Marzo 22nd, 2026 Riccardo Fucile
I POTERI INCONTRANO I LORO LIMITI: GLI ELETTORI DECIDERANNO SUL FUTURO DELLA NOSTRA DEMOCRAZIA
Andare alle urne, domenica e lunedì, stavolta non equivale soltanto a esercitare un diritto-dovere. Gli elettori in questa tornata referendaria si assumeranno una responsabilità diretta verso il futuro dell’equilibrio costituzionale della nostra Repubblica, probabilmente in uno dei punti più delicati della nostra Carta: quello in cui i poteri incontrano i loro limiti.
Quando ai cittadini si chiede di pronunciarsi sul rapporto tra politica e magistratura non si è mai nel territorio neutro delle riforme tecniche. Si decide, piuttosto, se i contrappesi disegnati dai costituenti debbano restare un presidio di libertà per tutti, oppure diventare un impaccio da ridimensionare, per il vantaggio di pochi.
Una riforma inutile
Votare No alla riforma del governo delle destre non coincide con una difesa rituale dell’esistente, né con la retorica (chissà perché tanto vituperata da qualche esponente della destra) della costituzione antifascista da preservare a ogni costo. Ma significa provare a tutelare un principio: l’autonomia della giurisdizione non appartiene solo ai magistrati, appartiene ai cittadini. E dunque sono loro a doversi mobilitare, per difendere i loro stessi interessi.
«Bisogna sempre dire ciò che si vede», suggerisce il poeta francese Charles Péguy. E ciò che è davanti ai nostri occhi è una riforma che non cura nessuno dei mali atavici che affliggono la giustizia italiana. Non accorcia i processi, non colma la voragine degli organici tra i giudici, non rafforza il personale amministrativo del ministero di via Arenula (mancano circa 10mila addetti sui 40mila previsti), non
scioglie nessuno dei nodi che rendono estenuante il cammino di chi (cittadini, imprese, colpevoli o innocenti) avrebbe diritto a ottenere una sentenza in tempi ragionevoli, come avviene nei paesi civili.
L’indipendenza dei magistrati
La premier Giorgia Meloni, che insieme a Carlo Nordio e all’amico dei mafiosi Andrea Delmastro ha scritto il testo della legge, ha scelto invece di intervenire direttamente sulla Costituzione. Imponendo al parlamento un testo blindato che promette di separare le carriere (opzione del tutto inutile, dal momento che vige già da anni una ferrea separazione delle funzioni) ma che in realtà ha un unico, reale obiettivo: dividere e indebolire la magistratura, punendola e umiliandola, in modo da limitare la sua autonomia e rafforzare, di converso, il potere dell’esecutivo. Che è da sempre il core business della destra post-fascista.
L’indipendenza della magistratura non è però un privilegio corporativo da tollerare con fastidio, ma una barriera contro l’occupazione della giustizia da parte di qualsiasi governo («potrebbe essere utile anche a voi», confessò Nordio rivolgendosi a Elly Schlein). Dopo il Ventennio, i costituenti vollero sottrarre giudici e pubblici ministeri al controllo della politica perché avevano compreso una verità elementare: senza un potere capace di giudicare scevro dal timore di essere colpito dalle altre autorità che l’esprit di Montesquieu vorrebbe in equilibrio per evitare tirannie, ogni libertà diventa più fragile.
La separazione delle carriere, accompagnata dalla duplicazione del Csm e dalla nuova Alta Corte disciplinare, non introduce infatti solo un diverso assetto organizzativo. Spezza il comune orizzonte ordinamentale tra giudicante e requirente, isolando il pubblico ministero e separandolo dalla cultura della giurisdizione e lo espone, in prospettiva, a una futura ridefinizione del suo statuto: Antonio Tajani ha già ipotizzato come il controllo della polizia giudiziaria andrebbe il prima possibile sottratto ai pm e consegnato all’esecutivo. Idee identiche a quelle di Licio Gelli. Le riforme costituzionali contano non solo per ciò che dispongono, ma per ciò che rendono possibile: il cantiere della giustizia, vincesse il Sì, resterebbe ahinoi aperto a lungo.
Il contesto politico
Anche il sorteggio, esibito come rimedio contro l’eccesso (reale) di potere dellecorrenti, rivela l’artificio dell’intera operazione. Per i membri laici il sorteggio resta infatti temperato, preceduto da una selezione politica; per i magistrati viene immaginato in forma secca, affidato dunque alla dispersione individuale. Ma anche se il parlamento sceglierà un terzo dei membri, una minoranza compatta e organizzata sarà sempre più influente di una maggioranza ridotta a costellazione di monadi. Che, tra l’altro, perderanno lo status che ha ontologicamente ogni eletto, che deriva dal fatto di rappresentare non solo sé stessi, ma l’intera comunità che lo ha votato.
Ora chi vota Sì, anche se in buona fede, sottolinea che nell’urna bisogna restare nel merito tecnico della riforma. Ma sarebbe un errore grave non valutare il contesto politico che viviamo. Da anni la destra di governo mostra insofferenza verso ogni controllo: dai giudici intimoriti quando emettono decisioni sgradite su sicurezza e migranti, alle autorità indipendenti quando esercitano le loro prerogative (vedi la riforma della Corte dei conti che liberalizza di fatto il danno erariale) fino al giornalismo che osa indagare e criticare, minacciato con querele e risarcimenti danni. Il voto assume un significato più largo: riguarda l’idea stessa di democrazia che si intende far prevalere. Noi, a Domani, non abbiamo dubbi su da che parte stare.
