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VITTORIO SGARBI: “IL DANNO NON E’ IRREPARABILE, NULLA DI REALE VALORE ARTISTICO”

Aprile 16th, 2019 Riccardo Fucile

“VETRATE DEL 1967, GUGLIA GIA’ RICOSTRUITA NELL’800”

“L’incendio non è irreparabile, non dobbiamo essere troppo tristi”: Notre Dame brucia e Vittorio Sgarbi dice la sua. Il critico d’arte – intervenuto nel corso del TG1 delle ore 20 per commentare a caldo i danni subiti dalla cattedrale a causa dell’incendio divampato nel pomeriggio del 15 aprile – ha voluto smorzare le preoccupazioni per le sorti del monumento architettonico.
“L’incendio della cattedrale di Notre Dame è preoccupante, ma dobbiamo stare attenti quando parliamo dei suoi danni. Parigi ha vissuto la rivoluzione francese e, nel corso di questo periodo, la cattedrale è andata completamente distrutta una prima volta”, ha affermato Sgarbi.
Il critico d’arte ha proseguito ricordando parlato dei danni riportati dal tetto della cattedrale: “La ricostruzione è recente, ottocentesca. La guglia che è crollata è una guglia moderna, in stile neogotico. Nulla che non sia riparabile. Nella parte superiore della chiesa ci sono delle opere che, se si trovassero all’interno di un museo, non guarderemmo nemmeno. Ripeto, il danno è grave, ma non dobbiamo essere troppo tristi per quello che è accaduto”.
Vittorio Sgarbi ha poi fatto un paragone tra i danni riportati da Notre Dame a causa dell’incendio e quelli che si verificano e si sono verificati in Italia a causa di eventi naturali, come i terremoti. Il critico ha sottolineato come, anche in quei casi, una ricostruzione sia sempre possibile.
Vittorio Sgarbi ha ribadito la sua opinione nel corso del programma Quarta Repubblica su Rete 4, scontrandosi con lo psichiatra Alessandro Meluzzi. Il critico d’arte ha detto: “Le cose irreparabili sono quelle dove perdi delle opere centrali per la cultura dell’Occidente. Lì non c’è nulla, le vetrate sono state finite nel 1967 e sono opere triviali di nessuna importanza e se dovremo ricostruire ricostruiremo”.
Punto di vista non condiviso da Meluzzi che ha replicato: “Io mi vergognerei di queste dichiarazioni”. “Quella di Meluzzi è pure retorica di una mente ottenebrata che non sa distinguere tra le opere d’arte e le cartoline. Ignorante come una capra!”, ha aggiunto Sgarbi prima che lo scontro venisse placato dal conduttore Nicola Porro.

(da “Huffingtonpost”)

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“CHE LA PIETA’ NON VI RIMANGA IN TASCA”: A GENOVA L’INSTALLAZIONE ANTI-RAZZISTA

Marzo 29th, 2019 Riccardo Fucile

IN PIAZZA DE FERRARI “ARTE PER RIFLETTERE SUI MORTI IN MARE”

“Navigammo su fragili vascelli per affrontar del mondo la burrasca ed avevamo gli occhi troppo belli: che la pietà  non vi rimanga in tasca.” Fabrizio De Andrè #arteresistente.
E’ una delle scritte che “spiega” l’installazione che questa mattina tutti i genovesi che passano per piazza De Ferrari possono vedere davanti all’entrata di Palazzo Ducale.
Mani di cartone che spuntano dalla pavimentazione della piazza cuore e in questo caso simbolo di una Genova che non rimane a guardare quello che continua ad accadere nei mari che solcano persone che, giorno dopo giorno, da anni, sono trasformate in numeri che si perdono in una conta di morti e, al massimo, di indesiderati: «Le persone devono riflettere fermandosi a guardare, l’arte serve a questo – ci ha spiegato Gabriella Barresi – Il Mediterraneo sta diventando un enorme cimitero. Queste mani che affondano sono dei migranti morti in mare, sepolti ormai nel profondo delle acque ma vivi nel dolore che tutti ci portiamo dentro».
C’è chi passa e si ferma a fare il segno della croce: «Per rispetto a tutti i morti in mare. Perchè sono tutti figli nostri», ha detto un signore anziano, visibilmente commosso.
La pietà  non deve morire: il collettivo ha scelto una frase di De Andrè – tratta dall’album “Tutti morimmo a stento”, pubblicato nel 1968 – per spiegare la performance comparsa alle sei del mattino sui gradini di Palazzo Ducale.
«Navigammo su fragili vascelli per affrontar del mondo la burrasca ed avevamo gli occhi troppo belli: che la pietà  non vi rimanga in tasca», si legge nel cartellone centrale.
«La pietà , intesa come l’antica pietas, non deve morire – ha precisato la Barresi – Noi che probabilmente vediamo le immagini nei Tg dei migranti che affogano stiamo mostrando che cosa potrebbe accadere se le mani che chiedono aiuto fossero le tue».
“Arte Resistente” nasce come collettivo artistico a febbraio, seguendo le iniziative nate attorno all’hashtag #Apriamoiporti, quando Matteo Salvini si recò ad Atri in campagna elettorale e si ritrovò ad aspettarlo questa installazione: «Quest’operazione dall’impatto visivo forte serve a lanciare un messaggio altrettanto importante – ha aggiunto Gea Riondino, dello stesso collettivo – Anche i bambini sanno che queste braccia sono dei migranti morti in mare, questo dolore è parte integrante anche delle loro vite, delle vite di tutti».
A rappresentare tutto è un «gruppo di cittadini», come si sono definiti nel comunicato che spiega la loro azione: « Anche a Genova abbiamo deciso di realizzare un’installazione artistica contro le politiche disumane della Lega di Salvini. Tra queste mani che affondano, silenti come coloro che ogni giorno perdono la vita nel Mediterraneo, c’è ancora il nostro coraggio resistente, che quotidianamente persegue Umanità , diritti, contro tutte le forme di razzismo, discriminazione, xenofobia. Tra queste mani c’erano uomini, donne e bambini in cerca del nostro aiuto, del nostro rispetto per la vita umana; non potranno più imparare, fare, condividere vita e bellezza. Sono mani di cartone sparpagliate sulle piazze delle nostre città  e dei nostri quartieri che trasformano la pietra e l’asfalto nel Mediterraneo che chiede aiuto. La nostra protesta pacifica e civile crede fermamente che il confronto quotidiano e il rispetto delle diversità  siano alla base di ogni sapere. Oggi più che mai non possiamo fare finta di non vedere, è importante rafforzare il valore di una comunità  accogliente. Nell’indifferenza muore la nostra umanità . Nella paura annega la nostra solidarietà ”

