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MELONI PROPRIO NON CE LA FA A ESSERE SUPER PARTES: CONDANNA GLI SCONTRI DEL 25 APRILE MA NON CITA I FERITI DELL’ANPI A ROMA

Aprile 26th, 2026 Riccardo Fucile

ORFINI (PD): “MA NON TI VERGOGNI?”

Anche quest’anno la festa della Liberazione è stata segnata da tensioni e polemiche. In un post sui social la premier ha condannato gli scontri che si sono verificati nelle piazze italiane. Assente dall’elenco gli spari contro i due attivisti dell’Anpi a margine del corteo a Roma. “Aggressioni contro chi portava una bandiera ucraina”, e poi ancora “sindaci democraticamente eletti, di ogni schieramento politico, contestati e insultati; cartelli e targhe in ricordo delle Foibe imbrattati”, a Milano “la Brigata ebraica insultata in piazza e costretta ad allontanarsi dal corteo. Se questi sono quelli che dicono di difendere libertà e democrazia, direi che abbiamo un problema”, ha scritto.
Immediate le reazioni delle opposizioni che hanno accusato Meloni di strumentalizzare i fatti.”Con le parole sgrammaticate, fuori misura, strumentali di questa sera la presidente del Consiglio conferma che con i valori del 25 Aprile continua ad avere ben poca dimestichezza. Abbiamo un problema. Ricapitolando: si è pure dimenticata degli spari ai militanti dell’Anpi a Roma”, ha scritto sui social Nicola Fratoianni di Avs
Si è aggiunto il deputato Matteo Orfini Pd: “Ma davvero fai questo elenco dimenticandoti dei due col fazzoletto dell’Anpi feriti dagli spari di un motociclista in mimetica? Ma non ti vergogni?”.

(da agenzie)

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EDITH BRUCK: “MA QUELLE BANDIERE D’ISRAELE NON DOVEVANO STARE IN PIAZZA”

Aprile 26th, 2026 Riccardo Fucile

LA SCRITTRICE E POETESSA EBREA PRENDE POSIZIONE SUI FATTI DI MILANO

È metà pomeriggio quando Edith Bruck legge le notizie che arrivano dalla manifestazione di Milano per il 25 aprile. La Brigata Ebraica bloccata, insultata, poi allontanata dal corteo. Un gesto violento, l’ennesima manifestazione di
antisemitismo, commentano in molti. Edith Bruck, scrittrice, poetessa, sopravvissuta ai campi di Auschwitz, Dachau e Bergen-Belsen, ha uno sguardo diverso, una visione lucida che non fa sconti a nessuno.
Portare le bandiere israeliane in piazza è stato «uno sbaglio», spiega. Non una provocazione ma un modo per approfittare di un momento in cui quelle bandiere e la stella di David «non c’entravano nulla». «La Brigata ebraica aveva il diritto di sfilare ma con la bandiera italiana. Si tratta di un corteo che riguarda l’Italia non Israele».
Non dovevano esserci le bandiere di Israele in piazza?
«Credo che sia stato uno sbaglio portarle perché il 25 aprile riguarda la liberazione dell’Italia dal fascismo. Che c’entrano Israele e la sua bandiera? Vogliono portarla dappertutto ma non è corretto. Sfilino con la bandiera italiana quelli della Brigata ebraica e ringrazino il cielo di essere stati liberati dal fascismo. Nella piazza del 25 aprile doveva esserci posto solo per i simboli della liberazione e dell’antifascismo. Invece, sia da una parte che dall’altra, ne hanno approfittato per portare alla ribalta questioni del tutto fuori luogo».
Secondo lei è stata una provocazione da parte della Brigata Ebraica portare le bandiere con la stella di David?
«No, solo uno sbaglio. Tutti pensano di fare una cosa giusta per la loro causa infilandosi al corteo del 25 aprile, ma è una manifestazione che riguarda l’Italia liberata dal fascismo. Stop».
Anche se è solo uno sbaglio e non una provocazione, ha causato ancora una volta episodi gravi di antisemitismo. Tra gli insulti contro la Brigata Ebraica hanno urlato anche “saponette mancate”, un chiaro riferimento ai lager dove si diceva che i nazisti producessero sapone utilizzando il grasso dei corpi degli ebrei sterminati.
«Purtroppo, l’antisemitismo non finisce mai, ormai è eterno. Sono nata nell’antisemitismo e morirò circondata da un antisemitismo sempre più forte e diffuso. Finché sarà in corso il conflitto con i palestinesi, l’odio potrà solo crescere e avvelenare l’intera società. Tutto questo è molto preoccupante e triste»
L’antisemitismo sta aumentando: gli ebrei nel mondo dovrebbero prendersela solo con chi li offende oppure anche con il governo Netanyahu e con le sue continue violazioni del diritto internazionale e delle basi dell’umanità?
«Di sicuro le azioni del governo Netanyahu rappresentano un danno per tutti gli ebrei del mondo e aumenta l’antisemitismo”
(da agenzie)

