A FORZA DI FARE IL “MAGGIORDOMO” DI CASA MELONI, ANTONIO TAJANI È FINITO IN CUL DE SAC: TRATTATO DALLA DUCETTA COME UN VOYEUR E SPEDITO A WASHINGTON ALLA RIUNIONE DEL ”BOARD OF PEACE” A FARE L'”OSSERVATORE”, IL MINISTRO DEGLI ESTERI FA INCAZZARE IL PARTITO POPOLARE EUROPEO, DI CUI È VICEPRESIDENTE
DA WEBER A MERZ, IL ”BOARD OF PEACE” È L’ENNESIMO SCHIAFFO DI TRUMP AI VALORI DELLA DEMOCRAZIA – IL TENTATIVO DISPERATO E FALLITO DELLA MELONA DI COINVOLGERE MERZ PER NON LASCIARE TAJANI AD ESSERE L’UNICO MINISTRO PRESENTE DEI GRANDI PAESI DELL’UNIONE EUROPEA
Quel merluzzo lesso di Antonio Tajani si è messo in una posizione difficilissima. Sarà lui il volto dell’Italia alla riunione del “Board of peace”, che si terrà domani a Washington.
Il paciarotto di Ferentino, che si è sempre vantato del suo europeismo senza limitismo, sarà circondato da dittatori, monarchi assoluti, autocrati d’ogni foggia, sancendo l’ingresso dell’Italia, seppure come “osservatore” (ma osservatore de che, non s’è ancora capito) nel club privato con cui Trump sogna di archiviare l’Onu.
Tajani, si diceva, è in una posizione difficilissima, per almeno due motivi. Il primo, e più evidente, è l’imbarazzo personale di fronte ai suoi elettori e “danti causa”. Chi vota Forza Italia, infatti, non guarda con simpatia a Donald Trump e ai suoi tentativi di demolire il multilateralismo che, dal dopoguerra, ha sempre governato il mondo.
Multilateralismo tanto caro anche a Silvio Berlusconi che al dialogo tra le potenze ha dedicato un po’ di tempo sottratto con difficolta’ alle cene eleganti. Il Cav fu l’artefice dell’incontro, nel 2002, a Pratica di Mare tra George W. Bush e Putin, in una prospettiva di dialogo e concerto globale dopo l’attentato alle Torri gemelle dell’anno prima.
Che a Forza Italia non piaccia il trumpismo-senza-limitismo, è confermato dalle dichiarazioni tonitruanti di Marina Berlusconi che, in un’intervista al “Corriere della Sera”, una settimana fa, sferzava lo “Sceicco” di Mar-a-Lago: “Sono sempre più preoccupata.
Prima schierarsi con gli Stati Uniti significava stare dalla parte giusta della storia. Oggi non ci sono più certezze. L’unica regola di Trump è cancellare tutte le regole. E lui la chiama libertà”.
E ancora: “Legge del più forte, prevaricazione, affarismo… Ma ci rendiamo conto che dentro il suo Paese sta provando a smontare tutti i sistemi di bilanciamento e controllo? E che dire dell’uso della violenza contro il dissenso?
Le parole di Marina sono state rinfacciate a Tajani anche alla Camera, ieri pomeriggio, dal Pd, che le ha utilizzate per “incastrare” il ministro degli Esteri di fronte all’evidenza delle sue contraddizioni.
Perdere la faccia di fronte a Marina Berlusconi, “proprietaria” del partito di cui è segretario, però, non è l’unica preoccupazione di Tajani. In pochi ricordano, infatti, che quel “Cuor di melone” del capo della Farnesina è ancora il vicepresidente del Partito popolare europeo. E per il Ppe, saldamente a guida tedesca, il “Board of peace” è una cagata pazzesca.
Lo ha fatto capire chiaramente la trimurti crucca al vertice del PPE: Manfred Weber, Friedrich Merz e Ursula von der Leyen.
Il primo è stato Weber, presidente del PPE e amico personale di Tajani. In un’intervista a “Repubblica”, che anticipava il discorso di Friedrich Merz alla Conferenza per la sicurezza di Monaco, Weber è stato chiarissimo: “I pilastri fondamentali dell’ordine mondiale stanno cambiando in modo radicale e a una velocità vertiginosa. C’è troppo affidamento su Washington. La speranza che torni la vecchia America. E lo dico chiaramente, sono un transatlantico, voglio il partenariato con l’America. Ma la vecchia America che conoscevamo non tornerà più. L’Europa deve affrontare questa realtà e acquisire finalmente consapevolezza di sé”.
