Gennaio 31st, 2016 Riccardo Fucile
“IL 20% DEGLI ALUNNI E’ ORMAI DI ORIGINE STRANIERA, CIASCUNO HA DIRITTO DI RACCONTARSI”
Una festa musulmana da celebrare nelle scuole milanesi. La proposta non viene dall’imam di una moschea, ma dall’arcivescovo Angelo Scola.
E non era una battuta, ma la conclusione di un ragionamento che partiva dal “meticciato” – tanto caro al cardinale – e arrivava alla presenza di “almeno un 20 per cento di alunni stranieri nelle nostre classi”.
Un dato che Scola ha tirato fuori nel dialogo con il giornalista Ganni Riotta, all’Istituto dei ciechi, in occasione della festa di San Francesco di Sales, patrono dei giornalisti.
L’Islam e il presepe.
Quindi non si rinunci al presepe perchè ci sono gli islamici a scuola, ma si accolgano anche le loro specificità .
“Una società plurale deve essere il più possibile inclusiva, ma non può rinunciare al simbolo se no perde forza comunicativa – ha spiegato Scola – Critico la laicità alla francese: non è pensabile creare uno spazio di neutralità , in cui tutti facciano un passo indietro sul tema delle religioni. Piuttosto, ciascuno si narri e si lasci narrare. Se aumentano i bambini musulmani, bisogna prendere qualcuna delle loro feste ed inserirle nella dimensione pubblica: spiegare, non vietare”.
La moschea.
Il cardinale ha ribadito il suo sì alla costruzione di una moschea cittadina, purchè “sia rispettosa delle forme e presenze architettoniche già presenti in città ” e trasparente nelle modalità comunicative, nella gestione, nelle gerarchie interne e nei collegamenti esterni. Sui profughi, poi, una proposta forte: “In Europa serve un Piano Mashall per fronteggiare l’accoglienza, come ho letto nelle affermazioni del ministro delle finanze tedesco Schà¤uble”.
Family day
Inevitabile anche il riferimento al Family day di Roma, che il cardinale negli scorsi giorni aveva definito “positivo”. Ha invitato il governo a “tenere conto di quello che la società civile chiede con una presenza in piazza legittima e doverosa”. Plauso dunque ai cattolici che manifestano per “proporre la propria visione delle cose su questioni tanto delicate che possono comportare conseguenze antropologiche e sociali molto gravi”, ha detto riferendosi al ddl Cirinnà .
Zita Dazzi
(da “la Repubblica”)
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Gennaio 29th, 2016 Riccardo Fucile
RICCHE SOCIETA’ CON INVESTIMENTI IN TUTTI I SETTORI, COMPRESO I COMPRO-ORO. BANDITI DALLA CHIESA, E GESTIONI SPESSO OPACHE
Il presidente dei vescovi italiani, Angelo Bagnasco, nel benedire il Family day contro la legge per le
unioni civili è stato lapidario: «Mi sembra una grande distrazione del Parlamento rispetto ai veri problemi dell’Italia».
Problemi poco etici e molto venali però si riscontrano anche nelle 227 diocesi italiane dove si nasconde un patrimonio di società private, quote azionarie, partecipazioni bancarie e imperi sanitari.
Un mosaico di ricchezza così vasto solo parzialmente censito e gestito in maniera totalmente opaca, come racconta l’inchiesta de “l’Espresso”.
Monsignori a capo di società per azioni, holding a controllo ecclesiastico che continuano a crescere: la diocesi di Bologna ha conquistato il controllo totale del pacchetto azionario del colosso dell’automazione Faac (un miliardo e settecento milioni l’intero valore) ed è sponsor della squadra di serie A della città .
A Trento la «finanziaria del vescovo» ha 44 partecipazioni azionarie per 116 milioni di euro di valore, incluse quote di fondi internazionali che — nonostante l’opposizione della diocesi — hanno acquisito una catena di compro-oro, attività che la chiesa stessa ritiene sfrutti la disperazione dei ceti più deboli.
Gli scandali sono una via crucis quotidiana: a Padova il dominus assoluto di tutte le attività della Curia è il commercialista coinvolto nella retata del Mose.
A Milano la Guardia di Finanza indaga sulla presunta truffa dei fondi Expo per il Duomo spariti senza lasciare traccia.
In Sicilia, dietro i buchi nei conti diocesani di Mazara del Vallo e Trapani, si nascondono ville e fortune sottratte al patrimonio vescovile e una storiaccia di sesso, bugie e soldi.
Molti fedeli cominciano a dire basta. E il sinodo diocesano di Bolzano ha chiesto la liquidazione di tutti i patrimoni.
