CRESCITA BASSA E TASSE AL TOP, LA MELONOMICS E’ DA PIANGERE
FRENA IL PIL, AUMENTA LA PRESSIONE FISCALE, IL DEFICIT RESTA IN ZONA INFRAZIONE: IL GOVERNO FA LO SCARICABARILE
Il disastro è servito. La realtà presenta il conto alla propaganda firmata Giorgetti-Meloni. E
così rischiano di saltare i piani elettorali, con misure acchiappa-voti in vista delle Politiche.
Una tempesta perfetta: il Pil arranca e la pressione fiscale continua a volare, mentre le bombe sganciate sull’Iran sono destinate a sbriciolare anche gli effetti del decreto Bollette che inizia il proprio iter alla Camera.
A far scattare il primo allarme è lo stop alla produzione di gas naturale liquefatto da parte del Qatar. Il lunedì nero del governo Meloni è iniziato con i dati Istat, ancora parziali ma comunque pesanti. Nel 2025 la crescita in termini reali è stata dello 0,5 per cento, inferiore rispetto allo 0,7 per cento stimato in precedenza.
Un’altra bocciatura delle politiche economiche. E soprattutto una frenata che allontana sempre più l’Italia dall’1 per cento, la soglia psicologica (e non solo) che vorrebbe raggiungere l’esecutivo. Peraltro nel 2026, nella migliore delle ipotesi, nessuno azzarda un balzo dell’economia italiana (le stime oscillano tra lo 0,7 e 0,8 per cento), che sarà tra le ultime in Europa.
Zona infrazione
Il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, questa volta non può nemmeno più sventolare la bandiera dell’abbattimento del deficit, su cui ha investito buona parte del suo mandato. Il calo è stato meno corposo rispetto alle attese: nel 2025 si è fermato al 3,1 per cento (dal 3,4) ancora al di sopra della fatidica soglia del 3 per cento che garantisce la fuoriuscita dalla procedura di infrazione, necessaria a riallargare i cordoni della spesa per la futura legge di Bilancio in ottica elettorale.
Un grosso guaio, visto che l’ordine di Meloni è quello di varare misure a elevato impatto e con effetti immediati per la crescita. Giorgetti ha preso tempo: «È un dato provvisorio, prima delle comunicazioni che l’Italia farà all’Ue». Per il resto, ha seguito la solita strategia: addossare le responsabilità a chi c’era prima. Fino a riesumare un suo vecchio pallino: il Superbonus. «Peccato per il colpo di coda del Superbonus condomini, causa principale del dato di oggi», ha detto.
Lo spartito è lo stesso: la colpa è degli altri. Anche dopo oltre tre anni al potere. Dalla Commissione europea, comunque, hanno confermato che le valutazioni avverranno sui dati consuntivi. Un’ulteriore batosta per Giorgetti, poi, arriva sulla pressione fiscale, che lo scorso anno ha superato il tetto del 43 per cento, attestandosi al 43,1.
La riforma fiscale meloniana non ha prodotto alcun effetto positivo. Anzi. «È la smentita definitiva della propaganda sulla cosiddetta riforma fiscale targata Meloni-Giorgetti-Leo: 19 decreti legislativi inutili che non hanno alleggerito il carico su famiglie e imprese», ha commentato il senatore del Movimento 5 stelle, Mario Turco. E si sgonfia la narrazione del governo che taglia le tasse. Per la maggioranza sarà ancora più complicato arrampicarsi sugli specchi della propaganda per elogiare l’impegno sul fisco.
«I dati rappresentano la certificazione del fallimento in politica economica: niente calo delle tasse, niente uscita anticipata dalla procedura di infrazione e soprattutto niente crescita», ha sintetizzato la senatrice del Pd, Cristina Tajani. L’immagine è quella di un paese retto solo da pensionati e dipendenti pubblici.
Il segretario confederale della Cgil, Christian Ferrari, ha parlato di «un fallimento su tutta la linea, che pesa soprattutto su salari e pensioni che, dopo aver subito un’altissima inflazione da profitti che li ha brutalmente impoveriti, pagano decine di miliardi di imposte non dovute a causa del drenaggio fiscale». Risorse che, ha aggiunto il dirigente sindacale, non «sono state restituite».
Bolletta esplosiva
E se i numeri dello scorso anno creano malumori, le prospettive future non sono migliori. È ancora difficile prevedere l’esatto impatto sui prezzi dell’energia della guerra avviata da Israele e Usa contro l’Iran. Ma sicuramente non saranno positivi, come testimoniato dall’impennata dei costi del petrolio e del gas.
Nel governo cresce la preoccupazione per l’azzeramento dei benefici del decreto Bollette, decantato da Meloni come una misura rivoluzionaria, anche se i vantaggi erano già minimi. Basti pensare all’una tantum di 115 euro per una platea di cittadini con particolari requisiti.
Al ministero dell’Ambiente (Mase) stanno facendo i conti che diventeranno, di conseguenza, calcoli politici. «L’aumento dei prezzi dopo l’attacco rischia di mangiarsi tutto il decreto», è il ragionamento che rimbalza tra Palazzo Chigi e il dicastero. Nessuno, in pubblico, si azzarda a parlarne. Ma i timori ci sono.
«Il governo ci lega al gas, sostituendo una dipendenza (quella dalla Russia, ndr) con un’altra. Il prezzo viene pagato dai territori e scaricato sulle bollette», ha detto il deputato del M5s e vicepresidente della Camera, Sergio Costa. E così, dopo i dazi, Meloni deve fare i conti con un altro effetto collaterale delle decisioni dell’«amico» Donald Trump. Rendendo esplosive le bollette.
(da La Notizia)
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