Giugno 28th, 2013 Riccardo Fucile
UNA RIVOLUZIONE NELLA POLITICA ITALIANA: “GREEN ITALIA” NASCE SU UNA PIATTAFORMA COMUNE CHE VUOLE PORTARE L’ECOLOGIA NEL CUORE DELLA POLITICA
Nasce la «Cosa verde»: è una rivoluzione nella politica italiana. 
Barack Obama annuncia che il futuro degli Usa deve passare per i dettami ambientalisti, e brinda alla decisione della Corte a favore dal matrimonio per i gay, nel nostro Paese, invece, la classe politica arranca e si affanna.
Per questa ragione un gruppo di ex parlamentari e politici tutt’ora in carriera, hanno pensato di dare spazio – e voce – all’ansia «verde» che, in un modo o nell’altro, percorre l’Italia.
Ex parlamentari renziani, come Roberto Della Seta, ex esponenti del movimento finiano come Flavia Perina e Fabio Granata, si sono incontrati e hanno deciso di lanciare «Green Italia».
Con loro, migliaia e migliaia di senza tessera, di ex Ds, ex Margherita, esponenti di Sel o di quello che resta del movimento verde.
Un tentativo, una prova, che nasce dalla caparbia volontà di Della Seta, ex presidente di Legambiente, ex senatore Pd di area renziana, che ha deciso di mollare gli ormeggi, e il partito, per provare questa avventura verde.
È stato lui che ha cercato di allargare il cerchio, di coinvolgere anche personaggi che con la sinistra ambientalista hanno poco a che fare.
Alla fine, gira che ti rigira, ci è riuscito, tant’è vero che il movimento che ha messo, faticosamente, in piedi viene corteggiato sia dal Partito democratico che dal Pdl.
Ma il faro di Della Seta è uno e uno solo: «La politica ha fatto il suo tempo, adesso vediamo che cosa si può fare di nuovo».
Ed effettivamente di nuovo lui, lavorando fianco a fianco con la ex destra, con i Verdi e con la sinistra abbandonata dal Partito democratico, ha fatto, per raggiungere una piattaforma comune che unisce trasversalmente i diversi schieramenti.
Come spiega bene il manifesto della «Cosa verde» che oggi vedrà la luce: «Siamo cittadine e cittadini italiani con diverse, o con nessuna esperienza politica alle spalle: il nostro obiettivo è mettere l’ecologia nel cuore della politica italiana, offrire agli elettori un’altra scelta rispetto a quelle oggi disponibili».
E ancora, Della Seta, ma anche Granata e Perina: «Si tratta della scelta di un progetto politico fondato sull’idea di un “green new deal” per il nostro Paese e sulla speranza che la nostra presenza renda più “verde” anche la politica italiana».
Maria Teresa Meli
(da “il Corriere della Sera“)
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Giugno 27th, 2013 Riccardo Fucile
LA NUOVA FORMAZIONE POLITICA RIUNISCE ECOLOGISTI, POLITICI DI VARIA PROVENIENZA E IMPRENDITORI
Con i Verdi sostanzialmente scomparsi dalla scena politica e la vena ambientalista dei Cinque
stelle appannata dalle polemiche interne al movimento, esiste uno spazio per una domanda green che dai sondaggi risulta consistente?
Un gruppo di ecologisti, politici bipartisan e imprenditori ha deciso di rispondere di sì dandosi appuntamento per domani mattina a Roma, al Maxxi, per fondare Green Italia, un raggruppamento che punta a presentarsi alle elezioni.
Tra i promotori dell’iniziativa ci sono gli ex senatori Pd Francesco Ferrante e Roberto Della Seta, la copresidente dei Verdi europei Monica Frassoni, l’ex deputato Fli Fabio Granata, il presidente di Federparchi Giampiero Sammuri, l’imprenditore del fotovoltaico Massimo Sapienza, il presidente dell’Anev Simone Togni, il portavoce dei Verdi Angelo Bonelli, il segretario della Fondazione Symbola Fabio Renzi.
“Green Italia non è un partito tradizionale perchè la sua identità è legata ai territori e alle loro diversità ma, quando si tornerà alle urne, saremo presenti per dare voce a chi ritiene che occorra archiviare per sempre il modello Ilva — lavoro contro salute — e l’idea illusoria che la strada per accrescere la nostra capacità competitiva sia nei bassi salari e nella riduzione dei diritti sindacali”, spiega Ferrante.
“La molla del cambiamento possibile è l’innovazione tecnologica in senso green per rilanciare l’economia e difendere l’ambiente.
Una scelta molto diversa da quella di questo governo che, per bocca del ministro dello Sviluppo economico, punta sui combustibili fossili, sulle trivelle e sul carbone penalizzando le fonti rinnovabili che hanno dato oltre 100 mila occupati e che costituiscono un settore strategico nelle economie dei paesi leader”.
Nel manifesto di presentazione della nuova formazione giocano un ruolo centrale la difesa dei beni comuni materiali (l’aria, l’acqua, il suolo) e immateriali (la legalità , l’istruzione, la coesione sociale) e l’ecologia della politica: “Nessun vero rinnovamento sociale, economico, civile sarà possibile in Italia senza disinquinare la politica, senza ripulirla da corruzioni, abusi di potere, conflitti d’interesse, illegalità favorite o tollerate”.
Un’impostazione su cui convergono anche alcuni esponenti del fronte di centro destra. “La mia non è una presenza isolata”, racconta Fabio Granata. “Ma una scelta maturata con un gruppo di amici con cui ho diviso per anni le battaglie politiche. Noi diamo un’interpretazione del patriottismo legata alla difesa dell’ambiente, del paesaggio, dell’identità culturale. E abbiamo un’idea di Europa non soggiogata alle banche e ai mercati, ma attenta alle specificità nazionali e alla qualità del vivere. Su questi punti ci siano trovati in perfetta sintonia con il gruppo che ha lanciato Green Italia».
Antonio Cianciullo
(da “La Repubblica”)
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Giugno 21st, 2013 Riccardo Fucile
Il 28 giugno prossimo, con un incontro pubblico a Roma (Auditorium del MAXXI, ore
10-17), comincia il cammino di GREEN ITALIA, “impresa politica” per dare nuova speranza all’Italia partendo dall’idea che un’economia e una società “green” siano la risposta più efficace, più promettente ai grandi problemi che ci assillano.
Il Manifesto programmatico
Ci chiamiamo “GREEN “perchè pensiamo che la “grande Crisi” — esistenziale, economica,culturale, ecologica e sociale, crisi di speranza in un futuro migliore — si puo’ affrontare solo a partire da un “green new deal”, da un nuovo patto sociale per il futuro che metta al centro la green economy,la consapevolezza culturale e la difesa e valorizzazione della specificita’del patrimonio materiale e immateriale italiano e scelga definitivamente uno sviluppo davvero sostenibile, crei ricchezza senza distruggere la natura, il paesaggio e gli equilibri ecologici, investa nella qualità ambientale e nelle altre grandi risorse immateriali come l’educazione, la cultura, la conoscenza, la partecipazione democratica, la legalità .
