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A UNA SETTIMANA DAL REFERENDUM SULLA GIUSTIZIA, LA DUCETTA SI RITROVA TRAVOLTA DA BURIANE INTERNAZIONALI E MILLE FAIDE INTERNE: IL TRUMPISMO CHE BOMBARDA L’IRAN E TOGLIE LE SANZIONI ALLA RUSSIA HA DI FATTO SPACCATO LA MAGGIORANZA DI GOVERNO: SALVINI, PER NON FARSI SCAVALCARE A DESTRA DA VANNACCI, VA ALLO SCONTRO TOTALE

IL PARTITO E’ DIVENTATO “COLTELLI D’ITALIA”: IN ATTO UNA GUERRIGLIA TRA I RAS DI ”VIA DELLA SCROFA” (LOLLOBRIGIDA, LA RUSSA, RAMPELLI) E LA “FIAMMA MAGICA” DI FAZZOLARI E MANTOVANO. E STA MONTANDO UNA TENSIONE LATENTE ANCHE TRA GIORGIA E ARIANNA … LA STATISTA DELLA SGARBATELLA HA PERSO L’ANTICO VIGORE COATTO, E NON SA DOVE SBATTERE LA TESTA: AL COMIZIO PER IL “SÌ” AL REFERENDUM ERA MOSCIA E SENZA VERVE – SE VINCE IL “NO”, L’UNICA SCONFITTA SARA’ LEI

Urge davvero uno bravo per Giorgia Meloni. Dimenticate la Ducetta di ieri, la Regina di Coattonia, l’Underdog che con due occhiatacce e quattro sarcasmi ti sistemava per le feste. Oggi, la Poverina si ritrova in mezzo a mille tensioni e conflitti, alle prese con buriane internazionali e faide interne.
A livello geopolitico la Camaleonte di Colle Oppio, colei che doveva far da “pontiera” tra gli Stati Uniti di Trump e l’Europa di Ursula von der Leyen, è finita a far la “portiera” del Bundestag del cancelliere Merz, ultima forza economico e militare europea a cui attaccarsi per non finire nel girone del’inaffidabilità e quindi dell’irrelevanza.
La guerra in Iran, sovrapponendosi a quella in Ucraina, sta amplificando le distanze tra gli Stati Uniti e l’Ue, da un punto di vista di metodo (bombardamenti contro sanzioni e diplomazia/intelligence) ma anche di merito.
Ed è l’Europa, come al solito, a ritrovarsi come vaso di coccio tra Usa e l’asse Cina/Russia/Iran, e di conseguenza a pagare il prezzo più alto dal punt di vista economico.
Anche Giorgia Meloni, dopo aver abbracciato con mille piroette il Far West politico di Trump, si è resa conto che l’instabilità mentale e l’amoralità affaristica del Caligola della Casa Bianca non permette più mediazioni.
Quando ha tentato di trattare con i partner europei per trovare una via di uscita dal blocco dello Stretto di Hormuz da contrapporre al Trumpone (che anche oggi è tornato a minacciare la Nato: “Ci sarà un futuro molto negativo se non interverranno”), il marito di Melania l’ha subito messa in difficoltà.
In un colloquio telefonico con la corrispondente dagli Usa del “Corriere della Sera”, Viviana Mazza, Trump ha detto: “Giorgia Meloni cerca sempre di aiutare, è un’ottima leader ed è una mia amica”. Un modo per sputtanarla con i Macron e i Merz, gli Starmer e i Sanchez.
La premier ha sperato di salvarsi attaccandosi alla giacchetta del cancelliere tedesco Friedrich Merz. Ma la Melona ha fatto male i conti: prima il violento pronunciamento di Merz contro il mondo MAGA alla conferenza sulla sicurezza di Monaco e poi, di fronte alla guerra Usa-Israele all’Iran, il Cancelliere ha cominciato a ridefinire la linea tedesca in una chiave più pragmatica, avvicinandosi a Emmanuel Macron e a Keir Starmer.
Questa mattina, alla richiesta di Trump di coinvolgere nel suo fallimento iraniano i paesi europei, Merz ha fatto dire al suo portavoce: “Questa non è una guerra della Nato e non ha nulla a che fare con la Nato”.
