Giugno 8th, 2012 Riccardo Fucile
QUALCUNO FINGE DI NON RICORDARE IL BARATRO FINANZIARIO IN CUI ERA AFFACCIATA L’ITALIA A NOVEMBRE…IL FALLIMENTO DEL CENTRODESTRA ALL’ORIGINE DELLA NECESSITA’ DEL GOVERNO MONTI
In un’Italia con la memoria corta, selettiva e un po’ furbesca, il ricordo del baratro finanziario sul quale il Paese era affacciato nel novembre dello scorso anno si è già sbiadito.
E le difficoltà e i limiti che il governo tecnico di Mario Monti sta incontrando e mostrando tendono a diventare una sorta di schermo dietro il quale nascondere il passato recente.
Ci si dimentica che la maggioranza anomala formatasi allora non è la causa ma la conseguenza del fallimento della coalizione di centrodestra; e che la decisione di dare vita ad un esperimento difficile, richiestoci dall’Europa come polizza di assicurazione a nostro favore, fu sofferta e insieme inevitabile.
I partiti la accettarono, e la sostennero con senso di responsabilità , perchè nessuno era in grado di offrire un’alternativa di stabilità ; e perchè il voto anticipato avrebbe probabilmente inferto un colpo definitivo alla credibilità italiana sia rispetto agli alleati europei che ai mercati finanziari.
Il fatto che le sorti della moneta unica siano incerte come mai è accaduto in questi anni non capovolge nè smentisce il punto di partenza.
E tende a presentare come pericolose scorciatoie le tentazioni di elezioni a ottobre, spuntate in spezzoni del Pdl e del Pd e non smentite finora con sufficiente convinzione dai rispettivi leader.
Non scorciatoie verso la stabilità , ma verso una nuova stagione di incertezza.
L’aspetto più inquietante è che affiorano mentre ci si avvicina alla riunione del Consiglio europeo del 28 e 29 giugno prossimi: quella che dovrà definire il futuro dell’euro, e nel nostro piccolo anche il ruolo che l’Italia di Monti è riuscita faticosamente a recuperare presso le altre cancellerie occidentali e la Casa Bianca.
Approdare all’appuntamento avendo alle spalle una maggioranza che neppure finge più di voler sostenere il presidente del Consiglio fino al 2013, sarebbe un’autorete.
Ma in gioco non c’è soltanto una questione di immagine e di proiezione internazionale. Viene da chiedersi quale tipo di Parlamento emergerebbe da una consultazione ravvicinata e traumatica.
È difficile non vedere che si arriverebbe alle urne per la rinuncia soprattutto dei partiti maggiori ad assumersi fino in fondo la responsabilità di alcune riforme definite ineludibili proprio da loro. Non solo.
Una delle ragioni per le quali si asseconderebbe la deriva elettorale, si dice sotto voce, è quella di impedire che si gonfi la bolla dei partiti estremisti. La miopia di un argomento del genere, tuttavia, è evidente.
Certificare un’interruzione della legislatura in una fase cruciale della vita economica e istituzionale aggiungerebbe fallimento a fallimento.
E travolgerebbe l’argine che comunque Monti ha eretto intorno ai conti pubblici italiani. Il pesante declassamento di ieri della Spagna è un monito: il governo di Madrid è stato appena legittimato da un voto popolare.
Attenzione, dunque, a non trasformare il vuoto politico di oggi in una voragine, che chiunque potrebbe sfruttare nel modo più imprevedibile.
Nessuno può pensare di sottrarsi a un compito duro che richiede pazienza, umiltà e produce impopolarità .
Vale per Monti, per i suoi ministri; e ancora di più per i partiti che lo sostengono.
Massimo Franco
(da “Il Corriere della Sera”)
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Giugno 8th, 2012 Riccardo Fucile
SECONDO LA CORTE DEI CONTI QUESTA LA MAGGIORAZIONE CON LE MANOVRE TREMONTI E MONTI DEL 2011… I DIPENDENTI ITALIANI SONO I PIU’ TARTASSATI D’EUROPA E IN CAMBIO RICEVONO SOLO LE BRICIOLE: 890 MILIONI GLI SGRAVI FISCALI
Sulle tasse ci hanno (di nuovo) preso in giro. 
La Corte dei Conti non lo scrive in questi termini ma il senso è chiaro: quella che nelle manovre susseguitesi nel corso del 2011 è stata sempre presentata come una redistribuzione del carico fiscale in realtà non è stato altro che l’ennesimo aumento della tassazione.
Nel Rapporto sul coordinamento della finanza pubblica in cui denuncia il peso dell’evasione e gli effetti recessivi di un alto carico fiscale la Corte ci spiega anche che per il 2012 ci siamo beccati una patrimoniale sotto mentite spoglie da oltre 16 miliardi di euro (10,7 miliardi con l’Imu sugli immobili e quasi 6 miliardi sulle altre ricchezze), 8 miliardi di nuove accise e 7,5 miliardi di aumento Iva.
Quest’anno pagheremo insomma circa 30 miliardi di imposte in più rispetto al 2011 e non riceveremo nessuna contropartita.
La beffa è particolarmente amara per i lavoratori che restano i più tartassati d’Europa e che hanno ricevuto giusto poche briciole: 890 milioni di euro sotto forma di sgravi alla parte dei salari legata alla produttività .
