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QUANDO TRUMP CHIAMA, GIORGIA MELONI BATTE I TACCHI: A DICEMBRE LA DUCETTA SI SCHIERÒ CON LA FRONDA CONTRARIA ALL’USO DEI BENI CONGELATI SOLO DOPO UNA CHIAMATA CON IL PRESIDENTE AMERICANO

Febbraio 24th, 2026 Riccardo Fucile

IL RETROSCENA DAL CONSIGLIO EUROPEO DEL 18 DICEMBRE, QUANDO L’UE DECISE DI NON CONFISCARE GLI ASSET RUSSI CONGELATI, È SVELATO DA BILL WHITE, AMBASCIATORE AMERICANO A BRUXELLES… IN QUELL’OCCASIONE, FONDAMENTALE PER DIROTTARE GLI EQUILIBRI DEL CONSIGLIO FURONO I SOLITI PUTINIANI, L’UNGHERESE VIKTOR ORBÁN E LO SLOVACCO ROBERT FICO, INSIEME AL CECO ANDREJ BABIS, A CUI SI ACCODÒ L’ATLANTISTA A-LA-CARTE GIORGIA

Un’intervista dell’ambasciatore americano in Belgio a un quotidiano in lingua fiamminga non avrebbe alcun motivo di interesse per l’Italia, se non fosse che svela un episodio importante su Giorgia Meloni e la dinamica del suo rapporto con Donald Trump: «Bart De Wever (primo ministro belga, ndr) – risponde Bill White, rappresentante del governo Usa a Bruxelles, al giornale De Tijd – sarebbe un buon presidente per l’Europa.
È fantastico. Può riconciliare molti schieramenti e non si lascia intimidire da nessuno. Ursula von der Leyen ha provato, con la sua proposta di sequestrare i beni congelati presso Euroclear, ma lui ha resistito. Con un po’ di aiuto da parte mia, devo dire. Ho chiamato Giorgia Meloni. Poi lei ha parlato con il nostro presidente e si è schierata a fianco di Bart».
Per capire di cosa stiamo parlando, bisogna ricostruire gli antefatti e ricordare cosa è successo prima e durante il Consiglio europeo del 18 dicembre scorso. È il vertice in cui i leader dell’Unione confermano il congelamento degli asset russi, detenuti in gran parte in Belgio e gestiti dalla società finanziaria Euroclear (190 miliardi di euro circa), senza confiscarli per destinarli alla ricostruzione in Ucraina, a seguito di timori per le regole del diritto internazionale e per la stabilità finanziaria europea.
L’Europa si spacca, e il Belgio con l’aiuto dell’Italia e dell’Austria spinge per una maggiore prudenza, nel timore di ritorsioni di Mosca e di potenziali danni economici, conseguenti alle quasi certe cause legali che seguirebbero.
I giornali italiani ed europei titolano che prevale la linea di Giorgia Meloni: gli asset restano dove sono, e si vira sul compromesso del prestito di 90 miliardi a Kiev.
Due mesi dopo, l’ambasciatore americano in Belgio Bill White, racconta, in una manciata di parole, cosa è avvenuto nelle ore precedenti a quella decisione. Qualcosa, già allora, si era intuito delle pressioni di Washington sull’Europa e sui leader considerati più sensibili agli appelli di Trump.
Ma è certamente rivelatorio che un diplomatico americano di stanza in un Paese europeo chiami una leader dei Ventisette, per suggerirle – a suo dire – di sposare le posizioni del belga De Wever, totalmente in linea con i desiderata della Casa Bianca.
Secondo le dichiarazioni di White, subito dopo Meloni chiama Trump e si schiera con la fronda contraria all’uso dei beni congelati russi. Fino a quel momento il governo italiano non era stato mai così netto. C’era cautela, vista anche la contrarietà della Lega di Matteo Salvini a infliggere uno sgarbo ulteriore a Vladimir Putin. Se avesse scelto diversamente, la destra avrebbe anche scontentato il presidente americano.
Neanche a dirlo, fondamentale, per dirottare gli equilibri del Consiglio sul prestito di 90 miliardi invece che sugli asset di Mosca, si rivela la sponda dell’ungherese Viktor Orbán, dello slovacco Robert Fico e del ceco Andrej Babis
(da La Stampa)

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ZELENSKY NON PIACE AGLI OCCIDENTALI PERCHÉ RICORDA LORO IL PREZZO DELLA LIBERTÀ: “HA COSTRETTO L’OCCIDENTE A GUARDARE LA GUERRA OGNI GIORNO. ADESSO COSTRINGE L’OCCIDENTE A GUARDARE SÉ STESSO”

Febbraio 24th, 2026 Riccardo Fucile

“DEMOCRAZIE OCCIDENTALI SOTTO STRESS, UN INSIEME DI SOCIETÀ CHE SI EMOZIONANO DAVANTI ALL’INGIUSTIZIA E POI CERCANO UN MODO PER ARCHIVIARLA; CHE CHIEDONO VIRTÙ A CHI COMBATTE E PRAGMATISMO A CHI INVADE”