Amiamo l’Italia, per questo la vogliamo piùbella, consapevole, sostenibile, dinamica, equa. Piu’ civile perche’all’altezza della propria straordinaria storia
Al centro della nostra iniziativa politica mettiamo cinque parole.
La prima parola è crisi.
Nessun nuovo progetto politico è oggi non solo credibile, ma nemmeno ipotizzabile, se esso non offre risposta alla crisi .
Una crisi che, come in un gioco di scatole cinesi ne contiene diverse, tutte fra loro collegate ma ciascuna con propri tratti specifici: la crisi globale di un’economia finanziaria senza limiti, nè regole, nè controlli.
La crisi europea del lavoro e dell’occupazione, di un orizzonte competitivo che vede irrompere nuovi e formidabili protagonisti globali, dei nostri sistemi di welfare che pagano prezzi pesantissimi alle politiche di risanamento dei bilanci pubblici.
Ancora, vi è la crisi climatica ed ecologica, i cui tempi sono più dilatati ma i cui costi prevedibili, sociali ed economici, fanno impallidire tutto il resto.
Per l’Italia, vi è poi un’ulteriore scatola cinese, un supplemento di crisi sociale, ambientale, democratica:siamo,tra i grandi Paesi europepei uno di quelli con la distanza maggiore e più rapidamente crescente tra ricchi e poveri, con la percentuale più alta di giovani senza lavoro, e con una amministrazione pubblica tra le piu’ inefficenti, corrotte e costose.
Siamo una nazione dove i meriti individuali, la mobilità sociale e le aspirazioni dei più giovani sono sistematicamente sacrificati agli interessi auto-conservativi di piccoli e grandi gruppi di pressione interessati soprattutto a difendere il loro potere e i loro privilegi; in Italia convivono un popolo di evasori fiscali e uno di contribuenti tassati per oltre metà del loro reddito; siamo assediati da fenomeni consolidati e ormai endemici di illegalità , infiltrazioni mafiose e corruzione; abbiamo le città più inquinate d’Europa e problemi di degrado e di danno ambientale che almeno in questa forma e dimensione sono altrove sconosciuti, come l’abusivismo edilizio,le mancate bonifiche delle zone industriali e il diffuso dissesto territoriale.
Ogni minuto aumenta la sfiducia e il disprezzo dei cittadini, dei “rappresentati, verso la classe politica, verso i “rappresentanti”.
Tutti questi mali italiani nascono almeno in parte da un’identica causa: la lontananza delle classi dirigenti dall’interesse generale.
La seconda parola è ambiente.
Fino a qualche anno fa l’ambiente evocava soprattutto valori e bisogni, era un campo d’impegno prevalentemente culturale e sociale ed era, al tempo stesso, il terreno di un conflitto ricorrente tra ragione ambientale e ragione economica.
Oggi l’ambiente è ancora, certo, un valore e un bisogno primario, un bene comune da difendere e che non può essere ridotto a merce.
Ma oggi l’ambiente coinvolge rilevantissimi interessi economici, è il simbolo ed è il motore di una nuova economia che si dimostra particolarmente efficace come antidoto alla crisi e come base per un rinnovato e duraturo benessere: è la green economy dell’innovazione energetica, della chimica verde, della mobilità sostenibile, della valorizzazione del paesaggio, delle “smart city”, dei nuovi materiali, del riciclo dei rifiuti, del “consumo zero” del territorio.
Un’economia che genera ricchezza e dà lavoro senza dissipare risorse naturali e senza far crescere l’inquinamento, anzi contribuendo a risolvere problemi ambientali: un tempo si sarebbe detta un’economia a basso contenuto di entropia.
E’ questa la via giusta, e l’unica plausibile, anche rispetto al dibattito talvolta un po’ astruso sulla cosiddetta decrescita felice: l’unica via che fa decrescere l’impatto sui sistemi naturali di produzioni e consumi,nel mondo puo’ridare speranza e futuro a miliardi di donne e di uomini che vivono in condizioni umane inaccettabili e dà speranza e futuro a Paesi come il nostro altrimenti condannati al declino.
La terza parola è “glocal”, come intreccio virtuoso tra dimensione globale e locale.
Ci piace che il mondo attuale assomigli molto più di ieri a quella che Edgar Morin chiama “terra-patria”: nella quale circolano e si scambiano liberamente, grazie alla rete, conoscenze ed esperienze; nella quale il benessere è un orizzonte non più limitato soltanto a pochi Paesi; nella quale si afferma l’universalità dei diritti umani, civili, sociali.
Ma la globalizzazione,che è un processo grandioso e inarrestabile, è anche un processo ambiguo: può tendere all’ideale della terra-patria, o come oggi sta accadendo, può perpetuare ed aggravare i fenomeni di povertà , di crisi ecologica, di deterioramento e frammentazione sociale.
Più di tutto va combattuta l’idea che per trovare spazio — spazio economico, spazio culturale — nel mondo globalizzato, ogni popolo, ogni comunità debbano rinunciare alla propria identità e omologarsi ad uno stesso modello.
E’ vero il contrario: globalizzazione e identità sono bisogni inscindibili, nella loro necessaria compenetrazione vive quell’incontro tra “flussi” e “luoghi” decisivo per dare ancora senso all’idea di progresso.
Come italiani, possiamo avvertire con una forza speciale questa consapevolezza: siamo gli eredi del Rinascimento e i custodi di mille città e territori che fanno dell’Italia un grande, prezioso, inimitabile mosaico.
“Luoghi” dell’anima,luoghi di identità , di storie, di economie tutte diverse e tutte a loro modo uniche e irriproducibili.
Ma anche “luoghi” chiamati a confrontarsi con i “flussi” della globalizzazione: per l’Italia la via alla “buona globalizzazione” non può che essere “glocal”.
La quarta parola è patria, anzi patrie.
Ci sentiamo legati, profondamente legati, alla patria italiana e alla patria europea e pensiamo che solo in un forte investimento di idee, di azioni, di risorse umane ed economiche nella sostenibilità ambientale l’Italia e l’Europa possano trovare un futuro degno,desiderabile e all’altezza della propria storia.
Per noi il patriottismo non è appartenenza di “sangue”, ma politica e di “progetto”: si è italiani e si è europei per “ius soli”, se si vive stabilmente su questi “suoli” riconoscendosi perciò in un destino comune, e qualunque sia l’origine, la cultura, la religione dei propri genitori.
