioti”, che hanno a cuore l’interesse nazionale prima di ogni cosa. Figuratevi se non lo fosse.
(da Fanpage)
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Marzo 11th, 2026 Riccardo Fucile
SBERLA A MELONI, GIUSY BARTOLOZZI NON SI SCUSA… FI E LEGA LA SCARICANO, LEI RESTA PERCHE’ CONOSCE TROPPI SEGRETI
La scena è quasi surreale. Una capa di gabinetto che non solo si impunta, ma sconfessa il “suo” ministro e la presidente del Consiglio, facendo infuriare i piani alti del governo. I quali, evidentemente, non hanno la forza per cacciarla o pretendere un comportamento diverso. È questo il cortocircuito in cui si è cacciata Giusi Bartolozzi, dopo che sabato, durante un confronto tv, ha paragonato la magistratura a un “plotone di esecuzione” e detto di voler “togliere di mezzo i magistrati”. Ieri ci si aspettava le sue scuse, anche perché Palazzo Chigi aveva fatto filtrare un certo fastidio per la vicenda, invece Bartolozzi, “zarina” del ministero della Giustizia nonché ex parlamentare di Forza Italia, non si scusa e rilancia pure.
È tardo pomeriggio quando la capa di gabinetto di Carlo Nordio rilascia una dichiarazione all’Ansa. La prende larga: “Nel confronto di sabato avevo appunto ribadito la piena fiducia verso la categoria nel suo complesso e l’importanza della riforma come strumento in grado di restituire a essa una credibilità. In questo contesto spiegavo che la particolare attenzione data dal governo al processo penale deriva dalla drammaticità degli effetti che esso porta nella vita delle persone, delle famiglie, delle aziende, specie quando a trovarsi al centro dell’azione giudiziaria è qualcuno che sa di non aver commesso nulla di male. Effetti che nessuna assoluzione è in grado di cancellare”.
Poi l’affondo: “Il riferimento al plotone di esecuzione alludeva quindi allo stato di assoluta prostrazione in cui ci si trova in questi casi, esattamente come colui che, postovi davanti, poco o nulla può fare per difendere la propria vita”. Zero scuse, nessun passo indietro. Anzi, la conferma di quel paragone, pur limitato ad alcuni casi. C’è semmai una “presa d’atto” di polemiche su parole “piegate a una lettura fuorviante”: “Non ho mai attaccato la magistratura che anzi, in più di un’occasione, ho difeso anche a costo di scelte personali e politiche estremamente gravose”.
A rendere grottesca la faccenda c’è il fatto che negli stessi minuti Nordio, che non avrebbe avuto contatti con Bartolozzi, risponda ai giornalisti a margine di un evento lasciando intendere che quest’ultima avrebbe avuto tutt’altro atteggiamento: “Penso
che probabilmente farà le sue scuse per quelle parole, che forse sono state un po’ troppo enfatizzate”. Concetto già espresso in mattinata, quando il ministro aveva difeso la zarina blindandola nel suo ruolo (“le dimissioni non sono prese in considerazione”) ma anticipando un fantomatico ravvedimento: “Sono certo che la dottoressa Bartolozzi si scuserà”.
Fin qui Nordio. Ma è la stessa Giorgia Meloni a essere furiosa per il caso. Già lunedì sera Palazzo Chigi aveva fatto trapelare il malumore della premier, ieri poi ecco “fonti di governo” far sapere che il caso, che “non è piaciuto” a Meloni, “verrà gestito internamente”: “Bartolozzi deve tenere a freno la lingua”, è uno dei commenti riportati dalle stesse fonti. Ma d’altra parte bastava sentire Alfredo Mantovano, sottosegretario e fedelissimo della premier, che in mattinata aveva bollato come “infelice” la frase della zarina. A difenderla resta solo qualche esponente di Fratelli d’Italia, più per dovere d’ufficio che altro. Giovanni Donzelli se la prende con la sinistra “senza argomenti” che “parla di gossip”, ma il resto della maggioranza dimostra di aver mollato Bartolozzi. Il portavoce di FI Raffaele Nevi parla di “un errore”, il capogruppo Paolo Barelli col Fatto usa il sarcasmo: “Bartolozzi chi? Sicuramente dice il contrario di quello che stiamo promuovendo”. E Giorgio Mulè arriva a dire: “Avevo sperato nel suo passo indietro”. Per la Lega parla Stefano Candiani, un altro che si mostra scocciato dall’uscita della capa di gabinetto: “È stata inopportuna, un bel tacer non fu mai scritto. Con queste cose non si vince il referendum”.