Anche di fronte alla decisione di Trump di revocare le sanzioni alla Russia (al momento, ha varato una deroga agli acquisti di greggio russo all’India, ma non esclude di allentare l’embargo in generale), la reazione di Merz è stata una ferma condanna, sulla stessa linea di Macron e della Commissione europea (soprattutto dell’Alto rappresentante per la politica estera, l’estone Kaja Kallas).
Se si isola dal gruppo di testa dell’Unione, a Giorgia Meloni restano solo i putiniani per convinzione e per lucro, come l’ungherese Viktor Orban e lo slovacco Robert Fico, e quelli per interesse, come il premier conservatore belga Bart De Weder, che ieri ha aperto alla normalizzazione dei rapporti con la Russia per “recuperare l’accesso all’energia a basso costo”.

La posizione di De Weder non è una novità: il Belgio, tramite la società Euroclear, detiene la maggior parte dei soldi russi congelati in Ue: a dicembre, insieme proprio a Giorgia Meloni, fu lui a impedire l’utilizzo dei beni di Mosca sequestrati in Europa.
Che farà Giorgia Meloni di fronte a questo dilemma? Tenere il piede in due staffe è sempre più complicato, anche per ragioni interne.
Non passa giorno che Matteo Salvini e la Lega, a loro volta in difficoltà per la concorrenza a destra del turbo-putiniano Roberto Vannacci, non prendano posizione a favore della riapertura di un canale con Mosca.
La maggioranza di governo di fatto è spaccata: il segretario del Carroccio è sempre più schiacciato sulle posizioni di Trump e Putin rappresenta un problema politico enorme: non solo si pone in contrapposizione con la linea del Quirinale, ma soprattutto con l’esecutivo stesso.
Agli scazzi con Salvini, non basta Tajani col tovagliolo sul braccio: si aggiunge la distanza siderale con Marina Berlusconi, che a febbraio, intervistata dal “Corriere della Sera”, aveva tuonato contro il tycoon: “Sono sempre più preoccupata. Prima schierarsi con gli Stati Uniti significava stare dalla parte giusta della storia. Oggi non ci sono più certezze. L’unica regola di Trump è cancellare tutte le regole. E lui la chiama libertà”.
“Melonia Trump”, inoltre, si sta accorgendo che mantenere sotto schiaffo la coalizione di governo, formata dal suo “maggiordomo ciociaro” di Forza Italia, e dal poco che resta del Tovarish della Lega, Matteo Salvini, è una passeggiata di salute rispetto alla governance sempre più turbolenta che attraversa il suo partito.
Come ai tempi della Democrazia Cristiana e del Partito Comunista, gran contenitori di correnti con posizioni diverse, anche Fratelli d’Italia, diventato partito di massa, si ritrova infatti attraversato e destabilizzato da una guerriglia intestina fatta di colpi bassi, ripicche e sputtanamenti, intrighi e complotti.
Alle tensioni ideologiche (lo zoccolo giustizialista post-missino non riesce a trovare l’entusiasmo per recarsi alle urne a votare “Sì” alla riforma della giustizia), si sommano gli scontri tra le correnti di Via della Scrofa (Lollobrigida, Rampelli, La Russa, Mollicone) e la “Fiamma Magica” di Palazzo Chigi (Fazzolari e Mantovano) per la partita delle nomine delle società di Stato e la riforma elettorale che fa fuori le preferenze.
Una parabola prevedibile, considerando che siamo davanti a un partito-miracolo: al suo esordio alle politiche del 2013 non arrivò al 2% e dopo cinque anni, nel 2018, raggiunse il 4,3% (contro il 14% di Forza Italia e il 17,4% della Lega). Più che un incremento di voti, un’autentica esplosione di consensi che ha issato, per la prima volta nella storia repubblicana, una donna sulla poltrona di premier.
Una volta intronizzata a Palazzo Chigi, l’ex “gabbianella” di Colle Oppio, pur travolta tra salamelecchi e baci della pantofola dei tanti che sgomitavano per salire sul carro del vincitore, è stata costretta a prendere atto che la classe dirigente del partito era insufficiente, inadeguata e spesso impresentabile.