Si e’italiani se si partecipa al perimetro pubblico della parteciapzione politica.
Siamo convinti che all’Italia in particolare il patrimonio ambientale e paesaggistico abbia molto da chiedere — li abbiamo rovinati più di altri il nostro ambiente e il nostro paesaggio — ma anche molto da dare.
Se l’economia verde è quella che produce benessere e prosperità senza intaccare il capitale naturale, allora si può dire che l’Italia l’economia verde l’ha inventata, l’ha praticata con successo, prima di tutti gli altri.
Vi è insomma una “green economy” in salsa italiana che si fonda sulla bellezza, la creatività , la convivialità , il legame sociale e culturale tra economia e territorio: tutte materie prime immateriali e dunque ecologiche, tutti talenti dei quali abbondiamo e che oggi sono la nostra arma migliore, forse l’unica vera arma su cui possiamo contare, contro i rischi di declino.
Ci piace sentirci italiani e ci piace sentirci cittadini europei.
Ci piace molto meno l’Europa come funziona oggi: gli stessi che hanno lasciato crescere senza regole l’economia finanziaria, oggi vorrebbero ridurre l’idea europea, l’idea federalista di Spinelli, a un direttorio di banchieri e di burocrati senza democrazia.
Questa prospettiva va sconfitta, perchè svilisce il grande progetto europeista e perchè dà argomenti e spinta all’ascesa di forze populiste, anti-europee, nazionaliste e rischia di resuscitare odi e fantasmi del passato.
Infine, la quinta parola è ottimismo.
Per affrontare la crisi, la crisi globale e il declino italiano, servono fiducia e ottimismo.
Non servono e rappresentano un problema gravissimo, classi dirigenti come la nostra che nella politica come nel sindacato come nelle rappresentanze industriali pensano ancora, con poche eccezioni, di vivere nel Novecento e privilegiano sistematicamente la conservazione rispetto all’innovazione.
Innovazione contro conservazione:sara’questa la nuova discriminante politica oltre le insignificanti categorie del 900.
E’proprio l’estraneità alla cultura e alla consapevolezza ecologica e della sostenibilita’dello sviluppo uno dei tratti più vistosi di questa non contemporaneità e di questa formidabile resistenza al cambiamento che accomuna buona parte delle forze politiche e sociali italiane, ed è uno dei principali ostacoli che impedisce di avviare l’Italia su un cammino rinnovato di progresso che riconosca e sappia interpretare le trasformazioni sociali, economiche, geopolitiche, culturali simboleggiate dal passaggio di millennio.
Oggi dobbiamo evocare sfide immense e decisive: problemi globali come la crisi climatica e la persistente, enorme disuguaglianza nell’accesso alle risorse che condanna miliardi di persone ad una vita di miseria assoluta e disperata; problemi europei, come l’urgenza di costruire un nuovo modello energetico fondato sull’efficienza e sulle fonti pulite; problemi spiccatamente italiani come l’inquinamento urbano, il dissesto del territorio, l’illegalità dell’abusivismo edilizio, la criminalità ambientale delle ecomafie.
Ma l’ecologia e una nuova consapevolezza culturale sono anche una grande speranza e richiamano valori, bisogni, interessi sempre più centrali nella vita delle persone: i valori di quanti considerano che oggi non possano esservi progresso e benessere senza una profonda conversione dell’organizzazione sociale, dei consumi, delle produzioni, capace di porre un argine alla dissipazione delle risorse naturali e di fermare i cambiamenti climatici; i bisogni di chi ritiene che vivere senza inquinamento sia un diritto, come il lavoro e come la libertà , e che acqua, aria, suolo siano beni comuni; gli interessi di migliaia di aziende che investendo in produzioni e in tecnologie green si dimostrano più forti della crisi economica, ma reclamano politiche pubbliche — non sovvenzioni, politiche — che ne sostengano lo sforzo.
Nell’incontro del 28 giugno presenteremo i contenuti programmatici del “green new deal” che proponiamo per l’Italia.
Un nuovo patto che deve cambiare in profondità tutte le principali scelte pubbliche: dal fisco alle politiche industriali, dal welfare alla spesa pubblica, dalle infrastrutture ai trasporti, dalla legalità alle politiche civili e dei diritti.
La nostra iniziativa politica non nasce contro nessuno e anzi può contribuire a un’evoluzione positiva anche delle forze politiche tradizionali.
Non nasciamo contro nessuno ma nasciamo proponendo un’idea di sviluppo che non è aggiuntiva ma alternativa rispetto a quelle correnti nella politica e tra le classi dirigenti italiane.
Il terreno della nostra riflessione, del nostro progetto è lo stesso terreno praticato in tanti Paesi europei da partiti, movimenti, formazioni elettorali che ponendo l’ambiente e la cultura al centro del loro profilo e del loro discorso sono diventati punto di riferimento di un numero crescente di cittadini e il perno della contaminazione in senso ecologico delle altre forze politiche e sociali:di un’offerta politica con queste caratteristiche l’Italia ha bisogno per tornare a credere in se stessa e per aiutare l’Europa a ritrovare la via del futuro.
Noi ci impegneremo per costruirla.
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Giugno 20th, 2013 Riccardo Fucile
ABBATTUTO L’ECOMOSTRO DI SCALA DEI TURCHI: CI SONO VOLUTI 25 ANNI
Abbattuti, finalmente! Gli ecomostri che stupravano la splendida Scala dei Turchi non ci sono più.
Ma sotto le ruspe deve finire in macerie anche la proposta pidiellina di togliere alle Procure l’ultima parola sulle demolizioni.
Senza l’ultimatum dei giudici, infatti, quegli orrendi cadaveri cementizi agrigentini sarebbero ancora lì.
Un quarto di secolo dopo la denuncia dell’abuso.
Era il 1989, quando venne tirato su il primo di quei mostri ai piedi di quella parete rocciosa di un bianco sfolgorante a picco sul mare sulla costa di Realmonte, in provincia di Agrigento.
La rivolta studentesca di piazza Tienanmen era repressa coi carri armati, i sovietici si ritiravano dall’Afghanistan, Erich Honecker cercava barricarsi nella sua Germania Est comunista, a palazzo Chigi c’era Giulio Andreotti e lo scudetto andava all’Inter di Matthà¤us.
Insomma, era tanto tempo fa.
E quegli osceni edifici al di qua e al di là della Scala dei Turchi vennero costruiti, sotto il profilo formale, «quasi» lecitamente.
L’albergo fu inizialmente autorizzato dal municipio di Realmonte, pazzesco ma vero, nonostante fosse su terreno demaniale.
Le dieci ville sulla spiaggia (di cui tre sole costruite almeno in parte prima del blocco dei cantieri) ottennero il via nonostante lo strumento urbanistico fosse scaduto.