Il giorno stesso, il 13 febbraio, il cancelliere tedesco, Friedrich Merz, è salito sul palco di Monaco e ha tenuto un discorso durissimo contro gli Stati Uniti. Parole inedite con cui Berlino archivia la storica alleanza con gli Usa: “Tra di noi e l’America c’è una frattura. L’Ue deve diventare più sovrana. La nostra vacanza dalla storia mondiale è finita”
Infine, la sempre pavida Ursula, che non ha proferito parola, ma ha voluto precisare che la scelta di inviare la Commissaria croata Dubravka Suica a Washington, alla riunione del Board of Peace, non significa che l’Ue aderirà alla congrega di puzzoni messa in piedi da Trump: “Ci saremo ma non come partecipanti e nemmeno come osservatori”.
“Insomma una vera e propria dissociazione ammantata con un velo di diplomazia. Non solo non ci sarà von der Leyen, ma nemmeno uno dei sei vicepresidenti della Commissione”, commenta Claudio Tito su “Repubblica”
E dire che Giorgia Meloni e il Governo hanno provato in tutti i modi a cavalcare la presenza di Dubravka Suica e degli altri Paesi europei alla riunione di Washington.
Giorgia Meloni voleva a tutti i costi volare fra le braccia di Trump e ha provato fino all’ultimo a convincere Merz ad aderire. Ma lo spilungone crucco ha risposto, seccamente, “Nein”, ribadendo come i valori europei siano in contraddizione con l’ideologia “Maga”, e rivendicando il suo pragmatismo diplomatico. Della serie: Io parlo con Trump, ma non vuol dire che aderisco alla sua politica. Del Board of Peace non condivido la forma e i metodi…
L’ex commissario Ue Mario Monti si è spinto oltre sostenendo che l’ideologia “Maga” dei vari Trump e Bannon sia incompatibile persino con la Costituzione italiana.
Ci sarebbe stato anche un colloquio tra il consigliere diplomatico di Meloni, Fabrizio Saggio, e il suo omologo tedesco, Günter Sautter. L’italiano avrebbe provato a sondare il collega, che per chiudere la questione avrebbe invece tirato in ballo nientemeno che il Vaticano.
Sautter avrebbe infatti riferito a Sautter che le perplessità tedesche sul Board of Peace sono condivise in toto dalla Santa sede.
Una settimana fa, il cardinale Pierbattista Pizzaballa, che conosce bene il Medioriente essendo il Patriarca latino di Gerusalemme, ha definito l’iniziativa di Trump una ”operazione colonialista”, ribadendo quello che ha già detto più volte: “Non si può decidere per i palestinesi senza i palestinesi”.
Una presa di posizione così forte da parte di un cardinale molto in vista non può che essere stata pronunciata senza un “imprimatur” del segretario di Stato, Pietro Parolin. Lo stesso Parolin ieri ha voluto confermare che il Vaticano “non parteciperò al Board of Peace”: “Ci sono punti che lasciano perplessi, punti critici che avrebbero bisogno di trovare delle spiegazioni”.
La diplomazia vaticana si muove in sincrono, come non succedeva da tempo. Parolin si sente molto a suo agio con Leone XIV: i due si muovono sulla stessa linea strategica, a differenza di quanto avveniva con Bergoglio, considerato troppo “tattico” e imprevedibile in politica estera.
Non a caso oggi è stato lo stesso Papa Prevost a “scomunicare” indirettamente, con molta diplomazia, il nuovo ordine trumpiamo: “Noi oggi possiamo sentire nelle ceneri che ci sono imposte il peso di un mondo che brucia, di intere città disintegrate dalla guerra: le ceneri del diritto internazionale e della giustizia fra i popoli, le ceneri di interi ecosistemi e della concordia fra le persone, le ceneri del pensiero critico e di antiche sapienze locali, le ceneri di quel senso del sacro che abita in ogni creatura”
(da Dagoreport)
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