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IGNAZIO LA RUSSA, LA SECONDA CARICA DELLO STATO, NON HA DI MEGLIO DA FARE CHE FARE UN NUOVO APPELLO A CARLO CONTI PER OSPITARE ANDREA PUCCI A SANREMO

Febbraio 24th, 2026 Riccardo Fucile

IL MAI PALUDATO PRESIDENTE DEL SENATO TRASFORMA PUCCI IN UN MARTIRE DELLA LIBERTA’ D’ESPRESSIONE: “LA SUA COLPA E’ DI NON ESSERE DI SINISTRA”….LO SMEMORATO ‘GNAZIO, PERO’, DIMENTICA CHE E’ STATO IL COMICO A SFILARSI: NESSUNO GLI HA VIETATO DI ANDARE SUL PALCO DELL’ARISTON

In un video pubblicato sui propri canali social, il Presidente del Senato Ignazio La Russa è intervenuto sulla recente polemica che ha coinvolto il comico Andrea Pucci in relazione alla sua partecipazione al prossimo Festival di Sanremo. La Russa ha citato la conferenza stampa di Carlo Conti, conduttore e direttore artistico della kermesse, confermando che l’invito rivolto a Pucci era stato libero da condizionamenti esterni.
Tuttavia, il comico ha deciso di rinunciare alla partecipazione a seguito di quelle che La Russa definisce “intollerabili accuse, minacce e aggressioni”. Secondo il Presidente del Senato, l’ostilità nei confronti di Pucci sarebbe scaturita da critiche ideologiche, con l’accusa principale di “non essere di sinistra”. Nel video, La Russa esprime piena solidarietà all’artista, dicendo di comprendere la sua scelta di non voler “mettere a rischio il proprio equilibrio”.
Allo stesso tempo, si rivolge direttamente a Conti per chiedere un gesto riparatore: “Mi aspetto magari una sorpresa. Ci sono tanti modi per ripagare l’ingiusta sofferenza e l’ingiusto obbligo di rinuncia che ha costretto Pucci a ‘gettare la spugna’. Spetta al conduttore trovarne uno per far sì che la presenza riparatoria dell’artista sia comunque garantita”, le parole della seconda carica dello Stato.
(da agenzie)

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GIORGIA MELONI E’ FINITA IN UN CUL DE SAC, ATTANAGLIATA DALL’AMLETICO DUBBIO: METTERCI O NON METTERCI LA FACCIA? DAVANTI ALLA CRESCENTE RIMONTA DEL “NO”, LA DUCETTA TEME IL CONTRACCOLPO

Febbraio 24th, 2026 Riccardo Fucile

SE L’ELETTORATO MODERATO, CHE HA GONFIATO DI VOTI FDI FINO AL 30%, NON PARE GRADIRE PER NIENTE LA RISSA INSCENATA DAI NORDIO E APPLAUDE LA SAGGEZZA DEL CAPO DELLO STATO, SERGIO MATTARELLA, LA DESTRA EX MISSINA STA CON I MAGISTRATI… COMUNQUE VADA, IL RAPPORTO DELL’ARMATA BRANCA-MELONI CON I MAGISTRATI SARA’ PER SEMPRE COMPROMESSO

