Novembre 13th, 2017 Riccardo Fucile
DUE ANNI FA LA STRAGE CHE PROVOCO’ 130 MORTI… UN PENSIERO A VALERIA SORESIN, LA GIOVANE VITTIMA ITALIANA
Sono iniziate, in Francia, le cerimonie di commemorazione degli attentati del 13 novembre di due anni fa. Il presidente francese, Emmanuel Macron ha deposto, assieme al sindaco di Saint-Denis, Laurent Russier – una corona di fiori in memoria di Manuel Dias, ucciso il 13 novembre davanti allo Stade de France.
Presenti alle cerimonie, tra gli altri, Franà§ois Hollande, ex presidente della Repubblica e il sindaco di Parigi, Anne Hidalgo. Gli attentati, che seminarono il terrore nelle strade di Parigi fecero 130 morti e oltre 350 feriti.
Il primo attacco sferrato dai miliziani dello Stato Islamico fu condotto vicino allo Stade De France, dove tre terroristi si fecero esplodere.
Poi l’attacco si concentrò sui locali del 10mo e 11mo arrondissement, presi di mira a raffiche di armi da fuoco. Infine l’assalto al Bataclan, la sala per concerti dove oltre 1500 persone erano riunite per seguire un’esibizione degli Eagles of Death Metal, il più lungo e con maggiori vittime.
Come nel 2016, davanti a ogni luogo in cui è prevista una cerimonia, si procederà alla lettura dei nomi delle vittime e alla deposizione di una corona di fiori, seguita da un minuto di silenzio.
Un pensiero anche alla vittima italiana. «A due anni dalla strage del Bataclan a Parigi un pensiero alla mamma e al papà di Valeria Solesin e ai famigliari delle 130 vittime degli attentati del 13 novembre 2015». Lo scrive su Twitter la Presidente della Camera Laura Boldrini.
(da agenzie)
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Ottobre 2nd, 2017 Riccardo Fucile
LA GARANZIA DEL SECONDO EMENDAMENTO, IL DIRITTO AD AVERE UN’ARMA, E’ ANACRONISTICA E SUPERATA
In attesa di capire le motivazioni della strage di Las Vegas, di sicuro non si sbaglia a dire una cosa: se
finalmente gli Stati Uniti si decidessero a limitare la vendita delle armi, queste tragedie diventerebbero più difficili e forse più rare.
Non sarebbe l’unico rimedio, perchè insieme andrebbero gestite le questioni delle malattie mentali, dell’emarginazione sociale, dell’odio razziale, delle divisioni politiche, mentre nel caso degli attacchi terroristici ci sono altre dinamiche in atto. Però sarebbe certamente un primo passo utile.
In America ci sono oltre 300 milioni di armi, ossia più di una per abitante.
Pistole, fucili, ma anche strumenti di morte automatici e da assalto pensati per la guerra.
Costruirle e venderle è legale a causa del Secondo emendamento della Costituzione, che garantisce il diritto dei cittadini ad avere armi.
La logica di questo provvedimento, però, è ormai completamente superata e anacronistica. I padri fondatori lo inserirono nella Costituzione perchè gli Usa erano nati da una rivoluzione contro la monarchia britannica, e temevano che Londra cercasse di riconquistare con la forza l’ex colonia.
A questo punto però è abbastanza chiaro che la regina Elisabetta non sta pianificando l’invasione degli Stati Uniti, e quindi il Secondo emendamento non ha più alcuna necessità di esistere.
Nel corso degli anni, il secondo elemento che si era aggiunto a giustificare la sua esistenza era l’illegalità diffusa nel Paese.
Gli Usa erano una terra di frontiera e di conquista, e in regioni come il Far West la legge era spesso un’opinione. Quindi le persone avevano bisogno di difendersi, e avevano usato il Secondo emendamento per poter comprare le armi.
Anche questa motivazione, però, è svanita. L’America resta un Paese spesso violento, ma ormai il rispetto della legge è assicurato dalle forze dell’ordine federali come l’Fbi, e da quelle locali che esistono in ogni città , contea e stato.
La gente non ha più bisogno di armarsi per proteggersi.
Anzi, sarebbe molto più sicura se in giro non ci fossero così tante pistole e fucili, che finiscono nelle mani di squilibrati, odiatori di professione e criminali.
Per quale ragione, ad esempio, un uomo di 64 anni come Stephen Paddock doveva e poteva avere una decina di fucili?
Gli inquirenti ora stanno cercando di capire se le aveva comprate legalmente, e se le avesse ottenute violando le regole, i produttori saranno rapidi a sostenere che le regole e le limitazioni in vigore bastano, ma il problema è che non vengono applicate. Questo però è un argomento che serve solo a difendere i loro interessi, perchè se le armi fossero vietate non ci sarebbe neppure il bisogno di discuterne.
Infatti i titoli delle loro aziende sono subito saliti in borsa, prevedendo nuovi affari stimolati dalla paura.
La verità è che la lobby dei produttori, la National Rifle Association, è così forte, da tenere in pugno gli stessi politici. In particolare i repubblicani, ma anche diversi democratici.