Nel febbraio 2022 Volodymyr Zelensky era, per molta parte dell’Occidente, ancora un esperimento: un presidente arrivato dalla televisione, un attore diventato capo dello Stato, un uomo che aveva vinto le elezioni promettendo normalità e si era ritrovato, nel giro di poche ore, a dover incarnare l’opposto: la guerra totale.
La sua leadership, in questi quattro anni, non è stata soltanto la gestione di un’invasione; è stata una lunga negoziazione con le aspettative altrui – soprattutto americane ed europee – e con il bisogno, quasi fisico, di tenere insieme un Paese che rischiava di frantumarsi sotto le bombe.
Il gesto fondativo del “personaggio Zelensky” – quello che ha sigillato l’immagine prima ancora della realtà – è il rifiuto dell’evacuazione da Kyiv: «I need ammunition, not a ride».
Ma la forza di quella risposta, vera o ricostruita che fosse, ha funzionato come funzionano le frasi che servono: ha trasformato un presidente in un simbolo e ha dato all’Occidente un copione comprensibile – resistenza, coraggio, Davide contro Golia – dentro cui incanalare armi, soldi, consenso.
Zelensky ha imparato presto che la guerra moderna si combatte anche dentro i parlamenti: che ogni pacchetto di armi è anche un voto, ogni pacchetto di aiuti è anche una coalizione domestica da tenere in piedi, ogni “sì” è condizionato da un elettorato che cambia umore.
La Casa Bianca di Biden ha costruito una filiera di sostegno – politica, militare, diplomatica – che ha reso possibile la sopravvivenza dello Stato ucraino nei mesi in cui l’ipotesi del crollo era, per molti, una previsione ragionevole. In quel periodo Zelensky è stato, soprattutto, un leader della comunicazione che si è dovuto fare leader della Storia.
Ha usato la voce come un’arma: discorsi ai parlamenti, video quotidiani, una presenza quasi ossessiva costruita per impedire la rimozione. Ha capito che l’Occidente è solidale finché guarda, e che l’attenzione è una risorsa più scarsa delle munizioni. Nel bene, questa capacità di tenere l’Ucraina al centro del campo visivo ha retto più del previsto; nel male, ha creato una dipendenza strutturale dall'”essere ascoltati”, una forma di diplomazia che, col tempo, ha iniziato a somigliare a una supplica rituale: necessaria, ma umiliante.
E quando, tra 2023 e 2024, il sostegno americano si è inceppato nelle frizioni di Capitol Hill e nella polarizzazione interna, Zelensky ha sperimentato la legge non scritta di Washington: l’alleanza non è mai un sentimento, è sempre un rapporto di forze.
Il rapporto con l’Europa, in parallelo, è stato più ambiguo e più rivelatore. Zelensky ha costretto l’Unione a ricordarsi cosa significhi geopolitica, cioè che non basta
essere un mercato ma bisogna diventare anche una potenza, possibilmente unita soprattutto in politica estera.
Ha spinto l’Europa a trasformare parole in strumenti – sanzioni, fondi, addestramento, produzione militare – e insieme ne ha esposto i limiti: la lentezza decisionale, le differenze tra capitali, la tentazione periodica di trattare la guerra come un dossier e non come un trauma continentale
La sua leadership, per la Nato, ha avuto un effetto simile, perché ha reso l’Alleanza di nuovo un dispositivo di deterrenza e non solo un’eredità della Guerra Fredda, ma ha anche messo a nudo la contraddizione centrale – l’Ucraina come avamposto che difende l’Europa senza essere Europa fino in fondo, che protegge la Nato senza essere Nato
È in questa terra di mezzo che Zelensky ha costruito, con ostinazione, la richiesta più realistica e più disperata: garanzie di sicurezza credibili, non promesse, non formule. Anche oggi continua a ripetere che un accordo dignitoso deve poggiare su garanzie robuste e durature, e chiede un orizzonte lungo (anni, decenni), perché sa che un cessate il fuoco senza architettura è solo una pausa operativa per l’aggressore.
Per l’Europa, Zelensky è stato insieme specchio e catalizzatore. Ha costretto l’Unione a confrontarsi con la propria vulnerabilità strategica, ha accelerato decisioni che per anni erano rimaste sospese: sanzioni, fondi comuni, riarmo, cooperazione industriale nella difesa.
Chiedere garanzie, per un paese invaso, è una condizione di sopravvivenza.
Ed è qui che la traiettoria Zelensky cambia tono con l’avvento della seconda amministrazione Trump. Se con Biden la relazione era un patto – faticoso, negoziato, ma leggibile – con Trump diventa un braccio di ferro sul linguaggio stesso della guerra
Zelensky ha fatto qualcosa che non è solo tattica ma identità politica, ha provato a inchiodare pubblicamente la contraddizione, dicendo in sostanza che la pace non può essere una richiesta unilaterale rivolta a chi subisce l’aggressione. È il rischio calcolato di esporsi, irritare l’alleato indispensabile, ma anche provare a salvare la guerra dall’essere riscritta come una “crisi tra due parti” e non come un’invasione.