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PERCHÉ IL 25 APRILE CONTINUA A ESSERE DIVISIVO? LO SPIEGA BENE LO STORICO GIANNI OLIVA: “L’ITALIA NON HA FATTO I CONTI CON IL PROPRIO PASSATO. IL NOSTRO PAESE HA SCATENATO LA GUERRA ACCANTO ALLA GERMANIA DI HITLER E L’HA PERSA: QUALCUNO CI HA INSEGNATO CHE L’ITALIA HA PERSO LA GUERRA?”

Aprile 26th, 2026 Riccardo Fucile

I VENTI MESI DI LOTTA PARTIGIANA NON POTEVANO (E NON DOVEVANO) NASCONDERE CIÒ CHE L’ITALIA ERA STATA DAL 1922 IN POI; NON DOVEVANO ESIMERCI DAL RICORDARE CHE IL 10 GIUGNO 1940, QUANDO MUSSOLINI DICHIARÒ GUERRA, LE PIAZZE GREMITE AVEVANO ESULTATO. ABBIAMO FINTO CHE IL VENTENNIO FOSSE UNA PARENTESI NELLA STORIA NAZIONALE E CI SIAMO RIVESTITI DI UNA VERGINITÀ CHE PERMETTEVA DI PROSEGUIRE COME SE NULLA FOSSE AVVENUTO. QUANDO NON SI FANNO I CONTI CON IL PASSATO, IL PASSATO NON PASSA”

25 aprile polemici ce ne sono stati molti, ci sono state via via proposte di abolire la festa e riprogrammarla all’8 maggio (giorno di resa della Germania nazista), denunce di appropriazione della data da parte delle forze della Sinistra, richieste di commemorare insieme caduti partigiani e militi di Salò.
Quest’anno la polemica è andata oltre diventando sfregio: la coppia di iscritti all’Anpi, con tanto di fazzoletto al collo, colpiti a Roma dai colpi di una pistola ad aria compressa, ha sapore di un agguato di matrice politica; la Brigata Ebraica (una formazione di volontari ebrei che dal settembre 1944 partecipò alla campagna d’Italia a fianco dell’esercito britannico) costretta ad abbandonare il corteo di Milano dalle contestazioni dei Pro Pal è una manifestazione violenta di intolleranza Perché il 25 aprile continua a non essere una data condivisa da tutti? Per tante ragioni. Ma una su tutte: perché l’Italia non ha fatto i conti con il proprio passato. Nella primavera 1945 l’Italia è un Paese che ha scatenato la guerra accanto alla Germania di Hitler e l’ha persa: quando a Parigi si trovano i vincitori per discutere la riorganizzazione del mondo, ci sono ventisette Paesi, ma non c’è la Germania, non c’è il Giappone e non c’è l’Italia. Quando mai, a scuola, qualcuno ci ha insegnato che l’Italia ha perso la guerra?
Per tutti i manuali, la fine della guerra è il 25 aprile, l’insurrezione partigiana, la liberazione delle città del Nord. La Resistenza è l’unica esperienza del periodo che ci ha messo dalla parte giusta della storia, ci ha regalato la Costituzione, ha forgiato una nuova classe dirigente: ma i venti mesi di lotta partigiana non potevano (e non dovevano) nascondere ciò che l’Italia era stata dal 1922 in poi; non dovevano assolvere dalle troppe complicità, dai troppi silenzi, dalle troppe collaborazioni di cui la dittatura si era giovata; non dovevano esimerci dal ricordare che il 10 giugno 1940, quando Mussolini dichiarò la guerra, le piazze gremite di balilla, avanguardisti e giovani italiane avevano esultato.
Come ha scritto un grande storico liberale, Rosario Romeo, «la Resistenza, opera di una minoranza, è stata usata dalla maggioranza degli italiani per sentirsi esonerati dal dovere di fare i conti con il proprio passato».
Abbiamo finto che il Ventennio fosse una parentesi nella storia nazionale, «la malattia che colpisce un corpo sano», e ci siamo rivestiti di una verginità che permetteva di proseguire come se nulla fosse avvenuto. «In Italia finché c’è stato Mussolini c’erano 45 milioni di fascisti – pare abbia detto Churchill – dal giorn
dopo 45 milioni di antifascisti: ma non mi risulta che l’Italia abbia 90 milioni di abitanti».
Che si tratti di una dichiarazione autentica o di una attribuzione, il suo valore non cambia: noi italiani non abbiamo fatto i conti con il passato, non siamo partiti dall’esperienza resistenziale per trasformare il sacrificio in consapevolezza. Ci siamo adagiati dietro una narrazione autoassolutoria, che proprio per questo ha comportato fraintendimenti, equivoci, dubbi. Quando non si fanno i conti con il passato, il passato non passa
Gianni Oliva
per “la Stampa”-

