Ottobre 3rd, 2011 Riccardo Fucile
VITA, PENSIERI E (POCHE) OPERE DI PIETRO VIGNALI, EX SINDACO DI PARMA
La signora Lario, giustamente schifata, definì ciarpame politico l’idea del suo consorte di candidare al Parlamento europeo — e non a Miss Strasburgo — alcune fanciulle prive di qualunque competenza.
Avevamo già il ministro più bello del mondo, con una specializzazione in calendari, poteva bastare.
Doveva ancora arrivare la consigliera regionale con la passione per l’abito monacale e le eleganti magliette inno alle proprie tette.
Si è fatto un gran parlare del velinismo in politica, qualche sventurata ha perfino provato a replicare alla ex signora Berlusconi, scrivendoci un libro. Magari riusciamo a strappare una nuova legge elettorale che allunghi le minigonne ed estenda la quantità di cervello degli aspiranti amministratori.
La questione velinismo, però, non riguarda solo le donne.
“Repubblica” in edicola venerdì riportava le parole di una cittadina di Parma, appena liberata da una giunta travolta dalle inchieste per corruzione.
Gianna Montagna spiega: “Un fatto è certo, se n’è andato un sindaco da fotoromanzo, tutta immagine e niente sostanza. Foto qui e foto là , sorrisi e poco altro. Come nei fotoromanzi di quando ero giovane io, dove si raccontavano amori e avventure e il protagonista era lo stesso. Nel nostro caso, il sindaco che inaugura, il sindaco che sorride, il sindaco che promette…”.
Pietro Vignali è stato il più giovane sindaco d’Italia, eletto nel 2007 a 39 anni in una lista civica di centrodestra, dimesso tre giorni fa dopo una resistenza che deve avergli ispirato il comportamento del nostro premier.
à‰ uno che tutti i sabati faceva una conferenza stampa, anche se non c’era molto da dire.
Intanto, un titolo sui giornali lo guadagnava.
Nella città del melodramma, come ha scritto Maurizio Chierici della sua Parma, l’inaugurazione della stagione del Teatro Regio è un evento piuttosto importante: lui si presentava al braccio di Sara Tommasi o Manuela Arcuri, notissime appassionate di lirica.
Del resto che aspettarsi da uno che da giovane faceva il pierre per le più importanti discoteche della città ?
A guardarlo nelle foto che in questi giorni sono passate per le agenzie e sui giornali sembra sempre – invidiabile tenuta della messa in piega – fresco di barbiere.
In mancanza di mogli e figli sorridenti da esibire, si è accontentato di un animale da compagnia con cui posare: un piccolo cagnolino bianco che a metà campagna elettorale è stato sostituito con un più pubblicitario labrador. Dagli uffici del Comune di Parma sono passati tutti i professionisti della comunicazione d’Italia.
E i professionisti della politica, della gestione della cosa pubblica, dell’amministrazione?
Il giorno dopo le dimissioni di Vignali sono arrivati i 70 milioni per la metropolitana.
Ora, Parma non è New York e forse la metropolitana non era esattamente la prima opera di cui occuparsi: è un posto che si attraversa tutto in 15 minuti con la bici.
Poter inaugurare il cantiere con la prima pietra della metro ha un certo impatto d’immagine.
Ma sono solo fotografie: come quelle dei tanti che si sono infilati il caschetto per visitare il centro storico dell’Aquila e poi hanno abbandonato gli abitanti tra le macerie di una città che oggi, due anni dopo il terremoto, è ancora un deserto inabitato.
La religione dell’immagine è più perniciosa in politica che altrove: di solito i suoi seguaci sono distratti dall’apparenza, portati alla spettacolarizzazione, superficiali e quindi facilmente manovrabili.
Figurine e figuranti (cfr mezzo Parlamento).
Se questa è la nuova generazione dei politici, stiamo cotti.
Come il famoso prosciutto di casa.
Silvia Truzzi
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Settembre 28th, 2011 Riccardo Fucile
INSORGONO SINDACI E GOVERNATORI: “COLPA DELLA MANOVRA”… NEL MIRINO I COMUNI DI GENOVA, BOLOGNA E MILANO, LA PROVINCIA DI ROMA, LE REGIONI SICILIA, EMILIA, LIGURIA… PESANO I TAGLI E LA MANCANZA DI CERTEZZE SULLE ENTRATE DEL FEDERALISMO
Dopo il giudizio negativo espresso sul debito pubblico dell’Italia e su sette delle sue banche ora è il momento degli enti locali.
La mannaia di Standard and Poor’s questa volta si è abbattuta su Comuni, Province e Regioni.
Undici enti, ieri sbalzati un gradino più sotto di quello sul quale fino ad ora poggiavano.
La loro affidabilità creditizia, secondo l’agenzia, è passata da A+ ad A; il loro outlook (le previsioni sul futuro) è considerato negativo.
Si tratta delle Province di Roma e Mantova, delle Regioni Sicilia, Emilia Romagna, Friuli Venezia Giulia, Liguria, Umbria e Marche e dei Comuni di Genova, Bologna e Milano.
Anche per la città di Torino è stato rivisto – da stabile a negativo – l’outlook, ma per i debiti a lungo termine è stata riconfermata la A.
Rating di lungo termine in discesa e outlook negativo riconfermato pure sui bond emessi dall’Umbria (con scadenza 2017, 2018 e 2019), dalle Marche (scadenza 2018) e per i titoli della Sicilia con scadenza 2016
In molti casi sembrerebbe trattarsi di enti «insospettabili», considerabili finanziariamente più solidi rispetto a molti altri.
Ma il ragionamento che fanno le agenzie di rating si può riassumere nel detto «chi meglio sta più rischia».
In un quadro come quello attuale – visto il Paese sotto schiaffo – sono infatti considerati più in pericolo gli enti locali che fino ad oggi avevano avuto i giudizi migliori.
La lettura è legata a due motivi: il primo è che le agenzie – anche se non c’è una legge scritta – ritengono che Comuni, Regioni, Province non possano avere «voti» più alti rispetto a quelli che loro stesse hanno assegnato al debito pubblico dello Stato cui appartengono.
