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BELSITO PREPARAVA DOSSIER SU MOLTI LEGHISTI: E’ CACCIA A UN CONTO SEGRETO MILIONARIO IN SVIZZERA DELLA LEGA

Aprile 28th, 2012 Riccardo Fucile

L’EX TESORIERE VOLEVA INDAGINI SU MOLTI ESPONENTI DEL CARROCCIO, ANCHE TRA I FEDELISSIMI DI BOSSI, COME REGUZZONI…IN AZIONE ANCHE TALPE NELLE BANCHE DATI PER CONOSCERE REDDITI E PROPRIETA’… LICENZIATI ENTRAMBI GLI AUTISTI DI RENZO BOSSI

Non solo Maroni. Nel mirino degli investigatori privati ingaggiati dall’ex tesoriere della Lega Nord Francesco Belsito c’erano anche altri esponenti del Carroccio: dossier illegali che l’ex amministratore delle casse del partito, indagato per riciclaggio e appropriazione indebita, custodiva nei suoi computer.
Li hanno trovati gli uomini della Dia, come scrivono La Stampa e il Corriere della Sera, e ora saranno analizzati.
Gli inquirenti hanno trovato fotografie, documenti riservati, informazioni segrete.
Ma i magistrati, in particolare quelli di Reggio Calabria, stanno seguendo il filone aurifero dei soldi: in particolare la traccia che dovrebbe portarli in Svizzera, dove cercano un conto cifrato che Belsito ha, secondo le accuse, utilizzato per alcuni investimenti e che potrebbero definire meglio i contorni dei rapporti dell’ex tesoriere della Lega Nord con le non poche figure vicine alla ‘ndrangheta di questa vicenda.
Belsito è stato sentito dai magistrati ai quali ha confermato che aveva informato di tutti gli investimenti della Lega lo stesso Bossi, a sorpresa è stato ascoltato anche il capogruppo al Senato Federico Bricolo, mentre il senatore Piergiorgio Stiffoni (la cui firma è stata trovata sugli ordini d’acquisto per i diamanti) si è autosospeso da amministratore del gruppo parlamentare e dal partito.
Dopo che si è saputo del licenziamento uno degli autisti di Renzo Bossi, Oscar Morando, ieri si è avuta notizia anche dell’allontanamento da parte del Carroccio dell’altro autista del Trota, Alessandro Marmello, protagonista dei video pubblicati da Oggi in cui ostentava il passaggio di denaro della Lega a Bossi Jr (per questo è stato querelato dal figlio del leader della Lega). La motivazione è la stessa: è venuto meno il rapporto di fiducia.
Il legale di Marmello Franz Sarno ha annunciato che impugnerà  il licenziamento davanti all’autorità  giudiziaria “perchè si basa su motivi pretestuosi e infondati”.
I dossier di Belsito, dunque. Secondo le prime verifiche della Dia di Reggio Calabria nella lista delle persone fatte “indagare” privatamente e probabilmente anche pedinare da Belsito non c’erano solo Roberto Maroni e i “Barbari sognanti”: scatenatissimi dopo che a gennaio il Secolo XIX rivelò degli investimenti milionari in Tanzania e a Cipro, erano “pericolosi perchè potevano destabilizzare la struttura della Lega e soprattutto portare alla rimozione del tesoriere dal suo posto.
Ma c’erano anche l’ex capogruppo alla Camera Marco Reguzzoni (considerato componente del “cerchio magico” intorno a Umberto Bossi) e il segretario della Lega Lombarda, anche lui deputato, Giancarlo Giorgetti.
Secondo il sostituto della Dia reggina Giuseppe Lombardo sarebbe stato lo stesso gruppo criminale che gravitava intorno a Belsito a procurare informazioni e materiale sugli avversari politici da tenere “sotto controllo”.
Banche dati, Agenzia delle Entrate, catasto, Camera di Commercio: tutto era utile per spiare gli altri leghisti, dai redditi alle proprietà  immobiliari fino alle partecipazioni in aziende.
Nei computer di Belsito sono state trovate anche decine di fotografie dei “pedinati”.
Le carte segrete di Fincantieri.
Ma c’è di più: gli esperti informatici della Direzione antimafia e della Polizia postale hanno trovato atti che riguardano appalti esteri ottenuti da Finmeccanica e Fincantieri, l’azienda di costruzioni navali di cui Belsito è stato anche vicepresidente.
Carte che in teoria sono coperte dal segreto e che rivelano il procacciamento di informazioni preziose come i costi di gestione, i nomi dei mediatori scelti per le trattative, i manager impegnati, gli eventuali collegamenti di questi ultimi con uomini politici, le autorità  straniere coinvolte negli affari.
Dati “sensibili” che in alcune circostanze potrebbero essere addirittura coperti dal segreto di Stato visto che queste aziende si occupano di armamenti e di altre sofisticate apparecchiature impiegate nei sistemi di difesa.
Il sospetto di chi indaga è che Belsito abbia potuto contare anche su “talpe” interne alle aziende disposte a fornirgli materiale riservato.
L’ex tesoriere si è servito di un investigatore privato, come già  emerso nelle scorse settimane. I contatti intercettati rivelano anche la collaborazione di un appartenente alle forze dell’ordine che poteva consultare gli archivi di polizia e degli uffici giudiziari e sul ruolo di questa persona sono state disposte ulteriori verifiche.
Emerge con sempre maggiore chiarezza che il personaggio chiave nella questione Belsito è l’ammiraglio, come viene chiamato, cioè il procacciatore d’affari genovese Romolo Girardelli. Quest’ultimo non ha girato intorno ai cassieri della Lega solo da quando c’è Belsito, ma già  da prima, quando la cassa era gestita dal predecessore Maurizio Balocchi.
Girardelli è stato il ponte grazie al quale Belsito ha conosciuto l’avvocato calabrese Bruno Mafrici, con studio in via Durini a Milano, dove il socio più importante è Pasquale Guaglianone, condannato con sentenza definitiva per aver fatto da cassiere ai Nuclei Armati Rivoluzionari, il gruppo terroristico neofascista della fine degli anni Settanta.
Nello studio di via Durini Belsito aveva pure una stanza, secondo la testimonianza di una segretaria della Lega.
Qui si apre una parentesi: entrambi, secondo le prime verifiche, risultano aver avuto rapporti con il governatore della Calabria Giuseppe Scopelliti.
Quest’ultimo aveva ironizzato: “E’ reato tifare Reggina?”.
Ma dall’inchiesta emerge che proprio la sera di quella partita della squadra calabrese Scopelliti, a casa di Mafrici, si appartò con Guaglianone per discutere di affari.
Mafrici è stato sentito la scorsa settimana dai magistrati calabresi e l’impressione è che abbia scaricato Belsito: “Mi chiese di poter investire soldi all’estero e io gli misi a disposizione almeno dieci faccendieri di mia fiducia che avrebbero potuto aiutarlo ad operare in Svizzera, in particolare a Lugano».
Tra i documenti già  acquisiti ci sono tracce che fanno ipotizzare passaggi di denaro per un totale di almeno 50 milioni di euro.
Soldi della Lega, ma non solo. Il sospetto è che quello stesso deposito cifrato possa essere stato utilizzato da tesoriere del Carroccio e dalla ‘ndrangheta.
Nei prossimi giorni la Procura di Reggio Calabria inoltrerà  una richiesta di rogatoria alle autorità  svizzere per chiedere di interrogare i mediatori indicati da Mafrici e visionare la documentazione bancaria.
Altra questione tocca la banca Arner, famosa perchè qui hanno un conto Silvio Berlusconi, Cesare Previti, l’altro uomo Fininvest Salvatore Sciascia.
Il direttore di Arner viene convocato da Belsito in via Durini e il dirigente bancario ci va.
La fretta di Belsito è legata al rientro dei 7 milioni che hanno fatto il giro dell’oca in Tanzania e a Cipro: i giornali hanno scoperto l’operazione e quindi serve che quei capitali rientrino il prima possibile.
Ma non è facile e Stefano Bonet, l’imprenditore veneto indagato insieme a Belsito per riciclaggio, gli consiglia la Arner.
Belsito e il direttore della Arner parlano, cercano l’accordo, ma poi tutto salta: arrivano le perquisizioni che rivoltano tutto e la Lega finisce nella bufera.

