IL CAPITANO SALVINI HA PERSO LA BUSSOLA. IL FLOP DEL RADUNO DEI SOVRANISTI A MILANO, CON PIAZZA DEL DUOMO SEMIVUOTA, CONFERMA CHE IL LEGHISTA È NEL PALLONE, MENTRE LA GALASSIA POPULISTA CHE VOLEVA RADUNARE STA ANDANDO IN PEZZI, TRA LA DISFATTA DI ORBAN, GLI INSULTI DI TRUMP AL PAPA E LA “SCOMUNICA” AMERICANA DELLA MELONI
DE ANGELIS: “ANCHE IL COMIZIO SCONCLUSIONATO DI SALVINI È FIGLIO DI QUESTA PERDITA DI CERTEZZE. GLI RESTANO, LA SPONSORIZZAZIONE DEL GAS RUSSO E LA RICHIESTA DI SFORARE IL PATTO DI STABILITÀ, SENZA FARE I CONTI COL PERCHÉ DELLA CRISI”
«Senza paura»: era stata pensata e convocata così, come un grido di battaglia, la manifestazione leghista a piazza Duomo, quando il mondo sovranista era ancora intero. Prima del referendum italiano, delle elezioni ungheresi, della blasfemia trumpiana sul Papa, della scomunica americana di Giorgia Meloni, in piena euforia da Board of peace e Nobel per la pace all’inquilino della Casa Bianca.
Matteo Salvini, allora, scommettendo sui successi qui, lì (a Budapest) e in ogni dove (Trump) aveva chiamato a raccolta il fior fiore di quel mondo, proponendosi come il suo autentico interprete italiano, secondo il solito copione di Pontida.
Dentro c’era la consueta sfida a Giorgia Meloni (da destra), col retropensiero (e l’ambizione) del Viminale – lutto mai elaborato – in caso di vittoria alle prossime politiche. Di fatto, l’apertura di una lunga campagna elettorale, non a caso il canovaccio iniziale prevedeva titoli sulla re-migrazione. Peccato che quel mondo, nel frattempo, è andato a pezzi.
Ecco, lo svolgimento ci racconta di un mondo “senza bussola”. Incapace, dopo quello che è successo, di una analisi concreta della situazione concreta: pressoché innominato Orban se non da Salvini per un «abbraccio» di solidarietà, innominati Trump, Netanyahu, l’Iran, Hormuz, il Libano, l’attualità.
Pare un “cantagiro sovranista” dove si intonano gli evergreen, senza relazione col qui ed ora: l’invasione islamica (come la mettiamo col Mediterraneo in fiamme che, semmai, la favorisce?), la difesa della cristianità (come la mettiamo con l’attacco al Papa?), la lotta al globalismo (come la mettiamo con la nuova egemonia che porta guerre e crisi energetica?), la perfida Europa, eccetera, eccetera.
E tuttavia numeri e scarso entusiasmo della piazza segnalano, dopo i voti italo-ungheresi, un principio di sconnessione sentimentale rispetto al popolo, il primo dopo un decennio di vittorie e narrazioni trionfalistiche, proprio perché viene elusa la questione del “che fare”.
Anche il comizio sconclusionato di Salvini è figlio di questa perdita di certezze, resa più acuta, nel caso del leader leghista, dalla necessità di un ravvedimento, sia pur poco convinto, quantomeno sul Papa, difeso a mezza bocca, e sul non rinnovo del Memorandum con Israele («non lo conosco ma sono d’accordo»).
Gli restano, come certezze, la sponsorizzazione del gas russo e la richiesta di sforare il patto di Stabilità, senza fare i conti col perché della crisi, compresi i ritardi atavici di un Paese che non si è liberato dal fossile e continua a vedere il green come un demonio.
È evidente il problema di un nuovo racconto popolare, con la forza evocativa di quello precedente. Però, se il problema è comune a tutta la destra, la risposta segnala una differenza non banale
Giorgia Meloni dovrà inventare un nuovo racconto, ma ha trovato un posizionamento giusto, che risponde all’interesse nazionale italiano, su gas russ
Memorandum con Israele, Volenterosi. Se terrà, può essere l’apertura di una nuova fase.
Salvini resta invece incatenato al posizionamento precedente, senza poterlo però rivendicare fino in fondo, viste le circostanze. E senza poter neanche supplire con i risultati incassati stando al governo come partito – la lista, dal fisco all’Autonomia, è lunga – e come ministro.
Pensate un po’: la manifestazione è stata aperta da un trattore, perché il nostro ha molto a cuore gli agricoltori al punto, però, da trascurare gli autotrasportatori, pur essendo ministro dei Trasporti: «Dal Mit nessuna risposta, anzi abbiamo letto interviste al ministro dove non si capiva se era davvero lui a parlare, oppure Crozza».
Lo ha detto Paolo Uggè, il presidente delle associazioni del settore. Uno che stava nel governo Berlusconi. Visto l’esito della manifestazione, era meglio dedicargli un pomeriggio per evitare cinque giorni di sciopero
Alessandro De Angelis
per “La Stampa”
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