Questa è stata, forse, la qualità più stabile della sua leadership, la capacità di dare una forma morale a ciò che accade, senza però poterla sostenere da solo. Zelensky ha interpretato il ruolo del presidente in tempo di guerra come un patto di presenza, un patto in cui ha scelto di restare, parlare, farsi vedere. Ma ogni presenza, col tempo, si consuma.
E negli anni la sua figura ha dovuto reggere anche la gestione del potere sotto legge marziale, la compressione inevitabile di pluralismo e conflitto politico, e soprattutto la questione che in Ucraina è più corrosiva della propaganda russa: la corruzione. Ovvero tutto ciò che logora dall’interno.
Da un lato Zelensky ha costruito una narrazione di “tolleranza zero” e ha autorizzato epurazioni e dimissioni eccellenti […]. Dall’altro, la corruzione è rimasta un rumore di fondo capace di diventare improvvisamente esplosione: il caso Energoatom e le dimissioni/siluramenti di ministri nel 2025, e l’allargarsi nel 2026 di indagini che sfiorano livelli alti dell’apparato, hanno rimesso in discussione non solo la moralità di singoli, ma lo stile di governo, le reti di fedeltà, la capacità dello Stato di riformarsi mentre combatte. In una guerra lunga, la corruzione non è un tema interno, ma una falla strategica, perché erode fiducia, rallenta la macchina, fornisce munizioni politiche a chi in Europa e negli Stati Uniti vuole disimpegnarsi.
Che tipo di leader è stato, allora, Zelensky? È stato un presidente che ha convertito la propria biografia […] in un dispositivo di resistenza nazionale, un leader che ha capito il potere della scena e l’ha usato non per recitare la guerra, ma per impedire che la guerra diventasse un rumore lontano.
È stato un leader capace di trasformare una scelta individuale (restare a Kyiv) in una psicologia collettiva (resistere), e di tenere aperto il canale con l’Occidente per anni, cosa che nessun generale avrebbe potuto fare da solo. Ma è stato anche un leader intrappolato nella dipendenza dagli alleati e nei limiti strutturali del suo Stato, costretto a negoziare ogni giorno con l’America […] e con un’Europa che sostiene l’Ucraina, ma raramente riesce a reggerne il peso al posto di Washington.
Oggi, nel quarto anniversario dell’invasione, Zelensky appare insieme più esperto e più esposto: meno icona e più politico, meno unanimemente celebrato e più apertamente contestato, dentro e fuori. E forse questa è la misura più precisa dei suoi quattro anni: aver tenuto in piedi l’Ucraina abbastanza a lungo da costringere il mondo a scegliere, ma non abbastanza da liberarla dall’umiliazione di dover chiedere, ancora, la stessa cosa – garanzie, armi, tempo – mentre qualcuno prova a trattare la pace come se fosse un favore e non un diritto
In questi quattro anni Zelensky ha attraversato una metamorfosi che assomiglia a quella delle democrazie occidentali sotto stress, un insieme di società che si emozionano davanti all’ingiustizia e poi cercano un modo per archiviarla; che sostengono l’aggredito e insieme ne controllano la purezza; che chiedono virtù a chi combatte e pragmatismo a chi invade.
Zelensky si trova nel punto esatto in cui queste contraddizioni prendono voce. È diventato uno specchio: specchio di un’Ucraina che ha scoperto una coesione inattesa, ma anche le proprie fragilità strutturali; specchio di un’Europa che ha riscoperto la geopolitica e deve ancora misurare il prezzo pieno della propria sicurezza; specchio di un’America che resta decisiva e insieme più imprevedibile, più interna, più elettorale.
In questo senso il suo profilo coincide con il profilo del nostro tempo: un tempo in cui la guerra torna nel cuore d’Europa e l’Europa scopre il prezzo della propria sicurezza; un tempo in cui l’America, decisiva, appare meno prevedibile; un tempo in cui la parola “pace” diventa contendibile, e il rischio più grande consiste nel trasformarla in una procedura, separata dalla responsabilità.
Se nel febbraio 2022 Zelensky offriva all’Occidente un’immagine rassicurante – la resistenza come storia lineare – oggi offre un’immagine più disturbante e più vera perché incarna la resistenza come lavoro lungo, impuro, costoso, pieno di errori e di necessità, che chiede agli alleati qualcosa di più difficile dell’entusiasmo: continuità, coerenza, memoria.
E forse proprio qui sta il suo significato politico più netto. Zelensky ha costretto l’Occidente a guardare la guerra ogni giorno. Adesso costringe l’Occidente a guardare sé stesso: come tratta chi viene invaso, che linguaggio usa quando la solidarietà diventa fatica, quale parte della colpa prova a redistribuire per rendere sopportabile una storia che, all’inizio, appariva semplice.
(da “La Stampa”)