(da “Il Fatto Quotidiano”)

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COMUNE DI ROMA: SI DISCUTE IL BILANCIO, L’ASSESSORE PARLA, IN AULA NON C’E’ NESSUNO, ALEMANNO COMPRESO

Aprile 20th, 2012 Riccardo Fucile

IN BALLO UNA MANOVRA DA 730 MILIONI, IN VENDITA L’ACQUA PUBBLICA, TAGLI ALL’ASSISTENZA SOCIALE E ALLA CULTURA, MA LA COSA NON FREGA UNA MAZZA A NESSUNO

Comincia l’iter per l’approvazione del bilancio del Comune di Roma.
Quando l’Assessore competente, Carmine Lamanda, illustra la relazione l’aula è vuota. La maggioranza non c’è, e neppure il Sindaco Alemanno.
L’opposizione decide di sedersi fra il pubblico.
Sembra che la cosa non interessi a nessuno eppure le cifre non sono rassicuranti e i consiglieri comunali, che rappresentano i cittadini romani, intascano di diaria circa 1500 euro al mese, e il loro gettone di presenza è comunque salvo perchè la seduta era iniziata al mattino e all’appello hanno risposto in più di 30.
Hanno chiamato la pausa per avere il tempo di leggere la relazione tecnica.
Ma poi si sono dati alla fuga.
Secondo quanto dice Lamanda, Roma dovrà  affrontare una manovra d’aula di circa 730 milioni di euro a causa dei minori trasferimenti statali e regionali.
E allora il comune punta a far cassa con le tasse, l’Imu su tutte, che si stima porterà  165,5 milioni dalla prima casa e 448,5 milioni dagli altri immobili.
Ma non finisce qui: Lamanda parla di stipendi a rischio e difficoltà  di cassa già  a partire da settembre.
E se gli stipendi non si possono pagare, allora, tutto è lecito, anche vendere un pezzo di Acea.
Poi ci sono i tagli: 66,63 milioni in meno per i servizi, di cui 21 milioni in meno per il sociale e assistenza abitativa; 6,37 milioni in meno alla cultura, 1,38 per lo sviluppo economico.
Cifre e strategie che meriterebbero una profonda discussione.
Ma a Roma oggi, durante la discussione, c’è il sole.

(da “Il Corriere della Sera“)

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ROMA, CASE DEL COMUNE SVENDUTE E RIVENDUTE: UN DEPUTATO HA ACQUISTATO 120 MQ IN PIAZZA MAZZINI A 250.000 EURO, MENO DI UN TERZO DEL VALORE DI MERCATO

Marzo 30th, 2012 Riccardo Fucile

L’AVVOCATURA CHIEDE I DANNI… MAZZOCCHI (PDL) HA ACQUISTATO L’APPARTAMENTO VENDUTO DAL COMUNE POCO PRIMA A DUE VECCHIETTI PER 206.000 EURO