(da “Il Secolo XIX”)

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KYIV, LA CAPITALE UCRAINA E’ UNA METROPOLI DA SCOPRIRE

Marzo 27th, 2019 Riccardo Fucile

TRA ARTE, GASTRONOMIA E CULTURA

Kyiv è l’ortografia corretta del nome della città  che meglio riflette la diretta traslitterazione dal suo nome ucraino, e non Kiev che è una trascrizione diretta della grafia russa. E’ online un nuovo sito in inglese su cosa fare e vedere a Kyiv in tutte le stagioni, il sito è completo e aggiornatissimo ed è l’ideale per organizzare ogni tipo di attività  in città : www.visitkyiv.travel/en.
La capitale dell’Ucraina è una città  tutta da scoprire, oltre a essere l’anima del paese è uno dei luoghi più accoglienti e affascinanti d’Europa.
La metropoli ha cambiato aspetto negli ultimi anni: la crescita economica e la rivoluzione culturale ha fatto si che la città  si sia affermata come capitale del lusso e della moda e ha sviluppato un fascino e un carattere unico.
Secondo la classifica di dicembre 2018 della Lonely Planet, Kyiv è al terzo posto fra le dieci capitali europee dello shopping, come dimostra anche lo straordinario Lavina Mall, un centro commerciale di lusso di ben 179.000 metri quadrati.
Kyiv ha visto molti caffè di tendenza aprirsi nelle sue affollate vie del centro, in cortili nascosti o all’interno di centri d’arte come al Pinchuk Art Centre, dove si trova il One Love Espresso Bar, uno dei caffè più in voga della città , situato al sesto piano del Museo, famoso per la sua sorprendente vista panoramica della città  e il suo design minimalista.
Il Pinchuk Art Centre, inaugurato nel 2006, possiede una considerevole collezione privata ed è uno dei più grandi e dinamici centri d’arte contemporanea d’Europa.
Le sue gallerie espositive, fino al 7 di aprile di quest’anno, offrono la mostra di ventuno artisti provenienti dai cinque continenti e selezionati per la quinta edizione del Future Generation Art Prize 2019, premio nato nel 2009 per promuovere l’arte contemporanea e gli artisti under 35. In Italia li vedremo in mostra a Venezia durante la prossima Biennale dal 9 maggio all’1 agosto. La mostra intende indagare sulle relazioni che intercorrono tra le tradizioni e le realtà  attuale in un mondo globalizzato.
Il posto ideale per un tour enogastronomico tra i sapori ucraini è il Bessarabsky Rynok, il più grande e famoso dei mercati della città , situato in un imponente ed elegante edificio in stile Liberty.
Il mercato è il punto di riferimento per fare acquisti nel centro di Kyiv e al suo interno ci sono alcuni tra i più famosi ristoranti e caffetterie del paese, come il Vyetnamskiy Privet, uno sfizioso ristorante orientale o la Prosciutteria Wine & Deli, un raffinato ristorante che serve prodotti locali ucraini ispirati alla tradizione culinaria italiana.
I più golosi potranno assaporare il cioccolato Roshen in vendita in tutti i migliori bar e negozi della città . La gamma di cioccolato Roshen è una combinazione di eccellenti ricette dei maà®tres chocolatiers della maison che garantiscono un prodotto finito di alta qualità .
Per chi invece è alla ricerca di uno shopping tradizionale e raffinato l’Andriyivsky Uzviz, letteralmente “discesa”, è il quartiere giusto.
Luogo tra i più affascinanti e pittoreschi della città , questo quartiere del centro, consente di passeggiare alla scoperta di antichi caffè, ristoranti tradizionali, gallerie d’arte e numerose botteghe di artigiani dove è possibile acquistare prodotti locali. Si tratta di una ripida strada acciottolata che culmina in cima alla collina dove si erge la splendida Cattedrale di Sant’Andrea con le sue cupole blu e oro che donano allo spettatore un immediato senso di bellezza e magnificenza che rinviano a quel barocco policrono, unico e singolare, dell’architetto italiano Bartolomeo Rastrelli, lo stesso che a San Pietroburgo realizzò il Palazzo d’Inverno, a PuÅ¡kin il Palazzo di Caterina e a Peterhof la Reggia di Pietro.
Kyiv è famosa per i suoi maestosi luoghi di culto iscritti nel patrimonio mondiale UNESCO, di questi certamente da non perdere sono la Cattedrale di Santa Sofia caratterizzata dalle cupole verdi e dorate e il Pechersk Lavra, conosciuto come il Monastero delle Grotte.
La città  offre diverse possibilità  di soggiorno in strutture di lusso dotate di ogni comfort come, ad esempio, l’Eleven Mirrors Design Hotel che gode di una posizione ideale nel cuore dell’antica e dinamica Kyiv, sulla via Bohdana Khmelnytskog.
Ogni stanza è unica e arredata con uno stile minimalista e raffinato, uno staff eccellente assicura un soggiorno indimenticabile agli ospiti che desiderano rilassarsi e trovare un’oasi di relax fuori dall’intensa vita della metropoli. Il Premier Palace Hotel, costruito all’inizio del XX secolo nel cuore del centro di Kyiv, è l’unico hotel storico tra gli alberghi della città  diventato il primo albergo a cinque stelle dell’Ucraina.
Gli ospiti possono godere della sua atmosfera elegante grazie al design sofisticato, al comfort e al lusso unito all’accoglienza tradizionale ucraina.
L’hà’tellerie a Kyiv offre un’ampia scelta: dal lusso più sfrenato alle soluzioni più convenienti la capitale si distingue per l’ottimo rapporto qualità -prezzo delle sue strutture.