Il secondo è che – visti i nuovi tagli inseriti in manovra e la mancanza di certezza sulle entrate del federalismo – la dipendenza degli enti dai trasferimenti dello Stato aumenta.
Per chi stava messo male la situazione cambia poco, ma per gli altri l’allarme un tempo lontano ora si fa sentire.
Il fatto è che il declassamento delle emissioni obbligazionarie degli enti potrebbe tradursi in un aumento della spesa per interessi.
Conseguenza molto sgradita e, a detta di tutti gli enti, dovuta a esclusivamente a cause «estranee» alla loro gestione.
«Purtroppo paghiamo la situazione del paese» ha commentato Claudio Burlando, presidente della Liguria, riassumendo lo stato d’animo di tutti i sindaci e presidenti coinvolti.
L’abbassamento del rating, in realtà , non è un fulmine arrivato a ciel sereno.
Solo pochi giorni fa Moody’s, l’altra delle tre agenzie (c’è anche Fitch) che dettano legge sui giudizi di affidabilità , aveva avvertito che le manovre estive del governo «appesantivano ulteriormente» i conti di Comuni, Regioni e Province considerati «già allo stremo».
I 7 miliardi di budget tagliati fra 2011 e 2012 e l’anticipo al 2013 per il pareggio di bilancio non potevano che rendere le cose ancora più difficili, quindi – aveva lasciato intendere l’agenzia americana – un ritocco verso il basso era più che probabile.
Ma il declassamento ora renderà ancora più tesi i rapporti fra enti e Stato centrale. Osvaldo Napoli, presidente facente funzioni dell’Anci, avverte: l’abbassamento del rating avrà come inevitabile corollario l’aumento delle tasse che i cittadini saranno chiamati a pagare per gli interessi sul debito dei Comuni.
«Un aumento che non è imputabile in alcun modo agli amministratori locali – precisa Napoli – bensì a scelte prese a livello nazionale».
Bruno Tabacci, assessore al Bilancio di Milano precisa che «non ci dovrebbero essere conseguenze per i mutui già in contratto», ma che ci sarà un maggiore peso per le casse del comune nel caso se ne sottoscrivessero di nuovi.
«Visto però che anche le banche italiane sono state di recente declassate, il differenziale non muta».
Luisa Grion
(da “La Repubblica“)
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Settembre 20th, 2011 Riccardo Fucile
NEL GENNAIO DI QUEST’ANNO, IN PIENA EMERGENZA, LA SOCIETA’ “NAPOLISERIVIZI” HA INCREMENTATO LE RETRIBUZIONI DI 13 MANAGER PER UN COSTO DI 2 MILIONI DI EURO…DE MAGISTRIS PROMETTE: “SCIOGLIEREMO LA SOCIETA”
La meritocrazia in salsa partenopea. Una salsa che puzza di rifiuti e di clientelismo.
Gennaio 2011. Napoli è sommersa di monnezza, siamo nel mezzo di una delle periodiche crisi. Eppure in Napoliservizi, partecipata al 100% del Comune di Napoli, con la mission di preservare il “decoro urbano”, si autoattribuisce aumenti di stipendio di 1,7 milioni di euro all’anno.
I fortunati sono 13 superdirigenti, scelti dalla politica, ovvero dalla giunta della democratica Rosa Russo Iervolino, assessore al ramo il democrato Nicola Oddati.
Tra loro c’è il direttore generale Ferdinando Balzamo, assunto dal Cda presieduto da Ferdinando Balzamo. Non è un’omonimia.
E’ proprio un caso di autoassunzione, denunciato in consiglio comunale dal gruppo di Rifondazione Comunista.
Balzamo, ex assessore al Patrimonio, cognato di un consigliere comunale del Pd, fama di bassoliniano di ferro, ha goduto di un aumento di quasi 11.000 euro annui, che fanno lievitare il suo stipendio a circa 152mila euro annui.
Al secondo posto nella classifica degli aumenti c’è Ciro Turiello, circa 9.400 euro di ‘premio’, per un totale di 134mila euro.
E’ stato manager di Asìa, la municipalizzata della spazzatura, ha fatto parte della task force degli esperti del commissariato per l’emergenza rifiuti nel periodo in cui era retto da Antonio Bassolino.
Seguono, in ordine sparso, aumenti da circa 4mila a 6mila per undici manager retribuiti da un minimo di 56mila fino a 92mila euro annui.
Il meccanismo degli aumenti, ha rivelato Luigi Roano in un dettagliato articolo su Il Mattino, è nel superminimo.
Una voce della retribuzione concordata dal datore di lavoro e dal dipendente al momento dell’assunzione. Una voce che si stabilisce al di fuori del contratto.
E’ un modo col quale le aziende elargiscono aumenti al personale ritenuto di valore e capace di traghettarle verso l’ottenimento di eccellenti risultati.
Non pare però questo il caso di Napoliservizi, con la dirigenza premiata a dispetto dei sacchetti neri sparpagliati per strada, con tanti saluti al decoro urbano.
Nel bilancio di Napoliservizi, scrive Roano, troviamo una consulenza da 87mila euro e 330.000 euro postate alla voce ‘prestazioni di servizi.
Che siccome non possono superare i 5000 euro a prestazione, testimoniano che circa un centinaio di persone, forse di più, hanno collaborato con l’azienda per “migliorare il decoro urbano” di una città seppellita dalla spazzatura.
Il nuovo sindaco, Luigi de Magistris, e il vice con delega all’Ambiente, Tommaso Sodano, sono letteralmente inferociti.
E promettono tabula rasa di Napoliservizi tramite l’accorpamento con Asìa. Non sarà facile e ci potrebbero essere ripercussioni serie nei rapporti col Pd.
L’azienda è uno dei pochi fortini democratici sopravvissuti alla rivoluzione arancione e procedere coi tagli potrebbe avvelenare ulteriormente i rapporti con il partito di Bersani, che nei giorni scorsi ha già dovuto incassare la defenestrazione di Antonio Simeone dalla presidenza di Anm, la municipalizzata dei trasporti.
Intanto, l’assessore al Bilancio Riccardo Realfonzo annuncia l’imminente azzeramento del Cda di Napoliservizi.