Il quartiere Prati con la sua piazza Mazzini è il cuore della “city romana”.
Ma può considerarsi anche il cuore di un’intricata vicenda di case di pregio, oltre 120 metri quadri dal valore alto, fino a 900 mila euro di euro, ma svendute al prezzo di un monolocale in una zona semicentrale. In un bellissimo stabile di via Andreoli 2 (che si affaccia su piazza Mazzini), ben 22 appartamenti sui 90 cartolarizzati dal Comune a partire dal 2005 sono stati prima venduti agli inquilini a prezzi di saldo e poi rivenduti dagli stessi in violazione di una norma locale, la 139 del 2001, che vietava espressamente la rivendita prima di una certa data dal rogito.
Compravendite realizzate in circostanze tutte da chiarire e ora al centro di una complicata vicenda giudiziaria.
La norma vietava agli inquilini — nella maggior parte dipendenti pubblici che alloggiavano negli stabili comunali a canoni agevolati — che avevano acquistato dal Campidoglio gli appartamenti con sconti dal 30 al 45 %, di rivendere prima dei 10 anni.
Questo per evitare speculazioni da parte di chi aveva usufruito dei generosi sconti. L’uomo incaricato dall’ex sindaco Walter Veltroni di occuparsi di una delle più importati operazioni di dismissione immobiliare degli ultimi 20 anni in Italia è stato Claudio Minelli, ex assessore capitolino della Margherita al Patrimonio immobiliare dal 2001 al 2008, oggi desaparecidos della politica.
In ballo 7500 immobili da cartolarizzare e un processo di vendita (fermato dalla giunta Alemanno) a soli 775 immobili venduti e 150 milioni di euro entrati nelle casse del Comune. Una cifra modesta.
“Io mi ricordo le pressioni che mi arrivavano da tutti i partiti, le commissioni, i comitati di inquilini, per fare maggiori sconti — racconta al Fatto Minelli — mi sembravo un punching ball in quel periodo. Fu una lotta incredibile, e non escludo che palazzi in zone importanti della Capitale siano finiti a prezzi troppo scontati”.
In piazza Mazzini nel 2005 i prezzi di mercato al metro quadro, secondo i dati dei broker immobiliari, variavano tra i 6. 700 e i 7. 700 euro, ma nello stabile di via Andreoli 2, gli appartamenti sono stati venduti in molti casi a poco più di 1. 700 euro al mq.
“Io ho comprato 100 mq con due balconi al piano nobile più cantina nel 2006 al prezzo di 360 mila euro — racconta Bruna D’Eustachio, inquilina anziana del palazzo — ma appena comprato si sono presentate delle persone che dichiaravano di essere ‘ ben collegate’: mi offrivano fino a 860 mila euro per ricomprare subito il mio appartamento. Ho risposto loro che c’era il vincolo dei 10 anni, ma loro insistevano che lo si poteva aggirare — continua la donna —. Quella era una speculazione indegna verso il Comune che così tanto ci aveva agevolati. Li ho fatti scappare a gambe levate”.
Ma altri se ne sono fregati della norma e hanno rivenduto al doppio o al triplo a medici, notai, imprenditori, avvocati.
Un inquilino che vuole restate anonimo racconta: “Molti qui dentro hanno fatto un giro strano, l’inquilino legittimo comprava a prezzo scontato anche se non aveva i soldi, però glieli dava un terzo, il secondo compratore, magari in cambio di una generosa buonuscita che poteva arrivare a un sacco di soldi”.
Così, a partire dal 2009, l’avvocatura comunale avvia una serie di cause giudiziarie. “Laddove accerteremo che vi sono state speculazioni a danno del Comune, cercheremo di tornare in possesso anche degli immobili” dichiara il sindaco Alemanno.
Intanto è rimasto impigliato nella vicenda un sodale di Alemanno, un big della politica romana, il deputato Pdl Antonio Mazzocchi, uno dei tre questori della Camera dei deputati, presidente dei Cristiano riformisti, ex presidente della federazione romana di An, ex assessore e consigliere capitolino, padre di Erder Mazzocchi consigliere regionale Pdl.
È lui, il pomeriggio del 19 ottobre 2005, a mettere la firma insieme alla moglie, Bianca Mingoli, sull’atto di compravendita di un appartamento al primo piano nello stabile — 121 mq più cantina — al costo stracciato di 250 mila euro.
L’appartamento era stato acquistato solo poche ore prima da due pensionati de l’Aquila, che avevano comprato l’alloggio a poco meno di 207 mila euro. L’avvocatura comunale, in rappresentanza del sindaco Alemanno, ritiene che i primi compratori, i coniugi Mazzocchi e il loro notaio, N. V., abbiano compiuto una speculazione ai danni delle casse comunali e chiede loro un cospicuo risarcimento, pari al prezzo del valore di mercato dell’appartamento, stimato al 2005 tra gli 860 mila e gli 880 mila euro.
Gli avvocati del sindaco hanno trascinato tutti in tribunale.
Mazzocchi, interpellato dal Fatto, replica: “Ho pagato il prezzo del valore di mercato. Sì, è vero, siamo in comunione dei beni, ma sono stato trascinato dentro la causa anche se a comprare con propri soldi è stata mia moglie. Io ero solo la persona che doveva attestare questo al momento del rogito”.
Ecco perchè chiede un milione di euro di danni al Comune: “Capirete bene, sono deputato e questore della Camera. Comunque la compravendita è regolare, per l’immobile abbiamo interrogato il ministero dei Beni Culturali, loro — prosegue Mazzocchi — hanno un diritto di prelazione, se non lo esercitano il privato può rivendere”.
Ma il Comune la pensa al contrario, è un immobile di un ente locale, nulla c’entra il Mibac. “Siamo arrivati a quella norma dopo un grande lavoro e studio — replica Minelli — nessuno poteva rivendere prima dei limiti imposti dalla legge, chi lo ha fatto deve pagare”.
L’immobile contestato è stato affittato ad uno studio medico, ma sul punto il parlamentare è balbettante: “Da oggi è libero, l’ho sfittato ieri”.
Il deputato dell’Idv Francesco Barbato chiede le dimissioni da questore della Camera di Mazzocchi. “Come può amministrare le casse della Camera dei Deputati se si regola in questo modo? Chiederò oggi d’incontrare il presidente Fini e sottoporgli la “scandalosa” posizione dell’on.Mazzocchi e la conseguente rimozione da questore della Camera”.
Intanto, a distanza di oltre un anno dall’istituzione di una commissione di inchiesta sulle vendite del patrimonio immobiliare capitolino voluta da Alemanno, c’è buio fitto su nomi e dati.

(da “Il Fatto Quotidiano“)

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TARIFFE, MAZZETTE E APPALTI: NUOVI GUAI PER ALEMANNO

Marzo 28th, 2012 Riccardo Fucile

QUATTRO ARRESTI PER IL FLOP DEI PUNTI VERDI QUALITA’: MUTUI FACILI PER CANTIERI MAI TERMINATI… MENTRE I FONDI PER LA LOTTA CONTRO LA TOSSICODIPENDENZA SONO FINITI AGLI AMICI DEL SINDACO

