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INTERVISTA A PROFITI, L’EX PRESIDENTE DEL BAMBIN GESU’: “FECI VERSARE QUEI 400.000 EURO. E IL CARDINAL BERTONE SAPEVA DEL MIO PROGETTO”

Aprile 2nd, 2016 Riccardo Fucile

“PER L’OSPEDALE ERA UN INVESTIMENTO”

Professor Giuseppe Profiti, ex presidente del Bambin Gesù, è stato lei a pagare la ristrutturazione dell’appartamento del cardinale Bertone con soldi della Fondazione del Bambin Gesù?
«Sì, ed era un intervento che rientrava in un preciso progetto di sviluppo. Una decisione strategica la definirei».
Perchè «strategica»? Non le sembra strano ristrutturare la casa del cardinale con i soldi destinati ad altro?  
«Mi permetta di spiegare. L’ho definita “strategica” perchè in quel luogo avremmo realizzato, negli anni a venire, alcune importanti iniziative per la Fondazione. L’appartamento del Segretario di Stato emerito serviva per gli incontri finalizzati a raccogliere fondi».
Dunque secondo lei era un’operazione lecita?  
«Non solo lecita, ma le dico che se mi trovassi oggi nelle stesse condizioni, prenderei di nuovo quella decisione».
Davvero? Non crede che sia stato un esempio di come invece non si dovrebbero usare i soldi che vengono versati per altre finalità  benefiche?  
«Le cito un dato per spiegarmi. Nell’anno 2013 gli eventi organizzati a sostegno della Fondazione con la presenza dell’allora Segretario di Stato hanno portato, nei mesi successivi, un incremento della raccolta di oltre il 70%. Da poco più di 3 milioni l’anno siamo arrivati a più di 5 milioni all’anno. Ecco perchè parlo di scelta “strategica”».
Un appartamento per pubbliche relazioni? Non è che lei voleva invece fare un favore all’amico cardinale che l’aveva fatta diventare il manager della sanità  vaticana?  
«Non capisco che tipo di favore, considerato che in qualità  di Segretario di Stato il cardinale Bertone aveva diritto all’appartamento e non mi pare che vi sia una regola che preveda che i cardinali paghino di tasca propria i lavori degli appartamenti di servizio loro assegnati. Ribadisco invece che era una scelta presa in qualità  di Presidente della Fondazione e in linea con i programmi strategici finalizzati a incrementare la raccolta fondi per il Bambin Gesù».
Il cardinale Bertone afferma di non aver dato indicazioni alla Fondazione per intervenire…
«Dalle lettere che sono state divulgate si evince che l’investimento era inserito nel nostro piano di marketing, al fine di raccogliere fondi da grandi aziende nazionali e soprattutto da grandi multinazionali estere. Alla mia comunicazione scritta il cardinale ha risposto affermando che avrebbe fatto in modo di reperire donazioni ulteriori, tali da coprire ogni costo, così che nulla rimanesse a carico della Fondazione. In effetti, l’impresa incaricata della ristrutturazione, poi fallita, si era impegnata a devolvere in due tranche al Bambin Gesù un importo pari al costo dei lavori eseguiti per l’acquisto di attrezzature mediche».
Dunque il cardinale sapeva dell’intervento della Fondazione?  
«Le lettere tra il sottoscritto e il cardinale ormai sono di pubblico dominio e per quel che mi riguarda, manifestano condivisione della proposta e impegno a fare in modo che nulla rimanesse a carico della Fondazione Bambin Gesù».
Quei soldi per le attrezzature dell’ospedale però non sono mai arrivati.  
«Come dicevo, l’impresa ha avuto difficoltà , come molte altre in questo periodo, e poi mi risulta essere fallita».
Ma la Fondazione ha pagato o no?  
«Sì».
E allora perchè Bertone ha tirato fuori di tasca propria 300 mila euro per pagare gli interventi al Governatorato per la ristrutturazione?  
«Forse è una domanda che andrebbe rivolta al Governatorato. Io mi sono limitato a pagare quanto oggetto del contratto da me sottoscritto. Ricordiamo peraltro che non stiamo parlando di un appartamento privato di Bertone, ma di un immobile che era, è e rimarrà  di proprietà  della Santa Sede».
I costi della ristrutturazione sono lievitati, ci sono fatture verso società  estere, l’impresa è fallita. La magistratura vaticana l’ha indagata. Si parla di gravi ipotesi di reato, come peculato e uso illecito di denaro.
«Mi pare di avere già  spiegato tutto. Per il resto sono fiducioso come sempre nelle istituzioni e sono convinto che i magistrati faranno chiarezza e si vedrà  che queste ipotesi erano senza fondamento».
Al di là  dell’inchiesta, non crede che sia quantomeno scorretto usare per la ristrutturazione di un appartamento i soldi raccolti per i bambini ammalati?  
«No, soprattutto se parliamo di fondi che sono anche frutto di rendite della Fondazione e quando il loro impiego è finalizzato comunque a incrementare la raccolta di risorse da destinare proprio ai bambini malati».
Quanto ha pagato la Fondazione all’impresa? E quando ha pagato?  
«Non ricordo la cifra esatta, ma intorno ai 400 mila euro su sette fatture, con allegato stato di avanzamento lavori. Pagate tra novembre 2013 e giugno 2014, nel rispetto delle procedure».

