Giugno 12th, 2012 Riccardo Fucile
CONTINUA A SALIRE IL NUMERO DELLE AZIENDE CHE NON MANTENGONO I PROPRI IMPEGNI DI PAGAMENTO, SOPRATTUTTO AL SUD E NEL SETTORE COSTRUZIONI
Soldi non ce ne sono. E quando gli affari non vanno bene, le imprese lasciano che i propri assegni vadano in protesto. Con buona pace dei creditori.
Secondo i rilevamenti del Cerved, è proseguito anche nei primi tre mesi del 2012 il peggioramento delle condizioni economiche-finanziarie delle imprese italiane. I dati sui protesti e ritardi nei pagamenti parlano di una situazione particolarmente allarmante nelle regioni del Mezzogiorno e tra le imprese operanti nel settore delle costruzioni.
Nei primi tre mesi dell’anno si contano oltre 21 mila società cui è stato protestato almeno un assegno o una cambiale, +8,1% rispetto allo stesso periodo del 2011.
“Il dato è il secondo valore più alto di un singolo trimestre dall’inizio della crisi del 2008 – ha sottolinea Stefano Matalucci, direttore marketing di Cerved group – ed è accompagnato da un aumento dei protesti tra le imprese individuali: si contano infatti quasi 47.000 Imprenditori con almeno un protesto, in crescita del 3,2% rispetto al primo trimestre 2011”.
Le difficoltà osservate per il complesso delle società non individuali non risparmiano nessun settore, ma la situazione più critica la vive il comparto dell’edilizia, settore in cui l’1,5% delle società operative sono state protestate nel primo trimestre dell’anno.
Il fenomeno, per altro, risulta in crescita con tassi a due cifre rispetto allo stesso periodo del 2011 (+12,5%).
Il terziario invece è il settore dove si conta il maggior numero di soggetti protestati: 11.500 aziende, pari allo 0,8% di tutte quelle operative, con un aumento del +8,3% sull’anno precedente.
Gli andamenti territoriali hanno evidenziato una frattura tra nord, in cui la situazione è negativa ma abbastanza stabile (+0,9% nel nord ovest e -1,9% nel nord est), e il centro-sud, dove si osserva un ulteriore peggioramento.
Nei primi tre mesi del 2012 i protesti sono infatti aumentati con tassi a due cifre sia nel mezzogiorno, +13,5%, sia nel centro, +10,6%.
La diffusione del fenomeno ha raggiunto livelli particolarmente preoccupanti in Calabria dove l’1,9% delle imprese operative ha avuto almeno un titolo protestato nel primo trimestre del 2012 (l’1,4% del mezzogiorno).
“Il peggioramento del fenomeno dei protesti nelle regioni meridionali è accompagnato da un ulteriore aumento dei tempi di liquidazione delle fatture – ha proseguito Matalucci – l’attesa per i pagamenti delle società meridionali è passata da 90,4 giorni dell’ultimo trimestre 2011 a 92,9 dei primi tre mesi 2012, con un’accresciuta diffusione dei ritardi gravi che vede il 10,5% delle stesse saldare le fatture con oltre due mesi di ritardo”.
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Giugno 11th, 2012 Riccardo Fucile
IL LEADER MORSELLO CERCA CANDIDATI PER LE PROSSIME REGIONALI… NESSUN DIALOGO CON L’ATTUALE CLASSE DIRIGENTE, GRILLINI COMPRESI
“Ci basta un solo deputato per risolvere i problemi».
Ne è convinto Martino Morsello, presidente del movimento dei Forconi, il gruppo di agricoltori che a gennaio ha paralizzato per una settimana la Sicilia bloccando i trasporti di merci e carburante.
Per questo pochi giorni fa ha annunciato sulla pagina Facebook del movimento la ricerca di candidati da presentare alle prossime elezioni regionali siciliane, previste per ottobre, dopo l’annuncio di dimissioni a luglio del governatore Raffaele Lombardo.
Una decisione presa nonostante il risultato non esaltante delle consultazioni amministrative nei tre Comuni in cui i Forconi hanno corso con una lista propria.
Pochi ma precisi i requisiti richiesti adesso agli aspiranti: radicamento sul territorio, capacità personali e nessuna appartenenza ai partiti tradizionali che «dovrebbero essere smembrati».
Candidati di estrema destra o estrema sinistra, non importa.
Purchè siano «uomini anti-sistema», spiega.
Fondamentale è invece la condivisione del programma, i cui punti principali sono già stati diffusi.
Al primo posto restituire alla regione «la sovranità alimentare e militare».
«La Sicilia dev’essere dichiarata isola biologica e la maggior parte dei prodotti agricoli devono essere prodotti e consumati qui», spiega Morsello.
Per farlo, basterà ridurre i costi di produzione.