Maledetto il giorno che è stato promosso ‘sto cazzo di referendum sulla riforma della giustizia! Doveva essere un successo clamoroso, è diventato uno stillicidio rischiosissimo per gli equilibri dell’Armata Branca-Meloni.
Quel che è certo, è che il referendum del 22/23 marzo è lo snodo attorno a cui ruotano tutti gli equilibri e le questioni più delicate: la resa dei conti interna alla Lega? Rimandata al 24 marzo, così come le beghe in Forza Italia la Famiglia Berlusconi e i tajanei.
Ad avere tutto da perdere, però, è Giorgia Meloni. La Ducetta dei due mondi (Colle Oppio e Garbatella), dopo averci sbomballato con la litania del fatto che quello del 22-23 marzo “non è un voto politico” e “non è un referendum su di me”.
Dopo l’ultima rilevazione di Ixè, che registra un vantaggio del “No” di ben sei punti, con la fiducia nei magistrati che sarebbe il quadruplo di quella nei partiti, i contrari alla riforma della giustizia salgono al 53%, contro il 47% di favorevoli.
Tutti gli istituti hanno certificato una clamorosa rimonta: se qualche mese fa chi si schierava con il Governo era avanti di venti punti, ora i contrari se la giocano.
E già questo conferma quanto sia stata mal giocata la partita della comunicazione, con lo scivolone da matita blu del ministro della Giustizia, Carlo Nordio, che ha parlato di “sistema paramafioso” al CSM.
Un altro dato evidenziato da tutti i sondaggisti è che solo un’affluenza alta favorirebbe la vittoria del “Sì”.
Ed ora la premier, dopo averlo politicizzato attaccando al muro un giorno sì e l’altro pure la magistratura, preso atto della possibile sconfitta, sarà costretta a metterci la faccia, personalizzando il referendum salendo su un palco e urlando a squarciagola “Vota Giorgia!”: è convinta di essere l’unica a poter trascinare al voto gli indecisi, con la sua abilità oratoria da “So’ una der popolo”.
Di contro, e per questo la premier è sull’orlo di una crisi di nervi, potrebbe esserci un effetto non desiderato. Se è vero che la Meloni sarebbe in grado di mobilitare i suoi Fratelli d’Italia, è altresì vero che l’elettorato moderato che ha gonfiato Fratelli d’Italia dal 4-10% fino al 30%, non pare gradire per niente la rissa inscenata dai Nordio mentre applaude la saggezza democristiana del Capo dello Stato, Sergio Mattarella.
Come spiega Roberto Weber, patron di Ixè, a Daniele Cristofani sul “Centro”, a giocare un ruolo nella rimonta del “No” sarebbero molti “astensionisti che hanno deciso di tornare alle urne. In questo gruppo, sostiene Weber, “Per uno che vota Sì,
ce ne sono due che votano No”: “Sono quelli che non si sentono né di destra né di sinistra, circa il 25% di quelli che andranno a votare. È una parte minoritaria ma decisiva, perché gli altri due schieramenti sono più o meno in equilibrio”.
Soprattutto, c’è a detta di Weber “una maggiore compattezza del fronte del No rispetto a quello del Sì, dove vediamo più frammentazione e una maggiore propensione a rimanere a casa nei giorni del voto. Soprattutto nella parte di elettorato che vota Forza Italia e Noi moderati.
L’effetto Meloni? Più che altro, è l’effetto paura per l’instabilità politica dell’Italia, dell’Europa e del pianeta, che alimenta la diffidenza verso una riforma che tocca un argomento serio come la giustizia”
Ai moderati che si preoccupano per il possibile caos all’orizzonte va poi aggiunto lo zoccolo duro della destra: gli ex missini, passati poi in Alleanza nazionale e traghettati infine a Fratelli d’Itaila sono, tradizionalmente, per Dna, giustizialisti.
Erano gli ex missini, che rivendicavano la propria diversità morale da chi aveva sempre gestito il potere. a vedere nei magistrati una mano santa per un repulisti delle élites corrotte della Prima Repubblica.
Poi il corpaccione molle di Fratelli d’Italia, una volta arrivato al potere, ha scoperto il garantismo. Ma la destra storica resta agganciata a “Legge e ordine”, a favore dei magistrati e forze di polizia.
Potrebbe vincere il “Sì”, potrebbe vincere il “No”, ma conterà anche la misura della vittoria: 40%?, 50%, 60%?.
Morale della fava: comunque vada, il rapporto dell’Armata Branca-Meloni con la casta dei magistrati sarà per sempre compromesso. Nordio e Mantovano possono inventarsi tutte le separazioni delle carriere e i Csm a sorteggio che vogliono, ma finché sarà in vigore l’art. 112 della Costituzione, che impone l’obbligatorietà dell’azione penale, sarà impossibile mettere la giustizia sotto il tallone della politica.
Del resta, un tipino che la sa lunga, il navigatissimo Ignazio La Russa, non avendo nessunissima voglia di schierarsi contro i magistrati (anzi!), ha preso una netta distanza dall’Armata Branca-Meloni: “E’ giusta la separazione, ma forse il gioco non valeva la candela…”