Mazzette e Parentopoli: nulla di nuovo nella gestione che, da quattro anni a questa parte, il sindaco di Roma fa della cosa pubblica.
Solo che ogni giorno il pozzo diventa sempre più fondo.
C’è un’inchiesta ancora all’inizio: il flop dei Punti verdi qualità , progetto che risale a Rutelli e Veltroni, poi affidato alla gestione del capo della segreteria Antonio Lucarelli che oggi giura di non occuparsene più.
Tutto ruota attorno allo sviluppo di aree verdi cittadine, dotate di attrezzature sportive, affondato nel pantano di lavori non ultimati e in una truffa culminata ieri con l’arresto di due noti imprenditori e due architetti in servizio presso Roma Capitale.
I due imprenditori, Marco Bernardini e Massimo Dolce, sono amministratori della Maspen Center Sport srl, società  concessionaria per la realizzazione del “Parco Spinaceto”.
Gli architetti sono invece Stefano Volpe e Annamaria Parisi, marito e moglie, e lavorano presso l’ufficio tecnico del Comune.
La Finanza ha eseguito 25 perquisizioni in uffici e case di una dozzina di indagati. La truffa nel 2011 è già  costata alla giunta capitolina almeno 11 milioni di euro, sborsati per coprire mutui agevolati, concessi dal Credito cooperativo, grazie a fideiussioni garantite dal Comune che si ritrova proprietario di cantieri abbandonati, e titolare di mutui non pagati dagli imprenditori che ne avevano beneficiato al solo scopo di entrare in possesso dei sostanziosi anticipi.
Tra i reati contestati la truffa aggravata, il falso ideologico e materiale e la corruzione. A dare avvio all’inchiesta sono state le denunce presentate dall’architetto Annunziato Seminara, titolare della Euroimpresa, e dall’imprenditore Sergio Cerqueti, titolare della Tecma, improvvisamente accortisi che ingenti somme di denaro venivano movimentate a loro insaputa sui conti correnti aziendali.
Somme corrisposte dal Credito Cooperativo, a titolo di mutuo per i lavori del Parco Spinaceto, che Dolce e Bernardini intendevano così distrarre dalla loro destinazione.
A pagare anche Lucia Mokbel, sorella del più famoso Gennaro, tuttora agli arresti per la truffa Fastweb e Telecom Sparkle.
L’imprenditrice, nota dai tempi del sequestro Moro per aver segnalato il covo di via Gradoli, è interessata all’area di parco Feronia.
Dalle 60 pagine dell’ordinanza emerge che Bernardini e Dolce “per sbloccare il pagamento abbiano fatto una lettera di diffida al Credito Cooperativo e pressioni nei confronti dell’assessore all’Ambiente Marco Visconti ottenendo l’interessamento del vice sindaco Sveva Belviso” di modo che “nonostante le problematiche intercorse il Comune di Roma nella persona di Fabio Tancredi ha ribadito il suo nulla osta per il pagamento del secondo stralcio”.
Da una telefonata fra Dolce e Volpe emerge la prova del sistema corruttivo: il Dolce avvisa Volpe della cattiva fama che lo circonda quale soggetto che fa “macheggi” e che “pia ‘ sordi”. C’era stata anche un’interrogazione al sindaco sulla Belviso, cui era seguita una secca smentita: “Il marito del vice sindaco non conosce nè tanto meno ha rapporti lavorativi con gli imprenditori di Spinaceto”.
Mazzette da un lato, parenti e amici dall’altro.
Anche sulla pelle delle persone.
In questo caso, dei tossicodipendenti.
I bandi 2011 per l’erogazione di servizi e di prevenzione, infatti, se li sono aggiudicati — salvo sorprese della giustizia amministrativa — enti che per la maggior parte fanno capo a un gruppo romano di tutto rispetto: le famiglie Rampelli, Marsilio e l’ex ministro della Gioventù, Giorgia Meloni.
Stiamo parlando di una cifra importante, 2 milioni e mezzo di euro.
A denunciare lo scandalo sono gli enti esclusi da quei bandi, gli stessi che hanno gestito per quasi vent’anni il settore tossicodipendenze.
Il Coordinamento nazionale comunità  accoglienza Lazio e il Roma Social Forum hanno presentato un dossier che fa le pulci ai bandi pubblici.
Tutto comincia, dicono, con la nomina a presidente dell’Agenzia comunale per le tossicodipendenze di Massimo Canu, psicologo cresciuto nelle file del Modavi (Movimento delle associazioni di volontariato italiano, protezione civile e servizi sociali).
Un mondo fondato — tra gli altri — dallo stesso Alemanno e intorno al quale ruotano Fabio Rampelli, la sorella Elisabetta (avvocato, è nel comitato scientifico, così come il marito Loris Facchinetti) e Giorgia Meloni (il suo capo dipartimento viene dal Modavi).
Anche la moglie di Canu, Maria Teresa Bellucci, ha la stessa provenienza: prima braccio destro di Laura Marsilio, ex assessore capitolino alla Scuola e sorella del deputato Marco, poi dirigente presso l’assessorato alla Famiglia, dal quale dipende l’Act.
Attraverso i bandi 2011, cui ha partecipato in partnership con altre associazioni, il Modavi riceverà  350 mila euro.
E questo nonostante sia cambiato, nel frattempo, il direttore dell’Agenzia.
Oltre 76 mila euro sono andati, per un progetto di prevenzione, alla Asi Ciao (Alleanza sociale italiana Coordinamento imprese sociali, associazioni, organizzazioni non profit).
Un ente di promozione sociale e culturale che ha ricevuto in passato (dalla Marsilio) 45 mila euro per il Carnevale in tre municipi e 265 mila euro (dalla Meloni) per la sicurezza stradale.
Sempre all’ex ministro fa capo la cooperativa sociale Integra, il cui amministratore unico, Juri Morico, vanta un passato in Azione Studentesca.
Integra andrà  a gestire (per 716 mila euro) la Comunità  Città  della Pieve.
Come è stata possibile questa virata?
La maggior parte dei soldi, lamentano le associazioni escluse, vanno ai progetti di prevenzione e non ai servizi. Il che andrebbe bene, se non fosse, per esempio, che sono stati finanziati con 100 mila euro 5 progetti per la “prevenzione in età  prescolare”.
Come insegnare ai bambini di tre anni a non bucarsi.

Rita di Giovacchino e Silvia D’Onghia
(da “Il Fatto Quotidiano”)

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PRESSIONI SUL TG1: INDAGATI ALEMANNO, LETTA E MINZOLINI

Marzo 7th, 2012 Riccardo Fucile

IL SINDACO TELEFONO’ PER BLOCCARE UN SERVIZIO SULLA PROSTITUZIONE A ROMA… LETTA INTERVENNE PER RACCOMANDARE UN GIORNALISTA AMICO