Di più: le concessioni, in violazione del vincolo paesaggistico, furono rilasciate a se stessi, a parenti, prestanome e amici da assessori, consiglieri e tecnici del comune di Realmonte.
Tutti i giochetti registrati più volte, negli ultimi decenni, soprattutto nel Mezzogiorno. E seguiti ogni volta da dispute processuali infinite e surreali: quale valore può avere una licenza concessa contro tutte le regole e tutti i piani paesaggistici da amministrazioni locali scellerate che magari, a volte, si sono pure vendute quelle autorizzazioni in cambio di mazzette?
Anche lì a Realmonte, dove erano plateali gli sfregi alla legge e alle bellezze naturali subito denunciati dagli ambientalisti e in testa a tutti da Legambiente e dal suo leader di allora Giuseppe Arnone, le cose si sono trascinate, di ricorso in ricorso, per oltre un paio di decenni.
A dispetto delle battaglie ambientaliste. Dei vincoli. Dei rifiuti alle pratiche di condono.
Dell’inchiesta aperta dall’attuale questore della Camera Stefano Dambruoso che era al primo incarico in magistratura e fece ammanettare un po’ di amministratori e tecnici.
Venti anni di ricorsi e contro-ricorsi, di perizie e contro-perizie, di fotocopie a quintali, di avvocati decisi ad attaccarsi al più minuscolo cavillo per tirarla in lungo.
E mai un’ordinanza comunale di demolizione.
Il paese è piccolo, pochi voti possono costare la rielezione, perchè mai un sindaco dovrebbe cercare rogne mettendosi contro un po’ di compaesani? E tutto ciò nonostante la richiesta all’Unesco, qualche tempo fa, di inserire la Scala dei Turchi tra i beni tutelati in quanto patrimonio dell’umanità ! Una pretesa che, con quegli osceni scheletri cementizi di mezzo, era surreale e suicida..
Finchè l’anno scorso, finalmente, dopo una cena dalle parti di Realmonte del procuratore Renato Di Natale, scandalizzato dalla scoperta («Nessuno in ventiquattro anni si era preoccupato di capire perchè gli ecomostri fossero ancora lì!») decise di muoversi la magistratura agrigentina.
Notificando a brutto muso al sindaco Piero Puccio, per mano del procuratore aggiunto Ignazio Fonzo e del sostituto Antonella Gandolfi, un’ingiunzione a demolire immediatamente quei mostri di calcestruzzo.
«Immediatamente» coi tempi italiani, si capisce.
Fatto sta che dopo nuovi ricorsi al Tar (respinti) e al Consiglio di giustizia amministrativa (respinti) sono arrivate finalmente le ruspe.
Buttando giù giorni fa lo scheletro dell’albergo e tra ieri e oggi gli scheletri delle ville. Dopo di che, se non ci vorranno altri vent’anni per rimuovere le macerie, la Scala dei Turchi tornerà ad essere quella meraviglia naturale che i più giovani non hanno mai potuto vedere nella sua abbagliante bellezza.
Proprio il caso che abbiamo raccontato dimostra quanto siano faticose queste battaglie per la legalità .
E quanto sia insensato, quindi, il disegno di legge firmato dal senatore pidiellino campano Ciro Falanga che vorrebbe togliere alle Procure la competenza in materia di esecuzione delle demolizioni.
Proposta che arriva dopo 18 tentativi a partire dal 2010, tutti e 18 respinti, di far passare un nuovo condono edilizio almeno per la Campania, la regione storicamente più devastata dal cemento fuorilegge.
Si pensi a Ischia: 62.000 abitanti, 28.000 abusi.
Davanti alle proteste degli ambientalisti e di una parte della sinistra, che col presidente di Legambiente Vittorio Cogliati Dezza accusano Falanga di volere «legare le mani a chi, in un Paese devastato dal mattone illegale, ha provveduto fino a oggi alle demolizioni», il senatore berlusconiano ha risposto che si tratta solo di «dare ai cittadini, destinatari di tali provvedimenti, la possibilità di godere di tutte le garanzie del procedimento amministrativo».
E si è avventurato a sostenere che «chi s’oppone negando tale sistema di garanzie, si assume tutte le responsabilità di eventuali tragici accadimenti ed il rischio di vite umane».
Come se gli abusi fossero fatti solo da poveracci obbligati da chissà chi a violare le regole e costruirsi illegalmente la prima casa. Cosa che, come dimostrano il caso di Realmonte, quello dell’hotel Alimuri a Vico Equense e tanti altri, è assolutamente falsa.
Di più, spiega il dossier «Ecomafia 2013» di Legambiente sui comuni capoluoghi di provincia che «in un decennio, dal 2000 al 2011, il rapporto tra ordinanze e abbattimenti è solo del 10,6%».
E già c’è da leccarsi le dita rispetto al passato e ai piccoli paesi dove il rapporto fra le amministrazioni e i cittadini è più diretto ma anche più vischioso.
Basti dire negli anni 90 in Campania, Sicilia, Calabria e Puglia, che da sole coprono il 37% degli abusi, le ruspe entrarono in azione contro gli edifici abusivi «non sanabili» e colpiti da ordine di demolizione, soltanto nello 0,97% dei casi.
E vogliamo lasciare la responsabilità ai comuni? Ma dai…
Gian Antonio Stella
(da “il Corriere della Sera”)
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Giugno 18th, 2013 Riccardo Fucile
IL NUOVO PROGETTO VEDE COINVOLTI ECOLOGISTI DI AREA PD, ASSOCIAZIONI AMBIENTALISTE, POLITICI DI DESTRA COME FABIO GRANATA, LA VERDE EUROPEA FRASSONI E IMPRENDITORI DELLA GREEN ECONOMY
Un movimento politico green, per offrire una risposta diversa, radicalmente diversa dalle
risposte che danno tutte le forze politiche, alla crisi sociale, economica, democratica che assedia l’Italia.
E’ questa l’ambizione, per noi un azzardo necessario, di “Green Italia” che nascerà il 28 giugno prossimo, in un incontro pubblico presso l’auditorium del museo Maxxi a Roma.
A promuovere “Green Italia” sono, siamo persone con storie diverse e anche lontane: ecologisti che provengono dal Pd, figure di punta delle principali associazioni ambientaliste, la presidente dei Verdi europei Monica Frassoni; esponenti politici con un “pedigree” squisitamente di destra come Fabio Granata, imprenditori della green economy.
In Italia l’ecologia, l’ambiente, l’economia verde sono trattati da quasi tutta la politica come temi minori.
Nessuno ne parla male, ma nel dibattito pubblico recitano la stessa parte dei pianisti nei film western: tra pallottole e cazzotti restavano sempre lì sullo sfondo imperterriti a suonare, mai colpiti e però mai protagonisti della scena.
