Aprile 25th, 2026 Riccardo Fucile
AL VERTICE A CIPRO, E’ EMERSA LA SOLITA SPACCATURE NELL’UE: DA UNA PARTE I PAESI CHE VOGLIONO PIÙ DEBITO E FLESSIBILITÀ, DALL’ALTRA I “FRUGALI” CHE CHIEDONO RIGORE … FAR QUADRARE I CONTI DEL PROSSIMO BILANCIO SARÀ DURA: VANNO FINANZIATI INVESTIMENTI IN DIFESA, COMPETITIVITÀ E IA – A PARTIRE DAL 2028 BISOGNERA’ RESTITUIRE I FONDI DEL NEXT GENERATION EU RACCOLTI DAI MERCATI: SERVONO, IN MEDIA, 24 MILIARDI L’ANNO. E L’ITALIA CHE FARA’: NUOVE TASSE O TAGLI ALLE SPESE?
«Ok Ursula, facciamo così: ti chiamo e ne parliamo». Al termine della due giorni di vertice
europeo a Cipro, Giorgia Meloni si è appiccicata a Ursula von der Leyen nel
percorso tra la sala dell’incontro e il cortile dove i leader si sono messi in posa per la foto di gruppo
La premier non è affatto soddisfatta delle proposte avanzate dalla presidente della Commissione per affrontare la crisi energetica e vuole di più.
Su una questione, però, Von der Leyen è stata ancora una volta netta: «Non ci sono le condizioni per sospendere il Patto di Stabilità» perché servirebbe «un grave deterioramento della situazione economica», ma «fortunatamente non ci troviamo in questa condizione».
Secondo il commissario all’Economia, Valdis Dombrovskis, l’impatto della crisi sul Pil europeo sarà «tra lo 0,2 e lo 0,6%» e dunque, allo stato, non c’è una recessione in vista
La premier è subito andata a cercare il padrone di casa, il presidente cipriota Nikos Christodoulides, e si è intrattenuta anche con lui. Von der Leyen e Christodoulides, che guida la presidenza di turno dell’Unione, rappresentano i due mazzieri che hanno il potere di dare le carte nella difficile partita europea per trovare le risposte alla crisi energetica. Meloni ha bisogno di loro perché il confronto nell’isola del Mediterraneo ha permesso di capire che gli altri protagonisti al tavolo di gioco si stanno rivelando più ostici del previsto.
Il presidente cipriota ha annunciato che il suo ministro delle Finanze porterà la questione all’Ecofin, che nel mese di maggio si riunirà due volte, per vedere quali soluzioni proporre. Non solo: a giugno spetterà proprio a Nicosia mettere nero su bianco le cifre della cosiddetta “negobox”, lo schema di partenza per il prossimo bilancio pluriennale dell’Unione europea (2028-2035).
La cifra di partenza sono i duemila miliardi proposti dalla Commissione. Un volume «inaccettabile» per il premier olandese Rob Jetten. Ieri mattina il tema ha fatto emergere la più classica delle divisioni interne all’Ue: da una parte i Paesi che vogliono più debito, più fondi comuni e più flessibilità, dall’altra quella i “frugali” che chiedono di tirare la cinghia.
In questa partita, Giorgia Meloni e Friedrich Merz giocano su sponde opposte. La premier ha approfittato dei tempi morti del vertice per colmare le distanze con il cancelliere, con il quale ha avuto un bilaterale giovedì sera al termine della prima sessione di lavoro. «Dobbiamo cercare di venirci incontro» ha detto la premier.
due hanno lasciato il vertice ad Ayia Napa Marina insieme, ma è bastato ascoltare le parole del tedesco all’indomani del faccia a faccia per capire che, nonostante i tentativi di riavvicinamento, Berlino e Roma hanno visioni completamente opposte. Meloni è molto più in sintonia con il rivale politico Pedro Sanchez, che ha chiesto – senza ottenere – di estendere la scadenza per spendere i fondi del Pnrr.
Per Merz gli eurobond «sono fuori discussione» e per finanziare le nuove priorità nel prossimo bilancio dell’Unione c’è una sola soluzione: tagliare le spese. Meloni ha risposto dicendo che i fondi per «coesione e agricoltura sono le nostre linee rosse» perché «è inutile occuparsi di sicurezza se non ci occupiamo prima di sicurezza alimentare».
Resta il fatto che far quadrare i conti del prossimo bilancio Ue non sarà affatto facile
Ci sono nuove priorità da finanziare – Difesa, competitività e intelligenza artificiale – e soprattutto a partire dal 2028 bisogna iniziare a restituire i fondi del Next Generation EU che sono stati raccolti dai mercati: servono, in media, 24 miliardi di euro l’anno. E le soluzioni possibili sono tre: un aumento dei contributi nazionali (ai quali Germania e Paesi Bassi, ma non solo, si oppongono nettamente), l’introduzione di nuove risorse proprie (ossia tasse comuni di cui tutti parlano, ma che sono difficili da far digerire alle proprie opinioni pubbliche) oppure tagli alle spese.