Tra tutti, la benzina: bandiera del movimento, sin dalla sua nascita, è infatti la necessità di abbassarne il prezzo a 0,70 centesimi di euro.
La ricetta è presto detta: «Ridurre gli sprechi della casta e coniare una moneta nostra». In parallelo, bisognerà cacciare le basi straniere dall’isola, «siano esse degli Stati Uniti o della Nato».
«Perchè la Sicilia, centro del Mediterraneo e della cultura internazionale, non può essere oppressa così», si sfoga. Importante, infine, introdurre il reddito di cittadinanza: «un compenso per quei giovani che non sono così fortunati da avere amici nei partiti che li sistemino».
Una proposta condivisa da Forza nuova ma che, secondo Morsello, piacerebbe anche all’estrema sinistra. «Dividere dal punto di vista ideologico — spiega — significa dare ancora potere ai partiti tradizionali. Che lo useranno sempre e solo per i privilegi della casta».
Il bacino elettorale preferenziale dei Forconi saranno i piccoli centri siciliani. Quelli che meglio hanno risposto alla loro prima esperienza politica, le appena trascorse elezioni amministrative a Palermo — dove hanno
ottenuto solo lo 0,28 per cento dei voti -, a Marsala con l’1,47 per cento e a Raffadali, in provincia di Agrigento, dove il movimento ha portato a casa il 3,41 per cento delle preferenze.
Risultati incoraggianti, li definisce Morsello.
Tranne che nel capoluogo, «che però non fa testo, perchè è una metropoli, con troppi abitanti e troppa burocrazia».
Anche i candidati alle prossime elezioni regionali saranno quindi espressione dei piccoli centri, «non superiori ai 20mila abitanti e meglio ancora se agricoli».
Ancora misterioso invece il nome del candidato alla guida della regione siciliana.
Il movimento sta lavorando per allargare la sua rete, rivolgendosi a realtà non solo locali. Forza Nuova, a cui da sempre i Forconi vengono reputati vicini, ha già dato la sua disponibilità .
Due i nuovi interlocutori principali, secondo quanto riferito da Morsello: il ferrarese Fernando Rossi — un passato nei Comunisti italiani, oggi portavoce del movimento Per il bene comune — e Pippo Scianò, segretario del Fronte nazionale siciliano, «il capo dell’indipendentismo isolano che vedrebbe di buon occhio una nostra candidatura».
Ma Scianò frena e smentisce Morsello. «Siamo interessati ai Forconi come fenomeno politico e sociale, ma senza alcuna alleanza, almeno al momento», chiarisce.
Soprattutto a causa della presenza di Forza nuova. «Noi vogliamo l’indipendenza della Sicilia — spiega — Come possiamo essere interessati a stare insieme a una partito nazionalista?».
Nessun dialogo è previsto da parte del movimento con l’attuale classe politica. I partiti tradizioni — Pd, Pdl, Udc, Mpa — «hanno la responsabilità di averci portato allo sfacelo solo per privilegiare una casta, la loro».
E non va meglio con gli outsider rivelazione delle passate consultazioni: il MoVimento 5 stelle. A cui i Forconi dicono di «guardare con attenzione».
Ma non senza un po’ di diffidenza.
Un esempio? «Il caso del neo-sindaco di Parma che voleva introdurre una moneta popolare ma ci ha ripensato».
La spiegazione si fa complottista. «Aldo Moro è stato ammazzato dalla grande finanza internazionale perchè voleva coniare una monetapopolare». Rischio che il primo cittadino parmense non si sarebbe sentito di correre.
Ai Forconi, invece, come recita lo slogan della loro costola nazionale servono uomini «pronti a fare quello che gli altri non vogliono fare».
Claudia Campese
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Giugno 11th, 2012 Riccardo Fucile
IL GRUPPO VALLE-LAMPADA AVREBBE AVUTO RAPPPORTI DI AFFARI NEL SETTORE DEI VIDEOPOKER CON LA ATLANTIS DEL LATITANTE CORALLO, BENEFICIARIO DI UN FINANZIAMENTO DA 148 MILIONI EROGATO DALL’ISTITUTO DI CREDITO…PER I GIUDICI IPOTESI RICICLAGGIO
I soldi della Banca popolare di Milano alla Atlantis del latitante Francesco Corallo,
concessionaria dei Monopoli di Stato per videopoker e slot machine.
E la Atlantis, a sua volta, avrebbe dato in concessione alcune sale giochi ad aziende di Giulio Giuseppe Lampada, arrestato a Milano il 30 novembre per associazione mafiosa, con l’accusa di essere la mente economica del clan Valle, legato ai Condello di Reggio Calabria.
E’ un’indiscrezione che trapela dall’inchiesta che ha portato agli arresti domiciliari l’ex presidente dello storico istituto bancario milanese Massimo Ponzellini.