“Questa società — afferma l’assessore — è stata negli anni passati un bubbone clientelare che la giunta de Magistris sta aggredendo con determinazione. Gli aumenti sono scandalosi e dimostrano quanto sia degradato il quadro di quella società . La conduzione aziendale della società ha determinato una serie innumerevole di sprechi, inefficienze ed anche la formazione di spese irregolari, o comunque operate in violazione della convenzione in essere con il Comune, sulle quali occorrerà approfondire l’esame. Per di più, i servizi resi dalla società ai cittadini, in primo luogo la cura del verde, lasciano non poco a desiderare”.
Realfonzo ricorda che il bilancio di previsione della nuova giunta ha tagliato 10 milioni di trasferimenti a NapoliServizi e rende noto che giovedì scorso la giunta comunale ha approvato una sua proposta di delibera che definisce una serie di modifiche dello statuto della società ”che porteranno all’azzeramento del consiglio di amministrazione”.
”Va sottolineato, peraltro, che l’attuale Cda era stato prorogato per un anno dalla giunta Iervolino, con una procedura non prevista dallo statuto societario” conclude l’assessore.
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Settembre 14th, 2011 Riccardo Fucile
SCATTA IL DIVIETO DI PARTECIPARE A CORTEI CONTRO LA MANOVRA… L’ESIGENZA DI DARE UNA IMMAGINE DI COMPATTEZZA SI SCONTRA COI MALUMORI ORMAI DIFFUSI NELLA BASE
La voce è girata per tutto il giorno: il consiglio federale della Lega (riunito in via Bellerio, dopo
una convocazione improvvisa alla mezzanotte di domenica) esaminerà la proposta di espulsione di Flavio Tosi.
Al sindaco di Verona, diceva il tam tam insistente, vengono contestate le forti prese di posizione contro la manovra del governo e, soprattutto, di aver mandato un avviso di sfratto a Berlusconi (l’ultimo domenica, in un’intervista).
Tosi, che è un fedelissimo di Bobo Maroni, non è nuovo a queste uscite, il passo indietro del premier aveva cominciato a invocarlo dopo la sconfitta subita dal centrodestra alle ultime amministrative.
Da quel momento è stata un’escalation di veleni contro il sindaco di Verona, che insieme a quello di Varese Attilio Fontana, anche lui maroniano, guida la protesta dei primi cittadini leghisti contro la manovra.
Roberto Calderoli li aveva già avvertiti: i nostri sindaci non devono parlare di politica nazionale.
E la Lega “di famiglia”, a cominciare dalla moglie di Bossi, Manuela Marrone, era intervenuta per chiedere una decisa messa in riga dei “dissidenti”.
Magari con l’espulsione.
Ma così non è stato, anche se il capogruppo al Senato Federico Bricolo è tornato a prendersela con Tosi e soci, leghisti «fuori linea».
E in serata è lo stesso Maroni a derubricare a «voci certo messe in giro da qualcuno, ma prive di qualsiasi fondamento» la cacciata di Tosi.
E così il “federale”, per dirla con un altro sindaco ipercritico con la manovra (e con il premier) si è riunito per un’ora e mezza «per non decidere nulla».
In realtà qualcosa hanno concordato: una grande tregua in vista dell’appuntamento di domenica, giorno clou della tradizionale discesa del Po con tanto di cerimonia dell’ampolla, quando Umberto Bossi e i principali big leghisti parleranno da un palco a Venezia.
Eccola qui la tregua: bisogna dare un fortissimo segnale di unità in un momento difficile, e possibilmente attribuire alla Lega il merito di aver migliorato la manovra, «perchè le pensioni non sono state toccate – spiega un dirigente di primissima fascia – e perchè ai Comuni abbiamo evitato due miliardi di tagli rispetto all’impostazione precedente»
Per rafforzare questa posizione, ma anche per venire incontro in qualche modo alle richieste dei più inferociti nei confronti dei borgomastri pasdarà n, il “federale” ha approvato un delibera che vieta ai sindaci leghisti di partecipare alle manifestazioni dell’Anci contro la manovra.
Delibera votata anche da Maroni.
La ratio del provvedimento la spiegano così, in via Bellerio: il Carroccio è l’unico partito che si è battuto per migliorare la manovra, non c’è motivo perchè i suoi sindaci si uniscano alle proteste promosse da loro colleghi di altri partiti.
Sarà , ma c’è un problema di non poco conto.
Il varesino Fontana è il presidente dell’Anci in Lombardia, e se prendesse alla lettera il diktat lanciato ieri dovrebbe quanto meno dimettersi dall’incarico.
O, forse, dalla Lega.
Al momento si sa solo che il sindaco di Varese è parecchio abbacchiato. Ma questo è il prezzo da pagare in nome di un’unità , molto di facciata, da sbandierare domenica sulla Riva degli Schiavoni.
Con un’idea da far balenare ai moltissimi che non hanno preso affatto bene la scelta di abolire le Province per sostituirle con non meglio precisati «enti intermedi»: se non ci saranno più le Province, ecco l’osso da lanciare al popolo del Carroccio, sarà più facile far sparire anche le Prefetture.
Sì, dell’appuntamento di Venezia al “federale” si è parlato molto.
E con toni preoccupati.
Fanno impensierire i leghisti gli annunci via web che arrivano da antagonisti e centri sociali, intenzionati a rovinare la festa a suo di contestazioni.
Qualcuno ha proposto di utilizzare per il servizio d’ordine la Guardia Padana, ma è stato accolto da risatine molto esplicite.
Poi Maroni ha tagliato corto: «Dell’ordine pubblico mi occupo io, da ministro. Comunque non c’è nessun allarme particolare, i segnali che abbiamo sono gli stessi degli altri anni, e non davvero è il caso di drammatizzare».
