Gennaio 4th, 2016 Riccardo Fucile
QUASI CENTO FAMIGLIE OGNI GIORNO SUBISCONO UNO SFRATTO PER MOROSITA’ INCOLPEVOLE… SI COSTRUISCONO CASE INVENDUTE E AUMENTANO GLI IMMOBILI SFITTI, MA I GOVERNI NON RIESCONO A GARANTIRE UN ALLOGGIO SOCIALE A CHI NE HA NECESSITA’
Maddalena ha due figlie a carico, una minorenne e l’altra con gravi problemi di salute. Ha vissuto per venti anni in un appartamento in un popolare quartiere di Roma Est, l’ultimo dei quali trascorso a resistere allo sfratto in attesa di una sistemazione alternativa.
Di rinvio in rinvio, col cuore in gola ogni volta che bussano alla porta o squilla il telefono, fino allo scorso settembre quando, pronta a lasciare casa per una nuova sistemazione, l’acuirsi dei problemi di salute della figlia glielo ha impedito.
Polizia, ufficiale giudiziario e medico hanno valutato la situazione e mediato con i proprietari dell’immobile per un ultimo mese di proroga, con scadenza a fine ottobre.
Alla famiglia di Maddalena è stato assegnato un monolocale. Avrebbe dovuto trovarsi nello stesso quartiere, per garantire un minimo di continuità a uno stile di vita già bruscamente interrotto, ma invece è molto distante da lì.
L’alloggio non era arredato. Il bagno era rotto, l’hanno riparato i ragazzi della Rete anti-sfratto dell’ormai ex quartiere.
Eppure, nella contraddittorietà spietata che caratterizza l’emergenza abitativa e calpesta i più basilari diritti, questo rischia di risultare quasi un “privilegio”, derivante per giunta dalla sfortunata circostanza di problemi di salute tali da richiedere l’assistenza sociale.
Cento sfratti al giorno
Quello di Maddalena purtroppo non è un caso isolato, anzi. Sono infatti poco più di 36mila i nuclei familiari ad aver materialmente subìto uno sfratto nel 2014, quasi 100 al giorno, a fronte di 150mila richieste di esecuzione e oltre 77mila provvedimenti di sfratto emessi tramite l’Ufficiale giudiziario — in media uno ogni 334 famiglie, secondo i dati diffusi dal Ministero dell’Interno.
Gli sfratti sono una delle principali componenti del dramma sociale dell’emergenza abitativa e nell’ultimo decennio hanno fatto registrare una preoccupante ascesa.
I provvedimenti emessi nel periodo 2005-2014 sono cresciuti del 69 per cento, mentre gli sfratti effettivamente eseguiti (che possono riferirsi anche a provvedimenti emessi in anni passati, poichè può accadere che lo sfratto vero e proprio venga rimandato per diverse ragioni) sono aumentati del 41 per cento.
E non si tratta di sgomberi di occupazioni, che pur non rappresentando una soluzione sono spesso l’unica alternativa alla vita in strada, ma di regolari contratti di affitto.
Il crescente numero di persone senza casa è reso ancor più paradossale e insopportabile se si pensa che, al contempo, aumenta costantemente anche il consumo di suolo per la costruzione di edifici a uso abitativo (sono 157mila gli alloggi costruiti nel 2013), così come la quantità di immobili inutilizzati, sfitti o abitati da non residenti, sia pubblici che privati (secondo le ultime stime Istat ammontano a oltre 7 milioni)
Un dramma che, oltre la statistica, quotidianamente scuote la vita di centinaia di migliaia di persone e famiglie, che tuttavia sempre più spesso — anche attraverso il mutuo sostegno di reti sociali spontanee e sportelli di quartiere organizzati – trovano la forza di denunciare una condizione inaccettabile, spesso incolpevole, prevalentemente ignorata nei fatti dalle istituzioni competenti.
Senza casa, senza colpa
La morosità è la principale causa di sfratto (89,3 per cento). Spesso si tratta di morosità incolpevole (persone in difficoltà economiche perchè licenziate, la cui attività è fallita, a fronte di una separazione dal coniuge, ecc.), tanto che è stato stanziato un fondo a sostegno dei casi più critici.
Ad oggi sono disponibili 83 milioni di Euro sul Fondo Inquilini Morosi Incolpevoli; poca cosa rispetto alle centinaia di migliaia di persone coinvolte, eppure, di questi, solo 12 milioni sono stati effettivamente trasferiti dalle Regioni, per un ammontare di soli 320 contratti sottoscritti.
Un fallimento, le cui cause sono da ricercare tanto nella scarsa progettualità quanto nella solita burocrazia.