E quella manciata di politici, esponenti e manager della Fiamma che si salvavano, dopo trent’anni passati reietti e a digiuno ai margini della cuccagna del potere, erano ignari dei mille artifici e giochi di potere che serpeggiano, e avvelenano i pozzi, nei Palazzi romani.
Diffidente di tutti coloro che non hanno le loro radici nella destra del Movimento Sociale e del Fronte della Gioventù, o perlomeno in quella Alleanza Nazionale che Fini annacquò a Fiuggi, la “Melona” ha sempre governato il partito concentrando tutto il potere nelle sue manine.
Una volta a capo di un governo di coalizione dove brilla il suo nemico più intimo, quel rompicazzi in servizio permanente ed effettivo di Matteo Salvini, malgrado la sua cocciutaggine da secchiona e la dipendenza patologica al lavoro politico, gli otoliti del suo sistema nervoso hanno iniziato ad andare in tilt.
E anche se non emergerà mai pubblicamente, esiste e sta montando una tensione latente anche tra sorelle: sono molti i punti d’attrito tra Giorgia e Arianna Meloni, in quanto espressioni della linea di governo di Palazzo Chigi una, e del partito di via della Scrofa l’altra.
Scazzi, sgambetti, veleni che si inseriscono nella crescita abnorme dei potentati del partito: grazie al potere, leaderini locali hanno coltivato la loro ubriacatura di posti e prebende, e hanno iniziato a sbroccare.
Rotti i ponti con l’antico demiurgo Fabio Rampelli, sostituito da Donzelli e Lollobrigida, dal 2023 la governance di via della Scrofa è passata da una sorella all’altra.
Ma pur contando due anni di più, Arianna è sempre rimasta nell’ombra di Giorgia: nel 2000 era solo una dipendente della Regione Lazio e la compagna di ‘’Lollo’’, nomignolato lo “Stallone di Subiaco”.
Benché negli ultimi tempi sia partita una campagna mediatica fitta di interviste e apparizioni pubbliche, che Arianna non possieda la “cazzimma” del potere, fatta di scaltrezza e determinazione e abilità oratoria che si trasforma in leadership, se n’è dovuta accorgere amaramente la secondogenita.
E finora Arianna, dal 24 agosto 2023 capo della segreteria politica e responsabile del tesseramento di Fratelli d’Italia, non ne ha azzeccata una: dalla Sicilia (caso Cannata) alla Lombardia (dove non tocca palla con Ignazio La Russa), passando per il fattaccio Ghiglia-Ranucci, per finire a Cinecittà con la nomina della Cacciamani.
Le tensioni sulla gestione del potere che ieri vedevano contrapposte le varie anime di Piazza del Gesù, sede del partito, e i democristiani al governo di Palazzo Chigi, oggi si ripropongono tra via della Scrofa e la “Fiamma magica” intronizzata a Palazzo Chigi.
Non è un caso che al tavolo per il rinnovo dei vertici di numerose partecipate statali, con oltre 100 nomine in ballo tra cui spiccano i colossi quotati come Leonardo, Eni, Enel, Poste Italiane, Mps, Enav e Terna, per conto del primo partito della maggioranza, ci siano Francesco Lollobrigida in “quota partito” (grazie a una vigorosa dote di voti, storicamente rappresenta una forte base di consenso per FdI) e il sottosegretario Richelieu di Lady Giorgia, Giovanbattista Fazzolari, in “quota Governo”.
Molti analisti dei Palazzi del potere dimenticano che la tornata di nomine va considerata strategica non solo per gli equilibri del governo ma anche per gli equilibri interni dei partiti della maggioranza. E tra Lollo e Fazzo c’è fibrillazione sulle nomine e riconferme dei vertici dei colossi pubblici, da Eni a Enel, da Terna a Leonardo.