Andrea Tornielli
(da “La Stampa“)

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LA VERSIONE DI BERTONE: “NON ME NE VADO, NON LA DO VINTA A CHI MI ATTACCA”

Aprile 1st, 2016 Riccardo Fucile

UN ALTRO CASO DI “PAGAMENTI A SUA INSAPUTA”, UN CLASSICO ITALIANO

“Fosse per me potevo pure tornarmene al mio paese, però qui ho ancora del lavoro, del resto sono quarant’anni che presto servizio in Vaticano, e poi sarebbe come dargliela vinta a tutti quelli che mi attaccano”, “mi pare una manovra evidente per distogliere l’attenzione dal processo Vatileaks. Che altro motivo ci sarebbe per uscire adesso? Bertone fa sempre notizia”.
Lo afferma il cardinale Tarcisio Bertone in una intervista al Corriere della Sera chiarendo la vicenda del suo appartamento.
Appartamento che, spiega, “mi fu assegnato d’accordo col Governatorato e col Papa. Non è questione di grande o piccolo: era libero questo. Del resto le metrature degli appartamenti disponibili tendono ad essere ampie, ai tempi li facevano cosi. Ci sarà  una trentina di cardinali che vive in appartamenti anche più grandi. D’altra parte che si può fare, ricavarne monolocali?”, “e qui non c’è nulla di lussuoso.Abbiamo risanato ambienti abbandonati. Come ho già  spiegato, non ci vivo da solo, ma con una comunità  di tre suore che mi aiutano, e la segretaria. Ci sono le camere per tutti, la biblioteca, l’archivio.”.
Quindi conferma di non aver saputo che la Fondazione Bambino Gesù si stesse adoperando per pagare la ristrutturazione: “Io stesso ho cercato benefattori che pagassero la ristrutturazione di un appartamento che, lo ricordo, non è mio ma di proprietà  del Governatorato. Poichè non se ne sono trovati, ho pagato di tasca mia, e salato, con i miei risparmi”, ossia 300mila euro, “solo dopo sono saltati fuori pagamenti ulteriori, si parlava di duecentomila e adesso vedo che sarebbero addirittura 422 mila euro, più del doppio. Di queste manovre, di questa filiera di pagamenti io non sapevo assolutamente nulla”.
Poi la questione della donazione di 150 mila euro al Bambino Gesù: “Ho voluto fare una donazione volontaria per sostenere la ricerca sulle malattie rare. E’ vergognoso che alcuni continuino a parlare di ‘risarcimento’. Io non ho restituito nulla perchè non ho rubato nulla. La presidente dell’ospedale ha riconosciuto la mia estraneità , il cardinale Parolin ha detto che la questione è risolta. Saranno altri se mai a dover rispondere, io non sono sotto indagine”.
Racconta poi di avere incontrato il Papa “a Pasqua, ma non abbiamo parlato di questo. Mi ha salutato calorosamente”.

(da “Huffingtonpost”)

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IL VATICANO APRE INCHIESTA SULL’ATTICO DI BERTONE

Marzo 31st, 2016 Riccardo Fucile

L’ESPRESSO MOSTRA LE LETTERE CHE LO INCHIODANO: NON ERA ALL’OSCURO

Il Vaticano ha aperto un’inchiesta sull’attico di Tarcisio Bertone, e ha già  iscritto nel registro degli indagati due persone: Giuseppe Profiti, ex presidente del Bambin Gesù e manager vicinissimo al cardinale, e l’ex tesoriere Massimo Spina.
L’istruttoria penale è scaturita dalle rivelazioni del saggio “Avarizia”, pubblicato da chi scrive , e ora rischia di sconvolgere nuovamente gli assetti della curia romana: i giudici di papa Francesco ipotizzano infatti reati gravissimi («peculato, appropriazione e uso illecito di denaro», si legge nelle carte d’accusa) e hanno già  trovato i riscontri documentali che dimostrano che i lavori di ristrutturazione dell’appartamento sono stati pagati dalla Fondazione dell’ospedale pediatrico “Bambin Gesù”.
Lavori costati in totale ben 422 mila euro (“Avarizia” sottostimava la cifra a 200 mila euro), che sono stati fatturati nel 2014 non alla società  italiana che ha materialmente effettuato il restauro (La Castelli Re, fallita a luglio del 2015), ma a una holding britannica con sede a Londra, la LG Concractor Ltd.
Controllata sempre da Gianantonio Bandera, titolare della Castelli Re e amico personale di Bertone.
I soldi destinati ai bambini malati sono stati, in pratica, utilizzati per la ristrutturazione, e poi girati a Londra.
Oltre alle sette fatture pagate al costruttore attraverso i conti Ior e Apsa della Fondazione, però, i magistrati di papa Francesco hanno in mano anche lettere firmate che inchiodano l’ex segretario di Stato di Benedetto XVI alle sue responsabilità : Bertone, che ha finora sostenuto di essere all’oscuro di eventuali finanziamenti di terzi, è invece sempre stato a conoscenza che i soldi del restauro del suo appartamento venivano (anche?) dall’ente di beneficenza dell’ospedale vaticano.
“L’Espresso”, in un’inchiesta nel numero in edicola domani è in grado di raccontare l’intera vicenda, e mostrare tutte le carte segrete.
Tra cui la corrispondenza tra Profiti e Bertone. Dove si evince che il manager, in una lettera firmata del 7 novembre 2013, ha davvero offerto al cardinale di pagare (tramite la onlus dedicata ai bambini malati) i lavori dell’attico di residenza in cambio di ospitare «incontri istituzionali» nella casa, e che Bertone – il giorno dopo – lo ha ringraziato accettando l’offerta, allegandogli persino una lista di “desiderata”.
La lettera di Profiti, presidente della Fondazione Bambin Gesù, mandata a Bertone il 7 novembre 2013, in cui il manager si offre di pagare i lavori di ristrutturazione della casa del cardinale:
«Egregio Professore, la ringrazio per la lettera del 7 novembre, che mi ha inviato a nome della Fondazione Bambino Gesù» scrive Bertone.
«Al riguardo, come già  riferito nelle vie più brevi, tengo a confermare che sarà  mia cura fare in modo che la copertura economica occorrente alla realizzazione degli interventi proposti nella documentazione che allego, venga messa a disposizione della Fondazione a cura di terzi, affinchè nulla resti a carico di codesta Istituzione».
Il cardinale si era sempre difeso affermando che tutto era avvenuto a sua insaputa.
«È una calunnia» s’era giustificato: «Ho pagato 300 mila euro, di tasca mia, secondo le fatture che mi aveva mandato il Governatorato, proprietario dell’immobile. I 200 mila euro versati dalla Fondazione? Io non ho visto nulla. Ed escludo in modo assoluto di aver mai dato indicazioni o autorizzato la Fondazione ad alcun pagamento».
Ora sappiamo che, almeno sul punto, mentiva.
La lettera di risposta di Bertone a Profiti, mandata l’8 novembre 2013: il cardinale ringrazia e accetta l’offerta, allegando anche la documentazione con alcuni interventi da realizzare
Come detto, sul registro degli indagati del promotore di Giustizia sono finiti per ora in due: Profiti, da sempre manager di fiducia di Bertone e all’epoca dei fatti presidente sia del Bambin Gesù che della Fondazione, e l’ex tesoriere Spina.
Il Vaticano considera entrambi «pubblici ufficiali» vaticani, e li accusa di concorso in peculato perchè «si sono appropriati» si legge nel capo d’accusa «e comunque hanno utilizzato in modo illecito» fondi dell’ospedale «per pagare lavori di ristrutturazione edilizia di un immobile di terzi sito all’interno della Città  del Vaticano, sul quale nessuna competenza e nessun interesse poteva vantare la predetta Fondazione».
Nel documento dei pm non viene citato il nome di Bertone, ma difficilmente la Santa Sede potrà  evitare un suo coinvolgimento diretto nello scandalo.
Se Bertone fosse incriminato non sarebbe comunque giudicato dal tribunale ordinario che sta indagando su Profiti e il tesoriere, ma dalla Corte di Cassazione della Città  del Vaticano: secondo la giurisdizione d’Oltretevere è quello l’unico organo che ha il potere di aprire un’istruttoria sui peccati dei cardinali di Santa Romana Chiesa. Sarebbe il primo caso della storia.
Ma la documentazione contabile in mano al promotore di giustizia apre anche nuovi, preoccupanti scenari: quelli di un doppio pagamento.
Bertone ha infatti spiegato di possedere la documentazione che dimostrerebbe come sia stato anche lui a saldare il conto. Attraverso un pagamento di 300 mila euro. «Mentre avanzavano i lavori e alla Ragioneria arrivavano le fatture da pagare, fui invitato dal Governatorato, il proprietario dell’immobile, a saldare. E come risulta da una precisa documentazione, ho versato al Governatorato la somma», ha confermato in un’intervista.
Tralasciando la sorpresa di scoprire che un uomo di Chiesa ha un conto in banca capace di coprire spese per quasi mezzo milione di euro (tra lavori e successiva donazione), il pagamento a cui fa riferimento il prelato non è mai stato smentito dal Governatorato, un organismo presieduto dal cardinale Giuseppe Bertello.
Dal momento che finora è certo che la Fondazione ha girato al costruttore Bandera 422mila euro per gli stessi lavori, delle due l’una: o Bertone mente di nuovo – ed è coperto dagli uffici del Governatorato – e in realtà  non ha mai versato un euro, oppure il costruttore ha ottenuto per la medesima ristrutturazione non solo i denari della Fondazione, ma anche i 300 mila euro di Bertone fatturati dagli uffici della Santa Sede.
Entrambe le versioni imbarazzano non poco il Vaticano. Che ha aperto – con coraggio – un vaso di Pandora in cui rischiano di finire altri, insospettabili protagonisti.