Le ragioni di ciò sono più d’una, la principale è l’assenza dal nostro paesaggio politico e dal conseguente mercato elettorale di un’offerta credibile e solida — i Verdi italiani non lo sono stati mai — che si proponga di rappresentare i valori, i bisogni, gli interessi legati all’ambiente, e che come in ogni competizione costringa anche tutti gli altri a cimentarsi sul suo terreno.
Per capire che nasce da qui l’analfabetismo ambientale di buona parte delle classi dirigenti italiane e dei nostri politici in particolare, basta dare uno sguardo agli altri grandi paesi europei: è grazie alla forza competitiva dei Grà¼nen (10,7% alle politiche del 2009, il 15% nei sondaggi sul prossimo voto di settembre) se in Germania anche gli altri partiti considerano i temi ambientali come priorità ; e in Francia le politiche ambientali hanno cominciato a correre solo da quando destra e sinistra hanno dovuto fare i conti con “Europe Ecologie”, la federazione ecologista fondata da Daniel Cohn-Bendit che alle elezioni europee del 2009 ottenne oltre il 16% dei voti.
Chi scrive ha pensato che il Pd potesse essere, accanto a molto altro, anche la via italiana alla rappresentanza dei temi ambientali in politica: quella speranza ci sembra finita, sommersa da una deriva che ha progressivamente trasformato il Partito democratico nella somma litigiosissima e poco assortita di vecchie, decisamente datate appartenenze e di piccoli e grandi apparati.
Eppure una domanda di politica green ci sarebbe anche in Italia. 
Oggi più forte che mai, nutrita com’è non soltanto di valori e modelli di consumo, ma anche di concreti interessi economici.
Molti segnali lo confermano: dal successo vistoso dei referendum su acqua pubblica e nucleare di un anno e mezzo fa, al peso non marginale che l’anima ecologica ha giocato nell’ascesa elettorale dei “grillini, fino alla crescita formidabile, malgrado la crisi, della green economy, migliaia di imprese (energia, chimica verde, riciclaggio dei rifiuti…) ignorate dalla politica (e dalla stessa Confindustria) che hanno fatto dell’innovazione ecologica il loro business principale.
Questa nuova economia già largamente in campo ma priva tuttora di rappresentanza politica, nel caso dell’Italia ha un’anima antica.
Se è “verde” l’economia che produce benessere e prosperità senza intaccare il capitale naturale, allora noi l’economia verde l’abbiamo inventata prima di tutti gli altri e la pratichiamo con successo da secoli.
Vi è insomma una green economy in salsa italiana che si fonda sulla bellezza, il paesaggio, i beni culturali, la creatività , la convivialità , il legame sociale e culturale tra economia e territorio: tutte materie prime immateriali e dunque ecologiche, tutti talenti dei quali abbondiamo (da cos’altro nasce la fortuna del made in Italy…?) e che oggi sono la nostra arma migliore, forse l’unica vera arma su cui possiamo contare, contro i rischi incombenti di declino.
In Europa, l’Italia è considerata per tanti aspetti un’anomalia: l’assoluta marginalità dell’ambiente nel dibattito pubblico e in particolare nel confronto politico è uno dei nostri gap più evidenti.
La scommessa, semplice e temeraria, di “Green Italia” è riuscire ad accorciarlo almeno un poco.
Roberto Della Seta e Francesco Ferrante
(da “Europa”)
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Giugno 3rd, 2013 Riccardo Fucile
FATE GIRARE IN RETE IL DRAMMATICO APPELLO DEL RESPONSABILE DELL’ORGANIZZAZIONE ECOLOGISTA A ISTANBUL… LIBERTA’ PER IL POPOLO TURCO
Il nostro ufficio a Istanbul è stato assediato. È nel cuore di Taksim, dove la brutale repressione della polizia ha cercato di far cessare proteste pacifiche contro la progettata distruzione del piccolo, storico, parco cittadino di Gezi, vicino a Piazza Taksim.
Le proteste sono cresciute fino a coinvolgere decine di migliaia di persone, con un sostegno che arriva da tutto il mondo.
Nel momento in cui scrivo c’è una relativa calma dopo la tempesta, a Taksim, la polizia si è ritirata da Gezi e i gas lascrimogeni si stanno disperdendo.
Ma il Primo Ministro Erdogan continua a voler portare avanti testardamente il progetto per distruggere il parco. Non ascolta le proteste pacifiche dei dimostranti ma ammette che la Polizia potrebbe aver ecceduto.
Insomma, non è ancora finita.
Nelle ultime 24 ore, la polizia ha lanciato lacrimogeni sul tetto e nell’ingresso dell’edificio che ospita il nostro ufficio. Non siamo una minaccia, siamo non violenti e stiamo offrendo assistenza medica ai feriti che ne avessero bisogno, che siano pacifici dimostranti o poliziotti con le loro pesanti armature.
Ci sono persone che da tutta la Turchia stanno arrivando a Taksim e altre che si stanno radunando nelle città del Paese, e in tutto il mondo, per esprimere solidarietà e dire “Io sto a Gezi” e “vi stiamo guardando e siamo sconvolti da questa brutalità ”.
Non è più questione di un pugno di alberi in un piccolo parco cittadino, o del progetto di sostituire il parco con un centro commerciale, anche se — fate attenzione — la fondamentale necessità delle persone di spazi naturali contro la marcia inesorabile dei centri commerciali rimane un fattore importante.
La brutale repressione governativa che ha permesso a poliziotti corazzati di scatenare, in
una nebbia di gas lacrimogeni, una tempesta di proiettili di plastica contro pacifici dimostranti ci porta alla mente le immagini della gente a Piazza Tahrir, al Cairo, o di Occupy Wall Street. Paradossalmente, forse, li ha anche incoraggiati, resi più determinati e ha drammaticamente evidenziato che questa è ormai una lotta per la qualità della democrazia turca.
È una lotta per il diritto a protestare pacificamente, per il diritto ad affermare che la natura e le persone vengono prima degli affari di una elite potente e della loro insaziabile fame di profitti.
La nebbia di guerra, i lacrimogeni che esalano sopra Taksim, celano molte altre questioni, che riguardano la costante erosione delle libertà civili e della protezione dell’ambiente del Governo del Primo Ministro Erdogan.
La libertà di parola e il diritto a riunirsi pacificamente sono principi sacri, senza i quali la democrazia non può prevalere.
Questi principi devono essere rispettati dalle autorità turche.
La violenza contro i dimostranti deve finire!
Gli aggiornamenti che mi arrivano dai colleghi del nostro ufficio a Istanbul mi preoccupano e mi inorgogliscono.