Sfrutta bene pure il tema culturale, sostenendo che gli americani hanno sempre avuto la libertà di armarsi, e lo stato non deve impicciarsi delle loro scelte private. E così continuano le stragi, qualunque siano le loro motivazioni.
L’ex presidente Obama aveva cercato di limitare le vendite dopo il massacro nella scuola di Sandy Hook, ma nemmeno la morte di tanti bambini innocenti era bastata a sbloccare il dibattito.
Il nuovo capo della Casa Bianca Trump sostiene il Secondo emendamento della Costituzione senza limiti o compromessi, e infatti non lo ha citato nel suo discorso di condoglianze, anche perchè se non lo difendesse perderebbe di sicuro le prossime elezioni.
Quindi chi vorrà andare in strada ad ammazzare qualcuno continuerà ad avere la possibilità e il diritto di comprare le armi per fare strage.
(da “La Stampa”)
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Ottobre 2nd, 2017 Riccardo Fucile
POSSEDEVA UNA DECINA DI FUCILI D’ASSALTO MA DAL PASSATO NON EMERGE NULLA DI STRANO… L’ISIS SOSTIENE CHE SI FOSSE CONVERTITO ALL’ISLAM MA NON CI SONO ELEMENTI PER RITENERE ATTENDIBILE QUESTA TESI
Il nome dell’autore della strage di Las Vegas è Stephen Paddock.
A darne notizia è il dipartimento di polizia di Mesquite, in Nevada, dove il 64enne viveva. Nella stanza d’albergo di Paddock al 32esimo piano del Mandala Bay, dove Paddock era arrivato il 28 settembre scorso, gli inquirenti hanno trovato un vero e proprio arsenale: almeno 10 fucili. Paddock alloggiava nella stanza numero 135 dell’hotel dal 28 settembre e non è chiaro se il personale dell’albergo abbia tentato di fermarlo.
Secondo quanto ha detto al Guardian il portavoce del dipartimento di polizia di Mesquite (una cittadina a 50 Km da Las Vegas) non ci sono molte informazioni sull’uomo
«Abitava nella nostra città , ma non abbiamo avuto alcun contatto con lui, in passato. Non risulta nulla nella banca dati della polizia: nessun arresto, nessuna telefonata contro di lui, nemmeno una multa stradale. Mesquite è una tranquilla cittadina di circa 20.000 abitanti, un posto “di pensionati e golfisti”, con tre grandi casinò e circa un omicidio all’anno».
Secondo il Telegraph Paddock prima di trasferirsi a Mesquite nel 2016 ha vissuto a Reno dal 2011 al 2016 ma dal 2013 al 2015 pare avesse un indirizzo a Melbourne, in Florida.
Negli anni Novanta ha invece abitato a Henderson — sempre in Nevada — e in California. Nel novembre 2003 Paddock aveva conseguito la licenza di volo per condurre monomotori.
Paddok è rimasto ucciso la scorsa notte quando gli agenti hanno fatto irruzione nella sua stanza d’albergo.
Non è chiaro al momento se si sia suicidato o se sia stato colpito a morte dalla polizia. Secondo le autorità di Las Vegas l’uomo potrebbe essersi suicidato: “È stato colpito, non sappiamo se si è sparato o se è stato colpito dalla polizia”.
Riguardo il movente che ha spinto l’uomo a sparare su una folla di decine di migliaia di persone le autorità hanno dichiarato che non è ancora stato possibile risalirvi.
Si è appreso che Paddock aveva fatto causa al “Cosmopolitan hotel and casino” di Las Vegas nel 2012.
I dettagli non sono per ora disponibili ma gli atti mostrano che fu intentata per “negligenza/responsabilità ” della proprietà . L’azione legale fu respinta senza possibilità di appello e le parti raggiunsero un accordo tramite un arbitrato. Il fratello di Paddock, Eric Paddock, lo ha descritto come “una persona che viveva a Mewsquite e a cui piacevano i burrito”.
A Las Vegas Paddock ha ucciso 50 persone ferendone più di 400, ma per lo sceriffo Joe Lombardo è ancora presto per definire il massacro del Route 91 Harvest Festival un episodio di terrorismo interno.
A chi gliene chiedeva il motivo Lombardo ha risposto: «dobbiamo stabilire prima quale fosse il movente, ci sono delle moventi diversi legati al terrorismo diversi dall’azione di una persona disturbate che vuole fare un massacro».
Circola però anche la notizia che Paddock abbia agito in nome dell’ISIS. A dirlo è Amaq l’agenzia di stampa del gruppo Stato Islamico che rende noto che Stephen Paddock si sarebbe invece convertito all’Islam mesi fa.
A tirare in ballo l’ISIS è il SITE che ha riportato due distinti comunicati dello Stato Islamico.
In un primo viene rivendicato l’attacco mentre nel secondo comunicato di Amaq riferito da Rita Katz — direttrice del Site — si fa invece riferimento alla recente conversione di Paddock all’Islam scegliendo il nome Samir Al-Hajib.