Emiliano Fittipaldi
(da “L’Espresso”)

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VIA CRUCIS, IL TESTAMENTO SPIRITUALE (E LAICO) DI PAPA FRANCESCO

Marzo 26th, 2016 Riccardo Fucile

UN GRANDE MESSAGGIO CON L’ELOGIO AI “SOGNATORI CHE LAVORANO OGNI GIORNO PER RENDERE IL MONDO UN POSTO MIGLIORE, PIU’ UMANO E PIU’ GIUSTO”

Non sappiano quanto durerà  — per sua volontà  — il pontificato di Francesco. Lui stesso ha detto che il suo orizzonte è di quattro o cinque anni.
Ma da ieri sappiamo qual è il suo testamento spirituale.
La preghiera alla croce, da lui pronunciata il Venerdì Santo, riassume in maniera pregnante e comprensibile a tutti cosa significa essere cristiani oggi.
Che cosa fare nella propria cerchia e nella società  per dare testimonianza del messaggio del Vangelo. E che cosa non fare.
Chiudere gli occhi o fermarsi alla retorica delle deplorazioni dinanzi agli innocenti uccisi e perseguitati.
Lavarsi le mani come Ponzio Pilato davanti alle donne, ai bambini, agli esseri umani tutti che fuggono sfiniti dalla guerra e dalla fame. Voltarsi dall’altra parte dicendo “non tocca a me … niente quote di accoglienza obbligatorie (come dichiarano tanto stati europei) … stiano a casa loro”. O “costruiamo un muro”, come predica Donald Trump.
Manipolare il nome di Dio, piegandolo agli interessi di ideologie fondamentaliste e di strategie terroriste.
Fingere di non vedere gli interessi economici che muovono le guerre. Ergersi a giudici inflessibili delle colpe altrui e poi lasciare che scorrazzino indisturbati ladroni e corrotti.
Assistere senza battere ciglio all’emarginazione di intere generazioni e al degrado dell’ambiente, che si tramuta in degrado sociale.
Non manca, nella denuncia del pontefice, il male oscuro degli abusi che si annida nell’omertà  clericale: il crimine di coloro che “svestono perfino gli innocenti della loro dignità ”.
C’è un perfetto equilibrio in questa preghiera pronunciata alla presenza del popolo. Folla riunita davanti al Colosseo, simbolo per eccellenza (benchè storicamente incerto) del martirio-testimonianza.
L’equilibrio fra il dito puntato contro gli egoisti, i crudeli, gli ipocriti, gli assetati di potere e vanità  e la mano che indica il cristianesimo vissuto degli uomini e delle donne del quotidiano.
Suore che soccorrono i derelitti senza farsi pubblicità . Preti che negli spazi urbani desertificati   rappresentano spesso l’unico punto di riferimento solidale. Volontari e semplici persone per bene, che nutrite della loro fede, danno esempio di giustizia e condivisione, soccorrendo “bisognosi e percossi”.
Coniugi che non mollano, fedeli sereni, persone capaci di pentimento rompendo la corazza dell’autoreferenzialità , uomini e donne che attraversano la “notte della fede” sena perdere lo stimolo della ricerca. Perseguitati che non si arrendono e danno in silenzio testimonianza del loro credo.
C’è spazio in questa preghiera — ed è il grido del pontefice argentino a non cedere al dominio del pensiero unico selvaggiamente liberista — per un elogio dei “sognatori che vivono con il cuore dei bambini e lavorano ogni giorno per rendere il mondo un posto migliore, più umano e più giusto”.
E’ l’appello a non piegarsi al darwinismo sociale, a non scivolare mai nell’odio, l’esortazione a insistere per progettare una società  equa e inclusiva.
Intabarrato nel suo cappotto bianco, come stretto in una corazza per difendersi dal Maligno e dai maligni, papa Francesco ha parlato ai fedeli, ma in realtà  ha parlato a tutta la società  quale che sia il credo o la visione filosofica dei contemporanei.
Perchè a ripercorrere i punti di meditazione, che scandiscono la sua preghiera, salta agli occhi che rappresentano gli snodi cruciali dell’esistenza odierna e chiamano a quella che gli antichi stoici definivano “filantropia”: solidarietà  ed empatia per l’essere umano ovunque sia, in qualsiasi condizione si trovi.
E questo era ed è un concetto profondamente laico. Il crinale che distingue chi è a favore di una società  per l’uomo e chi considera gli esseri umani “lupi l’uno verso l’altro”.
In fondo quello che conta, diceva Francesco all’ateo Scalfari, è lo spartiacque che ognuno nella propria coscienza costruisce tra il bene e il male.
Chi un domani vorrà  sapere qual è il retaggio di Bergoglio a un cattolicesimo che cammina a passi incerti nel primo scorcio del XXI secolo, troverà  in questa preghiera-testamento la risposta.
E’ il messaggio ad una Chiesa, che fatica a imboccare la via di un rinnovamento coerente.
E a una società  immersa nei dolori e ignara se siano quelli del parto.