Questo il “generoso” riconoscimento arrivato in cambio di una stretta sulle pensioni, delle nuove tasse e di un indebolimento delle tutele normative.
Neppure un quarantesimo rispetto a quell’alleggerimento delle tasse sulle buste paga da 38 miliardi che servirebbe per riportarci in linea con la media dei paesi europei.
E’ andata solo un po’ meglio alle imprese che tra aumenti della deducibilità Irap ed altri sgravi risparmieranno poco meno due miliardi e mezzo.
I carichi fiscali che gravano su lavoratori e imprese rimangono comunque il primo e il secondo d’Europa.
Quanto a tassazione sui patrimoni siamo passati dal settimo al secondo posto preceduti dalla sola Francia così come si è ridotto in modo significativo il gap rispetto agli altri paesi nel prelievo sui consumi a causa dell’incremento di Iva e accise.
Il risultato finale è sintetizzato così a pagina 59 del Rapporto: “gli spazi per un aumento del prelievo sono stati impiegati più per accelerare la dinamica del gettito complessivo che non per imprimere una decisa svolta redistributiva a sostegno della crescita economica”.
La Corte dei Conti riconosce che visto lo stato in cui versano le finanze pubbliche e il contesto economico internazionale i margini di manovra erano e sono estremamente ridotti.
Tuttavia qualcosa di più in temine si spostamenti dei carichi fiscale avrebbe potuto essere fatto.
Comunque purtroppo molto poco, spiega Raffaello Lupi che insegna diritto tributario all’Università di Tor Vergata e che aggiunge: “La Corte ha ragione quando afferma che gli spazi di azione sono minimi.
L’Iva è già al 21% e probabilmente salirà ancora e con il debito che abbiamo, che alla fine non riusciremo comunque a ripagare interamente, abbassare le altre tasse è quasi impossibile”.
Se poi, al di là delle valutazioni di merito, si volesse tassare di più la ricchezza e di meno i redditi ci troveremmo innanzitutto di fronte ad un problema di carattere organizzativo.
Lupi fa infatti notare che al momento “non esiste una banca dati centrale delle ricchezze da cui emerga un quadro completo e veritiero delle risorse economiche di cui dispone un singolo soggetto.
Si riescono a colpire singoli cespiti come gli immobili o il conto titoli, basandosi peraltro sui dati degli istituti di credito ma la pubblica amministrazione non è in grado di fare di più.
“Servirebbe — conclude Lupi — una profonda opera di riorganizzazione ma queste sono cose che richiedono tempo e che non si possono fare con un semplice decreto pubblicato in Gazzetta Ufficiale”.
Mauro Del Corno
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Giugno 6th, 2012 Riccardo Fucile
RAPPORTO CONFINDUSTRIA: SIAMO PASSATI DALL’OTTAVA ALLA QUINTA POSIZIONE… IN 20 ANNI L’EXPORT DEI PRODOTTI ITALIANI E’ CALATO DAL 21,5% AL 13,9%
L’Italia che arretra, che soffoca, che arranca. 
E in più la “botta micidiale” del terremoto in Emilia Romagna.
Il centro studi di Confindustria fotografa un Paese in difficoltà profonda. La recessione, un “feroce” credit crunch, la bassa redditività mettono in ginocchio il paese.
E la produzione manifatturiera scivola da quinta a ottava scavalcata da India, Brasile e Corea Sud.
In questo modo è rischio “la stessa sopravvivenza” di “parti importanti dell’industria”. Nel rapporto di giugno sugli scenari industriali si rileva come il sisma rende tutto più difficile in “un’area ad altissima vocazione manifatturiera e cruciale per lo sviluppo industriale del Paese”.
Ad aggravare tutto c’è “la violenta stretta al credito” che “è tra le principali cause del nuovo arretramento e fa mancare alle imprese l’ossigeno necessario a resistere, in presenza di una redditività media che ha raggiunto ulteriori minimi”.
Le imprese italiane denunciano un “alto grado di inerzia”: tra il 2000 ed il 2010 la quota di aziende che non ha accresciuto la propria dimensione è stato pari al 66% del complesso.
Soltanto il 16% infatti è riuscito ad ingrandirsi mentre la crisi ha costretto ad un ridimensionamento il 18%.
Gli economisti di Viale dell’Astronomia avvertono che “la ricaduta in recessione mette a repentaglio l’industria italiana” e che “per rafforzare il manifatturiero, motore della crescita attraverso l’innovazione, è tornata strategica la politica industriale”.
Che è un punto debole del nostro Paese, rileva il capo del centro studi di Confindustria, Luca Paolazzi, per i limiti legati alle “inefficienze della pubblica amministrazione” ed alla mancanza di “governi dalla visione di lungo periodo”.
Gli altri paesi invece vanno avanti, c’è una “scalata degli emergenti” e nella classifica per produzione manifatturiera il nostro paese con una quota che scende dal 4,5 al 3,3% dal 2007 al 2011, passa dalla quinta all’ottava posizione, superata appunto da India, Brasile e Corea del Sud”.
In testa è salda la Cina. Perdono quota di produzione gli Stati Uniti (-3,9 punti), Francia e Regno Unito (entrambi -0.9) Spagna (-0,7) e Canada (-0,4).