Il nostro staff, i volontari e i sostenitori stanno solidarizzando con chi chiede la protezione del parco.
E solidarizzano con chi chiede la fine della brutalità dei poliziotti, e di ogni violenza.
Il nostro ufficio è a solo un chilometro dalla piazza Taksim, in Istikal Caddesi, la strada principale di Istanbul.
I dimostranti sono scappati lungo Istikal e i poliziotti hanno fronteggiato i dimostranti sotto il nostro ufficio, con lacrimogeni e cannoni ad acqua. In alcuni momenti l’accesso all’ufficio era impossibile, l’aria acre.
Il nostro ufficio è stato aperto per tutta la notte e resterà aperto fino a quando ce ne sarà bisogno.
Stiamo accogliendo dimostranti feriti ed esausti.
Offriamo riparo dalla tempesta e soccorso a chi ne ha bisogno. Molti dottori e medici ci hanno raggiunto per dare assistenza ai feriti. L’atmosfera è tesa ma i nostri attivisti sono determinati e fermi nella loro scelta.
Sono, invece, allarmato dall’incapacità dei media in Turchia di coprire correttamente ciò che sta accadendo — per anni sono stati oggetto di oppressione e censura governativa.
Ma con i social media, da cittadino a cittadino, peer to peer, le informazioni stanno circolando, le notizie si sentono e si vedono.
Le autorità sono sotto osservazione e la loro condotta viene condannata.
Foto, video e tweet stanno inondando la rete. Centinaia di uffici e attività commerciali hanno aperto i loro wifi all’accesso pubblico, ridicolizzando la pretesa di poter controllare le notizie.
Questo, infatti, ha aggirato il tentativo di impedire alla gente di riferire quel che aveva visto, bloccando le reti della telefonia cellulare.
Il nostro team in Turchia ci aggiorna costantemente su Facebook e Twitter.
Noi speriamo che il nostro staff, i volontari e i sostenitori, siano al sicuro ma allo stesso tempo condividiamo e sosteniamo i rischi che stanno correndo! In momenti come questi noi ci stringiamo ai nostri valori di pace e nonviolenza e ci affidiamo al nostro dovere di portare testimonianza e di entrare in azione.
Al Primo Ministro Erdogan chiedo di fermare la violenza, di far cessare la brutalità e di cessare la censura sui media per permettere un dibattito pieno su questi argomenti. Il mondo sta guardando.
Abbiamo udito il Primo Ministro chiedere, giustamente, pace in altre aree del Medio Oriente. Adesso, deve fare lo stesso a casa sua.
Ci appelliamo a lui affinchè non si ripetano i lanci di lacrimogeni e le violenze degli ultimi giorni, gli chiediamo che si ripongano manganelli e pallottole di plastica. La violenza non serve a nessuno.
I nostri pensieri, i nostri sentimenti e la nostra solidarietà vanno alla gente di Istanbul e al popolo della Turchia.
Per favore, ciascuno presti attenzione: cercate notizie su quel che sta accadendo e unite la vostra voce a chi chiede di fermare le violenze, proteggere il parco di Gezi e difendere il diritto a protestare pacificamente.
Kumi Naidoo
Direttore esecutivo di Greenpeace International.
greenpeace.org
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Maggio 27th, 2013 Riccardo Fucile
I SERVIZI SEGRETI AVVISARONO PALAZZO CHIGI: “I CAPITALI DI RIVA VIAGGIANO VERSO L’ESTERO”
Come in un pozzo di cui non si vede il fondo, nell’affaire Ilva le accuse si moltiplicano.
L’ultima — come si legge nell’avviso più recente notificato al patron Emilio e ai suoi familiari — è quella di aver “comprato” il consenso di «politici, mass media, organizzazioni sindacali, settore scientifico e clero».
Ma la saga giudiziaria non durerà all’infinito.
La Procura ha deciso di mettere un punto: l’inchiesta è virtualmente chiusa perchè di qui alla fine di giugno la Procura notificherà ai più di quaranta indagati l’avviso di conclusione e li manderà a giudizio.
Davanti alla Corte d’Assise di Taranto comincerà così il più grande processo della storia per un disastro ambientale: una città , una regione avvelenata da una famiglia che ha scritto la storia dell’acciaio in Italia, e dai suoi quadri.
I COMPLICI
L’Ilva — sostengono il procuratore capo Franco Sebastio, l’aggiunto Pietro Argentino e i sostituti Mariano Buccoliero e Giovanna Cannarile — ha dato in questi anni «malattia e morte ai cittadini che abitano quartieri vicino al siderurgico». Ma non lo ha fatto da sola.
Ma eludendo i controlli e avvicinando controllori di vari livelli.
Così per la prima volta finiscono sul banco di accusa i sindacati. «Distratti» aveva attaccato il Procuratore generale di Lecce, Vignola, soltanto alcuni giorni fa. «L’azienda — si legge nel campo di imputazione — cercava di individuare le problematiche che non avrebbero consentito l’emissione di provvedimenti autorizzativi nei confronti dello stabilimento Ilva, concordando così le possibili soluzioni e individuando i soggetti di vari livelli (politico-istituzionale, mass media, organizzazioni sindacali, settore scientifico, clero) da contattare, provvedendo anche a concordare in anticipo il contenuto di documenti ufficiali che dovevano essere emanati ed indirizzati allo stesso stabilimento Ilva».
L’Ilva quindi inquinava, si arricchiva. Mentre — accusa la Procura — gran parte della città (i giornali, la chiesa e appunto i sindacati) girava consapevolmente la testa dall’altra parte.
I SERVIZI
L’offensiva dei giudici tarantini faceva invece molta paura al gruppo Riva. Tanto che — ha scritto il gip di Milano nel provvedimento con il quale ha sequestrato al gruppo un miliardo e 200 milioni per evasione fiscale — nel marzo di quest’anno «hanno provato a modificare la giurisdizione dei trust» cercando di mettere al sicuro il bottino.
I soldi del gruppo sono quasi tutti all’estero, hanno dimostrato le indagini. Confermando una nota riservata con cui il Dis (il Dipartimento di informazioni per la sicurezza) aveva comunicato a Palazzo Chigi che la famiglia Riva aveva accumulato disponibilità fuori dai confini.
Notizia che l’inchiesta ha poi confermato nella sostanza e con numeri macroscopici rispetto a quelli inizialmente intercettati dai Servizi (la cifra di cui la nostra intelligence aveva avuto notizia era decisamente più bassa).
ALITALIA
Oggi verranno aperte alcune cassette di sicurezza. Dopodichè, come prevede il decreto, si potrà andare anche sul capitale non strettamente riconducibile alla Riva Fire, la cassaforte del gruppo.
Le Fiamme gialle stanno valutando, tra le altre cose, se sequestrare anche le azioni di Alitalia.