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UNA NAZIONE SENZA UN’IDENTITÀ CONDIVISA È UNA NAZIONE DEBOLE E INCOMPIUTA. “LA STAMPA”: “LA STORIA DI QUESTO 25 APRILE È LA STORIA DI UN 25 APRILE ROVESCIATO. LA FESTA DELLA NOSTRA IDENTITÀ DEMOCRATICA, SI TRASFORMA, NELLE PIAZZE, NEL SUO OPPOSTO, DOVE OGNUNO SI SENTE LEGITTIMATO A FARE I CONTI CON CHI LA PENSA IN MODO DIVERSO”

Aprile 26th, 2026 Riccardo Fucile

“DA MELONI, CHE NON RIESCE A FARE UN GESTO DA LEADER DI TUTTI, A SCHLEIN E CONTE, CHE EVITANO LE PIAZZE DIVISIVE ALLA VERGOGNOSA CENSURA DELLE BANDIERE UCRAINE (CIOÈ DEL POPOLO CHE STA DIFENDENDO LA LIBERTÀ EUROPEA)”

Potremmo discettare a lungo su ognuno dei tanti 25 aprile celebrati dalla “politica”, intesa come classi dirigenti. Soffermarci, ad esempio, sul passo avanti di Giorgia Meloni, meno trattenuta nelle dichiarazioni rispetto agli anni passati, ove parla apertamente di «oppressione del regime» e non solo di «valori conculcati» dal fascismo. Non banale, letta con le lenti del suo mondo (vedi la voce: Ignazio La Russa).
Oppure, sempre a proposito della premier, sottolineare come, sia pur all’interno di un impianto politicamente corretto e condivisibile, manchi ancora il gesto che sorprende. Da leader di tutti, che non ha remore nel far proprio […] quel giacimento di risorse politico-valoriali su cui si fonda la Repubblica.
Silvio Berlusconi andò ad Onna. Nicolas Sarkozy, appena eletto, dispose che, nelle scuole francesi, fosse letto il messaggio di un giovane partigiano comunista («possa la mia morte servire a qualcosa»). Insomma, ce ne sarebbero di luoghi dove mettere, anche in silenzio, un fiore su una tomba, per chiudere, una volta per tutte, non tanto il rapporto col fascismo, ma quello tormentato con l’antifascismo, parola ancora tabù.
Potremmo anche poi passare al racconto del perché di questa o quella scelta. Elly Schlein che, diversamente dagli altri anni, ha evitato la piazza di Milano (e si capisce perché) preferendo una celebrazione più istituzionale a Sant’Anna di Stazzema. O Giuseppe Conte a Napoli, al monumento per Salvo D’Acquisto […]. Figura di un martire non ascrivibile alla resistenza “rossa”.
E tuttavia, il punto è ben altro. La storia di questo 25 aprile è la storia di un 25 aprile rovesciato. La festa della nostra identità democratica, si trasforma, nelle piazze, nel suo opposto, dove ognuno si sente legittimato a fare i conti con chi la pensa in modo diverso.
Chi spara a volto coperto all’Anpi, episodio che tanto assomiglia alla simulazione di un atto di terrorismo. Chi – ed è il caso di Milano – impedisce alla brigata ebraica di sfilare proprio in nome dell’antifascismo. E in queste dimensioni non era mai accaduto.
Dentro questo rovesciamento c’è il problema, non dell’oggi. Che riguarda un tema antico: la fragilità della nostra identità nazionale. La nazione, per dirla con lo storico Ernst Renan, è un plebiscito quotidiano. Si nutre di simboli, bandiere comuni, celebrazioni condivise, come sono, ad esempio, il 4 luglio americano o il 14 luglio francese. Non è questa la storia del 25 aprile, nel Paese delle memorie quotidianamente divise ove, finita l’era dei partiti di massa, non si pratica più una sana pedagogia repubblicana, ma un rituale stanco tra reticenze di una parte e pigrizia dagli altri, piuttosto inclini ad appaltare a Bella Ciao un deficit di contenuti per il qui ed ora.
A rischio di apparire un po’ demodè e in lite col presente, per trovare una chiave per l’oggi potremmo prendere a prestito da Walter Benjamin, grande intellettuale del secolo scorso, il concetto di “rammemorazione”. Non è il ricordo di un passato che resta lì, come in una teca.
Da commemorare o esibire. Ma “un futuro del passato”, ovvero lo sforzo di farne vivere lo spirito – ansie, speranze, senso – dentro il tempo che è dato di vivere. Il passato come anima del presente.
Ebbene, alle radici della scissione tra lo spirito del giorno e ciò che è successo c’è anche questo. Un deficit di “egemonia” politico-culturale. L’unico che si è misurato con la “rammemorazione” è quell’incarnazione vivente della Costituzione che va sotto il nome di Sergio Mattarella. Nei suoi discorsi sulla «barbarie» e sulla «libertà», e in quell’esortazione «ora e sempre Resistenza» c’è tutta l’urgenza di difendere e far vivere – politicamente, non retoricamente – quei valori nella realtà attuale segnata dalla crisi delle democrazie e dalla fine dell’ordine mondiale nato proprio dalla sconfitta dei fascismi.
Ma se la democrazia è in crisi, una delle ragioni sta proprio nella debolezza delle sue leadership, di cui la retorica muta e buona solo per il proprio recinto di adepti ne è la rappresentazione icastica.
Ma se la bussola è davvero la Costituzione, omaggiata per un giorno da tutti, come la mettiamo con tutto ciò che sa di trumpismo o di antisemitismo? L’operazione è dura, perché implica non solo il prendere le distanze da errori o degenerazioni, ma sancire una incompatibilità. Democratica, appunto.
Alessandro De Angelis
per “la Stampa”