Marco Politi
(da “il Fatto Quotidiano”)

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PAPA FRANCESCO, PREGHIERA- INVETTIVA ALLA VIA CRUCIS CONTRO PRETI PEDOFILI, TERRORISTI, CORROTTI E INDIFFERENTI AL DRAMMA DEI PROFUGHI

Marzo 25th, 2016 Riccardo Fucile

PAROLE DURISSIME CONTRO I “MINISTRI INFEDELI”,   LE “COSCIENZE NARCOTIZZATE” DI FRONTE AL “CIMITERO DEL MEDITERRANEO” E CHI UCCIDE IN NOME DI DIO

“Vediamo la croce di Cristo nei preti pedofili, nel cimitero insaziabile del Mar Mediterraneo, nei profughi, nei terroristi e nei corrotti”.
È la forte denuncia che Papa Francesco ha rivolto in “O Croce di Cristo!”, una lunga e struggente preghiera scritta e letta al termine della via crucis del Giubileo che si è svolta come ogni venerdì santo al Colosseo.
Dopo aver ascoltato in silenzio sul Colle Palatino le meditazioni delle 14 stazioni, scritte quest’anno dal cardinale di Perugia Gualtiero Bassetti, Bergoglio ha condannato con forza i mali che attualmente affliggono l’umanità .
Ed è partito dalla pedofilia del clero proprio come aveva fatto l’allora cardinale Joseph Ratzinger nel venerdì santo del 2005, poche settimane prima di essere eletto vescovo di Roma, con Wojtyla che lentamente andava spegnendosi.
“Quanta sporcizia — aveva affermato in quella occasione il futuro Papa tedesco — c’è nella Chiesa, e proprio anche tra coloro che, nel sacerdozio, dovrebbero appartenere completamente a lui”.
“O Croce di Cristo, — ha affermato dopo 11 anni Bergoglio — ancora oggi ti vediamo nei ministri infedeli che invece di spogliarsi delle proprie vane ambizioni spogliano perfino gli innocenti della propria dignità ”.
Francesco ha puntato il dito contro “l’odio che spadroneggia e acceca i cuori e le menti di coloro che preferiscono le tenebre alla luce”.
Con una nuova forte denuncia dei tanti migranti morti in mare nei loro viaggi della speranza nel Mediterraneo e nell’Egeo “divenuti un insaziabile cimitero, immagine della nostra coscienza insensibile e narcotizzata”.
Una nuova condanna della “globalizzazione dell’indifferenza” che Francesco aveva fatto a Lampedusa, primo viaggio del suo pontificato.
Per Bergoglio oggi la croce di Cristo rivive “nelle nostre sorelle e nei nostri fratelli uccisi, bruciati vivi, sgozzati e decapitati con le spade barbariche e con il silenzio vigliacco”, “nei volti dei bambini, delle donne e delle persone, sfiniti e impauriti che fuggono dalle guerre e dalle violenze e spesso non trovano che la morte e tanti Pilato con le mani lavate”.
Denuncia che Francesco ha fatto anche aprendo la settimana santa del Giubileo straordinario della misericordia.
Dopo gli attentati di Bruxelles, dietro i quali per il Papa ci sono i “fabbricatori e i trafficanti di armi”, Bergoglio ha sottolineato che vediamo la croce di Cristo “nei fondamentalismi e nel terrorismo dei seguaci di qualche religione che profanano il nome di Dio e lo utilizzano per giustificare le loro inaudite violenze”.
Ma le parole di Francesco si sono rivolte anche contro i “potenti e i venditori di armi che alimentano la fornace delle guerre con il sangue innocente dei fratelli”; per i “traditori che per trenta denari consegnano alla morte chiunque”; per i “ladroni e i corrotti che invece di salvaguardare il bene comune e l’etica si vendono nel misero mercato dell’immoralità ” e per i “distruttori della nostra ‘casa comune’ che con egoismo rovinano il futuro delle prossime generazioni”.
Il Papa ha lodato anche tanto bene presente nei “ministri fedeli” della Chiesa, “nelle famiglie che vivono con fedeltà  e fecondità  la loro vocazione matrimoniale” e ha invitato a non abbandonare “gli anziani, i disabili, i bambini denutriti e scartati dalla nostra egoista e ipocrita società ”.
Durante le meditazioni della via crucis, mentre la croce veniva portata anche da persone provenienti dalla Cina, dalla Russia, dalla Siria, dal Kenya, dall’Uganda e dalla Repubblica Centrafricana, al Colosseo si era pregato per i profughi e per i divorziati: “Dov’è Dio nei campi di sterminio? Dov’è Dio nelle miniere e nelle fabbriche dove lavorano come schiavi i bambini? Dov’è Dio nelle carrette del mare che affondano nel Mediterraneo?”.
“Come non vedere il volto del Signore — era stata la riflessione della sesta stazione — in quello dei milioni di profughi, rifugiati e sfollati che fuggono disperatamente dall’orrore delle guerre, delle persecuzioni e delle dittature? Per ognuno di loro, con il suo volto irripetibile, Dio si manifesta sempre come un soccorritore coraggioso”. Mentre la pedofilia era stata al centro della decima stazione con “le piaghe dei bambini profanati nella loro intimità ”.

