Luglio 26th, 2011 Riccardo Fucile
I COMUNI AUMENTANO DI NUOVO LA TARSU, IN TESTA ROMA E VENEZIA: + 30% IN 4 ANNI…ORA TOCCA A MILANO E PALERMO, NUOVA ONDATA DI AUMENTI
Ad Andria sono scesi in piazza anziani signori e mamme con bambini, a Macerata la protesta corre sul Web, malumori si levano dalla provincia di Massa Carrara fino ad Agrigento.
L’oggetto del malessere è la Tarsu, tassa sui rifiuti solidi urbani, il balzello sulla spazzatura.
Lo pagano tutti, nessuno ne parla nei sofisticati centri studi che preferiscono ragionare sulla pressione fiscale e sul prodotto interno lordo.
Qui invece non centrano Fmi e Ocse: la mazzata viene dalle giunte comunali, di destra o di sinistra, in una raffica di rincari bipartisan che sta investendo, in questi giorni, molti degli 8 mila municipi italiani.
Il motivo del disagio sta in una cifra tonda, elaborata da un puntuale e tempestivo rapporto della Uil-Politiche territoriali: in tre anni, dal 2008 e il 2010 il rincaro medio nelle venti città capoluogo di Regione è stato del 7,6 per cento.
Significa che una famiglia media, di quattro componenti, che vive in una appartamento medio di 80 metri quadrati e che ha un reddito imponibile Irpef di 36 mila euro, tre anni fa si vedeva recapitare una bolletta di 194 euro e oggi deve sborsare 209 euro, circa 15 euro in più.
Ma questa è solo la media, che tiene fuori la molteplicità dei microcomuni che spesso con la Tarsu non scherzano.
E anche tra capoluogo e capoluogo le differenze si fanno sentire: il caso clamoroso e imbarazzante è Napoli. In tre anni la Tarsu è cresciuta del 48 per cento e il cittadino medio, sommerso dai rifiuti e dalle rivolte, paga 336,80 euro all’anno, la cifra più alta tra i capoluoghi.
Roma e Venezia in quattro anni hanno messo a segno aumenti vicini al 30 per cento. “Sono colpiti principalmente lavoratori dipendenti e pensionati. Invece di aumentare le tasse bisognerebbe tagliare i costi della politica”, osserva Guglielmo Loy, segretario confederale della Uil.
La raffica di rincari, scattati dal 2008, ha una ragione: in quell’anno il governo bloccò le addizionali comunali e gli incrementi dell’Ici ma lasciò le mani libere ai Municipi per la tassa sull’immondizia.
Così sono scattati gli aumenti a mitraglia.
Ma non è finita, stretti dai tagli di Tremonti, i Comuni stanno nuovamente mettendo mano alla famigerata Tarsu.
Città , sporche o pulite che siano, rispondono ad una sola parola d’ordine: aumentare. Così è pronta a farlo Milano, se ne discute a Palermo, mentre Roma ha già deliberato un aumento del 12 per cento rispetto al 2010 (in media si pagano già 317 euro), Venezia ha raggiunto i 325 euro medi (+ 23,6 per cento rispetto al 2010), Aosta ha già deliberato per il 2011, rispetto all’anno precedente, un aumento del 9,3 per cento, Trento del 9,3 per cento, Genova del 6,5 per cento ed anche Bologna non ha rinunciato a mettere nero su bianco un contestato rincaro del 5,1 per cento.
Chi spulcia nei bilanci sa, inoltre, che sulla Tarsu gravano altre tasse: il 10 per cento dei defunti Eca (enti comunali di assistenza) e un occulto prelievo provinciale.
La longa manus fiscale delle province, enti per molti destinati a sparire, fa gravare sull’importo della Tarsu una sovratassa che va dall’1 al 5 per cento e si chiama Tributo per l’esercizio della funzione ambientale (Tefa).
Ebbene la stragrande maggioranza delle province (86 amministrazioni su 106) applica l’aliquota più alta.
Per 5,8 milioni di contribuenti oltre al danno di pagare sempre di più anche la beffa di aver pagato indebitamente e di non essere stati ancora rimborsati.
Molti comuni, infatti, invece di far pagare la Tarsu, che è una tassa, impongono la Tia (o Tari) che è una tariffa e su questa fanno pagare l’Iva.
La Corte costituzionale, nel luglio scorso, ha stabilito che la Tia è semplicemente una tassa mascherata e dunque su di essa non può gravare l’Iva.
Il conto è di 933 milioni, 161 euro pro capite, che 1.193 Comuni del Centro Nord dovranno restituire.
Roberto Petrini
(da “La Repubblica“)
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Luglio 25th, 2011 Riccardo Fucile
L’EX SINDACO DI MILANO ROMPE IL SILENZIO DOPO 50 GIORNI DALLE ELEZIONI MILANESI: “AVVERTO UN DISAGIO PROFONDO”…”SI E’ SMARRITO IL SIGNIFICATO VERO DI POLITICA AL SERVIZIO DEL CITTADINO”…”LA MANOVRA ECONOMICA NON RISPONDE ALLA DOMANDA CHE SALE DAL PAESE”
Un mese e mezzo dopo aver lasciato Palazzo Marino, Letizia Moratti rompe il silenzio.