Non a caso l’opposizione da un lato chiede le dimissioni di Bartolozzi (“la toppa è peggio del buco”, dice il Pd), dall’altro festeggia per il regalo inaspettato. Silenzio gelido dal Quirinale che aveva chiesto di evitare scontri istituzionali. Anche i centristi, molti dei quali voteranno Sì, parlano di “parole gravissime” e Matteo Renzi interverrà oggi in Senato per incalzare Meloni proprio sul tema. Perché finora la premier ha provato a risolverla “internamente”, ma non è bastato. Nel dubbio Bartolozzi non ci sarà domani all’evento di Milano a cui parteciperà anche Meloni. Obiettivo: evitare, per quanto possibile, di oscurare la premier.
(da ilfattoquotidiano.it)
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Marzo 11th, 2026 Riccardo Fucile
LA GUERRA IN IRAN, IL RISCHIO RINCARI, LE GAFFE DEI MINISTRI, IL CASO BARTOLOZZI… E UN ELETTORATO CHE NON SOPPORTA IL SERVILISMO VERSO TRUMP
De-trumpizzarsi. Per Giorgia Meloni è una mission impossible, ma in qualche maniera
stamattina alle 9 e 30 al Senato, e nel pomeriggio alla Camera, dovrà provare a mettere una distanza di sicurezza fra sé e Donald Trump, il presidente della guerra (la proposta del Nobel per la pace ormai appare come un amarissimo autogol), che a mezzo Corriere della Sera le ha recapitato complimenti che in altri
momenti avrebbe venduto come una medaglia («una grande leader», «una mia amica»), e ora sono un’altra fonte di imbarazzo.
La guerra israeloamericana sembra far girare la ruota, il vento. L’elettorato di Fratelli d’Italia, l’elettorato di Meloni, è «né né», come lei: non deluso dal governo, neanche entusiasta. La premier ha perso la spinta propulsiva? Ma il vero buco nero è la politica estera e le alleanze internazionali: secondo il sondaggio di Izi per il nostro giornale, pubblicato martedì e analizzato da Marco Damilano, per il 58,1 per cento il governo deve essere più autonomo dal presidente Usa, per non dire da Benjamin Netanyahu.
Sull’Ucraina quasi il 60 per cento crede che sarebbe meglio sospendere gli aiuti militari. Del resto il suo senso politico non aveva bisogno dei sondaggi: negli ultimi tempi Meloni, senza smettere di appoggiare Volodymyr Zelensky, lo ha sbianchettato dai discorsi. E sulla guerra di Trump e Netanyahu contro Teheran si è attestata su un «né, né» che in altri tempi avrebbe bollato come codardia tartufesca.
La detrumpizzazione
Oggi per lei può essere il D day, l’inizio dell’operazione-rimonta. Oppure il giorno della verità. Comunque vada, questa giornata sarà un bivio, forse il primo vero della legislatura: può riprendere le redini della comunicazione del suo governo e della sua maggioranza, che in quest’ultima settimana è andata a briglie sciolte cioè a rotoli: da una legge elettorale apparsa per quello che è, un tentativo disperato – disperatamente oggi i suoi cercano di dialogare con il Pd – alle gaffe dei ministri Guido Crosetto e Antonio Tajani, alla Waterloo di Giusi Bartolozzi, la donna forte di Nordio (il ministro Luca Ciriani minimizzava, ma le opposizioni continuano a cannoneggiare).
Oppure farsi saltare i nervi e lasciar esplodere l’irritazione accumulata, magari nelle repliche a braccio (le opposizioni proveranno a provocarla) ma così compromettendo le previsioni di voto del referendum: che è solo fra undici giorni. Con incalcolabili conseguenze, che possono spingersi fino all’incubo di iniziare con una clamorosa storta la cavalcata verso le prossime politiche.
È per questo che ha voluto anticipare dal 18 marzo a oggi le comunicazioni sul Consiglio europeo: parlare della guerra in Iran alla vigilia del voto era rischioso. Ma le opposizioni non mollano: di qui alla riunione del 19 e 20 marzo troppe cose possono cambiare. Anche su questo la premier ha dovuto capitolare e mettere in conto di tornare in parlamento. A sera la destra ipotizzava di presentare due risoluzioni diverse, una sull’Iran e una sul Consiglio. Resta un pasticcio.
