Marzo 27th, 2026 Riccardo Fucile
PRONTI ALLA DISCESA IN CAMPO DI MARINA BERLUSCONI?
A Milano, e s’intende quella delle sciure più intellettuali e della meglio boiserie del centro, ne sono convinti tutti: Marina Elvira B. si è fatta fare i sondaggi e si prepara a scendere in campo per il Paese che ama, come già il papà. D’altra parte Sergio Mattarella due anni fa l’ha nominata pure Cavaliere del Lavoro: non le manca niente per far sì che la storia, manifestatasi una prima volta come Silvio, si ripeta come Marina. È in questo contesto che la “figlia di” – ed esserlo è stato il suo lavoro d’una vita – ha invocato un cambio nel partito che ha ereditato (insieme ai fratelli) e alla fine il recalcitrante mezzadro Antonio Tajani l’ha accontentata. Ci vuole aria nuova: via Maurizio Gasparri da capogruppo in Senato, dentro la giovine e frizzante Stefania Craxi, “figlia di”.
Il vento nuovo è spirato subito dall’Alpi alle Piramidi. “Non è più rinviabile l’accoglimento, pieno e incondizionato, dell’appello lanciato da Marina Berlusconi”, s’è infervorato dalla Sicilia un tale Salvo Tomarchio, consigliere regionale: pare sia ora di issare “la bandiera liberale e riformista”. Lo diciamo sin d’ora, ancorché in conflitto d’interessi (e questo dovrebbe rendere la cosa meglio comprensibile dentro Forza Italia): vederla guidare il partito ereditario per noi sarebbe un sogno che s’avvera
C’è un’unica grande difficoltà: siamo certi che la figlia primogenita del fu B. parli, molti testimoni lo assicurano, ma lo fa raramente in pubblico e ancor meno a braccio. Non vogliamo attribuire la cosa a scarsa vivacità intellettuale, come pure sembrò fare Umberto Eco quando – all’epoca dell’uscita da Bompiani – così descrisse l’incontro tra Elisabetta Sgarbi e la capa di Mondadori: “Qualunque cosa le avesse detto, non avrebbe capito”. In realtà Marina è portata al silenzio e all’ascolto, ama riflettere a lungo prima di parlare e questo, essendo nata nel 1966, ci dice che non è persona frettolosa. Ora però, per il bene del Paese, dovrà buttarsi senza rete nel dibattito pubblico e concedere finalmente agli italiani il bene di ascoltare la sua voce e conoscere il suo pensiero. Che poi, anche non avesse granché da dire, come leader di FI ha un grande vantaggio: verrebbe dopo Tajani
(da Il Fatto Quotidiano)
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Marzo 27th, 2026 Riccardo Fucile
C’E’ UN NOME CHE HA SCATENATO L’IRA FUNESTA DELLA PRESIDENTE DEL CONSIGLIO… MELONI PADRE SAREBBE STATO UN CORRIERE DELLA DROGA PER CONTO DEL CLAN SENESE
C’è un nome che ha fatto insorgere Giorgia Meloni. Quel nome ha scatenato l’ira funesta
della presidente del Consiglio quando ha scoperto le improvvide avventure societarie di uno dei suoi uomini più fidati: Andrea Delmastro Delle Vedove. Il sottosegretario non solo ha aperto una società mentre era impegnato al governo del paese, non solo si è messo in affari con una ragazzina di 18 anni senza un controllo su Google, ma ha associato il suo nome alla testa di legno di un boss che evoca vecchi fantasmi. Un ragionamento, quello balzato in testa alla presidente del Consiglio, che spiega la rottura definitiva del rapporto fiduciario con Delmastro Delle Vedove, un tempo fedelissimo e suo avvocato.
Un fedelissimo che lei si era ostinata a difendere nonostante i disastri combinati dalle informazioni riservate spifferate all’amico deputato fino alla notte brava di Capodanno con l’onorevole pistolero con seguito di ambulanza e ferito (per fortuna lieve).
Qual è il nome impronunciabile, la kryptonite per Meloni? È quello di Michele Senese, uno dei re di Roma, capo della camorra nella capitale, condannato in via definitiva a metà febbraio. Stesso processo, con condanna per intestazione fittizia di beni aggravata dall’aver agevolato la malavita, nel quale è finito anche Mauro Caroccia, l’oste amico di Delmastro, che gestiva prima il locale della malavita e poi quello del sottosegretario alla Giustizia.
Nome, quello del boss di camorra padrone di Roma, che richiama una vecchia storia, apparsa sui giornali un paio di anni fa. Una storia dolorosa perché Meloni con la parabola criminale del padre non c’entra nulla, lei che ha scelto la strada nobile della politica.
Una vicenda tirata fuori inizialmente da un giornale delle Baleari che aveva pubblicato, poco dopo l’insediamento a palazzo Chigi, un articolo sulla condanna del padre ripreso dalle testate italiane. Un racconto che anche Anna Paratore, madre della presidente, ha fatto suo, ma sul quale sono emersi enormi dubbi quando Domani, nel 2023, ha rivelato che Paratore ha fatto affari per anni con Raffaele
Matano, mentre lo stesso era contemporaneamente azionista dell’impresa amministrata dal padre della presidente.
Meloni ha sempre raccontato di aver interrotto i rapporti con il papà nel 1988, otto anni prima che Francesco Meloni (scomparso nel 2012) venisse condannato a nove anni per traffico di hashish da un tribunale spagnolo.
Cosa c’entra Senese? Nel gennaio 2024 è Report a raccogliere le dichiarazioni di un ex collaboratore di giustizia, Nunzio Perrella, uno che nella vita ne ha dette e fatte di ogni genere, nell’ultima fase interviste, libri, diventato famoso come agente provocatore.
La sua frase iconica: «La monnezza è oro dotto’ e la politica è una monnezza», in riferimento al traffico illecito di rifiuti nel quale lui è stato coinvolto e dal quale è uscito diventando utilissima gola profonda delle procure. Meloni padre, stando al racconto di Perrella, sarebbe stato un corriere della droga per conto proprio di Michele Senese per ragioni di debiti. A bordo di un veliero. Di certo c’è la conoscenza acclarata tra l’ex collaboratore e il boss. Quando emerse la notizia, Domani ne parlò proprio con Perrella che datava l’incontro tra la fine anni Ottanta e l’inizio del nuovo decennio. Alla domanda se l’avesse visto, rispondeva così: «Una sola volta, poi l’ho riconosciuto in fotografia di recente». Come fa a ricordarsi di lui a distanza di tre decenni, avendolo visto da lontano? «Non da lontano, da sei, sette metri. Ricordo perché ho memoria, era un tipo un poco strano, quando vedi una persona te la ricordi. Lui faceva il traffico Italia, Marocco, Spagna. Aveva debiti e si mise a disposizione dei Senese».