(da La Stampa)
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Aprile 25th, 2026 Riccardo Fucile
SORGI: “CHI CERCAVA DI CAPIRE DOVE VA FORZA ITALIA, IN EBOLLIZIONE DA DOPO LA SCONFITTA AL REFERENDUM DEL 22 MARZO E SPINTA A RINNOVARSI DA UNA SERIE DI INTERVENTI DI MARINA BERLUSCONI E SUO FRATELLO PIERSILVIO, HA TROVATO RISPOSTE NELL’INTERVISTA ALL’HUFFINGTON POST DEL SEGRETARIO GIOVANILE LOMBARDO ANDREA NINZOLI, 22 ANNI, CHE HA SPIEGATO LE RAGIONI DELLA PARTECIPAZIONE DEI RAGAZZI DI FI ALLA MANIFESTAZIONE PER IL 25 APRILE A MILANO… DOPO LE SPINTE DEI FIGLI DI BERLUSCONI CHE HANNO PORTATO ALLA SOSTITUZIONE DEI DUE CAPIGRUPPO ALLA CAMERA E AL SENATO, BARELLI E GASPARRI, E HANNO MESSO SOTTO OSSERVAZIONE IL LEADER TAJANI, L’INIZIATIVA MILANESE NON NASCONDE LA POSSIBILITÀ CHE UN DOMANI, IN CASO DI SCONFITTA DEL CENTRODESTRA NEL 2027, O DI PAREGGIO CON LEGGERA PREVALENZA DEL CENTROSINISTRA, FORZA ITALIA POSSA APPOGGIARE UNO DEI PROSSIMI GOVERNI, IN FORME CHE SI VEDRANNO”
Chi cercava di capire dove va Forza Italia, in ebollizione da dopo la sconfitta al referendum del 22 marzo e spinta a rinnovarsi da una serie di interventi di Marina Berlusconi e suo fratello Piersilvio, ha trovato risposte nell’intervista all’Huffington Post del segretario giovanile lombardo Andrea Ninzoli, 22 anni, che ha spiegato le ragioni della partecipazione dei ragazzi di FI alla manifestazione per il 25 aprile a Milano
Augurandosi che i giovani del partito dell’ex-Cavaliere che riconoscono che la Resistenza fu una battaglia per la libertà possano essere accolti bene dai manifestanti. Diversamente da quanto accadde a Letizia Moratti, che accompagnava il padre ex-partigiano, e alla Brigata ebraica, bersagli di contestazioni in passato.
Dopo le spinte dei figli di Berlusconi che hanno portato alla sostituzione dei due capigruppo alla Camera e al Senato e hanno messo sotto osservazione il leader Tajani, l’iniziativa milanese è senz’altro una novità interessante. Che non nasconde la possibilità che un domani, in caso di sconfitta del centrodestra nel 2027, o di pareggio con leggera prevalenza del centrosinistra, Forza Italia possa appoggiare uno dei prossimi governi, in forme che si vedranno.
Un indizio di cosa si sta muovendo nella pancia di Forza Italia, e del possibile obiettivo di Marina e Piersilvio. Che sono – e resteranno – di centrodestra e custodi
delle idee liberali del padre: ma se fossero chiamati a dare una mano nell’interesse del Paese non si tirerebbero indietro.
Va detto che, proprio pensando agli ultimi anni del Fondatore, non si tratterebbe di una novità. Nell’aprile del 2013, Berlusconi a sorpresa appoggiò il governo di Enrico Letta, consentendogli di trovare la maggioranza che era mancata a Pierluigi Bersani, autore della “non-vittoria” del Pd che aveva aperto la legislatura. Alcuni mesi dopo, il 18 gennaio 2014, il Cavaliere siglò con Renzi il “Patto del Nazareno”, l’accordo sulle riforme istituzionali che si ruppe, sì, sull’elezione di Mattarella al Quirinale, ma confermò l’intenzione di Berlusconi di non voler restare all’opposizione.
Marcello Sorgi
(da La Stampa)
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Aprile 25th, 2026 Riccardo Fucile
LA TELEFONATA TRA L’INVIATO SPECIALE DI TRUMP
C’è una telefonata del 2017 che potrebbe confermare il presunto «patto» tra Paolo Zampolli
e Melania Trump. A riferirlo sarebbe lo stesso inviato speciale del presidente degli Stati Uniti Donald Trump, nel corso di una conversazione con un interlocutore legato alle Nazioni Unite. È proprio in quella chiamata che l’imprenditore italiano ricostruisce i termini del presunto accordo. Alla vigilia delle elezioni presidenziali del 2016, quella che sarebbe poi diventata la first lady gli avrebbe infatti chiesto di «coprirle le spalle» durante la campagna elettorale, promettendo in cambio protezione in caso di vittoria di Trump. Lo racconta in esclusiva Report, che domenica manderà in onda un servizio firmato da Sacha Biazzo, che mette insieme documenti, testimonianze e accuse.
La telefonata
Secondo la ricostruzione del giornalista della trasmissione Rai, la vicenda risalirebbe al 2016, quando il Daily Mail pubblicò un’inchiesta sul passato di Melania Trump, accusandola – senza riscontri – di aver lavorato come escort. L’articolo fu successivamente rimosso e la futura first lady ottenne un risarcimento milionario, anche grazie – precisa Biazzo – all’aiuto di Zampolli. Nell’audio diffuso, l’imprenditore afferma: «Abbiamo appena vinto una causa enorme, non posso parlarne perché ho un vincolo di riservatezza e devo ancora incassare l’assegno». E aggiunge: «Sono in questo Paese grazie al presidente Trump. Mi ha
dato un lavoro, ho iniziato nell’immobiliare, mi sono costruito una bella casa. Non tradirei mai un amico». E poi ancora: «Trump si è fidato del suo amico Paolo, che loro considerano famiglia. Sua moglie non è una prostituta, magari non ha l’accento americano perfetto, magari ha posato nuda, ma è una brava ragazza».