Meloni tenterà di dimostrare di non essere (più) una MAGA. Lo confermano i forzisti più ciarlieri, come il senatore Maurizio Gasparri: «In queste situazioni ci sono due scelte: o fare i camerieri bombardieri, come fece D’Alema nel 1999 agli ordini di Clinton senza informare il parlamento, oppure osservare le questioni che accadono senza fare i camerieri-bombardieri. La sinistra, prima con D’Alema e poi con “Giuseppi”, ha fatto da cameriere agli americani. Noi osserviamo con la dignità e l’autonomia delle nostre posizioni». Al netto della polemica con gli ex premier, la posizione concordata con gli alleati è quella di «osservatori autonomi». Per questo adesso Meloni si aggrappa ai leader europei, vedasi la videocall di martedì per cercare una strategia comune sulla crisi dei prezzi causata dal conflitto. Ma il governo si è arenato sui provvedimenti contro il caro energia. Addio al sogno del tesoretto su cui Meloni contava per dare slancio all’ultima finanziaria della legislatura. I conti italiani restano intrappolati nella procedura di infrazione.
L’àncora Mattarella
Così la destra cambia strada. Nella risoluzione della maggioranza riscopre il diritto internazionale. E il diritto europeo, e le «sedi europee» da «sostenere e valorizzare», in vista di eventuali missioni comuni nel Golfo. Meloni deve aggrapparsi anche al presidente Sergio Mattarella. Che, ricevendo a Firenze la laurea honoris causa in occasione dei 150 anni della Scuola di Scienze politiche Cesare Alfieri, ha invitato i giovani a «non lasciare che si realizzi» la «regressione» profetizzata da Tocqueville, quella di «un futuro oscillante fra la libertà democratica e la tirannide cesarista». E ha parlato di chi ha la «pretesa di agire al di fuori delle regole degli Stati e di organismi sovranazionali, erodendo la sovranità dei primi e il crescente ruolo positivo dei secondi»; «soggetti tecnologici e finanziari» che hanno la nuova «la pretesa di abbattere gli impegni assunti dopo la seconda guerra mondiale», appunto il diritto internazionale. In filigrana si legge la coppia Trump-Musk, i grandi amici e ispiratori dell’iniziale scommessa del governo.
(da editorialedomani.it)
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Marzo 11th, 2026 Riccardo Fucile
A CAPO DEL PIU’ POTENTE ESERCITO DEL MONDO C’E’ UN FANATICO RELIGIOSO
Come suggello ideale di un discorsetto a base di «distruggere» e «schiacciare», il ministro della Guerra americano, signor Hegseth, ha recitato davanti ai giornalisti, si spera attoniti, il salmo 144 della Bibbia, una delle tante invocazioni che le tribù antiche rivolgevano al loro dio locale perché le proteggesse in guerra, al tempo stesso maledicendo e annientando le tribù nemiche.
L’invocazione a dio per cause di guerra, distruzione del nemico, strage dei primogeniti e consimili vale, in termini culturali e in rapporto a quel poco di evoluzione del cerebro che homo sapiens ha saputo concedersi, quanto il cannibalismo e i sacrifici umani.
Siamo dunque lì, ancora lì, in quei paraggi arcaici nei quali, con giusto sgomento, vediamo inchiodato l’Iran per mano del suo clero feroce (e i coloni israeliani rubare terra e vita ai palestinesi di Cisgiordania senza nemmeno sospettare di essere ladri e violenti: perché sta scritto nella Bibbia che quei terreni sono loro. Deve trattarsi di un dio del Catasto).
Ma perché Hegseth sperpera l’unico alibi decente a sua disposizione (agire contro l’intolleranza dispotica della teocrazia), trasformando la terza guerra del Golfo in un derby tra devoti di opposte religioni? Per ottusità? Per fanatismo? Per sbadataggine?
Solo lui può saperlo. Noi invece sappiamo — senza possibilità di equivoco — che a capo del più potente esercito del mondo c’è un fanatico religioso. In che secolo siamo? Sempre nello stesso, cari miei: da tre o quattromila anni.
PS — Ma il papa americano non ha nulla da dichiarare su questa tragedia americana?
