Aprile 24th, 2026 Riccardo Fucile
LE RISPOSTE DELL’ITALIA LASCIANO A DESIDERARE, TRA IL TAGLIO DELLE ACCISE E CHI PENSA A COMPRARE GAS RUSSO
La guerra in Iran finora ha chiarito un aspetto che “prima era inconcepibile”. Cioè che “l’Iran diventa padrone di Hormuz”. È questa l’analisi di Davide Tabarelli, economista e presidente di Nomisma Energia. “Non dico che è stata una vittoria dell’Iran, però ne esce rafforzato”, ha detto a Scanner Live, il programma di approfondimento politico di Fanpage.it.
Tabarelli ha parlato anche della crisi energetica che l’Italia sta affrontando, di cosa potrebbe succedere nelle prossime settimane e di come ha reagito il governo Meloni: da un taglio delle accise molto costoso e poco efficace, alla proposta di tornare a comprare gas dalla Russia (avanzata dalla Lega, ma anche dal M5s con modalità diverse), che “non serve”. Per prima cosa, perché il prezzo del gas sul mercato internazionale non è salito a tal punto da giustificare una mossa del genere; e poi perché sarebbe una rottura con l’Europa difficile da saldare.Per il futuro della crisi c’è “ottimismo”, ma se lo Stretto resta chiuso “sarà recessione”
“È difficile dire se la crisi” che stiamo attraversando oggi “è peggiore o meno grave degli anni recenti, oppure di quelle degli anni Settanta, perché ci siamo dentro appieno. Dobbiamo stare alla realtà, e la realtà è fatta dei prezzi. Ecco, i prezzi del petrolio sono aumentati di un 30- 40%, ci sono alcuni prodotti tipo il gasolio che è quasi raddoppiato, il jet fuel è raddoppiato, ma la benzina è aumentata anche questa
di un 30%. Soprattutto il gas, andando a fare il confronto col 2022, è piatto: era a 30 euro per megawattora prima della crisi, è salito a 45-48, negli ultimi giorni è intorno a 40″, ha spiegato Tabarelli.
Insomma, “no”, la situazione “non è peggiore al momento” rispetto al passato. Tanto che spunta anche un cauto “ottimismo”. Dopo quasi due mesi dalla chiusura di Hormuz il fatto che non ci sia “un raddoppio dei prezzi è la cosa più sorprendente e finora è più importante da sottolineare”. È un segnale che, “secondo i mercati”, il blocco non durerà ancora per molto.
Se la situazione non migliorasse, invece, cosa dobbiamo aspettarci? Se continua è “un cataclisma”, con le prospettive di una “recessione di grande intensità”. Il motivo è presto detto: “Noi avevamo 100 milioni di barili giorno di domanda petrolifera. Da quello stretto esce il 20%, cioè 20 milioni di barili/giorno. Nell’arco di qualche mese riusciamo a trovare 10 milioni, 12 o 15 forse. Ma mancano sempre 5-7 milioni di barili al giorno”. Per render l’idea, “pandemia del 2020, con una recessione mondiale spinta, ha causato un -8 milioni di barili al giorno di domanda petrolifera”.
Taglio delle accise: “Abbassare i prezzi è sbagliato, consumatori devono eliminare gli sprechi”
Per questo “i prezzi devono salire rispetto a quelli attuali”. Qui però sorge una domanda spontanea: se è così importante tenere alti i prezzi, perché il governo ha tagliato le accise? Una misura rinnovata da poco, a dispetto delle critiche dei tecnici. “Politicamente è stato deciso perché sembrava momentaneo”, ha commentato Tabarelli. “Però bisogna stare attenti. A ridurre i prezzi si dà una pessima idea ai consumatori, che invece devono ridurre i consumi. Devono stare più attenti, eliminare gli sprechi, fare sacrifici. Devono capire la gravità della situazione, capire l’importanza della dipendenza petrolifera, capire che con i pannelli solari che tutti vogliamo non si risolve il problema di avere un litro di benzina, che è un’altra cosa”
Tra l’altro il costo del taglio è altissimo: “Fossimo la Norvegia, che ha un fondo sovrano gigantesco… noi siamo affogati nel debito, ogni volta che riduciamo le tasse vuol dire più debito, e questo non va bene”.
La prima risposta della presidente del Consiglio, dopo lo scoppio della guerra e della crisi energetica, è stato recarsi nei Paesi del Golfo. Poi ha volato in Algeria, e nei prossimi giorni sarà in Azerbaijan. Si tratta dei nostri principali fornitori di energia. Secondo Tabarelli “i viaggi all’estero del nostro primo ministro sono sempre una cosa positiva. L’Italia ha una straordinaria importanza nel Mediterraneo, al di là del presente governo e della colorazione politica”.