Tra le accuse mosse a Ponzellini c’è appunto un finanziamento di 148 milioni di euro, che nelle carte i pm Roberto Pellicano e Mauro Clerici definiscono “incomprensibile” e in odore di “riciclaggio”, alla Atlantis Betplus di Francesco Corallo, attualmente latitante.
Francesco è figlio di Gaetano Corallo, uomo di Nitto Santapaola condannato negli anni Ottanta nel processo per l’assalto politico-mafioso al casino di Sanremo.
La Atlantis Betplus è una delle dieci concessionarie ufficiali dei Monopoli di Stato per la gestione di videopoker e slot.
Ora la storia potrebbe arricchirsi di un nuovo capitolo imbarazzante, se venisse confermato anche il rapporto economico tra Atlantis e il gruppo Valle-Lampada.
Diversi esponenti della famiglia Valle, originaria di Reggio ma trapiantata da decenni nel milanese, sono stati arrestati per associazione mafiosa, usura e altri reati nel luglio del 2010, e attualmente sono sotto processo.
A novembre del 2011 sono finiti in carcere Francesco Lampada, marito di Maria Valle, e suo fratello Giulio Giuseppe.
Quest’ultimo, considerato la mente economica del clan, anche con l’accusa di associazione mafiosa.
Nella galassia imprenditoriale dei Valle-Lampada le “macchinette” del gioco d’azzardo di Stato sono un pilastro fondamentale.
“Nel febbraio 2010, secondo i Monopoli, le macchine” riconducibili ai Valle-Lampada a Milano e provincia “erano divenute 347, collocate in 92 locali”, scrivono gli investigatori nell’ordine di custodia. “Per un fatturato “dai 25 ai 50 mila euro al giorno”.
Secondo l’accusa, il business è gestito in modo completamente illegale, con le macchinette scollegate dalla rete telematica dei Monopoli (un modo per abbattere la quota di guadagni da girare allo Stato) e pagamenti in nero alla concessionaria Gamenet.
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Giugno 10th, 2012 Riccardo Fucile
E’ UNA SOCIETA’ PARTECIPATA AL 100% DAL MINISTERO MA NON SONO PREVISTI TAGLI…34 DIPENDENTI E 4 DIRIGENTI: L’AMMINISTRATORE DELEGATO E’ ANNALISA VESSELLA, CONSIGLIERA REGIONALE E MOGLIE DEL DEPUTATO PISACANE
Trentasei pratiche di finanziamento in sette anni. 
È questo il risultato del lavoro dell’Istituto per lo sviluppo Agroalimentare, società finanziaria partecipata al 100% dal ministero delle Politiche agricole. Difficile non catalogarlo tra gli enti inutili.
Eppure è sopravvissuto anche all’ultima sforbiciata del governo di Mario Monti.
Una resistenza difficile da giustificare in tempi di spending review per una mole di lavoro che potrebbe essere smaltita da un ufficio del ministero.
All’Isa, infatti, ci sono 34 dipendenti (4 dirigenti, 16 quadri e 13 impiegati) e per i loro stipendi, più quelli di 7 collaboratori a progetto e dei vertici dell’Istituto, lo Stato paga ogni anno 5 milioni e 721 mila euro.
Cioè una media di oltre 100 mila euro l’anno a compenso.
L’obiettivo della società , con un capitale di 300 milioni, è quello di promuovere lo sviluppo agroindustriale con prestiti a tassi vantaggiosi per le imprese che possono restituirli in 10 anni.
Una volta questo compito era svolto da Sviluppo Italia ma per volontà dell’allora ministro Gianni Alemanno poteri e soldi furono trasferiti sotto il controllo diretto del ministero di via Cristoforo Colombo.
Che però finanzia una media di 20 milioni l’anno a una platea evidentemente ristretta di fruitori.
“Le aziende che avrebbero bisogno di questo tipo di incentivi sono almeno 2500 — spiega il responsabile Agricoltura dell’Idv, Ignazio Messina — ma fonti interne all’istituto mi hanno confermato che quest’anno per ora gli interventi finanziati sono solo 3. Una situazione che grida vendetta”.
Agli agricoltori, quindi, i soldi non arrivano ma c’è chi invece grazie all’Isa ne guadagna molti.
Da luglio 2011 l’amministratore delegato della società è Annalisa Vessella, 140mila euro l’anno di stipendio base.
Compenso che va ad aggiungersi a quello di consigliere regionale della Campania (che porta nelle sue tasche altri 115mila euro).
Ma non si può notare un’altra coincidenza: la Vessella è moglie dell’onorevole Michele Pisacane, passato dall’Udeur di Clemente Mastella all’Udc di Pierferdinando Casini fino al Pid con Saverio Romano.
Proprio quel Romano — imputato per concorso esterno in associazione mafiosa — che a luglio scorso era ministro delle Politiche Agricole e che ha nominato amministratore delegato dell’Isa la Vessella.
