Maggio 31st, 2012 Riccardo Fucile
TASSA DI DUE CENTESIMI AL LITRO PER IL SISMA IN EMILIA, MA LO STATO INCASSA ANCORA PER IL FRIULI, IL VAJONT E L’ABISSINIA
Due centesimi di euro al litro possono non sembrare una gran cifra, ma l’accisa relativa al terremoto che ha colpito martedì l’Emilia Romagna tra il 20 e il 29 maggio va ad aggiungersi a una lunga serie di imposte sulla fabbricazione e vendita del carburante che datano indietro anche di trent’anni. O Settanta.
QUANT’È IL PESO SUL DISTRIBUTORE
La tassa per la ricostruzione del modenese e del ferrarese si somma, infatti, a quelle di altri sismi e catastrofi.
Già a febbraio, prima quindi della recente emergenza, il Senato si era trovato a discutere numerose mozioni riguardanti proprio le accise dei carburanti nelle zone di confine.
Una delle mozioni chiedeva al governo di porre in atto agevolazioni per i residenti nelle zone di confine, che preferivano andare all’estero a rifornirsi piuttosto che pagare imposte e Iva (perchè un’accisa è anche soggetta a Iva) fino al 65-67 per cento del valore del carburante.
Ed elencava nel dettagli i balzelli che affliggono le pompe.
GUERRE COLONIALI E ALLUVIONI
Le tasse sul carburante sono, denunciava la mozione 558, pari a due terzi del totale, e buona parte di esse sono legate a eventi straordinari del passato divenuti poi introiti ordinari: la guerra di Abissinia in epoca coloniale (1935) e le missioni delle truppe italiane in Bosnia e in Libano (1996) tra i finanziamenti straordinari dell’esercito, e la crisi del canale di Suez del 1956 tra gli eventi strettamente legati al mondo petrolifero.
Ma anche eventi drammatici della storia italiana: il disastro del Vajont (1963); l’alluvione di Firenze (1966); gli aiuti legati ai terremoti del Belice (1968), del Friuli (1976) e dell’Irpinia (1980).
Con l’eccezione poco consolatoria delle missioni all’estero, si tratta di eventi di oltre trent’anni fa, con un picco ai 77 anni della guerra d’Africa, ben più anziana della Repubblica.
Queste accise hanno un peso diretto di circa 25 centesimi al litro, e vanno sommate al decreto Salva Italia dello scorso anno (9,9 centesimi) e a imposte regionali come quelle legittimamente inserite, per esempio, da Liguria e Toscana per coprire i costi delle alluvioni di novembre 2011. Più specificamente, lo scorso anno le tasse sul carburante sono aumentate quattro volte: con il fondo per lo spettacolo (0,92 centesimi in due aumenti successivi), con la guerra in Libia (4 centesimi), con la già citata alluvione di Genova e delle Cinque Terre (0,89 centesimi) e appunto con il Salva Italia.
Maria Strada
(da “Il Corriere della Sera”)
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Maggio 31st, 2012 Riccardo Fucile
E’ QUANTO EMERGE DALLE STATISTICHE SULLE DICHIARAZIONI PUBBLICATE NEL 2011… IL REDDITO MEDIO DEI TASSISTI E’ SOTTO I 15.000 EURO, AI PRIMI POSTI FARMACIE (109.000) E NOTAI (318.200)
Al primo posto ci sono i notai, all’ultimo i dipendenti degli istituti bellezza e i sarti.
I fornai dichiarano più dei gioiellieri e gli autonomi in media solo 27.300 euro l’anno. E’ quanto risulta dalle statistiche sulle dichiarazioni pubblicate dal Dipartimento delle finanze del 2011 sull’anno di imposta 2010 da cui emerge la classifica dei redditi nei principali studi di settore, da quelli mini dei tassisti o dai venditori di automobili fino a quelli di farmacisti e medici.
Il reddito medio dichiarato è risultato pari a 27.300 euro per le persone fisiche (+3,1% rispetto al 2009), 37.500 per le società di persone (+4.3%) e 31.600 per le società di capitali ed enti (+19,7%).
Per quanto riguarda l’attenzione sull’attività esercitata, il reddito medio più elevato si è registrato nel settore delle attività professionali (49.500 euro) seguito dal settore dei servizi (26.900 euro), dal settore delle attività manifatturiere (29.200 euro), mentre il più basso si è registrato nel commercio (20.400 euro).
Ultimi per gettito i lavoratori degli istituti di bellezza con 6.500 euro annui. Seguono i sarti con 8.200 euro, poi i negozi di abbigliamento e scarpe a quota 8.600 euro e le tintorie e lavanderie con 9.700 euro.