Michele Sasso
(da “L’Espresso”)
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Gennaio 24th, 2016 Riccardo Fucile
DAL CENTRALISMO DECISIONISTA DI RUINI AL DECENTRAMENTO AUTONOMISTA DI FRANCESCO… SI FRONTEGGIANO LE VISIONI DI BAGNASCO E GALANTINO
Più che un “Family” a questo punto si annuncia un “D” DAY. Una conta e una resa dei conti. Tra la Chiesa e le sue diverse anime, all’interno. E tra i vescovi e l’universo arcobaleno, all’esterno. Passando dalla mediazione diplomatica e trasversale a una discussione dialettica e frontale, senza ombrelli e triangolazioni di sorta: “Il dialogo con le istituzioni è un compito vostro e non è facile”.
Già , non è facile. Con tre anni di ritardo sulla sterzata, e strigliata, di Bergoglio, del 23 maggio 2013, la CEI misura il guado e intraprende il pellegrinaggio più arduo della sua storia, mentre il Papa, nel discorso alla Rota Romana, interviene a dirimere qualsivoglia esitazione e a imprimere una ulteriore accelerazione: avanti tutta.
Il dado è tratto e non ci si può tirare indietro.
Dal centralismo decisionista di Ruini, autoritario eppure autorevole, al decentramento autonomista di Francesco, creativo però impulsivo, cercando nel frattempo di non perdere terreno, nell’interregno del tandem Bagnasco – Galantino.
Insomma scuola guida e prove tecniche di transizione, a bordo di una vettura dai comandi doppi e nella curva, sempre più stretta, del dibattito parlamentare sulle unioni civili.
Politicamente parlando si tratta di una duplice acrobazia. Confronto in piazza e piazze a confronto.
Un salto mortale che sabato 30 gennaio atterra senza rete nell’arena del Circo Massimo e corre seriamente il rischio di farsi male: come accadde lo scorso 20 giugno, quando il pittore spagnolo Kiko Argà¼ello, carismatico capo dei neocatecumenali, sanzionò pubblicamente il segretario dei vescovi, davanti a un esercito di centomila seguaci, armati di biberon e carrozzine, scatenando all’istante un consenso entusiastico e incassando all’indomani la censura ecclesiastica, con tanto di nota ufficiale. Mai udito prima sotto il cielo di Roma.
Niente a che vedere con il debutto del 2007, quando il copione era scritto in anticipo e il lieto fine compreso nel biglietto d’invito.
Questa volta il Consiglio Permanente della CEI, vale a dire lo stato maggiore, chiamato a imbastire una strategia, somiglia piuttosto a un direttivo del PD vecchia maniera, dove i verdetti restano appesi e aperti a sorprese, con ampio margine d’improvvisazione.
Per il diletto dei cronisti e nel dilemma dei protagonisti, che rispondono al nome di Angelo Bagnasco da Genova e Nunzio Galantino da Cerignola.
I francesi non esiterebbero a definirla “drà’le de cohabitation”, ossia una coabitazione un po’pazza: tra un presidente conservatore, che interpreta tuttavia il sentimento della base, formatasi nel verbo dei precedenti pontificati, e un segretario progressista, imposto dal Papa rivoluzionario e preposto a sovvertire i rapporti di forza, mediante una infornata di nuove nomine.
Bagnasco è un ammiraglio di lungo corso, campione di gerarchie liguri che hanno raggiunto il culmine dell’egemonia nell’era di Ratzinger.
Una classe dirigente che oggi rifiuta di ammainare bandiera e manifesta sorprendenti abilità manovriere. Emulo del concittadino Andrea Doria nella capacità , e disinvoltura, di tessere nuove alleanze, volgendo in suo favore gli spifferi delle sacre stanze. Figuriamoci se si tratta di una ventata come quella del discorso alla Rota: “Non può esserci confusione tra la famiglia voluta da Dio e ogni altro tipo di unione”.
Monsignor Galantino è invece un nostromo dai modi energici, saldamente insediato in plancia.
Padrone ormai assoluto della sala macchine, dall’ufficio centrale ai media ecclesiali, ma non ancora dell’equipaggio, arruolato nelle liste della vecchia gestione.
Ragion per cui, memore dei suoi studi antropologici, tende a modificare non solo il profilo ideologico, ma sociologico dell’episcopato, pescando tra i parroci di periferia e facendoli promuovere nelle sedi che contano.