Non ci sono però conferme ufficiali sulla veridicità di quanto detto da Amaq.
C’è però chi, come la giornalista dell’ABC Demetria Obilor†fa notare che Isis o no in base alle leggi del Nevada il crimine commesso da Stephen Paddock è già di per sè un atto di terrorismo. Si riaccende così la polemica sul fatto che negli USA le forze dell’ordine siano sempre molto restie a parlare di terrorismo di fronte a stragi perpetrate da cittadini bianchi e che si preferisca sempre parlare di “lupo solitario” o di “persona con problemi mentali”.
Quella di Las Vegas è la più sanguinosa strage commessa sul suolo degli Stati Uniti d’America. Ma dal momento che l’autore è un bianco in pochi vogliono parlare di terrorismo.
(da “NextQuotidiano”)
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Agosto 23rd, 2017 Riccardo Fucile
SOLO COINVOLGENDO LA COMUNITA’ MUSULMANA SI PUO’ SCONFIGGERE IL TERRORISMO JIHADISTA
L’altra sera, le cronache dei tg che raccontavano della città spagnola di Ripoll e dei suoi abitanti jihadisti hanno dedicato pochi secondi alle immagini che sto per descrivere, ed è stata una grossa occasione mancata.
Nello schermo si vedevano alcuni bimbi (definiti «musulmani» dalla voce fuori campo) che reggevano, ciascuno, un piccolo cartello con la scritta in catalano, uguale per tutti, «No in mio nome».
Lo slogan riprendeva la protesta di alcune recenti manifestazioni politiche negli Usa e in Europa («Not in my name»), e suona come il rifiuto a essere coinvolti in un episodio che invece pretende di esprimere una posizione comune. In questo caso, è il rifiuto della strage terroristica delle Ramblas.
Perchè occasione mancata? Perchè è proprio dalla rottura della «unanimità musulmana» che può nascere la sconfitta reale del terrorismo jihadista.
E non aver saputo valorizzare in termini mediatici – cioè di forte impatto comunicativo – la manifestazione di quei bambini musulmani contribuisce a far tardare l’apertura di quella breccia che, sola, può consentire il progressivo smantellamento della identificazione del jihadismo con l’intero mondo musulmano. Identificazione che sta alla base del progetto terroristico («Noi agiamo in nome di Allah») e che, specularmente, viene vista come realtà comprovata da quanti si lasciano travolgere dall’orrore degli attentati e dalla predicazione dell’odio: a Barcellona, già oggi appaiono sui muri scritte come «Morireis todos», morirete tutti.
I fedeli dell’islam sono circa un miliardo e mezzo: il 90 per cento segue la dottrina sunnita, il 10 quella sciita.
Il terrorismo jihadista – che ha avuto la sua più larga diffusione dalla ricaduta della guerra in Siria e Iraq – trova le proprie radici nella lotta in corso tra musulmani sunniti (e si va dall’Arabia Saudita al Daesh di al-Baghdadi) e musulmani sciiti (si va dall’Iran khomeinista alla Damasco di Bashar al-Assad), una lotta che si combatte tra vari terreni ma ha per posta l’egemonia della Umma, il mondo musulmano, in termini di potere geopolitico prima ancora che religioso.
Il terrorismo punta a polarizzare il confronto, proponendosi come braccio armato di una lotta politico/religiosa che impone una scelta di campo – Noi tutti, dietro la bandiera nera – in opposizione ai “crociati” di un Occidente, unico, senza distinzione, colonizzatore, pervertito, decadente, proiettato a conservare sempre il proprio controllo della Storia.
Ma come l’Occidente è una identificazione che ignora le mille diversificazioni che accompagnano nella realtà di storie e culture distinte la vita delle nostre società , allo stesso modo l’Islam è ben altro che le formazioni politico/militari jihadiste.
Ho viaggiato per 40 anni nelle terre dell’islam e dei suoi popoli musulmani, egiziani e tunisini, persiani e turchi, algerini e sauditi, e pachistani e afghani e marocchini e tajiki; e penso di poter affermare credibilmente che i milioni di fedeli di Allah che vivono nella geografia del Grande Medio Oriente (dall’Atlantico all’Oceano Indiano, dall’Africa all’Asia) aspirano a una vita che – non diversamente da noi – possa garantirgli crescita economica, sviluppo sociale, un benessere di relativa tranquillità .
La religione accompagna la loro vita d’ogni giorno, certamente, e in misura diversa di partecipazione, ma poi c’è comunque la vita da vivere.
Ed è così anche per la stragrande maggioranza dei musulmani che vivono in Europa.
Per non pochi di quest’ultimi, tuttavia, quelle aspirazioni a un qualche benessere vengono mortificate da una difficile integrazione nelle nostre società , e da condizioni di vita e di lavoro che li pongono nella periferia oscura della nostra comune quotidianità .
Ed è qui, dunque, che si prepara il brodo di coltura da cui il jihadismo tenta di catturare proselitismo e consenso.