(da Repubblica)
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Marzo 11th, 2026 Riccardo Fucile
“ANCORA IN BARBA ALLA STATUTO, NON C’E’ STATA ALCUNA UNANIMITA’”
“Ancora in barba allo statuto, si è voluto far pronunciare nuovamente il Consiglio di
indirizzo sulla nomina di Beatrice Venezi a direttore musicale del Teatro. A questo punto è evidente che la questione si è fatta meramente politica e che, di
conseguenza, non c’è alcun bisogno di avere un musicista tra i consiglieri. Quindi me ne vado”. Lo scrive, in un lungo post sui social, Alessandro Tortato, consigliere d’indirizzo della Fondazione Teatro La Fenice di Venezia nominato nel gennaio 2025 dal ministero della Cultura, all’indomani del voto consultivo con cui lo stesso organismo presieduto dal sindaco di Venezia, Luigi Brugnaro, ha confermato la nomina di Beatrice Venezi a direttrice musicale per quattro anni a partire dall’ottobre 2026.
Nel post su Facebook, Tortato spiega che è “finalmente giunto il momento di trarre le conclusioni su questa mia breve esperienza di consigliere d’indirizzo del Teatro La Fenice” e riepiloga dunque la vicenda.
“Nel gennaio del 2025 vengo contattato dal Ministero della Cultura che mi chiede la disponibilità per ricoprire l’incarico di consigliere d’indirizzo presso la Fondazione del Teatro La Fenice. Serve una figura tecnica – mi dicono – un musicista. Per me è un grande onore: è uno dei teatri più prestigiosi al mondo, è il teatro della mia città, è il teatro in cui è avvenuta la mia formazione musicale, è il teatro in cui ho diretto più volte l’Accademia Musicale di San Giorgio, l’orchestra in residence alla Fondazione Cini di cui sono stato per anni direttore artistico e direttore principale. Accetto lusingato e sorpreso, non avendo tessere politiche – scrive Tortato -. In democrazia chi vince le elezioni ha il diritto di governare, anche i teatri che sono istituzioni fondamentali del nostro paese. Il sovrintendente, al netto delle ipocrisie, è una figura politica. Mi si fa il nome di Nicola Colabianchi. Ha ricoperto questa carica all’Opera di Roma e a Cagliari. Insegna a Roma in Conservatorio. Ha quindi tutte le carte in regola. La sua candidatura viene proposta dal Presidente, approvata dal Consiglio, comunicata al Ministero che lo nomina”.
E ancora: “Nicola Colabianchi nomina Beatrice Venezi direttore musicale del Teatro La Fenice. È una nomina legittima, lo dice lo Statuto, legge fondamentale del Teatro. Si può essere in disaccordo, protestare, parlare di prassi violata, ma la nomina è lecita. Non è altrettanto lecito, o perlomeno corretto, che Colabianchi faccia sapere che la nomina è stata approvata all’unanimità dal Consiglio d’indirizzo, cosa mai avvenuta – denuncia Tortato -. Il Consiglio, sempre da Statuto, non ha alcun titolo per esprimersi in merito alle nomine artistiche, può farlo solo su approvazione bilanci, programmazione, individuazione Sovrintendente, vertenze sindacali. Stop. Affermo tale pensiero pubblicamente e in un consiglio successivo mi oppongo all’inserimento nel verbale dell’espressione ‘il Consiglio approva all’unanimità la nomina di Beatrice Venezi a direttore musicale del teatro’, propendendo per un generico sostegno a Venezi in quanto direttore musicale del Teatro, nominato legittimamente dal Sovrintendente. L’’affaire Venezi’ nel frattempo diventa argomento di discussione politica nazionale”.
Tortato continua nel racconto della sua esperienza: “Nessuno in Consiglio, tanto meno il suo Presidente, ha mai pensato di sospendere l’erogazione del cosiddetto ‘Welfare’ per ritorsione contro le proteste seguite alla nomina di Beatrice Venezi. Poiché pubblicamente era stata ventilata da parte dei sindacati la minaccia di far saltare il Concerto di Capodanno (in realtà quattro concerti), erano a rischio più di 850.000 euro, non proprio una cifra irrisoria e indifferente per il bilancio. E visto che stiamo parlando della Fenice e non della bocciofila di Maerne (che non esiste, così non offendo nessuno), era assolutamente sensato sospendere il pagamento di quell’erogazione liberale sin quando non si avesse avuto la certezza che quei soldi sarebbero entrati in cassa, decisione peraltro approvata anche dal Collegio dei revisori, organo terzo di controllo amministrativo. I vertici sindacali all’epoca se la sono presa con me, in quanto musicista, donandomi la loro stima e il loro applauso che ricambio con lo stesso affetto. Il finale della vicenda è noto: appena certificato l’avvenuto incasso, il ‘Welfare’ è stato erogato”.