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SUL POLIZIOTTO KILLER DI MILANO IL DISASTRO E’ TUTTO DI SALVINI E MELONI

Febbraio 24th, 2026 Riccardo Fucile

AVETE FATTO PROPAGANDA SU UN CADAVERE PER IL SI’ AL REFERENDUM, STRUMENTALIZZANDO LA MORTE DI UN UOMO PER APPROVARE L’ENNESIMO DECRETO SICUREZZA

Ci dispiace, sul serio, cari Salvini, Meloni, Bignami, eccetera, ma sul poliziotto killer di Milano Rogoredo avete fatto e disfatto tutto voi.
Siete voi Matteo Salvini, un minuto dopo che le agenzie avevamo battuto la notizia della morte di Aberrahim Mansouri, a dire che stavate col poliziotto “senza se e senza ma”. Garantisti solo coi potenti e coi colletti bianchi, in attesa del terzo grado di giudizio solo con gli amici vostri.
Siete voi Giorgia Meloni che avete strumentalizzato questa vicenda di cronaca per approvare alla chetichella una norma che impedisce di iscrivere d’ufficio nel registro degli indagati chi spara a qualcuno, sia esso un agente o un privato cittadino, perché “la difesa è sempre legittima”. Regalando un assist che nemmeno Maradona a chi, come Carmelo Cinturino, la legittima difesa l’ha inscenata per coprire un probabile omicidio volontario.
Siete voi Galeazzo Bignami che avete usato la morte di una persona per dire che bisognava votare Sì al referendum, perché altrimenti avremmo avuto i manifestanti violenti scarcerati e i poveri poliziotti innocenti in galera.
Vi nominiamo in tre, ma siete stati tutti, all’unisono come vostro solito, a scatenare i vostri strumenti di propaganda travestiti da giornali, le vostre “bestie” social, i vostri commentatori-bot programmati per insultare chiunque osasse dire il contrario, o usava qualche condizionale, o coltivasse anche solo il dubbio che le cose fossero andate diversamente.
È inutile piangere sul latte versato, adesso.
E inutile dire che chi sbaglia in divisa deve pagare doppio, dopo che per anni siete andati avanti a dire che non deve pagare nulla. Chi sbaglia paga il giusto, chiunque esso sia. Senza forche, e senza pene esemplari. Si chiama Stato di diritto.
È inutile dire che è una piccola mela marcia in un corpo sano, perché la rete di connivenze e coperture che sembra emergere impone un’indagine seria. Evitate, anche a sto giro, di emettere sentenze prima del tempo, grazie
È inutile pure dire che no, no, no, lo scudo penale non esiste. C’è, l’avete messo voi, l’avete pure sbandierato, e se non fosse stato per Mattarella sarebbe stata una misura ad hoc per le forze dell’ordine. Anziché tutelare i cittadini dagli abusi, avete deciso di tutelare chi spara dalle indagini. Complimenti vivissimi, benvenuti nella realtà.
Ed è inutile che adesso facciate retromarcia dicendo che il referendum sulla giustizia non c’entra nulla con questa storia. Nella vostra lista di errori giudiziari che state squadernando a ogni ora per delegittimare la magistratura vi tocca aggiungere il vostro, a questo giro. Quello della politica che spunta sentenze prima del tempo, per farsi gli affari suoi, incurante di chi ci va di mezzo. Come suo solito. Mentre i magistrati, per fortuna, non vi ascoltano e fanno il loro mestiere.
(da Fanpage)

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IRAN-VENEZUELA E RITORNO, ORA I SOLDATI USA SI RIBELLANO ALLE BIZZE DI TRUMP: “11 MESI IN MARE, NON FUNZIONA NEANCHE IL WC”