L’islam diventa allora l’aggregazione identitaria di questi soggetti in crisi, offre un ideale capace di riscattare le miserie d’una vita tormentata e perdente, e pretende di renderli tutti uguali – marocchini e afghani, sauditi ed egiziani – uguali nella loro partecipazione a una fede comune, che va al di là delle identità individuali, delle condizioni sociali, della nazionalità , perfino della comunità familiare.
Questo scenario – in “Occidente”come nelle terre del “Grande Medio Oriente” – propone un messaggio simile a quello del terrorismo politico degli anni Settanta, quando l’appartenenza di classe doveva rappresentare un progetto identitario capace di frantumare le sovrastrutture culturali e sociali e offrire, dunque, appoggio e consenso al “braccio armato” (quale che fosse il suo nome) che stava preparando la rivoluzione mondiale.
Quel terrorismo è stato battuto dal rifiuto di riconoscersi in questo progetto di polarizzazione estrema, e a sinistra soprattutto – là dove la rivoluzione doveva trovare le sue forze più sensibili al progetto – il ripudio della “polarizzazione armata” ha smontato il piano di allineamento e di consenso.
“No en el meu nome”, dicevano l’altra sera i cartelli che i bimbi musulmani mostravano alla telecamera. Non in mio nome! I cartelli erano portati da bimbi e non da adulti, e dietro c’erano le mamme e non i papà .
La “rottura” non è un percorso facile, il giudizio dei compaesani e dei vicini di casa è una remora che frena, o comunque ritarda, ogni manifestazione pubblica.
Ma i cartelli bianchi e quelle parole scritte c’erano tutti, e andavano valorizzati.
Aprire la breccia è un atto fondamentale. Nell’attesa che, alla (purtroppo inevitabile) prossima manifestazione di cordoglio per un attentato terroristico, accanto alle autorità dell’”Occidente” si mostrino alle telecamere anche gruppi compatti di imam e di fedeli musulmani, uguali anch’essi e simili anch’essi ai “crociati”, intanto ogni episodio che rompe il dovere obbligato della solidarietà di fede va segnalato, valorizzato, sostenuto.
Guido Rossa, il sindacalista ammazzato dalle BR, è diventato ii simbolo della rottura d’una programmatica unanimità di classe.
Non si chiede un Guido Rossa musulmano, nè un martire o un eroe; si chiede soltanto l’avvio del distacco dal mondo del conformismo e della paura di mostrarsi “diversi”. Sono piccoli passi,e ancor più difficili in un mondo religioso/identitario dove non ci sono gerarchie chiamate a dettare una “linea” nella prassi della dottrina.
L’islam non ha papi nè cardinali nè vescovi o sacerdoti.
La responsabilità è individuale, e dunque più difficile da assumere.
Diamogli una mano.
(da “La Stampa”)
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Agosto 23rd, 2017 Riccardo Fucile
MA LE AUTORITA’ SPAGNOLE NON RISPOSERO… LA COMUNITA’ ISLAMICA ALLERTO’ ANCHE LE FORZE DELL’ORDINE IBERICHE
Le autorità belghe avevano chiesto informazioni su Abdelbaki Es Satty, l’imam di Ripoll e mente
della cellula jihadista responsabile dell’attentato di Barcellona e intenzionata a far esplodere la Sagrada Familia.
Ma dalla Spagna, sostengono, non erano arrivate risposte soddisfacenti e l’allarme era stato sostanzialmente ignorato.
L’allerta della moschea
I fatti risalirebbero al marzo 2016, quando Es Satty arriva a Vilvoorde, la patria dei foreign fighters. A ricostruire quei giorni è il sindaco della città , Hans Bonte, all’agenzia Efe. La segnalazione parte dal responsabile della moschea di Diegem: “E’ apparso all’improvviso e ha detto che voleva essere l’imam, perchè in Spagna non c’era futuro”.
Il suo comportamento insospettisce la comunità musulmana, che allerta le forze dell’ordine. Anche perchè quando i responsabili del centro di culto chiedono il suo certificato penale, Es Satty — in carcere a Castellon per oltre 2 anni — scompare nel nulla.
Risposte spagnole non soddisfacenti
“La polizia e gli agenti dell’anti-radicalizzazione hanno cercato tutte le informazioni che potevano e hanno contattato i servizi di intelligence“, ha spiegato il sindaco.
Ma le risposte spagnole non sono state soddisfacenti.
La ricostruzione è stata smentita dal ministro dell’Interno spagnolo Juan Ignacio Zoido che ha precisato che le forze di polizia che dipendono dal suo ministero non hanno mai ricevuto comunicazioni dal Belgio, secondo quanto riferisce El Pais.
Se c’è stata quindi una responsabilità nell’aver sottovalutato l’operato di Es Satty, il ministro sembra così scaricarla sulle autorità catalane con le quali continuano gli attriti per la conduzione delle indagini.
Tuttavia, racconta Bronte, “anche se non vi era alcuna prova, la comunità musulmana della zona ha deciso di espellerlo dalla moschea”.
Non un caso, a Vilvoorde. Perchè il “metodo Bronte”, lodato anche dall’ex presidente degli Stati Uniti Barack Obama, va avanti da qualche anno e consiste nel coinvolgere la comunità nella prevenzione.