(da Dagoreport)

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QUEI BRANDELLI DI CORPI RESTITUITI DAL MARE SULLA COSTA DEGLI DEI

Febbraio 24th, 2026 Riccardo Fucile

SU SPIAGGE DA CARTOLINE, LE ONDE RESTITUISCONO LE SPOGLIE DI QUELLI CHE ERANO ESSERI UMANI

Le braccia mozze, aperte in ultimo segno di resa di quel che resta di un uomo trovato ad Amantea. Il corpo spezzato e offeso di Tropea, nel cuore della Costa degli dei. Il simulacro di quel che era una donna ai piedi del castello della Colombaia, a Trapani. E lo stesso a Pantelleria, Marsala, Scalea.
Su spiagge da cartolina, le onde restituiscono le spoglie di quelli che erano esseri umani.
«U vidi ca, si ‘ncrisciu. Lo vedi, il Mediterraneo si è stancato di nascondere le nostre vergogne», dice Antonio mentre misura a passi lunghi la spiaggia e con gli occhi le onde. Sono quelle che a Tropea hanno restituito il corpo di un uomo e una paura nuova a chi in quei giorni con terrore guardava la Calabria sbriciolarsi sotto l’ennesima tempesta, con strade trasformate in fiumi di fango, belvedere e lungomare piegati, interi pezzi di costa collassati.
«Dopo aver visto quel cadavere dalla finestra, molti ragazzi, terrorizzati dal maltempo, hanno capito che si muore anche in mare. Troppo spesso». La professoressa Loredana Giroldini è la responsabile di plesso del liceo scientifico di Tropea. È dalle finestre dell’ultimo piano che il 17 febbraio i ragazzi hanno visto il corpo di un uomo tra le onde e capito di essere affacciati su una potenziale ecatombe.
Perché la struttura fisica, o quel che ne rimane, identifica quello e gli altri cadaveri ritrovati come migranti, le condizioni raccontano una permanenza in acqua di settimane o più e i tempi sono compatibili con i giorni del ciclone Harry. Che
secondo la Guardia costiera lascia in eredità almeno 380 “dispersi”. Per Refugees in Libya, che ha mappato le partenze dalla Tunisia, almeno mille.
Per un momento, il mare lo ha adagiato sulla battigia, ma subito se l’è ripreso, sembrava lo volesse risucchiare, poi di nuovo lo ha portato a riva. È stato allora che il comandante dell’Ufficio marittimo Giuseppe Durante, una carriera da operativo fra i primi salvataggi nel canale di Otranto e anni di servizio in quello di Sicilia, si è lanciato in acqua per recuperarlo.
«Quell’uomo è partito con l’intenzione di toccare terra e io a terra l’ho accompagnato – ha spiegato ai suoi – Almeno questo, glielo si doveva. Insieme a una degna sepoltura». È il primo comandamento del mare: indietro non si lascia nessuno.
«Potrebbero essercene altri — ragionano i pescatori in capannelli al porto — E chissà nelle calette o fra gli scogli, d’inverno non ci va mai nessuno». La Guardia costiera ha fatto dei giri di ricognizione, con elicotteri e motovedette. Ma l’area interessata è immensa, con i venti di Scirocco, Libeccio e Maestrale che si sono dati il cambio e presi a botte, il Mediterraneo ha restituito corpi fino a Scalea, Paola, Amantea.
«Chiediamo al governo italiano di aiutarci a identificare i corpi dei nostri cari spariti in mare», supplica da Sfax il dottor Ibrahim, unico medico negli accampamenti informali di migranti tra gli ulivi alla periferia della città. Su quelle barche aveva almeno quattro familiari, di nessuno ha notizie.
«Attraverso la nostra legale, alcune famiglie hanno presentato denuncia di scomparsa in Italia e di comparazione fra le salme ritrovate e le persone segnalate», spiega Silvia De Meo di Mem. Med, associazione che da anni prova a dare nomi ai corpi di chi il mare restituisce e risposte alle famiglie che sulla sponda sud aspettano. E insieme a Asgi, Mediterranea e Alarm phone anche oggi chiede prelievo del dna, degna e tracciabile sepoltura, impegno e verità sui naufragi.
(da agenzie)