Una fibrillazione che coinvolge tutti i dossier, non solo le nomine (ad esempio Giuseppina Di Foggia e Flavio Cattaneo, rispettivamente ad di Terna e di Enel, sono difesi dal partito, mentre Fazzolari avrebbe in mente altri nomi), ma si allarga a ogni campo
Si veda il caso Biennale, dove Fazzolari e Mantovano, una volta messo il guinzaglio al ministro della Cultura Alessandro Giuli, caro ad Arianna, lo hanno lanciato all’inseguimento del ribelle veneziano Buttafuoco, caro al cuore di Giorgia
O il ruolo di Italo Bocchino, inviso a Giorgia e a Fazzolari nonostante i suoi salamelecchi e peana televisivi, mentre la sorella, come Ignazio La Russa, è più aperturista (al punto da aver partecipato sorridente e compiaciuta alla presentazione del libro dell’Italo tascabile e multi-tasking).
Altri esempi di scazzo sull’asse Scrofa-Chigi: il caso Sangiuliano (Arianna l’ha protetto e spinto a candidarsi in Campania, in barba alla “Fiamma Magica”); il duplex Nordio-Bartolozzi (il Governo li deve proteggere, gli esponenti del partito rumoreggiano contro la Zarina del ministero della Giustizia: “Deve tenere a freno la lingua”).
Oggi il caso Cirielli: a Giovanbattista Fazzolari, sposato con una donna ucraina e su posizioni intransigenti contro la Russia, di certo non può aver fatto piacere la notizia dell’incontro del viceministro degli Esteri con l’ambasciatore russo in Italia, Aleksej Paramonov.
Nella guerra sotto-traccia in Fratelli d’Italia ha un ruolo di primo piano anche il presidente del Senato, Ignazio La Russa: in Lombardia, dove ‘Gnazio e il fratello Romano se la comandano, è partito da tempo il killeraggio contro Carlo Fidanza, l’eurodeputato su cui Giorgia e Arianna avevano puntato come candidato in Regione nel 2028 (La Russa, che già aveva tirato fuori dal cilindro il nome di Maurizio Lupi come candidato sindaco a Milano, vorrebbe invece Alessio Butti).
L’ala La Russa-Santanchè sgomita anche in tv: ospite fissa nei talk di Paolo Del Debbio c’è Grazia Di Maggio, 30enne di bella presenza, pupilla della seconda carica dello Stato.
Anche sulla linea politica, i contrasti non mancano. Il siculo-meneghino, che ha sempre goduto di un ottimo rapporto con la Procura di Milano, non ha nascosto la propria contrarietà alla riforma della giustizia: “E’ giusta la separazione, ma forse il gioco non valeva la candela… L’esito del Referendum avrà conseguenze politiche ma non avrà conseguenze drastiche, come con Renzi. Del resto se dovessero vincere i Sì i leader di opposizione si dimetterebbero? Nessuno chiederà a Conte o a Schlein di dimettersi”.
E qualche giorno fa ha di fatto smentito la retorica sulla mala-giustizia, sostenendo: “Meno casi Garlasco? Non è l’obiettivo della riforma” (ma era stata la stessa Meloni a sfruttare l’omicidio di Chiara Poggi per la campagna elettorale)
Anche la regia del Governo Meloni al piano di Lovaglio-Caltagirone-Milleri per la scalata Mps-Mediobanca, obiettivo il forziere d’Italia di Assicurazioni Generali, non ha mai fatto girare la testa a La Russa, che non è mai stato trafitto dalle affinità elettive scoppiate tra la Fiamma Magica di Palazzo Chigi e l’imprenditore Caltagirone. (Del resto, il padre di ‘Gnazio ha guidato uno studio legale legatissimo a Salvatore Ligresti e al patron del mondo economico e finanziario italico che era incarnato da Enrico Cuccia con la sua Mediobanca)
Con questo triplo accerchiamento (Trump, Salvini-Tajani-Berlusconi, il partito), Giorgia Meloni si incupisce, e sta scemando la verve coatto-popolaresca in modalità “Io so’ una di voi” che l’ha fatta giganteggiare per tre anni e mezzo rispetto alla verbosa e arzigolata opposizione di Schlein e Conte.
Lo si è visto giovedì 12 marzo, al primo e unico comizio per il “Sì” della premier: lo sguardo basso, il discorso senza mordente, il vigore coatto d’un tempo perduto.
