BUONA FESTA DEL PAPA’, NONNETTO: IN ITALIA L’ETA’ MEDIA DEL PRIMO FIGLIO E’ SALITA A 36 ANNI
L’IMPATTO DEL FENOMENO DEMOSCOPICO E LE SUE CAUSE
«Mio figlio non ha mai visto il mio colore naturale della mia barba, quando è nato era già quasi tutta bianca». Basta una frase del genere per fotografare un fenomeno demografico spesso tralasciato. Perché parliamo sempre dell’età in cui le donne diventano madri per la prima volta, ma ci dimentichiamo dei padri. E anche per loro i dati non sono rassicuranti: secondo gli ultimi dati disponibili, in Italia, gli uomini hanno avuto il primo figlio attorno ai 36 anni. Ma a stupire non è solo l’età dei neopadri, è soprattutto la velocità con cui l’età media è avanzata nel giro di trent’anni. Secondo le ricostruzioni basate sui dati Istat, infatti, negli anni ’90 gli uomini diventavano padri molto prima: tra i 25 e i 27 anni.
Cosa è successo in una generazione
Nel giro di una generazione, quindi, l’ingresso nella paternità si è spostato in avanti di quasi dieci anni. Non si tratta di una semplice trasformazione culturale, ma del segnale di un cambiamento più profondo che riguarda l’intero percorso verso l’età adulta. Se negli anni ’70 e ’80 diventare genitori era una tappa relativamente precoce, oggi arriva alla fine di un percorso molto più lungo e incerto. Le ragioni sono diverse e si intrecciano tra loro. L’ingresso nel mondo del lavoro è sempre più tardivo, spesso segnato da anni di precarietà; l’uscita dalla famiglia di origine avviene più tardi; la stabilità economica necessaria per avere un figlio si raggiunge (quando si raggiunge) ben oltre i trent’anni. E poi c’è anche la stabilità sentimentale, pure quella molto instabile. In questo contesto, la decisione di diventare padre non è più un passaggio naturale, ma una scelta che viene rimandata fino a quando le condizioni lo permettono.
La biologia conta anche per gli uomini
C’è poi un altro aspetto che pesa, anche se meno raccontato: la paternità, a differenza della maternità, è stata a lungo considerata meno “urgente” dal punto di vista biologico. Eppure negli ultimi anni la ricerca ha iniziato a ridimensionare
questa idea. Gli uomini sono più fertili tra i 20 e i 30 anni. Tra i 30 e i 35 peggiora anche la qualità dello sperma, con un aumento delle mutazioni genetiche e delle alterazioni epigenetiche legate al continuo processo di produzione degli spermatozoi. Questo si traduce, da un lato, in una riduzione della fertilità e delle probabilità di successo anche nelle tecniche di procreazione assistita, e dall’altro in un incremento, seppur contenuto, di alcunirischi per il nascituro. La letteratura scientifica ha individuato una correlazione tra età paterna avanzata e disturbi neuropsichiatrici come l’autismo e la schizofrenia: studi epidemiologici mostrano che i figli di padri sopra i 40 anni hanno una probabilità significativamente più alta di ricevere una diagnosi nello spettro autistico rispetto a quelli con padri sotto i 30. Anche il rischio di aborto spontaneo cresce con l’età paterna, in particolare dopo i 40–45 anni.
L’involontaria politica del figlio unico e le sue conseguenze
Ma diventare padri più tardi non è solo una questione anagrafica. Incide, infatti, anche sulla possibilità di avere altri figli, il che contribuisce al calo delle nascite e, soprattutto, alla scomparsa del secondo o terzo figlio. Avere meno figli significa anche dividere il patrimonio familiare tra meno eredi, e quindi, almeno in teoria, aumentare la quota di ricchezza per ciascun figlio. Ma questo meccanismo non rende la società più ricca nel suo complesso: secondo gli economisti, tende piuttosto a renderla più diseguale. Nelle famiglie con patrimoni consistenti, infatti, meno figli significa concentrare la ricchezza e rafforzare il vantaggio economico tra generazioni. Al contrario, chi parte da condizioni più fragili continua a ereditare poco o nulla. Il risultato è un sistema in cui il peso dell’origine familiare cresce e la mobilità sociale si riduce. A questo si aggiunge un effetto più ampio: meno figli oggi significa anche meno lavoratori e contribuenti domani, con conseguenze dirette sulla sostenibilità del welfare e delle pensioni.
Il confronto con l’estero
Gli uomini diventano padri sempre più tardi, dunque, e questa è una tendenza comune a molti Paesi. In Italia, però, le cose vanno un po’ peggio che altrove. In paesi come Francia e Germania si resta intorno ai 33–34 anni, mentre nei paesi del Nord Europa – dalla Svezia alla Danimarca – l’ingresso nella paternità avviene attorno ai 30. L’Italia, insieme alla Spagna, si colloca stabilmente nella fascia più alta, con valori vicini o superiori ai 35 anni. Ma come fanno gli altri Paesi ad
abbassare età paterna del primo figlio? Con le politiche per la famiglia. Nei paesi del Nord Europa, ad esempio, esistono congedi parentali più lunghi e meglio retribuiti, spesso con quote riservate ai padri: in Svezia e in Norvegia ogni genitore ha mesi di congedo non trasferibili, e se il padre non li utilizza vanno persi. Anche in Germania negli ultimi anni sono stati introdotti incentivi per favorire la condivisione del congedo tra i genitori, mentre in Francia il sistema di servizi per l’infanzia – a partire dagli asili nido – è più capillare rispetto a quello italiano.
(da agenzie)
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