(da “il Fatto Quotidiano”)

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CRESCE L’ITALIA CHE DISERTA LE CHIESE, UNO SU CINQUE NON ENTRA MAI IN UN EDIFICIO DI CULTO

Febbraio 25th, 2016 Riccardo Fucile

LA SECOLARIZZAZIONE AVANZA

Tra piazze sulle unioni civili, appelli alla tradizione natalizia e fede islamica la religione è da tempo al centro del dibattito politico e sociale del Paese.
Ma non è detto che questa sua esposizione mediatica si trasformi poi in un rinnovato interesse degli italiani. Anzi, guardando i freddi dati la tendenza sembra tutt’altra.
L’Istat ha di recente fotografato la nostra propensione alla pratica religiosa e il quadro che ne viene fuori è quello di un Paese che viaggia verso la secolarizzazione.
Non spinta come in altri Paesi europei, è vero, ma tale da mostrare un’evidente disaffezione. Le chiese sono vuote, si dice sempre. È vero come per le moschee e le sinagoghe e ora lo certifica anche la statistica.
Nel 2006 una persona su tre (esattamente il 33,4%) dichiarava di frequentare luoghi di culto almeno una volta alla settimana. La percentuale, però, oggi è scesa al 29%. E il calo è stato costante negli anni.
Al contrario le persone che dichiaravano di non frequentare mai luoghi di culto sono passate dal 17,2 al 21,4%. In pratica oltre una ogni cinque.
Il dato, messo così, mostra una tendenza generale. Ma se guardassimo più nel dettaglio, noteremmo cose interessanti.
Innanzitutto i numeri risultano un po’ “drogati”. Un po’ perchè nelle statistiche si tende a dichiarare quel che si vorrebbe fare e non quello che si fa davvero.
Un po’ per la presenza dei bambini tra i 6 e i 13 anni che con il loro 51,9% del 2015 spingono in alto una percentuale che altrimenti sarebbe più bassa.
Il crollo della frequentazione dei luoghi di culto ha colpito ogni fascia d’età .
Quella in cui si “perde” la fede per eccellenza resta tra i 20 e i 24 anni. La curva, poi, tende a risalire lentamente fino a quella che potremmo definire l’area della “scommessa di Pascal”.
Ma il confronto con il 2006 ci dice che la fascia d’età  più disillusa è quella tra i 55 e i 59 anni che nell’ultimo decennio ha perso il 30% dei frequentatori di luoghi di culto. Fascia che potrebbe essere estesa ai 60-64enni, dove il calo è stato del 25%.
Il sociologo Franco Garelli, uno dei massimi esperti dell’argomento, spiega: «Questo fenomeno può essere dettato da due dinamiche: da una parte in quella fascia d’età  molti si costruiscono una seconda vita alternativa. I figli sono grandi, la carriera è agli sgoccioli, i nuovi impegni allontanano dalla pratica religiosa. Dall’altra può essere un portato della crisi: persone uscite dal ciclo produttivo impegnate a rientrarci».
Ma sono le nuove generazioni che offrono gli spunti più interessanti.
È probabile che da adulti saranno meno vicini alla fede di quanto lo sono gli adulti di oggi.
Se è vero che i bambini sono ancora i frequentatori più assidui dei luoghi di culto, le famiglie sembrano sempre meno inclini a far rispettare loro impegni religiosi assidui. Oggi un bambino su dieci non frequenta più come una volta e gli adolescenti tra i 14 e i 17 anni sono calati del 17,6%.
Di converso quelli che non frequentano mai sono aumentati del 57% tra i bambini e del 33% tra gli adolescenti. «È molto interessante notare come i 18enni e 19enni, che restano lo zoccolo duro dell’associazionismo cattolico, tengano (siamo intorno al 15% di frequentatori abituali, ndr) ma la loro erosione è importante» dice ancora il professor Garelli.
Guardando alla geografia, l’Italia appare molto divisa tra Nord e Sud.
Se la Sicilia risulta la regione più religiosa (oltre il 37% va almeno una volta a settimana in un luogo di culto), la Liguria è quella più agnostica e atea (oltre una persona su tre non frequenta mai e solo il 18,6% lo fa con assiduità ).
Siamo lontani dalle percentuali della Svezia (90% si dichiara religioso e 3% praticante), ma la tendenza è ad avere una religiosità  sempre più ritagliata sul personale e che non segue i precetti che non ritiene necessari.
Sul fronte delle professioni quadri, impiegati, casalinghe e pensionati sono le più religiose.
Dirigenti, imprenditori, liberi professionisti, operai e studenti quelle meno.
«Chi riceve stimoli o è impegnato in lavori concettuali o manuali più impegnativi si dedica meno al trascendente» spiega Garelli.