Gianni Letta, Augusto Minzolini e Gianni Alemanno sono indagati dalla Procura di Roma per le telefonate intercettate dalla Guardia di Finanza di Bari nel dicembre 2009 durante l’inchiesta (poi archiviata per entrambi) su Berlusconi e l’allora direttore del Tg1. L’ultima onda del “Trani gate” arriva nella Capitale due anni dopo l’inchiesta sulle pressioni dell’ex premier sull’Agcom (l’autorità  Garante delle Comunicazioni) per chiudere Annozero.
L’inchiesta si profila molto delicata per la Procura capitolina perchè svela i retroscena dei rapporti tra la politica e l’informazione pubblica.
Sono due gli episodi al centro dell’indagine.
Al sindaco di Roma, Gianni Alemanno e all’ex direttore del Tg1, Augusto Minzolini, sono contestate le pressioni effettuate allo scopo di far sparire dagli schermi della tv di Stato le prostitute e gli eccessi che il sindaco di Roma non era riuscito a smuovere dalle strade.
Il secondo episodio vede protagonista l’ex sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Gianni Letta che raccomanda un giornalista al direttore del Tg1.
Augusto Minzolini e Gianni Alemanno sono stati iscritti molti mesi fa sul registro degli indagati di Trani per concussione mentre a Letta è stato contestato solo l’abuso di ufficio . Dopo le iscrizioni effettuate dal pm Michele Ruggiero il fascicolo è stato trasmesso a Roma dove è stato preso in carico dal procuratore aggiunto Alberto Caperna e dal sostituto Roberto Felici.
Dopo avere iscritto a Roma nuovamente i tre indagati (con tutta probabilità  per gli stessi reati) ora i magistrati capitolini dovranno decidere il loro destino
Le telefonate, registrate dalla Guardia di Finanza quando il pm Ruggiero indagava sulle carte di credito revolving di American Express, risalgono al 2009 e non furono ritenute rilevanti dai pm fin quando, lo scorso anno, il gip di Trani, Roberto Oliveri Del Castillo, ha chiesto alla procura di rivalutare il loro peso.
Nella prima serie di telefonate, il sindaco Alemanno viene a conoscenza di un servizio giornalistico che descriveva con toni realistici e a lui sgraditi gli eccessi delle notti romane.
Il sindaco alza il telefono per contattare Augusto Minzolini, all’epoca “direttorissimo” del telegiornale della rete ammiraglia Rai.
Alemanno è stato eletto un anno e mezzo prima inneggiando alla “tolleranza zero” ed è molto preoccupato dell’immagine negativa che potrebbe ricadere sulla sua gestione dell’ordine pubblico.
Minzolini accoglie le lamentele del sindaco e, poco dopo, chiama la giornalista responsabile.
“Il servizio non deve andare in onda” dice — in sintesi — il direttore alla sua cronista o almeno non con quei contenuti.
A colpire gli investigatori, oltre al contenuto della telefonata, sono i toni che Minzolini usa con la giornalista.
La telefonata è lunga e concitata. La giornalista difende il servizio ma, nonostante non sia certo l’ultima arrivata, alla fine asseconda le ire di Minzolini e sostanzialmente prende atto della decisione del direttore.
I pm hanno deciso di indagare, oltre al sindaco di Roma anche il direttore del Tg1 perchè il suo comportamento prono ai voleri del politico anteporrebbe la tutela dell’immagine di Alemanno, secondo la ricostruzione della Procura di Trani, all’interesse del pubblico che paga il canone a Rai a essere informato.
Anche il secondo filone d’indagine nasce dall’ascolto di una telefonata.
Siamo sempre nel 2009 e questa volta, ad alzare il telefono, è l’ex sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Gianni Letta che chiama Minzolini per segnalargli un giornalista a lui vicino.
Già  in passato erano state registrate telefonate simili del braccio destro di Berlusconi al direttore di Rai Fiction Agostino Saccà .
Ma in quel caso i pm romani non avevano ravvisato gli estremi dell’abuso di ufficio che invece, secondo la Procura di Trani, in questo caso, potrebbe profilarsi.
L’iscrizione di Alemanno, Letta e Minzolini nel registro degli indagati di Roma risale al mese scorso.
Tutto nasce dal provvedimento del gip di Trani Oliveri Del Castillo dello scorso luglio. Nel luglio 2011 i pm di Trani avevano sottoposto alla sua attenzione centinaia di telefonate che riguardavano Minzolini e il suo rapporto con la politica, sia del centrodestra sia del centrosinistra.
Per la procura erano irrilevanti e andavano distrutte.
Ma il gip ha chiesto di risparmiare le conversazioni del direttore con Alemanno e Letta perchè ha ravvisato un possibile reato in quelle conversazioni.
Il pm Ruggiero, condividendo l’impostazione del gip, ha iscritto i tre nel registro degli indagati, ma nessun atto d’indagine è stato svolto dalla Procura di Trani, guidata dal procuratore Carlo Maria Capristo.
Dopo la semplice iscrizione c’è stata solo la trasmissione alla Procura di Roma che adesso, a sua volta, ha iscritto Alemanno, Minzolini e Letta nel registro degli indagati.
La vera indagine inizierà  nei prossimi giorni, per valutare se davvero esistano dei reati o se, invece, il comportamento di Minzolini risponda alle normali prerogative di un direttore.
Resta il fatto che l’inchiesta condotta da Ruggiero, in questi ultimi due anni, ha svelato molti retroscena sul rapporto tra Rai e politica.
Era il marzo 2010 quando iscrisse nel registro degli indagati Silvio Berlusconi e l’ex commissario dell’Agcom Giancarlo Innocenzi.
Una storia ormai nota: Berlusconi premeva su Innocenzi per chiudere, o quantomeno ostacolare, le inchieste di Annozero e della redazione guidata da Michele Santoro.
I reati ipotizzati per il premier, all’epoca, furono concussione e minaccia, mentre Innocenzi fu indagato per favoreggiamento, poichè negò d’aver subito pressioni.
Poi fu indagato anche l’ex dg della Rai Mauro Masi e dopo una serie di rimpalli — dalla Procura di Roma al Tribunale dei ministri e ritorno — tutto si risolse con un’archiviazione.

Marco Lillo e Antonio Masari
(da “Il Fatto Quotidiano“)

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ROMA 2020, MONTI DICE NO ALLE OLIMPIADI E ALEMANNO FA FINTA DI DIMETTERSI

Febbraio 15th, 2012 Riccardo Fucile

SFUMA IL SOGNO OLIMPICO: “RINUNCIA DOLOROSA MA TROPPE INCOGNITE E COSTI NON CHIARI”…IL SINDACO DI ROMA HA SMENTITO LA VOCE CHE SI SAREBBE DIMESSO PER PROTESTA