Ruolo fino a quel momento coperto dallo stesso presidente dell’Istituto, Nicola Cecconato, commercialista in quota Lega.
Raggiungere l’amministratrice telefonicamente è stato impossibile.
Bocche cucite anche tra i funzionari che hanno rivelato alle telecamere di La7 di aver ricevuto un’e-mail che li obbligava al silenzio.
Ma il doppio stipendio della signora Vessella Pisacane non è l’unico a essere lievitato: nel 2011, prima del rinnovo estivo del Cda, il compenso spettante ai consiglieri uscenti dell’Isa ammontava a 25mila euro su base annua, tranne un’indennità aggiuntiva al presidente e all’amministratore delegato.
In base a un decreto legge del 2010 le indennità dei Cda delle società interamente pubbliche dovevano essere ridotte del 10%, in questo caso a 22.500 euro.
All’Isa è successo il contrario: l’assemblea ha “rideterminato i compensi su base annua prevedendo per i consiglieri uno stipendio da 80 mila euro”. Come se non bastasse, il Cda successivo ha attribuito a presidente e amministratore delegato indennità aggiuntive: 137.500 euro per il primo e 117.500 per la seconda “oltre al riconoscimento di un rimborso spese forfettario per alloggio ed auto pari a euro 55mila annui ciascuno”.
Caterina Perniconi
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Giugno 10th, 2012 Riccardo Fucile
UNO STUDIO DELLA UIL PER UN APPARTAMENTO MEDIO DI 90 MQ… MENO CARE SAVONA E LA SPEZIA…PRESI D’ASSALTO I CAF
Trecento euro per la prima casa; mille e cento per la seconda casa.
E’ la media che ogni famiglia genovese dovrà pagare per la casa in un anno. L’ufficio studio della Uil ha preso in esame un appartamento di 5 vani, più o meno distribuito su una superficie di 90 metri quadrati e ad esso ha applicato una rendita catastale a metà tra quella per appartamenti di categoria A3 e quelli di categoria A2.
Ha tenuto conto pure delle detrazioni per i figli, dell’aggiornamento recente delle rendite catastali e delle aliquote al 5 per mille (10,6 per mille per la seconda casa) decise ieri dalla giunta di Tursi.
Alla fine ha tirato le somme.
Una famiglia che ha solo una casa pagherà in un anno, 295 euro; mentre per la seconda casa 1.092.
A Savona (aliquote 4 e 9 per mille): 158 per la prima casa, 1.000 per la seconda.
A La Spezia , stesse aliquote, 123, e 839 euro.
Secondo lo studio Uil, Genova è al settimo posto tra i 50 comuni presi in considerazione.
Roma spicca in vetta alla classifica: 639 euro il costo stimato per la prima casa; 1.880 per la seconda.
Poi Milano e Bologna che per la prima casa applicano una aliquota inferiore, 4 per mille, ma chiederanno un versamento Imu di poco più di 400 euro per la prima casa e di 1.700 per la seconda.
E poi Torino, Napoli e Pavia.
Presi d’assalto i Caf già impegnati nella compilazione dei 730.
Le date di pagamento restano per ora il 18 giugno per l’acconto della prima rata e il 17 dicembre per il conguaglio, ma esiste anche la possibilità di pagare l’Imu in tre rate a giugno, il 17 settembre e a dicembre.
Per rendere più veloce il pagamento dell’imposta agli sportelli delle Poste, l’azienda ha attivato sul sito www. poste. it una finestrella da cui è possibile compilare e scaricare il modello F24 da consegnare agli sportelli.
Oppure , dopo la registrazione sul sito, pagare online con addebito in conto corrente o con carta di credito.
Inoltre, sempre allo scopo di agevolare i cittadini, negli uffici postali più grandi, Poste Italiane metterà a disposizione uno sportello dedicato al pagamento dell’Imposta sugli immobili.
Bruno Persano
(da “la Repubblica”)
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Giugno 10th, 2012 Riccardo Fucile
IN EUROPA LA DISOCCUPAZIONE SFIORA L’11%… ENERGIE RINNOVABILI ED EFFICIENZA ENERGETICA POTREBBERO RAPPRESENTARE LA SVOLTA: “UNA MIGLIORE GESTIONE DEI RIFIUTI PUO’ PORTARE 400.000 NUOVI POSTI DI LAVORO”
La soluzione alla disoccupazione galoppante in Europa non è mai stata così verde. 
Secondo l’Ocse puntare sulle rinnovabili e sull’efficienza energetica vuol dire creare 5 milioni di posti di lavoro in più.
Possibile?
Secondo l’organismo internazionale con sede a Parigi, dal momento che per produrre energia in modo pulito e consumarla in modo efficiente ci vuole tecnologia e professionalità , bisogna investire in capitali e personale.
Il rapporto Ocse “The Jobs Potential of a Shift towards a low-carbon Economy”, presentato a Bruxelles, riprende quanto già detto lo scorso aprile dalla Commissione europea con il pacchetto impiego.