“La lotta al terrorismo — dice il sindaco — funziona solo se si lavora all’interno della comunità stessa. Se tutti si fidano dell’altro”.
“Perchè poteva viaggiare liberamente?”
Restano numerosi interrogativi su come in Belgio avessero subito ‘annusato’ la natura radicale di Es Satty, mentre in Spagna nessuno aveva idea di chi fosse e cosa facesse l’imam di Ripoll, nonostante i legami con membri coinvolti nelle inchieste sugli attentati di Nassiriya e Atocha.
“Come poteva una persona con problemi in Spagna viaggiare liberamente all’interno dell’Unione europea? Questo è’ un grande tema di discussione in Ue, dove le informazioni dell’intelligence dovrebbero essere maggiormente condivise”, ha detto Bronte.
Le motivazioni della mancata espulsione
In Spagna, intanto, è polemica anche dopo la diffusione delle motivazioni con le quali il giudice Pablo de la Rubia, capo della Corte per i contenziosi amministrativi di Castellon, nel marzo 2015 decise di accogliere il ricorso di Es Satty contro la sua espulsione decisa dalla prefettura.
Secondo i documenti citati da El Mundo, infatti, il tribunale non decretò l’allontanamento dell’imam perchè non costituiva “una minaccia reale” e aveva dimostrato i suoi “sforzi di integrazione nella società spagnola”.
I traffici di droga nei quali era stato coinvolto e per i quali era stato imprigionato, spiegava il giudice, erano “un atto criminale lontano nel tempo” che era stato ‘smacchiato’ dalle “evidenti radici del suo lavoro in Spagna”.
Pochi mesi dopo, Es Satty avrebbe iniziato a radicalizzare i giovani amici di Ripoll, fino a convincere il gruppo al martirio.
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Agosto 22nd, 2017 Riccardo Fucile
ORSINI SPIEGA PERCHE’ NON E’ PIU’ IN GRADO DI COLPIRE L’OCCIDENTE IN MANIERA EFFICACE
Alessandro Orsini è un sociologo Direttore dell’Osservatorio sulla Sicurezza Internazionale della LUISS e del sito d’informazione Sicurezza Internazionale.
Fa parte della commissione per lo studio dell’estremismo jihadista e si occupa di analizzare il terrorismo di matrice islamica.
Qualche giorno fa Orsini era ospite di In Onda su La 7 dove ha spiegato che la capacità dell’ISIS di organizzare e portare a compimento attentati è in declino.
Il gruppo Stato Islamico non avrebbe più le risorse nè le capacità operative per colpire in maniera efficace (dal loro punto di vista ovviamente) l’Europa e l’Occidente.
Questo non significa che la guerra contro l’ISIS sia finita ma che stiamo assistendo ad cambiamento nella strategia dei terroristi di condurre la guerra contro l’Occidente.
«L’ISIS è un’organizzazione terroristica fallimentare»
Orsini non ha detto che bisogna festeggiare perchè ora l’ISIS e i gruppi terroristi radicali hanno capacità operative limitate.
Le persone che sono morte negli attacchi di Barcellona e Cambrils non sono vittime di serie B. ma l’analisi dei fatti è qualcosa che non ha niente a che fare con il vissuto emotivo.
L’analisi della storia degli attentati terroristici in Europa ci dice quindi che qualcosa è cambiato dagli attacchi alla redazione di Charlie Hebdo nel gennaio 2015 e agli attentati di Parigi del novembre 2015.
Gli attacchi non sono diversi perchè ci sono meno morti, ma perchè chi mette in atto i piani terroristici non ha evidente, la stessa preparazione e gli stessi armamenti di chi li ha preceduti.
Se gli attentatori di Parigi avevano potuto beneficiare di una sorta di addestramento paramilitare minimo e avevano a loro disposizioni fucili d’assalto ed esplosivi gli ultimi attentatori invece operano in maniera più opportunistica.
L’analisi comparata delle stragi dell’ISIS svolta da Orsini mostra innanzitutto che l’arma davvero letale negli attacchi terroristici dell’ISIS del 2015 è stato il fucile mitragliatore, e non l’esplosivo (artigianale o meno). Già con gli attacchi di Bruxelles del marzo 2016 però gli attentatori non avevano più a disposizione i mitragliatori. E quindi hanno fatto meno morti.
La loro capacità di fuoco si era quindi notevolmente ridotta.
Secondo Orsini questo è dovuto al fatto che le agenzie di sicurezza sono riuscite a impedire ai terroristi di entrare in possesso delle armi.
Con l’attentato del 14 luglio 2016 assistiamo ad un ulteriore cambiamento: non più un commando (che prevede un certo grado di coordinamento e organizzazione) ma la figura del “lupo solitario” che prende un camion e semina morte e terrore sul lungomare di Nizza.