«La manovra del governo è rigorosa. È stata approvata da Bruxelles. Ma non risponde alla domanda, che sale dal Paese, di una nuova etica politica. Non si possono chiedere ai cittadini sacrifici durissimi, senza fare sacrifici a propria volta. Non si possono tassare i pensionati, senza tagliare i costi della politica: gli emolumenti dei parlamentari, ma soprattutto le inefficienze della macchina amministrativa dello Stato, che costituiscono il maggior impedimento allo sviluppo del Paese. Questo mi induce oggi a riflettere sulla scelta che ho fatto due anni fa di entrare nel Pdl. Avverto un disagio profondo: non so più se la mia idea di politica, di una politica eticamente fondata, corrisponda ancora alla politica che pare aver smarrito il significato vero di servizio ai cittadini».
Letizia Moratti, sta pensando di lasciare la politica, o il suo partito?
Di certo non lascio la politica. Non voglio comunque fare passi affrettati in un momento in cui verrebbero strumentalizzati per alimentare una polemica tra schieramenti che non produce riflessioni e chiarimenti profondi. È una scelta difficile perchè mi sento stretta nella tenaglia tra una politica egoista, che difende privilegi e poteri, e una politica demagogica che cavalca il vento dell’opinione pubblica ma non affronta i nodi del sistema. Il mio impegno continua, nel solco del riformismo liberale e della solidarietà espressa nella dottrina sociale della Chiesa. Trovo però sempre più difficile riconoscermi in un partito che non ha saputo fare le scelte di libertà e di equità che il Paese chiedeva.
Quali colpe imputa al Pdl?
La questione non riguarda solo il Pdl. Anche l’opposizione ha le sue colpe: nei momenti cruciali si è limitata ad astenersi e non ha mai fatto proposte concrete per il rinnovamento e la crescita del Paese. Ma la responsabilità della manovra è del partito di maggioranza. Il vero ostacolo alla crescita è questa resistenza al cambiamento. Purtroppo, l’impulso al cambiamento che era venuto dal governo Berlusconi del 2001, e prima ancora dai governi di centrosinistra, oggi sembra perduto».
Il Pdl si è appena dato un nuovo segretario, Alfano.
Sarebbe ingiusto, prematuro, non corretto dare giudizi su chi si accinge a operare in un ruolo delicato. Massima apertura e rispetto. Ma il Pdl deve tornare alle radici. Alle forze del Partito popolare europeo. All’idea di libertà , di responsabilità individuale. Io seguirò con attenzione il nuovo cammino del partito. E ne trarrò le conseguenze.
Lei ha parlato di questo con Berlusconi?
Sì. Ne ho parlato in passato, con Berlusconi e con Tremonti, e anche negli ultimi giorni. Ho espresso la mia convinzione che si debba andare oltre la politica dei tagli lineari, verso la spending review , un’autentica riforma della spesa pubblica. Invece si va nella direzione opposta. Si è ridotto al minimo lo scarto tra Comuni virtuosi e Comuni non virtuosi, riducendo sia la premialità per chi ha i bilanci in ordine sia le penalizzazioni per chi non li ha. La revisione e ristrutturazione della spesa pubblica erano state avviate dal governo Berlusconi nel 2001, ma sono state interrotte. Anche il cammino del federalismo fiscale è rimasto incompiuto. Manca la cultura dell’efficienza e del merito. Manca una forte motivazione etica.
Non crede che anche il tono della campagna elettorale e il clima da scontro finale con la magistratura spieghino il calo del Pdl, in particolare a Milano?
A Milano, caso unico in Italia, il Pdl non è calato. Sommando i voti del partito a quelli della lista civica a me vicina, si arriva a quota 186 mila. Più che alle Regionali 2010, sui livelli delle Provinciali 2009».
Ma per la prima volta il centrodestra ha perso il Comune.
E anche da questo si devono trarre riflessioni. È sempre doveroso riflettere sulle sconfitte.
Non crede che la strategia di Berlusconi abbia disorientato molti moderati?
Il momento imporrebbe di operare per una maggiore coesione nel Paese, come ha più volte chiesto il presidente Napolitano. Non voglio fare polemiche sul passato. Metto in guardia su un pericolo: per chiedere i sacrifici ai cittadini occorrono consenso e credibilità . Rinviando i tagli della politica, non si hanno nè l’uno, nè l’altra.
Quali tagli propone?
Se anche tutti i parlamentari si riducessero lo stipendio del 10 per cento, avvicinandosi alle medie europee, sarebbe un fatto poco più che simbolico. Bisogna agire su proposte di riforma molto più forti, che devono essere realizzate subito. Per esempio, la riduzione del numero dei parlamentari. La drastica riduzione, se non abolizione, delle Province; difese anche dal Pd, affezionato a privilegi e clientele. Il rilancio del progetto delle città metropolitane, cui all’Anci avevamo lavorato con il ministro Maroni. Il federalismo fiscale, con il meccanismo del fabbisogno standard, che introdurrebbe principi di maggiore qualità e minori costi nei servizi ai cittadini. Sulla sussidiarietà , sul trasferimento di funzioni ai privati, lavorano il governo britannico, quello tedesco, persino Obama. E il nostro? Tra il ’92 e il 2000, con i governi Amato, Ciampi, Prodi, D’Alema, i costi della macchina amministrativa erano scesi di due punti di Pil. Segno che riformare è possibile.
Che effetto le ha fatto il caso Penati?
I giudizi si danno alla fine. Mi sembra però la conseguenza di un allontanamento dallo spirito di servizio che dovrebbe sempre animare la politica. È quello che bisogna ritrovare.
E il caso Milanese?
Idem. Dobbiamo essere più rigorosi possibile, quando è in gioco l’etica politica.
L’etica è un problema anche per il Pdl?
Certo. L’ultima manovra è il risultato di una politica che ha perso il senso etico. Da qui il mio disagio. Ma in gioco c’è molto di più. In tutto l’Occidente si avverte la necessità di ritrovare una cultura del limite e il compito spetta prima di tutto alle classi dirigente.