Infine, Zampolli riferisce un presunto dialogo con Melania: «Mi ha detto: “Non ti preoccupare Paolo, tu coprici le spalle – you have our back – e qualunque cosa succeda noi ti proteggiamo”. Due settimane dopo hanno vinto le elezioni ed è andata così». Poco dopo Zampolli è entrato nel cerchio magico di Trump.
La ricostruzione
A parlare del presunto accordo tra Zampolli e Melania Trump era stata, sempre nel corso della trasmissione di Sigfrido Ranucci, Amanda Ungaro, ex compagna dell’imprenditore italiano, secondo la quale esisterebbe un’intesa tra i due finalizzata a mantenere riservati presunti aspetti delicati del passato della first lady legati al rapporto con il milionario-pedofilo Jeffrey Epstein. «C’è un patto tra loro, ne sono certa al cento per cento – aveva dichiarato –. Melania ha interesse a mantenere un rapporto stretto con Paolo perché teme che possa riferire o rivelare circostanze compromettenti». Accuse respinte con decisione da Zampolli, che le ha definite una «vendetta personale (dell’ex moglie, ndr)», arrivando anche a diffidare la trasmissione dal mandare in onda il servizio di domenica scorsa. Nonostante ciò, Report ha diffuso oggi un nuovo audio che potrebbe ridefinire i contorni di una vicenda già complessa e piena di zone d’ombra.
(da Open)
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Aprile 25th, 2026 Riccardo Fucile
ESPONENTI RADICALI SPINTONATI E AGGREDITI CON SPRAY AL PEPERONCINO DA ESTREMISTI SERVI DI PUTIN CHE DELIRANO: “IL POPOLO UCRAINO E’ NAZISTA”… CHIEDANO LA CITTADINANZA RUSSA E SI TOLGANO DAI COGLIONI, COSI’ A MOSCA CAPISCONO COSA VUOL DIRE DITTATURA E LIBERTA’ DI MANIFESTARE
«Siamo stati aggrediti brutalmente al corteo del 25 aprile da militanti di Cambiare Rotta. Ci hanno spruzzato spray al peperoncino negli occhi e strappato e tolto le bandiere dell’Ucraina, che avevano portato in piazza come ogni anno insieme a quelle della Palestina», queste le parole di Matteo Hallissey, Presidente di Radicali Italiani e +Europa.
«Sono dovute intervenire le forze dell’ordine e un’ambulanza per soccorrere me, l’inviato di Pulp Podcast Ivan Grieco e altri compagni radicali, tra cui il Segretario Filippo Blengino. In una festa come quella della Liberazione è inammissibile ci sia spazio per questi gruppi violenti e incapace di tollerare la diversità in una piazza che dovrebbe essere inclusiva e aperta, nel ricordo dei partigiani e a sostegno di tutti i popoli che ancora oggi si difendono», dichiara in una nota. Il gruppo si era presentato al corteo romano all’altezza della Piramide Cestia, quando è stato aggredito. Una tensione che solo le forze dell’ordine sono riuscite a dipanare.
Calenda dalla loro parte: «Basta piazze governate dai fascisti putiniani»
«Fascisti rossi a Roma cacciano dal corteo le bandiere ucraine. Vergogna! 650 tra droni e missili russi hanno colpito l’Ucraina ieri. Siete indegni di parlare di resistenti e partigiani. Chiedo un’immediata presa di distanze della sinistra
parlamentare. Basta piazze governate dai fascisti putiniani», ha dichiarato sui social il presidente di Azione, Carlo Calenda.
L’iniziativa delle bandiere ucraine ha preso piede anche in altre piazze italiane. Arianna Ciccone, a Perugia, è stata invitata a non indossarla. Ha postato su Instagram le richieste dei manifestanti.
(da agenzie)
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Aprile 25th, 2026 Riccardo Fucile
MASSIMO CACCIARI: “LE NOSTALGIE, DA QUALSIASI PARTE PROVENGANO, SONO INUTILI ZAVORRE”
Se la politica da noi conservasse qualche segno di ragionevolezza questo 25 aprile potrebbe
assumere un segno diverso dalle ormai rituali commemorazioni, buone a far rivivere contrapposizioni ormai prive di ogni significato storico, politico, culturale. Sia chiaro – è necessario chiarire anche l’ovvio dove circola ovunque volontà di fraintendere e malafede: la lotta contro il fascismo fu un grande evento, di quelli che segnano la storia mondiale, che ne determinano le grandi fratture. Essa rappresenta il crollo della risposta totalitaria alla crisi delle precedenti forme democratiche. Ma, a un tempo, anche la piena consapevolezza che all’esperienza dei totalitarismi non si rispondeva ripristinando quelle forme. Con le quali la nostra stessa Costituzione non ha nella sostanza nulla a che fare. Il fascismo è una rottura che non si rimargina; da esso si esce con una nuova democrazia. Le nostalgie, da
qualsiasi parte provengano, sono inutili zavorre. E mai quanto oggi questo torna a essere vero.
Che lo si voglia o meno il mondo di oggi e di domani, le tragedie che attraversiamo e ancora più quelle che dovremo affrontare, non sono in alcun modo declinabili nei termini di fascismo e anti-fascismo; l’inerzia del linguaggio non è un fatto formale, denuncia povertà di analisi e di pensiero, incapacità di farsi un’immagine adeguata dello stato delle cose.
E come era nuova l’idea di democrazia che viveva nella stragrande maggioranza delle forze della Resistenza, così ora si dovrebbe formare una unità tra coloro che comprendono quale cultura politica e quali concrete politiche siano necessarie per affrontare le forze in cui oggi si incarna davvero una strategia anti-democratica. Strategia che col fascismo d’antan nulla ha a che fare.