Prosegue sempre Tortato: “Se la nomina di Beatrice Venezi è stata assolutamente lecita, non è lecito da parte sua – o per lo meno non è da me accettabile – parlare pubblicamente della Fenice come di un ‘teatro con gestione anarchica’, affermazione che chiama in causa il Sovrintendente, il Presidente e l’intero Consiglio. È poi inopportuno abbracciare una persona che ha appena dichiarato pubblicamente che orchestrali e coristi del “suo” teatro sono ‘pippe il cui massimo titolo è il battesimo’. I professori d’orchestra e i coristi del Teatro La Fenice non solo non sono ‘pippe’ ma sono professionisti di altissimo livello, alcuni di essi tra i migliori sul panorama internazionale. I concorsi per accedere a queste posizioni hanno prove complicatissime e sono infinitamente più difficili di qualsiasi esame universitario (lo posso dire tranquillamente avendo effettuato entrambi i percorsi di studio). Altrettanto fuori luogo sono le dichiarazioni sul pubblico veneziano composto da ottantenni. Davanti a tutto questo, mi immaginavo almeno una presa di posizione da parte della governance del Teatro a cui appartengo. Al contrario,
ieri, ancora in barba allo Statuto, si è voluto far pronunciare nuovamente il Consiglio di indirizzo sulla nomina di Beatrice Venezi a direttore musicale del Teatro”.
Alessandro Tortato, che ieri non ha partecipato al Consiglio di Indirizzo per problemi personali secondo quanto risulterebbe all’Adnkronos, annuncia così le sue dimissioni. E spiega: “Torno alle mie passioni, mai abbandonate, con il grande rimpianto di aver vissuto un’esperienza che mi aspettavo entusiasmante e che si è invece rivelata un disastro. Un disastro però estremamente interessante sotto molti punti di vista. A tal proposito, al di là dei micetti/e da tastiera che mi fanno quasi tenerezza, non dimenticherò mai i messaggi di solidarietà ricevuti da alcuni musicisti del Teatro proprio mentre i loro rappresentanti sindacali mi stavano attaccando e da altri (molti) del Conservatorio in cui insegno. Non dimenticherò neppure la vicinanza manifestata da persone che nemmeno conosco e che mi seguono sui miei vari ‘fronti’. Mi scrivevano: ‘Spero la paghino bene per sopportare una situazione così complicata…’. Ne approfitto per precisare che il consigliere d’indirizzo non riceve nemmeno un euro: è una carica completamente onorifica. E veramente è stato per me un grande onore ricoprirla, sebbene per breve tempo e sebbene in uno dei periodi più difficili che questo straordinario teatro ha vissuto nella sua lunga e gloriosa storia. Ma così è la vita…Viva la Fenice! Viva Venezia!”, la conclusione.
(da agenzie)
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Marzo 11th, 2026 Riccardo Fucile
IL NOTO GEOLOGO E PRIMO RICERCATORE DEL CNR: “NON COSTRUIAMO NEL DESERTO, OCCORRONO PIU’ DATI”
A novembre 2025 è stato pubblicato un nuovo studio sulla struttura geologica dell’area dello Stretto di Messina, realizzato dai ricercatori dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV), del Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR) e di alcune università italiane ed europee.
Lo studio ha analizzato un’enorme quantità di dati sismologici e marini, raccogliendo informazioni da oltre 2.400 terremoti avvenuti negli ultimi tre decenni, tra il 1990 e il 2019. “Uno dei risultati più interessanti del lavoro è che la deformazione nello Stretto di Messina è controllata da un sistema complesso di faglie interconnesse”, ha spiegato l’INGV. Una sorta di mosaico di tessere che scorrono l’una sull’altra e si estendono sia a terra che sotto il mare.
Da parte sua la Società Stretto di Messina, la concessionaria statale incaricata di progettare e realizzare il Ponte, ha ribadito che questo studio “non ha alcun impatto sul progetto definitivo del Ponte sullo Stretto di Messina”. Qui potete trovare la loro replica completa pubblicata su Fanpage.it. Una risposta anche al commento di chi, come Mario Tozzi, geologo e primo ricercatore del CNR, aveva raccomandato ulteriori studi alla luce dei nuovi dati. Fanpage.it lo ha contattato per capire meglio le informazioni che emergono da questi studi.