Un lampo, un ricordo improvviso, a tratti sfocato. Il tutto a distanza di anni. Delmastro Delle Vedove è riuscito a imbarcarsi proprio l’imprenditore al soldo di quel boss che evoca vecchi fantasmi. Un errore imperdonabile che ha minato la credibilità delle istituzioni.
(da Editoriale Domani)
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Marzo 27th, 2026 Riccardo Fucile
BACCHETTONI MA ACCORTI, ALLA SBARRA A CON IL RISPETTO DELLE ISTITUZIONI, COL PIANO MARSHALL TENNERO IN PIEDI IL PAESE, ESPRIMENDO PURE GENTE DI VALORE
Uno slogan del Sessantotto recitava: “Pagherete caro, pagherete tutto”. Io l’ho trasformato in: “Rimpiangerete caro, rimpiangerete tutto”. Anche la vecchia cara e troppo dimenticata ‘balena bianca’ come la chiamava Gianpaolo Pansa. Eh sì, la Dc, La Democrazia Cristiana, intendo quella che va da De Gasperi alla generazione dei Fanfani e dei Forlani e che trova oggi un prolungamento in Pier Ferdinando Casini, l’eterno Pier Ferdi, che a mio avviso sarà il prossimo Presidente della Repubblica, ne ha l’età, 70 anni, il bell’aspetto e non è mai stato implicato in affari loschi. L’unico neo in quella vecchia Dc è rappresentato da Giovanni Gronchi (lo scandalo dei “Gronchi rosa”).
La Democrazia cristiana seppe tenere in piedi col consenso (tutti, o quasi, votavano Dc ma non lo dicevano perché se ne vergognavano, un po’ come accadrà dopo con Berlusconi, per lo meno il primo Berlusconi) l’intero Paese.
Nel periodo post bellico la Dc, partito egemone, fu certamente aiutata dal Piano Marshall ma gli americani non sarebbero stati altrettanto generosi se, in periodo di guerra fredda, al potere in Italia ci fossero stati i comunisti, quelli veri, molto ben organizzati che tallonavano a breve distanza la ‘balena bianca’. È vero che il Piano Marshall c’è costato la sudditanza agli americani, ma allora era inevitabile, necessaria a differenza di oggi, vero Ms. Giorgia?
La Dc nei suoi anni migliori, quelli di Ettore Bernabei, fu importante, anche se oggi sembra incredibile dirlo, sul piano culturale. Era una tv ‘di regista’ quella, monopolista perché aveva il controllo dell’unica rete allora esistente, Rai 1. Però era un dirigismo intelligente e colto. Bernabei cercò innanzitutto di unificare l’Italia dei dialetti a un buon italiano, c’erano addirittura venature ‘puriste’ in quella televisione, niente a che vedere con la sguaiataggine dei talk di oggi. Bernabei portò in prima serata lo “sceneggiato all’italiana”, che non era solo Il mulino del Po di Bacchelli, ma erano anche, e forse soprattutto, i grandi russi, a cominciare da Dostoevskij. Vidi allora una straordinaria interpretazione di Luigi Vannucchi nella parte del principe Stavrogin ne I Demoni di Dostoevskij (sia detto di passata: Stavrogin interpreta al meglio l’animo russo). Bernabei si permise di dare alle otto di sera Il settimo sigillo di Bergman. La mia segretaria, lavoravo allora alla Pirelli, lo prese per un noir. Ma ci stava anche quello insieme alla profonda introspezione psicologica abituale dei film di Bergman. Insomma era un po’ basica l’interpretazione della mia segretaria, ma intanto si era cuccata Bergman, uno dei massimi registi, insieme a Kurosawa, di tutti i tempi come riconobbe Woody Allen che non era proprio l’ultimo arrivato (“Tutte le volte che ho cercato di mettermi all’altezza di Bergman o di Kurosawa ho fallito”, intervista a La Repubblica in morte appunto di Bergman). Dal 1968 al 1974 furono dati, spesso in prima serata, seicento concerti di musica classica o sinfonica.
La Dc naturalmente, essendo il partito al potere, in modo quasi egemone, a parte le frattaglie del partito repubblicano di Ugo La Malfa e di quello liberale di Giovanni Malagodi, era attaccata da tutte le parti. Ma si rivelò una formidabile incassatrice: non rispondeva ai colpi. Cosa che faceva impazzire Montanelli perché ogni stoccata risultava inutile. Una volta che ero da lui al Giornale ad un certo punto prese dalla scrivania un’immaginetta con una cornice d’argento di quelle che di solito si tengono in omaggio alla moglie, alla Madonna o a qualche santo e me la fece vedere. “Con questo ci sarebbe stato gusto”, mi disse con la voce cavernosa che gli era venuta da vecchio. La orientò meglio e io vidi emergere l’inconfondibile figura di Iosif Vissarionovič Džugašvili, cioè Giuseppe Stalin. “Con questo ci sarebbe stato gusto”, ripeté Indro, “sì”, risposi, ma la tua ribellione sarebbe durata poco perché ti avrebbe fatto immediatamente fucilare. La Dc ovviamente non fucilava nessuno, incassava, nella peggiore delle ipotesi dribblava. Nel dopoguerra molti grandi registi, da Visconti a Rosi, erano comunisti e quindi indigesti alla Democrazia cristiana. Allora interveniva Andreotti, il divo Giulio, un vero illusionista alla Iniesta che faceva sparire il problema e i film passavano.
Ma forse il più importante merito della Dc è stato il suo rapporto con la Giustizia. Lasciamo pur perdere, perché è un dettaglio, che non ho mai avuto querele dai democristiani, ne ho avute un’infinità dai socialisti, dai comunisti, ma non dai democristiani. Come dicevo incassavano senza rispondere.
Però il fatto più importante è un altro. Andreotti e in misura minore Forlani, “il coniglio mannaro”, hanno avuto un’infinità di procedimenti penali ma si sono sempre difesi all’interno del processo e non dicendosi vittime di chissà quali complotti politici, perché una classe dirigente consapevole d’esser tale non delegittima le Istituzioni, perché sono le sue Istituzioni, e dall’anarchia, anche giuridica, ha solo la pelle. Dopo è venuto il “diritto berlusconiano” per cui qualsiasi politico, o imprenditore, si ritiene vittima di un qualche complotto, in genere della Magistratura “politicizzata”.