In valori assoluti, Roma è la provincia con il maggior numero di provvedimenti di sfratto emessi (sono stati 8.264 nel 2014), in virtù naturalmente delle dimensioni e della popolosità della Capitale, seguita prevalentemente dai principali capoluoghi del Nord.
Tra il Sud e le isole, invece, si registrano i valori più bassi, con le province di Potenza, Reggio Calabria e Vibo Valentia a quota zero.
Un quadro simile si presenta anche in merito agli sfratti eseguiti. Roma è sempre maglia nera in termini assoluti (2.726), mentre le province di Taranto, Caserta, Crotone e Isernia, hanno tutte zero sfratti.
Numeri che pesano come mattoni
Ognuno dei numeri contenuti nel rapporto del Viminale pesa come un mattone, proprio come quelli utilizzati ogni anno per costruire migliaia di immobili che poi restano principalmente inutilizzati, drogando il mercato, alimentando la speculazione edilizia e di conseguenza l’emergenza abitativa (a Roma il costo medio per l’affitto di un immobile dentro il Grande Raccordo Anulare è di 12 Euro al metro quadro).
Dietro a ognuno di quei numeri si celano come sempre storie, vite, volti di persone comuni, che magari ci è anche capitato di incrociare.
Una di queste storie, anch’essa emblematica delle migliaia che affliggono la Capitale, è quella della signora Nella, 87 anni.
Il contratto di affitto dell’immobile dove da decenni risiede nel quartiere di Centocelle (a 50 metri da dove abito, NdR), e che oggi occupa da sola, è scaduto.
I nuovi proprietari subentrati nel tempo, allettati dalla prospettiva di canoni di affitto più alti in virtù della recente apertura della stazione metropolitana, intendono mettere alla porta l’incolpevole inquilina, che pure paga un affitto commisurato alla pensione minima che riceve. In attesa di una risoluzione definitiva, nel corso dell’autunno lo sfratto è stato rimandato di mese in mese.
Ma la vita di Nella resta sospesa, insieme a quella delle 50mila persone dichiarate in attesa di sistemazione dal Comune di Roma (più del doppio quelle in emergenza abitativa, secondo i movimenti).
“Una casa per ogni famiglia”
Non è lo slogan di una manifestazione per il diritto all’abitare, ma è l’appello del Pontefice, pronunciato la prima volta esattamente due anni fa, alla viglia del Natale 2013, e poi ribadito di recente. Invano, a quanto pare.
Infatti, per comprendere meglio il reale impatto degli sfratti sul territorio, bisogna rapportarli proprio al numero di nuclei familiari che vive in ciascuna provincia. Se in Italia la media è di un provvedimento di sfratto ogni 334 famiglie, il picco massimo si tocca nella provincia pugliese di Barletta-Andria-Trani dove il rapporto scende addirittura a uno ogni 133 famiglie.
Quella degli sfratti e, più in generale, dell’emergenza abitativa è una lacerazione del tessuto urbano e sociale che va peggiorando di giorno in giorno e lede i diritti delle persone.
Le istituzioni sono chiamate a dare risposte strutturali, che non significa emergenziali, perchè aprono la porta alla malagestione o a casi emersi con Mafia Capitale.
I numeri ci sono. Finora è mancata la volontà .
Andrea Fama
(da “L’Espresso”)
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Dicembre 22nd, 2015 Riccardo Fucile
STUDIO NOMISMA: IL CANONE PESA PER UN TERZO SUGLI STIPENDI DEGLI AFFITTUARI CHE RISCHIANO DI DIVENTARE MOROSI… MA L’EDILIZIA PUBBLICA E’ INSUFFICIENTE PER LE RICHIESTE
Sono quasi 1,8 milioni le famiglie in difficoltà con l’affitto, che rischiano di diventare morose. 
Il canone spesso incide anche di oltre un terzo sui loro redditi. E in questa condizione non ci sono solo gli stranieri: quasi 7 affittuari con problemi su dieci, il 65 per cento, sono italiani.
Davanti a questa fotografia della realtà , l’intervento pubblico appare insufficiente.
Le case popolari possono ospitare appena 700 mila nuclei familiari, ovvero poco più di un terzo di quelli che avrebbero bisogno di un alloggio a prezzi calmierati.
È quanto emerge dai primi dati di uno studio Nomisma, in corso di realizzazione per Federcasa.
“Questi cittadini in difficoltà – afferma il direttore generale di Nomisma Luca Dondi – sono distribuiti sul territorio nazionale in maniera omogenea. E se il fenomeno risulta più accentuato nei grandi centri, interessa anche capoluoghi di medie dimensioni e centri minori”.
Negli ultimi mesi si sono susseguite nelle maggiori aree urbane del Paese manifestazioni per rivendicare il diritto alla casa.