Febbraio 24th, 2026 Riccardo Fucile

L’EQUIPAGGIO DELLA PORTAEREI GERARD FORD, FURIOSO PER IL PROLUNGARSI DELLA MISSIONE, MEDITA DI LASCIARE LA MARINA

C’è chi si è perso i funerali del bisnonno, chi i primi passi della figlioletta, chi non ha potuto star vicino al fratello malato di cuore. E se ci si mettono pure gli scarichi dei wc intasati e la puzza di fogna, la prova diventa davvero durissima. È in queste condizioni che si trovano ad operare i marinai della portaerei Usa Gerald R. Ford, in mare ormai da 8 mesi per seguire le strategie o gli umori di Donald Trump. La più grande nave da guerra statunitense era partita a giugno per una missione programmata nel Mediterraneo. Poi, a ottobre, dal Pentagono è arriva la comunicazione del cambio di rotta: la Gerald Ford è stata inviata verso i Caraibi per supportare la nuova politica iper-aggressiva sul Venezuela: prima i sequestri di petroliere e i raid mirati al largo, poi l’operazione militare per catturare il dittatore di Caracas Nicolás Maduro. Neanche il tempo di risolvere, almeno apparentemente, il problema Venezuela, che tra le mani di Washington è tornata la patata bollente dell’Iran, col dilemma sul se e come rispondere alla repressione delle proteste e alla possibile riattivazione del programma nucleare da parte del regime. In attesa di decidere se attaccare o meno, la Casa Bianca ha scelto di spostare forze navali senza precedenti nella regione. Compresa, ça va sans dire, la Ford, ridirottata a sorpresa dall’Oceano Atlantico verso il Medio Oriente. Per la «gioia» dei soldati e marinai che vi operano.
La missione più lunga di sempre e la rabbia dei soldati
Normalmente i dispiegamenti delle portaerei in tempo di pace durano sui sei mesi, ha spiegato al Wall Street Journal Mark Montgomery, contrammiraglio in pensione. I marinai della Ford sono lontani da casa già da 8 mesi, ed è facile pensare che ci resteranno per almeno altri tre. Se arrivasse effettivamente a 11 mesi, quello della portaerei «per tutti gli usi» diventerebbe il più lungo dispiegamento senza interruzioni di una nave della Marina statunitense. Una scelta operativa che rischia di avere conseguenze pratiche deleterie: i patimenti dei marinai, specialmente quelli che hanno mogli o mariti, figli piccoli, genitori anziani, starebbero portando molti di loro a valutare seriamente di lasciare la Marina una volta tornati in patria. Lo hanno confessato essi stessi parlando sotto garanzia di anonimato alla testata Usa. Molti dei membri dell’equipaggio della Ford sono «turbati e arrabbiati», ha detto uno di loro. E perfino i capi della missione sono rimasti spiazzati dall’allungarsi ed estendersi imprevisto della missione.
Lo stupore del comandante e la voglia di fuga dalla Marina
La settimana scorsa il comandante della Ford David Skarosi, comandante della Ford, ha preso carta e penna e in una lettera alle famiglie dell’equipaggio ha riconosciuto il «dolore» dell’ulteriore proroga della missione, ammettendo che lui stesso si aspettava di tornare a casa entro poche settimane. Già si vedeva riassorbito da ben altre faccende, tipo riparare la recinzione del suo giardino. Non certo il supporto a un’altra possibile missione militare ad alto rischio, in Iran. «Ho parlato con molti dei vostri marinai che stanno facendo i conti con la perdita di progetti di gite a Disneyland, matrimoni cui avevano già confermato la loro presenza o vacanze di primavera ai Busch Gardens», ha scritto Skarosi provando a mettersi nei panni dei suoi uomini e delle famiglie. Eppure, ha aggiunto, «quando il nostro Paese chiama, noi rispondiamo». Ma se i dispiegamenti a migliaia di chilometri di distanza continuano a essere gestiti così da Casa Bianca e Pentagono, a rispondere alla chiamata rischiano di essere sempre meno soldati.
(da Open)

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LEGGE ELETTORALE, IL GOVERNO PENSA A UN MAXI PREMIO DI MAGGIORANZA: 70 SEGGI CON LO 0,1% IN PIU’ DI VOTI, SIAMO AL DELIRIO

Febbraio 24th, 2026 Riccardo Fucile

IL PREMIO, LA SOGLIA, LA SIMULAZIONE DI UN TESTA A TESTA: NON SANNO PIU’ COSA INVENTARSI

Con la nuova legge elettorale a cui sta pensando il governo Meloni, basterà lo 0,1% in più degli avversari per assicurarsi un distacco abissale, in termini di seggi, tra le due coalizione. Lo scrive Repubblica, che anticipa i piani della destra in vista delle elezioni politiche del prossimo anno. Il nuovo impianto elettorale a cui punta la maggioranza introduce un premio fisso di 70 parlamentari alla coalizione vincente. Secondo le simulazioni anticipate da Repubblica, anche uno scarto minimo tra due poli può tradursi in un divario ampio a Montecitorio, sia in percentuale sia in numeri assoluti.
Il premio da 70 seggi e la soglia del 40%
Accantonata l’ipotesi iniziale del 55% dei seggi a chi avesse superato il 40% – opzione fermata dai rilievi di costituzionalità – il governo ha scelto un’altra strada. Il premio, anticipa Repubblica, non è più una quota percentuale, ma un pacchetto di 70 seggi da aggiungere a quelli ottenuti con il proporzionale.
Alla Camera i seggi da assegnare sono 391 (esclusi estero e Valle d’Aosta). La soglia di sbarramento per i partiti è al 3%, mentre le coalizioni devono raggiungere il 40% per ottenere direttamente il premio. Se nessuno supera quella soglia, è previsto un ballottaggio tra le prime due.
La simulazione con un’elezione testa a testa
In uno scenario bipolare molto equilibrato – ad esempio 45% contro 44,9% – la coalizione vincente arriverebbe a 221 seggi, pari al 56,5% del totale. La seconda si fermerebbe a 150 deputati (38,4%). Lo scarto reale nei voti sarebbe minimo, ma quello in Aula salirebbe oltre il 18%. Agli altri partiti resterebbero 20 seggi.
La maggioranza di governo sostiene che il meccanismo sia più equilibrato rispetto ad altri modelli, perché i 70 seggi del premio verrebbero sottratti prima del riparto proporzionale.
Lo scenario con un Terzo polo competitivo
Le simulazioni cambiano in presenza di un Terzo polo competitivo. Con tre coalizioni al 36%, 35% e 24%, le prime due andrebbero al ballottaggio. In questo caso la prima otterrebbe 192 seggi (49,1%), la seconda 118 (30,1%) e la terza 81 (20,7%). Nessuna forza raggiungerebbe la maggioranza assoluta. In uno scenario di vittoria più netta – ad esempio 48,5% contro 42%, con una terza lista sopra il 4% – la coalizione avanti arriverebbe a 235 seggi (60,1%), ma la bozza prevede un tetto massimo del 60% dei deputati.
(da agenzie)