Rodolfo Sala
(da “La Repubblica“)
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Settembre 13th, 2011 Riccardo Fucile
NIENTE SOLDI DALLO STATO, POCHE IMPOSTE, SI RISCHIA IL CRAC… DALLA LEGGE BASSANINI DEL 1997 CHE INAUGURO’ LA STAGIONE DEL DECENTRAMENTO, I FONDI TRASFERITI AGLI ENTI LOCALI SONO CROLLATI
Ha ragione il governo a tagliare ancora in periferia oppure i sindaci a scioperare giovedì contro la terza manovra «ammazza autonomie» in 13 mesi?
Se analizziamo i rapporti tra Roma e i comuni italiani nell’ultimo ventennio, più i secondi.
La Seconda Repubblica nasce infatti sull’elezione diretta dei sindaci e la promessa di federalismo targato Lega nord, ma oggi rischia di morire di troppo centralismo.
La serie storica è impressionante: nel 1992 i trasferimenti erariali dallo stato ai comuni valevano 17,5 miliardi, nel 2011 appena 12,5.
Solo in parte compensati da entrate locali e addizionali.
Per capire il paradosso occorre fare un passo indietro.
Nell’estate del 1970 nascono le regioni ma la riforma tributaria del 1971-73 smonta subito dopo il proto federalismo introdotto addirittura durante il fascismo.
Il passaggio alla finanza derivata elimina le entrate proprie, trasforma i comuni in accattoni e rende fiscalmente irresponsabili i territori.
Il boom del debito pubblico negli anni Ottanta è lì a dimostrarlo.
Il superamento dei rimborsi a piè di lista viene fissato solo nel 1990 (legge 142), poi applicato nel decreto legislativo 504 del 1992 che inaugura la stagione autonomista: tributi propri, addizionali, compartecipazioni e razionalizzazione dei trasferimenti dal centro.
Per i cittadini la svolta prende il nome di Ici, l’imposta comunale sugli immobili introdotta nel 1993, ancorata ad una base imponibile ampia che garantisce gettiti elevati con aliquote ridotte.
Il nuovo corso della finanza locale va a braccetto con la primavera politica.
Dopo il biennio tragico di Mani Pulite la riscoperta delle autonomie diventa la via italiana alla modernizzazione del Paese.
Cancellata un’intera classe dirigente, i sindaci incarnano per un tratto la vera riserva della Repubblica.
Se prendiamo i trasferimenti ai comuni, il primo grosso taglio di 4 miliardi (dai 17,6 miliardi del ’93 ai 13,6 del ’94) viene appunto compensato dall’avvio dell’Ici, il cui gettito vale 10mila miliardi di vecchie lire (quando nel luglio 2008 Silvio Berlusconi la abolisce sulla prima casa, rendeva 3,3 miliardi).
Per qualche anno i trasferimenti da Roma galleggiano intorno ai 13 miliardi.
Ogni calo si giustifica tendenzialmente con l’avvio di nuovi tributi locali.
Ad esempio il taglio di quasi 1,5 miliardi tra il 1999 e il 2000 viene compensato dalla partecipazione facoltativa a quote di gettito sull’addizionale Irpef.
Una leva che porta in cassa ai comuni 274 milioni nel ’99 e poi, progressivamente, 670 nel 2000, un miliardo nel 2001 fino ai 2,7 miliardi di oggi.
Nel frattempo nel biennio 1997-99 parte il processo di decentramento amministrativo conosciuto col nome di Leggi Bassanini. Fino ad arrivare nel 2001, ultima tappa dei travagliati governi dell’Ulivo, alla Riforma del Titolo V della Costituzione. In sostanza negli anni Novanta, pur tra mille conservatorismi, i comuni sembrano incarnare la versione aggiornata di un certo municipalismo sturziano.
Leva fiscale, autonomia impositiva e patto di stabilità intelligente.
Il ritorno alle origini di un’Italia consumata dal centralismo ma che resta, in fondo, il Paese dei mille campanili.
Ma sarà un fuoco di paglia.
Più l’approdo federalista si avvicina più da Roma aumentano i tagli, si (ri)centralizza la spesa, si bloccano le addizionali Irpef (lo fa il Berlusconi bis dal gennaio 2002 praticamente a fine mandato, poi Prodi le sblocca nel 2006 e il Cavaliere le ri-blocca nel 2008 per un triennio) e soprattutto si cambia il patto di stabilità .
Fino al 2001, con Piero Giarda alla finanza locale del Tesoro, la spesa per investimenti non rientra nel computo.
Con il ritorno del centrodestra a palazzo Chigi, dal 2004 si passa dalla tecnica dei tagli a quella dei saldi. Si fissano alcune voci di spesa corrente e in conto capitale e su queste si calcola il patto.
Sul triennio 2006-2008 il nuovo meccanismo ibrido produce un crollo degli investimenti del 25 per cento. Non basta.
Tra il 2003 e il 2007 scendono anche i trasferimenti da Roma (da 14 miliardi a 11,6).
Il flusso risale a 14,5 nel 2008 solo grazie alla finzione contabile dell’abolizione Ici prima casa: lo stato infatti restituisce l’introito calcolato sul gettito storico, ma sulle costruzioni post 2008 i sindaci incassano più nulla pur dovendo garantire i servizi.
Per un po’ gli enti locali tamponano usando il 75% degli oneri di urbanizzazione per coprire la spesa corrente.
Al prezzo di consumare suolo, barattano soldi facili (1,5 miliardi l’anno) con licenze a costruire. Ma oggi il Bengodi è finito e in attesa del Godot federalista sul piatto restano i tagli dell’ultimo biennio a valere sul 2011-2014, pari al 40% delle risorse trasferite nel 2010, quelli indiretti dalle Regioni, e un patto distabilità che blocca 43 miliardi di residui utilizzabili per riavviare lo sviluppo locale, nonostante a livello ‘macro’ i comuni abbiano contribuito a migliorare i saldi del debito pubblico per 3 miliardi di euro.
Per garantire i servizi, i sindaci saranno quindi costretti ad aumentare le tasse alzando al massimo l’aliquota Irpef (0,8%), trasformandosi in esattori per conto di un governo che scarica l’onere delle tasse in periferia.
«A partire dalla riforma del Titolo V la spesa dello stato è aumentata di 300 miliardi», riassume caustico Angelo Rughetti, direttore generale dell’Anci.