Insomma la Democrazia cristiana, la ‘balena bianca’, è stata la sola classe dirigente, pur coi suoi tanti difetti, degna di essere e di definirsi tale, fra i difetti c’è da mettere un certo bacchettonismo. La parola “uccello” non si poteva dire in tv (e quando l’ingenuo Mike Bongiorno disse “Signora Longari, lei mi è caduta sull’uccello” è successo un mezzo scandalo). Ma la volta in cui la Democrazia cristiana perse la sua abituale tolleranza fu con Mistero buffo di Dario Fo e Franca Rame, per cui i due artisti subirono un lungo embargo.
Poi sono venuti dei quaquaraquà di destra soprattutto, ma anche di sinistra, per cui oggi siamo obbligati a sentire come una grande vittoria quella del No al recente referendum.
Un’ultima annotazione. Andreotti, quando era ministro degli Esteri, fece una politica di appeasement con i Paesi mediorientali di cui beneficiamo ancora oggi, una politica allora difficile perché eravamo pur sempre sotto il controllo degli americani.
Massimo Fini
(da ilfattoquotidiano.it)
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Marzo 27th, 2026 Riccardo Fucile
A QUATTRO GIORNI DAL VOTO ANCORA NESSUNA AUTOCRITICA SULLA SCONFITTA
L’addio forzoso di Maurizio Gasparri alla presidenza dei senatori di Forza Italia è la quarta
sciabolata politica in quarantott’ore che si abbatte sulla maggioranza di centrodestra: colpisce il diretto interessato ma anche il segretario del partito, Antonio Tajani, che da oltre un anno resisteva alla richiesta di Marina Berlusconi di portare facce nuove alla guida dei gruppi, in tv, sui social.
La sconfitta elettorale ha offerto l’occasione per procedere all’avvicendamento con l’arma un po’ subdola della raccolta di firme, e se nel caso di Giorgia Meloni con Andrea Delmastro e Daniela Santanchè ci si può chiedere «perché non è stato fatto
prima», nel campo forzista la domanda funziona meno: la famiglia Berlusconi aveva provato più volte «a farlo prima» per via diretta ma non ci era mai riuscita.
Per paradosso, tutti i personaggi al centro della tempesta provengono in qualche modo dal percorso della destra italiana. Maurizio Gasparri ne è stato importante dirigente e potente colonnello prima di scegliere l’adesione a Forza Italia e il giovanissimo Tajani, ex monarchico dichiarato, si è fatto le ossa nei raduni e nei cortei della destra giovanile.
L’idea che hanno tutti condiviso è che basti un capo forte per fare il risultato, un Berlusconi (ieri) o una Meloni (oggi) per vincere comunque, e che alle classi dirigenti di partito tocchi il facile ruolo di diffondere la voce del capo, difendere la sua azione, attaccare i nemici che il capo via via indica, mentre tutto il resto (comprese le bisteccherie e gli sfondoni televisivi) è peccato veniale compensato dalla fedeltà.
La stessa convinzione ha portato l’intero centrodestra a pasticciare con il referendum e poi a invocare la discesa in campo della premier, persuadendosi che la partita fosse vinta perché lei negli ultimi giorni «ci aveva messo la faccia» quasi quotidianamente, un po’ difendendo il merito della riforma, un po’ galvanizzando le tifoserie con l’attacco ai giudici che salvano clandestini e dividono le famiglie.
Non è servito, non è bastato. E il responso delle urne è durissimo soprattutto perché rivela il voltafaccia di pezzi importanti del consenso conquistato nel 2022: al Sud una quota tra il 10 e il 30 per cento degli elettori della maggioranza ha scelto il No, con un atto di infedeltà politica che fa tremare. I sondaggi politici già registrano lo scivolone nel consenso. Cosa succederà tra un anno, quando si voterà per le Politiche? Come riconquistare i voti in fuga?
Il redde rationem in corso all’interno di FdI e di Forza Italia è figlio di questi interrogativi ma soprattutto di un sentimento di autentica paura: paura di perdere al prossimo giro, paura che si ripeta su scala nazionale un fenomeno ben noto alla destra a livello cittadino e regionale, la difficoltà di ottenere il bis per i suoi uomini (chiedere a Nello Musumeci in Sicilia, a Christian Solinas in Sardegna, ma anche in tempi più antichi a Gianni Alemanno e Francesco Storace a Roma e nel Lazio).
Paura, anche, che il referendum segni la fine del modello fideistico in cui la destra è cresciuta: il potere assoluto della leadership nella mobilitazione degli elettorati. Ma queste paure non vengono spiegate, e a quattro giorni dal voto non ci sono ancora, da nessuna parte, una compiuta analisi del voto e un esame oggettivo degli errori
commessi. Anche per questo il redde rationem assomiglia troppo alla ricerca di una serie di capri espiatori per risultare un atto di ripartenza. Con il rischio di aumentare la percezione di un centrodestra nel caos, che corre a impugnare la sciabola per evitare di ragionare su se stesso.
(da lastampa.it)
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Marzo 27th, 2026 Riccardo Fucile
“COSA C’ENTRA DANIELA CON LA SCONFITTA? MELONI SI VOTI A SANT’ANTONIO”
Grandi sono confusione e disappunto tra gli azionisti della destra meloniana. Impossibile non chiedere a Vittorio Feltri un commento, una scintilla, una battuta per orientarsi in questo momento di difficoltà. “Ma che cazzo me ne frega a me”, è il primo, prevedibile, sobrio commento del decano del giornalismo conservatore, ormai un riflesso pavloviano.
Direttore, dica qualcosa. Dica una cosa di destra, una cosa qualsiasi.
Ma che vuole da me, la vittoria del No non porta proprio a niente. Conte e Schlein si comportano come se fossero a un tiro di schioppo da Palazzo Chigi, ma la verità è che tutto rimane come prima. Chissenefrega. Certo, se volessimo parlare di giustizia a livello tecnico, ci sarebbe qualcosa da dire, a me magistrati e giudici non stanno simpatici, fermo restando che speriamo sempre di non finire a giudizio. Ma nei fatti, diciamocelo, non cambia un cazzo.
Però lo deve riconoscere: la lettera di Santanchè non è niente male. Alcuni passaggi sono pirotecnici. E nella sostanza non si può dire che abbia proprio torto, l’ex ministra: cosa c’entra lei con la sconfitta nel referendum?