Cresciuto sotto il segno dello scudo crociato, con ascendente falce e martello, da padre democristiano e nella contrada che dette i natali a Di Vittorio, il segretario CEI conduce tenace la marcia dei peones, da un capo all’altro della penisola, ridistribuendo zucchetti di eccellenza e zone d’influenza, con l’ingresso ai piani alti Corrado Lorefice e Matteo Zuppi, nuovi arcivescovi di Palermo e di Bologna, preti di strada e new entries del consiglio.
Per contro, e in risposta, l’aristocratico Bagnasco spariglia il tavolo, riscoprendosi democratico e appellandosi al laicato, dalla fanteria mobile del cammino neocatecumenale a quella immobile delle sentinelle della vita, che Galantino liquidò sbrigativo, con dalemiano sarcasmo. “ll dialogo con le istituzioni è un compito vostro!”.
L’Italia non sarà una priorità dei successori di Pietro, come in passato, ma rimane pur sempre un primato della Chiesa. Un ormeggio sicuro al quale un figlio di emigranti, navigatore degli oceani, non pensa di rinunciare, dopo il naufragio del referendum irlandese.
Mentre nel fronte laico e tra i suoi profeti si sta facendo strada un dubbio amletico: che Bergoglio in fondo non sia così liberal come vuol sembrare, persino a se stesso. Sociale e socialista, dove nessun pontefice si era spinto, questo sì. Ma meno aperturista e innovatore di come viene dipinto.
Che il Papa gesuita, venuto dai confini del mondo, non intenda cioè superare il confine della dottrina. Più simile a Peron che al Cardinale Martini. Pronto a disfarsi della mozzetta e a confondersi con il popolo.
Descamisado tra le gente, tirando sassi alle finestre del palazzo. Ma indisponibile a spogliarsi dell’habitus fidei e a pagare il prezzo, indispensabile, del compromesso, per rivestire i costumi del nostro tempo e celebrare il connubio con la modernità .
(da “Huffingtonpost”)
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Gennaio 22nd, 2016 Riccardo Fucile
EVITA DI CITARE IL NOME DELLA DONNA MAROCCHINA E LE RIFIUTA LA BENEDIZIONE… PER QUANTO TEMPO ANCORA SI DOVRA’ SOPPORTARE UN RAZZISTA IN TONACA?
Nel giorno del dolore, scoppia una sconcertante polemica ad Arnasco, il paese del Savonese dove
sabato scorso una fuga di gas in località Bezzo ha provocato il crollo di una palazzina con cinque persone morte ed una donna ancora gravemente ustionata che lotta per sopravvivere.
A San Bernardino di Albenga, una folla commossa ha partecipato ai funerali del 49enne Marco Vegezzi e del 71enne Edoardo Niemen; ma alle 15, il rito previsto ad Arnasco per l’addio al 76enne Dino Andrei e sua moglie Aicha Bellamoudden, di 56 anni, di origine marocchina, ha vissuto momenti di tensione.
Don Angelo Chizzolini, parroco di Arnasco ma anche di Vendone e Onzo, il paese dove, quest’estate, aveva asserito che, piuttosto che ospitare migranti, avrebbe bruciato la canonica, si era infatti rifiutato di celebrare il rito per una persona di fede musulmana, trascurando la realtà , e cioè che Aicha, che risiedeva da qualche tempo ad Arnasco, aveva intrapreso un percorso di conversione al cristianesimo a cui mancava solo la confermazione con il rito del battestimo.
Solo l’intervento del vescovo di Albenga monsignor Giacomo Borghetti, che ha benedetto tutte e cinque le salme delle vittime e ha formalmente imposto a don Chizzolini di celebrare il funerale, ha permesso che venisse celebrata la messa nella chiesa di Nostra Signora Assunta; ma nel corso del rito, tra lo sconcerto dei tanti parrocchiani presenti, il parroco ha citato sempre e solo il nome di Dino Andrei, escludendo la benedizione al feretro della moglie; rifiuto esplicitato anche durante la cerimonia della sepoltura nel piccolo cimitero del paese.
In tutto, per cinque volte il parroco ha asperso con l’acqua benedetta la bara dell’uomo, ma non quella della donna.
Il sindaco Alfredino Gallizia, che si era detto pronto ad celebrare un rito laico nel caso non fosse stato possibile salutare insieme in chiesa Dino e Aicha, ha ricordato invece, con parole commosse la donna al cimitero; confermando ai familiari della donna come il paese di Arnasco sia orgoglioso della sua cultura dell’accoglienza e di aver ospitato questa persona nel paese.
“Ho fatto tutto ciò che dovevo fare non è vero che non ho ricordato Aicha e che non ho benedetto il feretro”.