Da questo studio quali dettagli emergono che prima non conoscevamo?
Parliamo di dettagli di geologia strutturale. Da questo studio emerge che c’è una rete di faglie attive tutte interagenti fra loro, un complesso sistema di faglie interdipendenti che non era mai stato messo in luce finora. In sostanza abbiamo dati nuovi di cui non possiamo non tener conto.
Questo cosa ci dice rispetto alla nostra conoscenza sulla sismicità dell’area dello Stretto?
A mio avviso ci dice che c’è bisogno di fare altri studi ancora più approfonditi a livello mesostrutturale, cioè bisogna andare a vedere sul terreno che deformazioni hanno le rocce, misurarle, farne dei modelli. Secondo me l’aver evidenziato un sistema di faglie che non era ancora noto mostra come il modello sismotettonico e deformativo dello Stretto non sia ancora definitivo.
La Società Stretto di Messina sostiene che “non tutte le informazioni potenzialmente ottenibili dai ricercatori sono rilevanti per la costruzione del Ponte”?
È vero, ma quelle strutturali lo sono tutte. Gli studi non possono limitarsi all’area esatta in cui sorgerà l’opera, ma devono prendere in considerazione l’intera area delle due province interessate, perché la modellizzazione sismotettonica può essere solo regionale.
Cosa implica questo sistema di faglie per la sicurezza dell’area?
Può implicare che nell’eventualità di un terremoto bisogna tener presente che si potrebbero attivare diversi sistemi di faglie, e non soltanto quella del 1908, e che potrebbero addirittura combinarsi fra loro, amplificando gli effetti. Questo possibile effetto combinato di faglie differenti potrebbe contribuire a dare al terremoto una possibilità distruttiva maggiore, costringendo a rivedere in ultima analisi, per esempio, i parametri di sicurezza del progetto.
La Società Stretto di Messina sostiene che l’area dello Stretto “non sia in assoluto l’area a maggiore pericolosità sismica del pianeta”. Come commenta questa osservazione?
Bisogna distinguere tra pericolosità sismica (la probabilità che un evento accada) e rischio sismico (i danni che quell’evento può fare). La pericolosità sismica sarebbe un parametro sufficiente se l’area fosse disabitata, ma siccome non lo è, devono fare riferimento al rischio sismico, cioè al resto del patrimonio costruito esposto (che è più fragile), e alle persone. Non stanno costruendo nel deserto, ma in un’area densamente popolata e con solo il 25% delle costruzioni in grado di resistere a un
sisma 7,1 Richter. Mi rendo conto che non riguarda direttamente il progetto del ponte, ma le sue conseguenze sociali sì.
E per la fattibilità del Ponte?
Non sto dicendo che il Ponte non si possa fare ma che va valutato se è necessario utilizzare dei coefficienti di sicurezza più ridondanti, anche a costo di spendere di più.
Sostengono che per il Ponte sono rilevanti le grandi faglie profonde in grado di generare terremoti abbastanza forti da avere un impatto sull’opera.
Affermare questo significa ignorare i possibili risentimenti su quelle faglie superficiali e gli effetti di amplificazione. In un altro punto ammettono che le due faglie trasversali allo Stretto, la Ionian Fault a Sud e la Capo Peloro Fault a Nord, potrebbero generare effetti significativi, comunque più piccoli del terremoto del 1908, ma a mio avviso è un dato che non puoi affermare a prescindere. Inoltre dicono che è una possibilità appena accennata nello studio. Per questo è un buon motivo per approfondire.
Società Stretto di Messina replica che questo studio non ha alcun impatto sul progetto definitivo del Ponte…
Se dichiarano questo, vorrà dire che c’è qualcuno che si prende la responsabilità di quello che potrebbe succedere nell’eventualità in cui il prossimo terremoto dovesse portare a delle rotture multiple collegate fra loro. Io personalmente di fronte a uno studio del genere chiamerei l’INGV e il CNR e commissionerei dei nuovi studi strutturali sulla provincia di Reggio e sulla provincia di Messina. Anche qualora questo volesse dire aspettare ancora il tempo necessario affinché vengano portati a termine.
Non è stato mai fatto?
Al momento manca uno studio di questi due enti commissionato proprio per la Società Stretto di Messina e questi nuovi dati dovrebbero spingerci a domandarci se davvero abbiamo visto tutto dell’area. Secondo me sarebbe opportuno rivedere i dati in nostro possesso e acquisire altre informazioni per procedere con il massimo grado di sicurezza possibile.