(da agenzie)
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Marzo 22nd, 2026 Riccardo Fucile
SE VINCE IL SI’ AVRETE SALVATO DELMASTRO, SALVO CHE NON FINISCA INDAGATO
Nel giorno del silenzio elettorale, referendum sulla giustizia e caso Delmastro vengono tenuti
lontani dalle conversazioni tra i ministri del governo Meloni. Meglio evitare di parlarne. Nella chat di governo ieri è stato il giorno degli auguri per il 54esimo compleanno del ministro dell’Agricoltura Francesco Lollobrigida. Nient’altro. Tutto congelato, in attesa del voto di oggi e domani
Il futuro del sottosegretario alla Giustizia è legato all’esito del referendum: se dovesse vincere il “Sì”, ai vertici dell’esecutivo si pensa che il risultato coprirà tutto; in caso di vittoria del “No”, sarebbe più facile trovare uno o più capri espiatori. Tutto, però, dipende da un altro fattore: se il caso degli affari di Delmastro dovesse diventare anche giudiziario. La premier Giorgia Meloni ha fatto un cenno venerdì sera chiudendo la campagna elettorale su La7 da Enrico Mentana e difendendo il suo sottosegretario evocando una “manina”: “Se la questione fosse più ampia e ci fossero altri problemi – ha spiegato la presidente del Consiglio – la magistratura farà il suo corso”. Come dire che una possibile inchiesta giudiziaria cambierebbe le cose e farebbe traballare la posizione del sottosegretario. Questa è la linea rossa del governo. In Fratelli d’Italia se ne parla poco e nessuno vuole
esporsi più di tanto col timore che escano ogni giorno nuove rivelazioni. Il Pd ha chiesto a Meloni di riferire in aula, ma quest’ultima non prende in considerazione questa ipotesi. Ieri i dirigenti di primo piano del partito non erano alla manifestazione a Torino per l’anniversario delle vittime di mafia (nemmeno la presidente Chiara Colosimo, sempre presente, ieri assente per influenza). Ma c’è la sensazione che il destino di Delmastro sia appeso a un filo e sarà deciso dopo il referendum: dipenderà anche dal faccia a faccia con Meloni (tra i due ci sarebbero stati contatti, non confermati, nelle ultime ore). Il caso è arrivato anche in commissione Antimafia, con l’ufficio di presidenza che si riunirà la prossima settimana, perché nei prossimi giorni i commissari saranno in trasferta in Puglia.
Chi mostra freddezza nei confronti del suo sottosegretario è anche il ministro della Giustizia Carlo Nordio, che ha chiuso la campagna elettorale nel suo Veneto. Secondo fonti ben informate, il Guardasigilli non ha avuto contatti diretti col suo sottosegretario e i due non si sono chiariti. Nordio non solo non lo ha difeso pubblicamente ma, parlando con tutti i suoi interlocutori, ripete che il caso Delmastro “non influirà sul risultato referendario” perché gli elettori del “No” sono già convinti, quelli del “Sì” invece penseranno a una vicenda “a orologeria”, è la tesi. Non una difesa accorata.
La premier negli ultimi giorni però ha anche analizzato coi suoi collaboratori gli scenari post-voto. In caso di vittoria del “Sì” al referendum, Meloni vuole dare una precisa direzione all’ultimo anno della legislatura: nel bel mezzo della crisi internazionale e degli effetti economici che preoccupano il governo, la presidente del Consiglio vuole approvare rapidamente la legge elettorale “Stabilicum” per garantirsi una maggioranza stabile nel 2027. La legge sarà incardinata in commissione Affari Costituzionali alla Camera già mercoledì per dare un’accelerata e cercare di arrivare a un primo voto prima di giugno.
In caso di vittoria del “No”, invece, Meloni ha già fatto sapere che non si dimetterà. Ma ieri in Fratelli d’Italia già pensavano alla possibilità di scaricare la colpa su chi “non si è impegnato abbastanza” durante la campagna elettorale. Il dito, insomma, sarebbe puntato contro il leader della Lega Matteo Salvini, già accusato soprattutto dagli alleati di Forza Italia di non aver fatto più di tanto per il “Sì” alla riforma costituzionale della separazione delle carriere. Anche per questo e per evitare che sul referendum possano scaricarsi tensioni in grado di far traballare l’esecutivo,
Meloni sta pensando a un voto di fiducia subito per blindarsi con la sua maggioranza. Nei prossimi giorni ci sarà già un’occasione importante: il decreto Sicurezza al Senato che sta provocando tensioni tra la Lega e Palazzo Chigi per i tanti emendamenti presentati dal partito di Salvini.
(da agenzie)
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Marzo 22nd, 2026 Riccardo Fucile
“SI DIMETTA PER IGIENE ISTITUZIONALE, QUESTA E’ L’ARROGANZA DELLA CASTA”
«Abbiamo presentato una mozione per chiedere a Giorgia Meloni di revocare l’incarico di sottosegretario alla Giustizia per Andrea Delmastro. Per una ragione di igiene istituzionale non può rimanere lì un minuto in più» ci dice Giuseppe Conte in questo lungo colloquio. La vicenda è nota: il sottosegretario alla Giustizia aveva fondato, nel dicembre 2024, una società di ristorazione, assieme a tre dirigenti piemontesi del suo partito e alla figlia diciottenne di un prestanome del clan Senese: Mauro Caroccia.
Presidente Conte, Delmastro poteva non sapere chi fosse Mauro Caroccia.
«Non scherziamo! Bastava digitare quel nome su Google per capire di che soggetto stiamo parlando. Persino il fratello di Caroccia in un’intervista ha spiegato che tutti sapevano chi fosse. E poi Delmastro è un sottosegretario, sta in un osservatorio privilegiato e in altre occasioni, come nel caso di Cospito, ha avuto accesso a informazioni addirittura del 41 bis. Ma davvero si pensa che i cittadini abbiano l’anello al naso?»
Magari lo conosceva ma non sapeva dei problemi giudiziari.
«La prima foto uscita, che ritrae Delmastro abbracciato a Caroccia, è del 2023. Si conoscevano dunque quando era già in corso l’inchiesta che lo aveva identificato come possibile prestanome del clan Senese. Il sottosegretario e i suoi sodali di partito si mettono in società a fare affari in un contesto familiare altamente inquinato per i rapporti con la malavita organizzata. Un contesto da cui un cittadino perbene dovrebbe tenersi alla larga. A maggior ragione chi ricopre un delicato ruolo di governo».