Sono stati occupati immobili dismessi o inutilizzati. “Ma queste reiterate occupazioni – commentano da Nomisma – rendono visibile un problema che, nonostante dimensioni rilevanti, viene troppo spesso sottaciuto. E gli interventi messi in campo sono a livello locale e spesso risultano inadeguati”.
L’istituto bolognese di ricerca giudica poco efficaci il piano di recupero e ristrutturazione degli immobili, inutilizzati e fatiscenti, di edilizia residenziale pubblica (Erp).
Le risorse messe in campo sono giudicate irrisorie.
“Servirebbe invece una risposta seria, convincente da parte del governo — prosegue il direttore di Nomisma – al tema del disagio abitativo. Le ricadute in termini di attivazione economica di un ipotetico piano casa potrebbero rivelarsi più importanti rispetto agli sgravi fiscali sull’abitazione principale di cui beneficeranno i proprietari a partire dall’anno prossimo”.
Stefania Aoi
(da “La Repubblica”)
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Novembre 5th, 2015 Riccardo Fucile
100 METRI QUADRI A 350 EURO DI AFFITTO….LEI REPLICA: “FALSO, ABBIAMO RISTRUTTURATO A NOSTRE SPESE PER 150 MILIONI”
Viene citata anche lei, la senatrice dem Monica Cirinnà , relatrice delle unioni civili in Parlamento, nel libro appena uscito per Feltrinelli di Emiliano Fittipaldi, «Avarizia», su ricchezze, segreti e scandali del Vaticano.
Viene chiamata in causa per una casa di 100 mq, su due livelli, in via dell’Orso, a due passi da piazza Navona, presa in affitto da Propaganda Fide (la Congregazione per l’evangelizzazione dei popoli) a soli 360 euro al mese.
«Falso, mi vogliono screditare per la mia attività . I preti ci dissero che se avessimo ristrutturato ci avrebbero spalmato il costo per 12 anni: sborsammo 150 milioni. Poi, dal 2011, a fine contratto, ci chiesero 3 mila euro al mese e andammo via».
(da “il Corriere della Sera”)
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Ottobre 19th, 2015 Riccardo Fucile
IL PASTICCIO DI RENZI: ELIMINARE LA TASI SULLE PRIME CASE FA PURE VENIRE MENO LA SUA CODA, L’ADDIZIONALE DELLO 0.8 PER MILLE CHE PUO’ ESSERE CARICATA SULLA SECONDA ABITAZIONE
Tassa sulla prima casa azzerata (Tasi), sulle seconde scontata (Imu).
Succede a Roma e Milano e in altri 458 piccoli Comuni dal prossimo anno, regalo inatteso della legge di Stabilità .
Nella capitale e nella città dell’Expo l’ulteriore bonus vale in media la metà della Tasi abolita sulle prime.
Portando il complessivo risparmio sul mattone a livelli davvero interessanti.
Un effetto probabilmente non voluto dal governo, ma che a questo punto è complicato bloccare.
A meno di non tradire una promessa fatta ai sindaci. «Nessun aumento delle tasse sulle seconde case per compensare l’eliminazione di Imu e Tasi sulle prime», scandiva Piero Fassino, presidente Anci, il 12 ottobre scorso, al termine di un incontro con il governo sulla legge di Stabilità .
Non pensando però al regalo. Eliminarlo significa alzare le tasse. Avallarlo comporta un buco per le finanze locali (e altre potenziali tasse, facendo leva sulle addizionali). Compensarlo vuol dire trovare ulteriori coperture in Finanziaria da 350 milioni.
Un rompicapo.
Come siamo arrivati sin qui?
Eliminare la Tasi sulle prime abitazioni vuol dire far fuori pure la sua coda: l’addizionale dello 0,8 per mille che può essere caricata sulle prime o sulle seconde case.
I sindaci di 460 Comuni l’hanno piazzata sulle seconde, tra cui Roma e Milano che pesano per la metà .
Come anticipato da Repubblica venerdì scorso, la legge di Stabilità cancella sia la Tasi che l’addizionale.
Scontando così pure le seconde case (e i negozi, perchè lo 0,8 per mille può essere messo anche lì) di quelle città che la applicano.
Tradotto in cifre, il bonus vale in media 142 euro all’anno a Roma e 128 a Milano (il calcolo è della Uil-Servizio Politiche territoriali).
Laddove, rispettivamente, l’abolizione della Tasi sulla prima casa restituisce 391 euro e 300 euro.
Sommando le due cifre (chi ha una seconda casa ne ha pure una prima) e ipotizzando che i due immobili siano nella stessa città , il risparmio supera i 500 euro per i romani e i 400 euro per i milanesi.
In media, ovvio. Con tre o quattro magioni, magari di pregio, si sale ancora più su.