Superano i diecimila i negozi di giocattoli (10.700) le profumerie con 11.500 e i pellicciai con 12.200.
Salendo nella classifica ci sono parrucchieri (12.600), fiorai (12.700) e pescherie (13.300).
Chi lavora nei servizi della ristorazione dichiara in media (14.300), alberghi e affittacamere 14.700, 14.800 gli autosaloni e i taxi 14.800.
Gli stabilimenti balneari si fermano a 15.400 euro e sono superano di poco bar e gelaterie con 16.800 euro.
Giù nella classifica i gioiellieri (17.000) che dichiarano cento euro in meno dei negozi di alimentari (17.100) e seguono macellerie (17.300), pasticceri (18.900), imbianchini e muratori a 22.900.
I meccanici sono a 24.700 e i fornai (25.100) precedono di quattro mila euro gli architetti (29.600).
Salendo in classifica ci sono invece sale da gioco e biliardo (55.300), avvocati (57.600), commercialisti e contabili (61.300). E ai primi tre gli studi medici (69.800), farmacie (109.700) e notai (318.200).
Sono circa 5,122 milioni i contribuenti che nel 2011 hanno presentato la dichiarazione Iva per l’anno d’imposta 2010, con un calo (-1%) rispetto all’anno precedente, dovuto principalmente alla mancata presentazione della dichiarazione da parte dei soggetti in “regime dei minimi”, la cui adesione nel 2010 è in crescita del 14,4% rispetto all’anno precedente.
E i contribuenti con volume d’affari oltre 7 milioni di euro (circa lo 0,85% del totale, prevalentemente società di capitali) detengono circa il 66% del totale.
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Maggio 30th, 2012 Riccardo Fucile
DODICI FERMI NEI CONFRONTI DI ESPONENTI DEL CLAN NASONE…. GLI IMPRENDITORI CHE NON PAGAVANO AVEVANO I MEZZI DANNEGGIATI O SUBIVANO PESANTI INTIMIDAZIONI
I carabinieri li hanno sentiti pianificare le incursioni notturne, organizzare i danneggiamenti. Stabilire quali mezzi
dovevano saltare in aria e quali essere devastati a mazzate.
Per lavorare sui cantieri della Salerno-Reggio Calabria, dovevano pagare tutti.
E nella zona di Scilla-Villa San Giovanni, i soldi toccavano a loro. Il 3% dell’importo dell’appalto, e “non meno”, doveva andare ai “Nasone-Gaietti”.
Ora una decina di componenti della cosca sono finiti in manette su richiesta della Dda di Reggio Calabria, che ha deciso di affondare il colpo mentre la cosca era ancora pienamente operativa.
I carabinieri del Comando provinciale hanno notificato dodici “fermi” nei confronti di altrettante persone ritenute legate al clan degli scillesi.
Il procuratore aggiunto Michele Prestipino e i pm Alessandra Cerreti e Rosario Ferracane, hanno firmato i provvedimenti nel tentativo di bloccare lo stillicidio di intimidazioni che negli ultimi mesi ha riguardato una serie di aziende impegnate nella fornitura di servizi e materiali o subappaltatori dell’A3 e non solo.
In questo senso, il boss Giuseppe Virgilio Nasone, e i suoi uomini erano determinati. Nonostante l’arresto di un picciotto della “famiglia” catturato nei mesi scorsi – quando si era presentato ad un imprenditore per chiedere una mazzetta da sei mila euro – il gruppo non aveva nessuna intenzione di fermarsi. Anzi.
Le microspie dell’Arma li avevano sentiti ragionare: “Non è che le cose non si possono fare, basta stare attenti”.
Le cose da fare erano gli attentati. E di soldi ne arrivavano tanti dalle ditte intimorite.
Alcuni imprenditori pagavano per evitare che le attrezzature, in molti casi particolarmente costose, fossero danneggiate.
Altri per paura o per evitare che gli operai subissero ritorsioni anche violente.
“Dobbiamo fare come quelli di Gioia Tauro — dicevano — quelli che pagano sono apposto. Agli altri gli facciamo saltare i palazzi”.
L’inchiesta della Procura di Reggio Calabria ha preso il via dalla denuncia di un imprenditore che non si è voluto piegare.
Così, a marzo del 2011 è finito in carcere Giuseppe Fulco, cugino dei Nasone.
Gli inquirenti, incassato il risultato, tuttavia, non hanno mollato la presa ed hanno continuato ad ascoltare i suoi commenti in carcere.
Ed è durante i colloqui con la madre e la sorella che sono venuti fuori una serie di elementi che hanno consentito di ricostruire la rete di rapporti interni alla cosca.