Sempre la Società Stretto di Messina spiega che lo studio si concentra sulle faglie sotto il fondale marino e non quelle sotto la terraferma. Non è possibile che comunque abbiano un effetto anche su quest’ultime?
In realtà, a mio avviso, non vedo perché ciò che c’è sotto il fondale marino non possa avere effetti anche sul sistema di faglie sotto la terra emersa. Non sono due sistemi distinti. Inoltre questo mi spinge a chiedermi quali siano i dati in nostro possesso rispetto al sistema di faglie sotto la terra ferma. A mio avviso, non abbastanza.
Sostenere che le faglie sottomarine non influenzino quelle a terra è una tesi che andrebbe confermata da uno studio mesostrutturale ad hoc, con migliaia di dati sulle rocce affioranti che oggi non abbiamo. Il fatto che nessuno studio finora abbia evidenziato “rotture fragili” ci dice che è il momento di cercarle, perché è impossibile non trovarle, vista la sismicità dell’area.
Cosa dovrebbero verificare questi ulteriori studi che raccomanda?
Proprio per questo motivo ci vorrebbe uno studio gemello per le parti a terra. In poche parole, la provincia di Messina e quella di Reggio dovrebbero essere studiate metro per metro per raccogliere decine di migliaia di dati sulle rocce affioranti.
Dovremmo avere un modello quantitativo che si basi su una grande quantità di dati, che a mio avviso finora non sono mai stati raccolti in modo sistematico. Sì, è vero ne abbiamo alcuni da studi fatti anni fa, ma non c’è uno studio ad hoc condotto per questa ragione e andrebbe assolutamente fatto prima di avviare la costruzione del Ponte.
(da Fanpage)
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Marzo 11th, 2026 Riccardo Fucile
L’UE MINACCIA DI TAGLIARE I FONDI
«Non c’è posto per l’arte quando i civili muoiono sotto il fuoco dei missili». Usa toni duri
lalettera trasmessa alla Biennale di Venezia con le firme dei ministri della Cultura di 20 Stati Ue, Norvegia e Ucraina. Il riferimento è alla partecipazione della Russia – la prima dal 2022, l’anno dell’invasione dell’ucraina – alla 61esima
esposizione. «Noi sottoscritti – si legge nella lettera – esprimiamo pertanto la nostra profonda preoccupazione per il rischio significativo di una strumentalizzazione da parte della Federazione Russa della sua partecipazione alla Biennale di Venezia, per proiettare un’immagine di legittimità e accettazione internazionale in netto contrasto con la realtà della guerra in corso della Russia contro l’Ucraina e la distruzione del patrimonio culturale ucraino, e con le sanzioni europee e internazionali».
La lettera dei ministri europei
Ad aggravare la situazione, secondo i ministri europei, contribuisce anche il fatto che al padiglione russo saranno presenti «individui strettamente legati all’élite politica russa». Questi collegamenti, insiste la lettera, «sollevano seri interrogativi sul rischio che la diplomazia culturale statale venga presentata sotto le mentite spoglie di uno scambio artistico». Ed è per tutti questi motivi che i ministri bollano come «inaccettabile» la partecipazione della Russia alla Biennale di Venezia e invitano il presidente Pietrangelo Buttafuoco a riconsiderare la decisione.
L’Ue minaccia di tagliare i fondi alla Biennale
L’Ue ha condannato «fermamente» la decisione della Biennale di consentire a Mosca di riaprire il suo padiglione, e minacciato di tagliare i fondi. «La Commissione europea è stata chiara nella sua posizione in merito alla guerra illegale di aggressione della Russia nei confronti dell’Ucraina. La cultura promuove e salvaguarda i valori democratici, promuove il dialogo aperto, la diversità e la libertà di espressione e non dovrebbe mai essere utilizzata come piattaforma di propaganda», si legge nella dichiarazione della Vice presidente Henna Virkkunen e del Commissario Glenn Micallef. Se la Biennale dovesse andare avanti con la sua decisione, «esamineremo ulteriori azioni – conclude la nota -, tra cui la sospensione o la cessazione di una sovvenzione dell’Ue in corso alla Fondazione Biennale».