Però non bisogna farsi illusioni: “Si migliorano i rapporti, ma non è che nell’immediato nella crisi abbiamo più quantità”. Ad esempio, “l’Algeria è piena di gas, ma ce l’ha sottoterra”. Per estrarlo “bisogna fare investimenti”. E a livello europeo “abbiamo detto che non vogliamo più il gas e non vogliamo più investimenti. C’è questa dicotomia”. È altrettanto evidente con l’Azerbaijan: “Gli azeri vorrebbero un raddoppio del TAP”, gasdotto che porta il loro gas all’Europa, “ma ci vogliono 5-6 anni per ottenerlo”. In questo tempo, “in base a certi auspici, dovremmo esserci affrancati dal gas e usare solo pannelli”. Insomma, i viaggi danno un segnale politico ma non risolvono nulla, nell’immediato, per la crisi energetica
Comprare gas russo: “Non ci serve e sarebbe incoerente verso l’Europa”
Un’ipotesi che invece la Lega vorrebbe mettere in campo immediatamente, e che il Movimento 5 stelle ha proposto a sua volta con modalità diverse, è l’acquisto di gas dalla Russia. Una mossa che, per Tabarelli, “tecnicamente non serve”. Come detto, “il prezzo del gas è a 40 euro e prima della crisi era a 33 euro. Ricordo che con la crisi dell’Ucraina, dopo mesi eravamo a 103”.
Insomma, il prezzo del gas non è aumentato così tanto da giustificare l’acquisto da Mosca. La crisi si concentra soprattutto sul petrolio, in questo momento. “Allora uno si dice ‘prendiamo il petrolio della Russia’. Ma il petrolio della Russia non è mai uscito dal mercato, è sempre andato alla Cina. Se la Cina prendeva il petrolio russo che prendevamo prima noi, vuol dire che ha smesso di prendere del petrolio dal Medio Oriente, che adesso prendiamo noi. È tutta una questione di vasi comunicanti”. Insomma, anche questo “non serve”
E queste sono solo le valutazioni tecniche. Sul piano politico, Tabarelli prende posizione: “Io lo sconsiglio vivamente, perché vorrebbe dire umiliare la Commissione europea. Io sono contrario a questa Commissione, ma il bene dell’Europa vuole che dobbiamo mantenere una certa coerenza”.
(da Fanpage)
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Aprile 24th, 2026 Riccardo Fucile
SECONDO I DATI PUBBLICATI DAL DIPARTIMENTO DELLE FINANZE, I REDDITI DICHIARATI HANNO RAGGIUNTO I 1.100 MILIARDI, CON UN AUMENTO DEL 4,7% SULL’ANNO PRECEDENTE – CRESCONO I SOGGETTI CHE DICHIARANO UN REDDITO DA LAVORO DIPENDENTE (+1,5%)
Effetto nuove assunzioni sulle dichiarazioni dei redditi 2025. Rispetto all’anno
precedente (dichiarazioni 2024 anno d’imposta 2023) i redditi dichiarati hanno raggiunto i 1.100 miliardi (1.076,3 per l’esattezza) con un aumento del 4,7% (ossia 48,6 miliardi in più) sull’anno precedente e il trend crescente riguarda anche il valore medio che si attesta sui 25.820 euro (+4%)§Il tutto in uno scenario macroeconomico che ha visto una crescita del Pil del 2,8% in termini nominali e dello 0,8% in termini reali
Ma l’effetto crescente arriva anche dall’aumento dei soggetti che dichiarano un reddito da lavoro dipendente (oltre 348.000 soggetti in più rispetto al 2023, +1,5%), così come del reddito dichiarato (+5,6%
Secondo i dati pubblicati ieri dal Dipartimento delle Finanze, infatti, il numero di soggetti con contratto a tempo indeterminato (17,9 milioni) è cresciuto dell’1,6% rispetto al 2023 (con un reddito medio di 27.676 euro, +4,0% rispetto al 2023), mentre i soggetti che hanno esclusivamente contratti a tempo determinato (6,2 milioni) sono aumentati dell’1,1% rispetto al 2023 (con un reddito medio di 11.375 euro, +3,9% rispetto al 2023)Sul fronte pensioni il reddito dichiarato ammonta a 325,5 miliardi di euro, con un lieve incremento del numero di soggetti (28.937 soggetti in più rispetto al 2023, +0,2%) e un incremento dell’ammontare del reddito da pensione complessivo del 5,5 per cento.Ciò che emerge ancora una volta dall’analisi delle dichiarazioni dei redditi Irpef è che l’84,6% della regina delle imposte italiane è pagata da dipendenti e pensionati. E, scandagliando tra i redditi dichiarati emerge anche che un euro su tre (poco più del 32% dei contribuenti) di Irpef la versa il cosiddetto ceto medio che dichiara al Fisco tra i 35mila e i 70mila euro.
Si assottiglia invece l’Irpef dichiarata dai super ricchi. I soggetti con imposta netta valorizzata e un reddito complessivo maggiore di 300mila euro (0,2% dei contribuenti) dichiarano il 6,6% dell’imposta netta totale mentre nel 2023 era il 7,1 per cento. In ogni caso solo il 3,3% dichiara oltre i 75mila euro.