Questo ha detto don Chizzolini al vescovo coadiutore della diocesi di Albenga mons. Guglielmo Borghetti che le riferisce all’ANSA. “Mi ha chiamato raccontandomi che si stava dicendo che non aveva ricordato Aicha e non aveva benedetto la salma. Ha detto che non era così. Io non sapevo nulla, sento dire il contrario. Se in una piccola chiesa si è avuta questa percezione… Se è vero è mancanza di buon senso”.
Ma i tanti testimoni della vicenda smentiscono totalmente le parole del parroco, che rifiuta a sua volta di commentare quanto avvenuto.
Non solo razzista, pure bugiardo.
(da “la Repubblica”)
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Gennaio 10th, 2016 Riccardo Fucile
“OMOSESSUALI NON VANNO EMARGINATI, VOGLIO CHE RESTINO VICINO A DIO”
“Io preferisco che le persone omosessuali vengano a confessarsi, che restino vicine al Signore, che si possa pregare insieme. Puoi consigliare loro la preghiera, la buona volontà , indicare la strada, accompagnarle”.
È il messaggio che Papa Francesco affida al suo primo libro intervista intitolato “Il nome di Dio è Misericordia” scritto insieme al vaticanista Andrea Tornielli, coordinatore di Vatican Insider, e coedito da Piemme e dalla Libreria Editrice Vaticana.
Dopo il coming out di monsignor Krzysztof Charamsa, subito allontanato dai suoi incarichi nella Santa Sede, Bergoglio torna a parlare dell’omosessualità riprendendo le parole pronunciate sul volo di ritorno da Rio de Janeiro al termine del suo primo viaggio internazionale.
“Avevo detto in quella occasione: se una persona è gay, cerca il Signore e ha buona volontà , chi sono io per giudicarla? Avevo parafrasato a memoria — racconta il Papa a Tornielli — il Catechismo della Chiesa cattolica, dove si spiega che queste persone vanno trattate con delicatezza e non si devono emarginare. Innanzitutto mi piace che si parli di ‘persone omosessuali’: prima c’è la persona, nella sua interezza e dignità . E la persona non è definita soltanto dalla sua tendenza sessuale: non dimentichiamoci che siamo tutti creature amate da Dio, destinatarie del suo infinito amore”.
Nel libro intervista è centrale il tema dei divorziati risposati e dei processi di nullità matrimoniale, riformati e semplificati dopo tre secoli da Bergoglio, che ha perfino abolito le parcelle degli avvocati rotali.
“Proprio in questi giorni — racconta il Papa — ho ricevuto l’e-mail di una signora che abita in una città dell’Argentina. Mi racconta che venti anni fa si era rivolta al tribunale ecclesiastico per iniziare il processo di nullità matrimoniale. Le ragioni erano serie e fondate. Un sacerdote le aveva detto che si poteva procedere senza problemi, perchè si trattava di un caso molto chiaro per quanto riguarda l’accertamento delle cause di nullità . Ma per prima cosa, ricevendola, le aveva chiesto di pagare cinquemila dollari. Lei si è scandalizzata, ha lasciato la Chiesa. L’ho chiamata al telefono, ho parlato con lei. Mi ha raccontato di aver avuto due figlie che si impegnano tanto in parrocchia”.
Francesco racconta anche che questa signora argentina “mi ha parlato di un caso appena accaduto nella sua città : un neonato di pochi giorni è morto senza battesimo, in una clinica. Il prete non ha lasciato entrare in chiesa i genitori con la bara del piccolo, ha voluto che si fermassero sulla porta, perchè il bambino non era battezzato e, dunque, non poteva procedere oltre la soglia. Quando la gente si trova di fronte a questi brutti esempi, — sottolinea Bergoglio — in cui vede prevalere l’interesse o la poca misericordia e la chiusura, si scandalizza“.
Un problema, quello dei divorziati risposati che riguarda il Papa in modo diretto: “Io ho una nipote che ha sposato civilmente un uomo prima che lui potesse avere il processo di nullità matrimoniale. Volevano sposarsi, si amavano, volevano dei figli, ne hanno avuti tre. Il giudice civile aveva assegnato a lui anche la custodia dei figli avuti nel primo matrimonio. Quest’uomo era tanto religioso che tutte le domeniche, andando a messa, andava al confessionale e diceva al sacerdote: ‘Io so che lei non mi può assolvere, ma ho peccato in questo e in quest’altro, mi dia una benedizione’. Questo è un uomo religiosamente formato”.