Ci sarà un ripensamento del governo?
Il premier Renzi ha sempre e solo parlato di prima casa.
Valentina Conte
(da “La Repubblica”)
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Ottobre 10th, 2015 Riccardo Fucile
IL SOLITO FAVORE DI RENZI AI BENESTANTI: SONO 45.000 I RICCHI PROPRIETARI CHE SARANNO AVVANTAGGIATI
L’operazione di abolizione della Tasi, la tassa sui servizi indivisibili, prevista e confermata per la imminente legge di Stabilità riguarderà anche 40-45 mila abitazioni di prestigio, dalle ville alle abitazioni signorili, dai catselli ealle dimore storiche.
La conferma viene dall’audizione, tenuta ieri dal sottosegretario all’Economia Enrico Zanetti in Parlamento, presso la Commissione per l’attuazione del federalismo fiscale. L’intervento, ha detto Zanetti, «allo stato attuale, dovrebbe riguardare sia la Tasi che l’Imu e, quindi, la generalità degli immobili aventi i requisiti per essere considerati “abitazione principale”, senza eccezioni di sorta in ragione del loro classamento catastale o di altri parametri ».
La parola chiave è “classamento”: infatti “senza eccezioni per il classamento catastale” significa che le abitazioni catalogate come A1 (appartamenti signorili), A8 (ville di pregio) e A9 (castelli e dimore storiche), utilizzate come prima casa, e fino ad oggi tenute al pagamento dell’Imu (oltre che della Tasi dove i Comuni lo avessero deciso), non pagheranno più nulla
Si tratta di una porzione importante, almeno sul piano qualitativo, del patrimonio abitativo, riservate agli “happy few”: circa 40-45 mila abitazioni, pari allo 0,3 per cento delle circa 20 milioni di case degli italiani, ma che — come è di tutta evidenza — riguardano situazioni patrimoniali assai agiate e, forse, in grado di pagare regolarmente e senza affanno
La vicenda delle abitazioni di prestigio attraversa sottotraccia tutta la tormentata storia della tassa sulla casa e vale la pena riavvolgere il nastro.
Dopo la stangata del governo Monti che nel 2012 introdusse l’-Imu e alzò i moltiplicatori delle rendite, arrivò il governo Letta che decise di alleggerire il peso della tassa.
Ci fu una sostanziale cancellazione nel corso del 2013 quando si pagò soltanto la mini-Imu il cui gettito fu circoscritto a 478 milioni, successivamente, alla fine del 2013, si decise di cambiare sistema.
Fu accantonata l’Imu sulla prima casa e fu introdotta la Tasi, dovuta per la fruizione dei servizi indivisibili (strade, scuole, anagrafe, polizia urbana).
Di fatto fu un ritorno della tassa sulla prima casa con una aliquota massima del 2,5 per mille contro la vecchia Imu che arrivava fino al 6 per mille.
Si decise tuttavia che gli immobili di grande prestigio, appunto ville, palazzi e castelli, avrebbero dovuto continuare a pagare l’Imu e dove i Comuni lo avessero deciso anche la Tasi. Uno sconto per queste categorie non fu ritenuto necessario
Ora, se le anticipazioni fornite dal governo in Parlamento corrisponderanno al disegno di legge di Stabilità , si arriverà ad una svolta: se la casa di lusso è abitazione principale non pagherà nulla.
Un taglio così drastico non era stato previsto neppure dal governo Berlusconi che nel 2008 abolì l’Ici sulla prima casa lasciandola tuttavia nelle tre categorie di prestigio A1,A8 e A9.
Di che cifre parliamo? Se si guarda al gettito, non molto, anche se in tempi di ristrettezza economica sono innumerevoli le voci del bilancio dello Stato che potrebbero beneficiare di queste risorse: le categorie lusso danno all’erario 91 milioni all’anno.
Sul piano dell’equità vengono fuori invece alcune questioni che non mancheranno di sollevare polemiche: secondo i calcoli della Uil servizio politiche territoriali il proprietario di un appartamento, di categoria A8, collocato ad esempio a Roma, sull’Appia Antica o all’Eur, di 297 metri quadrati potrebbe risparmiare fino a 5.238 euro l’anno.
Stesso discorso per le ville che, in ordine generale, per rispondere alle caratteristiche di lusso devono superare i 160 metri quadrati, avere 65 metri quadrati di balconi, e un giardino che possa avere lo spazio per piscina o campo da tennis.