E soprattutto «si sono spostati 10 miliardi l’anno dai territori verso Roma».
Alla faccia del federalismo….
Marco Alfieri
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Settembre 9th, 2011 Riccardo Fucile
BOOM DI SPA PUBBLICHE; 80.000 AMMINISTRATORI, COSTO DI 2,5 MILIARDI…LE PARTECIPATE SONO CRESCIUTE DELL’11%: SEDI LUSSUOSE, CDA DI PORTABORSE, TASSO ATTIVITA’ ZERO….ALL’ARSEA IN SICILIA IL DIRETTORE GUADAGNA 300.000 EURO PER NON FARE NULLA…A PAVULLO, NEL MODENESE, A FRONTE DI 17.000 ABITANTI CI SONO 12 SOCIETA’ PARTECIPATE
La sede è al quarto piano di un bel palazzo che si affaccia su via Etnea, la strada principale di
Catania.
C’è un corridoio lungo il quale si aprono una, due, tre, quattro porte che nascondono uffici vuoti, scaffali privi di carte.
Dentro una delle stanze ronza un ventilatore preso in prestito.
Eccola qui, la tolda di comando dell’Arsea, l’agenzia regionale creata nel 2006 con un finanziamento di 35 milioni per agevolare l’erogazione di contributi agli agricoltori, ma che non ha mai esaminato una pratica.
Eppure, fino a qualche giorno fa, a sovrintendere a quelle scrivanie senza computer e a coordinare i tre impiegati a foglio paga c’era un direttore generale con uno stipendio di 170 mila euro l’anno.
Ugo Maltese, così si chiama il manager, vista «l’impossibilità di operare» si è dimesso.
Ma gli arretrati, che non ha mai percepito, li vuole lo stesso.
Un caso isolato? Non proprio.
L’Agenzia che non esiste è solo uno degli spettri che si aggirano nel vasto mondo delle società controllate o partecipate dagli enti locali italiani.
Sono spa, srl, consorzi e, secondo una ricerca sui costi della politica condotta dalla Uil, circa 500 non svolgono alcuna attività .
Sono, appunto, fantasmi che danno un tocco di brivido alla lunga teoria di enti le cui azioni sono in mano a Regioni, Province, Comuni.
I numeri sono da sopravvissuti del socialismo reale.
I ricercatori della Uil e dell’Unione province che si sono messi a contarle hanno scoperto che le società controllate o partecipate dagli enti locali sono 7 mila.
E garantiscono la sopravvivenza di una casta meno appariscente, ma perfino più costosa di quella dei politici di prima fila
Ottantamila persone, in tutta Italia, prendono un gettone o un’indennità per sedere nei cda, nei collegi sindacali, o per svolgere una consulenza a favore di questa miriade di aziende pubbliche.
E per finanziare questa casta minore se ne va un fiume di denaro: 2,5 miliardi l’anno è il costo di compensi e benefit che spettano agli amministratori delle spa pubbliche. Ma cosa è successo in questi anni nei Comuni e negli altri enti italiani pur falcidiati dai tagli ai trasferimenti?
Come è montata l’ansia degli amministratori di trasformarsi in spregiudicati businessmen che investono nei settori più disparati?
E quanto finisce nelle tasche dei “fedelissimi” chiamati a gestire queste imprese fondate coi soldi dei contribuenti?
L’armata del gettone
Gli anni del boom sono quelli che vanno dal 2006 al 2008.
In quel periodo, stima la Corte dei conti, le società controllate o partecipate dagli enti locali sono cresciute dell’11 per cento.
L’ultimo conteggio si è fermato a quota settemila. Le poltrone, invece, sono molte di più.
A conti fatti i componenti dei consigli d’amministrazione sono 24.310.
E pesano su ciascun contribuente italiano 63 euro all’anno.
La tassa, in realtà , è molto più pesante: perchè alla pletora di membri dei cda vanno aggiunti i componenti dei collegi sindacali o dei comitati di sorveglianza (tre o cinque) e coloro che hanno consulenze o svolgono incarichi professionali per conto di queste spa in mano pubblica.
Quella cifra iniziale, insomma, secondo le stime più prudenti, va almeno triplicata. Così, alla fine, l’armata del gettone finisce per mettere insieme 80 mila soldati.
«Il dato sorprendente – dice Luigi Veltro uno degli autori della ricerca sui costi della politica fatta dalla Uil – è che per quanto riguarda il numero di poltrone gli enti locali del Sud sono più virtuosi di quelli del resto d’Italia. Il rapporto si inverte, però, quando si parla dei costi di gestione delle società . In questo caso le controllate da enti locali del Meridione determinano una spesa di tre o quattro volte superiore alle altre». Il motivo è presto detto: sui bilanci delle spa pubbliche da Roma in giù pesano soprattutto le assunzioni di personale, quasi sempre senza concorso e molto spesso riservate a portatori di voti e parenti eccellenti.
Parentopoli Spa
L’ultimo scandalo, all’ombra del Vesuvio, è esploso con il ritrovamento di un “pizzino” nell’ambito dell’inchiesta sugli appalti per la raccolta di rifiuti.
In un foglio finito sotto la lente della Procura nomi di gente da assumere all’Asìa, la municipalizzata napoletana che si occupa dell’igiene ambientale, oppure nelle ditte subappaltatrici.
Accanto a ogni nome la potenziale “dote” di consensi elettorali che ciascuna persona segnalata sarebbe stata in grado di portare.
Il simbolo dell’inchiesta è diventata la “teste” Kaori, assunta per 1.300 euro al mese in una delle società che riceveva le commesse da Asìa.
La donna ha raccontato di aver preso lo stipendio senza dover nemmeno andare in ufficio. È l’ennesimo coperchio sollevato sul pentolone nel quale, in tutto il Paese, prolifica la clientela basata sullo scambio fra appoggio elettorale e posto di lavoro. Con tutto quello che ne consegue.
L’Asìa di Napoli, ad esempio, ha in organico ben 2.440 dipendenti e tra questi, secondo la stessa azienda, 400 “inadatti” a svolgere il lavori di raccolta.