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ALBERTO STASI NON C’ERA QUANDO E’ STATA UCCISA CHIARA POGGI: ORA LA REVISIONE DEL PROCESSO E QUANTI SOLDI PUO’ CHIEDERE

Aprile 26th, 2026 Riccardo Fucile

IL CASO GARLASCO E GLI INDIZI CROLLATI

L’incontro decisivo tra i magistrati di Pavia e Milano segna un’accelerazione sulla revisione del processo per il 40enne, da oltre 10 anni in carcere per l’omicidio della fidanzata nella sua villetta di Garlasco. Così è crollato il castello di accuse contro di lui: cosa succede ora e l’ipotesi del rimborso come nel caso di Beniamino Zuncheddu
Il procuratore di Pavia Fabio Napoleone ha incontrato ieri la procuratrice generale di Milano Francesca Nanni per quasi un’ora, insieme all’avvocato generale Lucilla Tontodonati, come riportano Repubblica e Corriere sella Sera. L’incontro rappresenta il primo passo formale verso la possibile revisione del processo che ha visto Alberto Stasi condannato in via definitiva a 16 anni di carcere per l’omicidio della fidanzata Chiara Poggi, avvenuto il 13 agosto 2007 a Garlasco. Il fascicolo che vede indagato Andrea Sempio, amico del fratello di Chiara, è ormai vicino alla chiusura, con la notifica e il deposito previsti nelle prossime settimane. Nella ricostruzione fatta negli ultimi 12 mesi di indagini dai carabinieri del Nucleo investigativo di Milano, gli inquirenti non avrebbero raccolto elementi che collocano Stasi sulla scena del crimine in quella mattina di quasi 19 anni fa.
Come si sgretola il castello accusatorio: orario, Dna e impronte
Secondo il Giornale, almeno quattro dei sette indizi ritenuti decisivi per la condanna si starebbero sgretolando. Il primo riguarda l’orario: la consulenza tecnica affidata all’anatomopatologa Cristina Cattaneo posticiperebbe la morte di Chiara tra le 10.30 e le 12, con maggiore centratura tra le 11 e le 11.30, proprio quando Stasi lavorava alla tesi a casa sua. A proposito del Dna trovato sui pedali della bicicletta di Stasi, il professor Carlo Previderé avrebbe riscontrato che il valore del campione sarebbe identico a quello sul cucchiaino usato da Chiara per la colazione, una coincidenza ritenuta da fonti investigative «scientificamente quasi impossibile», suggerendo un possibile scambio di provette. Le analisi della scena del crimine condotte dal Ris di Cagliari avrebbero inoltre escluso l’uso del lavabo del bagno da parte del killer, smontando l’ipotesi che Stasi si fosse lavato le mani dopo l’omicidio. Infine, sempre secondo il Giornale, gli approfondimenti del Ris su alcune impronte insanguinate fotografate all’epoca avrebbero evidenziato almeno
un’orma compatibile con le scarpe Lacoste di Stasi, dando forza alla sua versione di semplice scopritore del corpo.
Andrea Sempio: il nuovo indagato al centro dell’inchiesta bis
La Procura di Pavia sarebbe convinta di avere elementi per procedere contro Andrea Sempio, che all’epoca dell’omicidio era appena maggiorenne, ricorda Libero. Tra gli elementi emersi durante gli incidenti probatori figura il Dna di Sempio sotto le unghie della vittima, mentre altri elementi restano coperti da segreto investigativo. Il commesso di Voghera, intervistato a gennaio dalla trasmissione Verissimo su Canale 5, aveva dichiarato di aspettarsi un rinvio a giudizio, spiegando che avrebbe puntato al proscioglimento. Con la probabile chiusura delle indagini a suo carico e il parallelo percorso di revisione per Stasi, il caso Garlasco si avvia verso una svolta radicale rispetto alla sentenza del 2015 che aveva condannato definitivamente l’ex fidanzato di Chiara