Condivido. È un fatto certo che la Santanchè sia una furbacchiona. Naturalmente, quando dovevano cacciarla per motivi legati alle sue vicende economiche e giudiziarie, è stata difesa e ha ben goduto di questo beneficio, senza dire una parola. Detto ciò, ha ragione: questa cazzata qui del referendum, che cosa c’entra con le sue dimissioni? È un assurdità, una manovra politica insensata.
Santanché ha scritto, peraltro, che paga sempre il conto per sé e anche per gli altri. Quando avete cenato assieme, ha offerto anche a lei?
A cena ho sempre pagato io, è una cosa a cui sono purtroppo abituato.
Come si spiega il repulisti post-voto di Meloni? Ha perso lucidità?
È una reazione scomposta, un mutamento talmente improvviso e inatteso che non riesco neanche a commentarlo
La premier sembra aver perso l’aura, come fu già per Renzi dopo il referendum. Possibile che i cicli del consenso siano così brevi e volatili?
È una giusta osservazione. Renzi volava, prima di perdere quell’elezione, poi per gli italiani è diventato un mezzo pirla. E tuttora rimane un coglioncione agli occhi di molti. La verità è che la gente è fatta così, cambia idea ogni cinque minuti: siamo in un mondo di imbecilli.
Cosa deve fare ora Giorgia per raddrizzare la rotta?
Votarsi a Sant’Antonio.
E a livello politico?
Non c’è niente di politico, sarebbe anche ridicolo pensare che la possano far fuori dopo averla trattata come la Madonna. Non riesco a immaginare un futuro agro per la ragazza.
Eppure, che imbarazzo per Delmastro e le sue bistecche paramafiose.
Davvero. Ma come gli è venuto in mente?Ci sono anche persone intelligenti che fanno cose cretine.
E la zarina Bartolozzi? Lotta ancora insieme a noi?
Non posso dare neanche un parere, non la conosco. Tutta questa storia della giustizia è una gran rottura di coglioni.
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Marzo 27th, 2026 Riccardo Fucile
IL RISULTATO REFERENDARIO CONTIENE MESSAGGI CHIARI
Meloni e la destra estrema che governa il Paese nel breve volgere di un lunedì di marzo si
sono trovati ad affrontare una condizione che rappresenta il loro peggiore incubo. Finire come Matteo Renzi che, dopo la batosta referendaria si ritrovò con un partito che precipitò dal 30 al 18 per cento. Meloni sa perfettamente cosa rischia e per questo è palesemente nel panico e il panico, si sa, è sempre un pessimo consigliere. Ha tentato di correre ai ripari tagliando tre teste.
I giornali d’apparato stamattina puntano tutti sul repulisti, a sottolineare la purezza della leader che caccia i mercanti dal Tempio, riproponendo l’adagio del Ventennio che, di fronte alle nefandezze e le incapacità del regime rantolava: “se lo sapesse il Duce”. Meloni si è ritrovata al centro di una tempesta perfetta: la sconfitta pesante al referendum arriva dopo tre anni di promesse totalmente non mantenute, che hanno piano piano fatto infuriare il suo elettorato e si pianta come un chiodo in una congiuntura drammatica acuita dalla guerra in Medio Oriente, scatenata dai due leader nei confronti dei quali Meloni ha mostrato ben di più che semplice acquiescenza. Una crisi economica ogni giorno più pesante per le famiglie e per le imprese. Meloni sa che può scivolare – come fu per Renzi, e ancor prima (per chi ne avesse memoria) per Bettino Craxi – in una slavina inarrestabile. Sconfitta al referendum rischia di diventare un Re Mida rovesciato.
Ho fatto questa premessa per arrivare ad un punto che è a mio avviso assolutamente centrale. Di fronte ad una destra che, mai come adesso, è vulnerabile, il centro sinistra e in particolare il cuore di quello che dovrebbe essere il Campo Largo, ovvero PD, M5S e AVS, è in grado di schierarsi in battaglia ed essere vincente, liberando il Paese dalla morsa di una destra pericolosa e soprattutto incapace? La risposta è: forse, ma a determinate condizioni.
Il referendum ha dato un risultato che sarebbe irresponsabile pensare possa essere traslato alle elezioni politiche. Ma non si può assolutamente prescindere da quel risultato, perché contiene dei messaggi politici chiari. In primo luogo il referendum, per sua natura è divisivo, indica infatti solo due strade – il Si o il No – pone alternative chiare. Questo ha avuto un impatto importantissimo sull’affluenza. Gli elettori sapevano per cosa stavano votando, potevano identificarsi in una scelta. Leggevo su La Repubblica una delle tante interviste fatte ai giovani che hanno avuto un ruolo fondamentale nella vittoria del No. La nostra generazione – questo era il senso del ragionamento del giovane elettore – non è apatica, disinteressata, è che non ci sentiamo rappresentati. Parole che ci portano nel cuore del problema della rappresentanza.
Chi e cosa vuole rappresentare il Centro sinistra? La generazione Z, ma anche i diciottenni hanno mostrato di aver voglia di protagonismo e non solo votando al referendum anche a costo di sobbarcarsi sacrifici e disagi. Lo hanno dimostrato
prima del 22 e del 23 marzo. Sono stati protagonisti di mobilitazioni che, nel giro di pochi mesi, sembrano dimenticate, ma che hanno indicato precisi temi programmatici. La più recente è quella contro il genocidio perpetrato dal governo Israeliano a Gaza. Una mobilitazione che ha portato un fiume sterminato di popolo composto in una parte importante da giovani e giovanissimi, molti alla loro prima manifestazione. Abbiamo di fronte ragazzi che se hanno una buona causa non esitano a mobilitarsi. Giovani che hanno subito insulti e provocazioni e in alcuni casi – vi ricordate di Pisa – violenze inaccettabili, eppure non si sono arresi, non hanno abbassato la testa.
Ci sono stati e ci sono. Ma non solo.
Molti sembrano aver scordato le grandi mobilitazioni per la difesa dell’ambiente per chiedere misure vere contro il riscaldamento globale e quelle per il diritto allo studio. Diritto costituzionalmente garantito. Ed ecco che torna sempre lei, la Costituzione. La stessa Carta che hanno difeso col No al referendum. Molti di quei ragazzi, e non solo loro, però alle politiche e alle europee sono rimasti a casa, non hanno votato, non per sciatto disinteresse, ma perché nessuno a sinistra è riuscito a capire i loro bisogni, le loro istanze.