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INSICURI, INCAPACI DI CONFRONTARSI E INSOFFERENTI ALLE CRITICHE, QUASI UN ADOLESCENTE SU DUE CHIEDE AIUTO ALL’INTELLIGENZA ARTIFICIALE QUANDO SI SENTE SOLO O IN ANSIA, PREFERENDO LE INTERAZIONI CON I “BOT” A QUELLE CON GLI ESSERI UMANI

Febbraio 24th, 2026 Riccardo Fucile

UN TREND PREOCCUPANTE, VISTO CHE L’IA È PROGRAMMATA PER COMPIACERE GLI UTENTI E NON PER AIUTARLI REALMENTE, SBATTENDOGLI IN FACCIA LE VERITÀ DIFFICILI DA ACCETTARE… MOLTI PISCHELLI STANNO ADDIRITTURA SVILUPPANDO UNA “DIPENDENZA AFFETTIVA” VERSO L’AI

L’intelligenza artificiale è diventata amica, compagna, psicologa, prof, amante. Quasi un adolescente su due (il 41,8%, secondo Save the Children) le chiede aiuto quando si sente triste, solo o in ansia. E più o meno gli stessi le chiedono consiglio sulle relazioni, i sentimenti, le decisioni da prendere a scuola o al lavoro.
Tra chi la usa, in tantissimi (63,5%) hanno trovato più facile e soddisfacente confidarsi con l’IA che con una persona reale. «La dipendenza verso l’IA non è solo psicologica ma anche affettiva», spiega Marco Crepaldi, psicologo e presidente dell’associazione Hikikomori Italia. Che mette in guardia: «Dobbiamo stare attenti al legame morboso, perché rischia di sostituire le relazioni umane».
Per Skuola.net il 65% dei ragazzi, interagendo con l’IA, ha la possibilità di «dire tutto senza provare vergogna»; mentre per il 57% il valore aggiunto è «non sentirsi giudicati».
(da agenzie)

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ANCHE I CINESI SI SONO IMBORGHESITI: PER LA PRIMA VOLTA, SONO PIÙ DI 350 MILIONI LE PERSONE IN VIAGGIO PER LA FESTA DI PRIMAVERA, CHE IN CINA COINCIDE CON IL CAPODANNO

Febbraio 24th, 2026 Riccardo Fucile

I TURISTI INTERNI SONO AUMENTATI DEL 12,3% RISPETTO ALLO STESSO GIORNO DEL 2025: È UN NUOVO MASSIMO STORICO – ANCHE I CINESI SI SPOSTANO TUTTI INSIEME, METTENDO A DURA PROVA IL SISTEMA STRADALE E FERROVIARIO (ALMENO LORO NON HANNO SALVINI COME MINISTRO DEI TRASPORTI)