(da agenzie)

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ANNA MAGNANI, L’ATTRICE SIMBOLO DEL RISCATTO

Marzo 7th, 2019 Riccardo Fucile

IL 7 MARZO 1908 NASCEVA A ROMA NANNARELLA, UNA DELLE PIU’ GRANDI ATTRICI DI TUTTI I TEMPI E ANTESIGNANA DEI DIRITTI DELLE DONNE

Anna uscì dalla sua casa di Palazzo Altieri in una bella giornata di fine estate del 1973, per non farvi più ritorno. La sua agonia alla clinica Mater Dei di Roma durò una ventina di giorni, assistita da Luca e dagli amici più cari.
Il 26 settembre la televisione decide di mandare in onda “1870”, l’ultimo film girato con Giannetti e che non era stato trasmesso insieme agli altri perchè destinato al circuito cinematografico. Ma Anna non riuscirà  a vederlo. Lo vedrà  tutta Italia come estremo omaggio a Nannarella, la sua attrice più grande e più amata.
Perchè dopo 40 anni si parla ancora di lei, di Anna Magnani?
Perchè è stata l’attrice simbolo del cinema italiano del dopoguerra, il cinema della ricostruzione e del riscatto.
Perchè è stata una delle più grandi attrici di tutti i tempi, capace di comicità  sfrenata e di profonda drammaticità .
Ma si parla ancora di lei perchè è stata il simbolo della donna italiana e della sua crescita.
Di lei, gli italiani da più di cinquanta anni tengono nella mente, negli occhi, nelle orecchie e nel cuore quella corsa disperata dietro il camion tedesco che si portava via il suo Francesco, la caduta terribile sul selciato che metteva la parola fine sul suo più grande personaggio, ma anche la risata ora irridente, ora canzonatoria, ora semplicemente gioiosa che spesso, anzichè accompagnarla, quasi la precedeva, annunciandola al suo pubblico : la risata di Nannarella.
Ebbe amori drammatici, esclusivi, travolgenti.
Patì dolori laceranti, accompagnati da gioie sfrenate, da improvvise voglie di giocare (lei la chiamava “la ruzza”) e da un drammatico disincanto che la portava a non rispettare niente e nessuno che non meritasse di essere rispettato.
Anna era figlia di ragazza madre, come Totò, come Charlie Chaplin, come Marilyn Monroe e come tanti altri grandi dello spettacolo che meglio di altri hanno rappresentato e raccontato l’umanità  e la vita sui palcoscenici e sugli schermi.
Portò il nome di sua madre e lo stesso nome trasmise a suo figlio, in una sorta di linea discendente al femminile.
Ed anche per questo può essere considerata un personaggio di transizione, fra la donna subalterna e la donna li-berata, fino a divenire l’emblema, il portabandiera della grande rivoluzione femminile, ancora in atto.
E i personaggi di transizione, si sa, proprio perchè portano dentro di loro tutte le contraddizioni, sono sempre i più interessanti, i più vivi, i più verià 
Anna Magnani diventò l’attrice simbolo italiana nel mondo in un momento particolare della nostra storia quando Roma era stata appena liberata dopo essere stata per dieci mesi sotto il terrore nazista, e la guerra si era spostata al Nord.
In questo clima ci furono dei cineasti, che riuscirono a girare un film diverso da tutti quelli che erano stati fatti in Italia prima di allora. Un film che voleva raccontare l’incubo dell’occupazione nazista.
“Roma città  aperta” (così si chiamò il film) dette inizio ad una stagione nuova nel cinema italiano. Il cinema diventò più maturo e si fece strumento di conoscenza e veicolo di idee.
Il film di Roberto Rossellini farà  scuola a tutti gli altri che verranno dopo e che daranno vita ad un cinema che, uscito dagli studi, scenderà  nelle strade, a contatto con la gente. Sarà  una stagione breve ma intensa e si chiamerà  neorealismo.
Anna Magnani, anche se poi questo cinema si nutrirà  dei cosiddetti “attori presi dalla strada”, del neorealismo rimarrà  il simbolo, con il suo volto vero e sofferto, pronto a illuminarsi in una risata liberatoria come a incupirsi nella collera o a disfarsi nel dolore.
Il nome di Anna con questo film varcò l’oceano e di trionfo in trionfo arrivò anche a conquistare lei stessa l’America dove fu premiata addirittura con l’Oscar, prima italiana a ricevere l’ambita statuetta.