La protesta di Kiev e la presa di distanza di Giuli
Una delle prime reazioni di condanna era arrivata nei giorni scorsi per bocca di due ministri ucraini: quello degli Esteri, Andriy Sybiga, e quella della Cultura, Tetyana Berezhna. Ma la decisione di Buttafuoco di invitare anche la Russia ha creato un braccio di ferro anche con il governo italiano, costretto a prendere le distanze. «Come ministro della Cultura, ritengo che l’arte di un’autocrazia sia libera soltanto nella misura in cui sia dissidente rispetto a quella autocrazia», ha ribadito oggi
Alessandro Giuli presentando il padiglione italiano alla Biennale. «Quando è scelta dai vertici di uno Stato autocratico – ha continuato il ministro in quota FdI – non ha la libertà consentita alla pura espressione artistica: quell’espressione che il popolo ucraino vede ogni giorno calpestata dalle bombe della Russia che, da oltre quattro anni, ne ha invaso i confini, le case, la libertà».
(da agenzie)
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Marzo 11th, 2026 Riccardo Fucile
PER SALVINI UNO SGAMBETTO DALLA RAGIONIERA DARIA PERROTTA, FEDELISSIMA DI GIORGETTI
Il decreto Infrastrutture dovrà tornare in cdm dopo le correzioni della Ragioneria Generale dello Stato. Lo si apprende da fonti di governo. Il dl aveva avuto il via libera dal Consiglio dei ministri lo scorso 5 febbraio e quindi “definito ulteriormente l’iter approvativo del Ponte sullo Stretto in conformità ai rilievi della Corte dei Conti”, aveva spiegato il Mit.
Non un euro in più a carico del bilancio dello Stato per far ripartire il progetto del ponte sullo Stretto. Paga il ministero delle Infrastrutture guidato da Matteo Salvini. Con i soldi che ha già a disposizione.
A più di un mese dall’approvazione del Consiglio dei ministri (era il 5 febbraio), il decreto infrastrutture messo a punto dal Mit cambia ancora (prima dell’ok erano arrivati i rilievi del Colle sui paletti ai controlli della Corte dei conti). Le correzioni arrivano adesso dalla Ragioneria, dove il testo è rimasto fino ad ora sotto osservazione. Per sbloccarlo – spiegano fonti di governo – sarà necessario un nuovo passaggio del decreto in Cdm.
Il riferimento dei costi zero per lo Stato è a tutte le procedure che il Mit deve attivare per arrivare a sottoporre alla Corte dei conti la nuova delibera Cipess che serve per far partire i lavori del Ponte.
Non solo. La stessa indicazione della Ragioneria viene recepita dai tecnici del Mit in un altro articolo del decreto. Articolo 4: l’amministratore delegato di Rfi, Aldo Isi, è nominato super commissario per le opere ferroviarie che sono sottoposte a sorveglianza.
Ma sarà anche commissario straordinario di altre due opere (il collegamento ferroviario tra l’aeroporto di Verona e il lago di Garda, e il nuovo ponte tra Paderno d’Adda e Calusco d’Adda in Lombardia). Anche in questo caso non si potranno caricare nuovi costi sulle casse pubbliche. Vale anche per i rimborsi spese del commissario e degli eventuali sub-commissari che deciderà di nominare: in questo caso, infatti, il conto andrà sul bilancio di Rfi.
Altri compiti (e altri costi) per il Mit. L’ultima versione del decreto fissa paletti alla norma che designa l’amministratore delegato di Anas, Claudio Andrea Gemme, super commissario per le strade gestite dalla società controllata al 100% da Fs.
Spetterà al dicastero di Salvini, infatti, approvare un decreto ministeriale per indicare i cronoprogrammi procedurali e finanziari degli interventi. Il testo dovrà contenere l’indicazione delle risorse a disposizione per i lavori e i criteri di revoca in caso di mancato rispetto dei termini previsti per la chiusura dei cantieri.
Nella nuova versione del testo spunta anche una norma sul Mose. Il sistema di paratoie mobili – si legge nel testo – “è acquisito al patrimonio indisponibile dello Stato per la consegna in uso governativo” all’Autorità per la laguna di Venezia.
“Non sono previsti extracosti per il ponte sullo Stretto di Messina”, commenta l’amministratore delegato della Stretto di Messina, Pietro Ciucci. “A parità di investimento complessivo di 13,5 miliardi di euro, con il ‘decreto infrastrutture’ sono stati modulati gli importi di ciascun anno di lavori per tener conto dello slittamento dei tempi conseguente le note delibere della Corte dei conti”.
(da agenzie)
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