Pensa che la leadership di Berlusconi possa avere un futuro? O è finita?
È finito il tempo di questa politica. Una politica che non è capace di coniugare rigore e crescita, che chiede sacrifici ai cittadini ma non li sa imporre a se stessa.
Il Pdl paga anche il fatto di aver lasciato troppo spazio alla Lega?
Il Pdl deve recuperare la cultura dei popolari e dei liberali europei, che tutela i più deboli e non le rendite di posizione, che propugna una big society , come quella di Cameron.
Il Pdl ha abbandonato questa via perchè troppo forte è stato il condizionamento della Lega?
Può darsi.
Il Pdl deve tenere un dialogo più stretto con mondi attorno a cui potrebbe ritrovarsi, i moderati, i cattolici?
Personalmente, ne sono convinta.
Ma dove immagina il suo futuro? Dopo Berlusconi, saranno altri leader e altri partiti a rappresentare i ceti moderati?
Il mio impegno politico sarà indirizzato al dialogo con tutte le forze che intendono lavorare su una piattaforma programmatica davvero riformista, liberale e solidale. Le mie critiche vogliono ancora essere un contributo costruttivo al rinnovamento del Pdl. Mi auguro sinceramente che il Pdl possa mettersi alla guida di questo necessario cambiamento.
Se non lo fa?
Se non lo fa il Pdl, lo faranno altre forze. I vuoti politici vengono sempre colmati.
Aldo Cazzullo
(da “Il Corriere della Sera”)
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Luglio 8th, 2011 Riccardo Fucile
DOMICILIARI PER CARLO BARBIERI, SINDACO DI VOGHERA…TRASMESSA ALLA CAMERA LA RICHIESTA DI ARRESTO DELL’UOMO DI FIDUCIA DEL MINISTRO TREMONTI
Una ordinanza di custodia cautelare in carcere è stata emessa nei confronti del deputato del Pdl, Marco Mario Milanese.
Il provvedimento, emesso su richiesta del pm Vincenzo Piscitelli della sezione Criminalità economica della Procura di Napoli, è stato trasmesso alla camera dei Deputati per l’autorizzazione all’arresto.
Le accuse contestate all’ex uomo di stretta fiducia del ministro dell’ Economia Giulio Tremonti, sono di corruzione, rivelazione di segreto d’ufficio e associazione per delinquere.
Le indagini rappresentano lo sviluppo dell’inchiesta in cui è coinvolto, tra gli altri, Paolo Viscione in relazione alle attività della società assicurativa Eig.
Viscione è un avvocato campano, coinvolto insieme al figlio Vincenzo e un’ altra decina di inquisiti in una sospetta truffa da decine di milioni di euro nel campo delle assicurazioni internazionali.
Secondo l’accusa, Milanese avrebbe ricevuto da Viscione e dalla società somme di denaro nonchè orologi di valore, gioielli e auto di lusso come una Ferrari e una Bentley, viaggi e soggiorni all’estero.
Tali «regali», secondo le affermazioni fatte da Viscione costituivano il corrispettivo della rivelazione di notizie riservate e interventi per rallentare le indagini della Guardia di Finanza sulla società assicurativa.
Nell’ambito dell’inchiesta, gli agenti della Digos di Napoli hanno eseguito anche altre due ordinanze agli arresti domiciliari nei confronti del sindaco di Voghera, Carlo Barbieri, e del commercialista Guido Marchesi, anch’egli di Voghera.
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Luglio 5th, 2011 Riccardo Fucile
GLI EFFETTI DEL TAGLIO DA 10 MILIARDI PREVISTO DALLA MANOVRA….I CITTADINI DEL NORD VEDRANNO SPARIRE LE ESENZIONI…..AL SUD ALIQUOTE MASSIME E MENO SERVIZI
Piccoli e grandi Enti locali sono pronti a scendere in piazza.
La manovra così com’è rischia di strangolare i bilanci di Regioni, Comuni e Province che subiranno un taglio pesante pari a 9,6 miliardi.
Le possibili contromisure sono già sul tavolo di sindaci e governatori.
A partire dal prossimo anno è previsto un inasprimento delle addizionali, sono allo studio aumenti per tassa rifiuti, Ipt e Rc auto, i ticket saranno più salati, i servizi sociali verranno ridotti ai minimi termini e il turismo sopporterà l’introduzione della tassa di soggiorno.
Piemonte. La Regione non ha margini di manovra. Dal 2008 l’addizionale Irpef è ai massimi. A Torino la situazione è complessa: non è possibile aumentare l’addizionale visto che l’aliquota è già allo 0,4%. L’unico balzello che la giunta potrà approvare sarà la tassa di soggiorno in una forbice tra 0,50 e 2 euro. «Ma non sarà sufficiente», dice l’assessore al Bilancio del Comune, Gianguido Passoni, «dobbiamo già fare i conti con 74 milioni in meno». Il Comune sarà poi costretto a tagliare servizi: gli orari degli sportelli, l’organizzazione degli asili.
Lombardia. La Regione fa pagare ai cittadini un’addizionale Irpef al minimo (lo 0,9%). Diverso il caso di Milano dove questo balzello non è mai stato introdotto. Il sindaco Pisapia, però, accusa la precedente giunta di aver nascosto un buco nei conti da 180 milioni e critica pesantemente la manovra: per questo l’addizionale rischia di essere introdotta.