Dice Delmastro: quando ho appreso i problemi giudiziari, sono uscito dalla società.
«È uscito per davvero solo con la sentenza della Cassazione a febbraio di questo anno. Ma il contesto di malaffare era già evidente prima. Ci sono stati svariati passaggi giudiziari prima che l’appello bis confermasse la condanna e, da ultimo, la Cassazione la rendesse definitiva. Un membro di governo fa una società con degli
sconosciuti, senza informarsi prima chi sono? Ma andiamo … C’è un limite alle menzogne».
Il sottosegretario ha dichiarato, a proposito della ragazza: “Non imputata e non indagata, poi si scopre essere la figlia di”.
«Una arrampicata sugli specchi pazzesca! È evidente che è la prestanome del prestanome. Ma davvero uno fa una società con una ragazza che ha appena compiuto 18 anni, lascia a lei il 50 per della società e la nomina persino amministratrice senza sapere chi sia? Faccio io una domanda».
Prego.
«Se davvero non c’era nulla da nascondere, perché Delmastro non ha dichiarato questa società al Parlamento quando ne era obbligato? Questa mi sembra la prima, involontaria, ammissione di colpa».
Al momento però Delmastro non ha compiuto nessun reato.
«Parliamo di un sottosegretario e di altri tre dirigenti di Fratelli d’Italia che risultano talmente annebbiati dal desiderio del lucro che si avventurano in affari con il noto prestanome di un efferato clan mafioso. Delmastro non può rimanere un’ora in più al suo posto per ragioni di minima igiene istituzionale».
Per questo presentate una mozione, cosa che faranno anche le altre opposizioni?
«Sì, deve andare a casa immediatamente anche solo per chiara inclinazione alla più spregiudicata avidità e alla più impunita arroganza. Addirittura Delmastro è tornato nel ristorante di Caroccia anche dopo la sentenza di condanna in appello bis, portandosi dietro un pezzo importante del Dap».
Si riferisce alle foto uscite in questi giorni, tra cui quella del giugno 2025 con la capo di gabinetto Giusi Bartolozzi e i funzionari del Dap in quel ristorante?
«Direzione delle carceri che di lì a qualche mese avrebbe preso in custodia il ristoratore mafioso… Lei capisce che per loro non esiste più una soglia dello scandalo. Bartolozzi, figura chiave dello scandalo Al-Masri, e Delmastro, che già si sarebbe dovuto dimettere dopo la condanna in primo grado per rivelazione del segreto d’ufficio, vanno a cena con funzionari dello Stato nel ristorante di un prestanome della mafia, appena condannato in appello. Pare la sceneggiatura del film Suburra».
Finora Giorgia Meloni ha difeso il suo sottosegretario. È la generosità di una leader che copre sempre i suoi o pensa che non sia libera di scaricalo?
«Sono un clan politico. Ma non credo sia solo solidarietà di partito. Sono legati dal vincolo rappresentato da informazioni e notizie che possono uscire fuori e che li costringono a rimanere assieme al potere o a cadere assieme».
Sta dicendo che Meloni è ricattabile?
«Meloni aveva detto di non essere ricattabile e invece prevale il condizionamento reciproco, giustificato da una incultura istituzionale per cui, in nome dell’investitura popolare, si sentono sopra la legge, sottratti a ogni controllo».
La premier dice di non accettare lezioni in materia di lotta alla mafia.
«Oggi (ieri, ndr) è la Giornata della memoria per le vittime di mafia. Piuttosto che postare un messaggino retorico, Giorgia Meloni doveva far dimettere Delmastro per onorare i caduti per mafia. Che c’entra un eroe come Paolo Borsellino, con cui ci si riempie la bocca a sproposito, con questo modo di far politica?
Cosa chiedete sul caso in questione a Chiara Colosimo, presidente dell’Antimafia?
«Di approfondire la vicenda. Ma ci muoviamo in un contesto già compromesso perché la presidente messa a capo dell’Antimafia con criteri di fedeltà ha già dimostrato la sua faziosità. È qualche anno che non permette di indagare sui mandanti e sui pezzi dello Stato deviati delle stragi del 92-93. Ricordo, sempre per stare ai fatti, che Colosimo fu immortalata in una foto con Ciavardini, condannato per la strage di Bologna con sentenza definitiva».
Una foto, presidente, non vuol dire complicità.
«Quella foto parla da sola. E, aggiungo, ha pure sempre taciuto di avere uno zio avvocato, condannato per essersi messo a disposizione di una cosca calabrese».
Non si eredita una colpa.
«Questa stessa maggioranza si sta accanendo per espellere campioni dell’antimafia come Scarpinato e De Raho proprio dalla Commissione antimafia, sostenendo che sarebbero in conflitto di interessi perché profondi conoscitori dei fenomeni mafiosi per averli combattuti per decenni come servitori dello Stato. Siamo alla più assoluta indecenza istituzionale».
Meloni ha parlato di “manine” sul caso Delmastro. Lei ha capito a che si riferisce?
«Alle inchieste della stampa libera e indipendente che loro non tollerano, come ogni forma di controllo. Quando era all’opposizione, Meloni chiedeva le dimissioni per ogni minimo scivolone dei suoi avversari, ora è asserragliata a dispetto di tutto,
comprese le inchieste che coinvolgono gli amministratori locali, come i suoi in Sicilia».
La premier rivendica un primato della politica rispetto alle inchieste.
«Ma fatemi capire: come funziona questo primato? Dove serve, inteso come responsabilità e visione, Meloni non dice una parola: Al-Masri, Venezuela, il genocidio di Gaza, l’Iran. In compenso fa scudo su tutti gli scandali, toglie l’abuso d’ufficio ai colletti bianchi e criminalizza il dissenso. Questo è il primato dell’impunità sulla politica. E questo, mi consenta, è il premierato che hanno in testa: l’arroganza della Casta».