A Palermo i numeri sono ancora più impressionanti: l’Amia, la locale azienda per la raccolta dei rifiuti, e le sue controllate pagano uno stipendio a 2.810 dipendenti.
In pratica, nel capoluogo siciliano c’è un addetto alla pulizia ogni 259 abitanti, contro la media di uno ogni 577 di Torino e uno ogni 366 di Genova.
Ma a Palermo (come a Napoli) l’emergenza immondizia è sempre in cima all’agenda degli amministratori.
Il fatto è che da quando la legge ha trasformato le municipalizzate in società per azioni è caduto pure l’ultimo baluardo: il pubblico concorso. Adesso all’Amia e nelle aziende “sorelle” si assume per chiamata diretta. E gli effetti si vedono.
Gli organici sono pieni di parenti eccellenti: negli ultimi anni sono stati assunti la moglie di un ex assessore al Personale, il genero dell’ex coordinatore regionale di An, la cognata di un ex vicesindaco, figli di consiglieri comunali e di sindacalisti.
Anche le parentopoli hanno contribuito a creare il deficit che ha costretto i vertici dell’Amia a portare i libri in tribunale.
E il governo a staccare un assegno di 80 milioni di euro per salvare poltrona e faccia del sindaco di Palermo, Diego Cammarata. Asìa e Amia: aziende con numeri da record.
Ma da primato sono anche i casi delle spa che nascono e si alimentano con soldi pubblici pur rimanendo inattive.
Questi fantasmi
L’Arsea di Catania è solo la capofila.
A Catanzaro, per esempio, si parla da anni di un ente che avrebbe dovuto far diventare la Calabria «baricentro nazionale dello sviluppo dei processi e dei prodotti delle costruzioni».
Questo l’obiettivo posto nell’accordo di programma che nel 2005 trasferì da Bologna alla città calabra il «Centro tipologico nazionale», struttura a metà fra la ricerca e l’assistenza tecnica nel settore dell’edilizia pubblica e residenziale.
Peccato però che, a sei anni dalla costituzione della società della quale fanno parte Stato, Regione Calabria, Comune e Provincia di Catanzaro, l’attività del centro non sia ancora iniziata.
Eppure, c’è una sede e c’è un consiglio di amministrazione con 5 componenti che si riuniscono a vuoto da ben sei anni. «Ma non abbiamo mai percepito indennità – si affretta a spiegare Giovanni Carpanzano, uno dei consiglieri di amministrazione – e mi creda entro fine settembre finalmente cominceremo la nostra attività ». In attesa che la società fantasma esca dalle tenebre della sua mission aziendale, però, le spese corrono.
Fino a qualche settimana fa per gli uffici della spa che non c’è veniva pagato un regolare affitto. Per il centro tipologico che non c’è finora sono stati spesi 200 mila euro.
A Latina, invece, hanno inseguito il miraggio di una stazione termale per anni.
Il Comune ha perfino costituito una società , la Terme di Fogliano, di cui detiene l’85 per cento del pacchetto azionario. L’acqua l’hanno dovuta cercare, trivellando il suolo. Ma invano.
La ditta che ha eseguito i lavori adesso chiede un corrispettivo di 6 milioni 181 mila euro.
Il buco vero, a Latina, l’hanno scavato nei bilanci: la Terme di Fogliano è costata sinora sette milioni 356 mila euro.
E’ in liquidazione da sette anni: il commissario ha una parcella da 27.845 euro, il Comune stanzia ogni anno una quota fissa di 532 mila euro per gli accantonamenti necessari a far fronte agli “interessi moratori”.
E, nonostante tutto, il 5 luglio scorso sul sito del Comune è comparso un bando per la selezione del direttore minerario della società .
Il compenso? Undicimila euro per sei mesi.
Fantasmi e stranezze. Solo il 34 per cento delle società in mano agli enti locali – è una rilevazione della Corte dei conti – operano in settori tradizionali: igiene ambientale, idrico, trasporti, energia, gas.
Cosa c’è nel restante 66 per cento? Un po’ di tutto.
Enti che gestiscono teatri, cineteche, persino campeggi: il Comune di Jesolo, per dire, ha una quota nella proprietà del “Camping international”.
Voglia di volare
Una passione degli amministratori locali sembra essere quella del volo.
Sparse lungo la Penisola si contano 15 società che gestiscono aeroporti di rilevanza non esattamente strategica e che spesso finiscono per ospitare arrivi e partenze di vip e amatori.
A Pavullo nel Frignano, Comune di 17 mila abitanti in provincia di Modena, la fregola della partecipazione azionaria ha indotto i governanti a costituire ben 12 società : una ogni 1.416 abitanti.
Tra queste spicca la “Aeroporto di Pavullo srl” che accoglie una scuola per piloti di aliante.
Il presidente della società non prende gettoni ma la gestione dell’aeroclub comunale pesa 78.245 euro sul bilancio del piccolo municipio.
In Liguria c’è l’aeroporto di Luni, a due passi da Sarzana: anche questo è una pista che ospita prevalentemente voli privati ma nel quale la Provincia di La Spezia ha una partecipazione attraverso una delle sue controllate.
Niente a che vedere con l’importanza dell’aeroporto di Albenga, che all’ex ministro Scajola tornava utile per le sue trasferte romane.
La Provincia di Savona ne controlla il 39,95 per cento.
La società ha 7 dipendenti, un cda di cinque persone e nel bilancio del 2010 ha fatto segnare una perdita di 378 mila euro, nonostante una ricapitalizzazione di 600 mila euro fatta nell’agosto 2010.
Perchè questa è anche la storia di potenti che usano le spa come giocattoli: in Sicilia l’ex governatore Totò Cuffaro teneva tanto all’aeroporto nella sua Agrigento. “Aeroporto della Valle dei Templi”, si sarebbe dovuto chiamare.
Per realizzare lo scalo Comune e Provincia costituirono nel ’95 una società tenuta in piedi per 13 anni: il mesto bilancio, alla fine, è stato di 2,5 milioni di euro andati in fumo per gettoni ai consiglieri di amministrazioni, incarichi e progetti puntualmente bocciati dall’Enac.
Ma per una società inutile finalmente smantellata, tante restano in piedi. Cosa fanno? perchè è difficile liberarsene?