Ragionare fuori dai vecchi schemi, smettere di esprimere i conflitti in atto sulla loro base – e forse allora si potranno anche determinare nuovi rapporti, inaspettate osmosi, magari anche alleanze, che suoneranno scandalose ai cultori del tempo passato. Se si comprende chi sia l’attuale avversario, anche i nemici di un tempo potrebbero scoprire la possibilità di intese di ampia portata. Così avvenne nella Resistenza. Ma bisogna appunto capire che l’avversario non lo batti tornando all’antico. Solo in quanto potere costituente, potere che è mosso dall’idea di un nuovo Diritto, e che si rivolge all’intero Paese, che vuole esserne interprete del destino, la Resistenza ha vinto. Così dobbiamo saper parlare ora. Le vecchie divisioni sono fantasmi, se le misuriamo sulla realtà dell’attuale geo-politica. E se finalmente su questa costruiamo la nostra azione, allora tutti gli equilibri e le relazioni tra le forze politiche, anche all’interno del nostro Paese, potrebbero mutare.
La Resistenza aveva ben chiaro in mente l’interesse nazionale, che il fascismo aveva finito col massacrare. Oggi è concepibile difenderlo soltanto con una politica di compromesso e cooperazione tra i grandi spazi imperiali. In uno stato di guerra o di predisposizione alla guerra, l’interesse nazionale, largamente coincidente ormai con quello di tutta Europa, non può materialmente essere sostenuto. Con la guerra
non può esservi quella libertà di scambi, relazioni, commerci, che è vitale per la stessa economia europea. Difende l’interesse nazionale chi in tutte le sedi contrasta politiche egemoniche, lavora perché il “fra” (preposizione di fatale importanza!) tra le grandi potenze sia nel segno dell’intesa, non in quello dell’abisso che divide. Risibile pensare a una sovranità a tutto campo per Stati come il nostro, ma semplicemente osceno è un sovranismo ideologico che obbedisce nei fatti a interessi altrui perfino sul piano economico e commerciale.
L’interesse nazionale è la base materiale di qualsiasi assetto assumeranno gli equilibri tra forze politiche europee. Ma la posta in gioco è assai più alta, e riguarda la forma stessa della democrazia. Quella progressiva prodotta dalla Resistenza non è minacciata da alcun fascismo d’annata, Anzi, per un aspetto fondamentale, proprio dall’opposto. Il fascismo, come tutti i totalitarismi del ‘900, hanno scritto sulle loro bandiere “la Politica al comando”; la Politica funge qui da grande regolatore delle decisioni di spesa, delle politiche industriali, della distribuzione della ricchezza prodotta. Una poderosa corrente di pensiero, di interessi economico-finanziari, sempre più tutt’uno con decisivi settori dell’èlite politica, si muove oggi in base all’idea che proprio il Politico, nel complesso dei suoi meccanismi istituzionali, delle sue regole, del suo apparato amministrativo-burocratico sia il Nemico da smantellare per liberare le forze creatrici della trasformazione, dell’innovazione scientifico-tecnologica e della stessa potenza imperiale. Saremmo destinati alla stagnazione e a perdere la sfida con la Cina, e magari con altri grandi spazi, se tali forze, proprie del sistema capitalistico, continueranno a dover fare i conti con le istanze egualitarie e universalistiche del vecchio Stato sociale, e con i suoi esorbitanti costi. Idee forti, di cui la maschera Trump è la versione populistica, buona per gli spettacoli che si offrono alle plebi.
Su questo terreno stanno le sfide del nostro 25 aprile. E vanno affrontate nello spirito che è stato quello dei nonni o ormai dei trisavoli: spirito costituente, nuova democrazia, non quella di prima del ’15-18. Come riformare lo Stato sociale, per non dare ragione, alla fine, ai suoi avversari, come semplificarne le funzioni, come ridurne il peso economico, come costruire una politica fiscale effettivamente ridistributiva. In ciascun Paese e con unità di intenti e politiche di convergenza
europee. Sapendo che sarà comunque tutto vano se continueranno guerre e aggressioni, se non si compie ogni sforzo per farle finire.
Massimo Cacciari
(da La Stampa)
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Aprile 25th, 2026 Riccardo Fucile
L’USO SCONCIO DEL CRISTIANESIMO POSTO IN ESSERE DALLA CASA BIANCA
Devo avere scritto, nei mesi scorsi, almeno un paio di amache su questo papa americano, chiedendomi come mai — appunto perché americano — non dicesse con chiarezza, e da papa, che cosa pensa della prepotenza di Trump, del suo bellicismo, del suo linguaggio violento, e soprattutto del suo uso blasfemo della religione come alibi politico e come movente di guerra.
Forse ignoravo i tempi della Chiesa, che non sono quelli della cronaca. Fatto sta che mi sbagliavo, sia pure in folta compagnia, e sono davvero felice di poterlo dire. Non sono incerte o caute, sono secche, dirette e inequivocabili le parole che Leone XIV ha speso, nelle ultime settimane, contro il presidente americano e la sua
visione del mondo. Così che si possa dire — finalmente! — che il cristiano più autorevole del globo è fortemente contrario all’uso sconcio del cristianesimo che la Casa Bianca ha messo in atto, con l’appoggio — non va dimenticato — di molti pastori evangelici, di non pochi vescovi americani, e sull’onda disturbante dei “cristiani rinati”, dei teocon, del nuovo fondamentalismo religioso di destra che ha avuto una parte decisiva nell’elezione di quel signore così evidentemente poco cristiano.