Crescono di più Cina (7,7 punti), India, Indonesia.
Nel complesso l’Ue cala dal 27,1% al 21%.
”La specializzazione merceologica del made in Italy cambia”. Quello che è sempre stato il simbolo del made in Italy, i “beni legati alla moda”, dal 1991 al 2011 perde quota dal 21,5% al 13,9% dell’export.
Mentre, per esempio, “i prodotti con maggiore intensità tecnologica ed economie di scala sono saliti dal 60,8 al 66,9%”, nonostante “una debacle per computer e elettrodomestici”.
L’appello di Fulvio Conti, nuovo vice presidente del Ccs, è di “far ripartire la nostra economia. E’ una sfida che richiede di tornare a pensare in maniera strategica, puntare sugli investimenti di lungo periodo, soprattutto in infrastrutture e innovazione, e di riequilibrare il carico fiscale per favorire investimenti e una ripresa dei consumi”.
Il nostro è un “Paese lento”, a “cui manca una visione di lungo periodo”, e “manca un progetto Paese che identifichi le priorità e le linee di sviluppo”.
Nel manufatturiero cuore pulsante dell’economia “servono massicci investimenti“. Serve una politica industriale moderna, dunque, come quella messa in campo ,dicono ancora gli economisti di Confindustria, dai paesi avanzati ma anche da quelli emergenti “dotati di una visione chiara e di un disegno coerente nel tempo”.
Una politica che “faccia ricorso soprattutto alle leve dal lato della domanda” ma che sopratutto faccia tesoro dei “difetti” di un interventismo ed evitino cioè “la dispersione e l’accavallamento delle iniziative; la moltiplicazione di enti erogatori, programmi, obiettivi e strumenti; scarsità delle analisi di impatto e di costi benefici prima, durante e dopo gli interventi; “cattura” delle autorità da parte delle lobby; utilizzo elettoralistico dei fondi”.
Difetti da cui, appunto, dice il Csc, sono rimasti immuni Germania, Usa, Giappone e le economie dell’est asiatico.
Ma non solo. L’ulteriore allungamento dei tempi di pagamento della pubblica amministrazione ha aggravato la situazione finanziaria delle imprese italiane.
Si è giunti, secondo il rapporto, a 180 giorni nel primo trimestre 2012, dai 128 giorni del 2009. “In altre economie è avvenuto il contrario: i tempi di pagamento della Pa sono stati accorciati in Francia a 65 giorni e in Germania a 36 giorni”.
Per il Csc, inoltre, “resta alto il rischio che il credit crunch prosegua nei prossimi anni”, nonostante “gli straordinari interventi attuati dalla Banca centrale europea“.
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Giugno 6th, 2012 Riccardo Fucile
FATTURATO CRESCIUTO DEL 4% E DI 4,5 MILIARDI DI EURO, MA L’UTILE E’ SCESO DA 285 A 171 MILIONI DI EURO… CALATO IL RISULTATO OPERATIVO, DIMEZZATI I MARGINI DI FATTURATO, UTILE GRAZIE SOLO AI PROVENTI FINANZIARI
Parmalat formato Lactalis non convince.
Un anno fa, quando i signori francesi del latte e dei latticini presero il controllo del gruppo di Parma, sostituendo il risanatore, Enrico Bondi, avevano speso parole (poche, a dire il vero, perchè la comunicazione del gruppo è ridotta all’osso) per promettere il rilancio industriale di Parmalat: sinergie, innovazioni e più ne ha, più ne metta.
E’ trascorso un anno, appunto, ma il minimo che si possa dire è che le aspettative siano state disattese.
Pochi giorni fa sono stati pubblicati i conti 2011 di Parmalat. Non proprio entusiasmanti.
Il fatturato è cresciuto del 4% a 4,5 miliardi di euro.
Ma l’utile netto è sceso da 285 a 170,9 milioni di euro (e i profitti derivano solo dai proventi finanziari).
E in effetti è soprattutto la gestione industriale a deludere, sulla quale, invece, i francesi dovevano fare faville: è calato il risultato operativo (da 344 a 199 milioni) e i margini sul fatturato sono stati quasi dimezzati (passando dal 6,5 al 3,8 per cento).
E dire che Emmanuel Besnier, il padrone (misterioso) di Lactalis, aveva annunciato l’intenzione di trasformare Parmalat nel gigante europeo del latte confezionato.
Quella volontà era stata inserita anche nel prospetto dell’Opa, alla quale Lactalis era stata costretta per fagocitare Parmalat.
In realtà pochi sforzi, all’apparenza, sono stati fatti in questo senso. I francesi si sono concentrati su altro. Sulla finanza, prima di tutto.
L’ultimo esempio è rappresentato dall’acquisizione controversa, il mese scorso, delle attività americane di Lactalis da parte di Parmalat, utilizzando già la metà di quel “tesoretto” di circa 1,5 miliardi, messi insieme da Bondi nelle casse del gruppo italiano.
L’attuale presidente Francesco Tatò lo ha definito, all’assemblea dove sono stati approvati i conti annui, la scorsa settimana, “un buon affare”.