Alessandro De Angelis
(da lastampa.it)
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Marzo 22nd, 2026 Riccardo Fucile
IL DIRETTORE DEL FATTO QUOTIDIANO SMONTA LE BUGIE DELLA PREMIER SUL REFERENDUM
Giorgia Meloni è una bugiarda. Non che sia una novità, ma l’altra sera, approfittando dell’avere
l’ultima parola prima del silenzio elettorale da Mentana, ha esagerato. Oltre alle varie balle sulla riforma della giustizia, ha tirato dentro anche me e Il Fatto Quotidiano nella sua indecente campagna elettorale. Ha detto “molti di quelli oggi schierati per il NO in passato sostenevano questa riforma”. Non ha spiegato come facevamo in passato a sostenere una riforma che lei ha fatto in fretta e furia l’anno scorso e che quindi prima dell’anno scorso nessuno poteva avere letto né condiviso né osteggiato. E poi “il Pd era per la separazione delle carriere”. È vero. “I Cinque Stelle e Gratteri sostenevano il sorteggio”. Vedremo se è vero. “Marco Travaglio sosteneva tutti e due, cioè sia il sorteggio sia la separazione delle cariche. Adesso sono tutti per il no”. Ora, io capisco che chi è abituato a mentire ogni volta che respira (accise, blocco navale, tagli alle tasse, legge Fornero asili nido gratis, rete Tim in Italia, ITA in Italia, governo in Europa con i socialisti, mai patto di stabilità, spese militari, Putin, sanzioni alla Russia, vittorie militari dell’Ucraina, Usa, Gaza, Israele, Arabia Saudita, Qatar, Cina, Pnrr, dimissioni dei ministri degli altri, dazi zero, superbonus, chiusure per il webtax, agenzie di rating, tasse sugli extraprofitti, trivelle in mare, regioni, elezione diretta del Capo dello Stato, legge elettorale con le preferenze e così via) ci prenda gusto e non capisca
più la differenza fra la verità e la menzogna. Ma finché i suoi elettori glielo permettono, meglio per lei e peggio per noi.
Però Giorgia Meloni si rassegni. Noi non siamo bugiardi come lei, non sono tutti bugiardi come lei e le rarissime volte in cui le è capitato di avere ragione, gliel’abbiamo data perché non siamo nemmeno in malafede e quindi non giudichiamo le persone e i politici dalle appartenenze, li giudichiamo dai fatti. Però non si deve permettere di dire che abbiamo cambiato idea sulla sua riforma, chiamiamola così, solo perché l’ha proposta lei. Intanto perché è falso e poi perché noi non ci comportiamo così. I suoi e lei si comportano così. Il Fatto, da quando è nato, nel 2009, è sempre stato contrario alla separazione delle carriere. Ogni volta che ricevo articoli di collaboratori favorevoli, lo precisano. In fondo, oltre ad averlo scritto in decine e decine di pezzi, abbiamo proposto e continuiamo a sostenere il sorteggio per i membri del Csm, a una condizione: che valga per tutti membri togati e membri laici o meglio ancora che si aboliscano i laici, cioè gli emissari dei partiti, per fare un vero organo di autogoverno formato solo da magistrati. E a quel punto sì, li si può sorteggiare.
Invece che cosa fa la riforma, lo sapete? Io non so più come spiegarlo. Sorteggio vero per i togati magistrati estratti a sorte da un bussolotto dove ci sono i nomi di tutti e 9400 gli attuali magistrati in servizio. Sorteggio truffa per i politici. Il Parlamento si fa una lista di amici dei partiti della maggioranza in gran parte o in toto, vedremo dalla legge attuativa che farà la Meloni, e tra quelli estrae chi? Tutti amici dei partiti in gran parte o in toto della maggioranza: possono fare anche una lista di 300 nomi, ma se sono tutti amici loro chiunque tirino su sarà un amico loro. Quindi, questo non è il sorteggio che abbiamo proposto noi, non è nemmeno quello dei Cinque Stelle e nemmeno quello di Gratteri, anche perché quando parlavamo non avevamo letto questo finto sorteggio truffa che hanno inventato questi signori. Ma ancora di più, Meloni mente sul fatto che io fossi favorevole alla separazione delle carriere: sono sempre stato contrarissimo, ho cominciato a scrivere contro questa idea sciagurata di Gelli, Craxi e Berlusconi nel ’94 su La Voce di Montanelli, quando lei era appena entrata in politica al seguito delle idee di Borsellino salvo poi passare a quelle di Berlusconi e di Gelli. E scambiare e barattare Borsellino con Nordio. Su Micromega di Paolo Flores d’Arcais, quando è nata la Bicamerale e la separazione non delle carriere ma delle funzioni – l’ha
proposta il centrosinistra insieme a Forza Italia 1997-98. Presidente D’Alema – io ho demolito la bozza Boato che prevedeva la separazione delle funzioni tra pm e giudici. E un solo Csm, ma biforcato in due sezioni per i pm e per i giudici.
Perché? Perché io sono per rendere obbligatori i passaggi fra pm e giudici, quindi sono sempre stato contrario anche quando lo proponeva la sinistra insieme al centrodestra. Se la Meloni vuole documentarsi, tra i vari articoli che ho scritto nella mia lunga carriera, ce n’è uno intitolato “la bozza Boato tradotta in italiano” che può trovare sul numero cinque di Micromega del 1997: così capisce che sono sempre stato contrario alla separazione delle carriere. Chi era contrario come me alla separazione delle carriere? Gianfranco Fini, il leader del partito in cui la Meloni all’epoca militava. Che fu l’artefice della esplosione della Bicamerale, perché Berlusconi ha detto di trasformare la separazione delle funzioni in separazione delle carriere e fu stoppato dal Presidente Scalfaro, dalla ANM, da Mattarella (che all’epoca era capogruppo del Ppi) e da Gianfranco Fini, affiancato da La Russa e da Mantovano, che gli scrisse il discorso contro la separazione delle carriere. Persino Delmastro è sempre stato contrario, come tutti gli attuali separatori delle carriere, a cominciare da Nordio e da Di Pietro. Quindi io, diversamente da tutti questi voltagabbana, non ho mai cambiato idea.