Nel libro Bergoglio condanna senza mezze misure le curiosità dei confessori soprattutto in materia sessuale. “Una volta — racconta il Papa — ho sentito di una donna, sposata da anni, che non si confessava più perchè quando era una ragazza di 13 o 14 anni il confessore le aveva domandato dove metteva le mani quando dormiva. Ci può essere un eccesso di curiosità , in materia sessuale, soprattutto. Oppure un’insistenza nel fare esplicitare particolari che non sono necessari”.
Sulla prostituzione Francesco ricorda l’incontro con una ragazza all’ingresso di un santuario. “Mi ha detto: ‘Sono contenta, padre, vengo a ringraziare la Madonna per una grazia ricevuta’.
Era la più grande dei suoi fratelli, non aveva il papà e per aiutare a mantenere la famiglia si prostituiva: ‘Non c’era altro lavoro nel mio villaggio…’. Mi ha raccontato che un giorno nel postribolo è arrivato un uomo. Si trovava lì per lavoro, veniva da una grande città . Si sono piaciuti e alla fine lui le ha proposto di seguirlo. Per tanto tempo lei si era rivolta alla Madonna chiedendole di darle un lavoro che le permettesse di cambiare vita. Era tutta felice di poter smettere di fare ciò che faceva”.
Le ultime pagine del volume sono dedicate alla corruzione condannata spesso dal Papa nei suoi primi tre anni di pontificato.
Per Francesco essa “non è un atto, ma una condizione, uno stato personale sociale, nel quale uno si abitua a vivere. Il corrotto è così chiuso e appagato nella soddisfazione della sua autosufficienza che non si lascia mettere in discussione da niente e da nessuno. Ha costruito un’autostima che si fonda su atteggiamenti fraudolenti: passa la vita in mezzo alle scorciatoie dell’opportunismo, a prezzo della sua stessa dignità e di quella degli altri. Il corrotto ha sempre la faccia di chi dice: ‘Non sono stato io!’. Quella che mia nonna chiamava ‘faccia da santarellino’”.
Per Bergoglio “il corrotto è quello che s’indigna perchè gli rubano il portafoglio e si lamenta per la scarsità di sicurezza che c’è nelle strade, ma poi truffa lo Stato evadendo le tasse, e magari licenzia i suoi impiegati ogni tre mesi per evitare di assumerli a tempo indeterminato oppure sfrutta il lavoro in nero. E poi si vanta pure con gli amici per queste sue furbizie. È quello che magari va a messa ogni domenica, ma non si fa alcun problema nello sfruttare la sua posizione di potere pretendendo il pagamento di tangenti. La corruzione fa perdere il pudore che custodisce la verità , la bontà , la bellezza. Il corrotto spesso non si accorge del suo stato, proprio come chi ha l’alito pesante e non se ne rende conto. E non è facile per il corrotto uscire da questa condizione per un rimorso interiore. Generalmente il Signore lo salva attraverso le grandi prove della vita, situazioni che non può evitare e che spaccano il guscio costruito poco a poco permettendo così alla grazia di Dio di entrare. Dobbiamo ripeterlo: peccatori sì, corrotti no!“.
Francesco Antonio Grana
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Dicembre 27th, 2015 Riccardo Fucile
AFFARI IN FUMO, VA PEGGIO CHE NEL 2014, CALANO LE PRENOTAZIONI OVUNQUE
PiuÌ€ che della misericordia, per ora eÌ€ il Giubileo della paura. E degli affari andati in fumo. Roma eÌ€ arrivata impreparata all’Anno Santo, tra servizi pubblici mal ridotti e cantieri di manutenzione urbana in parte ancora da iniziare.
Gli attentati di Parigi hanno fatto il resto. Da settimane le basiliche giubilari, i quartieri adiacenti e il centro storico regalano scorci insoliti: pochi fedeli in coda per passare al metal detector prima che alle Porte Sante, piazze semideserte ma blindate dalla polizia e negozi vuoti. Il Natale non ha invertito la tendenza.
A pagare il conto dell’onda lunga del terrorismo sono soprattutto le attivitaÌ€ commerciali: hotel, bed & breakfast, case vacanze e ristoranti.
Oltre il 70 per cento delle imprese romane, rivela uno studio della Confcommercio Roma, pensa che il Giubileo non saraÌ€ un’occasione per migliorare la propria attivitaÌ€, mentre 6 su 10 temono profitti invariati per il 2016.
“L’annuncio dell’evento aveva creato molte aspettative, piuÌ€ passa il tempo piuÌ€ le imprese stanno perdendo la speranza”, ammette sconsolato Rosario Cerra, presidente del’associazione di categoria. Insomma, niente miracolo economico grazie all’Anno Santo. Eppure qualcuno ci aveva investito sul serio.