C’è poi una buona fetta di contribuenti che l’Irpef proprio non la paga. Come spiegano dalle Finanze «oltre 8,7 milioni di soggetti dichiarano un’imposta netta pari a zero, si tratta di contribuenti con livelli reddituali compresi nelle fasce di esonero dagli obblighi dichiarativi, di contribuenti le cui detrazioni azzerano l’imposta lorda, oppure di soggetti che dichiarano unicamente redditi soggetti a tassazione sostitutiva».
Ma il numero cresce ancora. Considerando anche quelli per cui l’imposta netta è interamente compensata dal trattamento integrativo e bonus tredicesima, i soggetti che di fatto non versano Irpef sono oltre 11,3 milioni.
Le vie di fuga dall’Irpef non finiscono qui. Tra le più battute negli ultimi anni c’è quella dei forfettari o più nota come Flat Tax. Anche nell’anno d’imposta 2024 la platea di contribuenti che hanno optato per la tassa piatta è cresciuta del 3,3% contando oltre 2 milioni di adesioni.
(da Repubblica)
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Aprile 24th, 2026 Riccardo Fucile
MELONI ESULTA E ATTACCA LA MAGISTRATURA. IN REALTÀ, IL PARERE NON CONTRADDICE QUANTO STABILITO DAI GIUDICI ITALIANI, CHE AVEVANO MESSO AL CENTRO DELLE LORO DECISIONI PROPRIO LA TUTELA DEI DIRITTI DEI MIGRANTI
Il protocollo Italia-Albania non è di per sé illegittimo. Al contrario, è «compatibile» con le norme dell’Unione europea, che non «impediscono» a un Paese membro di istituire Cpr al di fuori del proprio territorio. Ma tutto questo è possibile a una condizione: che siano «rispettate tutte le garanzie previste» dalla legge.
«I diritti dei migranti devono essere pienamente tutelati»: quindi assistenza legale, interpretazione linguistica, contatti con familiari e autorità, con particolare attenzione a minori e persone vulnerabili.
L’avvocato generale della Corte di giustizia Ue, Nicholas Emiliou, ha espresso ieri un parere — non vincolante — sui centri di permanenza per i rimpatri aperti dall’Italia a Gjadër, in Albania. Si tratta, nei fatti, di un’anticipazione di quella che sarà la futura sentenza dei giudici di Lussemburgo.
Nell’interpretazione della premier Giorgia Meloni, segna un punto a favore del governo. «È la conferma della validità della strada che abbiamo indicato», dice, senza rinunciare ad attaccare la magistratura: «Mi piacerebbe sapere quanto siano costati all’Italia due anni persi a causa di letture giudiziarie forzate e infondate. […]»
In realtà, il parere dell’avvocato generale non contraddice quanto stabilito dai giudici italiani, che avevano messo al centro delle loro decisioni proprio la tutela dei diritti dei migranti trasferiti in Albania
Secondo Meloni, invece, la pronuncia è in controtendenza «rispetto al racconto che è stato fatto in questi anni: le cose avrebbero potuto funzionare molto meglio e offrire, come si chiede a livello europeo, un modo nuovo di gestire i flussi migratori, quindi soluzioni anche innovative».
L’opposizione resta su una linea diversa. «Hanno buttato un miliardo in Albania», sostiene Giuseppe Conte, presidente del Movimento 5 stelle.
(da Repubblica)
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Aprile 24th, 2026 Riccardo Fucile
NON SOLO LA GIUSTIZIA, TRA I TEMI CARI AGLI AZZURRI E ANCHE ALLA FAMIGLIA BERLUSCONI, C’E’ ANCHE IL FINE VITA PER APRIRE COSÌ ANCHE IL CAPITOLO DIRITTI CIVILI
Bocciata la riforma della giustizia dal voto referendario, Forza Italia prova a ripartire e lo
fa dai suoi cavalli di battaglia. I neo capigruppo di Camera e Senato, Enrico Costa e Stefania Craxi, con una lettera indirizzata al Guardasigilli Carlo Nordio e ai presidenti dei deputati e dei senatori di Fratelli d’Italia, Lega e Noi moderati chiedono un incontro di maggioranza per «completare ciò che è rimasto sospeso e imprimere un impulso decisivo a una breve ma incisiva stagione di interventi pragmatici e sostenibili».
Costa e Craxi, scelti per inaugurare un nuovo corso, anche su indicazione della famiglia Berlusconi, pungolano la maggioranza
Il testo sulla prescrizione prevede una sospensione della prescrizione di 24 mesi dopo la sentenza di condanna di primo grado e di 12 mesi dopo la conferma della condanna in Appello.
Se la sentenza di impugnazione non arriva nei tempi previsti, la prescrizione riprenderà il suo corso e si calcolerà il precedente periodo di sospensione. Anche in caso di successivo proscioglimento o annullamento della condanna in Appello o in Cassazione, il periodo in cui il processo è stato sospeso si calcolerà ai fini della prescrizione. Oggi invece, con la riforma Cartabia, il corso della prescrizione si ferma dopo la sentenza di primo grado.