Roberto Petrini
(da “La Repubblica”)
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Ottobre 8th, 2015 Riccardo Fucile
IL DIRETTORE DELL’AGENZIA DELLE ENTRATE: “INDIVIDUATI IMMOBILI NASCOSTI AL FISCO E RECUPERATI 825 MILIONI DI EURO”… L’AGGIORNAMENTO DEI VALORI CATASTALI BLOCCATI DAL GOVERNO
In otto mesi, da gennaio ad agosto di quest’anno, le Entrate hanno scoperto “oltre 1,2 milioni di immobili fantasma“, cioè nascosti al fisco, da cui è stata riscossa una “rendita complessiva “aggiuntiva “di 825 milioni di euro”.
Lo ha reso noto la direttrice dell’Agenzia, Rossella Orlandi, in audizione davanti alla commissione Anagrafe tributaria.
Ma Orlandi ha anche colto l’occasione per deplorare la mancata approvazione della riforma del catasto.
Che era prevista dalla delega fiscale ma non è andata in porto perchè dalle simulazioni sugli effetti dell’algoritmo che avrebbe dovuto rivedere i valori degli immobili è emerso che le rendite sarebbero esplose. E con loro l’ammontare delle tasse da pagare.
Così il governo Renzi, che nel frattempo ha promesso di eliminare Imu e Tasi sulla prima casa, ha rinunciato all’intervento atteso da anni.
E’ stata “un’occasione persa“, ha detto Orlandi.
“Abbiamo fatto due anni di lavoratori preparatori per la riforma del catasto ed eravamo pronti. Per ora pare sia stata accantonata. Non sappiamo se il governo o il Parlamento riprenderanno questo tema. È una questione importante, non è detto sia stata definitivamente accantonata, potrebbe essere ripresa in futuro”.
Come del resto chiede da tempo anche la Commissione Ue, che in tutte le raccomandazioni Paese non manca di sollecitare l’esecutivo su questo punto: di per sè le tasse sulla casa sono eque, sostiene Bruxelles, ma non se basate su valori superati in base ai quali per esempio le abitazioni più vecchie del centro pagano meno di quelle nuove in periferia.
Quanto al recupero di gettito consentito dai controlli sui fabbricati ignoti al fisco, Orlandi ha sottolineato che “sono stati individuati attraverso un processo articolato e complesso. Si è partiti dalla sovrapposizione di immagini aeree, cartografia digitale, verifiche su particelle catastali“.
Grazie a questa attività di controllo, “769mila immobili hanno trovato una rendita definitiva e a 492mila è stata applicata una rendita presunta”.
Ora l’Agenzia delle entrate, ha anticipato Orlandi, “avvierà un nuovo ciclo di indagini periodiche da sviluppare nel prossimo triennio”.
Solo dieci giorni fa dalla Nota di aggiornamento del Documento di economia e finanza è emerso che la differenza tra il gettito Imu atteso e quello che entra nelle casse dello Stato è di 5,5 miliardi, pari al 28% del gettito teorico.
Si tratta quindi dell’imposta che, in valore assoluto, fa registrare l’evasione più elevata. Orlandi ha sottolineato che “sono stati individuati attraverso un processo articolato e complesso.
Si è partiti dalla sovrapposizione di immagini aeree, cartografia digitale, verifiche su particelle catastali“. Grazie a questa attività di controllo, “769mila immobili hanno trovato una rendita definitiva e a 492mila è stata applicata una rendita presunta”.
Ora l’Agenzia delle entrate, ha anticipato Orlandi, “avvierà un nuovo ciclo di indagini periodiche da sviluppare nel prossimo triennio”.
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Settembre 2nd, 2015 Riccardo Fucile
LA PRIORITA’ SAREBBE TAGLIARE LE TASSE SUL LAVORO E SULLE IMPRESE
Il de profundis delle tasse sulla prima casa sarà celebrato dal governo Renzi il prossimo 16 dicembre, con la scadenza della seconda rata della Tasi, l’imposta più odiata dagli italiani: verrà abolita dal 2016, insieme all’Imu sull’abitazione principale (per le case di lusso), quella agricola e sui macchinari ‘imbullonati’ al suolo.
La Tassa sui servizi indivisibili dei Comuni porta nelle casse dello Stato 3,5 miliardi di euro, lo 0,21% del Pil, ma che di fatto per le fasce più deboli della popolazione, pari al 31% dei contribuenti, era già stata cancellata.
I numeri dell’Agenzia dell’Entrate lasciano poco spazio all’immaginazione: al netto degli esentati, il 30% più “povero” paga il 10,9% della Tasi (381 milioni di euro); il 30% più ricco versa il 54,9% (1,92 miliardi).
Insomma se il bonus di 80 euro è stato senza dubbio di sostegno alle fasce medie, il taglio delle imposte sulla prima casa assomiglia piuttosto a un favore nei confronti dei contribuenti più facoltosi.