Se la Meloni cerca dei voltagabbana prenda uno specchio, ci si guardi dentro e poi guardi tutti quelli che la circondano. Quelli sono i voltagabbana sulla separazione delle carriere. Non Travaglio e non il Fatto, qui non ce ne sono. Ma l’altra sera, sempre approfittando del fatto che aveva l’ultima parola prima del silenzio elettorale, la signora Meloni ha sparato un’altra menzogna: cioè che lo scandalo del suo amico e sottosegretario alla Giustizia Delmastro, socio della figlia del prestanome del clan camorristico Senese, sia uscito sul nostro giornale per una manina che dice “tiriamo fuori la cosa peggiore sul governo negli ultimi giorni di campagna sul Referendum”. Qui l’unica manina, a parte quella di Delmastro che ha firmato la società con la figlia del prestanome dei Senese, è la firma di Alberto Nerazzini, giornalista investigativo, che lavora a un libro sui clan e la politica a Roma, e ha scoperto la società Delmastro-Caroccia, i prestanome dei Senese. E la fuga un mese fa di Delmastro da quella società fuori tempo massimo. Ha verificato la notizia, ce l’ha proposta, noi l’abbiamo pubblicata quando l’abbiamo avuta.
Quindi noi non teniamo dossier nei cassetti, come fanno i giornalisti amici della Meloni, e soprattutto pubblichiamo le notizie vere. Tant’è che questa notizia non ha avuto una virgola di smentita. Ma la Meloni dice “i fatti che conosciamo ora io li conosco dalla stampa”. Dal Fatto! Quindi dovrebbe ringraziare il Fatto e Nerazzini di averli raccontati anche perché Delmastro non le aveva mica raccontato niente, non aveva nemmeno segnalato, nella dichiarazione delle proprietà che i parlamentari – e tanto più i membri del Governo, tanto più se stanno alla Giustizia – devono depositare alla Camera e al Senato, quella società, quella della figlia del prestanome dei Senese. Quindi se la Meloni l’ha saputo è grazie a noi, e adesso spetterebbe a lei prendere decisioni. Invece lei lascia Delmastro al suo posto e ci fa la lezioncina di deontologia professionale. “Forse ci dovremmo interrogare su un certo modo di fare giornalismo atteso che io l’ho appreso dalla stampa”.
Cioè siamo noi che dobbiamo spiegare a lei perché abbiamo pubblicato una notizia vera, anziché lei spiegare a noi perché Delmastro continua a stare al ministero della Giustizia, con Bartolozzi e con altri cinque dirigenti del ministero della Giustizia che banchettavano nel ristorante di Delmastro e della figlia del prestanome dei Senese. Almeno fino a quando il prestanome dei Senese non è stato condannato in Cassazione e l’hanno portato via dove adesso risiede, cioè nelle carceri gestite da quei dirigenti del ministero della Giustizia che banchettavano nel suo ristorante. Allora presto o tardi, anche in Italia, i bugiardi e i voltagabbana fanno una brutta fine. Comprereste una riforma usata da gente così? Ecco, noi abbiamo un’ottima occasione per rispondere di No al Referendum di domenica e lunedì. Andiamoci in massa a votare NO. Convinciamo più gente possibile a votare No, anche per dire no a chi pensa di prenderci in giro con menzogne di questo livello dozzinale. Buon voto a tutti, grazie.
(da agenzie)
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Marzo 22nd, 2026 Riccardo Fucile
COSA RISCHIA DOPO IL REFERENDUM
Il sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro sarà ascoltato dalla Commissione parlamentare Antimafia, ma solo dopo il voto per il referendum sulla Giustizia. Lo riporta il Corriere della Sera, secondo cui la presidente della Commissione, Chiara Colosimo, avrebbe già accolto in via ufficiosa le richieste dei partiti di minoranza sul caso dell’esponente di governo di FdI e della sua partecipazione in una società con la figlia di un imprenditore legato alla camorra. L’ufficio di presidenza fisserà il calendario delle audizioni martedì o mercoledì prossimi. Gli atti dell’inchiesta sul clan camorristico dei Senese sarebbero già nelle mani della Commissione. Sin da quando il Fatto quotidiano ha fatto emergere la vicenda nei giorni scorsi, le opposizioni hanno chiesto le dimissioni del sottosegretario. Il destino di Delmastro al governo dovrebbe essere ridiscusso all’interno del governo, secondo il Corriere, dopo il referendum. Al di là dell’esito del voto.
Al centro del caso c’è la srl «Le 5 Forchette», fondata davanti a un notaio di Biella e con sede operativa in via Tuscolana a Roma, dove gestisce un ristorante. Nella compagine societaria figuravano, oltre a Delmastro, altri dirigenti di Fratelli d’Italia piemontese e Miriam Caroccia, figlia di Mauro, attualmente detenuto a Viterbo dove sta scontando una condanna definitiva a quattro anni per intestazione fittizia di beni nell’interesse del clan di Michele Senese, detto ‘O pazzo. La Dda di Roma ha già aperto un fascicolo che ipotizza la stessa fattidispecie di reato in capo al padre e alla figlia.