Il clan infatti continuava a versargli “la mesata” ed a spartire con lui gli utili di altre estorsioni. Altre microspie e una serie di pedinamenti hanno fatto il resto, riuscendo a dare un volto ed un nome ad ogni componente del clan e a ricostruire i singoli episodi.
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Maggio 29th, 2012 Riccardo Fucile
IL BANCHIERE E’ AI DOMICILIARI MENTRE SULL’IMPRENDITORE LATITANTE PENDE UNA MISURA CAUTELARE… FERMATO ANCHE ANTONIO CANNALIRE “SOGGETTO IN STRETTI RAPPORTI” CON L’EX NUMERO UNO DELLA BANCA POPOLARE
Massimo Ponzellini, ex presidente della Banca Popolare di Milano e attuale numero uno di Impregilo, è stato messo agli arresti domicialiari dalla Procura di Milano per i finanziamenti concessi alle società riconducibili a Francesco Corallo sul quale pende una misura cautelare, ma che non può essere eseguita perchè latitante.
Con Ponzellini ai domiciliari anche Antonio Cannalire emerso come “un soggetto in stretti rapporti con Ponzellini, su cui esercitava una forte influenza e con cui avrebbe curato pratiche di finanziamento chiaramente anomale con personaggi di rilievo istituzionale”.
Le accuse, nell’inchiesta coordinata dai pm Roberto Pellicano e Mauro Clerici, sono di associazione per delinquere finalizzata all’appropriazione indebita e alla corruzione privata.
Nell’ambito della stessa vicenda la Procura contesta ai banchieri anche il divieto di contrarre obbligazioni.
Tra gli indagati figurerebbero anche Enzo Chiesa, ex dg della Bpm, e Marco Milanese ex braccio destro di Giulio Tremonti, ex ministro dell’Economia Giulio Tremonti.
A Ponzellini vengono, inoltre, contestate anche presunte “mazzette” per 5,7 milioni di euro.
Nel mirino degli inquirenti era finito lo scorso ottobre il finanziamento da 148 milioni di euro da parte di Bpm alla società Atlantis/BpPlus, “un finanziamento che – scrivevano i pm in un decreto di sequestro – appare incomprensibile, sia secondoi canoni di buona amministrazione sia, più gravemente, secondo le regole della disciplina in materia di riciclaggio”.
La banca avrebbe prestato soldi alla Atlantis che, risalendo la catena di controllo, farebbe capo attraverso una società offshore delle Antille Olandesi a Francesco Corallo, figlio di Gaetano, condannato per reati di criminalità organizzata, e legato al clan di Nitto SantaPaola.
I ricavi della Atlantis, attiva nei giochi d’ azzardo e vincitrice di una gara d’appalto con l’Amministrazione autonoma dei monopoli di Stato (Aams), finirebbero al di fuori dei confini nazionali, senza saperne la destinazione.
Dubbi sarebbero emersi anche su un aumento di una fideiussione concessa ad Atlantis, in occasione della quale non sarebbero stati verificati i requisiti della società , primo fra tutti la necessità che la società per ottenere le concessioni sui giochi d’ azzardo dalla Stato italiano non avesse sede in Paesi a fiscalità agevolata.
E per capire i legami tra il gruppo Atlantis e l’Amministrazione autonoma dei monopoli di Stato (Aams), la Guardia di finanza ha già perquisito gli uffici di Roma di quest’ultima, il cui direttore generale, Raffaele Ferrara, è presidente dell’Organismo di Vigilanza della Bpm.
Walter Galbiati e Emilio Randacio
(da “La Repubblica”)
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Maggio 29th, 2012 Riccardo Fucile
L’EX PRESIDENTE DELLA BANCA POPOLARE DI MILANO E BOSS DI IMPREGILO E’ STATO UOMO VICINO AL CARROCCIO, CONSULENTE ECONOMICO DEL VATICANO, AMICO E PROTETTO DI TREMONTI
Ponzellini, ex presidente della Banca Popolare di Milano e attuale numero uno di Impregilo, è stato arrestato dalla Procura di
Milano con l’accusa di associazione per delinquere finalizzata all’appropriazione indebita e alla corruzione privata.
Nel mirino degli inquirenti era finito lo scorso ottobre il finanziamento da 148 milioni di euro da parte di Bpm alla società Atlantis.
La banca avrebbe prestato soldi alla Atlantis che, risalendo la catena di controllo, farebbe capo attraverso una società offshore delle Antille Olandesi a Francesco Corallo, figlio di Gaetano, condannato per reati di criminalità organizzata, e legato al clan di Nitto Santapaola.