Soprattutto dopo il naufragio della riforma del Catasto che – con la rimodulazione della rendite – avrebbe dovuto garantire un Fisco più equo.
D’altra parte basta ricordare che l’abolizione delle tasse sulla casa era uno dei cavalli dei battaglia del Pdl durante la campagna elettorale del 2013.
E in molti avevano criticato la scelta del Pd – allora guidato da Pierluigi Bersani – di seguire il centrodestra sul suo stesso territorio.
Addirittura, nel dicembre 2013, con il cambio di segreteria, il Partito democratico prendeva posizione sul tema con il responsabile economico, Filippo Taddei che diceva: “Il Pd non può passare più tempo a parlare dell’Imu che del Fisco. L’importo medio dell’imposta sulla casa era di 250 euro l’anno, parliamo di 20 euro al mese, senza dimenticare che le fasce più deboli erano già esentate”.
Nel frattempo, la situazione è cambiata ancora e la Uil ha calcolato che la l’importo medio della Tasi è sceso a 180 euro l’anno (15 euro al mese).
La Cgia fa conteggi simili: la media dei risparmi sarà di 204 euro a famiglia, ma i più ricchi arriveranno a risparmiarne oltre 2000.
Certo in un periodo di crisi anche un piccolo aiuto può alleviare le difficoltà degli italiani, ma è più facile immaginare che a Natale siano soprattutto i più ricchi a stappare lo champagne offerto dallo Stato con il taglio delle imposte sulla casa.
Gli effetti della promessa del governo non sono certo passati inosservati a Bruxelles dove il mese prossimo inizierà l’esame della manovra finanziaria italiana.
Ufficialmente non è arrivato alcun commento, ma è chiaro l’Unione europea non ha intenzione di appoggiare il taglio di Tasi e Imu, perchè ritiene più urgente agire sull’Irpef e sulle tasse sul lavoro.
Un punto di vista condiviso anche dalla Corte dei Conti e da Bankitalia che continuano a inviare segnali d’allarme al governo.
L’analisi sulla cattiva distribuzione del peso fiscale italiano è nota, ma le parole usate dai magistrati contabili nel Rapporto sul coordinamento della finanza pubblica 2015 sono cristalline: “Il confronto con l’Europa segnala una distribuzione dell’onere fiscale che penalizza i fattori produttivi rispetto alla tassazione dei consumi e del patrimonio”. Proprio quello che dice Bruxelles, che chiede a Roma meno tasse sul lavoro e di più su Iva e casa.
Il raffronto dell’Italia con il resto della Ue parla chiaro: siamo al primo posto nel prelievo (implicit tax rate) sui redditi da lavoro, sette punti oltre la media, al secondo in quello sui redditi d’impresa (tre volte il livello dell’Irlanda e 10 punti oltre la media), mentre siamo ventiduesimi sui consumi (2,1 punti sotto l’Unione).
Nella tassazione sugli immobili, invece siamo quarti, con un gettito pari all’1,6% del Pil: poco sopra la media Ue, ma la nostra posizione è diventata tale solo dopo il significativo aumento (+0,9 punti) ottenuto con l’introduzione dell’Imu, quindi dal 2011 in poi.
La diagnosi della Corte dei Conti, che richiama tutti i massimi organismi economici internazionali, fa da eco alla Ue: “Si tratta di evidenze che contrastano con le indicazioni delle istituzioni interne (Banca d’Italia) e degli organismi internazionali (Ocse, Eurostat, Fmi): tutti d’accordo nel disegnare la graduatoria delle imposte che più ostacolano la crescita economica (1° quelle sui redditi d’impresa, 2° quelle sui redditi da lavoro, 3° le imposte sui consumi, 4° le imposte patrimoniali) e nel suggerire uno spostamento dell’onere tributario dai fattori produttivi verso i consumi e il patrimonio”.
Una classifica ben presente al ministro Pier Carlo Padoan, che ne aveva fatto il suo manifesto fin dai tempi dell’Ocse.
Esattamente le parole delle raccomandazioni Ue richiamate in queste ore, mentre il programma di choc fiscale triennale del governo rimanda nel tempo (al 2017 e 2018) l’importante partita del taglio delle imposte sui redditi d’impresa (la promessa è di scendere sotto la Spagna) e della revisione dell’Irpef.
D’altra parte proprio il governatore Ignazio Visco, con i suoi toni pacati, a colloquio con il Foglio nel luglio scorso rigettava l’appena annunciato taglio delle imposte sulla casa.
“In generale la casa è un asset che, a livello internazionale, viene normalmente tassato. Perchè è un cespite che non si sposta, e perchè la casa solitamente sfrutta servizi pubblici basilari che devono essere finanziati”.