Adesso basta iniziare a crederci davvero.
Con il tasso di disoccupazione nell’Eurozona salito all’11% nel mese di aprile (+ 0,1% rispetto a marzo e +1,1% rispetto ad aprile 2011) una simile prospettiva fa a dir poco sperare.
Secondo Eurostat in un mese in Europa sono andati in fumo 110mila posti di lavoro, ovvero 1.797 lavoratori a casa in un anno.
Questo vuol dire che nell’Eurozona i disoccupati ad aprile erano 17.405 milioni (17.295 a marzo e 15.608 nell’aprile 2011).
Va leggermente meglio se prendiamo in considerazione tutti i Paesi Ue (compresa la miracolosa Polonia), con “solo” 24.667 milioni di senza lavoro (un tasso di disoccupazione al 10,3%).
Cifre da capogiro soprattutto nei Paesi del Sud: a guidare la la classifica ci pensa la Spagna con il 24,3% di disoccupati (+0,2% rispetto al mese precedente) e il 51,5% di senza lavoro tra i giovani sotto i 25 anni.
Ma anche l’insospettabile Francia non se la cava benissimo, con un 10,2% di senza lavoro (+0,1% in un mese).
Ed è proprio in un contesto come questo che le stime contenute dal rapporto dell’Ocse sembrano la luce fuori dal tunnel.
Secondo il prestigioso organismo internazionale, infatti, lo sviluppo delle energie rinnovabili e l’applicazione di singole misure per una maggiore efficienza energetica avrebbero il potenziale di creare fino a cinque milioni di nuovi posti di lavoro nella green economy entro il 2020.
A crederci primo fra tutti è Laszlo Andor, Commissario Ue all’Occupazione, che ieri ha presentato il rapporto insieme al Segretario generale Ocse, Yves Leterme.
“Abbiamo stimato che il potenziale occupazionale legato allo sviluppo delle energie rinnovabili è di tre milioni di nuovi posti di lavoro entro il 2020 e quello legato all’attuazione di singole misure di efficienza energetica è di ulteriori due milioni di nuovi posti di lavoro entro il 2020”, ha detto il commissario.
Partiamo dai rifiuti.
Secondo Andor, “solo una migliore gestione dei rifiuti potrebbe creare oltre 400mila posti di lavoro entro il 2020”.
Difficile non pensare all’Italia, visto che solo il 31 maggio la Commissione europea ha intimato al nostro Paese di “conformarsi entro due mesi” alle norme Ue per un adeguato pretrattamento dei rifiuti collocati nella discarica di Malagrotta (tra le più grandi d’Europa) e in altre nel Lazio. Questione che, dopo il caso Corcolle-Villa Adriana, sta ora creando scompiglio ad Anzio, località designata per i nuovi sversamenti. Insomma, mentre l’Ue stima che riciclaggio e compostaggio oltre che all’ambiente fanno bene anche all’impiego, l’Italia rischia di finire di fronte alla Corte di Giustizia visto che la discarica di Malagrotta “contiene rifiuti che non hanno subito il pretrattamento prescritto”.
Ma torniamo al rapporto Ocse.
Tre gli strumenti chiave suggeriti per innescare il circolo virtuoso in tutto il continente: supportare il ricollocamento dei lavoratori dalle imprese in crisi a quelle verdi in crescita; incentivare l’eco-innovazione e la diffusione delle tecnologie verdi rafforzando la formazione e impedendo che le normative siano un ostacolo; riformare il sistema fiscale e dei benefici per i lavoratori affinchè il costo delle politiche ambientali non diventi una barriera alle assunzioni.
E poi le previsioni della Commissione europea non si fermano qui.
Secondo Bruxelles, infatti, una riduzione del 17% del fabbisogno di materie prime a livello Ue potrebbe creare tra 1,4 e 2,8 milioni di posti di lavoro entro il 2025, così come il riciclo di “materie chiave” potrebbe aggiungerne altri 560mila.
“Il rapporto Ocse conferma che la crescita verde sarà uno dei motori principali del cambiamento strutturale nella nostra economia”, ha concluso il commissario Andor.
“Il greening dell’economia europea sta già creando dei posti di lavoro in alcuni settori chiave come le energie rinnovabili e la costrizione di impianti di efficienza energetica. E continuerà a farlo nei prossimi decenni”, ha aggiunto Leterme.
Adesso la parola passa ai governi nazionali.
Alessio Pisanò
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Giugno 10th, 2012 Riccardo Fucile
TORNA L’INCUBO DI UN COLLASSO DEL SISTEMA CREDITIZIO: RIDUZIONE DI 600 MILIARDI DI EURO… IN ITALIA FLESSIONE DI 44 MILIARDI, PARI AL 10%
Ci stiamo di nuovo avvicinando al precipizio. 