Raphaà«l Zanotti
(da “La Stampa”)

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“IL PAPA NON SI IMMISCHIA NELLA POLITICA ITALIANA”: POI MOLLA DUE SBERLE ALLA MACCHIETTA RAZZISTA TRUMP

Febbraio 18th, 2016 Riccardo Fucile

“CHI PENSA A ERIGERE MURI NON E’ CRISTIANO”

“Unioni civili? Non mi immischio. Il Papa è per tutti. Il dialogo con la politica tocca alla Cei“.
Bergoglio non si è sottratto a nessuna delle domande dei 76 giornalisti accreditati sul volo che lo ha riportato dal Messico a Roma.
Un’ora di conferenza stampa partendo dal dibattito che da settimane anima il Parlamento italiano. Ma durante il colloquio coi cronisti il Papa non si è limitato al dibattito interno al Parlamento italiano.
Ha parlato anche delle primarie Usa, bocciando esplicitamente Donald Trump.
Poi si è detto contrario all’aborto, ma non alla contraccezione per evitare i danni del virus Zika.
Infine è tornato sul tema degli abusi sessuali, dicendo che “i vescovi” che coprono “i preti pedofili è meglio che si dimettano” e ha espresso il desiderio di una visita pastorale in Cina.
Unioni civili
Francesco ha subito precisato che tocca alla Cei il confronto sul ddl Cirinnà  che vuole regolarizzare le unioni civili e anche l’istituto delle adozioni all’interno della coppia. “Io non so — ha affermato Bergoglio — come stanno le cose nel Parlamento italiano. Il Papa non si immischia nella politica italiana. Nella prima riunione che ho avuto con i vescovi italiani, nel maggio del 2013, una delle tre cose che ho detto è stata: ‘Con il governo italiano arrangiatevi voi’ perchè il Papa è per tutti e non può mettersi in politica concreta, interna di un Paese. Questo non è il ruolo del Papa e quello che penso io è quello che pensa la Chiesa perchè questo non è il primo Paese che fa questa esperienza, ce ne sono tanti”.
Bergoglio ha anche chiarito che “un parlamentare cattolico deve votare secondo la propria coscienza ben formata. Ricordo quando è stato votato il matrimonio delle persone dello stesso sesso a Buenos Aires c’era una lite e, poichè avevano pareggiato i voti, alla fine uno ha consigliato all’altro: ‘Ma tu vedi chiaro? Neppure io, ma se ce ne andiamo non diamo il quorum’. E l’altro ha detto: ‘Se abbiamo il quorum, diamo il voto a Kirchner’. E l’altro: ‘Preferisco darlo a Kirchner e non a Bergoglio’.
Questa — ha sottolineato Francesco — non   è coscienza ben formata”.
Trump
Risposta diretta anche alle critiche che gli ha riservato Donald Trump accusandolo di “fare politica”. “Grazie a Dio — ha affermato Bergoglio — ha detto che sono politico perchè Aristotele definisce la persona umana come animale politicus, almeno sono persona umana. E che sono una pedina? Forse, non so, lo lascio al giudizio della gente. E poi una persona che pensa soltanto a fare muri, sia dove sia, e non fare ponti, non è cristiano. Questo non è dal Vangelo. Poi votare o non votare, non mi immischio, soltanto dico questo uomo non è cristiano”.
Aborto e contraccezione
Francesco, che durante il Giubileo della misericordia ha dato a tutti i preti la facoltà  di assolvere il peccato di procurato aborto, ha fatto una condanna durissima: “L’aborto non è un male minore, è un crimine, è fare fuori. È quello che fa la mafia, è un crimine, è un male assoluto. Sul male minore, cioè evitare la gravidanza, parliamo in termini di conflitti tra il quinto e il sesto comandamento. Il grande Paolo VI, in una situazione difficile in Africa, ha permesso alle suore di usare gli anticoncezionali per i casi di violenza. Non si deve confondere il male di evitare la gravidanza con l’aborto”. Per Bergoglio “l’aborto non è un problema teologico, ma un problema umano. È un problema medico: si uccide una persona per salvarne un’altra nel migliore dei casi. È contro il giuramento ippocratico che tutti i medici devono fare. È un male in se stesso, ma non è un male religioso, no è umano. Invece evitare la gravidanza non è un male assoluto in certi casi”.
Quindi, ha detto, “evitare la gravidanza non è un male assoluto — ha aggiunto -. In certi casi, come questo del virus Zika, o come quello che ho nominato, il beato Paolo VI, era chiaro”. Il Papa ha anche esortato “i medici a fare tutto per trovare i vaccini contro queste due zanzare che portano questo male. A questo si deve lavorare”
Divorziati risposati
Il Papa ha annunciato che prima di Pasqua uscirà  il documento con le sue decisioni dopo i due Sinodi dei vescovi sulla famiglia che si sono tenuti in Vaticano nel 2014 e nel 2015. Bergoglio ha sottolineato che i cosiddetti “matrimoni riparatori tante volte sono nulli”.
A Buenos Aires “come vescovo ho proibito ai sacerdoti di fare questo. Che nasca il bambino e che rimangano fidanzati. Quando si sentono di sposarsi per tutta la vita che vadano avanti”.
E sull’accesso ai sacramenti per i divorziati risposati, incontrati dal Papa anche in Messico, Francesco ha precisato che “integrare nella Chiesa queste famiglie non significa fare la comunione perchè ciò sarebbe una ferita anche per i matrimoni”.
Pedofilia
Francesco è tornato anche sul tema degli abusi sessuali del clero sottolineando che “i vescovi che spostano i preti pedofili è meglio che si dimettano”.
E sul caso del fondatore dei Legionari di Cristo, Marcial Maciel Degollando, colpevole di numerosi abusi sessuali, Bergoglio ha voluto rendere omaggio al “coraggio del cardinale Ratzinger“, suscitando l’applauso dei giornalisti, che ha lottato tanto contro la pedofilia.
“Se vi ricordate, — ha affermato Francesco — dieci giorni prima della morte di san Giovanni Paolo II, nella via crucis del Venerdì Santo, Ratzinger ha detto a tutta la Chiesa che doveva pulire la sua sporcizia. E nella messa di inizio del conclave, anche se sapeva che era un candidato perchè non è stupido, non gli importava di recuperare posizioni e ha detto la stessa cosa. In altre parole è stato il coraggioso che ha aiutato tanti per aprire questa porta”.
Ucraina
Francesco ha ancora nel cuore lo storico abbraccio con il Patriarca di Mosca Kirill avvenuto a Cuba prima dell’inizio del suo viaggio in Messico. “Mi piacerebbe andare al Concilio panortodosso a Creta per un saluto. Sono fratelli, ma devo rispettare. So che loro vogliono invitare osservatori cattolici e questo è un bel ponte, ma dietro gli osservatori cattolici ci sarò io pregando e con i migliori auguri che gli ortodossi vadano avanti perchè sono fratelli e i loro vescovi sono vescovi come noi”.
E sulle critiche dei cattolici ucraini che accusano il Papa di appoggiare l’aggressore russo, Bergoglio ribatte: “Per capire una notizia, una dichiarazione, bisogna cercare l’ermeneutica di tutto. Nella dichiarazione congiunta firmata con Kirill si dice che si deve fermare la guerra, che si devono fare accordi. Anche io personalmente ho detto che gli accordi di Minsk vadano avanti e non si cancellino. La Chiesa di Roma e il Papa hanno sempre detto cercate la pace ricevendo entrambi i presidenti”.
Infine, Bergoglio ha guardato a Pechino : “mi piacerebbe tanto andare in Cina“, ha detto — e ha espresso il desiderio di aprire il dialogo con i musulmani. “Mi piacerebbe incontrare l’imam del Cairo. Stiamo cercando il modo”.
Sul mancato incontro in Messico con i familiari dei 43 desaparecidos il Papa ha risposto che “è stato praticamente impossibile”.
Poi ha confidato di aver fatto un’eccezione accettando il “Premio Carlo Magno” per “offrirlo per l’Europa che non sia nonna, ma mamma. Oggi dove c’è uno Schumann, un Adenauer, uno di questi grandi padri che nel dopoguerra hanno fondato l’Unione Europea? Mi piace questa idea della rifondazione dell’Unione Europea, magari si potesse fare”.
E poi una confessione: “Alla Madonna di Guadalupe ho chiesto che i preti siano veri preti, le suore vere suore, e i vescovi veri vescovi”.