Credo che se si vuole cacciare questa destra bisogna partire dalla politica, eliminando le fumisterie da convegni e avanzare proposte semplici, precise. Cose da fare che si possano spiegare anche nello spazio limitato dei social che questa generazione usa in vario modo, ma anche per veicolare messaggi e contenuti politici. Bisogna ascoltare di cosa hanno bisogno, cosa vogliono, cosa li fa indignare, che visione hanno della realtà del futuro. Lo ha fatto Zohran Mamdani e ha vinto. Le loro mobilitazioni spiegano che non si pò essere per la difesa del popolo palestinese e contemporaneamente avere in casa la cosiddetta Sinistra per Israele che sostiene un criminale ricercato dalla CPI come Netanyahu o sentire dire che uno stato criminale e aggressore va comunque supportato.
Bisogna scegliere da che parte stare e bisogna avere coerenza, quindi se è giusto affermare che se uno Stato aggredisce si sta dalla parte dell’aggredito e contro l’aggressore, questo deve valere sempre, per l’Ucraina e per l’Iran, non può funzionare solo in alcuni casi. Non è una posizione da centri sociali, ma è la posizione del Primo Ministro della Spagna. Il centro sinistra sarà capace di mettere nel programma parole semplici come quelle del Presidente Sanchez?
E questo non vale solo in politica estera. Bisogna pensare ad una serie di misure per sostenere realmente il diritto allo studio. Alcune sono misure semplici: garantire uno sgravio fiscale alle famiglie che pagano affitti per i figli fuori sede (il che farebbe emergere gran parte dei contratti in nero), investire nella realizzazioni di alloggi per gli studenti a prezzi calmierati, imporre una scontistica sui trasporti; ridisegnare il prelievo fiscale che non può essere quasi totalmente a carico del lavoro dipendente e dei pensionati e non si può più prescindere da una patrimoniale sui redditi elevatissimi. Tassare le banche e i super ricchi per garantire servizi a chi sta peggio. Sono misure essenziali e chiare soprattutto di fronte ad uno scenario nel quale l’Inflazione morderà sempre più ferocemente il potere di acquisto di salati e pensioni.
I giovani dalla destra hanno ricevuto leggi liberticide, nessun aiuto per il loro futuro, un’organizzazione dell’università demenziale, molto spesso un biglietto di sola andata per l’estero. La destra ha fatto questo ed anche peggio. La domanda che pongo è cosa propone il centro sinistra, come li vuole rappresentare?
Ho fatto alcuni esempi per dire che se il centro sinistra vuole vincere deve trovare il coraggio di essere divisivo. Deve scegliere da che parte stare. Non si possono mettere insieme il diavolo e l’acqua santa, non si può essere dalla parte dei lavoratori e contemporaneamente dalla parte di una borghesia stracciona che ha saputo solo drenare soldi pubblici e ha sempre puntato a ridurre il lavoro e i diritti. Al referendum un elettore su due non aveva votato alle politiche e alle europee. Sono in larga parte loro, non il centro astratto di un Calenda in cerca di se stesso, Riportarli a votare è la vera sfida. Gli elettori per tornare a votare a sinistra chiedono che la sinistra faccia la sinistra. Che si archivi definitivamente la politica del “ma anche…”. Se Calenda o la signora Picierno storceranno il naso potranno sempre spostarsi nel centro destra. Non credo che saranno in molti a versare lacrime per la loro assenza.
(da agenzie)
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Marzo 27th, 2026 Riccardo Fucile
“RAPPRESENTANO IL 10% DELLA POPOLAZIONE, SONO VITALI PER LE NOSTRE AZIENDE”… “SONO CITTADINI ITALIANI, INTEGRATI, LAVORANO E CONTRIBUISCONO AL PIL ITALIANI”… “A NATALE CONTRACCAMBIANO LA VISITA”
Quando si parla di Lecco è facile associarla all’immagine placida delle calme sponde del lago di Como, o fantasticare sui luoghi in cui era ambientato uno dei più grandi capolavori della letteratura italiana: I promessi sposi di Alessandro Manzoni. Eppure, in queste settimane la cittadina, che conta circa 47.000 abitanti, è diventata teatro di dissapori e destinataria di attenzioni, non sempre lusinghiere. Al centro della questione, l’agenda delsindaco di Lecco, Mauro Gattinoni, in carica dall’ottobre 2020 ed esponente del centrosinistra.
Le sue due partecipazioni delle ultime settimane, prima a un iftar comunitario e poi a un momento di preghiera al Centro Islamico Culturale “La Città” di via – neanche a farlo apposta – Promessi Sposi, non sono passate inosservate in Consiglio Comunale. Alcuni esponenti dell’opposizione hanno infatti commentato che, vista la vicinanza delle elezioni amministrative (previste per il 24 e 25 maggio), si trattasse di visite poco opportune. Open ne ha parlato direttamente con il primo cittadino, che ci ha voluto raccontare la realtà multietnica della sua cittadina e le reti di rapporti interculturali che la abitano.
Sindaco, come è iniziato questo rapporto con la comunità islamica nel Comune di Lecco?
«Anzitutto a Lecco, già dalla fine degli anni ’90 e principio anni 2000, abbiamo vissuto fenomeni di immigrazione piuttosto consistenti, provenienti soprattutto dal Nord Africa, che sono stati per noi e per le nostre aziende assolutamente vitali. Consideri che la quota di immigrazione a Lecco è circa del 10-11%. In un contesto di economia reale, le nostre aziende, le nostre fabbriche, in costante ricerca di manodopera, hanno molto beneficiato dell’apporto di personale migratorio per far fronte al fabbisogno di professionalità. Questo ha permesso, di conseguenza, di avere un’integrazione efficace».
In che modo avviene questa convivenza efficace?
«Se le persone immigrate trovano lavoro e quindi una casa e quindi una stabilità, anche la convivenza sociale risulta sempre armonica. Sulla scia di questo, le comunità locali islamiche, che nello specifico contano membri di origini nordafricane, marocchine, ma anche provenienti dall’Africa Centrale, hanno dato vita a un’associazione culturale, che tuttora esiste e che è molto attiva in azioni di assistenza comunitaria all’interno della loro stessa comunità. Assistono quindi le famiglie in maggior difficoltà e organizzano corsi di lingua in collaborazione anche con altre associazioni lecchesi di volontariato. Questo permette di avviare un processo di integrazione reale molto efficace. Inoltre, questa associazione (il Centro Islamico Culturale “La Città”, ndr) ha stretto un patto di collaborazione con il Comune di Lecco per la cura dei beni comuni, nello specifico, di un tratto di fiume, degli spazi pubblici e di parcheggi, prossimi peraltro alla moschea, quindi mantenuti e curati da loro stessi. È un esempio di partecipazione civica che, come Comune di Lecco, sviluppiamo anche con altre associazioni e privati, ma in questo caso è stato molto efficace anche con la comunità islamica».