Liguria. Potrebbe saltare l’esenzione Irpef per i redditi tra i 20 ed i 30 mila euro. «Questo ci consentirà di recuperare 36 milioni di gettito» spiega l’assessore regionale alle Risorse finanziarie Pippo Rossetti. La Spezia, Savona e Imperia hanno già aumentato del 3,5% la Rc auto. Il costo della manovra in cifre per la Regione Liguria? «Nel 2011 il governo ci ha tolto 154 milioni di capacità di spesa, nel 2012 ne toglie altri 30. Tra il 2013 ed il 2014 calcoliamo una riduzione di altri 30 milioni».
Emilia Romagna. Allarme alto nella sanità . La Regione stima tagli attorno a 500 milioni e medita la reintroduzione del ticket. Bologna, invece, sta riorganizzando i nidi comunali: le rette sono aumentate fino a 200 euro al mese. E sono molte le incognite per la realizzazione della metropolitana.
Toscana. A Firenze tra 2011 e 2013 mancheranno all’appello 45 milioni. Nel 2014, raddoppio: altri 26 milioni in meno, per un totale di 71 milioni. Secondo l’assessore regionale al Bilancio Riccardo Nencini «lasceremo sul campo 1 miliardo di euro di minori trasferimenti».
Lazio. Qui la manovra rischia di far saltare il banco: Roma già dispone dell’addizionale comunale più alta d’Italia, pari allo 0,9% e l’addizionale regionale è all’1,7%. La tassa di soggiorno è operativa e dunque non resta che mettere mano ai servizi sociali.
Campania. «È una manovra insostenibile, soprattutto per le realtà del Mezzogiorno», si sfoga l’assessore al bilancio del Comune di Napoli Riccardo Realfonzo. Unica via di fuga un aggiustamento verso l’alto della pressione fiscale.
Puglia. La Regione ha giocato d’anticipo e per ridurre il deficit della sanità ha elevato all’1,2% l’addizionale Irpef. La benzina è ricarata di 25 centesimi al litro mentre dal 1 luglio è stata ridotta la soglia di esenzione dal ticket per i redditi oltre i 18mila euro. «Aspettiamo di conoscere le misure – dice l’assessore al Bilancio di Bari Giovanni Giannini – se non si interverrà sui Comuni virtuosi allora Bari sarà salva. Altrimenti bisognerà ritoccare tassa rifiuti e tariffe dei servizi».
Sicilia. Tasse: la Regione è già ai massimi livelli causa debito della sanità , mentre i Comuni, Palermo in testa, ancora non sanno se e come incrementeranno la tassazione visto che l’aliquota Irpef supera già lo 0,4%.
Lucio Cillis
(da “La Repubblica“)
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Giugno 26th, 2011 Riccardo Fucile
DOPO LE TENSIONI TRA I MARONIANI E REGUZZONI, IL SENATUR PARE RITORNATO SOTTO LE “AMOREVOLI CURE” DELLE BADANTI DEL CERCHIO MAGICO…IN UN COMIZIO A MAGENTA PAROLE POCO GENTILI VERSO I MARONITI
“Ci metto due secondi a chiedere al Consiglio federale l’espulsione di chi si mette di traverso, anche se ci sono persone importanti: la base sa bene che chi fa casino nel partito non lo fa per interesse comune, ma per interesse di altri”.
Lo ha detto ieri sera Umberto Bossi che, in un comizio a Magenta, ha spiegato che in questa settimana «c’è stato un momento difficile» quando si è dovuto votare sul capogruppo alla Camera.
Il riferimento è al caso Reguzzoni e alle tensioni che ne sono seguite.
Questa settimana c’è stato «un momento difficile, ho avuto problemi perchè si trattava di votare per il capogruppo alla Camera. Il capogruppo è uno che dev’essere bravo a trattare ed esperto: volevano mettere uno che non era esperto, non avrei dormito più a saperlo a Roma» ha spiegato il Senatùr.
In pratica il riferimento e’ al candidato bergamasco gradito a Maroni e sul quale ci sarebbe stata la convergenza dell’80% del gruppo del Carroccio. Vista la malaparata, i vari Bricolo, Reguzzoni, Rosi Mauro, con il sedicente dottor Belsito a reggere lo strascico, ovvero i “cerchisti magici” che proteggono il pisolino del Senatur, hanno trascinato Bossi a presiedere la riunione per l’elezione del nuovo capogruppo.
Bossi ha detto che si poteva solo “acclamare” (Reguzzoni, ovvio, come da indicazione della Manuela) ma non votare.
E Reguzzoni è rimasto capogruppo, almeno fino a quando (governo reggendo e quindi permettendo) non assumerà la carica di ministro verso l’autunno.
Il fatto che Bossi ieri sera abbia dovuto minacciare di cacciare chi non si allinea è in realtà più una dimostrazione di debolezza che di forza.
Fa sorridere poi che pensi ad espellere qualcuno, quando sono ormai gli elettori del Carroccio ad allontanarsi volontariamente da lui.
Non è poi mancato durante il comizio il solito avvertimento al premier.
“L’accordo è semplice – è l’aut aut del capo lumbard – Berlusconi deve fare quello che gli abbiamo chiesto a Pontida o la Lega non andrà più con lui: ma non sarà la sinistra a portarci a quel punto».
Insomma il Senatur ormai spara con la pistolina ad acqua sbagliando sempre la mira.