La stagione dei viaggi per la Festa di primavera (capodanno cinese), nota come chunyun e considerata la più grande migrazione umana annuale al mondo, segna nuovi record sia sul fronte ferroviario sia su quello complessivo dei trasporti interregionali.
Secondo i dati diffusi dal ministero dei Trasporti cinese, citati da Xinhua, il 20 febbraio i viaggi giornalieri interregionali hanno raggiunto quota 352,999 milioni, superando per la prima volta i 350 milioni in un solo giorno. Il dato rappresenta un aumento del 12,3% rispetto allo stesso giorno del 2025 e costituisce un nuovo massimo storico.
Per l’intero periodo di 40 giorni, dal 2 febbraio al 13 marzo, sono attesi 9,5 miliardi di viaggi interregionali, sarebbe un nuovo livello record. Sul fronte ferroviario, le ferrovie cinesi hanno registrato finora 258 milioni di viaggi di passeggeri dall’inizio del periodo di traffico intenso. Solo il 21 febbraio, 20/mo giorno della stagione, sono stati effettuati circa 17,19 milioni di viaggi ferroviari, secondo quanto riferito da China State Railway Group Co., Ltd., citata dalla Cgtn. Per far fronte alla forte domanda, sono stati programmati 2.203 treni passeggeri aggiuntivi, mentre le autorità hanno rafforzato la capacità sulle principali direttrici e migliorato i servizi nelle stazioni e a bordo.
La Festa di Primavera, nota anche come Capodanno cinese e celebrata quest’anno il 17 febbraio, dà tradizionalmente avvio a un massiccio flusso di rientri familiari e spostamenti turistici in tutto il Paese. A dicembre, la Cina ha raggiunto i 50.000 km di ferrovie ad alta velocità, una lunghezza sufficiente a circondare il globo. Nell’intera Unione europea i chilometri di ferrovie sono 8.500, stando ai dati del 2023 citati dal Financial Times. A poco più di due decenni dal suo lancio, la rete cinese ad alta velocità collega ora il 97% delle città con una popolazione superiore al mezzo milione di abitanti.
(da agenzie)

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IL TRAMEZZINO COMPIE CENTO ANNI: IL PANINO PIÙ FAMOSO D’ITALIA FU INVENTATO DA ANGELA DEMICHELIS NEBIOLO AL CAFFÈ MULASSANO DI TORINO

Febbraio 24th, 2026 Riccardo Fucile

L’INTUIZIONE ARRIVÒ DOPO AVER VISSUTO PER ANNI NEGLI STATI UNITI. QUANDO, NEL 1926, RIENTRÒ IN ITALIA, PORTÒ CON SÉ UNA “TOSTIERA” PER SERVIRE AI CLIENTI IL TOAST AMERICANO. MA IL PANE TOSTATO NON ERA ADATTO AI PALATI RAFFINATI DEI TORINESI, COSÌ DECISE DI SERVIRLO CRUDO… IL TERMINE “TRAMEZZINO” FU IDEATO DA GABRIELE D’ANNUNZIO, ASSIDUO FREQUENTATORE DEL LOCALE

L’intuizione fu di Angela Demichelis Nebiolo, conosciuta come “La Signora del Mulassano”. Fu lei, cento anni fa, a mettere a punto, al Caffè Mulassano di Torino, il tramezzino, il sandwich celebre in tutto il mondo.
Donna avanti sui tempi e imprenditrice di successo, Angela partì a 15 anni per Detroit dove sposò Onorino Nebiolo. Con lui condivise anni di gestione di ristoranti e locali negli Stati Uniti.
Poi, nel 1926, rientrò in Italia, portando con sé una “tostiera”: fu così che poté servire per la prima volta in Italia il “toast” americano. Intuì, però, che per il palato più raffinato dei torinesi, il pane dei toast, caratterizzato da una speciale maglia glutinica, era più apprezzato a crudo con svariate farciture. Nacquero così i suoi tramezzini, compresi quelli con la bagna cauda e il tartufo.
A dare il nome ai suoi “paninetti” fu però Gabriele D’Annunzio, assiduo frequentatore del locale. Coincidenza: il tramezzino, che viene celebrato in una serie di manifestazioni quest’anno, nacque per accompagnare l’aperitivo con il Vermouth, che proprio nel 2026 compie 240 anni e viene ricordato al Museo del Risorgimento italiano di Torino.
( da “Oggi”)

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IL NO AVANTI DI 5 PUNTI. L’ISTITUTO “IXÈ” CERTIFICA IL SORPASSO DEL “NO” (TRA IL 51,3-54,3%) SUL “SÌ” (45,7-48.7%) . LA PERCENTUALE DEI CITTADINI CHE HANNO INTENZIONE DI ANDARE A VOTARE È DEL 46%

Febbraio 23rd, 2026 Riccardo Fucile

NELLE ULTIME SETTIMANE, DOPO LE SPARATE DI NORDIO, IL VANTAGGIO DI 10 PUNTI PERCENTUALI (CERTIFICATO DA “YOUTREND” A FINE GENNAIO) SI E’ SBRICIOLATO