(da agenzie)
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Marzo 22nd, 2026 Riccardo Fucile
CASTELLI: “L’EREDITA’ DI UMBERTO TRADITA DA MATTEO”… GIORGETTI INTERVIENE PER PLACARE GLI ANIMI, APPLAUSI PER ZAIA
“Molla la camicia verde, vergogna”: non proprio un’accoglienza trionfale quella riservata a Matteo
Salvini stamattina a Pontida per l’ultimo saluto a Umberto Bossi, leader leghista morto a 84 anni. Il vicepremier e segretario della Lega si è presentato ai funerali indossando una camicia verde e, mentre saliva i gradini dell’abbazia di San Giacomo, alcuni militanti presenti gli hanno urlato contro scandendo cori “Bossi-Bossi”. Qualcuno ha urlato anche “vergogna”.
A spiegare, almeno parzialmente, il clima di una parte di leghisti nei confronti di Salvini le parole dell’ex ministro Roberto Castelli, leghista della prima ora e oggi fondatore del “Partito popolare del Nord”: “La Lega di Salvini non è la Lega, l’eredità di Bossi è stata tradita da quel partito lì, è mantenuta in vita dalle persone che sono qui oggi e spero anche un po’ da me”. Poi ha aggiunto: “Con l’arrivo di Salvini, in via Bellerio era proibito il verde, lo posso testimoniare senza tema di smentita. Quella roba lì non è la Lega, è un altro partito.
Il segretario della Lega ha affidato ai social il suo ricordo del Senatùr allegando una foto che lo ritrae giovane accanto al leader: “Trent’anni fa, come oggi, una battaglia che non era solo politica, ma identità, visione, popolo, destino. Libertà, autonomia, territorio, lavoro, sacrificio, responsabilità, giustizia, sicurezza. In quattro parole: padroni a casa nostra. Spesso, allora come oggi, soli contro tutti. Questa è la Lega, una comunità in cammino. Buon viaggio Umberto, con Te tutto è iniziato, mai mülà!”.
Al termine della funzione, all’uscita del feretro dalla chiesa i militanti bossiani hanno scandito un coro: “Abbiamo un sogno nel cuore, bruciare il tricolore”. Il feretro era accompagnato dalla famiglia e dalle più alte cariche dello Stato, tra cui la premier Giorgia Meloni. Il ministro dell’economia Giancarlo Giorgetti ha detto al
microfono, “per cortesia” per placare i militanti e consentire al parroco di recitare l’eterno riposo. Al termine della cerimonia anche cori “Padania libera “, sono stati scanditi più volte.
Ma che questo fosse il mood del popolo “padano” era chiaro dalle prime ore della mattina, quando centinaia di leghisti avevano già affollato lo spazio davanti alla chiesa tra scritte e striscioni. Quello più grande, appeso su un cavalcavia all’ingresso di Pontida recita: “Una vita senza libertà non è vita. W Bossi”.
Subito prima della celebrazione, iniziata alle 12, è arrivata anche la premier Meloni, accolta dagli slogan “Secessione, secessione”, “Padania libera”. Molti dei presenti indossano i fazzoletti verdi con il sole delle Alpi, ma c’è anche chi indossa sulle spalle le bandiere rosse con in mezzo giallo il leone di San Marco.
Un lungo applauso ha accolto l’arrivo del feretro del fondatore della Lega sul quale erano adagiati una corona di fiori banchi e la bandiera del Sole delle Alpi. Si è sentita risuonare anche una cornamusa.
La piazza della abbazia è transennata, un maxi schermo è stato allestito nell’area accanto per permettere a tutti i militanti di seguire la cerimonia, visto che in chiesa c’erano solo 400 posti, alcuni riservati per la famiglia e per le massime autorità.
“Era il mio idolo fin da bambino Bossi – spiega Alessio, che a 28 anni è assessore di un comune in provincia di Venezia e coordina la Lega giovani del territorio – Lui è il motivo per cui faccio politica, ho deciso di farla guardando un suo discorso da Pontida. L’ho sentito parlare e il suo carisma mi ha trascinato, ho fatto la prima tessera della Lega a 15 anni. Non potevo non esserci, un vero leghista oggi è presente, per dire grazie a Umberto”.
Al lato della chiesa è stato appeso uno striscione con la scritta “Grazie capo, la tua storia vivrà sempre con noi”, firmato dalla sezione Pontida. Tra i primi ad arrivare il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, il capogruppo al Senato, Massimiliano Romeo. Alle esequie presenti anche il presidente del Senato, Ignazio La Russa, quello della Camera, Lorenzo Fontana e il vicepremier Antonio Tajani. Arrivato anche l’ex governatore veneto Luca Zaia, applaudito dai militanti.
(da Repubblica)
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Marzo 22nd, 2026 Riccardo Fucile
LEI SA TUTTO SU ALMASRI, LUI LA VOLUTO IL SORTEGGIO DEL CSM
Lei è rimasta al ministero. Lui ha lasciato Roma, in tour per gli ultimi giorni della campagna referendaria. Lei non ha subito contraccolpi dopo le frasi sui magistrati come “plotone di esecuzione”, lui fa comizi e non indietreggia di un millimetro dopo la bufera sui suoi affari con una diciottenne figlia di un condannato per intestazione fittizia di beni con l’aggravante mafiosa. Perora la causa della riforma della separazione delle carriere, dispensa sorrisi ai giornalisti (“vince il No di sicuro”, va dicendo) e cita Peppino Impastato: “La mafia è una montagna di merda”. Quella sul referendum sulla giustizia è stata la campagna elettorale “Delmastro-Bartolozzi”. Lei, potente capo di gabinetto del ministro della Giustizia, lui sottosegretario in via Arenula, fedelissimo della premier e già suo avvocato. Da mesi hanno stretto un patto di ferro. Il ministero della Giustizia è cosa loro, tanto da aver scritto insieme la riforma.
Il meloniano Delmastro nel marzo 2025 se l’è lasciato scappare in una chiacchierata col Foglio: “L’unica cosa figa della riforma è il sorteggio del Csm”. Il motivo di quelle parole era semplice: quella parte della riforma l’ha scritta lui. FdI lo proponeva da tempo, il ministro della Giustizia Carlo Nordio è sempre stato contrario al sorteggio.