Una strage, così come quella dei mercatini di natale a Berlino. Ma l’obiettivo non è solo quello di seminare il terrore lasciando intendere che l’ISIS può colpire “ovunque e in ogni momento”. L’obiettivo è quello di vincere la guerra, facendo molti morti e convincendo altri kamikaze ad un unirsi alla lotta dello Stato Islamico. Ma le cose non stanno andando così.
Il declino operativo dell’ISIS
Uno dei motivo è che la sconfitta dei miliziani dello Stato Islamico in Iraq ha comportato la difficoltà di avere maggiori risorse economiche da destinare alla pianificazione degli attacchi nel nostro Continente.
L’obiezione che viene mossa ad Orsini è che non è vero che le capacità operative dell’ISIS sono in declino, prova ne è che l’ISIS continua a colpire in Europa.
Ma come rileva il docente della LUISS il fatto che le azioni di Daesh siano meno efficaci non vuol dire che la guerra con l’ISIS sia finita.
Quello che è interessante è che le persone che partecipano e organizzano gli attentati sono impreparati. Non hanno armi, non hanno la capacità di costruire cinture esplosive (che pur non essendo letali quanto i kalashnikov fanno molta più paura) e si fanno saltare in aria mentre cercano di costruire un ordigno con bombole da cucina.
Nessun terrorista professionale progetterebbe un piano così fallimentare.
I cinque terroristi di Cambrils sarebbero stati molto più letali se avessero colpito la città in cinque punti differenti con i mitragliatori.
I terrositi che hanno realizzato la strage di Parigi del 13 novembre 2015 avevano ricevuto un addestramento militare in Siria nei domini dello Stato Islamico. La differenza è che i cinque terroristi di Cambrils hanno ucciso una sola persona mentre i sette kamikaze di Parigi hanno causato 132 morti.
Questa, per Orsini, è una buona notizia. Perchè dal punto di vista militare l’ISIS è in crisi. Nell’interpretazione del docente della LUISS questo si deve ai musulmani d’Occidente che non hanno accettato la “soluzione” proposta dall’ISIS.
Di fatto quindi i terroristi del gruppo Stato Islamico non sono riusciti a raccogliere adesioni tra i milioni cittadini di religione musulmana che abitano in Europa.
Il motivo non è difficile da indovinare. La maggior parte delle 5.224 vittime degli 866 attacchi dell’ISIS nel 2017 è di religione musulmana.
Un musulmano europeo quindi non solo rischia di morire per mano dell’ISIS perchè cittadino europeo ma anche perchè musulmano. A meno di non voler considerare alcuni morti di serie A e altri di serie B questo è un dato del quale va tenuto conto se si vuole capire l’arretramento dell’ISIS. Esattamente come ha detto Corrado Formigli a In Onda.
La conta dei morti e la localizzazione della maggior parte degli attacchi non cambia nemmeno se prendiamo in considerazione il 2016 o il 2015.
Questo non vuol dire che la guerra con l’ISIS sia finita o che non ci saranno più attacchi. Ma invece che assistere ad un numero maggiore di attentati, con un crescente numero di terroristi reclutati tra i cittadini europei assistiamo ad attentati che pur uccidendo persone innocenti non sono così letali come potrebbero essere se davvero l’ISIS stesse vincendo la guerra della propaganda nelle menti e nei cuori dei giovani musulmani europei.
(da “NextQuotidiano”)
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Agosto 19th, 2017 Riccardo Fucile
L’ANALISTA DELL’ISPI: “DA UNA PARTE ATTRAGGONO I GIOVANI VULNERABILI, DALL’ALTRA LE REAZIONI IDIOTE DI CERTE FAZIONI POLITICHE CHE INCITANO ALL’ODIO VERSO I MUSULMANI”
Sempre più giovani. Hanno 17 anni, come Moussa Oukabir, o come il suo amico Said Aallaa, compagno nella cellula che ha organizzato l’attentato, che ne aveva 18.
“Donne e giovani adulti, anche ragazzini, giocano un crescente ruolo operativo in attività terroristiche nell’Unione europea — si legge nel Terrorism situation and Trend Report 2017, pubblicato a giugno dall’Europol — non soltanto facilitando altre figure operative, ma anche partecipando in prima persona all’esecuzione di attacchi terroristici“.
Una deriva, commenta Arturo Varvelli, esperto di terrorismo dell’Istituto per gli Studi di Politica Internazionale, legata alla questione sociale nelle città europee: “L’esclusione crea estremismo, in Medio Oriente come in Europa. La dialettica politica con la quale abbiamo a che fare oggi, la radicalizzazione delle varie fazioni, non fa che accentuare lo scontro”.
Quasi un terzo delle persone arrestate nel 2016 in Europa per fatti di terrorismo (291) aveva dai 25 anni in giù.
Ne aveva 24 Anis Amri, autore della strage al mercatino di Natale di Berlino del dicembre 2016.
Due in meno Salman Abedi, il ragazzo di origine libica che il 22 maggio 2017 si è fatto esplodere alla Manchester Arena.
Poi ci sono i cuccioli: il ragazzino che nel gennaio 2016 provò a uccidere con un machete un rabbino a Marsiglia non aveva ancora festeggiato i 16.