(da Globalist)

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COSI’ LA SECESSIONE DEI RICCHI DISTRUGGE IL PATRIMONIO CULTURALE ITALIANO

Febbraio 25th, 2019 Riccardo Fucile

IL PATRIMONIO STORICO NON PUO’ ESSERE DIVISO IN BASE A SOTTO-APPARTENENZE LOCALI

Tomaso Montanari sul Fatto Quotidiano di oggi si occupa della secessione dei ricchi e dell’effetto sul patrimonio culturale della legge sull’autonomia di Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna che il governo si appresta a varare
Moltissime sono le competenze oggi statali che le tre regioni rivendicano (ben 23 Lombardia e Veneto, 15 l’Emilia). Tra di esse, la tutela dell’ambiente e del patrimonio culturale.
Le regioni con il consumo di suolo più alto del Paese chiedono ora le mani definitivamente libere sul loro territorio. Evidentemente per finire il lavoro. E che l’ispirazione di questa indipendenza di fatto sia sviluppista, e non certo ecologista, lo testimonia il fatto che la Lega, contemporaneamente, impedisce l’autodeterminazione del popolo della Val di Susa sul Tav: l’autonomia va bene solo se porta più cemento.
Il paradosso è che esiste già  una regione in cui l’ambiente dipende in toto dalla Regione: la Sicilia.
L’autonomia concessale addirittura prima della Costituzione ha creato nell’isola uno stato parallelo, in cui le sorti delle coste, delle foreste e del patrimonio culturale dipendono da soprintendenze nominate e controllate dal potere politico regionale.
Il risultato è sotto gli occhi di tutti: le mani della politica (e non solo)sul territorio; e dunque lo sfascio pluridecennale di un ambiente e di un patrimonio culturale tra i più importanti del mondo.
Ma, dice la Lega, le regioni del Nord hanno una classe dirigente diversa da quella della Sicilia: tesi difficile da sostenere nei giorni in cui entra in galera il celeste Formigoni, per 18 anni alla guida della Lombardia. O anche solo rammentando che l’onnipotente doge veneto Galan è egualmente agli arresti.
Per Montanari è chiaro che con Brera ai lombardi e l’Accademia di Venezia ai veneti si inizierebbe a costruire una cultura etno-nazionale, cioè proprio quella che la nostra Costituzione (e prima la nostra storia comune) hanno escluso
Fondamento visibile e riconosciuto della Nazione, e dunque della sua unità , il patrimonio storico e artistico non può essere diviso in base a sotto-appartenenze locali. La Repubblica tutela non solo il patrimonio in sè, ma la sua appartenenza alla nazione: ogni cittadino, membro della nazione e sovrano, è così proprietario dell’intero patrimonio nazionale, senza altre limitazioni. È per questo che un napoletano possiede il Palazzo Ducale di Venezia, o le Dolomiti, non meno di un veneto.