L’altro provvedimento su cui gli azzurri intendono accelerare è il disegno di legge Zanettin-Bongiorno, già votato in Senato con l’astensione del Pd e il no di M5s, attualmente arenato alla Camera
Regola il sequestro degli smartphone, imponendo l’autorizzazione del giudice per le indagini preliminari e non solo del pm. Viene inoltre garantito il contraddittorio sulle copie forensi e viene limitata l’acquisizione ai soli dati pertinenti. La norma intende tutelare la privacy e le difese, contrastando sequestri indiscriminati.
La riunione di maggioranza di cui Forza Italia si è fatta promotrice deve aiutare «a superare eventuali criticità procedurali e a completare ciò che è rimasto sospeso».
L’intento sarebbe quello di coinvolgere anche le minoranze perché «al di là dei toni e delle contrapposizioni della campagna referendaria, le rare volte in cui la discussione si è misurata sul merito delle questioni è comunque emersa la necessità, largamente diffusa e condivisa, di intervenire anche con norme ordinarie capaci di restituire piena efficienza all’amministrazione della giustizia», sostengono Costa e Craxi partendo dal presupposto che «per Forza Italia, il tema della giustizia rappresenta un capitolo dell’agenda politica e costituisce un tratto identitario della nostra visione liberale dello Stato, e riteniamo che ciò configuri una responsabilità che investe l’intera maggioranza»
Dunque la giustizia, tra i temi cari agli azzurri e anche alla famiglia Berlusconi, che soprattutto dopo il referendum ha ripreso le redini del partito, ma anche fine vita, altro disegno di legge arenato al Senato e su cui Costa la prossima settimana ha convocato un’assemblea dei deputati, la prima, per discutere proprio di questo provvedimento. E aprire così anche il capitolo diritti civili, tratto su cui FI vuole distinguersi dagli altri partiti di maggioranza. E infatti in questo caso la strada è più complicata.
Si scontrano sensibilità diverse e il risultato è stato la stesura di una legge che al momento risulta inapplicabile. E in questo contesto le associazioni pro vita sono tornate all’attacco degli azzurri.
(da agenzie)
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Aprile 24th, 2026 Riccardo Fucile
DAL SUO ROMANZO E’ STATA TRATTA LA SCENEGGIATURA
Giampiero Cannella, ex deputato per due legislature, prima per Alleanza Nazionale poi per Fratelli d’Italia, è il nuovo sottosegretario alla Cultura del governo Meloni. Vicesindaco di Palermo, ha anche un secondo lavoro: fa l’autore di cinema. La Stampa racconta che ha scritto saggi e ha debuttato nella narrativa con “Task Force 45 – Scacco al califfo”, una storia di eroismo in formato thriller che racconta le operazioni di un’élite delle forze armate italiane contro il network terroristico di Al Qaeda, Isis e talebani in Afghanistan. Il romanzo è diventato una sceneggiatura per un film. Che è finita sul tavolo della commissione ministeriale. Ed è stata premiata con 600 mila euro.
§Il sottosegretario alla cultura e i fondi del ministero
Si tratta della stessa commissione che ha invece bocciato il documentario su Giulio Regeni e l’ultima sceneggiatura di Bernardo Bertolucci. E che ha invece detto sì a: “Tf45 – Kilo Point”, la regia affidata a Maximiliano H. Bruno, altra vecchia conoscenza di FdI. Massimo Galimberti, che assieme al critico Paolo Mereghetti si è poi dimesso dalla commissione, ha fatto notare l’inopportunità di finanziare il film di un vicesindaco in carica di Fratelli d’Italia, ricevendo come risposta: «E allora Walter Veltroni?». Il film aveva anche fatto un primo tentativo nel 2024. Ma non aveva ricevuto il finanziamento. Ce l’ha fatta l’anno dopo che è cambiata la composizione della sottocommissione.
Il film sulle foibe
Tra l’altro la task force protagonista è quella che è stata guidata nel 2006 da Roberto Vannacci. Il regista, Maximiliano H. Bruno, è l’autore di un altro film, sulle foibe, molto caro a Meloni, da lei sponsorizzato ovunque, spendendosi in prima persona, quando era all’opposizione. Si chiamava “Red Land (Rosso Istria)”, opera «sulle persecuzioni titine dei nostri fratelli di Fiume, Istria e Dalmazia», scrisse Meloni, che FdI chiedeva di portare nelle scuole.