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Giugno 21st, 2011 Riccardo Fucile
DAGLI ANNI ’80 SE NE SONO SENTITE TANTE: NON PAGHEREMO L’ICI E NEANCHE IL CANONE, NON COMPREREMO I BOT, RAI2 SARA’ TRASFERITA A MILANO… L’UNICA VOLTA CHE BOSSI REALIZZO’ UNA PROMESSA FU QUANDO CREO’ LA BANCA PADANA CREDIEURONORD: INFATTI FALLI’ FREGANDO GLI AZIONISTI
A metà pomeriggio, quando finisce il collegamento in diretta per Sky e come sfondo si era
scelto proprio le scale della Villa Reale, a Marco Mariani, 54 anni, sindaco leghista di Monza, più di un dubbio era già venuto.
«Il decreto del governo che trasferisce qui i ministeri? Io non l’ho visto, però mi hanno detto che c’è».
E vatti a fidare quando ci son di mezzo le parole di Bossi, e da Pontida poi: dove intenzioni e realtà s’incrociano per un pomeriggio, e poi ciao.
«Sì, lo so, anche l’anno scorso aveva parlato dei ministeri da trasferire al Nord. Ma questa volta a me hanno detto che c’è un decreto. Ci devo credere, no?».
Povero sindaco Mariani, che giornate.
E’ da sabato pomeriggio, quando Bossi ha annunciato questo paio di traslochi ministeriali nella sua Monza, che il sindaco passa le ore a rispondere o divagare.
Certo, basta credere che sia così, che i ministeri arrivino davvero.
«Ma sì, insomma, saranno degli uffici decentrati», dice. «Mica mi hanno chiesto 2 mila metri quadri, basterà poco?».
E’ che Mariani non lo può dire, lo rinchiuderebbero subito come la Monaca di Monza. Ma anche questa storia dei ministeri al Nord sembra una tipica storia leghista, un annuncio che dura un paio di giorni, poi sparisce, poi ritorna e infine non si capirà più se è tutto vero, o appena verosimile, oppure una guasconata che si sa come finirà : in niente, ma con un colpevole da cercare.
Era andata così fin dalla fine degli Anni 80.
Per la serie le cattive intenzioni che non si realizzano: non pagheremo l’Ici, non pagheremo il canone Rai, non compreremo i Bot. Una per le buone, aprile 2003: evviva, Rai2 si è trasferita a Milano.
E poi non è mai successo nulla.
Però l’annuncio c’è stato, e domenica qualcosa in più: il sindaco Mariani, a Pontida, ha avuto l’onore di salire sul palco, accanto a Bossi, con la targa di ottone lucido del ministero da trasloco, una vecchia chiave arrugginita e un librone sulla Villa Reale. Caspita, più vero di così.
Bossi e Calderoli e Tremonti hanno già provveduto al sopralluogo, vero sindaco? «Son venuti qui lo scorso autunno – ricorda -, perchè volevo fargli vedere in che condizioni era la Villa, così dalla Regione Lombardia mi sono arrivati 19 milioni di euro».
E non si era parlato, nell’occasione, di traslochi pesanti.
Bossi non ha più tempo per occuparsi di questa pratica e Mariani si sente un poco solo.
Blogger, “rottamatore”, consigliere regionale del Pd e cittadino monzese, Pippo Civati ha già rivelato che la Villa Reale non è più nella disponibilità del Comune, ora l’ha in gestione una società privata, e dunque il sindaco non può concedere nulla a nessuno, manco a Bossi, e men che meno gratis.
«E’ un bravo figliolo, il Civati, ma mente sapendo di mentolo – risponde Mariani -. Lui si riferisce a un percorso museale in vista dell’Expo, e a 27 milioni di euro di investimento. Ma la Villa ha 740 stanze, e 450 sono ancora libere e tutte nostre».
Vada come vada, e se aprirà un ufficio di rappresentanza per Monza sarà già un successo, resta che Bossi si conferma un artista nei magheggi da marketing della politica.
Inventa e crea dal nulla, poi provvedono i politici con le loro dichiarazioni a favore o contro, tv e giornali rilanciano e anche dopo questa Pontida tra palco e realtà la confusione è facile.
Eppure, proprio in vista del Gran Raduno, a un leghista doc come Roberto Castelli era sfuggita una frase che aiuta a capire: «Bossi dice sempre che in politica non è vero ciò che è vero, ma ciò che sembra vero».
Era giovedì, forse Castelli pensava a sabato…
Perchè sabato, e al teatro Donizetti di Bergamo c’era anche Castelli, si è vista la dimostrazione di quella frase.
Autorità politiche, civili, religiose e militari per una conferenza stampa senza domande e con un annuncio: «Presentazione della nuova sede della Scuola Superiore della Magistratura».
Affidata alle parole di Bossi, nonostante la presenza di Angelino Alfano ministro della Giustizia, si è trasformata nella esaltazione della Scuola per Magistrati, come se le iscrizioni fossero già chiuse, le lezioni imminenti, «e finalmente, perchè sono più tranquillo se vado a farmi giudicare da un magistrato che capisce il mio dialetto».
E invece anche questa è una storia appena verosimile, piuttosto pasticciata e comunque già parecchio costosa.
E’ dal 2008 che la Curia di Bergamo, proprietaria dell’Opera Sant’Alessandro, incassa 242 mila euro all’anno per l’affitto di una sede vuota, grande due mila metri quadrati. Comune e Provincia hanno pagato fino a dicembre scorso, e con qualche mugugno. Da gennaio, e questa sarebbe l’unica novità , l’affitto non è a più carico dei soli cittadini di Bergamo e provincia, ma del ministero di Giustizia, e dunque proprio di tutti, padani e terùn.
E la scuola per magistrati?
Al tempo, se la sede è vuota immaginarsi il resto.
Tanto a Bossi va bene così. «La Scuola per magistrati è decentramento», ha deciso sabato.