L’Olimpiade del 2020 non si farà  a Roma.
Dopo un’attenta valutazione dei costi e dei benefici legati all’operazione nel suo complesso, il premier Mario Monti ha deciso che non esistono le condizioni perchè il governo offra le garanzie dello Stato alla candidatura per i Giochi.
Non arriva, dunque, la firma sulla lettera con le garanzie richieste dal Cio da presentare entro oggi.
Il presidente del Consiglio ha incontrato il presidente del Comitato organizzatore, Mario Pescante, il presidente del Coni, Petrucci e il sindaco di Roma, Alemanno, ufficializzando una decisione che era già  nell’aria da tempo.
La lettera con le garanzie richieste dal Cio doveva essere presentata entro mercoledì 15 febbraio.
Sconsolato il sindaco Alemanno all’uscita dall’incontro a Palazzo Chigi.
Sconsolato e anche deciso a dare un segno politico alla bocciatura delle chances olimpiche della capitale. Voci di dimissioni si fanno insistenti mentre il verdetto» diventa ufficiale e le agenzie lo diffondono.
Ha prevalso la considerazione che l’Italia non può permettersi un’avventura con troppe incognite e con costi non chiari.
Pur sottolineando la sua ammirazione per un progetto che merita elogi (elogi rivolti in particolare ai vertici del comitato promotore: «A Gianni Letta, Mario Pescante, Gianni Alemanno e Gianni Petrucci») il presidente del Consiglio ha spiegato: «Il Comitato olimpico internazionale richiede al governo del Paese ospitante i Giochi una lettera di garanzia finanziaria… tra le altre cose il governo del paese ospite deve farsi carsi di ogni eventuale deficit della manifestazione».
E ha sottolineato: «Non possiamo correre rischi».
Tutti i ministri, ha poi spiegato Monti, hanno partecipato alla discussione sul tema e «siamo arrivati alla conclusione unanime che il governo non si sente – nelle attuali condizioni dell’Italia – di assumere questi impegni di garanzia.
Monti ha parlato poi delle Olimpiadi a Roma come di una «operazione che potrebbe mettere a rischio i denari dei contribuenti, proprio mentre siamo sottoposti nei prossimi vent’anni ad un’operazione di rientro dal debito, operazione condivisa e accettata in sede europea dal precedente governo».
La crisi economica, il caso di Atene 2004 e i costi raddoppiati per l’Olimpiade che si svolgerà  a Londra (27 luglio-12 agosto 2012) sono stati decisivi nel convincere il premier ad un no comunque doloroso, perchè Monti è il primo a sapere che l’organizzazione di un’Olimpiade può rappresentare una grande occasione di sviluppo.
Ma non in questo momento e non a queste condizioni.
La mancata firma della lettera di impegno economico da consegnare al Cio fa decadere la candidatura. )
Restano in corsa Madrid, Tokyo, Istanbul, Doha e Baku.
La scelta verrà  fatta a Buenos Aires il 7 settembre 2013.
Questo 14 febbraio Gianni Alemanno non se lo scorderà .
Mentre il sindaco di Roma è a colloquio con il premier Mario Monti e il Comitato promotore per Roma 2020, rappresentato dal presidente Mario Pescante, colloquio dove il governo ha formalizzato il suo no ai giochi («Non possiamo correrere rischi» ha spiegato Monti) fuori è in corso un’altra olimpiade.
Quella dei tanti pronti a scommettere che sindaco sarebbe pronto a comunicare le sue dimissioni da primo cittadino della capitale.
Lo sport è molto praticato nella piazza di Twitter, dove la dèbà¢cle organizzativa della capitale in occasione della nevicata dei primi del 3 febbraio è stata registrata minuto per minuto. In Campidoglio, in effetti, si registra una grande confusione.
«L’esito è stato negativo», è stato il commento stringato del sindaco di Roma, lasciando Palazzo Chigi.
E prima di recarsi in Campidoglio replica ai rumors. Dimissioni? «Assolutamente no. Mi dispiace deludere gli oppositori».
Non ne dubitavamo.

(vignetta diksa53a)

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UMBERTO CROPPI E IL “DISAGIO PSICOLOGICO” DI ALEMANNO

Febbraio 8th, 2012 Riccardo Fucile

AMICO PER TRENT’ANNI E SUO EX ASSESSORE, UMBERTO CROPPI, UNO DEI POCHI “CERVELLI” DELLA DESTRA ITALIANA, SPIEGA LA FIGURACCIA DEL SINDACO DI ROMA TRAVOLTO DALL’EMERGENZA NEVE

Un parco studio nel centro di Roma. Due quadri, una scrivania, qualche libro.
La barba di Umberto Croppi, un bianco sporco, come la neve che ha sepolto forse definitivamente l’esperienza politica del sindaco Gianni Alemanno.
Croppi lo conosce da 30 anni: “E ancora gli voglio bene, ma la dissennata corsa di queste ore a farsi fotografare gli costerà  cara. Gianni certamente non sarà  rieletto e soprattutto, ogni istantanea di questa vicenda rimarrà  nella storia. Perchè ogni frammento, in un effetto domino, corrisponde a un’ulteriore gaffe”.
Esempi
Alemanno con la pala in mano che sposta una pigna. Alemanno immortalato vicino ai sacchetti di sale da cucina. Alemanno mentre toglie neve da un marciapiede e la ributta in mezzo alla strada. Devastante. Inutile. Controproducente.
Quante responsabilità  reali ha avuto nella disfatta?
Non molte. Roma non è attrezzata e molti altri, prima di lui, si erano trovati a mal partito con un fenomeno alieno alla città . Ha sbagliato altrove. Invece di reagire alle mancanze altrui nelle sedi competenti, è stato assalito da una furia iconoclasta. All’assalto, quando nessuno, almeno all’inizio, l’aveva accusato di nulla.
Perchè?
È difficile dirlo. L’Alemanno attuale è il manifesto di un disagio psicologico. Quando sabato mattina l’ho visto sventolare quei fogli bianchi con le previsioni mi è venuto un brivido. Ho capito subito che si trattava di un’interpretazione sbagliata. Di dati equivocati.
Un fatto grave?
Da un laureato in Ingegneria ambientale, responsabile dell’unica metropoli d’Italia, ci si aspetterebbe una cognizione maggiore. Incorrere nell’errore ed esporlo all’Italia e al mondo è uno scivolone incomprensibile.
Ci sono altri responsabili?
Certo. Tre o quattro assessorati, forse la Protezione civile e i vigili del fuoco. Ma il problema è altrove. Perchè Alemanno non ha chiesto spiegazioni ai suoi? Dove è finita la giunta di questa città ?
Poteva essere fatto di più?
Sicuramente sì, tutti sapevamo da 15 giorni che avrebbe nevicato. Se da un lato offro a Gianni la mia solidarietà , dall’altro non posso non vedere che in questa situazione appare, a essere bene-voli, del tutto smarrito.
Perchè?
Perchè è preoccupato soltanto della gestione della propria immagine. Uno slalom tra twitter e le tv, come se la nevicata lo ponesse di fronte a un referendum sulla sua capacità  di governo.
Da cosa nasce l’urgenza?
Dai sondaggi del recente passato. Quando esondò il Tevere e Gianni si presentò in stivali sul greto, ebbe il picco massimo di popolarità . Ha deciso di riproporre l’esperi-mento, cadendo nel ridicolo. Nella drammatica caricatura. Nella saga di se stesso. È vero che all’epoca delle piene si percepì la sua presenza, ma è altrettanto innegabile che il Comune istituì un’unità  di crisi attiva 24 ore su 24.
Questa volta?
Nessuna traccia. Un’anarchia desolante. Una città  in balia di se stessa. Dopo una buona intuizione, la chiusura delle scuole, Gianni è sprofondato nelle contraddizioni. Aveva un vantaggio, non c’era neanche bisogno che lo sventolasse. Lo ha depauperato giocando d’attacco e innescando un meccanismo in cui una volta compreso di aver sbagliato, ha deciso di rilanciare senza sosta.
Come è stato possibile?
È stato mal consigliato. La sovraesposizione di Gianni è grottesca. Nell’ultimo anno lo si è visto con il casco sui cantieri, in bicicletta a inaugurare le piste, troppo. Dovrebbe rendersi conto che l’attenzione eccessiva lo danneggia.
Nella ricostruzione del sindaco, le responsabilità  sono sempre degli altri.
Come nei tennisti italiani descritti da Nanni Moretti, per i quali la colpa della sconfitta risiede sempre altrove o nella metafora del cacciatore, per cui l’obiettivo mancato è addebitabile al cattivo funzionamento della cartuccia.
Dal suo blog ha lanciato messaggi allarmistici
Il blog è un boomerang. Si presenta come il simulacro della modernità  2. 0 e poi, in un amen, ti fa riprecipitare nella preistoria delle pale. Se sabato mattina, invece di dare addosso alla Protezione civile, Gianni fosse apparso per dire: “Ce la stiamo mettendo tutta, dateci una mano”, la percezione collettiva sarebbe stata diversa.
Invece
È parso dicesse: “Arrangiatevi”.
Lei lo conosce da sempre. È cambiato?
Non molto. Ha dedizione e ambizione, pregi e limiti. Il più grande? Chiude tutto all’interno di schemi rigidi. È molto ideologico.
La cacciò dalla giunta
Non covo alcuna revanche, ma in quell’istante, si è chiusa la sua esperienza politica. Invece di puntare alla qualità , ha pensato di cedere alle pressioni. Parentopoli e le assunzioni senza freni sono solo un riflesso di quel cedimento.
Ma lei gliel’ha detto?
Decine di volte. Cercava giustificazioni che erano soprattutto scuse da presentare a se stesso.
Litigaste anche sulla vicenda Colosseo-Della Valle?
Da assessore non sono mai stato contrario, ma estraneo alla vicenda. Mi sono mosso su binari paralleli. La camera di commercio mise a disposizione una cifra analoga a quella di Della Valle e io andai ad Abu Dhabi, riscontrando interesse per il restauro a cifre ben superiori a quelle poi erogate. Della Valle, onore al merito, si è preoccupato di reperire i fondi. Le modalità  dai profili curiosi atte a trovare il denaro non mi riguardano. Comunque, anche in quell’occasione, Gianni sbagliò. Sul piano politico poteva fregiarsi dell’operazione, ma su quello delle procedura non c’entrava niente e avrebbe potuto, anzi avrebbe fatto meglio a stare zitto.