Duri a morire
Se non è un record, poco ci manca: trentunesimo commissariamento consecutivo. Così prosegue l’agonia dell’ultimo carrozzone meridionale: l’Eipli, acronimo che sta per ente per l’irrigazione e la trasformazione fondiaria in Puglia, Lucania e Campania. Un residuato post-bellico, una struttura nata nel 1947 che a più riprese il governo ha annunciato di voler smantellare.
L’ennesima proroga al liquidatore scade a fine anno.
Peccato che nel frattempo sia nata un’altra società , che dovrebbe svolgere le stesse funzioni: è di proprietà della Regione Basilicata, ma anche la Puglia, a gennaio, ha deciso di entrare nel capitale azionario.
Il problema è che nessuno si vuole accollare il maxi-debito contratto in quasi 65 anni di attività dell’Eipli: 250 milioni.
E così la società “gemella”, la Acqua spa, rimane in perenne attesa del trasferimento delle funzioni.
Esiste, ma è priva della principale mission che, sulla carta, gli è stata attribuita. E rimangono in attesa anche gli organi direttivi regolarmente in carica, fra cui il presidente Antonio Triani, un ex esponente dell’Udeur vicino a Clemente Mastella, che percepisce uno stipendio di 5.300 euro lordi mensili
La vicenda dell’Eipli è quella di uno dei pachidermi che schiacciano i bilanci degli enti locali e che nessuno riesce ad abbattere.
E la trama di questo film, che comincia a Catania, ci riporta infine in Sicilia. In altre stanze vuote.
A Palermo fa tristezza aggirarsi per i locali spogli di quella che fu la Fiera del Mediterraneo, inaugurata negli anni Sessanta da Gronchi e oggi priva persino dei soldi per organizzare una sfilata di abiti da sposa.
La Fiera è affondata sotto un macigno di debiti (18 milioni) mentre la Corte dei conti rimproverava agli amministratori spese esilaranti come quelle per l’autoblù «con televisore e telefono al bracciolo» e per i soggiorni «senza ragioni istituzionali» al Plaza di New York o al Metropol di Mosca.
I 35 dipendenti dell’ente partecipato dalla Regione Siciliana, oggi, si commuovono davanti alle telecamere pensando ai tempi che furono.
Costretti, loro malgrado, a ricevere uno stipendio ogni mese per non svolgere alcuna mansione.
Enrico Del Mercato e Emanuele Lauria
(da “La Repubblica“)
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Settembre 8th, 2011 Riccardo Fucile
DALL’INIZIO DELL’ANNO SI SONO SVOLTE APPENA 16 SEDUTE DEL CONSIGLIO REGIONALE, ORA SI TORNA IN AULA IL 20 SETTEMBRE… RINVIATE LE COMMISSIONI, LA LEGGE CHE RIDURREBBE DEL 10% LO STIPENDIO RESTA NEI CASSETTI
Avevano promesso che avrebbero ridotto i costi della politica in Regione. 
Nell’attesa, gli ottanta consiglieri regionali lombardi, in barba alla crisi, si sono concessi oltre cinquanta giorni di vacanza.
Tanti sono i giorni che passeranno tra l’ultima seduta che si è tenuta prima della pausa estiva e la prossima, che salvo sorprese dovrebbe essere fissata il 20 settembre.
Una vacanza di oltre 50 giorni, dal 29 luglio al 20 settembre, nonostante le sole 16 sedute effettive fatte dall’inizio dell’anno.
E nonostante lo stipendio che oscilla tra gli otto e i diecimila euro mensili.
Anche le riunioni delle commissioni, che dovevano iniziare già questa settimana, sono state rinviate alla prossima.
Un record che arriva dopo la pausa forzata di ben settanta giorni tra il 19 aprile e il 28 giugno, in concomitanza con una campagna elettorale, quella per Palazzo Marino, che con il Pirellone non aveva nulla a che fare.
Nel 2010 era andata allo stesso modo, ma almeno, allora, c’era stata la giustificazione della corsa per il Pirellone.
Nel frattempo dal mese di luglio giacciono in attesa di essere discussi ben tre progetti di legge che prevedono, tra l’altro, la riduzione del 10 per cento degli stipendi del consiglieri, l’abolizione dell’assegno vitalizio per gli ex consiglieri, il taglio del dieci per cento delle spese per la comunicazione dell’ufficio di presidenza, degli assessorati e dei singoli gruppi rappresentati nell’aula.
Piovuti dal cielo dopo l’approvazione all’unanimità di una mozione presentata da Italia dei valori che chiedeva, tassativamente, di tagliare i costi della politica regionale entro quest’anno.
Mentre il governatore Roberto Formigoni, nel frattempo, aveva promesso addirittura di ridurre le spese della sua giunta, ridurre il numero delle Regioni, accorpare i Comuni più piccoli e perfino le Asl della Lombardia.
La nuova legge regionale sui costi della politica deve essere approvata entro ottobre.
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Settembre 5th, 2011 Riccardo Fucile
AL LIDO IL RAZZISTA VENETO DI ABATANTUONO… NEL FILM DI PATIERNO, DIEGO E’ UN IMPRENDITORE CHE SFRUTTA GLI IMMIGRATI NELLA SUA FABBRICA E POI LI INSULTA DALLA SUA TV
Il suggerimento giusto l’ha dato Diego Abatantuono: «Teniamolo presente per il futuro: si esce con un trailer, nasce la polemica e il lancio del film è bello che fatto”.
Scherza ma non troppo il protagonista di “Cose dell’altro mondo” di Francesco Patierno, in concorso nella sezione Controcampo italiano, presentato al Lido in contemporanea con l’uscita nelle sale e anticipato da una polemica (scatenata appunto dalla visione sul web del trailer) culminata con un’interrogazione parlamentare presentata da Massimo Bitonci della Lega Nord.
Lo stesso che come sindaco di Citadella firmò un’ordinanza contro il kebab. Ordinanza che ottenne il plauso del governatore Zaia: «Bitonci ha fatto bene a presentarla perchè solleva un problema del fatto che comunque bisogna finire di inondare i veneti e la gente del Nord di infamia. Vogliono dipingerci come zulù, con tutto il rispetto per gli zulu, ma è ora di finirla».