Ma il rappresentante del fondo Amber, azionista con l’1,97%, ha parlato di “operazioni infragruppo non corrette, nè sul piano formale nè su quello sostanziale, che sembrano mirate a realizzare più l’interesse del gruppo di controllo che di tutti gli azionisti”.
Perchè a incassare la metà del famoso tesoretto sono stati, appunto, i francesi di Lactalis, che cedevano quegli asset statunitensi.
D’altra parte nell’autunno scorso già Mediobanca aveva fatto notare che il gruppo avrebbe potuto avere difficoltà a rimborsare le varie tranche di debito che aveva dovuto contrarre per “digerire” l’Opa.
Ecco il modo più semplice per fare cassa: succhiare dai bilanci della controllata italiana.
Fin dagli inizi, su Lactalis si sono accumulate storie (o forse mitologie) che hanno fuorviato rispetto a una corretta valutazione del nuovo padrone di Parmalat, numero uno del latte in Europa. In Italia qualcuno si è fato delle illusioni.
O non ha voluto guardare in faccia la realtà . Lactalis è una multinazionale, ma anche un gruppo familiare al 100%, nelle mani di Emmanuel Besnier e dei due fratelli (questo permette loro di non avere l’obbligo a pubblicare i conti del gruppo, compresi quelli sul pesantissimo indebitamento).
Creato dal nulla dal nonno, nella città di Laval, nella Mayenne, Francia profonda dell’Ovest, il gruppo resta ancora radicato in quella zona. Emmanuel Besnier (che non si fa mai intervistare e fotografare il meno possibile) vive lì, frequenta ristoranti economici e lo si vede in giro su una Mazda grigia.
Tutto faceva pensare all’imprenditore di altri tempi (ma ha solo 41 anni), concentrato sul prodotto, con la testa assorbita dagli sviluppi industriali e basta.
Le cose non stavano propriamente così.
Dal 2000, quando Michel Besnier, il patriarca, morì all’improvviso, il giovanissimo Emmanuel, che si ritrovò con le redini in mano, già brillante studente di business, si lanciò in una frenetica corsa alle acquisizioni in tutto il mondo, oltre che di concorrenti francesi nel proprio settore: marchi e marchi, poi tutti uniformizzati. Comprati indebitandosi.
Insomma, industriale puro fino a un certo punto: uomo di finanza, soprattutto.
Un anno fa, quando Lactalis fu costretta a lanciare l’Opa su Parmalat, fu obbligata anche a fornire qualche dettaglio sulla propria salute finanziaria, compreso sui debiti che, si scoprì, ammontavano (allora) a ben sette miliardi di euro.
Qualcuno cominciò a pensare che i francesi, affamati di liquidità , più che ad altro fossero interessati solo al famoso “tesoretto”.
Leonardo Martinelli
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Giugno 5th, 2012 Riccardo Fucile
“MANCA UN PIANO DI VALORIZZAZIONE”… CONGELATE LE VENDITE DA 1,3 MILIARDI: IL BLOCCO DURERA’ ALMENO SEI MESI
Ci provano inutilmente dal 1992. Ogni volta c’è una scusa per non vendere le caserme inutilizzate. 
Adesso il motivo, spiega un lancio dell’agenzia Radiocor, è la «mancanza di un piano definito di valorizzazione».
Di conseguenza la gara per la cessione di un blocco di caserme del valore di un miliardo 325 milioni, che sarebbe dovuta partire concretamente entro la fine di maggio con la lettera d’invito alle società immobiliari già preselezionate, è stata congelata per almeno sei mesi. Una dozzina d’anni fa l’ex ministro Vincenzo Visco, come sempre ricordiamo, puntò il dito contro il ministero della Difesa.
«Non collabora», sentenziò. Non sappiamo se la situazione sia sempre la stessa, ma di sicuro le difficoltà più grandi incontrate nelle dismissioni del patrimonio statale si sono riscontrate proprio con gli immobili militari.
Ne sa qualcosa, per esempio, il sindaco di Firenze Matteo Renzi, che sta aspettando il trasferimento al demanio comunale, come prevedono le norme sul cosiddetto «federalismo demaniale» di una serie al caserme nel centro urbano.
Del resto basta scorrere le dichiarazioni che da vent’anni ininterrottamente riempiono i giornali.
E confrontarle con i risultati. «In vendita 114 caserme» (21 novembre 1993). «Difesa, in vendita caserme per compensare i tagli» (14 ottobre 1994). «Vendita caserme, entro il 13 ottobre la scelta dei pretendenti» (8 settembre 1997).
E via di questo passo.
A fine 2003 Il Sole 24 ore scrisse che a dieci anni di distanza dalle dismissioni avviate dall’ex ministro della Difesa Beniamino Andreatta, c’erano ancora 560 caserme «vuote da anni e destinate a essere vendute».
La ex direttrice dell’Agenzia del Demanio Elisabetta Spitz annunciò al settimanale Economy nel 2007 un grande piano «di valorizzazione» degli immobili militari inutilizzati: se ne contavano 201. L’ex ministro delle Infrastrutture Antonio Di Pietro disse che molti sarebbero stati impiegati per «un piano casa».
Nè l’uno nè l’altro si sono mai visti.