Più o meno come i ministeri a Monza, l’importante è annunciare.
Chissà che fine hanno fatto i negozi del «Made in Padania», o la Cinecittà del Nord inaugurata nella sede della Manifattura Tabacchi di Milano.
Almeno una volta Bossi ha mantenuto la promessa, quando anche i leghisti un bel giorno ebbero una banca.
Ma basta nominare la CredieuroNord e ancora oggi, a 7 anni dal crack, i parlamentari mettono mano al portafoglio: per pagare i creditori.
Perchè annunciare, anche in Padania, è sempre meglio che fallire.
E alla Lega costa niente.
Giovanni Cerruti
(da “La Stampa“)
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Giugno 14th, 2011 Riccardo Fucile
NELLE AMMINISTRATIVE DI IERI IL PDL HA PERSO I SINDACI…IL TERZO POLO: “E’ LA SVOLTA”…DA BAGHERIA A VITTORIA, DA NOTO A LENTINI IL PDL ESCE SCONFITTO…SU 11 COMUNI IL PDL NE PERDE 9
L’onda lunga del referendum abbatte anche il tradizionale fortino del centrodestra.
E in Sicilia Pd e Terzo Polo fanno man bassa di successi nel secondo turno delle amministrative.
Da Bagheria a Vittoria, i centri più grandi interessati dai ballottaggi, da Noto a Lentini: l’alleanza che sostiene il governo regionale vince quasi ovunque.
Conquista sei Comuni su undici, mette lo zampino nelle affermazioni di altri candidati sostenuti da liste civiche e lascia al Pdl la guida di due soli enti, Favara e Patti.
Un risultato che fa esultare Pierferdinando Casini: «Questo straordinario successo dimostra che il Terzo polo è decollato nella regione e che si possono prospettare nuove forme di collaborazione con il Pd, davanti a una pretesa di autosufficienza assai arrogante del Pdl e dei suoi alleati. Oggi è la giornata dei referendum – dice il leader dell’Udc – ma invito a riflettere su ciò che è maturato in Sicilia».
Quello di far coincidere i ballottaggi delle amministrative con il referendum, d’altronde, era stata una scelta precisa, fatta dalla giunta di Raffaele Lombardo su richiesta del Pd.
Tutti i candidati anti-berlusconiani, nell’Isola, avevano fatto campagna elettorale per se stessi e per i quattro “sì”.
L’effetto-traino, alla luce dell’esito elettorale, ha funzionato.
A cominciare da Bagheria, centro di oltre cinquantamila abitanti alle porte di Palermo, dove l’Udc ha candidato un ex consigliere provinciale del Pdl, Vincenzo Lo Meo, che al secondo turno ha trovato l’appoggio di un Pd prima diviso.
Era venuto lo stesso Casini, venerdì, a sostenere la volata finale del suo rappresentante, e mercoledì lo aveva preceduto il presidente della Camera Gianfranco Fini.
In quello che è stato il regno di Totò Cuffaro, il candidato sostenuto da Terzo Polo e Pd ha sconfitto l’ultimo erede dell’ex governatore in carcere per favoreggiamento alla mafia: Bartolo Di Salvo, un ingegnere sponsorizzato dal ministro delle Politiche agricole Saverio Romano.
Ce n’è abbastanza perchè Giampiero D’Alia, capogruppo al Senato dell’Udc, parli di «terza sberla per Berlusconi».
Anche perchè la stessa alleanza, dall’altra parte dell’Isola, a Noto, ha premiato Corrado Bonfanti, candidato di Fli vicino a Fabio Granata: «La terra del 61 aO – dice il vicepresidente della commissione Antimafia – può diventare esattamente l’opposto, ovvero terra bruciata per questo centro- destra capeggiato dal Pdl».
«Quella fra Terzo Polo e Pd è un’alleanza decisiva», dice il senatore del Pd Beppe Lumia e in tanti ora parlano di conferma del «modello Macerata», di una indicazione a favore del centrosinistra allargato che giunge dall’estremo Sud.
A Vittoria il candidato del Pd Giuseppe Nicosia ha vinto con un cartello che, al ballottaggio, si estendeva dall’Udc a Sinistra e Libertà .
E a Lentini, in provincia di Siracusa, il nuovo sindaco Alfio Mangiameli rappresenta una coalizione che va dal Terzo Polo all’intera Federazione della Sinistra.
In Sicilia, già nel 2009, c’erano state le avvisaglie della crisi del Pdl: Lombardo aveva rotto con i “lealisti” fedeli a Schifani e Alfano e aveva formato una giunta con i finiani, aprendo poi al Pd e all’Udc dei casiniani sopravvissuti a Cuffaro.
Una parte dei democratici ora chiede a Lombardo di contribuire alla costruzione di una alleanza ancora più vasta, con l’apporto di Idv e Sel, in vista delle future elezioni regionali.
Ma sia la sinistra che il governatore non si sono detti sinora disponibili.
Il voto di ieri può aprire nuovi scenari.
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Giugno 12th, 2011 Riccardo Fucile
DUE RIFORME IN QUINDICI ANNI CI HANNO LASCIATO IN EREDITA’ UN SISTEMA IDRICO PIENO DI FALLE…PER FARLO FUNZIONARE SERVONO 64 MILIARDI DI INVESTIMENTI, MA IL MERCATO NON E’ SINONIMO DI SVILUPPO
Due italiani su dieci non hanno le fogne. 
Dai rubinetti del sud, in un caso su due, esce acqua non depurata.
E i 300mila chilometri di tubi che trasportano l’oro blu alle case tricolori perdono per strada (dice il Censis) il 47% del prezioso liquido che raccolgono alle sorgenti.
