BIOSHOPPER DIVIDONO GLI ITALIANI, IL 60% E’ FAVOREVOLE
DAL 1° GENNAIO SONO OBBLIGATORI, SONO RICICLABILI MA PER MOLTI RAPPRESENTANO UNA TASSA OCCULTA
“Gentile Cliente… ti comunichiamo che è in vigore la legge che impone che vengano utilizzati sacchetti compostabili e biodegradabili idonei al contatto alimentare in sostituzione dei sacchetti di plastica”.
Questa la scritta che molti supermercati italiani recano all’ingresso dei loro punti vendita da oggi, giorno di riapertura della maggior parte degli store della grande distribuzione. Dal 1°gennaio è infatti scattato l’obbligo, per il cosiddetto “Decreto mezzogiorno”, di utilizzare ”bioshopper” come imballaggio primario per i prodotti di gastronomia, macelleria, pescheria, frutta verdura e panetteria.
Via dunque le buste ultraleggere in plastica (con spessore inferiore ai 15 micron) che utilizzavamo solitamente per pesare gli alimenti le quali saranno sostituite da quelle biodegradabili e compostabili, nel rispetto dello standard internazionale UNI EN 13432.
Una scelta, decisa nella lotta all’inquinamento ambientale e al problema delle microplastiche nei nostri mari, che peserà però sulle tasche degli italiani: ogni esercente venderà infatti le singole buste a un prezzo compreso fra gli 1 e i 5 centesimi.
Come stabilito per legge, inoltre, per questioni igieniche non si potrà portare il proprio sacchetto da casa e dunque, di fatto, sarà obbligatorio spendere qualche centesimo nel caso si voglia acquistare frutta, verdura o altri prodotti. In caso di inadempienze per i venditori – l’obbligo si estende dalla grande distribuzione ai piccoli negozi – sono previste multe salate che vanno da 2.500 a un massimo di 25mila euro.
La novità ha già diviso gli italiani fra coloro che sono favorevoli all’iniziativa e chi invece punta il dito contro la “tassa occulta” che dovremo pagare: ad ottobre un sondaggio Ispos Public Affairs indicava che 6 italiani su 10 si dicono favorevoli al nuovo sistema.
LA POLEMICA SUI COSTI
La legge, che vieta soluzioni diverse da quelle biodegradabili e compostabili con un contenuto minimo di materia prima rinnovabile non inferiore al 40%, è stata accolta con entusiasmo dalle associazioni ambientaliste mentre da quelle dei consumatori arrivano forti critiche.
Per Legambiente non è corretto parlare di caro-spesa: perchè “l’innovazione – dichiara Stefano Ciafani, direttore generale di Legambiente – ha un prezzo ed è giusto che i bioshopper siano a pagamento, purchè sia garantito un costo equo che si dovrebbe aggirare intorno ai 2/3 centesimi a busta”.
Il Codacons parla invece di stangata sulle famiglie. “Significa che ogni volta che si va a fare la spesa al supermercato occorrerà pagare dai 2 ai 10 centesimi di euro per ogni sacchetto, e sarà obbligatorio utilizzare un sacchetto per ogni genere alimentare, non potendo mischiare prodotti che vanno pesati e che hanno prezzi differenti. Tutto ciò comporterà un evidente aggravio di spesa a carico dei consumatori, con una stangata su base annua che varia dai 20 ai 50 euro a famiglia a seconda della frequenza degli acquisti nel corso dell’anno” dice il presidente Carlo Rienzi definendola una “tassa occulta”. Differente invece la stima di Adoc che prevede un aggravio fra i “18 e i 24 euro l’anno per circa 600 sacchetti consumati a famiglia”.
In questa operazione di contrasto al “marine litter” ogni supermercato della Gdo (la grande distribuzione) indicherà il proprio prezzo per busta.
Per ora sono in pochi ad essersi sbilanciati, fra cui la Coop che ha fissato a 2 centesimi a busta il suo prezzo. Altri, come Esselunga o Carrefour, stanno procedendo con la sostituzione dei sacchetti ma devono ancora indicare con precisione la propria cifra.
RIUTILIZZO DEI SACCHETTI
Fra gli aspetti da considerare nella “rivoluzione dei sacchetti” c’è quello del riutilizzo delle buste biodegradabili per la raccolta dell’umido. In alcuni Comuni dove è in vigore la differenziata le famiglie acquistano i sacchetti biodegradabili in confezione con costi che oscillano fra i 10 e i 15 centesimi e dunque, se si riutilizzassero quelli dei supermercati comprati a 1-2 centesimi, ci sarebbe un risparmio. Ambientalisti e attenti osservatori ricordano però che sulle nuove buste con cui trasporteremo ad esempio verdura o pane ci sarà incollato l’etichetta con il prezzo termico che non è compostabile e dunque andrà accuratamente tolta. Catene come Lidl pesano i prodotti direttamente in cassa aggirando il problema dell’etichetta con prezzo e battendo direttamente sullo scontrino.
SISTEMI ALTERNATIVI
Ogni novità , chiaramente, scatena l’inventiva dei più creativi per trovare soluzione gratuite. Se come detto non è possibile portarsi i propri sacchetti da casa c’è chi propone il ritorno delle vecchie buste a rete o dei sacchetti di carta, questione però ancora tutta da dibattere (per i distributori).
Fra le soluzioni già in atto, per esempio per frutta o ortaggi acquistati singolarmente, come un limone, un avocado e via dicendo, c’è quella di attaccare l’etichetta direttamente sul singolo prodotto (di solito sulla buccia che poi viene tolta). Altri esempi di possibili soluzioni future arrivano poi da Coop Svizzera che da novembre ha messo a disposizione buste riutilizzabili per frutta e verdura, chiamate Multi-Bag, in alternativa ai sacchetti.
IN EUROPA
In Europa, secondo gli ultimi dati diffusi dall’EPA, si stima un consumo annuo di 100 miliardi di sacchetti, molti dei quali finiscono in mare e sulle coste. Legambiente ricorda che la messa al bando degli shopper non compostabili è attiva in Italia, Francia e Marocco e altri Paesi hanno introdotto delle tasse fisse (Croazia, Malta, Israele e alcune zone della Spagna, della Grecia e della Turchia).
Diverse iniziative sono in atto in tutto il Vecchio continente per cercare di ridurre il numero delle buste.
Secondo un report della Marine Conservation Society in Gran Bretagna la lotta ai sacchetti non biodegradabili ha portato a un drastico calo della presenza di buste sulle coste, circa il 40% in meno.
(da “La Repubblica”)
Leave a Reply