A giugno del 2008 saltò fuori nella manovra economica triennale di Giulio Tremonti l’idea di ricavare 4 miliardi dalla vendita delle caserme: anche se il direttore generale del demanio militare aveva già messo le mani avanti da tempo affermando che gli immobili della Difesa «liberi e disponibili» erano ormai «finiti» (Ansadel 14 giugno 2007).
Così «finiti» che il governo di Mario Monti oggi pensa di ridurre il debito pubblico vendendo proprio il patrimonio statale, compresi quelli che fanno capo al ministero di Giampaolo Di Paola. Quante volte ciascuno di noi si è interrogato sull’assurdità che nel 2012 esistano ancora enormi distaccamenti militari nel centro delle grandi città .
E perchè quell’immenso patrimonio immobiliare pubblico non venga sfruttato in altro modo. «Valorizzandolo», per usare una parola tanto in voga. Valorizzare non significa necessariamente cedere ai privati: l’esperienza insegna che quando in questo Paese si decide di vendere un immobile pubblico bisogna andarci con i piedi di piombo.
Si può «valorizzare» una caserma mettendoci uffici pubblici che altrove pagano affitti salati. Oppure un parcheggio.
Ma le chiacchiere stanno a zero.
Perchè sorge il sospetto che quando qui si sente pronunciare la parola «valorizzazione», allora vuol dire che non si ha intenzione di fare nulla.
Sergio Rizzo
(da “Il Corriere della Sera“)
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Giugno 4th, 2012 Riccardo Fucile
BUONITALIA, UNA SOCIETA’ PUBBLICA PER PROMUOVERE I PRODOTTI ALIMENTARI ITALIANI NEL MONDO CHE, CON IL LEGHISTA ZAIA MINISTRO, FAVORIVA SOPRATTUTTO I PRODOTTI VENETI
Quando nel 2008 Luca Zaia diventa ministro delle Politiche Agricole mette a capo di
Buonitalia Walter Brunello, un suo fedelissimo a cui affida 50 milioni di euro per far ripartire la società .
«Soldi spesi in modo politicamente scorretto» a detta di Giancarlo Galan, successore di Zaia, che quando arriva al Ministero nel 2010 trova che: «Tutto era fatto con grande pressapochismo».
Tra i due non corre buon sangue, ma a quanto pare Galan non è l’unico a pensarla così, visto che pochi mesi fa la commissione Agricoltura della Camera ha ficcato il naso tra i contratti dei progetti realizzati e ha notato che c’era un certo squilibrio a favore della regione Veneto.
Come il caso della società City Center di Treviso che, quando Zaia era ministro, avrebbe dovuto realizzare il sito di Buonitalia.
Uno dei soci è Alberto Campion, l’uomo che gli ha curato la comunicazione web aprendo il sito lucazaia.it.
Uscita la notizia sui giornali, il progetto va in fumo.
Buonitalia nel periodo di Zaia ha finito anche per sponsorizzare per 328mila euro una squadra di basket canadese, i Toronto Raptors, dove oltre al cestista Andrea Bargnani, troviamo Maurizio Gherardini ex procuratore generale della Benetton Treviso, che «avrà dato l’aggancio per una squadra e per una promozione a livello degli Stati Uniti» risponde Zaia e conclude: «Perchè non mi chiede del milione di euro speso prima di noi per finanziare una guida negli Stati Uniti?».
Insomma, la mala gestione di Buonitalia sembra quindi partire alla lontana.
E quali sono state le conseguenze?
La società oggi è in liquidazione anche se in cassa ha ancora 20 milioni di euro che non può spendere perchè secondo il Ministero le rendicontazioni dei progetti non sono complete. Prima di chiudere i battenti Buonitalia dovrebbe saldare i suoi conti con i fornitori che hanno realizzato gli eventi: l’Enoteca Italiana aspetta 100mila euro, la Federazione di rugby ne vuole 600mila, la Fiera di Verona 3,8 milioni, la Biennale di Venezia 300mila, Parmigiano Reggiano e Grana Padano 2,3 milioni.
Ad oggi è ancora tutto fermo.
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Giugno 3rd, 2012 Riccardo Fucile
PIÙ VALGONO, MENO PAGANO: ESENTATI 50 MILA PALAZZI (RUSPOLI, TORLONIA)… NESSUNA TASSA SUGLI EDIFICI STORICI AFFITTATI A PESO D’ORO A BULGARI O VUITTON
Che bello possedere un palazzo dove la Storia ha lasciato la sua impronta e ogni pietra
parla del passato.
Che pacchia, poi, poter concedere qualche ala della prestigiosa dimora ad alberghi a 5 stelle e boutique super-lusso e a fine mese passare all’incasso incamerando decine di migliaia di euro d’affitto e in qualche caso addirittura centinaia di migliaia.
E che goduria, infine, fare marameo al fisco e pagare un obolo poco più che simbolico di tasse.
Succede anche questo nel pittoresco paese chiamato Italia.
Capita che mentre la gente comune aspetta la campagna di primavera del fisco con la stessa trepidazione con cui nel Medioevo gli abitanti delle città aspettavano i Lanzichenecchi, ci siano privilegiati proprietari di palazzi da mille e una notte omaggiati con l’esenzione, di fatto, da qualsiasi gravame fiscale.