In quest’ottica si inscrivono anche alcuni punti contenuti nel Piano di Governo del Territorio votato dalla giunta lo scorso gennaio.
«Esattamente. Stando nell’ambito di attuazione del PGT (Piano di Governo del Territorio), e quindi nell’obbligo – peraltro previsto costituzionalmente – di garantire degli spazi di culto a tutte le confessioni, abbiamo deciso di scrivere nelle regole urbanistiche che lo spazio del Centro Islamico Culturale “La Città” è riconosciuto ufficialmente come moschea. Ma non solo: abbiamo fatto una modifica al piano regolatore cimiteriale per ospitare anche le salme dei defunti di religioni diverse rispetto a quella cattolica. Spazi che non esistevano fino a due mesi fa, e che verranno implementati nei prossimi mesi per accogliere anche i defunti di professione islamica».
Lei è stato criticato per aver preso parte all’iftar, la cerimonia di interruzione del digiuno serale che si celebra durante le notti di Ramadan, e a un momento di preghiera proprio nel Centro Islamico Culturale “La Città”…
«Sì, siamo stati invitati per l’Iftar e una sera, quando è stata celebrata la rottura del digiuno, eravamo presenti anche noi. In realtà è una cosa che facciamo già da diversi anni, quindi forse la novità è che quest’anno siamo in campagna elettorale, quindi fa tutto brodo. Trovo si tratti di un’ottima consuetudine quella di essere invitati da parte della comunità islamica. In queste occasioni vengono sempre coinvolti il sindaco, gli assessori, e quest’anno anche il Prevosto di Lecco, Don Bortolo Uberti, ma erano presenti anche altri sacerdoti o lo sono stati in passato in diverse occasioni. Sono comunque invitati anche esponenti di associazioni di volontariato locale con cui collaborano stabilmente nel campo educativo e assistenziale durante l’anno. È quindi anche un gesto di apertura, di gratitudine e di festa, nonché di buona e sana integrazione. Ovviamente a Natale succede la stessa cosa, ma al contrario. Ci si scambia gli auguri e si reciproca il gesto gradito di ospitalità. Quando noi facciamo iniziative natalizie invitiamo sempre tutti, e in ogni caso ci scambiamo auguri o piccoli omaggi, dei dolci, insomma cose molto semplici».
Perché quest’anno quindi la sua visita ha fatto così scalpore?
«Le posso dire che la mia prima visita era stata nel 2020, in occasione della mia campagna elettorale. A quel tempo ricordo bene che la stessa visita fosse stata fatta dal candidato alle elezioni comunali di centrodestra, che si chiamava Giuseppe Ciresa. Questa cosa non aveva al tempo destato nessuno scandalo, anzi: probabilmente le persone, mi permetto di dire, che oggi mi criticano, erano le stesse che all’epoca accompagnavano l’allora candidato sindaco di centrodestra. Credo che se fosse stato al posto mio, oggi, avrebbe fatto quello che ho fatto io, o almeno me lo auguro. La cittadinanza lecchese ormai è consapevole di far parte di un tessuto multietnico, multiculturale, pur avendo ciascuno la propria identità».
Cosa si sentirebbe di dire a quella parte di stampa e politica che attribuisce ai voti della comunità islamica la vittoria del NO al recente referendum sulla Giustizia?
«Il 17 di marzo è stato il giorno che lo Stato italiano riconosce per l’Unità Nazionale, l’Inno e la Bandiera. In quell’occasione, insieme al Prefetto, abbiamo conferito alcune cittadinanze italiane: è stata l’occasione per verificare che negli ultimi cinque anni sono stati 1067 gli stranieri che hanno ottenuto la cittadinanza italiana, provenienti da 68 Paesi diversi. Questi sono cittadini italiani, punto. Quindi ogni cittadino italiano in un referendum, in elezioni, in un qualsiasi contesto di
democrazia partecipativa ha il diritto e il dovere di esprimersi. Così è stato e così auspico sarà per tutti quanti i cittadini italiani, da quelli da più o meno tempo e da più o meno generazioni».
La sua amministrazione si sta occupando di altri temi di integrazione o aiuto alle comunità straniere al momento
«In generale, posso dire che poniamo sempre attenzione ai temi della mondialità. Non più tardi di ieri sera abbiamo tenuto un incontro con la comunità iraniana che sta vivendo, come si può immaginare, momenti molto critici. A Lecco si trova infatti la sede staccata del Politecnico di Milano e sono presenti circa 200 studenti iraniani: 200 giovani che da mesi o anni non possono nemmeno ritornare nel proprio Paese. Con loro si è creata una comunità e ieri sera ci siamo trovati in una sala civica per raccogliere le loro testimonianze, i loro punti di vista. Su loro richiesta, il 9 aprile insieme al Prevosto di Lecco, Don Bortolo Uberti, terremo un momento di riflessione in una chiesa, per ricordare anche i loro congiunti scomparsi, che non hanno potuto salutare e che sono magari scomparsi o talvolta sono stati anche massacrati nel loro Paese. Da sindaco non posso affermare che c’è qualcosa che non ci riguarda. Credo che se noi vogliamo la pace, dobbiamo iniziare da noi stessi e da quel metro che ci separa dagli altri».
(da Open)
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Marzo 27th, 2026 Riccardo Fucile
“DOMANI” HA RACCOLTO DIVERSI TESTIMONIANZE: “QUELLA SERA CAROCCIA ERA IN SALA, VISTO CHE ERA ANCORA LIBERO”, “IO C’ERO E PAGÒ TUTTO DE MICHELE, CI HANNO TRASCINATI IN UNA STORIACCIA”… MA È NORMALE CHE IL CAPO DEL DAP, RUOLO EQUIPARATO PER LEGGE AL CAPO DELLA POLIZIA DI STATO, SI RITROVI ATTOVAGLIATO MENTRE TRA I TAVOLI GIRAVA L’UOMO CHE RICICLAVA I SOLDI PER IL CLAN SENESE?