Pare, dunque, che i nodi vengano al pettine. La prepotenza non è evangelica, Cristo e Trump non possono essere partner in affari, l’intelligenza artificiale, per quanto lucrosa, e potente, non può sostituirsi allo Spirito Santo nell’indirizzare gli uomini. Da non credenti, digiuni di teologia, lo avevamo immaginato, nel nostro piccolo, già da parecchio tempo. Ora ne abbiamo la conferma ufficiale. Ne siamo confortati. Evviva.
(da Repubblica)
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Aprile 25th, 2026 Riccardo Fucile
QUELLI CHE LE TASSE LE PAGANO SOLO LORO
«Una mattina mi son svegliato e ho trovato l’evasor». Vorrei dedicare questo 25 Aprile a un
resistente di cui non importa nulla a nessuno, se non al Fisco. Continuiamo a chiamarlo ceto medio, benché abbia smesso da un pezzo di esserlo.
Fa (ha fatto) l’insegnante, l’impiegato, l’operaio specializzato. E percepisce buste-paga e pensioni ogni anno più risicate, con cui mantiene anche i parenti che non guadagnano.
I dati dell’Irpef raccontano che sostiene da solo due terzi dell’intera baracca, a beneficio del disoccupato e del sottopagato, ma anche del lavoratore in nero e del nullatenente con yacht a carico, che passano il tempo a lamentarsi di uno Stato Sociale a cui si guardano bene dal contribuire.
Il ceto medio rappresenta l’ossatura della società e i suoi malumori condizionano le svolte elettorali perché è alla perenne ricerca di un partito che ne riconosca i sogni, sempre più piccoli, e le ansie, sempre più grandi.
Vorrebbe che i giovani e gli intellettuali scendessero in piazza anche per lui. Che i politici non si limitassero a chiedere il suo voto prima delle elezioni, per poi dimenticarsene dal giorno dopo.
Destra, sinistra, centro: se c’è una costante della nostra storia, è che nessun governo ha mai abbassato le tasse al ceto medio, cioè all’unico che le paga davvero, anche per l’impossibilità di eluderle. E che, appena sente parlare di patrimoniale, comincia a tremare, perché sa per esperienza che ogni nuova tassa, alla fine, la pagherà soltanto lui.
(da Corriere della Sera)
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Aprile 25th, 2026 Riccardo Fucile
QUANDO I SOLDI SONO STATI EROGATI, CANNELLA ERA VICESINDACO DI PALERMO E AVEVA ALLE SPALLE DUE LEGISLATURE IN PARLAMENTO CON AN E POI CON FDI… L’ALLORA MEMBRO DELLA COMMISSIONE MINISTERIALE, MASSIMO GALIMBERTI, AVEVA SEGNALATO L’INOPPORTUNITÀ DI FINANZIARE LA PELLICOLA DI CUI ERA CO-AUTORE UN ESPONENTE DI FDI
Quando l’altro ieri nella lista dei nuovi sottosegretari, per il posto vacante al ministero della Cultura è spuntato, un po’ a sorpresa, il nome di Giampiero Cannella, tra alcuni membri ed ex membri delle commissioni cinema è immediatamente partito un giro di telefonate, per commentare la scelta di Giorgia Meloni e condividere, ancora una volta, un sentimento di incredulità.
Ex deputato per due legislature, prima per Alleanza Nazionale poi per Fratelli d’Italia, dal febbraio 2024 Cannella – chiamato a sostituire Gianmarco Mazzi, nel frattempo promosso a ministro del Turismo – è vicesindaco di Palermo, con deleghe alle politiche culturali e agli spettacoli.
Ma Cannella, cresciuto politicamente al Secolo d’Italia, si diletta anche come autore, specializzato in argomenti militari. Ha scritto saggi e ha debuttato nella narrativa con “Task Force 45 – Scacco al califfo”, una storia di eroismo in formato thriller che racconta le operazioni di un’élite delle forze armate italiane contro il network terroristico di Al Qaeda, Isis e talebani in Afghanistan.
Il romanzo è diventato una sceneggiatura per un film, finita sul tavolo della commissione che valuta e seleziona le opere da finanziare. E premiata con ben 600 mila euro.
Parliamo della commissione, divisa in tre sezioni, che invece ha bocciato “Tutto il male del mondo”, il documentario sull’uccisione in Egitto del ricercatore italiano Giulio Regeni e “The Echo Chamber”, tratto dall’ultima sceneggiatura di Bernardo Bertolucci.
Una decisione che ha mandato in subbuglio il mondo del cinema, scatenato proteste e dimissioni a catena tra i membri della commissione, e che è stata poi sconfessata, pubblicamente in Aula in Parlamento, dal ministro della Cultura Alessandro Giuli.
Tra i film fortunati e meritevoli che invece hanno ricevuto il finanziamento c’è quello tratto dal romanzo di Cannella. Titolo: “Tf45 – Kilo Point”, la regia affidata a Maximiliano H. Bruno, altra vecchia conoscenza di FdI. Ma ci arriveremo tra un po’
Certo ai commissari non poteva sfuggire il nome del vicesindaco di Palermo, visto che nel progetto giunto fino ai selettivi, e nella documentazione allegata, Cannella risultava come co-autore. E qualcuno di loro lo ha fatto presente.
Per esempio, Massimo Galimberti, che, assieme al critico cinematografico Paolo Mereghetti, sarebbe poi stato il primo a dimettersi, dopo il caso su Regeni. È stato lui, durante la discussione con i colleghi, a segnalare l’inopportunità di finanziare il film di un vicesindaco in carica di Fratelli d’Italia, ricevendo come risposta: «E allora Walter Veltroni?».