Nel portafoglio delle partecipazioni c’è anche il controllo del 49 per cento di una società tramite la quale la famiglia Riva ha in mano il 10,6% della compagnia aerea. Primi azionisti privati italiani.
Acquistato nel novembre del 2008 per 120 milioni, il valore di carico delle azioni in bilancio al momento si aggira attorno ai 70.
E i finanzieri segnalano un’altra strana operazione legata ad Alitalia. Alcuni mesi fa, mentre i commercialisti del gruppo cercavano di mettere al sicuro i trust dalla Procura di Taranto, una delle società off shore, la Orion Trust, «sottoscriveva un prestito obbligazionario emesso da Alitalia per il valore di 16 milioni ».
Un’operazione anche questa in cui la famiglia, come per l’acquisto dell’Ilva, tratteneva i profitti e scaricava il rischio.
L’AIA DISATTESA
Il 10 aprile scorso il Garante dell’attuazione dell’Aia nominato dal governo Monti, Vitaliano Esposito, si accorge che le cose non stanno andando come previsto.
E così invia una diffida a Bondi e Ferrante.
Serve una «rete di idranti per bagnare i parchi minerali»: quando c’è vento, come ieri, le polveri si continuano a spandere sul quartiere Tamburi.
«E’ necessario rimodulare gli interventi di depolverazione sull’altoforno» e rimettere mano, come promesso, a tutte le emissioni che riguardano le cokerie.
Inoltre i nastri trasportatori non sono stati coperti, come si erano impegnati a fare.
E per la prima volta, dice l’Arpa, si registrano valori di inquinamento sempre più alti anche in mare.
Carlo Bonini e Giuliano Foschini
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Maggio 21st, 2013 Riccardo Fucile
UN GOVERNO CON MOLTI KILLER DELL’AMBIENTE NEI POSTI CHE CONTANO
La demeritocrazia incalza e, col favore delle “larghe intese”, occupa il Palazzo, e già il Pdl
torna a intonare la litania dei condoni.
Qualche curriculum: Giancarlo Galan ha presieduto la regione Veneto negli anni (1995-2010) che l’hanno issata in cima alle classifiche per la cementificazione del territorio, 11% a fronte di una media europea del 2,8 %; da ministro dei Beni culturali, ha chiamato come consigliere per le biblioteche Marino Massimo De Caro, che col suo consenso è diventato direttore della biblioteca dei Girolamini a Napoli, dove ha rubato migliaia di libri (è stato condannato a sette anni di galera per furto e peculato).
Per tali benemerenze, Galan oggi presiede la Commissione Cultura della Camera.
Maurizio Lupi ha presentato nel 2006 un disegno di legge che annienta ogni pianificazione territoriale in favore di una concezione meramente edificatoria dei suoli, senza rispetto nè per la loro vocazione agricola nè per la tutela dell’ambiente.
Ergo, oggi è ministro alle Infrastrutture e responsabile delle “grandi opere” pubbliche.
La commissione Agricoltura del Senato è naturalmente presieduta da Roberto Formigoni, ricco di virtù private e pubbliche, fra cui spicca la presidenza della Regione Lombardia negli anni (1995-2012), in cui è diventata la regione più cementificata d’Italia (14%) battendo persino il Veneto di Galan.
Flavio Zanonato, in qualità di sindaco di Padova, ha propugnato la costruzione di un auditorium e due torri abitative a poca distanza dalla Cappella degli Scrovegni, mettendo a rischio i preziosissimi affreschi di Giotto: dunque è ministro per lo Sviluppo economico, che di Giotto, si sa, può fare a meno.
Vincenzo De Luca come sindaco di Salerno ha voluto il cosiddetto Crescent o “Colosseo di Salerno”, 100 mila metri cubi di edilizia privata in area demaniale che cancellano la spiaggia e i platani secolari: come negargli il posto di viceministro alle Infrastrutture?
Marco Flavio Cirillo, che a Basiglio (di cui è stato sindaco), presso Milano, ha pilotato operazioni immobiliari di obbedienza berlusconiana, disseminando nuova edilizia residenziale in un’area dove il 10% delle case sono vuote, ascende alla poltrona di sottosegretario dell’Ambiente.
E quale era mai il dicastero adatto a Nunzia Di Girolamo, firmataria di proposte di legge contro la demolizione degli edifici abusivi in Campania, per l’incremento volumetrico mascherato da riqualificazione energetica e per la repressione delle “liti temerarie” delle associazioni ambientaliste? Ma il ministero dell’Agricoltura, è ovvio.
Che cosa dobbiamo aspettarci da un parterre de rois di tal fatta?
Primo segnale, l’onorevole De Siano (Pdl) ha presentato un disegno di legge per riaprire i termini del famigerato condono edilizio “tombale” del 2003, estendendoli al 2013, con plauso del condonatore doc, Nitto Palma, neopresidente della commissione Giustizia del Senato, e con la scusa impudica di destinare gli introiti alle vittime del terremoto.
Se il governo Letta manterrà la rotta del governo “tecnico” che gli ha aperto la strada col rodaggio delle “larghe intese”, si preannunciano intanto cento miliardi per le cosiddette “grandi opere”, meglio se inutili, con conseguente criminalizzazione degli oppositori per “lite temeraria” o per turbamento della pubblica quiete.
Più o meno quel che è successo all’Aquila al “popolo delle carriole”, un gruppo di volontariato che reagiva all’inerzia dei governi sgombrando le macerie del sisma, e venne prontamente disperso e schedato dalla Digos.
In compenso, i finanziamenti per le attività ordinarie dei Comuni e delle Regioni sono in calo costante, e sui ministeri-chiave (come i Beni culturali) incombono ulteriori tagli selvaggi travestiti da razionale spending review, come se un’etichetta anglofona bastasse a sdoganare le infamie.
La tecnica dell’eufemismo invade le veline ministeriali, e battezza “patto di stabilità ” i meccanismi che imbrigliano i Comuni, paralizzano la crescita e la tutela ambientale, scoraggiano gli investimenti, condannano la spesa sociale emarginando i meno abbienti, comprimono i diritti e la democrazia.
Ma il peggior errore che oggi possiamo commettere è di fare la conta dei caduti dimenticando la vittima principale, che è il territorio, la Costituzione, la legalità . In definitiva, l’Italia.
L’unica “grande opera” di cui il Paese ha bisogno è la messa in sicurezza del territorio e il rilancio dell’agricoltura di qualità . Il consumo di suolo va limitato tenendo conto di parametri ineludibili: l’enorme quantità di invenduto (almeno due milioni di appartamenti), che rende colpevole l’ulteriore dilagare del cemento; gli edifici abbandonati, che trasformano importanti aree del Paese in una scenografia di rovine; infine, il necessario rapporto fra corrette previsioni di crescita demografica e pianificazione urbana.