C’è un nome che è rimasto fuori dalle cronache sulle cene di dirigenti apicali del ministero
della Giustizia nel ristorante Bisteccheria d’Italia dell’uomo del clan Senese, nella cui società c’era Andrea Delmastro Delle Vedove, ex sottosegretario alla Giustizia.
Un nome pesante visto il ruolo, la legge lo equipara al capo della polizia di Stato (anche economicamente), di recente ricevuto al Quirianle per i 209 anni del corpo che guida. Si tratta di Stefano Carmine De Michele, il numero uno del dipartimento dell’amministrazione penitenziaria.
Più fonti raccontano a Domani, messaggi e riscontri alla mano, la presenza di De Michele tra i commensali alla cena del tre giugno 2025. «Quella è la cena per festeggiare la sua nomina. Io c’ero e pagò tutto il capo del Dap, ci hanno trascinati in una storiaccia, ma non c’entriamo niente».
A parlare è uno dei presenti quella sera, la cui ricostruzione è confermata anche da un altro testimone. Il capo del Dap non è ben visibile, ma chi partecipava si ricorda chiaramente la sua presenza vista l’importanza dell’occasione.
Chiaramente tutti erano attovagliati immaginando di stare in un luogo sicuro, la garanzia era Delmastro Delle Vedove, titolare della società 5 Forchette che controllava il ristorante gestito da Mauro Caroccia.
«Quella sera era presente anche il prestanome del clan, era in sala visto che era ancora libero», raccontano a Domani
Caroccia è stato condannato in via definitiva per intestazione fittizia di beni con l’aggravante di aver favorito la camorra dei Senese e, lo scorso febbraio, è tornato nuovamente in carcere. In quel periodo, giugno 2025, era già stato condannato dai giudici di merito, ma i commensali immortalati da una foto, pubblicata dal Fatto,
erano in una botte di ferro visto che quello era il locale sponsorizzato da Andrea Delmastro Delle Vedove.
Fino a questo momento, però, il nome di De Michele non era mai uscito perché nascosto nei dettagli, i suoi capelli e l’angolo del suo volto nascosti dietro un altro peso massimo del dipartimento, Augusto Zaccariello, primo dirigente generale del Corpo di polizia penitenziaria, nominato di recente dal consiglio dei Ministri.
Torniamo al capo del Dap, alle cui dipendenze lavorano 37 mila genti penitenziari, 6 mila altre figure professionali e il destino di 64 mila detenuti. Tra questi anche Caroccia, in carcere a Viterbo.
La nomina di De Michele
Domani aveva svelato l’irritazione del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, per il pasticcio del governo sulla nomina del capo del Dap. Era il febbraio dello scorso anno. L’esecutivo non aveva ancora selezionato il capo della polizia penitenziaria, ma la possibile prescelta era stata annunciata urbi et orbi senza avvisare, come da prassi consolidata, il capo dello Stato.
Una dimenticanza grave e senza precedenti che ha provocato uno stallo di alcuni mesi visto che spetta proprio al presidente della Repubblica, che è il capo delle forze armate, firmare il decreto di nomina. Il nome di Lina Di Domenico, per alcuni mesi facente funzioni, era arrivato alla sua attenzione in prima istanza dai giornali dove era filtrata la notizia.
Alla fine dopo l’irritazione del Quirinale, a fine maggio la scelta di Stefano Carmine De Michele, nominato con decreto del presidente della Repubblica, firmato il 27 maggio 2025.
Passano pochi giorni e scatta la cena con il sottosegretario alla Giustizia, Delmastro Delle Vedove, Massimo Parisi, numero due del Dap, Rita Russo, a capo della direzione generale del personale e Lina Di Domenico, per mesi a capo del Dap come facente funzioni.
C’era anche Ernesto Napolillo, capo della direzione generale dei detenuti e Carlo Berdini, Ovviamente tutti religiosamente silenti quando Domani ha chiesto un commento sulla serata, ma c’è chi ha rotto il muro di omertà. «Non tutti sopportano questo andazzo, ma quando ti invita il sottosegretario pensi che sia tutto assolutamente privo di ostacoli e invece», racconta chi era presente.
«L’intero Dap è sfiduciato, lo stesso capo del dipartimento ha la gestione di 41 bis, alta sicurezza, media sicurezza, reparti, trasferimenti, sanzioni. Come può garantire equilibrio in una situazione del genere dopo aver mangiato e pagato un soggetto ora in carcere e legato a una delle famiglie criminali più potenti d’Italia?», si chiede un alto dirigente del dipartimento.
La maggioranza, intanto, riflette sul possibile sostituto di Delmastro al ministero della Giustizia. Le cronache hanno riferito di un vertice in via della Scrofa, sede di Fratelli d’Italia, alla presenza dell’ex sottosegretario e anche di Chiara Colosimo, presidente della commissione parlamentare antimafia.
A breve dovrebbero rivedersi perché Delmastro dovrebbe chiarire proprio nella bicamerale ogni aspetto di questa incredibile storia che odora di carne e puzza di mala.
(da Domani)
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Marzo 27th, 2026 Riccardo Fucile
E’ INFERMIERA VOLONTARIA NELLA ONG: “LA PAURA C’E’, MA SO COSA DEVO FARE”… FERITA, E’ TORNATA AL FRONTE: “NON SONO UN’EROE, SONO EROI I RAGAZZI UCRAINI CHE COMBATTONO IN PRIMA LINEA CONTRO L’INVASORE PER LA LIBERTA’ DI TUTTI GLI EUROPEI”
Poi succede quel che non poteva non succedere. L’esplosione. schegge che volano. Solo dopo, il clamore. Seguito da un silenzio sordo. Detriti che cadono. Un uomo è a terra. Intorno, la foresta di Kreminna, oblast di Lugansk. Ucraina.
“Era appena uscito dal blindato, sotto il fuoco, per andare a soccorrere un soldato ferito”, racconta Asia. “Non ci ha pensato un attimo. Anche se il bombardamento di artiglieria era terrificante. Il peggiore che abbia mai visto in quattro anni di guerra”.
Anastasiia Prokaieva, Asia per gli amici, ha 26 anni. Fa parte dell’organizzazione medica volontaria Hospitallers. Nome di battaglia “Uno”. Ne ha viste tante, dal 2022. Ma il ferimento del suo “fratello” — così si chiamano tra di loro gli ucraini al fronte — sotto il fuoco dell’artiglieria russa a Kreminna rimane un punto di svolta. Per inciso: colpito dall’obice se l’è cavata. Oggi sta bene.