Malcom Pagani
(da “Il Fatto Quotidiano“)

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ROMA IN EMERGENZA E LE PALE SONO INUTILIZZATE: A SAN SABA IL CIMITERO DEGLI SPAZZANEVE

Febbraio 7th, 2012 Riccardo Fucile

ALEMANNO A DICEMBRE AVEVA TOLTO ALL’AMA IL RUOLO PRINCIPALE NELLA GESTIONE DELLE SITUAZIONI ECCEZIONALI… SUB E CACCIATORI NELL’ELENCO DEI VOLONTARI PER SPARGERE IL SALE IN CITTA‘

Sono rimaste lì per qualche anno e di certo erano lì venerdì pomeriggio e venerdì notte, proprio mentre i romani erano bloccati sul Raccordo, o nelle tante strade paralizzate dalle precipitazioni atmosferiche e da un piano antineve che, oggettivamente, non ha funzionato.
Alle otto della sera di quel venerdì, racconterà  poi il capo della Protezione civile Franco Gabrielli, «Alemanno mi ha telefonato, cercava uno spazzaneve»
Un po’ come tutti i romani, che si guardavano intorno nella speranza di trovare mezzi in grado di liberare le strade – e le loro vite – da quella morsa di traffico e neve.
In quei momenti, le lame erano lì: ferme, abbandonate.
Comprate – con i soldi dei romani – e poi lasciate lì, senza manutenzione.
Per trovarle basta andare in via Baccelli, a San Saba.
Il deposito Ama si trova dietro un centro anziani: sono decine, sia fisse sia con i pistoni per girare.
Sono di quelle da attaccare ai compattatori dell’Ama per trasformare i mezzi in spazzaneve: e sono di proprietà  dell’Ama, comprate a più riprese in anni nei quali il Piano antineve del Campidoglio puntava tutto sulla municipalizzata.
Poi, con l’arrivo di Gianni Alemanno al Comune, è cambiato tutto.
Perchè nel dicembre 2005 l’ordinanza antineve era chiara: «L’Ama deve fare fronte alle proprie incombenze con tutti i mezzi a disposizione e con il personale necessario, collaborando con gli organi comunali per lo sgombero della neve e per lo spargimento del sale».
Invece, nell’atto del 14 dicembre 2011, il Campidoglio stabilisce che «Ama parteciperà  a supporto, compatibilmente con i propri compiti istituzionali (…) per le opere di spazzaneve metterà  a disposizione sei mezzi, tre pale meccaniche, una lama, due spandisale».
Sei mezzi. E il sale chi lo sparge?
Il servizio giardini, «le ditte appaltatrici della manutenzione stradale» e le associazioni di volontariato.
E chi sono i volontari che devono salvare i romani dal ghiaccio? Ci sono vigili in pensione, la «misericordia Appio tuscolano» e «Park forest rangers».
La «Federcaccia». «Blu sub». Cacciatori e sommozzatori.
Il Pd, con il consigliere Athos De Luca, si indigna: «Quelle lame spazzaneve non utilizzate sono un monumento allo spreco e all’insipienza. E ciò dimostra che, per salvare la città  dall’incubo neve, sarebbe stato sufficiente riuscire a organizzare quello che c’era. Anche perchè affidarsi ad Ama avrebbe significato puntare su squadre organizzate, alle quali era sufficiente pagare gli straordinari. Invece si sono affidati alle ditte esterne. E a quei volontari lì».
«Alemanno la smetta di dire che “Roma non è pronta alla neve”: con lui, forse, ma prima i mezzi c’erano, c’era il sale, c’era tutto».
Le lame spazzaneve, adesso, così abbandonate e senza manutenzione da anni, saranno probabilmente destinate alla dismissione.
La signora del centro anziani che ce le mostra aspetta gli uomini dell’Ama: «Mi hanno telefonato perchè vogliono prenderle, ma quando arrivano?».
Troppo tardi signora, troppo tardi.