Le cautele della procuratrice Nanni: «Studio né veloce né facile»
«Dobbiamo ovviamente prima studiare le carte», ha dichiarato ieri la procuratrice generale Nanni al termine dell’incontro con Napoleone, come riportato dal Corriere. «Nelle prossime settimane riceveremo una prima informativa, valuteremo se chiedere ulteriori atti e, nel caso, dovremo studiare queste carte. Nel frattempo non possiamo fare alcuna dichiarazione, non possiamo sbilanciarci in alcun modo», ha aggiunto, precisando che non sarà «né veloce né facile». La prudenza della magistrata è dettata anche dall’esperienza sui casi di questo tipo: lo ricorda Libero quanto in Italia le revisioni siano rare, con circa sette casi all’anno, e dal 1991 al 2011 sono state accolte appena 222 richieste. Per ottenere una revisione servono prove nuove o prove che portano a esiti mai battuti prima, condizioni che la Procura di Pavia ritiene di aver soddisfatto.
La revisione del processo per Alberto Stasi: le prossime tappe
Una volta chiusa l’inchiesta, gli atti saranno trasmessi alla procura generale di Milano, a cui spetterà valutare se promuovere la revisione del processo a Stasi, spiega il Corriere. Non sarà la difesa dell’imputato a presentare l’istanza, ma direttamente la procuratrice Nanni, conferendo all’eventuale richiesta un peso istituzionale molto maggiore. Se la richiesta di revisione sarà avanzata, toccherà alla Corte d’Appello di Brescia vagliare l’ammissibilità dell’istanza contro la
condanna, come previsto dall’articolo 632 del codice di procedura penale. Solo successivamente si potrà fissare un’udienza per l’ammissione di nuove prove e la discussione. Non sarebbe la prima revisione per Francesca Nanni. Quando ricopriva lo stesso incarico a Cagliari, fu lei ad avviare la revisione del processo per la strage di Sinnai dell’8 gennaio 1991, che si concluse il 26 gennaio 2024 con l’assoluzione del pastore sardo Beniamino Zuncheddu, dopo 32 anni di carcere.
Verso un possibile risarcimento milionario per errore giudiziario
Se la revisione dovesse scagionare Stasi, oggi. in semilibertà dal carcere di Bollate, l’indennizzo potrebbe oscillare tra i 3 e i 4 milioni di euro, stima Libero. A differenza dell’ingiusta detenzione, che prevede un risarcimento di 235,82 euro al giorno con un tetto massimo di 500mila euro, l’errore giudiziario è considerato più grave e non applica questo limite. Stasi, rinchiuso da circa 11 anni, potrebbe ottenere oltre 800mila euro solo per la detenzione, più i danni patiti durante questo decennio di libertà privata. Potrebbe inoltre chiedere di recuperare gli 850mila euro già versati a titolo di risarcimento alla famiglia Poggi, cifra per la quale si è persino indebitato: se un procedimento di revisione lo scagionasse, verrebbe meno il presupposto di quell’esborso. Secondo Libero, per riaverli indietro dovrebbe intentare un contenzioso in sede civile, ma sarebbe una via che qualsiasi avvocato suggerirebbe.
(da agenzie)