(da Il fatto Quotidiano)
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Aprile 24th, 2026 Riccardo Fucile
IN GIOCO LE NUOVE NAVI PIU’ ARMATE E PIU’ GRANDI DI SEMPRE
Il mantra di Pete Hegseth è la «letalità»: vuole che i militari americani siano determinati
a fare strage dei nemici. Ha cambiato il nome del ministero, passato da Difesa a Guerra, e ora applica questa vocazione da killer nell’eliminare uno dopo l’altro i suoi avversari. L’ex ufficiale della Guardia Nazionale e commentatore tv si considera un warrior, un combattente: i suoi modi brutali continuano a fare breccia nel cuore di Trump, che non solo gli perdona tutto ma gli concede sempre più potere. Dietro lo stile tanto arrogante quanto naif, però, si sta rivelando un astuto maestro delle trame: quasi un emulo di Frankie Underwood, solo che invece di “House of Cards” ha trasformato il Pentagono in “House of Bombs”, un campo più minato dello Stretto di Hormuz.
Tutti pensavano che nel suo mirino ci fosse Dan Driscoll, il sottosegretario con delega all’Esercito: un amico di lunga data di JD Vance, con cui condivide il percorso di vita dai ranger all’università. Invece si è scagliato contro la preda più grossa: il sottosegretario all’Us Navy John Phelan, quasi un alter-ego di Trump. Per capirci: Phelan è un miliardario della Florida, con una biondissima moglie celebre come cheerlady dei Dallas Cowboys e insieme hanno raccolto milioni per la campagna elettorale del presidente. Di più: abita di fronte a Mar-a-Lago, dove ha sempre trovato le porte aperte. «È uno degli uomini d’affari di maggior successo del Paese – ha detto Trump -. Ed ha accettato forse la più grande riduzione di stipendio della storia. Ma lo ha scelto perché vuole rifondare la nostra Marina».
A fine 2025 Phelan ha messo a segno un colpo che sembrava il ko di Hegseth, dato per traballante da quando ha scatenato un fallimentare conflitto contro gli Houthi scambiando informazioni segrete in una chat dove c’era persino un giornalista: ha presentato direttamente al presidente il piano per costruire le nuove battleship, le navi più armate e più grandi di sempre, ovviamente battezzate “classe Trump”. Le foto della conferenza stampa mostrano come il ministro scavalcato non abbia fatto neppure buon viso a cattivo gioco. E assieme al suo fidato vice Stephen Feinberg – un magnate di Wall Street con la passione per l’intelligence e i mercenari – abbia iniziato a fargli il vuoto intorno. Prima ha cacciato il capo di gabinetto di Phelan, accusandolo di intromettersi in altri dipartimenti. Poi gli ha messo alle calcagna un numero due temibile: Hung Cao, un veterano dell’ Iraq e dell’Afghanistan specializzato nel disinnescare ordigni ma altrettanto abile nel neutralizzare cariche politiche. Hanno sfilato al sottosegretario deleghe importanti come quella per i sottomarini nucleari e soprattutto non hanno perso occasione per metterlo in cattiva luce, ritraendolo come incapace di accelerare la crescita di una flotta troppo piccola per le ambizioni della Casa Bianca. Una pressione che ha spinto Phelan a compiere un passo falso, ipotizzando la scorsa settimana il ricorso a cantieri stranieri per varare più in fretta fregate e corazzate. Qualcosa che il governo dell’America First non può tollerare.
Quel programma vale 65,8 miliardi di dollari. Fanno gola alle realtà emergenti dell’industria degli armamenti che non vogliono navi tradizionali ma sottomarini hi tech, droni naviganti, apparati di intelligenza artificiale e strumenti cyber: la rivoluzione professata da aziende come Andurill e Palantir di Peter Thiel, sempre più influenti sulle scelte del Pentagono.
Ma c’è un’altra sfida che Hegseth, che si è tatuato il grido dei crociati “Dio lo vuole”, e i suoi paladini portano avanti in maniera spietata: una battaglia culturale per purificare le forze armate dalle idee woke. Donne, afroamericani, omosessuali e chiunque li protegga viene fatto fuori inesorabilmente.
Le epurazioni di ammiragli e generali non allineati sono all’ordine del giorno e hanno causato lo scontro con il sottosegretario vanciano Driscoll, che si è schierato con il capo di Stato maggiore dell’Us Army Randy George nel tutelare la promozione di alcuni colonnelli invisi al boss. Il ministro ha rimosso George nel mezzo dei bombardamenti sull’Iran: invece di sconfiggere i pasdaran, ha pensato solo al trionfo nella guerra interna.
(da agenzie)
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Aprile 24th, 2026 Riccardo Fucile
GLI STATISTICI EUROPEI HANNO ESPRESSO DUBBI SULLA CLASSIFICAZIONE CONTABILE SENZA COPERTURA DI 600 MILIONI DI SCONTI ALLE IMPRESE E PER ALTRI 600 MILIONI DI SPESE PNRR SUGLI STUDENTATI ADDOSSATI A CDP (FUORI BILANCIO) ANZICHÉ AL MINISTERO DELL’ECONOMIA. EUROSTAT L’HA DATA VINTA ALL’ITALIA, MA ALLA FINE SI È IRRIGIDITA
L’Italia per certi versi è avanti sulla tabella di marcia. Nel Documento programmatico di bilancio per il 2025, dell’autunno 2024, l’obiettivo di disavanzo per l’anno scorso era indicato al 3,3% del prodotto lordo (Pil); peraltro, in calo dal 7,2% del 2023.