Nelle vie intorno a piazza di Spagna a Roma, per esempio, sono più le dimore artistiche e di rilevanza storica di quelle normali.
E basta una passeggiata per constatare che quasi tutte hanno affittato pezzi interi del pianterreno alle griffe della moda e del lusso.
Da palazzo Ruspoli che fu la dimora romana dell’imperatore Napoleone III e che ora in un’ala che dà su piazza San Lorenzo in Lucina ospita un lussuosissimo negozio di Louis Vuitton, a palazzo Torlonia in via Bocca di Leone in cui si affacciano Max Mara e Valentino.
Da palazzo Bezzi Scala che fu casa di Guglielmo Marconi e che fino a poco tempo fa era sede di Zegna e ora si appresta a fare posto a Balenciaga, a palazzo Caffarelli dalle cui vetrine scintillano gli ori di Bulgari.
Basta chiedere a chi sa per sentirsi dire che per quelle bomboniere del lusso gli esercenti pagano di affitto cifre da urlo.
Cifre su cui i proprietari per anni non hanno sborsato, appunto, praticamente niente di tasse. Chiariamo subito: per una volta tanto non si tratta nè di evasione nè di elusione fiscale.
A questi signori il privilegio è stato consegnato dalla legge su un piatto d’argento.
Una norma risalente a 21 anni fa stabilisce che agli immobili di interesse storico e artistico viene applicata “la minore delle tariffe d’estimo previste per le abitazioni della zona censuaria nella quale è collocato il fabbricato”.
In pratica le similregge dei centri storici di Roma, Firenze e Venezia pagano di tasse quanto l’ultima bicocca attigua.
A metà degli anni Duemila, a qualcuno sembrò che una roba del genere fosse troppo anche in un paese come l’Italia, dove i contribuenti onesti sono presi a schiaffi e quelli che non pagano trattati con i guanti bianchi, e la questione se le agevolazioni dovessero valere anche per gli immobili storici dai quali i proprietari ricavavano un reddito (e che reddito!) finì in Cassazione.
Che però suggellò il privilegio dichiarando che le agevolazioni erano valide “tanto se si tratti di immobili concessi in locazione a uso abitativo quanto se si tratti di locazioni a uso diverso”.
I proprietari furono perfino esentati dall’obbligo di indicare nel 730 o in Unico “l’importo del canone di locazione”.
Cioè furono invitati a comportarsi come se quelle centinaia di migliaia di euro all’anno (in alcuni casi milioni) incassati con gli affitti nemmeno esistessero.
È chiaro che, stando così le cose, lo Stato si è autocondannato a rinunciare a una mole ingente di gettito, centinaia di milioni di euro secondo le stime più attendibili, essendo circa 50 mila gli immobili vincolati.
Nessuno, però, sa a quanto ammonti con esattezza il minor gettito, perchè pur avendo concesso gli sgravi, lo Stato poi si è dimenticato di stilare un elenco delle dimore storiche per verificare chi avesse diritto alle esenzioni e chi no.
La lista non ce l’ha l’Agenzia delle Entrate, che pure per legge deve valutare la veridicità delle dichiarazioni dei redditi e che non si capisce come possa svolgere il compito con le dimore storiche.
Non ce l’ha il Demanio, che si limita a censire solo gli immobili usati dagli uffici statali e dalla Pubblica amministrazione.
E neppure il ministero dei Beni culturali ha un database: lì dicono che le varie soprintendenze provinciali lo stanno preparando da quasi un decennio.
Forse un elenco parziale ce l’ha l’Associazione delle dimore storiche presieduta da Moroello Diaz Della Vittoria Pallavicini, ma si rifiuta di fornirlo sulla base di una difesa a oltranza della privacy degli iscritti.
L’unico elenco ufficiale noto è quello messo in rete dalla Soprintendenza di Bolzano, comprendente appena una decina di immobili vincolati.
Dicono che dall’anno prossimo la fiera delle tasse forse dovrebbe finire e anche le dimore storiche dovranno pagare in base alla rendita catastale effettiva o sul reddito percepito (gli affitti), comunque ridotto del 35 per cento.
Non saranno cancellati tutti i privilegi, però, perchè quegli immobili continueranno a pagare l’Imu con uno sconto del 50 per cento.
Daniele Martini
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Giugno 3rd, 2012 Riccardo Fucile
DA GLAXO A DIAGEO A HEINEKEN, SPOSTANO I FONDI DAI PAESI EUROPEI PIU’ DEBOLI… E OBAMA, INDEBOLITO DALLA MANCATA RIPRESA, ACCUSA GLI EUROPEI
La grande fuga dall’euro è cominciata davvero. 
Non più solo risparmiatori greci e spagnoli che ritirano piccoli depositi dalle loro banche; non più solo capitali speculativi con le loro scommesse ribassiste.
Stavolta si muovono le multinazionali dell’industria, della grande distribuzione, del turismo e dei servizi.
Il deflusso dettato dalla paura coinvolge l’economia reale, non soltanto gli hedge fund e le banche di Wall Street.
L’allarme sale di un livello, contagia multinazionali americane ma anche europee: tutte a preparare “piani A, B e C”, scenari-catastrofe, misure preventive per limitare i danni mettendo i capitali al sicuro.