Delmastro era stato messo lì dalla premier Meloni per “vigilare” sull’operato di Nordio. Va bene le carceri – e il potere, le nomine e i fondi che ne derivano – ma via Arenula andava protetta dagli assalti dei berlusconiani, e da riforme iper-garantiste. Così, dopo una prima fase di isolamento e di guai anche giudiziari (caso Cospito), Delmastro ha stretto un patto con la “zarina”, Giusi Bartolozzi, vicecapo di gabinetto. Da allora via Arenula è gestita da loro e Nordio non può farne a meno.
Bartolozzi, ex deputata di FI, non solo ha “spinto” alle dimissioni il suo capo di gabinetto Alberto Rizzo, ma è diventata la vera ministra della Giustizia. In questi mesi ha accentrato tutto il potere su di sé. Nessun capo dipartimento del ministero può prendere appuntamento con Nordio senza passare da lei e senza che lei non sia presente al colloquio. Figurarsi qualsiasi esterno al ministero. Tutti gli atti passano dalla sua scrivania e dal suo computer. Dopo il litigio estivo, da mesi non parla più con il portavoce di Nordio, Francesco Specchia. Ha voluto un nuovo ufficio da venti persone sotto la sua guida. I principali dirigenti di via Arenula se ne sono andati per lo strapotere di Bartolozzi: Rizzo e poi Luigi Birritteri (Dag) per la gestione del caso Almasri. È stata proprio la “zarina” a occuparsi della vicenda del torturatore libico, con annesse riunioni riservate e con l’intelligence: Nordio in quei giorni era irreperibile a Treviso e lei era la “ministra”. Anche per questo, quando è stata indagata per false dichiarazioni ai pm, Chigi ha dato l’ordine: conflitto di attribuzione per provare a “scudarla”. I tempi sono stati dilatati per superare la campagna elettorale e candidarla con FdI.
Infine, la gaffe. Un dibattito a Telecolor per definire i magistrati un “plotone di esecuzione” da “togliere di mezzo” in caso di vittoria del Sì. Nordio pretende le sue scuse, ma lei non le fornisce (umiliandolo). Meloni ne prende le distanze, ma non la fa rimuovere. Lei torna in ufficio a lavorare come se niente fosse, mentre Nordio gira l’Italia per paesini per evitare di esporlo a nuove gaffe. Si ipotizza che, dopo il referendum, possa essere rimossa e spostata in un altro dipartimento. Ma Delmastro la difende: “Tutto inventato”, va dicendo. Se vince il “Sì” tutto è perdonato. Anche per i due padroni del ministero.
(da ilfattoquotidiano.it)
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Marzo 22nd, 2026 Riccardo Fucile
IL PREMIER USCENTE EUROPEISTA E FILOPALESTINESE DENUNCIA INTERFERENZE ALLA VIGILIA DEL VOTO
Black Cube è un‘agenzia di intelligence privata fondata da ex ufficiali dei servizi segreti israeliani.
Il suo staff è composto da unità segrete del Mossad e da veterani dei corpi di élite. È nata nel 2010 per fornire attività di intelligence e reperimento prove anche attraverso agenti sotto copertura. Domani, 22 marzo, si vota in Slovenia. E il premier uscente Robert Golob ha denunciato una serie di interferenze elettorali nelle urne che si apriranno tra 24 ore. Puntando il dito su Janez Janša, leader conservatore del Partito Democratico Sloveno (SDS). Janša e Black Cube sarebbero impegnati in una campagna diffamatoria contro il partito di Golob.
«La democrazia non può essere governata dall’ombra. Non si tratta delle origini dell’interferenza, si tratta dell’impatto che un’ingerenza straniera può avere sulla democrazia. E quell’ingerenza straniera mina davvero il tessuto della democrazia europea», ha detto un paio di giorni fa Golob entrando alla riunione del Consiglio europeo. «È importante agire ora, non a nome della Slovenia, ma per proteggere ogni altro Stato che affronterà il processo elettorale nei prossimi mesi. E il modello che osserviamo è davvero preoccupante perché le cosiddette agenzie private stanno diventando sempre più audaci», ha aggiunto. Secondo il premier «hanno iniziato ad
attaccare un partito di governo in carica prima delle elezioni o all’interno del processo elettorale, al fine di esercitare un’enorme influenza sul modo in cui gli elettori decideranno il giorno delle elezioni».
L’indagine
L’indagine aperta dal governo sloveno segue la diffusione a inizio marzo di registrazioni segrete in cui un ex ministro della giustizia, un noto avvocato e un lobbista si vantavano presumibilmente di legami politici, traffico d’influenze e finanziamenti occulti. Le urne nel paese saranno aperte da questa domenica e, nell’annunciare l’avvio delle indagini, la ministra degli Esteri Tanja Fajon ha definito il presunto ruolo di Black Cube, già nota per aver assunto ex agenti del Mossad, come «un attacco alla democrazia». Secondo il premier la Slovenia «è stata fortunata, mettiamola così, a essere in grado di individuarli prima che potessero avere un impatto enorme». Anche per i precedenti in altri paesi come gli Stati Uniti, la Romania e l’Ungheria negli anni passati.
L’inchiesta degli attivisti
L’agenzia di stampa Reuters fa sapere che un gruppo di giornalisti e attivisti dell’Istituto 8 Marzo, un’organizzazione non governativa, sostiene che rappresentanti di Black Cube, tra cui il CEO Dan Zorella e il consigliere Giora Eiland, ex capo del Consiglio di Sicurezza Nazionale israeliano, abbiano incontrato il populista conservatore Janez Jansa il 22 dicembre a Lubiana, stando ai registri di volo e ad altre informazioni di intelligence. L’Agenzia slovena per l’intelligence e la sicurezza ha confermato lunedì scorso l’arrivo dei rappresentanti di Black Cube a dicembre, ma non ha potuto confermare l’incontro con Jansa.