(da “NextQuotidiano”)

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SAVIANO TRIONFA A BERLINO CON “LA PARANZA DEI BAMBINI”: “DEDICO IL PREMIO ALLE ONG”

Febbraio 16th, 2019 Riccardo Fucile

ORSO D’ARGENTO PER LA MIGLIORE SCENEGGIATURA … C’E’ ANCHE UN’ITALIA CHE IL MONDO AMMIRA

I Piranhas si sono divorati un pezzo di   Berlinale. Vince per la migliore sceneggiatura La paranza dei bambini, il film italiano in concorso tratto dal libro di Roberto Saviano che firma la sceneggiatura con Maurizio Braucci e il regista Claudio Giovannesi.
Il film (titolo internazionale Piranhas appunto) racconta la parabola di un gruppo di adolescenti che si prende, armi in pugno, soldi, vestiti, potere, nel napoletano Rione Sanità .
Ancora un trionfo alla rassegna tedesca, nell’ultima edizione di Dieter Kosslick che aveva fin dall’inizio apertamente apprezzato il film, che ha consegnato nel 2012 l’Orso d’Oro ai fratelli Taviani per Cesare deve morire e nel 2016 a Gianfranco Rosi con Fuocoammare. Il film è in sala in questi giorni.
Politiche le dediche sul palco dei tre protagonisti. Roberto Saviano. “Dedico questo premo alle 0ng che vanno nel Mediterranoe a savare delle vite, scrivere questo film è singnificato mostrare l’esistenza e la resistenza che esiste: parlare della verità  nel nostro paese è diventato difficile”.
Braucci: “I ragazzi nel sud   Italia, come avete visto nel film hanno bisogno sostegno, più di quel che hanno ora e per questo è   importante l’amicizia dell’Italia con gli altri paesi”. Tanti ringraziamenti per il regista Giovannesi “: Grazie alla Berlinale per aver invitato il nostro film, grazie alla giuria, ai produttori del film, grazie ai ragazzi, i protagonisti di questo film. Grazie a Roberto per avermi chiamato come regista e a Maurizio per avermi accompagnato in questo viaggio. Dedichiamo il premio al nostro paese con la speranza che l’arte, culutra e educazione siano ancora una priorità .”
Sul palco del Palast il regista Claudio Giovannesi, in sala anche Roberto Saviano.
Non ci sono i giovani interpreteti del film che sono stati amatissimi a Berlino, tornati a Napoli dopo aver regalato allegria e vitalità  sul tappeto rosso della Berlinale ed essere stati al centro di una affollata festa in loro onore in cui hanno ballato per tutta la notte.

(da agenzie)

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INTERVISTA A SIMONE CRISTICCHI: “LA PAURA DELL’ALTRO NON E’ DEI BAMBINI, MA DEI GRANDI, INQUINATI DA UN INDOTTRINAMENTO CRIMINALE”

Febbraio 13th, 2019 Riccardo Fucile

“SANREMO E’ UN GIOCO, SI DEVE ACCETTARE IL REGOLAMENTO”