I femminicidi sono un’emergenza nazionale per il 52% degli italiani (65% tra le donne). Sul piano continentale, prevale la richiesta di un rafforzamento dell’UE, con
il 36% a favore degli Stati Uniti d’Europa. In ambito internazionale, Russia e USA sono percepiti come le principali minacce all’ordine mondiale e alla pace.
La fiducia nel Governo Meloni scende sale 36%, quella nella Magistratura si attesta al 51%, con un recupero di 6 punti rispetto al 2025.
Nelle intenzioni di voto, il quadro di generale stabilità registrato negli ultimi mesi viene scombussolato dal discreto esordio del partito di Vannacci (2,7%) e dalla conseguente flessione della Lega (6,2%).
Rispetto al referendum, il 46% dei cittadini risulta intenzionato ad andare a votare. Gli orientamenti di voto, pur scontando un ancora elevato tasso di indecisione, segnalano il sorpasso del NO (forchetta 51,3-54,3%) sul SÌ (45,7-48.7%).
Comunicato stampa “Ixè”

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“LA POLITICA ECONOMICA DI TRUMP È UN FALLIMENTO MISERABILE”. JOSEPH STIGLITZ, PREMIO NOBEL PER L’ECONOMIA: “IL PRESIDENTE CERCHERÀ DI FARE TUTTO CIÒ CHE PUÒ. NON HA MAI PRESTATO MOLTA ATTENZIONE ALLA LEGGE. POTREBBE IMPORRE ILLEGALMENTE UN’ALTRA SERIE DI DAZI, CHE DARANNO ORIGINE A ELEVATI LIVELLI DI INCERTEZZA E A NUMEROSE SFIDE LEGALI”

Febbraio 23rd, 2026 Riccardo Fucile

L’AVVERTIMENTO ALL’UE: “ORA L’EUROPA PUÒ RESISTERE CON PIÙ FORZA. MA NON PUÒ DIPENDERE DAL CLOUD AMERICANO, DALLA TECNOLOGIA AMERICANA, DALLA DIFESA AMERICANA. L’EUROPA DEVE RIAPPROPRIARSI DELLA PROPRIA SOVRANITÀ ECONOMICA”