Nel giorno in cui torna a crescere la disoccupazione americana, mettendo in serie difficoltà Barack Obama, nessuno è più al riparo dal disastro dell’eurozona.
Commentando la frenataccia dell’occupazione Usa, Obama punta un dito accusatore: “La causa sono i problemi dell’Europa”.
Si confermano anche i rallentamenti di Cina e India, provocati in buona dalla stessa causa: la caduta delle esportazioni verso l’Unione europea.
à‰ il Wall Street Journal a rivelare i grossi nomi dell’industria che stanno “tirando i remi in barca”, spostano fondi per non tenere più liquidità in Grecia o altre nazioni considerate a rischio.
C’è il colosso farmaceutico GlaxoSmithKline, c’è il gigante delle bevande Diageo.
Ci sono fior di multinazionali europee come la Heineken olandese, il tour operator tedesco Tui, la catena inglese di supermercati elettronici Dixons.
In media il 20% delle imprese tedesche ammettono di avere in corso una sorta di “piano di evacuazione”.
Alcune società di consulenza come Roland Berger, o grandi studi legali internazionali come Linklaters, fanno gli straordinari per rispondere all’assedio dei clienti, cioè le multinazionali in cerca di aiuto su come smobilitare il più presto possibile dai paesi a rischio dell’eurozona.
O quantomeno ridurre i danni, nell’eventualità peggiore.
Gli scenari contemplati vanno “dalla paralisi dei pagamenti trans-frontalieri, all’anarchia civile in Grecia, fino alla disintegrazione generale dell’Unione monetaria europea”.
Le misure precauzionali prese dai big dell’industria: “Al primo posto mettere in salvo il cash, per non vederselo trasformato in dracme, o congelato da improvvise restrizioni sui movimenti di capitali”.
L’allarme partito dalla Grecia lambisce già la Spagna, soprattutto dopo che la Bce ha bocciato il piano di salvataggio dell’istituto di credito Bankia: la tenuta dell’intero sistema creditizio spagnolo ora è più aleatoria.
Il Wall Street Journal spiega che i piani di evacuazione delle multinazionali dalla zona euro sono “gli stessi che furono messi a punto e collaudati più di un anno fa verso i paesi del Nordafrica coinvolti nella primavera araba”.
Un paragone che certo non depone a favore di Atene e Madrid.
Tra le misure già avviate dalle multinazionali più prudenti: “Esigere dai clienti locali dei pagamenti anticipati al 50%, accorciare l’incasso delle fatture a 15 giorni”.
Lo chiamano “contingency plan” ma assomiglia di più ai preparativi di una ritirata strategica. Nel settore assicurativo, due colossi come Allianz Natixis avrebbero già sospeso le polizze di garanzia sulle esportazioni verso la Grecia, considerando troppo elevato il rischio che gli importatori locali non paghino più la merce, oppuro saldino i debiti in una nuova moneta locale pesantemente svalutata.
Nella grande distribuzione, la catena francese degli ipermercati Carrefour avrebbe ridotto gli approvvigionamenti di beni di largo consumo dei marchi Nestlè, Danone, Procter&Gamble.
E’ una spirale della sfiducia autodistruttiva, che si auto-amplifica: dal fuggi fuggi precauzionale delle multinazionali non può che venire un altro colpo alla fragilissima economia greca, già in caduta del 6,2% nel primo trimestre.
Perfino l’America è colpita in pieno dal ciclone dell’euro-sfiducia, e questo spiega il nuovo pressing di Obama nella teleconferenza di mercoledì sera con Angela Merkel, Franà§ois Hollande e Mario Monti.
Il dato sull’occupazione Usa a maggio è molto deludente: sono stati creati solo 69.000 posti aggiuntivi (al netto dei licenziamenti), meno della metà del previsto.
Una crescita del lavoro così asfittica fa sì che il tasso di disoccupazione torni a risalire, dall’8,1% all’8,2%.
Il dato di maggio è il peggiore dall’inizio dell’anno e il New York Times lo giudica “potenzialmente devastante per Obama”.
Le sue chance di rielezione perdono quota, via via che l’opinione pubblica vede sfumare una ripresa che solo tre mesi fa pareva robusta.
Per Obama questo è il “terzo remake” di un brutto film.
Già nella primavera del 2010 e nella primavera del 2011 accadde lo stesso: un inizio di ripresa Usa, abortito per colpa dei venti di paura venuti dall’eurozona.
Ora vi si aggiunge un effetto circolare: le potenze emergenti Cina, India, Brasile, perdono colpi tutte insieme.
Non c’è una sola locomotiva di crescita nel mondo, che riesca a compensare lo shock depressivo generato dall’eurozona.
Gli unici beneficiari sono i Bund tedeschi che ormai vengono collocati sul mercato a tasso zero.
Ma il credito a buon mercato è un vantaggio modesto per la Germania, se i suoi sbocchi di esportazione si rattrappiscono: è quel che Obama ripete alla Merkel, tentando di far leva sull’interesse nazionale tedesco che pure finirà per pagare dei prezzi.