Poi la situazione era parsa migliorare ancora, almeno per i saldi annuali: nell’ottobre scorso il Documento programmatico di finanza pubblica indica una
previsione al 3% «a legislazione vigente» (che in realtà era un 3,04%, giusto un filo sotto il livello che avrebbe portato a un arrotondamento verso l’alto a 3,1%).
Il dato certificato ora dalle agenzie statistiche dell’Italia (Istat) e della Commissione europea (Eurostat) — deficit sul 2025 al 3,1% del Pil — è un po’ peggio di quanto pareva possibile sei mesi fa; e meglio di quanto sembrava diciotto mesi fa. Centrare l’obiettivo del 3% avrebbe fatto sperare nell’uscita dalla procedura per deficit eccessivo, il cui unico effetto sui conti sarebbe stato di dare margini all’Italia nello spendere di più nella difesa. Non è successo.
Resta il mistero: com’è stato possibile mancare l’obiettivo di deficit? Sarebbero bastati appena 600 milioni di euro di disavanzo in meno (lo 0,03% del Pil) per scendere dal 3,07% al 3,04% e poter arrotondare il saldo 2025 al 3% voluto. Di solito in queste condizioni per la Ragioneria spostare qualche spesa da dicembre a gennaio, mandandola all’anno dopo, è facile. Invece non è successo. La premier accusa il Superbonus e senz’altro esso grava sui conti.
Ma era già pienamente previsto e scontato in un disavanzo che a ottobre scorso si prevedeva da 68,78 miliardi di euro. Alla fine è stato proprio di 600 milioni in più, a 69,38 miliardi. Perché?
A quanto pare, non sono mancate tensioni fra la Ragioneria dello Stato e Eurostat in questi mesi: gli statistici europei hanno espresso dubbi sulla classificazione contabile senza copertura di 600 milioni di sconti alle imprese per la prevenzione Inail e per altri 600 milioni circa di spese per il Piano di ripresa (Pnrr) sugli studentati addossati alla Cassa depositi e prestiti (fuori bilancio) anziché al ministero dell’Economia. Eurostat l’ha data vinta all’Italia su questi due punti, ma alla fine si è irrigidita proprio sugli ultimi 600 milioni che hanno determinato lo sforamento
Peraltro resta aperto nel Documento di finanza pubblica la questione della crescita minima e dell’impatto impalpabile del Pnrr. Dice Stefano Firpo, direttore generale di Assonime: «Non c’è nessuna rendicontazione degli effetti concreti delle riforme e degli investimenti del Piano».
(da Corriere della Sera)
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Aprile 24th, 2026 Riccardo Fucile
IL LEADER ERA UN 19ENNE DELLA PROVINCIA DI PAVIA, CHE AVEVA “ADEPTI” IN TUTTA ITALIA: NELLA LORO CHAT CIRCOLAVANO DEI VIDEO CHE SPIEGAVANO COME FABBRICARE DELLE BOMBE…SOTTO AL LETTO DI UN 15ENNE SONO STATE TROVATE DELLE MOLOTOV … LE CRITICHE AI DESTRORSI DI CASAPOUND, CHE INVECE DI AGIRE “STANNO LÌ A BERSI LE BIRRE…”
L’abbandono degli studi e le giornate trascorse davanti a smartphone e pc. Il 7 febbraio
dell’anno scorso, dalla sua cameretta nella casa a Pavia in cui vive con i genitori, un diciannovenne italiano crea un gruppo Telegram.
Lo chiama “Chat Terza Posizione”, in omaggio al movimento neofascista fondato a Roma nel 1978 da Giuseppe Dimitri, Roberto Fiore e Gabriele Adinolfi. In pochi giorni alla chat si uniscono un centinaio. Sono tutti della Generazione Z e sono accomunati dall’odio per chi non è bianco come loro e per le persone di fede ebraica.
La sezione antiterrorismo della Digos di Milano con la collaborazione dei colleghi di altre 15 città d’Italia, sotto il coordinamento della Direzione centrale polizia di prevenzione ha smantellato la rete e chiuso gli spazi virtuali. Il fondatore della chat è stato messo agli arresti domiciliari su ordine della gip Rossana Mongiardo, e inibito a usare internet, mentre altri 15 giovani che frequentavano questo gruppo e altri analoghi sono stati perquisiti in comuni delle province di Cagliari, Caserta, Cosenza, Matera, Perugia, Roma, Salerno, Siena, Torino e Viterbo.