Galimberti si è dissociato dalla delibera finale ma i fondi pubblici sono passati comunque. In realtà al primo tentativo, nel 2024, “Tf45” non aveva ricevuto il finanziamento. Ce l’ha fatta nel 2025, quando è cambiata la composizione della sottocommissione.
La pellicola tratta dal libro di Cannella sposa perfettamente il canone del nuovo cinema di destra. La task force protagonista è quella che in Afghanistan è stata guidata nel 2006, tra gli altri, dal generale Roberto Vannacci, oggi eurodeputato, ex leghista, leader politico della destra alla destra di Meloni, teorico della remigrazione.
Il regista, Maximiliano H. Bruno, è l’autore di un altro film, sulle foibe, molto caro a Meloni, da lei sponsorizzato ovunque, spendendosi in prima persona, quando era all’opposizione.
Fu lei, nel 2019, a ottenere di portare in prima visione Rai, “Red Land (Rosso Istria)”, opera «sulle persecuzioni titine dei nostri fratelli di Fiume, Istria e Dalmazia», scrisse Meloni, che FdI chiedeva di portare nelle scuole.
(da La Stampa)
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Aprile 25th, 2026 Riccardo Fucile
L’ABBANDONO DEL SALVINI IN CADUTA LIBERA E IL PASSAGGIO ALLA EMERGENTE MELONI (IL RUOLO DI CHIOCCI). LE “AFFINITÀ POLITICHE” TRA L’UNDERDOG DELLA FRONTE DELLA GIOVENTÙ E L’UOMO DELL’AISI CHE NON A CASO CHIAMERÀ LA SUA CRICCA “I NERI”, FINISCONO CON IL CASO DEI DUE AGENTI AISI TRAFFICANTI INTORNO ALL’AUTO DI GIAMBRUNO (DIVERSO IL CASO DI CAPUTI INTERCETTATO)… LO SCANDALOSO BABY-PENSIONAMENTO A 51 ANNI DI DEL DEO E IL VIA LIBERA DI ANDARE SUBITO A LAVORARE NEL PRIVATO, DERIVA DAL TIMORE CHE POSSA RICATTARE QUALCUNO ANCHE DENTRO PALAZZO CHIGI?
La storia dell’irresistibile ascesa e rovinosa caduta di Giuseppe Del Deo appartiene di diritto
alla mitologia dell’identità italica: il carattere machiavellico, la proverbiale doppia morale (a volte tripla), la capacità cronica di tenere il “piede in due staffe”, lo spirito innato dell’opportunismo, la caratteristica dell’inaffidabilità, pronto a cambiare cavallo quando l’alleato sta ruzzolando.
In apparenza pacifici, i Del Deo d’Italia sono un esempio di dissimulazione e ambiguità, capaci di calzare quattro maschere contemporaneamente e, come il giunco del Purgatorio dantesco, si piegano per non spezzarsi, e passata l’onda sono ancora saldi al proprio posto.
Fino a quando, a tradire e a far ruzzolare i Del Deo d’Italia dall’altare alla polvere, invasi dalla mole sterminata di informazioni riservate di cui sono a conoscenza, sia in maniera legale sia il più delle volte illecita, è il delirio personale di potere che prende sovente quella particolare figura, detta: ”’L’uomo che sa troppo”, vanto d’onnipotenza che fa dir loro: “Io so tutto di te…”.
La velocissima carriera di Del Deo inizia quando, giovanissimo ufficiale dell’esercito, entra nelle grazie del generale di corpo d’armata dei carabinieri Giorgio Piccirillo, promosso nel 2008 direttore dell’Aisi (Agenzia informazioni e sicurezza interna), e contestualmente viene nominato prefetto, fino al 15 giugno 2012 quando viene sostituito da Mario Parente, anche lui generale dell’Arma Benemerita.
Ed è qui, tra le barbefinte di Piccirillo, che avviene il fatale incontro di Del Deo con un personaggio balzato alle cronache di spionaggio illegale come protagonista delle nefandezze della cosiddetta Squadra Fiore.
Rullo di tamburi, fiato alle trombette, diamo il benvenuto a Luigi Ciro De Lisi, generale della Guardia di Finanza entrato a far parte dell’intelligence prima che Sisde (interni) e Sismi (esterni) siano riformati nel 2003 in Aisi e Aise, già Capocentro dell’Aisi in Abruzzo quando nel 2019 plana sulla poltrona di Capo Reparto Intelligence Economico Finanziaria.
E quando nel 2023, per raggiunti limiti di età, scocca l’ora del pensionamento di De Lisi, è appunto il sodale Del Deo a prendere le redini del nevralgico ”Reparto dell’analisi finanziaria” di banche, grandi industrie, difesa e società a partecipazione statale della galassia Cdp, che gli dà modo di entrare in contatto con tutti i capataz dei poteri economici della penisola.
Da parte sua, come si è letto nelle cronache di questi giorni, il pensionato De Lisi, come molti ex agenti, non passa il tempo a leggere il giornale ai giardinetti e si ricicla come consulente di varie società che trattano il business dell’intelligence, ed infine, in compagnia di altri ex agenti prevalentemente dell’Aisi, mette in campo la Squadra Fiore. (Va detto che tali società private di intelligence sono del tutto legali; tracimano nell’illegalità quando le loro informazioni vengono acquisite da intercettazioni illecite e da accessi abusivi alle banche dati nazionali protette da sistemi di sicurezza.)