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CHI E’ COLE TOMAS ALLEN, L’ATTENTATORE AL GALA DI TRUMP

Aprile 26th, 2026 Riccardo Fucile

IL LAVORO DA INSEGNANTE E UN MOVENTE CHE PER ORA NON ESISTE

L’uomo identificato come responsabile della sparatoria alla cena dei Corrispondenti della Casa Bianca è Cole Tomas Allen, 31 anni, residente a Torrance in California, secondo quanto riporta il New York Times. Secondo la ricostruzione del profilo dell’uomo da parte della Cnn, si tratterebbe di un insegnante part-time presso C2 Education, azienda specializzata in preparazione ai test, Allen era stato nominato «insegnante del mese» dall’azienda nel dicembre 2024, come indicherebbe un post sui social dell’azienda rilanciato dai media Usa.
Il curriculum dell’ingegnere e la donazione per Kamala Harris
Laureato in ingegneria meccanica al California Institute of Technology nel 2017, aveva conseguito un master in informatica alla California State University-Dominguez Hills l’anno scorso. Durante gli studi al CalTech era finito su un reportage televisivo locale per aver sviluppato un prototipo di freno di emergenza per sedie a rotelle. Sul suo profilo LinkedIn si descriveva anche come sviluppatore di videogiochi: aveva pubblicato sulla piattaforma Steam un gioco indie chiamato Bohrdom al prezzo di 1,99 dollari e stava lavorando a un secondo progetto. Secondo i registri della Federal Election Commission, nell’ottobre 2024 aveva donato 25 dollari alla campagna presidenziale di Kamala Harris.
Armato di pistole e coltelli, alloggiava nell’hotel: le accuse
Trump in conferenza stampa ha definito Allen «una persona malata» che «aveva diverse armi». Il procuratore degli Stati Uniti Jeanine Pirro ha dichiarato che il sospettato è stato incriminato per reati relativi alle armi da fuoco e aggressione. Il sindaco di Washington Muriel Bowser ha confermato che era in possesso di pistole e coltelli, precisando che si ritiene abbia agito da solo: «Al momento non abbiamo motivo di credere che altre persone siano coinvolte. A questo punto, sembra che abbia agito da solo».
Il capo della polizia di Washington Jeffery Carroll ha riferito che gli investigatori ritengono che Allen alloggiasse presso il Washington Hilton e che sia stato proprio questo a consentirgli di accedere all’evento. Un agente del Secret Service è stato colpito ma salvato dal giubbotto antiproiettile. «È stato colpito da distanza ravvicinata con un’arma molto potente e il giubbotto ha fatto il suo dovere», ha detto Trump. Carroll ha aggiunto che il sospettato è stato condotto in ospedale per controlli ma non è stato raggiunto da colpi d’arma da fuoco.
Prima udienza lunedì, movente ancora ignoto
Il 31enne comparirà in tribunale per la prima volta lunedì, riporta il New York Post. Il capo della polizia Carroll spiega che è presto per stabilire quale fosse «la motivazione dell’aggressore» e per dire chi intendesse colpire. Trump ha pubblicato sul social Truth la foto di Allen disteso a terra presso l’hotel e filmati di sorveglianza che mostrano un uomo correre oltre il varco di sicurezza. Nel video gli agenti estraggono le armi e sembrano iniziare a fare fuoco contro l’aggressore.
(da agenzie)

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LA SPARATORIA AL GALA DEI CORRISPONDENTI DI TRUMP: ARRESTATO L’AGGRESSORE, FERITO UN AGENTE