Per il Governatore più che un taglio servirebbe una “semplificazione” per i contribuenti. Un’urgenza già espressa nell’audizione del suo vice direttore generale in occasione della prima stesura del Def, quando benedì l’avvento della Local Tax come unione di Imu e Tasi, pur non conoscendo ancora le caratteristiche specifiche del nuovo tributo: “Sebbene una semplificazione e razionalizzazione della materia sia auspicabile, è essenziale che si giunga finalmente a un assetto permanente, dati gli alti costi dell’instabilità normativa per i cittadini e per le stesse amministrazioni”.
Giuliano Balestreri e Raffaele Ricciardi
(da “La Repubblica”)
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Agosto 25th, 2015 Riccardo Fucile
IL CASO DI ANGELINA: 32.000 EURO DI DEBITI DI AFFITTI ARRETRATI MAI PAGATI
Un Casamonica di ultima generazione, pannolone e ciuccio in bocca, apre la porta e ci scruta. Subito
ne arriva un altro, poco più spettinato e almeno altrettanto perplesso.
Roma Sud, quartiere Spinaceto. Quello di Caro Diario («Spinaceto? Credevo peggio..»).
Nanni Moretti, si vede, non era venuto in via Salvatore Lorizzo, svuotati nei servizi e nel decoro. Pulsantiere degli ascensori sfondate, cassette della posta dalle lamiere piegate.
Un’enclave pubblica (sono case dell’Agenzia territoriale del Lazio) dei Di Silvio, Sulejmanovic e Ciaglia, imparentati a «Re» Vittorio.
È qui che vivono Liliana e Marilena Di Silvio, assieme a nonna Celeste, ristretta ad un’autorevole invalidità sulla nuova sedia a rotelle: «Non c’entriamo co’ Vittorio – precisa subito lei -. Lui era un altro ramo della famiglia. Il funerale? Non sono andata».
Icone di Padre Pio, barbuto e benevolo, spiccano alle pareti
In origine questo appartamento era stato assegnato ad Angelina Casamonica, cugina di Vittorio, pare, ma la prova non c’è.
Angelina, comunque, dichiarava reddito zero. Nel suo caso l’Ater aveva applicato il canone sociale. Sette euro e settantacinque centesimi al mese.
Morta anni fa, la donna si è portata debiti e penalità relative nella tomba.
Le sue eredi, Marilena e Liliana Di Silvio, devono all’Ater del Lazio 32. 272,07 euro d’affitto con tanto di penali arretrate
Domandiamo, allora, se lo sanno e se, a loro volta, sono altrettanto «saltuarie» nei pagamenti: «Vivo qui da vent’anni… – dice la più giovane, Liliana, alta e formosa – Dipende. L’ultima volta mi sono arrivati 700 euro! Quelli non li ho pagati»
Marilena tace. I debiti si accumulano una generazione sull’altra
Non solo Porsche e villette dai fregi dorati: ci sono Casamonica negli alloggi pubblici regionali e nelle case popolari del Campidoglio.
Paradosso: in una città che vanta circa ventimila occupazioni abusive, i Casamonica sono quasi sempre in regola.
A loro l’appartamento è stato assegnato decenni fa e qui, nella periferia sud di Roma, c’erano già negli anni Ottanta.
Qui il canone d’affitto si calcola in base al reddito dichiarato, anche quando (spesso) le dichiarazioni sbagliano per difetto.
Anche i canoni degli affiliati ai clan sembrano destinati a una rivalutazione.
Ma sarà applicata? Si dirà che l’Ater fatica a riscuotere sempre, figurarsi con i clan.
Per anni nessuno ha messo a confronto le dichiarazioni degli inquilini con altri indicatori, finchè, un paio di anni fa, il sommerso affiorò in tutto il suo iperbolico oltraggio e si scoprì un inquilino Ater, a reddito sociale, proprietario di un cabinato a motore, ormeggiato a Fiumicino.
Ed ecco perchè ora, dopo le esequie-scandalo, il Campidoglio che ha l’ultima parola sulle assegnazioni, ha reso noto che, da mesi, sono in corso verifiche sul reddito degli assegnatari.
Ma intanto: Antonio Casamonica, inquilino di un appartamento ad altra scala di via Lorizzo, dichiara 5.726 euro l’anno e dunque paga un canone sociale di 7,65 euro che versa «puntualmente» assicurano all’Ater.
Giuseppe Casamonica, invece, ne dichiara 21 mila l’anno e perciò paga cento euro mensili di affitto.
Giulia Spinelli, capofamiglia, mamma di Dante e Giovinella Casamonica, si è aggiudicata un appartamento in via Giova Battista Scozza, nei pressi di Centocelle. Anche qui canone minimo a fronte del reddito minimo dichiarato.
Le occupazioni abusive dei Casamonica sono davvero episodiche.