Manodopera e investimenti vanno reindirizzati sulla riqualificazione del patrimonio edilizio e sulla manutenzione del territorio.
Su questi fronti, il governo Monti ha lasciato una pesante eredità .
Ai Beni culturali, Ornaghi ha sbaragliato ogni record per incapacità e inazione; all’Ambiente, Clini, che come direttore generale ne era il veterano, ha evitato ogni azione di salvaguardia, ma in compenso si è attivato in difesa di svariate sciocchezze, a cominciare dallo sgangherato palazzaccio di Pierre Cardin a Venezia.
Ma dal governo Monti viene anche un’eredità positiva, il disegno di legge dell’ex ministro Catania per la difesa dei suoli agricoli e il ritorno alla disciplina Bucalossi sugli oneri di urbanizzazione: un buon testo, ergo lasciato in coda nelle priorità larghintesiste di Monti & C. e decaduto con la fine della legislatura.
Verrà ripreso e rilanciato il ddl Catania?
Vincerà , nel governo Letta, il partito dei cementificatori a oltranza, o insorgeranno le voci attente alla legalità e al pubblico bene?
Il Pd, sempre opposto ai condoni, riuscirà a sgominare la proposta di legge dell’alleato Pdl?
Anche i forzati dell’amnesia, neosport nazionale assai in voga in quella che fu la sinistra, sono invitati non solo a sperare nei ministri e parlamentari onesti (che non mancano), ma anche a ripassarsi i curricula devastanti dei professionisti del disastro
Se saranno loro a vincere, sappiamo che cosa ci attende.
Se verrà assodato che il demerito è precondizione favorevole a incarichi ministeriali, presidenze di commissioni ed altre incombenze, si può preconizzare la fase successiva, quando il supremo demerito, se possibile condito di qualche condanna penale, sarà conditio sine qua non per ogni responsabilità di governo.
Che cosa dovremmo aspettarci da questa nuova stagione della storia patria?
Il capitano Schettino alla Marina? Previti alla Giustizia? E Berlusconi al Quirinale?
Salvatore Settis
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Maggio 17th, 2013 Riccardo Fucile
DAI MAGISTRATI ALLA SOCIETà€ CIVILE: QUELLI CHE POSSONO CAMMINARE A TESTA ALTA
Chi contribuisce a frenare lo strapotere di Riva, patron dell’Ilva che per anni indisturbato ha fatto profitto sulla pelle dei lavoratori e dei cittadini grazie all’accondiscendenza di gran parte della politica e dell’informazione?
Persone dai ruoli diversi unite dal far rispettare la legge e sensibilizzare le coscienze.
In una città , Taranto, che ha pianto troppe morti causate dall’inquinamento e paga prezzi altissimi per il disastro ambientale.
I magistrati in primis che con alto senso del dovere e in silenzio, perseguono i reati.
Il procuratore capo, Franco Sebastio, 70 anni, tarantino doc, padre cancelliere come il nonno, sposato, padre di due figli, ha iniziato la sua lunga carriera come pretore, procuratore presso la Pretura, per dedicarsi al contrasto dei reati ambientali fino ad arrivare alla guida della Procura della Repubblica.
Che tutte le mattine arriva in ufficio a piedi per sentirsi “cittadino tra i cittadini” e, invece di godersi il tempo della pensione continua a dedicarsi con quella sua normalità rassicurante a far rispettare la legge anche a chi si crede al di sopra della legge.
La Procura è la sua seconda casa, racconta: “Lì vicino andavo a giocare a nascondino da piccolo con i miei amici”.
Inizia a fare il magistrato nel 1976.
Risale agli anni ’80 la prima sentenza di condanna per reato d’inquinamento ai Tamburi dell’Italsider di Stato, acquistata dalla famiglia Riva a prezzo di convenienza.
La sua speranza è che un giorno non vi sia più bisogno dell’intervento repressivo della magistratura perchè i cittadini sentiranno la tutela dell’ambiente e della salute “beni comuni” da difendere.
Un altro nome divenuto suo malgrado simbolo della battaglia contro l’inquinamento dell’Ilva è la gip Patrizia Todisco, 49 anni, che si è guadagnata il titolo di Libero: “La zitella rossa che licenzia 11 mila operai”.
Ma lei senza battere ciglio, dopo aver firmato l’ordinanza di arresto di Riva, dell’ex direttore delle relazioni esterne dell’Ilva Girolamo Archinà , ha proseguito con quello del presidente della Provincia Florido.
Non ha mai rilasciato un’intervista.
I giornalisti sono abituati a ricevere il suo saluto al mattino e a vederla scomparire dietro la porta dell’ufficio che si chiude alle sue spalle.
Per i tarantini è diventata l’icona del riscatto: non c’è manifestazione che non vi siano striscioni che inneggino a lei.
Ma se la città e il Paese hanno acquisito una nuova consapevolezza nel far valere il diritto alla salute e al lavoro lo si deve anche a chi dal 2005 denuncia i danni da diossina come Alessandro Marescotti, professore, tra i fondatori di PeaceLink.
È stato lui a proporre una legge per la certificazione degli alimenti dioxin free.
E a donne come Paola D’Andria, presidente dell’Ail di Taranto (associazione italiana lotta alle leucemie) che ha perduto il marito per un tumore, divenuta la “donna metallo” dopo che le è stato riscontrato un notevole quantitativo di piombo nelle urine, lo stesso trovato nel sangue di nove bambini dai 3 ai 6 anni residenti al quartiere Tamburi.
Ha capeggiato la protesta davanti a Montecitorio per l’abrogazione della legge “Salva-Ilva”, quando la Corte doveva esprimersi sui 17 vizi di costituzionalità rilevati dalla gip Todisco.
Seguono i tanti Comitati sorti spontaneamente per la battaglia contro il mostro dell’acciaio:
“Quartiere Tamburi”, “Studenti di Taranto”, “Donne per Taranto” e l’ultimo in ordine di tempo “Cittadini Liberi e Pensanti” nato per superare “il conflitto ambiente-lavoro: lavoratori contrapposti ai cittadini di cui fanno parte operai dell’Ilva, disoccupati, precari, studenti, professionisti, cittadini che denunciano “l’intera classe politica di essere stata complice del disastro ambientale e sociale che dura da 50 anni”.
E chiedono che chi lo ha generato, “lo Stato prima, la famiglia Riva poi” paghi.
Comitato che assieme alle altre associazioni per la prima volta ha portato in piazza oltre 10 mila persone e ha organizzato il concerto del 1° Maggio nella città dei veleni con tanti artisti di fama come Fiorella Mannoia, Luca Barbarossa e Roy Paci.
Sandra Amurri
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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