«I dazi sono un’arma illegittima, che Trump ha usato senza che ci fosse un’emergenza, per
fare inginocchiare gli altri Paesi». Joseph Stiglitz, premio Nobel per l’Economia e già capo economista della Banca Mondiale, non è sorpreso che la Corte Suprema abbia bocciato le tariffe doganali reciproche imposte dagli Usa. Né che il presidente americano abbia reagito con nuove ritorsioni: «Non ha mai prestato troppa attenzione alla legge», osserva.
Il giorno dopo la sentenza dei giudici statunitensi, a poche ore dall’annuncio di un inasprimento delle tariffe generalizzate al 15%, l’economista americano analizza le conseguenze della decisione e critica senza appelli la Trumponomics, che definisce «un fallimento miserabile».
Poi, lancia un monito all’Europa: «Non può dipendere dal cloud americano, dalla tecnologia americana, dalla difesa americana. Deve riappropriarsi della propria sovranità economica».
Professore, si aspettava la decisione della Corte Suprema sui daz
«Sarebbe stata una sorpresa se i giudici fossero arrivati a una conclusione diversa. La Costituzione è molto chiara, il diritto di imporre tasse spetta al Congresso e non può essere delegato.
I dazi sono una forma di tassa, quindi il presidente non aveva l’autorità per imporli. Ma c’è di più: non esisteva alcuna emergenza. Quella legge diceva autorizza alcune misure restrittive in caso di emergenza».
Trump ha reagito imponendo dazi globali prima al 10% e poi al 15%. Cosa si aspetta farà adesso?
«Beh, speriamo che rispetti la legge. Gli esperti di diritto dovranno esaminare se gli strumenti che dice di voler usare gli conferiscono davvero la discrezionalità che ritiene di avere.
Il Congresso ha delegato poteri al presidente su questioni molto specifiche, come la sicurezza nazionale, e non si può sostenere che nell’imposizione di dazi […] vi fosse alcun elemento di sicurezza nazionale. Gli altri procedimenti disponibili sono molto più lenti e richiedono indagini approfondite. Spero che esistano strumenti di controllo giudiziario per assicurarsi che non imponga unilateralmente la sua volontà sull’intenzione del Congresso».
Ritiene che il presidente abbia una strategia adesso?
«Penso che cercherà di fare tutto ciò che può. Non ha mai prestato molta attenzione alla legge. Potrebbe imporre illegalmente un’altra serie di dazi, che daranno origine a elevati livelli di incertezza e a numerose sfide legali.
Il dazio generalizzato al 15% genera somme significative, ma è una tassa regressiva che grava in modo sproporzionato sugli americani a basso reddito. La Federal Reserve lo ha sottolineato e chiunque abbia esaminato la questione lo conferma.
Almeno però non è distorsivo come i dazi disordinati – alti contro la Cina, alti contro l’India, su e giù con il Brasile -, e la sentenza della Corte riduce la possibilità di usarli come arma. Il randello di un Paese contro l’altro è stato uno strumento per fare inginocchiare le potenze di tutto il mondo. Un dazio uniforme al 15% toglie quest’arma».
È trascorso quasi un anno dal Liberation Day. Qual è il suo giudizio sulla Trumponomics?
«È ovvio che ha fallito. Il deficit commerciale è più alto, l’inflazione è molto più elevata di quanto previsto. La famiglia americana media ha speso mille dollari in dazi, questo abbassa il loro tenore di vita.
L’economia non ha generato posti di lavoro nel manifatturiero, che è in calo. Tutti i nuovi posti di lavoro riguardano la cura alla persona e non hanno nulla a che fare con i dazi. Chiunque guardi obiettivamente alla Trumponomics non può che considerarla un fallimento miserabile».
In questo anno c’è stato anche un indebolimento del dollaro. Come lo giudica?
«Normalmente, quando i Paesi impongono dazi si riduce la domanda di valuta estera e si rafforza la propria moneta. La cosa straordinaria è che abbiamo invece un dollaro più debole, che riflette una disillusione nei confronti della Trumponomics – la consapevolezza che Trump ha creato politiche ondivaghe e difficili da prevedere, che minano l’efficienza e la produttività dell’economia americana e le prospettive per il futuro. Il dollaro è più debole nonostante i dazi: è davvero straordinario. E questo mi suggerisce un accumulo di pressioni inflazionistiche per gli anni a venire».
Cosa dovrebbe fare l’Europa adesso?
«Quello che la sentenza cancella davvero è l’arma di pressione che Trump ha usato contro ogni Paese, inclusa l’Ue. Ha minacciato di farvi ricorso qualora l’Europa non avesse ceduto la Groenlandia, se non avesse rinunciato alle sue politiche digitali – il Digital service act, il Digital markets act, la legge sulla privacy.
Ora l’Europa può resistere con più forza. Ma è assolutamente essenziale che continui il percorso discusso a Davos e alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco: un’Europa con sovranità economica nazionale. Non può dipendere dal cloud americano, dalla tecnologia americana, dalla difesa americana.
L’Europa deve riappropriarsi della propria sovranità economica».

(da La Stampa)

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ESTORSIONI, MINACCE E ARRESTI NON FATTI: LA “DOPPIA VITA” DI CARMELO CINTURRINO, IL POLIZIOTTO ARRESTATO PER L’OMICIDIO DEL PUSHER MAROCCHINO ABDERRAHIM MANSOURI A ROGOREDO

Febbraio 23rd, 2026 Riccardo Fucile

L’AGENTE SAREBBE UN “LUPO SOLITARIO” E AVREBBE MESSO IN PIEDI UN GIRO DI RACKET AI DANNI DEGLI SPACCIATORI NELLE PIAZZE DI SPACCIO AI CONFINI DI MILANO… DIVERSI COLLEGHI HANNO RIVELATO CHE CINTURRINO AVREBBE AGGREDITO E MINACCIATO ALCUNI SPACCIATORI, E IN ALTRI CASI AVREBBE DECISO DI NON ARRESTARE QUANDO RICORREVANO TUTTI I PRESUPPOSTI – I FAMILIARI DI MANSOURI HANNO RACCONTATO CHE IL POLIZIOTTO PRETENDEVA 5 GRAMMI DI COCAINA E 200 EURO AL GIORNO PER PERMETTERE AL 28ENNE DI SPACCIARE