La stessa età della marocchina che un mese dopo ridusse in fin di vita a furia di coltellate un poliziotto che l’aveva fermata alla stazione di Hannover, in Germania, per un controllo documenti.
Un anno in meno del 17enne afghano che il il 18 luglio 2016 aveva ferito cinque persone a colpi di ascia e coltello su un treno per Wà¼rzburg, prima di essere ucciso dalle autorità .
Moussa Oukabir è il primo under 18 a compiere una strage in territorio europeo. “Vorrei uccidere tutti gli infedeli e lasciare solo i musulmani che seguono la religione”, scriveva due anni fa su Facebook interpretando i pensieri di molti coetanei. Di anni ne aveva 15. Segno che il processo di radicalizzazione può cominciare molto presto, e non solo in quella Spagna la cui cronaca giudiziaria racconta da anni di una generazione sempre più sensibile alla fascinazione del jihad.
L’ultimo allarme è del 9 novembre 2016: quel giorno, il governo annunciava di aver smantellato a Ceuta una cellula riconducibile a Isis — tre uomini e una donna — che indottrinava e reclutava giovani, anche minorenni, attraverso Internet: il gruppo terroristico islamico, avvertiva il ministero dell’Interno, aveva diramato direttive per il reclutamento di candidati alla jihad sempre più giovani.
Ma il destino dei giovanissimi soldati del Califfato non è solo quello di rimpolpare le file degli aspiranti martiri.
Secondo il rapporto dell’Europol, i nativi digitali sono diventati il mezzo per sfruttare applicazioni o codici che permettono di raccogliere e spostare piccole somme di denaro grazie a trasferimenti criptati.
Se il 40% circa dei finanziamenti al terrorismo di matrice jihadista proviene da traffici illeciti, furti, rapine e truffe, la nuova generazione ha permesso alle organizzazioni di mettere in piedi raccolte fondi apparentemente legali e, attraverso coperture e piccole operazioni anonime, far confluirei soldi nelle mani dei vertici delle cellule.
Per raggiungere il risultato le organizzazioni hanno adattato al target la propaganda.
Si è passati “da Al Qaeda che aveva un messaggio più centralizzato sull’aspetto religioso — spiegava il 26 maggio il capo del Centro antiterrorismo di Europol, Manuel Navarrete Paniagua — a uno più pragmatico”, quello di Isis, incentrato sulla contrapposizione tra un mondo e una cultura occidentale ormai deviati e la Umma, la comunità musulmana.
La contrapposizione “noi-loro” da qualunque lato la si guardi è la chiave di lettura: “Molti di questi ragazzi vivono ogni giorno in una situazione di esclusione — continua Varvelli — stiamo assistendo a una radicalizzazione dello scontro che è proprio quello che i movimenti terroristici cercano. Da una parte, i jihadisti riescono ad attrarre le giovani menti vulnerabili, dall’altra ci sono le reazioni idiote di certe fazioni politiche che incitano all’odio e alla guerra contro i musulmani, facendo sentire questi giovani cresciuti in Europa ancora più esclusi dalla società in cui vivono. In questo, la dialettica e il livello sul quale si è deciso di portare lo scontro politico hanno le loro responsabilità ”.
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Agosto 18th, 2017 Riccardo Fucile
I POLITICI ITALIANI INNEGGIANO ALL’ODIO CONTRO CHI SCAPPA DALLA GUERRA… LA SINDACA SPAGNOLA SPIEGA COME SI REAGISCE AL TERRORISMO SENZA PERDERE LA PROPRIA IDENTITA’
Ada Colau è la sindaca di Barcellona oggetto in Italia di alcune feroci critiche perchè la sua amministrazione è decisamente a favore della politica dell’accoglienza.
Dopo gli attentati terroristici di ieri c’è chi fa notare gli abitanti della città catalana che non devono lamentarsi se ora alcuni loro concittadini sono morti.
Perchè Barcellona ha sempre rivendicato con orgoglio il suo essere una città aperta e tollerante. A febbraio molti abitanti erano scesi in piazza per manifestare il proprio sostegno ai rifugiati e per chiedere al governo spagnolo di fare la sua parte nell’accogliere i richiedenti asilo.
Oggi a mezzogiorno migliaia di cittadini spagnoli hanno partecipato al minuto di silenzio in omaggio delle vittime dell’attentato di ieri a Barcellona.
Con loro in Plaza Catalunya c’erano Re Felipe VI, il premier Mariano Rajoy e il presidente catalano Carles Puigdemont. In prima fila c’era anche la sindaca Ada Colau che su Twitter aveva lanciato un appello ai suoi concittadini contro la paura.
Ieri invece la Colau aveva scritto su Twitter che Barcellona è una città di pace ribadendo che il terrore non avrebbe cambiato la natura della città .
Ovvero che Barcellona continuerà ad essere una città aperta al mondo, coraggiosa e solidale. Una bella lezione ad una certa sindaca che invece a Roma predica “l’accoglienza zero”.
Quello della Colau non è un tentativo di non vedere la realtà delle cose e di non affrontare la brutalità dell’attacco terroristico.