Si può votare sì o no.
Sostenere che l’acqua è bene comune inalienabile o che per farla funzionare bene – vista l’inefficienza del pubblico – è meglio affidarla ai privati.
Una cosa però è certa: due riforme (incompiute) in 15 anni, prima la legge Galli e poi il decreto Ronchi, ci hanno lasciato in eredità un sistema idrico pieno di falle.
Per farlo funzionare servono (stima Utilitatis) 64 miliardi di investimenti nei prossimi 30 anni. Che qualcuno – Stato o mercato – dovrà mettere sul tavolo.
Cosa succederà consegnando nelle mani dei privati – ancorchè sorvegliati da un’authority fresca di nomina – la gestione (proprietà e reti rimarranno pubbliche) di questa montagna d’oro e del ricco business delle bollette?
Qualche parziale risposta ce la dà la storia dei primi 15 anni di semi-liberalizzazione degli acquedotti tricolori.
Un esercizio che consente di far piazza pulita di qualche luogo comune e spiegare, cifre alla mano, cosa potrebbe capitare al servizio idrico e alle nostre bollette una volta traghettati del tutto nel mondo del profitto.
Il pubblico non funziona. Falso (almeno in parte).
L’acqua italiana è ancora in buona parte in mano agli enti locali – 54 Ambiti territoriali ottimali (Ato) su 92, più altri 13 affidati a multiutility a forte presenza pubblica – e nel mazzo c’è di tutto.
Enti inefficienti trasformati in poltronifici e macchine da voti sul territorio.
Ma anche aziende che funzionano come orologi: Milano ha l’acqua (pubblica) meno cara d’Italia e perde dai tubi 11 litri su 100, livelli quasi tedeschi.
L’Acquedotto pugliese, una volta simbolo della malagestio degli enti locali, è diventato oggi un’azienda sana che investe, promossa a più riprese persino dalle arcigne agenzie di rating. La Smat di Torino è uscita alla grande da uno studio comparativo sull’efficienza pubblico-privato dell’Istituto Bruno Leoni, think tank iper-liberista.
Tra i privati (basta chiedere ai cittadini di Agrigento) ci sono gestioni che faticano ancora a portare l’acqua ai rubinetti tutti i giorni della settimana.
E in fondo persino Parigi e Berlino, dopo aver provato sulla loro pelle gioie e dolori dell’acqua privata, hanno deciso di fare marcia indietro rimettendo le mani sulla gestione dei loro acquedotti.
Tariffe più alte con i privati. Vero.
Ma con una parziale spiegazione. Dal 2002 al 2010, con lo sbarco del mercato negli acquedotti, le bollette degli italiani sono cresciute del 65%.
Nove anni fa ogni italiano pagava in media 182 euro l’anno, oggi siamo a 301.
Colpa della privatizzazione? A guardare la classifica delle città più costose, verrebbe da dire di sì: 21 dei 25 Ato più cari d’Italia sono in mano a privati o in gestione mista.
I cittadini di Latina lamentano aumenti fino al 3000% dopo il parziale ritiro del pubblico, rialzi a tre cifre si sono registrati anche in Liguria e Toscana.
Un’enormità .
La ragione, sostengono i diretti interessati, è semplice: le bollette più alte sono quelle che scontano i maggiori investimenti. I privati ne mandano in porto in media l’87% di quelli previsti (che però faticano a tradursi in reali recuperi d’efficienza, dice il Forum dei movimenti per l’acqua).
Il pubblico molto meno del 50%.
Un po’ perchè mancano i fondi, ma pure per evitare impopolari aumenti delle bollette.
Il saldo dare/avere dei primi 15 anni di liberalizzazione idrica è però sconfortante: negli anni ’90 l’Italia dell’acqua pubblica – all’epoca pagava Pantalone, alias lo Stato, attraverso la fiscalità – investiva ogni anno 2 miliardi sui suoi acquedotti.
Oggi siamo scesi a 700 milioni.
Il nodo di investimenti e controlli.
Da dove arriveranno allora i 64 miliardi necessari per rimettere in sesto i tubi d’Italia?
Pubblico o privato, meglio rassegnarsi: lo Stato, calcola il Censis, sarà in grado di mettere sul piatto circa il 14% di questa cifra. Il resto, se si vorrà spenderlo, dovrà arrivare dalle tasche della collettività .
Solo i lavori previsti tra il 2011 e il 2020, calcola Utilitatis, le faranno salire del 18% portandole comunque, assicura l’organizzazione delle utility nazionali, ben al di sotto della media dei prezzi pagati nel resto d’Europa.
I privati scaricheranno i costi sull’utente finale.
Comuni o enti locali – già oggi in condizioni finanziarie da incubo – potranno al limite tagliare investimenti altrove o finanziarsi su altre voci del bilancio pubblico.
Alla fine però il conto lo salderanno sempre i cittadini.
Chi controllerà il mercato dell’acqua che uscirà dal referendum?
Per vegliare sul settore è stata appena creata – con colpevole ritardo – un’authority.
I cui poteri però sono ancora in buona parte da definire.
Il problema – vista la stretta correlazione tra quantità e bontà degli investimenti e aumenti delle bollette – sarà di dotarla degli strumenti necessari per una reale attività di supervisione. La torta in ballo vale 64 miliardi e ha scatenato l’appetito di molti profeti (non proprio disinteressati) del libero mercato.
E visti i risultati, anche tariffari, delle privatizzazioni degli altri monopoli naturali italiani, non c’è da essere troppo ottimisti.