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LA GOGNA DI ROGOREDO, L’ORRORE DELLA POLITICA E LA VIA DA SEGUIRE

Febbraio 24th, 2026 Riccardo Fucile

IL CORTOCIRCUITO POLITICO E CULTURALE CHE SI INNESCA QUANDO LA SICUREZZA VIENE USATA COME UNA CLAVA IDEOLOGICA… LA PROPAGANDA DEL GOVERNO E’ DEVASTANTE PERCHE ROVESCIA I PRINCIPI CARDINE DEL DIRITTO

C’è qualcosa di malato nel modo in cui la politica italiana gestisce da lustri il tema della sicurezza e della giustizia. La vicenda drammatica di Rogoredo, dove un poliziotto è stato arrestato con l’accusa di aver ucciso volontariamente un presunto pusher e di aver poi sviato le indagini per giustificare una legittima difesa, ha il pregio di sintetizzare bene le torsioni e gli orrori in cui sono caduti ministri, media e istituzioni.
Rogoredo è infatti un caso-scuola, perché racconta il cortocircuito politico e culturale che si innesca quando la sicurezza viene usata come una clava ideologica. La dinamica della morte di Mansouri è ancora al vaglio della magistratura. Eppure il vicepremier del governo italiano Matteo Salvini, mezz’ora dopo l’esecuzione, aveva già emesso la sua sentenza: Cinturrino è un servitore dello Stato perseguitato dai giudici, un eroe italico sacrificato sull’altare della malagiustizia che protegge i criminali. In barba a ogni garantismo e cautela istituzionale, nella fogna della propaganda si gettano subito altri leghisti, vari parlamentari di Fratelli d’Italia, il peggio del retequattrismo come ciliegina finale. Il messaggio politico delle destre è a reti unificate: “Se indossi una divisa, sei innocente per definizione”, il senso ultimo
Anche negli scontri di Askatasuna, dove utili delinquenti avevano preso a martellate un celerino, il governo ha difeso tutti gli agenti a prescindere, perfino chi ha manganellato a sangue pensionati indifesi che manifestavano pacificamente, come garantirebbe la nostra Costituzione.
La propaganda del governo è devastante, perché rovescia uno dei principi basilari dello stato di diritto: la legge è uguale per tutti. Anche, e soprattutto, per chi esercita il monopolio legittimo della forza per conto del popolo sovrano. Difendere automaticamente un poliziotto che ha commesso violenza non è garantismo: è corporativismo autoritario. Salvini, gli accoliti di Meloni e compagnia cantando hanno negato, in questo modo, la stessa legalità che dicono di voler proteggere.
Ma da ieri alla gogna preventiva contro il pusher si è aggiunta un’altra reazione contraria e altrettanto abietta. Cinturrino, fermato con accuse gravissime ma ancora presunte, è già un mostro da esibire, un sicuro colpevole da condannare. Salvini, in un testacoda miserevole, dopo aver scritto tre giorni fa sui social «Un poliziotto si difende, un balordo muore», ora suggerisce che se «un agente commette reato per me paga il doppio, perché manca di rispetto ai suoi colleghi».
Un mantra da legge del taglione, che ancora una volta mette l’accento sull’eccezionalità degli agenti, senza mezza parola di pietas per la presunta vittima. A ruota, politici che fanno del garantismo una bandiera lanciano invettive identiche. Una doppia torsione – l’assoluzione immediata prima, la condanna da doppiare dopo – che è veleno iniettato nelle vene del dibattito pubblico. Ed è esattamente su questo terreno che prosperano le scorribande panpenaliste dell’estrema destra che ci governa.
Ma il caso di Rogoredo è anche metafora definitiva della pericolosità (e inutilità) dell’ultimo decreto Sicurezza approvato dalla maggioranza. In primis, dello scudo penale alle forze dell’ordine, una norma pensata da Meloni & co per «proteggere chi ci protegge» da iniziative giudiziarie. Una legge che legittima di fatto, come accaduto con Cinturrino, l’idea che una divisa abbia una sorta di licenza (attenuata) di uccidere. Anche se i pm in questo caso non hanno applicato il decreto, la corazza penale avrebbe significato proteggere, grazie a una legge dello Stato, un possibile omicida.
Una follia giuridica che esalta non la giustizia, ma solo l’impunità di alcune categorie. Non certo a tutela dei cittadini, ma a danno delle stesse forze dell’ordine che la destra vuole sostenere. Poliziotti e carabinieri non hanno bisogno di inutili o
inattuabili scudi penali (pure smontati dopo l’intervento del presidente Mattarella). Hanno bisogno di formazione adeguata, protocolli chiari, supporto psicologico per un lavoro difficilissimo, di catene di comando responsabili, di stipendi decenti. Soprattutto, la politica dovrebbe scudarli non dai pm, ma dai politici stessi: perché ogni volta che un abuso viene minimizzato, giustificato o coperto, a pagare non è solo la vittima. Ma pure chi lavora nella pubblica sicurezza, che perde la fiducia dei cittadini, la legittimità dell’uso della forza, e la distinzione, essenziale in una democrazia, tra potere e arbitrio.
Servirebbe dunque un percorso virtuoso diverso, che necessita di cultura, investimenti, giustizia più efficace e rapida, trasparenza e responsabilità istituzionale. Una strada certamente più complessa e meno redditizia in termini di consenso rispetto a post demenziali e divisivi, ma che forse farebbe dell’Italia un paese più sicuro e più civile. Per tutti.
(da editorialedomani.it)