L’ipotesi di reato per ”accesso abusivo a sistemi informatici, associazione a delinquere, peculato e truffa”, che mette nei guai la meneghina società Equalize guidata da Pazzali e Gallo, è la stessa che viene ipotizzata alla romana Squadra Fiore di De Lisi e vari ex agenti prevalentemente dell’Aisi, in combutta con Del Deo e Tavaroli. Ed è sempre in seguito alle carte su Equalize inviate due anni fa dalla Procura di Milano a quella di Roma che parte l’indagine su Del Deo, Tavaroli e Squadra Fiore dei pm coordinati dall’aggiunto Marcello Pesci.
Tornando a bomba, cioè al “Mistero Del Deo”: i beninformati fanno notare che la scoppiettante ascesa dell’ex ufficiale dell’esercito passato all’intelligence domestica dell’Aisi inizia già qualche qualche anno prima della presa di potere del governo Meloni.
Siamo a cavallo tra il 2018 e il 2019 quando Del Deo trova rifugio sotto l’ala protettrice di Matteo Salvini che, da primo inquilino del Viminale, a suon di post della “Bestia” by Morisi contro immigrati ladri-assassini-stupratori-spacciatori, portò il Carroccio dal 17% delle elezioni politiche del 2018 al 34% delle europee del 2019.
Tra un mojito di troppo al Papeete e l’uscita non si sa fin quanto “spintanea” dal primo governo Conte, il magic moment del “Capitone” comincia ad andare in frantumi nel 2019 con l’inchiesta dell’Espresso sui presunti fondi russi alla Lega e il fantomatico incontro d’affari tra emissari di Mosca e di Salvini all’Hotel Metropol di Mosca.
Annusata l’aria, cambiato il vento, visti i sondaggi, Del Deo si allontana dalla Lega, ormai in caduta libera, e si avvicina alla figura emergente della politica italiana, Giorgia Meloni, quando a giugno del 2022, governo Draghi e invasione russa dell’Ucraina in corso, il filo putinismo legaiolo deflagra con lo scoop del “Domani”
Il quotidiano diretto da Fittipaldi svela almeno quattro incontri di Salvini con l’ambasciatore russo Sergej Razov nella sede di villa Abamelek, “che è monitorata costantemente dall’intelligence Usa e dalla nostra agenzia di controspionaggio interna, l’Aisi”. Da quel giorno in poi, meglio non pronunciare il nome di Del Deo alla presenza del segretario del Carroccio.
A presentare la Ducetta nascente allo spione di Stato sarebbe stato – ipotizza un articolo di Marco Zini su Lettera43.it – Gian Marco Chiocci, all’epoca direttore dell’AdnKronos, l’agenzia di informazione di quel Pippo Marra che, come seguace di Francesco Cossiga, ha sempre coltivato negli anni ottimi rapporti con servizi e servizietti.
Fatte le presentazioni, scoppia subito la scintilla della “affinità politiche” tra l’Underdog della Fronte della Gioventù e l’uomo dell’Aisi che non a caso chiamerà la sua cricca “i neri”.
Ma non è solo la stessa visione politica a cementare il loro rapporto: a far da caposcorta alla premier della Garbatella è, come prassi vuole, un agente dell’Aisi e la scelta cade su Giuseppe Napoli che, oltre ad essere alle dipendenze di Del Deo, non è altro che il marito della segretaria-ombra di Meloni, Patrizia Scurti. Bingo!
(Sull’importanza dell'”affidabilità” della scorta e del suo capo, che ti segue giorno e notte riportando la qualsiasi a chi di dovere, ne era ben consapevole Silvio Berlusconi che quando sbarcò a Palazzo Chigi convinse il caposcorta dell’Aisi a farsi assumere da lui, naturalmente con stipendio raddoppiato.)
E’ luglio 2023 quando l’enfant prodige dei Servizi riceve l’agognato alloro dall’Armata Branca-Meloni che lo nomina vicedirettore del continuamente prorogato Mario Parente. Nomina che torna molto utile alla “Fiamma Magica”, debuttante assoluta di Palazzo Chigi, in virtù del suo ruolo di “hub” di rapporti e informazioni e relazioni non solo del mondo finanziario ed economico ma soprattutto politico.
Come vicedirettore dell’Aisi, il nostro eroe può disporre infatti di intercettazioni preventive, anche in assenza di reato, ma sempre previa doppia autorizzazione: quella del procuratore con delega all’intelligence in duplex con quella del sottosegretario Alfredo Mantovano, autorità delegata dalla Presidenza del Consiglio ai servizi segreti. Operazione che, omettendo i ”dettagli”, deve venire messa a conoscenza anche del premier e del Copasir
E qui sorge spontanea la domandina delle cento pistole: il capo dell’Aisi, il buon Parente, avrà sempre controllato che il suo vice appassionato di spyware abbia sempre eseguito diligentemente le norme di legge previste sulle varie autorizzazioni a procedere nelle intercettazioni? Ah, saperlo…
Il raggio di potere in mano a Del Deo gode di un così ampio margine di autonomia per controllare vasti pezzi del sistema di potere italiano che “di lui raccontano che fosse uno dei pochi a non dover bussare per entrare nelle stanze di Giorgia Meloni, quando arriva a Palazzo Chigi”, scrive Giuliano Foschini su “Repubblica”.
Tempo dopo, però, qualcosa cambia.
Pare, dicono, sembra, che sia lo stesso “presentatore” Chiocci ad avere una resipiscenza sull’attività di Del Deo. Ben prima che la figura dello spione viene coinvolta per la strana vicenda delle cimici all’auto di Andrea Giambruno, il direttore del Tg1 avrebbe suggerito alla premier di prendere le dovute distanze dallo 007.