Nelle loro abitazioni sono stati trovati coltelli, mazze, carabine, pistole ad aria compressa e precursori chimici che possono essere assemblati per fabbricare ordigni artigiani esplosivi. Il tutto è stato sequestrato e portato via. È stato un intervento di natura preventiva per interrompere «una spirale di fanatismo difficile da arrestare». Il gruppo si era dotato di un manifesto ideologico creato dal diciannovenne con la collaborazione di altri.
Il documento di 11 pagine, riporta l’ordinanza, è composto da cinque punti programmatici ed è pieno zeppo di «asserzioni antisemite e complottistiche» con «un marcato risentimento verso il popolo ebraico da parte dell’autore, a tal punto da non riuscire neanche a scrivere la parola “ebrei” per il forte disprezzo ma usando per indicarli i più beceri “stereotipi”».
Gli idoli da cui trarre ispirazione diventano gli autori delle principali mattanze di matrice suprematista: dai più noti Brenton Tarrant, lo stragista di Christchurch che nel 2019 uccise 51 musulmani neozelandesi, e Anders Breivik, il killer di ragazzini sull’isola di Utoya in Norvegia nel 2011, al neonazista Stephan Balliet, l’attentatore della sinagoga di Halle, in Germania, con un’arma da fuoco che aveva componenti realizzati con una stampante 3D.
Il primo istigatore sarebbe stato il 19enne con questi slogan «Più nuclei formiamo meglio è. Non dobbiamo stare con le mani in mano. Tutti organizzati per la stessa causa. Fuori di casa con le spranghe. Questa è casa nostra».Nel periodo d’indagine non si sono registrate aggressioni commesse dagli indagati, ma solo atti di danneggiamento e di vandalismo, come l’imbrattamento con croci celtiche della sede di Sinistra Italiana di Siracusa.
A essere insultati non sono solo i principali movimenti di estrema destra («Quelli di Casapound stanno a bere le birre») ritenuti troppo poco radicali. Sono prese di mira anche la premier Giorgia Meloni e la segretaria del Pd Elly Schlein, etichettate in un post su Tik Tok come «burattine degli ebrei».
Dall’analisi degli utenti della “Chat Terza Posizione” gli investigatori della Digos milanesi, diretti dal Marino Graziano e Beniamino Manganaro, sono risaliti ad altri due gruppi: la chat “Nuova Italia”, amministrata da due giovani che si autodefinivano rispettivamente presidente e vicepresidente del gruppo, dove venivano veicolate le stesse istanze neofasciste e neonaziste.
È stata poi scoperta una terza piattaforma virtuale in cui due dei minorenni perquisiti, in totale sono nove, hanno pubblicato anche diversi video concernenti la fabbricazione di esplosivi.
Quest’ultimo era stato scovato dopo aver setacciato il cellulare di un 15enne del Trevigiano, detenuto da luglio in misura cautelare in un carcere minorile del Nord Italia per apologia di terrorismo ed addestramento ed auto-addestramento per finalità di terrorismo. Sotto il suo letto erano state trovate delle molotov.
(da agenzie)
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Aprile 24th, 2026 Riccardo Fucile
COSTI FISSI IN CRESCITA, TURNI LUNGHI E NUOVE ABITUDINI DI CONSUMO
Il 2025 è stato un anno duro per i bar italiani, hanno cessato l’attività 10.529 bar, mentre le nuove aperture si sono fermate a 3.950 unità. È quello che emerge dal Rapporto Ristorazione FIPE del 2026. Il risultato è una perdita netta di 6.579 imprese in un solo anno, dentro un trend che negli ultimi anni sta erodendo progressivamente la rete dei bar italiani. La regione che presenta la maggiore perdita è la Lombardia (-1.334), seguita dal Lazio (-770) e dal Veneto (-680).
La trasformazione del settore
Non si tratta però solo di chiusure, come racconta a Open Luciano Sbraga, responsabile del Centro Studi FIPE: il dato va letto anche come trasformazione interna del settore. «Non tutte le chiusure sono reali. In molti casi il bar non sparisce, ma cambia pelle e diventa altro». Il riferimento è al fenomeno del bar tradizionale che si sta progressivamente spostando verso modelli più ibridi, perché servire solo la colazione non è più sufficiente a mantenere attiva l’attività. È quella che il Rapporto definisce la «crisi invisibile», cioè una contrazione apparente che nasconde una profonda ristrutturazione del settore.
L’insostenibilità di costi fissi elevati
Il principale problema del bar tradizionale italiano è semplice da capire: incassa poco per ogni cliente, ma deve sostenere costi molto alti per restare sempre aperto. Lo scontrino medio, fermo a poco più di 4 euro, racconta bene questa realtà. «Il bar è un’attività che vive dentro una divaricazione costante tra costi e ricavi. È un
lavoro ad altissima intensità e a bassa marginalità. Spesso è aperto anche 14 ore al giorno, sette giorni su sette. Questo rende l’equilibrio economico estremamente delicato», racconta Luciano Sbraga. Infatti, spiega che i clienti vedono solo il prezzo del caffè, ma non i costi fissi per tenere aperto il bar come l’energia, l’affitto e il personale. «Quel costo esiste anche quando non entra nessuno, ogni scontrino contribuisce quindi a sostenere il servizio di accessibilità, cioè la possibilità di trovare sempre un bar aperto», racconta Luciano Sbraga. Per questo molti esercizi si spostano verso attività che generano più profitti come i pranzi, gli aperitivi o il food service. Non per scelta, ma per necessità, perché, come sintetizza Sbraga, «con i caffè devi fare volumi enormi per sopravvivere».