A quel collasso del sistema creditizio che è stato sfiorato lo scorso autunno e che solo gli interventi straordinari delle banche centrali sono riusciti a rimandare ma non a scongiurare del tutto.
L’allarme arriva dalla Banca dei regolamenti internazionali, una sorta di “banca centrale delle banche centrali”, che ha ricostruito quanto accaduto nei giorni più incandescenti dell’autunno 2011.
E che, soprattutto, non esclude che a breve possa andare di nuovo in scena lo stesso horror finanziario visto appena 6 mesi fa.
La trama ce la ricordano alcune cifre del Rapporto diffuso da pochi giorni. Assetate di liquidità , in preda ad una crisi di nervi, le banche di tutto il mondo hanno ridotto i loro prestiti internazionali per 799 miliardi di dollari (circa 615 miliardi di euro, ndr). Soprattutto questo prosciugamento del credito è avvenuto ad una velocità tale da avere come unico precedente le settimane immediatamente successive al fallimento di Lehman Brothers.
La stretta ha riguardato soprattutto il mercato interbancario, ossia i prestiti tra le stesse banche, dove in men che non si dica sono “spariti” 637 miliardi di dollari (490 mld di euro).
Nell’area euro, in particolare, i finanziamenti tra istituti sono diminuiti di 364 miliardi di dollari (280 miliardi di euro) con un calo di quasi il 6%.
Una specie di corsa agli sportelli tra banche che in Italia è stata ancora più spericolata con un calo di 57 miliardi di dollari (44 mld di euro) pari a quasi il 10% dei prestiti in essere.
E mentre gli istituti italiani facevano rientrare in tutta fretta i loro prestiti, le banche straniere riducevano a loro volta l’esposizione verso l’Italia tagliandola di 55 miliardi di dollari (42 mld di euro) e scaricando sul mercato titoli di Stato per un ammontare pari a 32 miliardi (24 mld di euro).
Angelo Baglioni, economista dell’Università Cattolica di Milano, commenta: “La crisi della liquidità dello scorso è stata effettivamente molto pesante con un mercato interbancario che è arrivato a fermarsi quasi completamente come era accaduto nel 2008”.
“In particolare, spiega Baglioni, l’accesso ai finanziamenti in dollari era del tutto bloccato”.
L’operatività dei mercati è stata mantenuta solo grazie agli interventi coordinati delle banche centrali che hanno messo a disposizione dollari in abbondanza. Poi l’operazione della Bce con il prestito triennale all’1% da 500 miliardi di euro ha ridato ossigeno al sistema.
Un successo che però è solo a metà fa notare il docente della Cattolica visto che “inizialmente le banche hanno faticosamente ripreso a prestarsi soldi tra di loro ma dallo scorso aprile stiamo assistendo ad una nuova paralisi dell’interbancario ”.
Un fenomeno rilevato anche nel rapporto della Bri che mette in luce come i benefici effetti della “cura Draghi” stiano ormai svanendo mentre i mercati sono di nuovo in preda a forte volatilità e nervosismo.
Cosa servirebbe allora adesso per scongiurare il ripetersi di una situazione da allarme rosso?
Secondo Baglioni gli elementi chiave sono due.
Da un lato i governi del Vecchio Continenti dovrebbero smetterla di marciare in ordine sparso ma adottare finalmente una strategia comune che vada in direzione di una maggiore integrazione e che venga chiaramente esposta ai mercati.
Dall’altro la Bce dovrebbe “togliersi i guanti” ed iniziare ad intervenire massicciamente sul mercato dei titoli di Stato mettendo in chiaro l’intenzione di porre un limite all’allargamento degli spread.
Su questo fronte, conclude Baglioni, Francoforte è stata sin qui troppo timida e ha accompagnato ogni azione di acquisto di titoli italiani, spagnoli o, in minor misura, francesi con dichiarazioni tese a sminuire la portata dei suoi interventi.
Ora che però il gioco torna a farsi duro non è più tempo di mezze misure.
Mauro Del Corno
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Giugno 10th, 2012 Riccardo Fucile
UN MARE DI SOLDI CHE NON HA GENERATO SVILUPPO… ORA TOCCA ALLE BANCHE SPAGNOLE RICEVERE TRA 40 E 80 MILIARDI
“Tra il 2008 e il 2011 la Commissione europea ha approvato aiuti di Stato a favore delle banche per 4.500 miliardi di euro”.
A rendere pubblica questa cifra impressionante è stato il Commissario Ue al Mercato interno Michel Barnier alla presentazione della proposta della Commissione di prevenzione e gestione delle crisi bancarie.
Una montagna di soldi che equivale al 37% del Pil dell’intera Unione europea.
E dopo tre anni di aiuti a pioggia la crisi bancaria è tutt’altro che risolta.