Chissà, magari il navigatissimo direttore del Tg1 intuisce che intorno al vice-direttore del controspionaggio, che a sua disposizione ha i doviziosi fondi riservati dell’Aisi, di cui, tra l’altro, avrebbero beneficiato molti addetti all’informazione, c’erano movimenti “anomali”? Forse l’onnipotenza montante di Del Deo e il suo modus operandi accendono segnali di allarme? Chissà chi lo sa…
In barba al chiacchiericcio maligno e a certi avvertimenti, il rapporto di fiducia di Meloni e Mantovano rimane comunque solido con Del Deo.
Poi tutto si rompe.
La data da segnare di rosso è il 30 novembre 2023, quando due agenti dell’Aisi vengono sorpresi mentre armeggiano vicino all’auto Porsche parcheggiata da Giambruno sotto casa dell’ex compagna Giorgia, come rivelato dal quotidiano “Domani”.
La storiaccia viene classificata dal Viminale come un maldestro tentativo di due ladruncoli e liquidata da Mantovano con una nota in cui esclude ”il coinvolgimento di esponenti appartenenti ai servizi”. Ma, il caso vuole, che due agenti dell’Aisi sono trasferiti all’Aise e da lì prontamente spediti da Caravelli uno in Iraq, l’altro in Tunisia.
L’episodio dei due agenti Aisi beccati da una poliziotta a trafficare intorno all’auto di Giambruno avviene (30 novembre 2023) in un momento drammatico dal punto di vista familiare di Giorgia Meloni: appena un mese e mezzo prima (18 ottobre 2023) avviene la messa in onda dei bombastici fuorionda da parte di ”Striscia la Notizia” (previa “benedizione” della Famiglia Berlusconi) in cui l’ex cocco di Lele Mora, microfonato e ripreso dalle telecamere, gigioneggia proponendo ammucchiate hot alle colleghe.
Se sul caso Giambruno, ancora oggi, aleggia l’ombra del dubbio sul ruolo di Del Deo e dei due presunti agenti dell’Aisi, la trama del caso Caputi è invece molto più chiara.
L’intercettazione via spyware Paragon del telefonino del capogabinetto del governo Meloni, è attivata dall’Aisi per raccogliere informazioni sul legame familiare tra la moglie del capo di gabinetto e un soggetto sotto osservazione dell’intelligence”, in seguito a un’inchiesta del solito “Domani” che allarma non poco la “Fiamma Magica” di Palazzo Chigi.
A stroncare definitivamente i sogni di Del Deo di prendere il posto del super-prorogato Parente a capo dell’Aisi, sarebbe intervenuto presso Mantovano, l’altro vicedirettore dell’Aisi, Carlo De Donno.
Scrive nella sua newsletter Valerio Valentini, giornalista del “Post”: “È un fatto pure che quando Mantovano, tra giugno e luglio del 2024, s’accorse che la spregiudicatezza di Del Deo era incontrollabile per chiunque, anziché silurarlo lo trasferì al DIS come vice di quella Elisabetta Belloni che ancora si ricorda la telefonata che ricevette da Palazzo Chigi in cui la si pregava di accogliere il reietto (non la prese bene)”.
La “promozione-rimozione” al Dis è del tutto indigesta per l’ex diplomatica. Ricorda Giuliano Foschini su “Repubblica” che quando viene “nominata a capo del Dis, Belloni viene informata che sono necessari alcuni lavori di sicurezza nell’abitazione di campagna dove passa molto tempo.
La informa direttamente Del Deo, che si occupa dei lavori. E li gira alla Sind, la società a cui la sua agenzia aveva affidato appalti per circa 40 milioni nel giro di pochi anni. I 331 mila euro per la sicurezza di casa Belloni sono poca cosa”.
E aggiunge: “Ma per il Ros rappresentano un metodo: perché, a credere alla fattura acquisita e ai lavori effettivamente realizzati, esisterebbe uno squilibrio rilevantissimo, con lavori eseguiti per circa la metà della cifra spesa. Belloni, però,
di tutto questo non sa nulla: le è stato detto che era necessario fare quei lavori ed è stata inviata a casa sua un’azienda.
Che potesse nascere un problema, però, se ne rende conto soltanto il 23 febbraio, quando il quotidiano Domani ne scrive. Belloni chiama Del Deo per chiederne conto e lui la tranquillizza, sostenendo che è tutto in regola”.
La permanenza al Dis di Del Deo non più onnipotente dura un anno: ad aprile del 2025 Del Deo venne estromesso dal governo Meloni con uno scandaloso e mai visto baby-pensionamento a 51 anni, ma come se avesse maturato l’intero ciclo fino a 67, che gli mette in tasca un assegno pensionistico di 10 mila euro più la cosiddetta “cravatta”, l’indennità che spetta per dieci anni ai vicedirettori dei servizi (mentre i direttori dura tutta la vita).
Non solo: l’inaudito decreto ad hoc della Presidenza del Consiglio gli consente di andare subito a lavorare nel privato. E voilà, eccolo presidente di Cerved, la principale società di informazioni commerciali e rating, di proprietà di Andrea Pignataro, l’uomo più ricco d’Italia.
“Al che, seguendo la stessa logica del sospetto cara ai meloniani di più stretta osservanza”, sottolinea sempre Valerio Valentini, “verrebbe da coltivare un dubbio senz’altro infondato: che questo licenziamento così comodo, questo maltrattamento di favore, derivi dal timore che Del Deo possa ricattare qualcuno anche dentro Palazzo Chigi… ma noi, dai, siamo sicuramente troppo maliziosi”.
(da Dagoreport)
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