La crisi invisibile e il passaggio verso modelli ibridi
Quindi una quota rilevante delle chiusure non corrisponde a una reale uscita dal mercato, ma a una sua trasformazione. Tra il 2019 e il 2022, su oltre diecimila bar usciti dall’anagrafe, quasi la metà non ha cessato realmente l’attività, ma ha semplicemente cambiato classificazione economica. Nel 44,3% dei casi, infatti, si tratta di imprese che hanno modificato il proprio codice Ateco. Questo significa che quasi metà delle chiusure ufficiali sono in realtà riconversioni. Il pranzo, in particolare, diventa la leva principale perché consente di aumentare lo scontrino medio senza modificare in modo significativo i costi fissi già sostenuti. Come spiega Sbraga: «Il passaggio verso attività a maggiore valore non aumenta necessariamente i costi, ma permette di assorbirli meglio». In questo scenario, il bar tradizionale, basato quasi esclusivamente su colazione e consumazioni veloci, diventa quindi sempre meno competitivo e pranzi o aperitivi diventano strumenti per aumentare il totale sullo scontrino.
Le nuove abitudini degli italiani
Secondo il Rapporto, questa trasformazione si intreccia anche con un cambiamento delle abitudini di consumo, soprattutto tra le nuove generazioni che «non seguono più il modello tradizionale italiano di colazione, pranzo, aperitivo e cena, ma lasciano spazio a una logica molto più frammentata», fatta di micro pause distribuite nell’arco della giornata. A questo cambiamento si sommano anche fattori esterni. Da un lato lo smart working, che ha ridisegnato le giornate con meno pause codificate in ufficio e più incontri distribuiti nel tempo. Dall’altro, come segnala il Rapporto, pesa anche il nuovo contesto normativo legato al Codice della strada, che ha reso più complesso e meno frequente il consumo di alcolici nel dopolavoro, incidendo direttamente sull’aperitivo, uno dei pilastri del bar italiano. In questo scenario, il turismo gioca un ruolo decisivo. Le presenze straniere sono cresciute del +20% rispetto al 2019 e hanno rappresentato il principale sostegno al settore, compensando il calo dei consumi interni. «Il turismo internazionale è stato il vero stabilizzatore del sistema», sottolinea Luciano Sbraga, «ed è anche il motivo per cui molte città hanno retto meglio la crisi».
Il «lavoro usurante» e la crisi delle gestione familiare
Accanto alla crisi economica emerge un cambiamento sociale altrettanto profondo: la rottura della continuità familiare che ha storicamente caratterizzato il mondo dei bar italiani. Il modello dell’impresa di famiglia, tramandata di generazione in generazione, si sta indebolendo sotto il peso di una trasformazione del lavoro sempre più intensa. Il modello della ristorazione italiana si basa infatti su un grande sacrificio di tempo: secondo il Report di FIPE 8 imprenditori su 10 lavorano più di 40 ore a settimana e 1 su 2 supera le 60 ore. È in questo contesto che si spiega il progressivo allontanamento dei figli dagli esercizi di famiglia. Il 45,4% dei ristoratori dichiara di preferire che i propri figli intraprendano un’altra strada professionale.
Il futuro dei bar
Il futuro del bar italiano resta difficile da prevedere. «Non sarà un anno di forte crescita», osserva Luciano Sbraga, «perché il settore è esposto a fattori esterni che le imprese non controllano: energia, geopolitica, inflazione e soprattutto andamento del turismo». Il vero punto critico, oggi, non è se il bar esisterà ancora, ma in quale forma. «Il bar non sparirà», conclude Sbraga, «ma il bar generalista è in difficoltà. Sopravvivranno quelli capaci di differenziarsi e creare valore, non quelli che restano uguali a se stessi». In questo scenario servono anche interventi da parte della politica. «La ristorazione non è ancora pienamente riconosciuta come parte del sistema turistico, nonostante rappresenti una delle principali voci di spesa dei visitatori in Italia», sottolinea Sbraga, «e questo limita l’accesso a politiche e
strumenti di sostegno». Accanto a questo «servono sgravi sul lavoro festivo, una formazione più pratica e allineata alle esigenze delle imprese, e politiche per facilitare il passaggio generazionale nelle attività familiari». Un esempio positivo arriva dal «Modello Trentino», l’unica regione in cui i bar sono cresciuti nel 2025, grazie a un sostegno pubblico alle piccole imprese familiari e a una maggiore tenuta del tessuto socio-economico locale.
(da agenzie)
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