(da agenzie)

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LO SCHIAFFO DI PAPA FRANCESCO A BAGNASCO: PER LA PRIMA VOLTA IN 20 ANNI IL PAPA NON ANDRA’ AL CONGRESSO EUCARISTICO NAZIONALE

Febbraio 13th, 2016 Riccardo Fucile

IL RAPPORTO ORMAI SEGNATO DALLE GAFFE E DALLO SCONTRO SULLA ECCESSIVA INGERENZA DELLA CHIESA ITALIANA NELLA POLITICA DEL PAESE

Dopo Scola, Papa Francesco dà  buca anche a Bagnasco.
Dopo aver annullato la visita a Milano programmata per il 7 maggio 2016, a settembre Bergoglio non sarà  a Genova per il 26esimo Congresso eucaristico nazionale.
“È ormai una decisione ufficiale”, ha affermato il cardinale Bagnasco. “Abbiamo atteso e sperato che il Papa potesse rispondere positivamente alle nostre richieste, — ha aggiunto il porporato — ma purtroppo me lo ha comunicato e anche lui naturalmente è dispiaciuto, però gli impegni all’estero, in modo particolare, gli impediscono questa presenza. Sarà  comunque presente spiritualmente con la sua preghiera e noi con la nostra accanto a lui”.
Erano oltre 20 anni che un Papa non disertava questo importante appuntamento della Chiesa italiana. Benedetto XVI non vi aveva mancato mai. San Giovanni Paolo II soltanto una volta, nel 1994, in 27 anni di pontificato.
Il motivo della decisione di Francesco? Ufficialmente perchè il Papa non vuole fare visite pastorali in Italia durante il Giubileo, ma in realtà , essendo quello di Genova un appuntamento della Cei, Bergoglio vuole ancora di più sottolineare la distanza con la Chiesa italiana e Bagnasco anche per la sua continua ingerenza nella vita politica in particolare sulle unioni civili.
Non a caso il Papa non ha ricevuto il presidente della Cei alla vigilia del primo Consiglio episcopale permanente del 2016 dove al centro del dibattito c’era il tema delle unioni civili e del ddl Cirinnà  che vuole regolarle disciplinando anche l’istituto delle adozioni.
Nella prolusione a quella riunione Bagnasco si limitò a citare le parole che Bergoglio aveva rivolto pochi giorni prima alla Rota Romana sottolineando chiaramente che “non può esserci confusione tra la famiglia voluta da Dio e ogni altro tipo di unione“. Posizione presente anche nella dichiarazione congiunta che Francesco e Kirill hanno firmato nel loro storico incontro a L’Avana: “Il matrimonio è una scuola di amore e di fedeltà . Ci rammarichiamo che altre forme di convivenza siano ormai poste allo stesso livello di questa unione, mentre il concetto di paternità  e di maternità  come vocazione particolare dell’uomo e della donna nel matrimonio, santificato dalla tradizione biblica, viene estromesso dalla coscienza pubblica”.
La distanza tra il Papa e Bagnasco in merito alle unioni civili non è, dunque, sulle posizioni — che coincidono esattamente — ma sui metodi per esprimerle e in particolare sull’ingerenza nella vita politica del Paese del presidente della Cei che negli ultimi giorni è arrivato perfino a chiedere il voto segreto in Parlamento sul ddl Cirinnà  dando indicazioni procedurali dirette alla politica.
In questo modo si è registrata anche la distanza tra il porporato e il numero due della Chiesa italiana, monsignor Nunzio Galantino, che ha, invece, preferito il silenzio: “Per rispetto del Parlamento e delle istituzioni preferisco non parlare”.
Nel 2010 l’allora cardinale Bergoglio si oppose alla legge argentina che equipara il matrimonio alle unioni gay sostenuta dalla presidentessa Cristina Fernà¡ndez de Kirchner. Ma lo fece sempre dal pulpito, invitando alla preghiera, mai dalla piazza.
E nonostante ciò i suoi non pochi critici, anche all’interno della Chiesa argentina, attribuirono alla sua opposizione l’approvazione della legge definendo l’azione del futuro Papa come un vero e proprio “errore strategico”.
La distanza tra Francesco e Bagnasco è, invece, nota da tempo, fin dalla sera dell’elezione con il telegramma di auguri della Cei a “Papa Scola”.
Una gaffe destinata a incrinare per sempre i rapporti tra Bergoglio e la Chiesa italiana. L’ultima sferzante critica del Papa alla Cei è arrivata a Firenze nel novembre 2015 in occasione del quinto convegno nazionale dei vescovi della Penisola: “Dio protegga la Chiesa italiana da ogni surrogato di potere, d’immagine, di denaro”.
E proprio in quell’occasione Francesco aveva detto ai presuli: “Non dobbiamo aver paura del dialogo: anzi è proprio il confronto e la critica che ci aiuta a preservare la teologia dal trasformarsi in ideologia”.
Nei primi tre anni di pontificato con Bagnasco lo scontro è stato sempre manifesto.
Da quando il Papa ha chiesto ai vescovi di eleggere direttamente il loro presidente, alla decisione di escludere il capo della Cei dalla Congregazione per i vescovi fino a quella di aprire personalmente l’annuale assemblea generale della Chiesa italiana che si svolge a maggio in Vaticano.
Ma Bagnasco non ha mai rinunciato alla “contro prolusione” e al tentativo, invano, di non far aprire al Papa le successive assemblee della Chiesa italiana.
Eppure fino a oggi questa “guerra fredda” tra Francesco e Bagnasco non ha mai portato alle dimissioni del presidente della Cei

