PERCHÉ IL MINISTRO HA RAGIONE E IL SUO EX AMICO NO
SI POTRA’ ANCORA DIRE CHE HA RAGIONE PER UNA VOLTA GIULI, IL GOVERNO E LA UE CHE NON VOGLIONO IL PADIGLIONE RUSSO ALLA BIENNALE?
Adesso sono diventati tutti dei parnassiani, perfino i leghisti, i grillini e gli altri
ammiratori di Putin, raffinati esteti chiusi nella torre d’avorio della Biennale a godersi l’art pour l’art declamando banalità sulla cultura che c’entra nulla con la politica. E Pietrangelo Buttafuoco viene celebrato a giornali unificati per la sua resistenza in difesa del Bello e del Buono contro quei brutti e cattivi che non vogliono permettergli di costruire con la Russia occasioni di dialogo e ponti culturali e altri luoghi comuni.
Che poi quella di Buttafuoco sia una delle poche nomine sensate fatte dalla destra maldestra in campo culturale è pacifico: del resto, per rendersi conto della pochezza dei camerati sistemati su poltrone più grandi di loro non occorre neanche uscire da Venezia, basta fare un salto alla Fenice.
Ma l’arte non è mai apolitica, come tutto ciò che esprime una visione del mondo. E men che meno può essere indipendente in un regime come quello russo. Infatti, come ha documentato Anna Zafesova sulla Stampa del 13 marzo, a gestire il padiglione russo ci saranno un po’di gerarchi putiniani come la figlia del ministro degli Esteri.
Nel 2007, il Deutsches Historisches Museum di Berlino allestì una bellissima mostra, Kunst und Propaganda im Streit der Nationen 1930-1945, “Arte e propaganda nello scontro delle nazioni”, in cui metteva a confronto l’Italia mussoliniana, la Germania nazista, l’Urss stalinista e gli Usa del New Deal (fra parentesi, quella che ne usciva meglio era l’Italia, perché, a differenza dei loro
remoti discendenti, i fascisti doc un’idea di politica culturale l’avevano, magari sbagliata ma l’avevano, e sapevano pure farla).
Oggi fa rabbrividire che all’Esposizione universale di Parigi del 1937 ci fosse un padiglione tedesco progettato da Speer e sormontato da un’enorme aquila con la croce uncinata, mentre dall’altra parte del viale l’Urss rispondeva con una statua dell’operaio e della kolchoziana alta 24 metri e mezzo.
Domani forse ci scandalizzerà che alla Biennale espongano i protegé di Putin, e non importa se “non faranno propaganda”, come dicono i coeurs simples e anche chi semplice non è, ma in malafede sì.
Già il mero fatto di esserci, alla faccia delle sanzioni europee, è un fatto politico e uno schiaffo all’Ucraina, che infatti l’ha giustamente interpretato così. Anche perché non è che la Biennale stia su Marte.
È autonoma, certo, ma non può far finta che non sia in corso una guerra, che ci siano delle sanzioni decise e applicate anche da noi e che insomma esista ancora la Serenissima e Venezia possa fare la sua politica estera infischiandosene del resto d’Italia e del contesto internazionale.
Anche la Scala è autonoma, ma ha dovuto mandare via Valery Gergiev che è un artista sommo ma anche un propagandista putiniano.
Quindi fa bene Bruxelles a tagliare i fondi, farebbe bene Roma a intervenire sul serio, ha ragione Giuli a non andare all’inaugurazione e Meloni a dire che la politica estera italiana la fa il governo italiano e non la Biennale (anzi, a ben pensarci forse la vera notizia è questa: la destra che in campo culturale ne fa una giusta. C’è sempre una prima volta).
(da “la Stampa”
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