“Ho rilevato questo negozio a maggio, anche in vista del Giubileo”, racconta amareggiato Max, titolare di un chiosco bar in viale Giulio Cesare, a due passi da San Pietro, “ci aspettavamo tutti di trovarci invasi da pellegrini e invece l’8 dicembre eÌ€ stata la peggiore giornata da quando ho aperto”.
Max è in ottima compagnia: secondo la Confesercenti, dopo gli attentati di Parigi, nei ristoranti della Capitale le prenotazioni sono calate quasi del 30 per cento. Non va meglio per le attivitaÌ€ ricettive.
Federalberghi Roma stima un -5% di prenotazioni rispetto al dicembre 2014.
“Il momento eÌ€ negativo, la combinazione allerta terrorismo e Giubileo ha prodotto il 5 per cento di cancellazioni, rallentano anche le prenotazioni per i prossimi mesi”, spiega Annamaria dell’Hotel Mozart, vicino a piazza di Spagna, in pieno centro.
Non pagano nemmeno le date simbolo dell’anno giubilare: “La notte tra l’8 e il 9 dicembre — prosegue — avevamo 30 camere disponibili su 56. Difficile attrarre turisti in una cittaÌ€ che non programma servizi per loro. A pochi giorni dal Capodanno ancora non sappiamo chi suoneraÌ€ al concerto di piazza. Che pacchetti vendiamo?”
Stessa musica per lo Scout Center di piazza Bologna, un ostello da 130 posti letto: il giorno prima dell’apertura della Porta Santa solo 20 erano occupati.
Quasi rassegnata Emma, titolare di un b&b in piazza Risorgimento, a ridosso del Vaticano: “Il giorno dell’apertura non avevo proprio clienti, eÌ€ un dicembre peggiore alla media, speriamo nella stagione primaverile”.
La diaspora dei pellegrini ha svuotato anche Borgo Pio, elegante strada pedonale che termina a ridosso del colonnato di San Pietro. Qui pizzerie a taglio, bistrot e caffetterie si contendono i pochi clienti.
“Le misure di sicurezza non ci favoriscono, il percorso stabilito per i pellegrini qui non li fa piuÌ€ transitare” lamenta un gelataio.
Caustica la farmacista della zona: “La paura degli attentati ha fatto fuggire tutti, se solo penso che per esequie di Papa Wojtyla mi sono fatta aiutare dalla forza pubblica per chiudere il negozio, tanta era la gente in strada”.
Altro Papa, altro evento.
Per ora la paura del terrorismo prevale sull’indulgenza plenaria.
Antonio Monti
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Dicembre 20th, 2015 Riccardo Fucile
DOPO GLI ULTIMI SCANDALI LA CHIESA ANNUNCIA UNA VERA RIVOLUZIONE NELLA SANITA’ CATTOLICA ITALIANA… BASTA STRUTTURE A PAGAMENTO
Sanità cattolica, si cambia. Nei giorni scorsi è stata annunciata la nascita di una commissione
vaticana chiamata a sovrintendere alle vendite e dismissioni delle strutture ospedaliere legate alla Chiesa nel mondo, e a vigilare sulla loro gestione. Martedì un nuovo segnale, questa volta tutto italiano.
Nell’intervento inviato all’assemblea dell’Aris, l’associazione che riunisce le strutture sanitarie e assistenziali cattoliche, il segretario della Cei Nunzio Galantino ha affermato: «Queste istituzioni sono nate per rispondere alla domanda di salute soprattutto dei più poveri, per testimoniare il Vangelo attraverso una cura competente e integrale della persona malata, per investire risorse umane ed economiche a favore della cura senza trarne profitto di nessun genere. Domando: è sempre così?».
La risposta è no, non sempre è così, e basta guardare la cronaca.
Sia nel caso dell’Istituto Dermopatico dell’Immacolata di Roma, sia in quello della Casa della Divina Provvidenza di Bisceglie, istituto per disabili gravi, a finire nel mirino delle inchieste sono stati religiosi e religiose responsabili della gestione, con annesso sottobosco politico-affaristico. Nel primo caso fratel Franco Decaminada, dei Figli dell’immacolata concezione che gestivano anche l’ospedale San Carlo di Nancy, è stato accusato di aver personalmente sottratto in pochi anni oltre due milioni di euro dalle casse dell’Istituto.