Finora voci e testimonianze arrivate dal Corvetto e da Rogoredo parlano del poliziotto “Luca” come di un lupo solitario. L’assistente capo Carmelo Cinturrino non sarebbe stato un capo branco alla guida di un gruppo più ampio di agenti che avrebbero tradito la divisa deragliando in comportamenti criminali.
Sua sarebbe stata la decisione e sua l’implementazione di un giro di racket ai danni di pusher e tossicodipendenti che gravitavano nella sua zona di competenza. Soldi e droga in cambio di protezione. «Non mi risulta nulla di tutto ciò», si limita a dire il suo avvocato Piero Porciani.
Gli inquirenti non vogliono tralasciare nulla al caso nell’indagine per omicidio volontario che non riguarda solo la morte di Abderrahim Mansouri, ma che vuole scavare nel passato di Cinturrino. Possibili risposte potrebbero arrivare dall’analisi del cellulare, sequestrato all’assistente capo.
In primis, sui suoi possibili contatti con il ventottenne marocchino. Lo spacciatore a lui noto con il soprannome di «Zack». […] Che Cinturrino fosse una testa calda all’interno del commissariato Mecenate, dove presta servizio da una decina di anni,
era cosa risaputa. Almeno per gli altri tre componenti della squadretta investigativa del presidio territoriale di via Quintiliano che erano con lui nell’area boschiva di Rogoredo nel tardo pomeriggio dello scorso 26 gennaio.
Tutti più giovani e soggiogati dal carisma del collega più anziano. Sono stati indagati con una quarta agente con l’ipotesi di averlo aiutato, con diversi gradi di responsabilità, nella messinscena del posizionamento della replica a salve della Beretta 92 vicino al corpo agonizzante di Mansouri dopo essere stato centrato alla testa dal quarantunenne.
Nell’ultima tornata di interrogatori hanno raccontato dei metodi poco ortodossi di Cinturrino nella gestione degli arresti degli spacciatori e nei controlli dei tossicodipendenti nella piazza di spaccio ai confini di Milano. Un’area dove Cinturrino macinava numeri e statistiche. «So che lì nascondono la sostanza e spesso sono rimasto appostato per ore a vedere dove la nascondevano, quindi conosco abbastanza bene quel posto. Ho fatto circa quaranta arresti lì l’anno scorso e quest’anno quattro», ha messo a verbale la notte del 26 gennaio in questura.
Non di rado – hanno riferito i colleghi – avrebbe ecceduto nell’uso della forza e delle minacce. In altri casi, invece, avrebbe deciso di non arrestare quando ricorrevano tutti i presupposti. Spetterà all’inchiesta del pm Giovanni Tarzia, coordinato dal procuratore Marcello Viola, verificare tutto ciò.
Il precedente, segnalato dal Tribunale di Milano con una trasmissione atti alla procura, che vedrebbe ne 2024 Cinturrino essersi intascato alcune banconote da una ragazza quando nel verbale di sequestro aveva scritto di soli 20 euro, non gioca a suo favore.
Più sul piano amministrativo che su quello penale invece ci concentrerà la probabile indagine interna della polizia di Stato per capire se le voci, che oggi travolgono Cinturrino e lo dipingono come un ras di quartiere, non fossero arrivate anche alle orecchie dei suoi superiori in commissariato e in questura. Non risulta che sia stato mai adottato un provvedimento disciplinare nei confronti dell’assistente capo. Anzi nel 2017 era stato insignito della lode dall’ex capo della polizia, Franco Gabrielli, per un’operazione dell’ottobre del 2015 quando era solo un agente scelto.
(da agenzie)

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