«Una polemica nata sulla fiducia, senza aver visto il film», commenta Abatantuono che nel film è Golfetto, un’imprenditore veneto con fabbrichetta piena di lavoratori immigrati e rete tv in cui si lancia in monologhi contro gli stranieri a base di slogan tipo: «Conviviamo con i fondamentalisti islamici, gli zingari, i fancazzisti albanesi: prendete il cammello e andate a casa».
Cose di questo mondo, dunque, direttamente ispirate a personaggi realmente esistenti.
La questione, spiega il regista del film, il napoletano Francesco Patierno, è «che il film non è ideologico. E gli applausi con cui è stato accolto in sala qui a Venezia, lo dimostrano. Il tema è il nostro rapporto con chi è diverso da noi. E parla di sentimenti, non ideologia: segue le vicende di tre persone che hanno relazioni dirette con alcuni stranieri e delle loro reazioni emotive nel momento in cui non ci sono più».
E, comunque, sottolinea Patierno: «I leghisti non rappresentano tutto il Veneto».
Concorda Abatantuono, che ricorda che il film è una favola. «Il mio personaggio è ispirato alla realtà , può succedere davvero che uno dica cose simili, e questo lo rende inquietante. Quello che non può succedere è l’epilogo del film, la scomparsa degli extracomunitari».
Non ideologico, ma molto simbolico, sostiene Valerio Mastandrea, uno degli interpreti. «Io non credo che non sia ideologico. Non parlo di appartenenza politica, ma credo con l’attenzione che dimostra ai risvolti emotivi della nostra relazione con gli stranieri ha un punto di vista. Quando si ipotizza un mondo senza immigrati, si pensa solo alle conseguenze produttive. Il film aiuta a pensare a quelle sentimentali».
Il film arriva oggi nelle sale: già da lunedì, analizzando i dati del box office si potrà notare se gli abitanti del Veneto avranno seguito il consiglio lanciato via web da alcuni concittadini: boicottare il film.
Qualche difficoltà nel girarlo c’è stata: il sindaco di Treviso Gobbo negò il permesso di girare in città , permesso invece accordato dal primo cittadino di Bassano del Grappa.
La pellicola, vale la pena ricordarlo, ha ottenuto il riconoscimento di film di interesse culturale nazionale da parte del Ministero per i Beni culturali, oggi diretto dal Veneto Galan. Ed è distribuita Medusa, che ha anche appoggiato la Rodeo Drive nella produzione.
Stefania Ulivi
(da “Il Corriere della Sera“)
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Settembre 2nd, 2011 Riccardo Fucile
LO DENUNCIA UN’INCHIESTA DEL QUOTIDIANO LOCALE “CRONACHE DI NAPOLI”… ORA IL COMUNE HA INIZIATO LE VERIFICHE: SONO GIA’ 31 GLI IMMOBILI FINITI NEL MIRINO
Il cronista scopre l’inghippo e denuncia lo spreco.
L’assessore si abbevera alla fonte dei suoi articoli e agisce.
Ed è stato così che, leggendo i puntuali reportage del giornalista di Cronache di Napoli, Ciro Crescentini, l’assessore al Patrimonio, Bernardino Tuccillo (Idv) si è accorto che almeno 31 immobili di proprietà del Comune sono stati assegnati a partiti politici che non sborsano i canoni di locazione.
“Il danno ammonta a circa un milione di euro”, precisa l’esponente della giunta del sindaco Luigi de Magistris.
Ma i meriti della scoperta sono tutti di Crescentini e della sua campagna stampa di fine agosto sull’utilizzo infruttuoso del patrimonio comunale.
Lo testimonia lo scambio di messaggi sulle bacheche delle rispettive pagine Facebook.
Si legge Crescentini che linka i suoi articoli, e Tuccillo che gli chiede ragguagli e la cortesia di spedirgli la documentazione attinente alle notizie pubblicate affinchè gli uffici facciano uno screening.
Detto, fatto.
Peraltro, era tutto in rete, sul sito internet dell’amministrazione comunale.
Crescentini ha incrociato i dati. “Lo scenario che emerge dai nostri controlli è estremamente grave — dichiara oggi Tuccillo, a tre giorni dalla pubblicazione del primo pezzo — ed il Comune si mobiliterà immediatamente per la riscossione dei crediti vantati. In una congiuntura di seria sofferenza finanziaria tale situazione non è più tollerabile. I partiti politici rappresentano uno strumento essenziale nella vita democratica del Paese e dovrebbero contribuire alla credibilità e al prestigio delle istituzioni, rappresentando esempi evidenti di rigore e di trasparenza”.
“Per mettere finalmente a reddito il nostro patrimonio immobiliare — conclude l’assessore — completeremo la ricognizione dei fitti attivi e di tutti i crediti vantati dal Comune. Il nostro patrimonio immobiliare appartiene al Comune ed ai suoi cittadini e non può essere depauperato e svilito così come è avvenuto nel corso di questi anni”.
E non sono soltanto i partiti ad aver approfittato gratis di beni pubblici.
Secondo le inchieste di Crescentini, l’amministrazione comunale di Napoli perde ogni anno 11 milioni di euro per il mancato incasso di canoni di locazione di case, negozi, scantinati e terranei concessi gratis o per importi irrisori.
Gli evasori vanno cercati anche tra aziende, associazioni culturali, sindacati, enti sportivi e ricreativi.
Diversi dei quali diretti da ex consiglieri comunali.
La politica che approfitta del proprio potere per evadere ai propri doveri, e strappare ingiusti privilegi.
Il sistema, scrive il giornalista di Cronache di Napoli, è quello del comodato d’uso. Per favorire gli amici degli amici.
Un sistema proliferato a lungo grazie all’assenza di un’anagrafe degli immobili.
Che però è stata infine disposta e preparata dalla Romeo Gestioni, e consegnata da tempo ai dirigenti. I dati ora sono pubblici.
La giunta de Magistris sa da dove cominciare per iniziare a ripianare i conti.
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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