Simone Cristicchi ha il garbo e l’umiltà  dei grandi. La voce felice di chi si stupisce ancora che l’emozione che ha trasmesso cantando “Abbi cura di me” sul palco dell’Ariston sia arrivata a così tante persone, che il testo del brano sia studiato nelle scuole, che tutti lo osannino come il “vincitore” morale della 69°edizione del Festival di Sanremo.
Classe 1977, tradisce anche la lecita delusione di chi ha creduto di vincere. Ma lo fa in un modo molto lontano da quello di Ultimo.
“Sono stato contentissimo di come è andata, al di là  dei risultati delle Giurie. Venerdì, incrociando i dati, mi davano per vincitore, poi è successo qualcosa di diverso da quello che ci si aspettava ed è andata a finire così. Sono stato penalizzato dalla giuria di qualità  che mi ha sbattuto al 12esimo posto ribaltando completamente le votazioni del pubblico e della sala stampa. Ma d’altronde, se si accetta di partecipare a un gioco, perchè Sanremo è un gioco, si deve accettare anche il regolamento. Per me è già  un miracolo tutto quello che sta accadendo”.
Un miracolo.
“Si perchè le notizie che mi arrivano sono che il disco è nei primi posti nelle classifiche, il testo è studiato nelle scuole di tutta Italia. La mia vera vittoria è che il brano sia arrivato al cuore delle persone e sta facendo del bene”.
La tua canzone parla di perdono, di amore, di ricerca della felicità  nelle piccole cose. Come si fa ad insegnare la bellezza e l’accoglienza ai bambini, immersi in sproloqui di odio, di razzismo, di bullismo che affollano i social network?
“I bambini nascono puri e disposti alla bellezza: convivono già  con bambini di altre etnie e culture. Il problema sono i grandi, le persone inquinate da idee sbagliate, da un indottrinamento per certi versi criminale perchè crea un malessere e una tensione sociale che nella realtà  della fanciullezza dei bambini non esiste. La speranza è che i più piccoli sappiano cogliere la diversità  come una ricchezza come è giusto che sia”.
E cosa mi dici del tema dell’accoglienza ai migranti?
“È un tema difficile, che divide e che non deve essere oggetto di “gioco” sui social. Devono essere il Governo, lo Stato, le istituzioni a dare una risposta. Sia ai cittadini italiani, sia alle persone che vengono accolte e poi abbandonate a loro stesse. Non si può accogliere persone disperate e poi lasciarle in balia della noia, senza uno sbocco per il loro futuro. Altrimenti è un cane che si morde la coda. L’aggressività  che stiamo vedendo è frutto di una società  che è andata in corto circuito. Eventi come questi esodi rimettono in discussione la nostra umanità “.
Un corto circuito è anche il fatto che siano gli stessi rappresentanti del Governo, a volte, ad utilizzare i social per parlare di questi argomenti, facendone spesso un uso quasi propagandistico. Sei d’accordo?
“Assolutamente sì, non bisogna fomentare la rabbia o gli istinti più bassi dell’essere umano. Bisogna avere il buon senso di capire che questa ondata di migrazioni, che poi dati alla mano così grande non mi sembra, non mette in pericolo il nostro benessere, il nostro equilibrio. Un’interpretazione sbagliata del fenomeno genera un risentimento e una voglia di far valere le proprie posizioni e spinge la gente a difendere un orticello personale che molto spesso non viene neanche sfiorato da questi eventi”.
Torniamo alla musica. Nel 2005 dicevi: “Vorrei cantare come Biagio Antonacci”. Oggi è ancora così?
“Quella canzone aveva un significato preciso: non era un elogio o uno sfogo di un fan accanito di Biagio Antonacci. Nascondeva la frustrazione che prova un giovane artista davanti alle difficoltà  ad avere un piccolo spazio di visibilità : era più un invito a mettersi in luce e ad esprimersi per quello che realmente si è. Non a clonare altri artisti come appunto Antonacci, Pausini, Tiziano Ferro, ma a cercare un proprio stile, nella musica come nella vita”.
E dunque, oggi c’è ancora questa difficoltà  ad esprimere se stessi?
“L’attitudine a copiare e clonare altri artisti famosi per avere successo è rimasta. Ma ogni tanto esce fuori una nuova voce, una nuova personalità  che si distingue perchè non ricalca niente di già  sentito. A me piace tantissimo Motta, Le Luci della Centrale Elettrica: in particolare Vasco Brondi lo considero un grande poeta”.
Mahmood può essere considerato una novità ? Sei d’accordo con il suo primo posto o pensi anche tu che la Sala Stampa abbia voluto fare “un dispetto” a Salvini votando un italiano con origini egiziane?
“Mahmood è un genere molto lontano dal mio, non è dei miei preferiti, ma ha una freschezza e una voce molto nuova, riconoscibile, è un personaggio e un nuovo volto della musica, si è distinto rispetto ad altri anche più navigati di lui. Detto questo non ascolto il genere e quindi non so nemmeno dare un giudizio. Di una cosa però sono certo: non c’è dietrologia nella sua vittoria, nessun complotto. Vincere Sanremo è un incrocio di fenomenologie strane, particolari. È un incrocio astrale. Anche io nel 2007 non mi aspettavo di vincere, non ero nessuno. Come credo non si aspettasse di vincere Mahmood”.
Ad alcuni è sembrato di ravvisare nella canzone che hai presentato a Sanremo qualche influenza che ricorda Vecchioni. Ti rivedi in questa similitudine?
“Direi di no. Se devo cercare un’influenza la vedo in “Signor Tenente” di Faletti. Quando si presentò, quel pezzo creò uno spartiacque nella storia del Festival: portò il teatro nel tempio della musica, la trovai una scelta coraggiosa e vincente. Vecchioni è un grande maestro per tutti noi cantanti, l’emozione con cui ho cantato “Abbi Cura di Me”, forse però, è sovrapponibile a quella che Vecchioni mise in “Chiamami ancora Amore”.
Pensi che la denuncia portata a Sanremo dal brano di Daniele Silvestri sia reale? Le istituzioni scolastiche e gli educatori cercano di instradare alla “normalità ” bambini particolarmente vivaci, spegnendo la loro curiosità  e reprimendo le loro inclinazioni caratteriali?
“Tempo fa quando studiai le malattie mentali feci una ricerca su uno psicofarmaco che si dà  ai bambini in America che si chiama Ritalin, che serve per calmare i bambini troppo vivaci. Lo trovai agghiacciante perchè una cosa è soffrire di alcune sindromi particolari che hanno bisogno di cure anche psichiatriche e una cosa è divulgare una visione medico-scientifica di terapia a bambini che sono semplicemente più agitati rispetto agli altri. Ci faranno finire tutti al manicomio perchè giochiamo troppo”.
Che musica ascoltano i tuoi figli?
“I miei figli non ascoltano molta musica: ultimamente a mia figlia piace Giusy Ferreri e Lo Stato Sociale, mio figlio invece, che è un po’ più grandicello, impazzisce per Ultimo e infatti a Sanremo era indeciso se tifare me o lui”.
Programmi futuri?
“Riparto giovedì con la mia tourneè teatrale che è stata felicemente interrotta da Sanremo e con i miei spettacoli: “Esodo”, “Manuale di volo per uomo”, “Mio nonno è morto in guerra”, girerò fino a fine aprile. Riprende la mia vita in teatro, dopo la parentesi di questa canzone che ha generato così tanta emozione”.
Un’ultima domanda. In uno dei tuoi ultimi post su Instagram hai scritto: “Chi ha bisogno di nemici non è in pace con se stesso”. Con chi ce l’avevi?
“Non ce l’avevo con nessuno in particolare. In questo momento storico sembra che la società  abbia bisogno di un nemico, di qualcuno da additare perchè ci rovina la vita o perchè ci fa paura, semplicemente perchè non lo conosciamo. Penso che tutto questo abbia a che fare con la nostra interiorità , il nostro essere arrabbiati con noi stessi, frustrati. Bisogna recuperare equilibrio interiore. Mi viene in mente una frase del Dalai Lama: “Prima di cambiare il mondo, cerca di cambiare te stesso”.