L’inchiesta scaturita da un esposto dei dipendenti rimasti senza stipendio ha portato a ipotizzare, secondo i magistrati, «distrazioni» di fondi per oltre ottanta milioni, malversazioni e appropriazioni indebite che hanno portato l’IDI a un passivo di 845 milioni.
A salvare l’ospedale, con fondi dell’Apsa, è stata la Santa Sede.
È intervenuta la magistratura anche nel caso della Divina Provvidenza, istituto fondato da don Pasquale Uva negli anni Venti, che ha diverse sedi in Puglia.
La Procura di Trani ha scoperto distrazioni di denaro pubblico, clientelismi, bilanci falsi. Sono stati indagati alcuni politici e alcune religiose della casa di cura, il buco è stimato in circa 500 milioni di euro.
Pecore nere
A fronte di queste imbarazzanti «pecore nere», ci sono tante strutture che funzionano.
Gli ospedali cattolici in Italia sono 102 (tra i quali due Policlinici universitari e 19 ospedali classificati), con 17.099 posti letto.
Le strutture per riabilitazione sono 132, con 6.057 posti letto; gli hospice per le cure palliative ai malati oncologici 23, con 346 posti letto.
In totale si tratta di 257 strutture con 23.502 posti letto.
Vi lavorano circa 70.000 operatori sanitari, 8.000 dei quali sono medici.
A questi numeri vanno aggiunte le strutture socio assistenziali per anziani, le case di riposo: quelle cattoliche sono 1.535 per un totale di 78.328 posti letto. Numeri peraltro in costante evoluzione e continuo cambiamento.
Guardando la mappa degli ospedali legati alla Chiesa, balza subito all’occhio un dato: sono concentrati soprattutto in Lombardia e Lazio; a seguire Piemonte, Veneto e Toscana.
La loro presenza diminuisce notevolmente man mano che si scende al Sud. In Sardegna e Calabria non ci sono ospedali cattolici, ma soltanto strutture socio assistenziali.
Che cosa significa? «I dati parlano chiaro – spiega alla Stampa don Carmine Arice, direttore dell’Ufficio per la Pastorale della Salute della Cei – le strutture ospedaliere cattoliche si sono sviluppate di più dove le persone stanno meglio economicamente. La scelta che dobbiamo fare per il futuro è quella di essere più presenti là dove ci sono minori servizi».
Lo Stato risparmia?
Tra i problemi che affliggono queste strutture, oltre a quelli gestionali e a quelli legati al venir meno delle vocazioni dei religiosi che vi sono impiegati, c’è l’annosa questione dei rimborsi.
Le Regioni pagano con notevole ritardo i servizi erogati in regime di convenzione. Una voragine di crediti di questo tipo ha messo a dura prova, negli anni scorsi, anche il Policlinico Gemelli di Roma, dell’Università cattolica.
Diverse stime concordano nell’affermare che la sanità cattolica costi circa il 40 per cento in meno di quella di proprietà pubblica: non tutto viene rimborsato, non ci sono fondi per le ristrutturazioni.
Le somme rimborsate alla sanità cattolica con le convenzioni ammontano a circa un miliardo e 700 milioni l’anno e si può calcolare un risparmio annuale per lo Stato di circa un miliardo e 200 milioni, secondo quanto scrive Giuseppe Rusconi ne «L’impegno» (Rubettino, 2013).
La nuova commissione vaticana, che risponde direttamente al Segretario di Stato, interverrà quando le congregazioni religiose intendono vendere, dismettere, cedere le strutture. E opererà per assicurare trasparenza, buona gestione e fedeltà al carisma dei fondatori.
Quasi sempre ospedali o case di cura sono nati per aiutare chi più aveva bisogno.
«Ci dobbiamo chiedere – osserva ancora don Arice – se abbia ancora senso per la sanità cattolica, passare dal no profit al profit per sopravvivere».
La via tracciata da monsignor Galantino è chiara. Il vescovo ha citato le parole pronunciate il mese scorso da Papa Francesco al convegno ecclesiale di Firenze: «Mi piace una Chiesa italiana inquieta, sempre più vicina agli abbandonati, ai dimenticati, agli imperfetti».
Con meno super-cliniche vip e più ospedali da campo.
Andrea Tornielli
(da “La Stampa”)
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Dicembre 20th, 2015 Riccardo Fucile
“GRAZIE AL MIO LIBRO I SOLDI TORNERANNO AI BIMBI MALATI”
«Sono doppiamente contento. Primo perchè dei soldi destinati alla ricerca per i bambini malati tornano al Bambin Gesù e potranno essere spesi per ciò a cui servivano all’origine. Secondo perchè ogni tanto il giornalismo serve a qualcosa».