Se il clan impiega la forza nelle attività di riscossione dei debiti, almeno non sfonda le serrature. All’Ater risultano solo un paio di abusivi del clan. In futuro, forse, sanando il dovuto, potranno mettersi in regola.
Non è il caso di fare gli schizzinosi: le casse comunali piangono, perchè rifiutare il dovuto da un presunto boss?
Tornando a Spinaceto, sui citofoni, c’è un pezzo di genealogia dei clan romani.
Casamonica. Spinelli. Di Silvio. Uno Spada, apparentemente fuori dal suo raggio d’azione (il litorale: gli Spada sono i primi alleati dei Fasciani a Ostia).
I Di Silvio invece appartengono al ramo Casamonica più preso di mira dall’Antimafia.
Molti di loro furono condannati per associazione a delinquere finalizzata allo spaccio nel maxiprocesso del 2013 ma la sentenza fu smantellata un anno fa dalla Corte d’appello che ne prosciolse 11 e restituì i beni confiscati.
Ora, nell’enclave dell’Ater, non hanno nulla da temere, fuorchè i guasti agli ascensori che, di quando in quando, li lasciano a piedi.
Ilaria Sacchettoni
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Luglio 25th, 2015 Riccardo Fucile
ABBIAMO PERO’ LE REGOLE PEGGIORI
Non siamo tra quelli che sborsano più tasse sulla casa, paghiamo però a caro prezzo la grande
confusione e l’incertezza che regna sulle imposte sul mattone.
Tasi sul proprietario, Tasi sull’inquilino, Imu, Tari, cedolari varie hanno messo a dura prova la pazienza dei contribuenti e hanno finito per allontanare gli investitori dall’immobiliare.
Il risultato si è visto sulle compravendite, in forte calo.
Certo hanno pesato la crisi economica, la stretta delle banche, il pessimismo sul futuro ma la colpa è anche della girandola di nuovi tributi.
«È uno dei motivi per cui le famiglie italiane comprano più case all’estero, con un balzo di quasi il 10% nei primi sei mesi di quest’anno – racconta Paola Gianasso, responsabile mercati esteri di Scenari Immobiliari -. Ci sono molti motivi per cui scelgono Spagna o Francia, ma la maggior trasparenza sulle imposte fa la sua parte».
Eppure da noi la proprietà delle quattro mura ha sempre avuto grande importanza.
Siamo tra quelli che in Europa pensano di più all’acquisto della prima casa, tanto che quasi tre italiani su quattro sono proprietari (72,9%).
Negli ultimi anni sono diventati il bersaglio delle politiche fiscali.
A questo va sommata la pressione fiscale complessiva che, secondo la Cgia di Mestre, in Italia nel 2014 è stata del 43,4% del Pil contro una media europea del 40%.
Ogni Paese ha sue regole e calcoli sul mattone.
Da noi il Fisco sulla casa incide per l’1,5% del Pil.
Vuol dire più del doppio di quel che paga la rigorosa Germania con la sua Grundsteuer (0,6% di peso sul Pil) e con una pressione fiscale complessiva del 39,5%.
Tra i tedeschi ci sono pochi proprietari (53,4%) e c’è minor interesse per il possesso dell’immobile. Si spiega con un mercato locativo molto dinamico e prezzi degli affitti calmierati.
Oltre alla Germania, dietro di noi stanno anche Spagna e Grecia.
Pagano una quota sul mattone che si ferma all’1% del Pil. Fa mezzo punto in meno rispetto a noi, in una situazione economica che però si avvicina alla nostra, soprattutto nel caso spagnolo.
Ben più alta è invece la tassazione in Paesi come la Gran Bretagna (3,4% del Pil) e la Francia (2,8% del Pil).
I francesi (solo il 63% è proprietario) pagano due tasse (la Taxe foncière e la Taxe d’habitation) e in più su di loro grava anche l’imposta patrimoniale su cui concorre anche l’immobile.
Gli inglesi (il 67,9% è proprietario) per scelte politiche hanno deciso imposizioni immobiliari elevate anche perchè la casa è vista come un bene patrimoniale e quindi il prelievo avviene in misura maggiore che in altri Paesi.
Sia come sia, con la crisi il mattone è sempre di più un bancomat per le casse dello Stato.
Più facile da tassare e con entrate certe, è stato tra le prime misure a cui hanno guardato i governi.
C’è però anche chi con la crisi ha pensato di aiutare il settore.
«La Francia — racconta Paola Gianasso — a inizio crisi ha introdotto la legge “Scellier” con vantaggi fiscali a chi acquistava casa per metterla a reddito».
Una misura che ha rilanciato il settore.
Sandra Riccio
(da “La Stampa“)
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