Aprile 26th, 2026 Riccardo Fucile

MISTERO SUL MOVENTE

Un uomo ha aperto il fuoco nella lobby dell’hotel Hilton di Washington, dove si stava svolgendo la cena annuale dei corrispondenti della Casa Bianca, alla quale per la prima volta partecipava da presidente Donald Trump. Gli spari sono avvenuti a pochi metri dal presidente americano e da tutti i principali membri del suo governo, dal vicepresidente JD Vance all’attorney general Todd Blanche fino al capo dell’FBI Kash Patel. Nel salone circa 2.600 giornalisti, terrorizzati, hanno cercato di trovare riparo sotto ai tavoli e dietro le colonne. Il corrispondente de La Stampa Alberto Simoni, che si trovava a pochi metri dall’incidente, ha raccontato all’Ansa che al suono degli spari «la gente si è buttata sotto i tavoli o dietro le colonne cercando un riparo» in preda al panico. Anche il veterano della Cnn Wolf Blitzer, a pochi metri dallo sparatore, è stato salvato da un agente del Secret Service che lo ha buttato a terra.
L’evacuazione di Trump e Vance: un agente ferito, protocollo di emergenza attivato
Trump e Vance sono stati subito evacuati dagli agenti del Secret Service armati di mitra in due direzioni opposte. Prima è stato portato via il vice, poi il presidente americano, messo a terra dalla scorta che lo ha fisicamente coperto in attesa dell’evacuazione, così come previsto dal protocollo. L’aggressore è stato colpito da un agente, mentre un altro agente è rimasto ferito ed è stato ricoverato in ospedale: grazie al giubbotto antiproiettile se la caverà. La scena si è svolta nello stesso luogo simbolico della capitale americana dove nel 1981 l’allora presidente Ronald Reagan rimase ferito in un tentato assassinio
L’aggressore identificato: Cole Tomas Allen, 31 anni dalla California
Portato al pronto soccorso anche l’autore della sparatoria, poi identificato col nome di Cole Tomas Allen, 31enne della California. Trump sul suo social Truth ha pubblicato la foto dell’aggressore immobilizzato per terra. Il presidente Usa, in una conferenza stampa subito dopo la sparatoria, ha rivelato che si tratterebbe di «un lupo solitario» che «voleva uccidere». Il tycoon, con ancora indosso lo smoking per la serata di gala, dal palco della stampa della Casa Bianca ha anche rivelato che l’uomo aveva «molte armi», senza fornire altri dettagli. La procuratrice di Washington Jeanine Pirro ha poi spiegato che l’uomo aveva con sé un fucile a canna liscia, una pistola e alcuni coltelli.
Il presidente ha parlato ai giornalisti in modo inusualmente calmo e ha ringraziato il Secret Service. Trump, vittima di un tentato assassinio durante un evento per la campagna elettorale del 2024 in Pennsylvania, ha chiesto agli americani «di risolvere le differenze pacificamente». «Non è la prima volta nell’ultimo paio di anni che i repubblicani vengono attaccati o uccisi. Alla luce di questa sera, chiedo agli americani di risolvere le differenze pacificamente. Vale per i repubblicani, i democratici, gli indipendenti, i progressisti», ha detto riferendosi anche all’omicidio del leader del movimento di destra Turning Point, Charlie Kirk. Il tycoon ha ringraziato la first lady Melania «per il coraggio e la pazienza» in questa circostanza estrema e ha promesso che entro un mese la serata sarà riorganizzata.
I dubbi sulla sicurezza: come ha fatto ad entrare armato
Quello che adesso l’FBI e la polizia di Washington dovranno stabilire è come sia possibile che un uomo armato fino ai denti sia riuscito ad entrare ad un evento al quale era presente non solo il commander-in-chief ma anche mezzo governo. Per Trump il luogo del gala «non è particolarmente sicuro». L’incidente ha provocato shock tra i corrispondenti e gli abitanti della capitale americana. La vedova di Charlie Kirk, Erica, presente al gala, è rimasta comprensibilmente sotto shock per la sparatoria. «Voglio solo andarmene», avrebbe detto la donna a un reporter della CNN dopo l’incidente. Lunedì prossimo Allen comparirà davanti a un giudice federale e dovrà rispondere delle accuse di aver utilizzato un’arma da fuoco durante un crimine violento e di aver aggredito un agente federale.
(da agenzie)

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LA FENICE, BEATRICE VENEZI ORA OFFENDE PURE GLI ORCHESTRALI: “POSTI TRAMANDATI DI PADRE IN FIGLIO”

Aprile 26th, 2026 Riccardo Fucile

LA DURA RISPOSTA DEI MUSICISTI DELLA FENICE: “DICHIARAZIONI FALSE, GRAVI ED OFFENSIVE, NOI SELEZIONATI ATTRAVERSO CONCORSI INTERNAZIONALI RIGOROSI”