La Slovenia e il Medio Oriente
Il partito di Janza è filo-israeliano. E dovesse vincere le elezioni di domenica, cambierebbe probabilmente la politica slovena nei confronti del Medio Oriente, dato che il Movimento per la Libertà è stato un sostenitore dei palestinesi. Sotto la sua guida, la Slovenia ha riconosciuto lo Stato palestinese indipendente e lo scorso anno ha introdotto il divieto di importazione di merci prodotte nei territori palestinesi occupati da Israele. Jansa ha replicato che Golob stava cercando di insabbiare la corruzione all’interno del suo stesso partito.
Le elezioni
Secondo le rilevazioni alle urne andrà un cittadino su due: una percentuale alta ma in calo rispetto al 60% del 2022. I partiti in corsa sono 15: per entrare almeno uno dei 90 seggi in parlamento che si distribuiscono con il sistema proporzionale e le preferenze dovranno superare la soglia del 4%. Ci sono due seggi specifici per le comunità nazionali autoctone italiana e ungherese, assegnati con votazioni locali. A superare lo sbarramento dovrebbero essere 6 o 7 partiti.
I sondaggi
L’ultimo sondaggio, svolto dall’agenzia Mediana per Pop Tv, Rtv Slovenia e il quotidiano Delo, mostra un leggero vantaggio di Movimento Libertà (Gs), il partito liberal-democratico ed europeista del premier. Che sembrerebbe aver recuperato lo svantaggio iniziale sul conservatore e nazionalista Partito Democratico Sloveno (Sds). I due partiti otterrebbero rispettivamente il 18,9% e il 18,5% dei voti. Secondo questa rilevazione, sarebbero ancora cinque le formazioni politiche in grado di superare la soglia di sbarramento del 4%: la lista comune di ispirazione cristiano-conservatrice composta da Nuova Slovenia, Popolari e Fokus (6%), i Socialdemocratici e i Democratici di Anže Logar, entrambi con 5,8 punti percentuali, la lista comune di Levica/Sinistra e Vesna, 5,5%, e infine il partito Resnica/Verità, al 4,2%.
(da agenzie)
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Marzo 22nd, 2026 Riccardo Fucile
DOPO CENTINAIA DI PAGINE SCRITTE E QUATTRO GIORNI DI CONFERENZE A ROMA, VIENE FUORI CHE IL “KATECHON”, IL “POTERE FRENANTE” CHE DOVRÀ ARGINARE L’ANTICRISTO, È LA STESSA PALANTIR, LA SUA SOCIETÀ DI CYBERSICUREZZA. COSÌ, PER DIFENDERE L’OCCIDENTE IN CRISI DAL TOTALITARISMO CINESE, CI DOBBIAMO SUCARE CON LA TECNOCRAZIA DEGLI OLIGARCHI CHE ARCHIVIA LA DEMOCRAZIA
Uno degli elementi centrali negli incontri con Peter Thiel […] è il delineare la problematica figura del “kathécon”, la forza frenante contro l’avvento dell’Anticristo di cui si parla nella seconda Epistola ai Tessalonicesi.
Questa misteriosa figura, compartecipante tanto della natura dell’argine al dilagare dell’orizzonte anticristico quanto della dimensione anticristica stessa, è per sua stessa funzione la più intimamente politica tra tutte.
Nel medioevo, non per caso, i canonisti discussero dell’Impero Romano ora come kathécon ora come Anticristo. Thiel ha molto chiaro questo punto e afferma, coerentemente, che il nuovo Anticristo, quello che porterà in terra un governo unico mondiale tirannico, modellato sulle coordinate dello “stato universale e omogeneo” di Kojève, avrà la postura di un uomo politico dalla bocca colma di parole di pace
Ne consegue che la nuova forza frenante debba seguire una logica simmetrica: un potere politico che però non si sporchi con il rischio della distopia.
Thiel non considera necessariamente Vance e Trump delle raffigurazioni del kathécon, ma senza ombra di dubbio il campo avverso gli appare talmente inquietante e antioccidentale da averlo portato a impegnarsi in prima persona, capofila di una cordata di magnati del tech, tra cui Elon Musk e David Sacks, entrati tra le maglie dell’Amministrazione americana.
Ma la costruzione di carriere politiche è solo la parte più emersa, e superficiale, del concetto di “potere che frena” che anima Thiel. Nel suo pensiero il più politico tra i dispositivi è l’alta tecnologia. E in questa prospettiva Palantir vale molto più di qualunque J. D. Vance possa emergere all’orizzonte.
Palantir è il vero katéchon, quella dimensione che riesce a garantire sicurezza senza farti togliere le scarpe in aeroporto, come ama ricordare Thiel citando il post 11 settembre.
La società, con la sua ontologia del potere algoritmico, non sarebbe soltanto uno strumento per raffinare le decisioni amministrative e militari ma un neutralizzatore delle spinte alla distruzione che animano nel profondo la politica.
Più che sorveglianza di massa, una tecnoteologia politica, coi suoi limiti e i suoi pericoli, come tutte le umane cose. D’altronde, i Palantiri tolkieniani presentano la stessa ambivalenza del kathécon: pietre veggenti connesse alla rovina di Númenor, consentono poi all’oscuro Signore di sorvegliare ma, del pari, a Gandalf di essere edotto delle mosse del male
Analogamente, Palantir viene accusata di essere frutto di un disegno distopico, si pensi al suo impiego da parte dell’Ice, eppure, ad esempio, è stata col suo MetaConstellation uno dei più potenti alleati dell’Ucraina, garantendone la sopravvivenza nei momenti più duri dell’invasione russa. E se sempre a oriente, ma questa volta in Cina, si corre con tecnologia non esattamente liberale, la sfida per Thiel, tutta politica, è proprio non restare indietro.
(da Il Foglio)
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