La prossima sulla lista degli aiutini è la spagnola Bankia, che insieme ad altri istituti del Paese sembra aver bisogno di almeno 40 miliardi di euro.
Nel frattempo imprese e aziende chiudono e i cittadini di mezza Europa fanno i conti con tagli e tasse aggiuntive.
Le cifre le dà il Commissario Barnier a Bruxelles.
Mille miliardi di euro sono le perdite subite dalle banche europee tra 2007 e 2010 (8% del Pil dell’Unione), 4500 gli aiuti di Stato concessi dalla Commissione europea agli istituti di credito (37% del Pil).
A questo bisogna aggiungere una contrazione del 6% della produzione totale dell’Ue (dati Eurostat) dovuta principalmente alla crisi finanziaria.
Insomma il quadro è perfetto.
Una cosa ormai è evidente a tutti: questa crisi economica nasce, si sviluppa e continua in seno all’attuale sistema bancario internazionale.
Colossi del calibro di Bear Sterns e Lehman Brothers (Stati Uniti) e Northern Rock, HBOS e Bradford and Bingley (Gran Bretagna) hanno causato un’ondata di crisi globale che ha investito tutto il mondo e che continua ad effetto domino.
Inutili gli interventi europei a suon di cash a RBS, Bradford e Lloyds (Gran Bretagna), KBC Group (Belgio), Bayern LB e Commerzbank (Germania), Allied Irish Banks e Bank of Ireland (Irlanda) e Cajasur (Spagna).
La crisi passa da istituto a istituto, da Paese a Paese, ma stenta ad estinguersi.
Un’indiscrezione pubblicata oggi dal quotidiano spagnolo Abc riferisce che secondo il Fondo monetario internazionale Fmi servirebbero tra i 40 e 80 miliardi di euro per il salvataggio delle banche spagnole, prime fra tutte Bankia, il quarto istituto di credito del Paese.
23 i miliardi che Madrid, dopo aver tagliato ormai da per tutto (comprese regioni e ministeri), si appresta a iniettare nel circuito creditizio nazionale.
E dire che gli aiuti di Stato, in tutti gli altri settori dell’economia reale, sono vietati dal trattato sul funzionamento dell’Unione europea.
Questo perchè, secondo Bruxelles, “favorendo alcune imprese a scapito dei concorrenti, questi aiuti di Stato possono falsare la concorrenza”.
Ecco allora che il 30 marzo scorso, ad esempio, l’Italia è stata condannata dalla Corte di Giustizia Ue per un pacchetto di finanziamenti concessi ad alcuni albergatori sardi, dichiarato illegittimo da Bruxelles e mai recuperato da Roma.
Oppure ecco la condanna di 30 milioni di euro arrivata nel novembre 2011 per non aver recuperato gli aiuti per contratti di formazione lavoro elargiti a centinaia di aziende in forma di sgravi fiscali.
Ma questo discorso per le banche non vale. Alcune deroghe, infatti, autorizzano “gli aiuti che siano giustificati da obiettivi di comune interesse, ad esempio gli aiuti destinati a servizi d’interesse economico generale”.
Vallo a dire a chi ha dovuto chiudere l’attività per fallimento o a chi per pagare l’Imu dovrà fare i salti mortali.
Eppure quando a Francoforte Mario Draghi si è rifiutato di tagliare ulteriormente i tassi d’interesse della Bce (oggi al record storico dell’1 per cento) qualcuno si è arrabbiato. Come se le aste trimestrali dell’Eurotower a prezzi stracciati fossero poco, soldi intascati a miliardi dagli istituti di credito nei mesi scorsi e senza alcun vincolo.
C’è arrivato perfino Tremonti, che lo scorso febbraio attaccava: “Se sei un Governo devi pagare il 5-6% ma la Banca Centrale Europea alle banche regala capitali all’1%. Con quell’1% per tre anni le banche possono fare quello che vogliono. E’ chiaro che se regalano i soldi per un po’ stai ancora in piedi”.
Eppure a qualcuno ieri questo 1 per cento d’interesse è sembrato troppo.
“Non deve più ripetersi che a pagare per le banche siano i contribuenti”, ha detto ieri Barnier. E menomale.
Proprio per questo la Commissione europea ha presentato ieri una proposta di prevenzione e gestione di eventuali crisi bancarie proponendo un modello europeo. Prevenzione, gestione coordinata, supervisione dell’Autorità bancaria europea e fondi di salvataggio finanziati dalle banche stesse (anche se qui ci si è limitati ad un misero 1 per cento dei depositi coperti in dieci anni).
“La crisi finanziaria ha avuto un costo elevato per i contribuenti”, ha osservato argutamente Barnier.
“Dobbiamo dotare le autorità pubbliche degli strumenti necessari per gestire adeguatamente eventuali future crisi bancarie. In caso contrario, toccherà ancora una volta ai cittadini pagare il conto, mentre le banche continueranno ad agire come prima, sapendo che, se necessario, saranno nuovamente salvate”.