Dopo la protesta del 24 aprile contro il sovrintendente Nicola Colabianchi, si accende lo scontro al Teatro La Fenice di Venezia dopo le dichiarazioni rilasciate dalla direttrice d’orchestra Beatrice Venezi al quotidiano argentino La Nación. Nell’intervista, pubblicata il 23 aprile, la maestra ha affrontato il tema della sua esperienza alla guida dell’orchestra veneziana, soffermandosi sulle difficoltà incontrate come prima donna direttrice del prestigioso teatro.
“Non vengo da una famiglia di musicisti. E questa è un’orchestra nella quale i posti si passano praticamente di padre in figlio. Io non appartengo a una famiglia di musicisti, sono donna, ho 36 anni, sono la prima donna direttrice della Fenice e voglio rinnovare”, ha dichiarato Venezi, sottolineando come, a suo avviso, il vero nodo sia la resistenza al cambiamento.
Secondo la direttrice, il timore della novità sarebbe radicato non solo all’interno dell’orchestra ma anche nel rapporto con il pubblico: “Hanno paura del cambiamento, del rinnovamento. È più facile continuare con gli stessi usi e costumi. Ma così un teatro muore”.
Parole che hanno provocato una durissima reazione da parte della RSU del teatro, che in una nota ufficiale ha espresso “profonda costernazione e amarezza” a nome di tutte le lavoratrici e i lavoratori della Fondazione.
Il sindacato contesta in particolare l’affermazione secondo cui i posti in orchestra si trasmetterebbero per via familiare, definendola “grave, falsa e offensiva”, perché lesiva della professionalità dei professori d’orchestra, descritti come “professionisti di altissimo livello selezionati esclusivamente attraverso concorsi pubblici internazionali basati sul talento e sul rigore procedurale”.
La RSU sottolinea come tali dichiarazioni rappresentino non solo una mancanza di rispetto verso i lavoratori, ma anche “un attacco diretto all’identità stessa della Fondazione”. E aggiunge che il rapporto tra direzione d’orchestra e musicisti non può prescindere da fiducia reciproca e armonia professionale, condizioni che – secondo i rappresentanti dei lavoratori – sarebbero state compromesse dalle parole della maestra.
“Alla luce di quanto accaduto – si legge ancora nella nota – sentiamo il dovere di evidenziare che la sua presenza sul nostro podio avverrebbe in un contesto di profonda tensione e sfiducia”.
(da agenzie)
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LA SOLITA PATACCA BY DONALD: LA “GOLD CARD” DI TRUMP, IL VISTO DA UN MILIONE DI DOLLARI CHE CONSENTE AI PAPERONI STRANIERI DI VIVERE E LAVORARE LEGALMENTE NEGLI STATI UNITI, È STATA ASSEGNATA AD UNA SOLA PERSONA DA DICEMBRE

Aprile 26th, 2026 Riccardo Fucile

LO HA ANNUNCIATO IL SEGRETARIO AL COMMERCIO AMERICANO HOWARD LUTNICK, SMENTENDO SÉ STESSO: QUALCHE MESE FA, DOPO IL LANCIO, AVEVA AFFERMATO CHE IL GOVERNO NE AVEVA VENDUTI UNA SERIE, PER UN VALORE COMPLESSIVO DI 1,3 MILIARDI DI DOLLARI

La ‘Gold Card’ di Donald Trump, il visto da 1 milione di dollari che consente auno straniero di vivere e lavorare legalmente negli Stati Uniti, è stato assegnato ad una sola persona da dicembre. Lo ha annunciato il segretario al Commercio americano Howard Lutnick.
Qualche mese fa, dopo il lancio, lo stesso Lutnick aveva affermato che il governo ne aveva venduti una serie, per un valore complessivo di 1,3 miliardi di dollari in appena pochi giorni. Trump, che ha definito la ‘gold card’ una sorta di green card “con gli steroidi”, aveva inizialmente un proposto un costo di 5 milioni di dollari sostenendo che avrebbe attratto talenti stranieri negli Stati Uniti, rimpinguando al contempo le casse federali.
Il programma è volto a sostituire l’EB-5, un’iniziativa in vigore da decenni che offriva visti americani a chi investiva circa un milione di dollari in un’azienda con almeno 10 dipendenti. Sebbene sia stata approvata per una sola persona, “ci sono
centinaia di candidati in lisra d’attesa le cui pratiche sono attualmente in fase di esame”, ha aggiunto Lutnick.
(da agenzie)

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