(da “Huffingtonpost”)

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SIRANTE, IL BANKSY ITALIANO: CHI E’ IL MISTERIOSO WRITER ANTI-SISTEMA

Febbraio 5th, 2019 Riccardo Fucile

LO STREET ARTIST SENZA VOLTO, ATTIVO A ROMA, E’ L’ULTIMO ESPONENTE DELLA NUOVA FORMA DI CONTESTAZIONE POLITICA LANCIATA DAL MAESTRO INGLESE

Potrebbe essere un artista solitario o un collettivo. Un uomo o una donna. Un italiano o uno straniero.
Ha solo un migliaio di follower su Facebook e Instragram, meno di tanti profili di nostri amici.
Non ne ha bisogno: la cassa di risonanza per i suoi murali politici sono le strade, i portici, le mura di Roma. Di sicuro c’è solo una cosa: segue attentamente l’attualità , è appassionato di pittura rinascimentale e non può soffrire Salvini e la Lega.
L’ultima provocatoria performance del misterioso street artist Sirante è comparsa martedì mattina sotto il colonnato della multietnica piazza Vittorio, e stavolta attacca la proposta di legge sulla legittima difesa in approvazione in Parlamento: la sagoma raffigura il ministro dell’Interno con l’ormai immancabile felpa della polizia, mentre si fa un selfie davanti a un teca di quelle adibite agli estintori, ma piena invece di pistole finte, con tanto di cartello con avvertenze e istruzioni per l’uso.
I murales più scomodi
Era dallo scorso settembre che Sirante, questo il nick name del writer, non si faceva vivo: da quando ritoccò il San Pietro pentito del Guercino in San Matteo, sovrapponendo il volto del leader leghista che chiede scusa a mani giunte per «l’odio e il terrore» istillati negli elettori.
Nell’aprile 2018 trasformò via de’ Lucchesi, accanto al Quirinale, in una sorta di parete museale riattualizzando “I bari” caravaggeschi con le facce di Di Maio, Salvini e Berlusconi.
Ancora prima, a giugno, fu la volta del Salvini mendicante di «umanità » nel rione Monti.
A maggio doppia esposizione: il “Girone d’Italia” in via del Corso, con la locandina della corsa rosa rivista in chiave anti-israeliana; e “L’incendio del Nazareno” ispirato a Raffaello.
Un quadro corale con i protagonisti della precedente legislatura, da Renzi a Boschi, da Orfini a Verdini: un’opposizione trasversale al sistema, che investe chiunque lo rappresenti in quel momento.
Sono solo alcune delle opere firmate Sirante apparse negli ultimi tempi, tutte regolarmente rimosse in tempo record dal Campidoglio: mai impiegati comunali furono tanto solerti nello sbrigare il loro lavoro.
Ma la censura, come al solito, si è rivelata un boomerang: nulla attira più del proibito e le periodiche rimozioni – come nel 2016 il graffito del Papa a Borgo Pio (che scontentò pure i preti) – hanno avuto l’unico effetto di accendere i fari sugli stencil politically uncorrect di queste produzioni, certificandone con ciò stesso la loro pregnanza, la divergenza rispetto al comune sentire, la scomodità .
Più vengono rimossi, più ne spuntano altri: potranno essere cancellati dai muri ma non dal web, dove continuano a circolare e a diffondersi, per essere consegnati alla memoria.
L’identità  segreta
I murali di Sirante hanno raccolto i complimenti anche di altri colleghi romani, come Maupal e il gruppoTvBoy, autore del celebre bacio tra i due vicepremier: neanche loro sanno chi nasconda quel cappuccio di felpa, con cui si presenta al pubblico sulla sua pagina ufficiale.
Tutto lascerebbe pensare a un giovane attivista, presumibilmente capitolino, del giro dei centri sociali. Ma non è detto.
Naturale però il collegamento con chi, dalla strada, ha raggiunto una fama planetaria: l’ineffabile painter di Bristol Banksy. Ad accomunarli non c’è ancora la celebrità , ma sicuramente l’identità  nascosta: il guanto gettato alla civiltà  dell’apparire proprio da chi dell’immagine ha fatto una missione anzichè un prodotto di consumo.
Una scelta in controtendenza che inevitabilmente incuriosisce e stimola l’immaginario collettivo, rimandando all’icona del wrestler mascherato o del supereroe notturno che sfida regole e divieti.
Ma oltre all’aura volutamente segreta, sono anche i contenuti ad avvicinarli: l’avversione al capitalismo, al totalitarismo e alla guerra attraverso la satira, i diritti sociali e l’orizzonte etico da riconquistare.
E poi è street art: non scarabocchi e scritte senza senso come forse ancora li considera qualcuno, ma una corrente stilistica riconosciuta, accademicamente accreditata.
E anche una nuova tipologia di espressione critica e non violenta, che in fondo non è che la riscoperta pittorica, più moderna ed estetica, del risorgimentale «Viva Verdi», quando i muri erano la voce dei senza voce.