Come scrive Lorenzo Castellani su “Domani”: “Sembra che la presidente del Consiglio preferisca gestire una sconfitta su cui ha messo poco la faccia che prendersi dei rischi per cercare di vincere la partita. L’atteggiamento è difensivo e probabilmente si lega alla situazione internazionale. La guerra all’Iran ha ridotto molto la portata mediatica del referendum e ha aperto a una difficile situazione sia diplomatica sia economica.
I leader sono terrorizzati da un’opinione pubblica che, anche a destra, non vuole sentire parlare di guerre e men che meno è disposta a pagarne il conto, anche in forma indiretta. Dall’altro lato, però, Meloni sì è impegnata a essere una alleata affidabile di Trump e quindi non può sfilarsi del tutto dal sostenere l’azione americana, come testimonia l’invio di qualche arma nel Golfo.
Mentre è incastrato in questa strettoia tra interni ed esteri, il governo si ritroverà a breve a fronteggiare una situazione economica peggiore del previsto.
Si pensi se, a seguito di una possibile bocciatura della riforma costituzionale della magistratura il governo, già indebolito, si dovesse trovare ad affrontare una crisi molto pesante. Ciò implicherebbe una crescita del costo del debito, cittadini e imprese preoccupati dall’inflazione, salari già bassi messi ancora più a dura prova e una riduzione dello spazio fiscale nella prossima manovra di bilancio.
A quel punto il rapporto tra promesse e realtà sarebbe radicalmente capovolto: il governo non potrebbe abbassare le tasse o garantire nuovi sussidi nell’anno elettorale e probabilmente sarebbe costretto a concentrare le risorse sul contrasto
alla crescita dei costi energetici, sul finanziamento del debito pubblico e si ritroverebbe a dover aumentare il prelievo fiscale”.
Sì perché, mentre in Italia ci trastulliamo con il Csm e l’Alta corte, le sparate della “Zarina” Bartolozzi e il padiglione russo di Buttafuoco, il mondo sta andando gambe all’aria: Giorgia Meloni si sta rendendo conto che lo scenario è uan polveriera e le ripercussioni potrebbero esserle fatali.
Ad esempio, insieme al ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, aveva fatto affidamento sull’uscita dalla procedura di infrazione nel 2026, ma chiudere con un deficit inferiore al 3%, con l’aria che tira, rischia di diventare impossibile. Se così fosse, per l’Italia, che dal prossimo anno non avrà più i fondi del Pnrr a sostenere la propria economia, si chiuderanno le porte dei prestiti agevolati “Safe” della difesa.
Il Tesoro sta cercando di trattare con l’Eurostat un aggiustamento e una ridefinizione delle statistiche, ma niente è scontato.
Al punto che l’autoritaria Giorgia Meloni, che è sempre andata dritta come un treno, fregandosene dei partiti d’opposizione, ha improvvisamente cambiato strategia, e l’altro giorno ha telefonato a Elly Schlein, Giuseppe Conte e agli altri per tentare di aprire una sorta di gabinetto di guerra sull’Iran.
Ricevendo, prevedibilmente, una serie di no: dopo tre anni e mezzo passati a chiudere ogni porta al dibattito civile, non è questo il momento di andare in soccorso della Ducetta, e questo lo capisce anche un’opposizione incapace come quella che si ritrova questo disgraziato Paese…
Ps. Ciliegina sulla torta, ad aggravare la situazione ci sono anche gli attacchi iraniani ai contingenti italiani all’estero, a Erbil (Iraq) e in Kuwait. Una questione delicatissima da gestire per Giorgia Meloni: l’Italia è un paese che la guerra non vuole vederla nemmeno in televisione. È un attimo che la “madre” Meloni si ritrovi il “partito delle mamme” dei nostri militari a incatenarsi a Palazzo Chigi per il rimpatrio dei loro figli…
(da Dagoreport)

This entry was posted on lunedì, Marzo 16th, 2026 at 20:36 and is filed under Politica. You can follow any responses to this entry through the RSS 2.0 feed. You can leave a response, or trackback from your own site.

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