Alessandro Capponi
(da “Il Corriere della Sera“)

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IL GOVERNO SCARICA ALEMANNO; “ERA STATO ALLERTATO, NON HA CHIESTO AIUTO”, AL SINDACO NON RIESCE IL GIOCO DELLE TRE PALE

Febbraio 6th, 2012 Riccardo Fucile

PALAZZO CHIGI SI SCHIERA CON GABRIELLI: “PIENA FIDUCIA NEL CAPO DELLA PROTEZIONE CIVILE, NON E’ STATO LUI A SBAGLIARE”… I 250 SPAZZANEVE SONO RISULTATI VIRTUALI, IL SALE E’ STATO GETTATO IN STRADA QUANDO PIOVEVA: QUANDO E’ CADUTA LA NEVE ERA FINITO

Il sindaco di Roma Gianni Alemanno ora è solo.
Il tentativo di rovesciare il tavolo trascinando la Protezione Civile prima in una rissa da taverna, quindi di intimidirla con la minaccia di investire il Parlamento di una riforma che trasferisca le sue competenze al ministero dell’Interno, si rivela per quello che è.
Un ultimo gesto di disperazione utile a confondere le responsabilità  del sindaco.
Le responsabilità  nell’abbandono della città  al suo destino e alla neve che l’ha spenta per quarantotto ore, ma un gesto così maldestro che si trasforma nella sua seconda Caporetto. Politica, stavolta.
Quando ormai è sera e l’affannosa chiamata a raccolta del centro-destra si risolve in modesti quanto isolati attestati di solidarietà  (Alfano non va oltre un “tweet”, Gasparri e Cicchitto usano parole di maniera), a Palazzo Chigi segnalano infatti che il Governo ha deciso di difendere il capo della Protezione Civile e la correttezza delle sue mosse.
“Il comune di Roma – spiegano gli uomini del Premier – nulla ci ha chiesto e dunque non è stato previsto, nè è previsto in agenda alcun intervento. Se Alemanno dovesse cambiare idea, il Governo interverrà . Fermo restando che un’eventuale dichiarazione di emergenza deve essere chiesta dalla Regione e dalla sua governatrice, Renata Polverini, che, al momento, non lo ha fatto. Per altro, la situazione sembra in miglioramento”.
Insomma, il Governo ha sin qui fatto a Roma solo quello che il sindaco, nella disperazione di venerdì notte, e a disastro ormai compiuto, ha chiesto direttamente al Prefetto: far uscire uomini e mezzi dell’esercito dalle caserme.
Parole inequivocabili quelle del Governo, quanto il corollario che le accompagna.
“In quanto è accaduto a Roma – proseguono a Palazzo Chigi – non c’è nessuna responsabilità  specifica di Franco Gabrielli. Il capo della Protezione civile aveva avvertito diversi giorni fa, anche la Presidenza del Consiglio, dell’arrivo della neve. Per il Governo, non cambia la fiducia in Gabrielli. Forse c’è il tentativo del Comune di scaricare l’intera colpa su di lui. Ma per quanto ci riguarda non può cambiare la nostra considerazione nei suoi confronti”.
Alemanno porta dunque per intero la responsabilità  civica e politica di quanto accaduto.
E del resto, i dettagli che si aggiungono al quadro di cosa non ha funzionato tra venerdì e sabato scorsi, confermano come “il piano neve” del sindaco si sia malinconicamente e goffamente sfarinato proprio come una palla di neve.
E per giunta prima ancora di cominciare.
Si scopre ora infatti che, per ragioni diverse, le due armi pianificate contro la “nevicata epocale” – spazzaneve e sale – erano di carta e sulla carta sono rimaste.
È accaduto infatti che dei “250 mezzi spazzaneve” magnificati dal sindaco in questi giorni, non si è avuta che qualche sporadica traccia, per altro registrata dai testimoni oculari come una Chimera da ricordare nel nulla.
A metterli a disposizione avrebbero dovuto essere le ditte private che curano la manutenzione stradale delle grandi assi viarie e della viabilità  ordinaria.
Parliamo di mezzi raccogliticci – camion normalmente destinati al trasporto ghiaia sul cui muso vengono montate “lame”, nonchè inutili “pale meccaniche” – che per altro, nessuno nello staff del sindaco, ancora oggi, sa dire se e soprattutto in che numero siano usciti in strada.
Racconta un alto dirigente del Comune: “Ciascuno dei diciannove municipi doveva controllare che le ditte della manutenzione stradale mettessero a disposizione quei mezzi. Ma la verità  è che, venerdì mattina, quando è cominciato a nevicare molte ditte sono risultate irreperibili, altre hanno fornito meno mezzi di quelli previsti e anche quelli, il più delle volte, sono rimasti bloccati nella gigantesca morsa di traffico che stringeva la città , bloccando il Grande Raccordo e le consolari. Insomma, i pochi che sono partiti non sono riusciti a fare il lavoro che dovevano”.
Di fatto – come spiega a “Repubblica” Tommaso Profeta, responsabile per la sicurezza del Comune, gli unici “mezzi” che si ha certezza siano entrati in funzione sono stati quelli dell’Ama (l’Azienda addetta alla raccolta dei rifiuti) e del Servizio Giardini, impiegati per liberare le aree circostanti ospedali, farmacie, scuole, ingressi delle metropolitane.
E anche qui, parliamo non di “spazzaneve”, ma delle “spazzolatrici” adibite alla normale pulizia stradale da foglie e cartacce.
Quei baracchini che normalmente si vedono trotterellare sull’asfalto e che con 10 centimetri di neve a terra diventano semplicemente inutili.
Esemplare anche ciò che è stato dell’operazione “salatura” delle strade.
L’altra gamba su cui avrebbe dovuto marciare l’autarchica resistenza di Alemanno contro la “furia epocale” degli elementi.
Nel dicembre scorso, il Comune aveva acquistato 250 tonnellate di sale.
All’inizio della scorsa settimana ne sono state distribuite una tonnellata e mezza per ciascuno dei diciannove municipi.
Bene, quel sale è inutilmente finito tra la notte di mercoledì e la sera di giovedì. Inutilmente, perchè giovedì, a Roma, pioveva.
E perchè – come tutti sanno – l’acqua scioglie il sale rendendolo inefficace contro il gelo.
Sarebbe stato necessario “salare” nuovamente, ogni 6 ore, per tutta la giornata di venerdì.
Ma, appunto, mezzi per farlo non ce n’erano. E soprattutto il sale era finito.

Carlo Bonini e Giovanna Vitale
(da “La Repubblica”)

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