Distacco professionale e umanità
“Non so quanti soldati ho soccorso. Tanti. Uno che ricordo in particolare? Tutti”. Sorride, finalmente. Dura solo un attimo.“E nessuno. L’emotività al fronte è sotto controllo stretto. Siamo addestrati a una concentrazione assoluta. Rapidità. Efficacia. Sicurezza. La freddezza aiuta. La nostra freddezza e la nostra sicurezza è la condizione per salvare vite”.
La combat medic rievoca un episodio in cui il distacco professionale è stato messo alla prova. Soccorso al fronte. Un ragazzo in pieno shock traumatico. Frequente, nelle ferite da arma da fuoco o da esplosione. La pelle diventa fredda, pallida, sudata. Battito cardiaco accelerato. Respirazione rapida. Confusione. Pressione giù.
Non basta intervenire sulla ferita e comprimere. Per stabilizzare il ferito devi anche mantenerlo cosciente. Parlarci. Metterlo in una posizione di sicurezza. Coprirlo.
L’interazione tra ferito e soccorritore diventa fitta. Le emozioni da controllare aumentano. “Se ne stava andando. E parlava con la sua mamma. Ma c’ero solo io. Parlava come se accanto avesse sua madre, a casa. Ma parlava a me. Un combat medic sul campo di battaglia”. Il ragazzo, poi ce l’ha fatta. Asia prima faceva la giornalista. Ha raggiunto l’organizzazione subito dopo l’invasione del ’22. “Volevo aiutare il mio Paese in un momento terribile”, spiega a Fanpage.it. “Aiutare chi deve combattere per difenderlo”. Nel 2024, Asia è rimasta ferita. Ospedale. Riabilitazione. E di nuovo al fronte.
Paure diverse per situazioni diverse
“Se questi anni mi hanno cambiato? Oh sì. Sono diventata più resistente. Anche più flessibile. In guerra devi abituarti alla svelta. Qualsiasi condizione si presenti. Sono sempre condizioni dure”.
E la paura? “Tutti abbiamo paura. Ci sono paure diverse per situazioni diverse. Certo che ho paura. Ma sono una combat medic. So qual è il mio compito: dare una mano. Penso a quello. Me lo tengo bene in testa. Mi concentro. Aiuta”.
Asia non si ritiene un’eroina. Neanche un po’. Se glielo dite, si indispettisce. “No, no. Gli eroi sono i nostri ragazzi in prima linea. Sono loro che combattono e muoiono per fermare l’invasore. Sono loro gli eroi. I miei eroi. Noi combat medic li aiutiamo. Cerchiamo di salvargli la vita. È pensando ai ragazzi in linea che trovo la forza di fare questo lavoro. Sono la mia motivazione”.
È una vita molto diversa da quella dei suoi coetanei europei, la vita di Asia. Non ce l’ha certo con loro. Anche se non hanno idea di cosa sia la guerra e nemmeno ci pensano, all’Ucraina. “È giusto che sia così. E che abbiano una vita spensierata, senza le preoccupazioni che abbiamo noi qui”.
I messaggi di Asia
Un messaggio per i giovani d’Europa? “Vorrei dir loro che la libertà è preziosa. Forse non lo sanno, quanto. E che devono proteggerla, la libertà. Anche combattendo, se necessario. Spero che noi ucraini possiamo essere un esempio, in questo senso. Nient’altro, davvero. Ah, sì: mai stata in Italia. Mi piacerebbe farci una vacanza, quando tutto questo sarà finito”.
Questa guerra finirà. Tutte le guerre finiscono. Quando finirà, Asia non tornerà a fare la giornalista. “No, no. Lavorerò con i veterani. È più importante”. Ha deciso
parlando con gli psicologi dopo che l’auto su cui viaggiava insieme ad altri infermieri al fronte è stata bersagliata da droni russi. Danni più psicologici che fisici.
“Ho capito che voglio aiutare gli ex-soldati a superare le conseguenze delle ferite e dei traumi. A tornare a vivere pienamente nonostante le amputazioni. È una parte di questa guerra. Strascichi che continueranno ad agire in tempo di pace, a lungo”.
Chissà perché delle guerre si contano morti e non meglio qualificati “feriti” ma quasi mai gli amputati. Eppure, le disabilità create dai conflitti sono un uragano sociale. Distruggono vite, impoveriscono famiglie, riducono la forza lavoro, aumentano disoccupazione e povertà, richiedono politiche pubbliche su lavoro, sanità e inclusione. Gli effetti durano decenni. Senza contare i nuovi amputati da mine inesplose, frutto velenoso di ogni dopoguerra.
Si calcola che tra le 50mila e le 100mila persone abbiano perso un arto in guerra, in Ucraina. Oggi è quasi impossibile non incontrare ragazzi con arti amputati, facendo una passeggiata nel centro di qualsiasi città grande o piccola.
Dignità sotto il fuoco
L’organizzazione volontari Hospitallers è composto per la maggior parte da giovani donne. Asia è un’erede quasi diretta di Florence Nightingale, Edith Cavell, Clara Burton, per nominare le tre crocerossine di guerra più famose nella Storia.
Motto della ONG: “Per ogni vita, non importa di chi”. Ha attualmente circa 300 medici e paramedici impegnati in turni al fronte. Forniscono il primo soccorso medico e evacuano i feriti verso l’ospedale. Offrono anche supporto post-ospedaliero e riabilitazione. Ad oggi, le squadre di combat medic hanno già effettuato più di 43000 evacuazioni.
Ma il lavoro va oltre le persone. Se “ogni vita è importante”, lo sono anche quelle degli animali lasciati indietro in condizioni difficili. I combat medic salvano anche loro, durante le missioni di evacuazione. L’organizzazione ha avuto in passato legami con movimenti politici ucraini. Da tempo recisi, secondo quanto ha potuto appurare Fanpage.it.
“Non scegliamo né il paese in cui nasciamo, né il tempo in cui nasciamo, ma scegliamo sempre se essere persone oneste o meno”, commenta Oleksandra Matviichuck, Nobel per la pace con il suo Centro per le libertà civili. “Alcuni
considereranno il lavoro di queste donne-paramediche un sacrificio. Secondo me, la parola più appropriata è dignità”.
Matviichuck parlerà di diritti umani, volontariato femminile e Ucraina la sera del 25 marzo a Milano, presso la Fondazione Collegio delle Università Milanesi, in occasione di una mostra fotografica sull’attività delle Hospitallers.
(da Fanpage)
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