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PERCHE’ NON PAGA PIU’ FARE IL GIANO BIFRONTE

Febbraio 24th, 2026 Riccardo Fucile

SI PUO’ STARE CON KIEV E AL TEMPO STESSO CON ORBAN CHE IMPEDISCE DI PORTARE AIUTI A KIEV?… TRADITORI, DISERTORI E PAGLIACCI: LA SINTESI DEL SOVRANISMO

Il quarto anniversario dell’invasione russa dell’Ucraina obbliga a un triste confronto tra la qualità del sostegno messo in campo dall’Italia per molto tempo e la confusione dell’oggi, mai così evidente.
L’Unione, per la prima volta e al netto di eventuali colpi di scena, non riuscirà a marcare la ricorrenza con un nuovo pacchetto di sanzioni contro il Cremlino né con l’annunciato prestito da 90 miliardi a Kiev: è bloccata dal veto posto da Viktor Orban e dallo slovacco Roberto Fico a entrambe le decisioni.
È lo stesso Orban che Roma continua a trattare come alleato privilegiato, fornendogli soccorso politico in vista delle elezioni di aprile che lo vedono in forte difficoltà: Giorgia Meloni ha partecipato a uno spot in suo sostegno, Matteo Salvini
potrebbe volare a Budapest per il comizio più importante della campagna elettorale. Non solo: l’Identità Nazionale di Roberto Vannacci risulta una possibile (probabile?) nuova componente della maggioranza, pur avendo fatto dell’isolamento di Kiev una battaglia prioritaria: «Non è la nostra guerra» ha ribadito ieri il generale, invitando i simpatizzanti di Zelensky a prendere zaino e fucile e ad andare a morire in Donbass.
Eppure, il sostegno a Kiev era forse la causa più scintillante del nazionalismo italiano di nuovo conio, il terreno dove dare consistenza alla difesa dei diritti dei popoli e alla prevalenza degli Stati nazionali su ogni autorità sovraordinata, ogni pretesa esterna. Di più: per la destra italiana significava riallacciarsi all’inconscio collettivo dei ’60 quando, tra l’invasione dell’Ungheria e quella della Cecoslovacchia, nei suoi cabaret sotterranei si denunciava in rime la fuga dell’Occidente dalle responsabilità verso i ribelli schiacciati dai carri armati russi. Vedere tutto questo appassire così, per un Orban qualsiasi (per quanto spalleggiato dai superpoteri di Donald Trump) o per le briciole percentuali di un ex militare sceso in politica, solleva interrogativi sul vizio d’origine dell’alleanza di centrodestra – le simpatie filo-putiniane di un pezzo di coalizione e di elettorato – ma soprattutto sulla celebrata “postura internazionale” del governo. Qual è questa postura? Si può stare con Kiev ma anche con Budapest che impedisce di portare aiuti a Kiev?
Non si può. E anche le metafore del bivio, degli equilibristi, dei pontieri – quante volte le abbiamo usate in questi anni – hanno perso molto senso. L’Ungheria, oggi, risulta a tutti gli effetti come un agente del caos nell’Unione europea, principale fautore degli interessi russi e costante sabotatore del sostegno all’Ucraina: sostenerne la premiership è una scelta precisa, che modifica la collocazione italiana rispetto al conflitto e ai suoi protagonisti.
Da primi amici di Zelensky, quelli che nel 2023 portarono addirittura un suo messaggio a Sanremo, siamo diventati tiepidi osservatori di una partita che non giudichiamo più affar nostro e che quindi affrontiamo nella logica del “ma anche”. In Europa appoggiamo le iniziative di Ursula von der Leyen, all’Ucraina abbiamo comunque garantito un altro anno di aiuti italiani, ma regaliamo un po’ di propaganda elettorale anche a Orban e lasciamo aperti spiragli pure al capetto del
quasi-partitino di casa nostra che ironizza sulla disperata resistenza ucraina. Almeno quel presunto condottiero sarebbe facile da bandire, ma non succede: il triste confronto di questo quarto anniversario è tutto qui.
Flavia Perina
(da lastampa.it)