Francesco Antonio Grana
(da “il Fatto Quotidiano“)

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IL PAPA IGNORA IL FAMILY DAY: ECCO I TRE MOTIVI

Febbraio 1st, 2016 Riccardo Fucile

IL GRANDE FREDDO TRA FRANCESCO, IL FAMILY DAY E I VESCOVI…PAPA FRANCESCO NON INTENDE FARSI MANIPOLARE DAI POLITICI PRESUNTI CATTOLICI A CORRENTE ALTERNATA

I giorni della merla del gennaio 2016 vedono andare in scena il grande freddo tra papa Francesco e il Family Day, e in qualche modo anche tra il papa e i vescovi italiani.
Il papa avrebbe avuto occasione di parlare del Family Day prima e anche dopo la manifestazione di ieri al Circo Massimo.
Ma anche all’Angelus di oggi domenica 31 gennaio il papa non ha fatto menzione alcuna di un evento ispirato dai vescovi e guidato dal movimentismo cattolico che si oppone alla legge sulle unioni omosessuali.
Al contrario, all’Angelus Francesco ha sottolineato che “nessuna condizione umana esclude dall’amore di Dio” (lo ha ripetuto due volte).
Tra i molti possibili motivi di questa distanza tra il papa e un evento auspicato e benedetto dai vescovi italiani, ce ne sono tre di particolare importanza.
Il primo è che papa Francesco evita qualsiasi occasione che possa prestarsi a una manipolazione politica della sua persona e parola: uno sguardo alla provenienza ideologica dei politici al Circo Massimo ieri (la stessa di quella del Family Day 2007, tranne Matteo Renzi che allora sostenne la manifestazione) fa capire perchè.
Il secondo motivo è che il linguaggio e lo stile di papa Francesco sono molto diversi da quelli visti al Family Day, nonostante il tentativo degli organizzatori di dare un messaggio positivo e non “contro” qualcuno.
Il terzo motivo è che papa Francesco ha ridefinito il suo rapporto con i movimenti cattolici in generale: nei suoi discorsi ai movimenti (CL, Neocatecumenali, etc.) Francesco ha sempre invitato queste aggregazioni a non costruirsi come èlite separate. La chiesa di Francesco è una chiesa di popolo e non di èlite politiche o culturali.
Questo detto, la settimana appena passata – il Consiglio permanente CEI, il Family Day, e l’Angelus del papa – ha dato il quadro di una chiesa italiana dal volto profondamente diverso rispetto a solo pochi anni fa.
È una situazione di grande ambiguità  da un lato e di grandi possibilità  dall’altro.
I vescovi italiani hanno dato sostegno al Family Day, ma senza comparire direttamente.
Gran parte dei movimenti ecclesiali hanno declinato l’invito ad andare al Family Day (CL, Agesci, Focolari), ma altri movimenti sono andati, come sono andati a Roma anche membri di quei movimenti che ufficialmente non c’erano (come i ciellini).
I Neocatecumenali sono parte dell’anima del Family Day ma il fondatore Kiko Arguello non si è visto (e ha accusato di essere stato censurato) data la gaffe (per così dire) di cui si era reso protagonista qualche mese fa.
A questo punto, in una chiesa ancora in gran parte plasmata culturalmente dal trentennio di Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, è lecito chiedersi ora chi siano i cattolici di papa Francesco.
Non sono i vescovi, o almeno non la maggior parte di essi.
Non sono i cattolici organizzati in associazioni e movimenti che scendono in piazza, visto che usano slogan e parole d’ordine che non fanno parte dello stile di Francesco. Non sono i politici, visto che papa Francesco tiene molto alla distanza tra il papato e la politica interna italiana.
Il Family Day ha menzionato pochissimo papa Francesco, e Francesco non ha mai menzionato il Family Day.
L’elezione di Francesco e il suo pontificato hanno chiuso l’era del linguaggio dei “valori non negoziabili” e dell’omosessualità  come “intrinsecamente disordinata”.
Ma una parte del cattolicesimo italiano è ancora legata a quelle parole d’ordine: i vescovi sono in mezzo al guado tra un laicato organizzato che ancora crede nelle tattiche del trentennio precedente, e un papa che sta innovando profondamente non solo il linguaggio ma anche le priorità  dell’azione pubblica della chiesa, nonchè il ruolo del papato all’interno della chiesa.

M. Faggioli
(da “Huffingtonpost“)

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