Federico Rampini
(da “La Repubblica”)
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Giugno 1st, 2012 Riccardo Fucile
SPACCATURA TRA I LEADER EUROPEI DI FRONTE A OBAMA IN TELE-CONFERENZA…LA CANCELLIERA: “LA GERMANIA NON REGALERA’ SOLDI ALLE BANCHE SPAGNOLE”…MONTI: “BERLINO RIFLETTA SUBITO”
“No, la Germania non regalerà soldi alle banche spagnole”. Per tre volte Barack Obama, Mario Monti e Francois
Hollande vanno alla carica. Per tre volte Angela Merkel dice di no.
In inglese e, per non sbagliare, in tedesco. La Cancelliera è irremovibile.
E così alla teleconferenza dell’altro ieri pomeriggio l’Europa clamorosamente si spacca.
Per la prima volta davanti a Obama. Qualcosa che gli europei volevano evitare. Come testimonia un’altra teleconferenza. Quella del 17 maggio, quando Monti, Merkel, Cameron e Hollande in partenza per il G8 di Camp David decisero che almeno di fronte agli altri grandi si sarebbero dovuti mostrare compatti.
Poi le beghe su come rilanciare la crescita per risolvere la crisi le avrebbero risolte tra loro, al rientro in Europa. Compito già arduo (e in alto mare) da portare a termine entro il summit Ue del 28 giugno (ieri confermata per il 22 la riunione preparatoria a Roma tra i leader di Italia, Francia, Germania e Spagna) sul quale poi si sono innestati i bubboni di Grecia e Spagna.
Ma è l’urgenza della bomba iberica a rendere evidenti le spaccature.
Il tempo stringe, dopo Bankia potrebbero saltare altri colossi del credito di Madrid.
E l’Europa deve tenersi pronta a intervenire per evitare la disintegrazione della sua moneta che metterebbe fine ai discorsi su Grecia, crescita, futura governance e quant’altro.
Le contromisure da mettere in campo le ha illustrate mercoledì il presidente della Commissione europea Josè Barroso.
La costruzione di un’Unione bancaria con un sistema di supervisione unico a livello Ue, una garanzia europea dei depositi bancari e l’intervento diretto del fondo salva-stati europeo (l’Efsf che si trasformerà nel più potente Esm) nel salvataggio delle banche.
Con il terzo pilastro da anticipare, da mettere subito in campo modificando lo statuto dell’Efsf per tenere in piedi la baracca, per evitare l’immediato tracollo dell’euro e avere il tempo di mettere in piedi quel “Fondo di risoluzione” per gli istituti di credito che Bruxelles proporrà a breve, forse già mercoledì prossimo.
È su questo sfondo che va vissuta la video-telefonata di mercoledì. Obama (spaventato che la crisi dell’euro contagi gli Usa e comprometta la sua rielezione) apre sostenendo l’Unione bancaria e l’intervento diretto del fondo salva-Stati per le banche spagnole. Monti e Hollande (che preferisce ancora parlare in francese) sono sulla stessa linea.
La Merkel no. “La Germania è contraria a un intervento diretto dell’Efsf, non vogliamo che il fondo, che opera con soldi dei governi, spenda milioni in cambio di collaterali di banche già cotte. Non vedo perchè dovremmo possedere pezzi di banche fallite”.
A poco sono servite le insistenze dell’agguerrito terzetto.
Monti ha cercato di convincere la Cancelliera rassicurandola (frase ripetuta ieri in pubblico) sul fatto che l’Italia è “contraria a cambiare lo statuto della Bce”.
Dunque, ha ragionato, se l’Eurotower non avrà più poteri almeno “ci vuole la Banking Union e l’intervento dell’Efsf”.
E ancora, i tre hanno fatto notare che se la Spagna, come vuole la Germania, prima prenderà i soldi del fondo salva-Stati e poi salverà le banche si rischia un effetto domino dei mercati.
“Non solo il suo debito pubblico crescerà aumentando la sfiducia degli investitori, ma i mercati considereranno Madrid parzialmente insolvente e lo spread andrà alle stelle rendendo tutto ancora più pericoloso”.
Posizioni che ognuno dei tre ha ripetuto in tre diversi round della conferenza.
Alle quali la Cancelliera ha puntualmente detto di no, deludendo chi sperava che l’aggravarsi della situazione l’avrebbe spinta a più miti consigli.
Ma il pressing non si arresta.
I quattro, recita il comunicato della Casa Bianca, hanno deciso di “continuare a consultarsi da vicino” in vista del G20 di Los Cabos, Messico, del 18 giugno.
E non è un caso che ieri Monti abbia detto che la Germania “deve riflettere profondamente e rapidamente” su come bloccare il contagio della crisi riferendosi all’Efsf e alla crescita.
Bruxelles intanto andrà avanti: forse già mercoledì presenterà il Fondo di risoluzione per le banche, un salvadanaio salva-banche che dovrà essere riempito dagli stessi istituti per assicurarsi dai rischi futuri visto che gli stati non hanno più soldi per salvarli.
Ma anche su questo – il fondo comunque non farebbe in tempo a risolvere la crisi iberica – ci sono opposizioni.
Della Gran Bretagna di Cameron, contraria anche alle regole di supervisione europea ripugnanti per la City, e delle stesse banche, che dicono di non avere risorse da mettere nel fondo. Gli europei hanno poche settimane per trovare la quadra.
Alberto D’Argenio
(da “la Repubblica“)
argomento: economia, Europa, Monti | Commenta »