Massimo Ponzellini fino a pochi mesi fa era considerato uno degli uomini più potenti legati all’area grigia tra finanza e politica.
Qui di seguito il ritratto che ne ha fatto Denise Pardo nell’ottobre del 2010
Alla fine, perchè sono i dettagli a fare la differenza, a convincere il Senatur della sua fede padana, non è stato il ministro di Silvio, ma il ministro di Dio.
Così, più che Giulio Tremonti potè infatti don Stefano, parroco di Bedero Valcuvia, Varese, che dopo aver chiesto aiuto e soldi a Umberto Bossi per la chiesa andata in fiamme, si era visto arrivare, in puro stile leghista assistenzial-territoriale, non solo il suddetto Bossi.
Ma al suo fianco, convocato d’urgenza, anche Massimo Ponzellini, neo presidente della Banca Popolare di Milano, (“L’abbiamo nominato noi”, aveva declamato il leader del Carroccio) quindi pronto a finanziare il restauro di sacrestia, campanile e, crepi l’avarizia da sportello, pure l’acquisto dell’organo andato in fumo.
Davvero una prova del fuoco, è il caso di dirlo, per lui primo esemplare di banchiere del Po, “uno dei nostri”, continua a dichiarare urbi et orbi Bossi che quando si fissa, si fissa, e ora è la volta di Ponzellini, tanto da far baluginare, a fine agosto, una sua possibile candidatura a sindaco di Bologna.
Ma Ponzellini, che sorvola sull’affiliazione politica (“Faccio il presidente nell’interesse dei clienti dei soci e dei dipendenti”), non ci pensa proprio.
Nel futuro si spalancano ben altri scenari per uno come lui, 60 anni, presidente di Bpm ma anche di Impregilo, superconsulente economico del Vaticano (sono solo quattro) amico e protetto di Tremonti, quasi la sua ombra, capace di “fare baracca”, come si diverte a dire in slang bolognese, con l’asettico Piero Gnudi presidente dell’Enel filo Udc come con l’eccitato ministro Roberto Calderoli.
A suo agio tra i maglioni in lana di capra del popolo del Po come nella Bentley guidata dall’autista con guanti che lo portava dalla casa di Ascot alla sede della Bers dove lavorava, può vantare, e certo è una bella novità per i suoi amici della Lega, perfino quattro quarti di nobiltà imprenditoriale: mobili Castelli, la famiglia d’origine, caffè Segafredo, per parte di moglie, “la Maria”, tre figlie con lei, il suo nome tatuato sul polso al tempo del corteggiamento.
E pensare che agli esordi Ponzellini sembrava una pecora nera.
Un simpaticone con l’aria un po’ frescona e la sindrome da party.
Come dimenticare gli arrivi roboanti in ufficio in Ferrari, quella del nonno e del padre, molto old money direbbero gli squali della City, quando era l’assistente del paffuto presidente dell’Iri Romano Prodi?
O le riunioni di staff sul mega motoscafo, anch’esso veloce e rumoroso come si conviene, praticamente un ufficio galleggiante oltre che una navetta Napoli-Capri, da amministratore delegato di Sofin?
Negli anni, invece, di passo in passo, si è rivelato un uomo accorto che ha saputo riempire molto bene tutte le caselle.
Ora sembra destinato a un ruolo chiave e principale nella partita della Lega per la conquista della finanza e delle banche del Nord.
Anche perchè la sua è stata la prima vera nomina, la prima scelta matura per il salotto buono del capitalismo espressa dal partito di Bossi.
In fondo, un colpaccio per ambedue le parti. Per la Lega, vuol dire avere in portafoglio uno che conosce tutti quelli che si devono conoscere a est e a ovest di Suez (espressione dell’Aga Khan, che il nostro naturalmente conosce).
Per Ponzellini, un nuovo, promettente porto da cui salpare con il vento in poppa
I porti che ha frequentato e le porte che ha aperto e chiuso sono state tante.
Ponzellini, come è chiaro, nasce con la camicia, che di questi tempi è diventata verde, naturalmente.
Ma è stato il fato a portargli in dote un universo familiare così variegato da rappresentare un pozzo di legami e di rapporti davvero senza fondo.
Suo padre, l’ingegner Giulio, oltre a essere uno dei sostenitori e finanziatori della Nomisma (di cui suo figlio diventerà direttore) di Romano Prodi, è stato per decenni potente Consigliere superiore della Banca d’Italia, dove sono passati Lamberto Dini, Cesare Geronzi, Mario Sarcinelli.
Secondo tutti, Massimo è di Bologna, dove in effetti è nato.