In qualità di sindaca sa bene cosa è successo ed ha espresso subito la vicinanza alle vittime e ai loro familiari senza andare a cercare capri espiatori come hanno fatto i politici nostrani.
Quella della Colau è una lezione di coraggio per coloro che non sanno affrontare il terrorismo se non chiudendosi dietro muri che danno un falso senso di sicurezza. Coraggio di non cedere alla paura e di non incitare i propri cittadini e i propri elettori a iniziare una caccia all’uomo nei confronti dei musulmani o dei migranti al solo scopo di aumentare il consenso.
In Italia invece abbiamo politici come Giorgia Meloni che è “su tutte le furie” per la risposta della sindaca Colau agli attacchi terroristici.
Secondo la leader di Fratelli d’Italia non è abbastanza netta, decisa e determinata. Troppo pacifista la Colau per combattere la minaccia del terrorismo. Ma la differenza tra la Colau e la Meloni è nel senso di responsabilità : quello che obbliga moralmente un amministratore pubblico a tenere unita la cittadinanza.
Soprattutto dopo un evento tragico come quello di ieri i cittadini di Barcellona non hanno alcun bisogno di risposte “nette, decise e determinate” come quelle della Meloni.
Ha bisogno di una guida che mostri a tutti che si può essere uniti anche nelle avversità senza dover per forza unirsi contro qualcuno.
La polizia e le forze di sicurezza assicureranno i colpevoli alla giustizia, una sindaca non è un comandante militare e non cedere all’intolleranza di cui si fa portavoce la Meloni è il segno di un maggiore senso del ruolo che le compete.
Matteo Salvini preferisce invece andare sul sicuro e gioca la carta Oriana Fallaci, scrittrice tanto cara a tutti coloro che odiano l’Islam per partito preso ma che non hanno mai letto una riga della Bibbia o del Corano.
Ma non è solo la Meloni a “rimproverare” ad Ada Colau le aperture della città nei confronti dei rifugiati.
Perchè non è sufficiente criminalizzare un’intera città e il suo sindaco, bisogna anche criminalizzare una categoria di persone (i rifugiati politici) che non ha alcun legame con l’attacco terroristico.
Ed eccoli i nostri coraggiosi connazionali che sperano che “morti e feriti siano tutti ex partecipanti di questa idiota manifestazione” riferendosi al corteo di febbraio.
Barcellona non è stata attaccata dai rifugiati che voleva accogliere. È stata attaccata da dei terroristi che non erano rifugiati politici.
E bisognerebbe ricordare ai nazionalisti nostrani che coloro che scappano dalle guerre in medio oriente scappano proprio dalle stesse violenze e dalla stessa forma di terrorismo che combattiamo qui in Europa.
Abbiamo con i rifugiati molto più in comune di quanto sono disposti ad ammettere quelli che vogliono chiudere le frontiere.
I terroristi invece quelle differenze e diversità le vogliono eliminare, hanno quindi molto più in comune con chi vorrebbe società etnicamente e religiosamente omogenee.
Perchè per i politici italiani il “problema” è che quei rifugiati sono musulmani. E quindi la questione è l’islamofobia, non l’accoglienza.
(da “NextQuotidiano”)
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Agosto 18th, 2017 Riccardo Fucile
A PLAZA DE CATALUNYA MIGLIAIA DI PERSONE RENDONO OMAGGIO ALLE VITTIME DELL’ATTENTATO… POLITICI UNITI NELLA TRAGEDIA NAZIONALE (QUASI COME IN ITALIA)
Un minuto di totale silenzio per esprimere il cordoglio più profondo. 
Migliaia di cittadini spagnoli si sono riuniti attorno a Re Felipe VI, al premier Mariano Rajoy e al presidente catalano Carles Puigdemont in Plaza Catalunya, cuore di Barcellona, per 60 secondi di silenzio in omaggio alle vittime dell’attentato del 17 agosto.
Dopo il minuto di silenzio la folla si è sciolta in un lungo applauso, tra grida di “No Tengo Miedo”, “Non ho paura”.
All’omaggio hanno partecipato anche la sindaca di Barcellona Ada Colau e i leader di tutti i principali partiti spagnoli.
Le Ramblas, intanto, hanno già ripreso a riempirsi di gente e molti negozi hanno riaperto le loro vetrine: è anche questa la risposta di una città che non vuole saperne di arrendersi al terrore.
“No tinc por, no tinc por”. Scandito da applausi, lo slogan è stato recitato – in catalano – da migliaia di persone, subito dopo il minuto di silenzio, a mezzogiorno esatto, concluso da un applauso infinito.
Nella più famosa piazza di Barcellona, a pochi metri dall’inizio della Rambla – luogo dell’attacco terroristico – sono accorsi tutti, giovani e anziani, abitanti della città e turisti di tutte le nazionalità per dare un chiaro segnale di risposta al terrorismo.
Il presidente catalano Carles Puigdemont, tra gli applausi, ha percorso tutta la Rambla a piedi, scortato da un ingente numero di guardie del corpo.
(da agenzie)
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