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Giugno 10th, 2011 Riccardo Fucile
LA PRIVATIZZAZIONE E’ PARTITA DA 17 ANNI: DA ROMA, ALLA CAMPANIA, ALLA TOSCANA PIOVONO CONTESTAZIONE MENTRE EMERGONO SOSPETTI SULLE NORME DI SICUREZZA
La privatizzazione dell’acqua pubblica italiana, avvenuta negli ultimi 17 anni, non è stata
fin qui un successo. Innanzitutto perchè ha peggiorato le cose per gli utenti.
Sono 114 le società che gestiscono il ciclo delle acque in Italia: 7 private, 22 a capitale misto con partner selezionato tramite gara, 9 controllate da società quotate in Borsa e 58 interamente pubbliche.
Ci sono problemi, sul fronte privato, a Roma e provincia, a Rieti, a Frosinone, in alcuni acquedotti toscani (sei aperture al mercato realizzate del centrosinistra), in Umbria, in Campania, in Sicilia.
Il rapporto fra utenti è gestori è sempre più conflittuale: bollette pazze, distacchi per morosità non riconosciute, letture contestate, calcoli imprecisi.
E problemi per la salute, come dimostra l’arsenico trovato in
concentrazioni elevate nei rubinetti dei Castelli romani e nel litorale della capitale.
L’Acea holding, quotata in Borsa, in mano al Comune di Roma al 51 per cento e con Francesco Gaetano Caltagirone primo privato con il 15, debiti per due miliardi e 350 milioni di euro, è la società che ha mostrato il maggiore interesse sul controllo dell’acqua.
Gestisce il servizio idrico in dodici aree italiane attraverso società controllate. Dalla capitale al Beneventano, dal Senese al Basso Valdarno all’Umbria al Trasimeno: 8 milioni e 400 mila utenti.
A Frosinone i cittadini hanno dichiarato guerra alla sua Ato5, società per azioni sull’orlo del crack visto il dissesto da oltre 40 milioni di euro. Investimenti promessi ai Comuni da servire mai realizzati e aumenti tariffari retroattivi (mai incassati per la ribellione degli utenti) nel tentativo di riempire la voragine del debito.
Una pessima gestione quella di Acea Ato5, passata nel frattempo dai manager graditi alla sinistra a quelli del centrodestra (con Gianni Alemanno azionista di maggioranza).
Oggi i vertici, che hanno preannunciato la consegna dei libri contabili al Tribunale fallimentare, sono sotto inchiesta alla Procura di Frosinone. Publiacqua, sede a Firenze, copre 49 comuni allargati su quattro province toscane e viaggia con deficit milionari da tre esercizi.
Il Comitato di vigilanza sulle risorse idriche del ministero dell’Ambiente ha comminato alla società una sanzione di 6 milioni e 200mila euro: non poteva chiedere ai clienti, insieme all’aumento delle tariffe, un “deposito cauzionale”. Acea Ato2 spa (Roma e Provincia) ha aumentato le tariffe, ma i suoi conti non sono in equilibrio.
E’ nell’acqua che distribuisce che sono state trovate tracce di arsenico.
Ad Aprilia (provincia di Latina) settemila famiglie si rifiutano di pagare gli aumenti alla società Acqualatina, partecipata dalla multinazionale francese Veolia: preferiscono continuare a versare “il giusto”, ovvero le tariffe decise dal Consiglio comunale, sul conto corrente del Comune.
La spa ha risposto scatenando Equitalia, il riscossore più potente del paese, e mandando i vigilantes ad abbassare la potenza dell’erogazione a chi praticava l’autoriduzione.
Il Consiglio comunale di Aprilia, con una sentenza del Consiglio di Stato in mano e sfidando la volontà della Provincia, ha già chiesto la restituzione dell’acquedotto anticipando così le istanze referendarie.
Il “giusto” pagato dai settimila ribelli ha portato nelle casse del Comune un milione di euro, base da cui ripartire per ripubblicizzare l’acquedotto. Domenica e lunedì, il Comitato acqua pubblica di Aprilia metterà a disposizione un’auto per accompagnare ai seggi le persone anziane.
Ad Arezzo, prima privatizzazione d’Italia (società Nuove Acque controllata da Acea e dai francesi di Gdf Suez), si pagano le terze tariffe più care d’Italia: in dieci anni sono raddoppiate.
Ad Agrigento dal 2007 governa la Girgenti Acque spa: dopo due anni i sindaci hanno chiesto la rescissione del contratto di gestione.
Erano arrivate bollette decuplicate, in alcune zone i comuni avevano dovuto far arrivare l’acqua con autobotti d’emergenza.
Non è certo che il ritorno al pubblico nei servizi idrici, auspicato dai referendari, possa restitutire acqua di qualità e a prezzo equo ai cittadini lasciando le casse degli enti locali in ordine.
Di certo, il sistema misto, pubblico-privato, in Italia ha fallito.
I sindaci si dichiarano impotenti, lasciando il governo dell’acqua ad
amministratori spesso lontani dal territorio, e si accontentano di ricevere dividendi e piazzare uomini graditi nel sottogoverno delle società municipalizzate.
I cittadini privatizzati sono furiosi: nel 2010 gli aumenti medi, ha testato la Federconsumatori, sono stati del 6,85 per cento con punte del 30 per cento a Carrara, Massa e Rieti.
In dieci anni gli aumenti sono arrivati al 6,3 per cento, il triplo dell’inflazione.
Corrado Zunino
(da “La Repubblica“)
argomento: Comune, Costume, denuncia, economia, emergenza, governo, PD, Politica, radici e valori | Commenta »