Alessio Pisanò
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Giugno 9th, 2012 Riccardo Fucile
IL RICHIAMO AI POTERI FORTI CHE “REMANO CONTRO” E’ UN CLASSICO ALIBI DELLA POLITICA ITALIANA
Non è vero, come asseriscono i calunniatori, che il governo dei tecnici sia noioso e
funereo.
Da un po’ di tempo anzi ha preso a far ridere.
Prendete il premier, per gli amici Bin Loden, l’uomo che modestamente voleva “salvare l’Italia” e, già che c’era, pure di “cambiare gli italiani”.
L’altro ieri s’è molto lagnato perchè “il mio governo e io abbiamo sicuramente perso l’appoggio di quelli che gli osservatori ci attribuivano, colpevolizzandoci: i cosiddetti poteri forti. Non incontriamo i favori di un grande quotidiano e della Confindustria”.
Ma tu pensa: uno che è stato, nell’ordine, docente, rettore e presidente della Bocconi, consulente del governo De Mita, consigliere d’amministrazione di Fiat e Comit, commissario europeo al Mercato interno e poi alla Concorrenza, membro dei gruppi Bruegel, Bilderberg, Trilateral e Atlantic Council, advisor di Coca Cola, Goldman Sachs e Moody’s, editorialista del Corriere, e ora è senatore a vita, presidente del Consiglio e ministro del Tesoro, parla di poteri forti.
E non guardandosi allo specchio, ma cercando i colpevoli del fallimento del suo governo.
Così, oltre a suscitare l’ilarità generale, fa un altro passo verso il linguaggio dei politici dai quali doveva salvarci: quelli che qualunque cosa accada, anche un foruncolo o un’unghia incarnita, danno sempre la colpa ai “poteri forti”. Uno dei primi a evocarli — scrive Gian Antonio Stella — fu Rino Formica nel 1991, per squalificare i referendum di Segni che minacciavano la casta della Prima Repubblica: “La sinistra che appoggia i referendum rischia di lavorare per il Re di Prussia, ovvero per quei poteri forti che male han digerito l’affermarsi di grandi partiti popolari”.
Poi esplose Tangentopoli, e tutti i ladroni fecero a gara ad affibbiare al molisano Di Pietro oscure regìe di poteri forti italiani, ma anche angloamericani.
Craxi denunciò “manovre per dare al Paese una democrazia di facciata ancora più debole, di fronte ai poteri forti, di quelle latino-americane”. Il sindaco-cognato Pillitteri puntò il dito contro chi “sta prendendo in mano, forse gratis, Milano e l’Italia: una grande alleanza tra i poteri forti, come massoneria, Opus dei e grandi famiglie”.
Gli immancabili “poteri forti” divennero un alibi pràªt à porter per chiunque finisse nei guai: dal cardinal Giordano coinvolto in storie di usura, al ciclista Cipollini escluso dal Tour, ad Al Bano ostracizzato da Sanremo.
Nell’estate ’94, quando il neonato governo B. era già alla frutta perchè B. si faceva i cazzi suoi e Bossi lo stava mollando, il vicepremier Tatarella (An) strillò ai “poteri forti ostili al governo e abituati a strumentalizzare la sinistra” e frullò insieme “Confindustria, Mediobanca, Chiesa, massoneria, Csm, Consulta, servizi, Opus dei, gruppi industriali ed editoriali”, trascurando il fatto che B. era dentro quasi tutti.
Da sinistra partirono strali, ma due anni dopo D’Alema ripetè la tiritera (“I poteri forti non vogliono che la politica prenda forza, hanno un interesse strutturale a tenerla sotto pressione”): intanto rendeva omaggio a Mediaset e si inumidiva le slip al cospetto di Cuccia.
Fazio intercettato mentre tresca coi furbetti del quartierino? “Mi han bloccato i poteri forti”.
E Ricucci: “A me m’han rovinato perchè ho toccato i poteri forti”.
Persino Moggi, beccato a ordinare arbitri à la carte e a pilotare campionati, lacrima: “Ho agito così per non essere vittima dei poteri forti”.
Il tutto dalla tolda della Juventus, noto potere debole.
L’anno scorso Brunetta sente puzza di cadavere dalle parti del padrone e gioca d’anticipo: “Il nostro governo con la riforma della scuola e della giustizia s’è messo contro i poteri forti”.
Infatti di lì a poco spira, rimpiazzato dal nuovo campione dei poteri forti, Monti, che però se ne sente abbandonato dopo otto mesi appena. Guarda caso mentre il suo governo non ne azzecca più una.
Intendiamoci: i poteri forti esistono eccome, ma in bocca ai nostri politici assumono tutt’altro significato.
Che si traduce così: “Oddio, non mi sento tanto bene”.
Marco Travaglio
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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