Così Emiliano Fittipaldi, autore del libro inchiesta “Avarizia”, in cui svela che la ristrutturazione della nuova casa di Bertone è stata pagata dalla fondazione Bambino Gesù e da un mese sotto accusa in Vaticano per aver divulgato notizie riservate, commenta la donazione del cardinale.
«Ma – aggiunge – resta il paradosso che sotto processo ci sono io, cioè chi ha raccontato quegli strani movimenti bancari, e non chi li ha fatti»
Il cardinale ha detto di essere estraneo alla vicenda. È credibile?
«Avrei delle riserve. Dall’inchiesta giornalistica che ho svolto risulta inverosimile che il pagamento dei lavori sia stato fatto a insaputa di Bertone, come lui sostiene. Enoc dice poi che la questione si è chiusa in modo positivo: il rischio è che vogliano risolvere la faccenda a tarallucci e vino».
La donazione è una ammissione di responsabilità ?
«Per me sì, perchè altrimenti avrebbe potuto farla in qualsiasi altro momento. Ed è una mossa che tradisce: “Bertone ha riconosciuto il danno” vuol dire che la coda di paglia ce l’ha. È la prima volta che il Vaticano, che non ha smentito nulla di ciò che ho scritto, fa una ammissione di responsabilità indiretta».
Tutta questa storia è una vittoria del giornalismo?
«La vicenda di Bertone non è in nessun documento della Cosea ma è frutto di una mia inchiesta sul campo. Se non ci fosse stata, i soldi non sarebbero mai tornati alla fondazione. E c’è ancora tanto da indagare».
Cristiana Salvagni
(da “La Repubblica”)
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Dicembre 20th, 2015 Riccardo Fucile
“CONTRO DI ME UNA SANTA ALLEANZA”
Non un risarcimento ma un gesto di beneficenza, una donazione volontaria all’ospedale Bambino
Gesù che è stato “vittima di una operazione illecita compiuta da altri a mia insaputa”.
L’ex segretario di Stato, Tarcisio Bertone, si dice amareggiato per come è stata “raffigurata” la sua decisione di donare 150mila euro all’ospedale pediatrico romano”. Una somma che lo stesso Cardinale ammette di non avere interamente a disposizione e che, per questo, la devolverà “a rate”.
Si sente “diffamato”, l’ex segretario di Stato Bertone, in merito alle notizie divulgate dai media sul suo appartamento all’interno del Palazzo San Carlo in Vaticano, la cui ristrutturazione – ribadisce “ho pagato con i miei risparmi”, e che “non è di mia proprietà ma resterà al Governatorato”.
Il Cardinale ribadisce che non si tratta di una casa lussuosa come molti hanno detto e scritto, dove non vive solo ma con una piccola comunità di suore, e si dice convinto che contro di lui ci sia “una sorta di santa alleanza, non saprei in quale altro modo definirla – spiega – che fa di tutto per diffamarmi nonostante lo stesso Papa Francesco mi abbia detto di continuare a lavorare e andare avanti”.
“Io – ricorda – sono stato semplicemente un collaboratore fedele di tre Papi. Ho esercitato la mia funzione con coscienza e forse nel mio lavoro ho toccato qualche sensibilità che non conosco. O forse c’è il fatto che per certi media il mio nome fa più pubblicità di altri. E allora tirano sempre in ballo me”.
Nel merito della decisione di donare questa somma all’ospedale, Bertone racconta di aver incontrato la presidente Mariella Enoc e “di aver esaminato ogni cosa”, “anche lei ha riconosciuto, me lo conferma anche in una lettera – spiega il Cardinale – la mia totale estraneità ai fatti, e in particolare alla vicenda dei pagamenti da parte della Fondazione. Non ho avuto direttamente denaro. Tuttavia riconosco che tutto quello che è accaduto ha costituito per il nostro ospedale un danno”.
La donazione andrà a sostenere dei progetti di ricerca per le malattie rare: “È una donazione che dice del mio attaccamento anche sentimentale alla struttura e ai suoi piccoli pazienti”, “questo è nel mio dna e nella mia storia”, commenta.
Il Cardinale si dice sicuro che “il Vaticano che, nei suoi organi competenti, sta facendo le dovute indagini, senz’altro andrà fino in fondo e appurerà tutto”.
“Sono stato in tutta coscienza un servitore fedele -conclude Bertone- Certo, anche io come tutti ho bisogno di misericordia, e francamente se ci fosse un pò più di misericordia nei miei confronti anche da parte dei media vivrei più sereno e con meno sofferenze”.
(da “Huffingtonpost“)
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