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L’IMPAZIENTE ZERO

Febbraio 24th, 2026 Riccardo Fucile

SAREBBE MEGLIO CONTARE FINO A 10 PRIMA DI PARLARE, MA PER CERTI CAZZARI NON SAREBBE SUFFICIENTE NEANCHE ARRIVARE A 100

Non è facile contare fino a dieci prima di parlare. Ma ancora più difficile è riuscirci prima di digitare. Come si fa a rimanere con un telefono in mano per dieci, interminabili secondi senza cedere all’impulso di esprimere un giudizio netto e definitivo su qualcosa di cui non si sa nulla?
Si consideri il caso, puramente ipotetico, di un ministro dei Trasporti Emotivi alle prese con la notizia di un poliziotto indagato a Rogoredo per avere ucciso un pusher. Nella sua testa, dove Buoni e Cattivi abitano in stanze separate e non comunicanti, prende immediatamente forma il verdetto.
I contorni della vicenda sono ancora confusi e la prudenza suggerirebbe di aspettare, ma le dita stanno già correndo sulla tastiera per celebrare il rito quotidiano del quarto d’ora di indignazione: «Io sto col poliziotto, senza se e senza ma!».
Arriva la notte, ma non porta consiglio, nemmeno a un vicepresidente del Consiglio, e il giorno dopo i suoi polpastrelli allergici alla temperanza tornano a pestare sul solito tasto: «Un poliziotto si difende, il balordo muore, l’agente viene indagato per omicidio volontario. Tutto sbagliato!».
E se poi la realtà prende un’altra strada, il Buono perde l’aureola e la legittima difesa si trasforma in un regolamento di conti? Nessun problema. «Rifarei quel post» afferma imperterrito l’ipotetico ministro. Evidentemente conosce la prima regola del perfetto digit-attore: quando i fatti non vanno d’accordo con le opinioni, bisogna cambiare i fatti, mica le opinioni.
(da Corriere della Sera)

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PROPAGANDA BOOMERANG SU ROGOREDO

Febbraio 24th, 2026 Riccardo Fucile

DICHIARAZIONI AFFRETTATE, CON IMBARAZZATE RITIRATE, COMPRESA QUELLA DI MELONI, SMENTITE DALLE INDAGINI

Lui, il vice premier Matteo Salvini, stava con il poliziotto di Rogoredo senza se e senza ma. Il suo partito, la Lega, ha perfino promosso una raccolta firme di solidarietà per l’agente di polizia che i magistrati brutti e cattivi avevano osato indagare per fare chiarezza sulle anomalie relative alla morte del pusher 28enne Abderrahim Mansouri. E neppure il capogruppo di Fratelli d’Italia alla Camera, Galeazzo Bignami, le aveva mandate a dire: “Questo si gira, gli punta una pistola, il poliziotto gli spara, ahimè lo uccide, e la magistratura lo indaga per omicidio volontario”. Per questi motivi – sentenzia, da “avvocato” – “dico che questo non è
giusto e dico anche che se si vuole cambiare questa giustizia bisogna votare sì al referendum”.
Dichiarazioni affrettate – con imbarazzate ritirate, compresa quella della premier Giorgia Meloni smentite clamorosamente dalle indagini che hanno portato all’arresto dell’agente con l’accusa di omicidio volontario. Ovviamente il caso di Rogoredo, cavalcato strumentalmente per spingere la separazione delle carriere dei magistrati, con il referendum non ha nulla a che vedere. Anche se è bastato al governo per introdurre in fretta e furia nell’ultimo pacchetto sicurezza uno scudo penale – su misura per le forze dell’ordine e poi esteso a tutti i cittadini in seguito all’intervento del Capo dello Stato – di cui proprio la vicenda di Rogoredo ha messo in evidenza tutti i suoi limiti.
Una vicenda che, invece, c’entrerebbe eccome con il seguito che, in caso di vittoria dei Sì al prossimo referendum, il governo ha in mente di dare alla riforma Nordio. E non è un’ipotesi di chi scrive, ma il disegno pubblicamente dichiarato dal vice premier Antonio Tajani: “Non basta la separazione delle carriere, non bastano i due Csm. Serve completare. Penso alla responsabilità civile dei magistrati, penso ad aprire un dibattito se sia giusto o meno continuare a conservare la polizia giudiziaria sotto l’autorità dei magistrati, discutiamone, parliamone”. Parole che legittimano una domanda: con la polizia giudiziaria sottratta al controllo della magistratura e affidata a quello del governo avremmo mai scoperto la verità sul delitto di Rogoredo? Un altro motivo per votare no al referendum del 22-23 marzo.
(da lanotiziagiornale.it)

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