(da “il Corriere della Sera”)

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FABRIZIO DE ANDRE’, IL CANTAUTORE DEGLI ULTIMI E DELLE “ANIME SALVE”

Gennaio 10th, 2019 Riccardo Fucile

A 20 ANNI DALLA MORTE DEL MUSICISTA GENOVESE, IL RICORDO DI UN’INTERVISTA DEL 1997 IN OCCASIONE DELL’USCITA DEL SUO ALBUM-TESTAMENTO

“Torni a trovarmi, la prossima volta le voglio parlare delle prostitute”, promise Fabrizio De Andrè sul finale dell’intervista che nell’aprile del 1997 ci aveva concesso nella sua tenuta in Sardegna.
Cosa avrebbe poi detto, “la prossima volta”, resta un mistero che purtroppo non potrà  più essere sciolto. E del resto, dopo quella frase così sibillina, non ci fu verso di forzargli un po’ la mano: “È un discorso che ha bisogno di tempo, dobbiamo rivederci”, disse salutandoci.
Ci avrebbe forse parlato, la prossima volta, dei retroscena di Bocca di rosa? la canzone dal suo primo album del 1967 in cui diceva di indentificarsi di più tra tutte quelle che aveva scritto, forse il suo titolo più noto, la storia della prostituta che aveva sconvolto la vita e i benpensanti del paesino di Sant’Ilario.
Oppure ci avrebbe rivelato i motivi per i quali nel 1996 in Anime salve, il suo disco testamento, aveva voluto raccontare la storia della transessuale brasiliana Fernanda in Prinà§esa?
E del resto De Andrè non perdeva occasione nei suoi interventi come nei suoi concerti per sottolineare “il sacrificio della prostituzione, che attraverso il dolore può anche diventare santificazione”.
Era, quello, un altro modo per parlare degli ultimi, perchè fin dall’inizio De Andrè aveva interpretato in questo senso la sua arte di scrivere canzoni.
E che fosse “il cantautore degli ultimi”, lo disse forte e chiaro proprio con Anime salve, il disco che ci aveva condotti nel suo buen retiro all’Agnata, inondata a primavera da un mare di fiori di mille colori e di profumi.
Fabrizio in quella mezza giornata trovò il tempo e una parola per tutti quelli che si avvicinavano per salutarlo, estraneo a qualsiasi forma di divismo.
Continuava però a preferire la notte al giorno, non solo per lavorare, e così a un certo punto si ritirò per riposarsi nella sua stanza al primo piano del casolare.
Con Anime salve, un disco in cui metteva al centro della scena il disagio di vivere e il tema delle minoranze oppresse o emarginate, Fabrizio De Andrè aveva convinto pubblico e critica: “Forse ha fatto presa sul pubblico il fatto che una larga parte della popolazione comincia a sentirsi minoranza, non in termini numerici, ovviamente”, spiegò.
“Quei pochi che oggi detengono il potere e i privilegi, e anche i mezzi di comunicazione attraverso la pubblicità  che gli dà  da vivere, sono la vera maggioranza, esattamente come i majores che detenevano potere e privilegi nel mondo latino e fino al Medioevo. Oggi è diminuito il numero di chi detiene i privilegi ma è aumentato il loro potere. Noi minores siamo chiamati in causa per fornirglielo. Chi ascolta si è così identificato con le minoranze emarginate protagoniste di Anime salve”.
Un discorso di un’estrema attualità , anche a più di venti anni di distanza.
L’album vinse il premio Tenco. Cosa pensa dei premi? gli chiedemmo, e lui ci stupì ancora: “Questa mania occidentale e aristotelica di distinguere il bianco dal nero, il buono dal brutto, forse non è esattamente l’aspirazione profonda dell’anima umana. Sono contrario alle vittorie, cui corrispondono una o molteplici sconfitte. E sono preoccupato dell’invidia, diffusa in tutti noi. Questi premi, che condivido con chi ha lavorato con me, Fossati per primo, accontentano la parte più rozza di me, che è comunque cospicua”.

(da “La Repubblica”)

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    • IN UN MONDO DI TRUMP, ANCHE GEORGE W. BUSH SEMBRA UN GIGANTE. L’EX PRESIDENTE REPUBBLICANO IN UN SAGGIO ELOGIA GEORGE WASHINGTON E ATTACCA INDIRETTAMENTE IL TYCOON: “AVREBBE POTUTO MANTENERE UN POTERE ASSOLUTO, MA PER DUE VOLTE SCELSE DI NON FARLO. RINUNCIANDO AL POTERE, HA GARANTITO CHE L’AMERICA NON DIVENTASSE UNA MONARCHIA O PEGGIO. FISSÒ UNO STANDARD A CUI TUTTI I PRESIDENTI DOVREBBERO ATTENERSI”
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