In realtà , la famiglia è originaria di Cazzago Brabbia, comune in provincia di Varese di 800 anime più o meno, ora caput mundi, però, visto che proprio lì ha visto la luce Giancarlo Giorgetti, il Gianni Letta di Bossi, presidente della Commissione Bilancio della Camera, segretario nazionale del Carroccio, riservato come una marmotta, e soprattutto, cugino di Ponzellini.
Ecco il fato ancora. E l’eredità di una rete, di un coacervo di relazioni che il banchiere, dotato quando è in vena di una simpatia travolgente, battute a raffica, eloquio fiorito simil Bossi e neanche un filo di puzza sotto al naso, ha saputo mettere a frutto come pochi.
Così passa dalla Roma delle Partecipazioni Statali con il Professore alla Londra dell’alta finanza, sede della Banca Bers, fondatore Jacques Attali, ex consigliere di Mitterrand, ora di Sarkozy, vice presidente Sarcinelli, invece, dove nel giro di pochissimo diventa amico di Carlo d’Inghilterra (una volta, per evitare una multa, bisbiglia quasi con l’occhiolino la conoscenza altolocata all’orecchio di un vigile londinese che per un pelo non lo ricovera per accertamenti).
Dopo, governo Berlusconi, ministro l’amico di famiglia Dini, trascorre nove anni fra gli abeti del Lussemburgo alla Bei fino a quando Tremonti, frequentato a fine anni Ottanta, da ministro del Tesoro lo nomina responsabile di Patrimonio Spa e della Zecca di Stato. In Italia, ritrova il gran giro.
A Roma, quello della politica. A Milano, quello dell’economia, Marcellino Gavio e Salvatore Ligresti, gli imprenditori che con Gilberto Benetton lo nomineranno presidente di Impregilo, colosso delle grandi opere (ora anche in Libia), alcune molto care ai padani: la galleria del Gottardo, la Pedemontana Lombarda, la Tangenziale est esterna di Milano.
Poi, la vittoria alla Bpm, dopo uno scontro epocale con l’ex dc Roberto Mazzotta, conquistata grazie all’appoggio di sindacati e soci convinti, racconta una fonte leghista, dal curriculum di Ponzellini, certo, ma anche da un lavoro di lobby strategico (la banca ha comprato una montagna di Tremonti bond).
Fatto sta. Lega o non Lega, dai e dai, Ponzellini riesce persino a costruire un rapporto personale con Bossi.
Appare in compagnia di Tremonti e del leader del Carroccio agli incontri con gli industriali del Varesotto all’Agustawestland di Vergiate, dove la Lega vorrebbe mettere uno zampino in cda molto volentieri.
E’ spesso con i due ministri a Montecitorio a Roma.
A colazione al Savini di Milano.
Il primo luglio, durante un vertice alla pizzeria Capricciosa di Roma il banchiere compare per un affettuoso saluto al Senatur.
Sono ancora l’Umberto, il Giulio e il Massimo a visitare il 26 luglio Villa Reale a Monza, possibile scenario Expo 2015. Ponzellini manca di rado ai “lunedì di Giulio” all’Agenzia delle Entrate a Milano, dove Tremonti convoca i principali banchieri per chiacchiere informali e pasti frugali.
Per dire la vita: proprio lui che aveva partecipato nel 2001 al rilancio de “l’Unità ” di Furio Colombo e Antonio Padellaro, ora è una star della “Padania”.
Proprio lui, formato nelle banche europee, si accompagna al partito che vede l’Ue come il Diavolo.
Proprio lui, l’uomo dai mille contatti con la finanza Usa, bacchetta al convegno Federlegno il presidente Giorgio Napolitano per la visita a Obama, preferita all’assemblea Confindustria, ed è in prima fila ai festeggiamenti romani per Gheddafi. Un’unità di pensiero quasi commovente tra lui e la Lega, persino sulla Rai: “Se chiudesse, il Paese ci guadagnerebbe”, ha detto.
Così non c’è da stupirsi se poi qualcuno pensa di trasformarlo in un politico, come è successo con la ventilata candidatura a Bologna, liquidata da lui come una boutade. Ponzellini, uomo accorto e abile, ha imparato bene che i premier passano, i politici tramontano, ma che in genere, i banchieri restano.
Denise Pardo
(da “L’Espresso”)
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Maggio 28th, 2012 Riccardo Fucile
ENTRO MAGGIO I MINISTRI DOVRANNO INDICARE I TAGLI NEI RISPETTIVI DICASTERI…. ENTRO GIUGNO IL PROGETTO DI RIDUZIONE DELLE SPESE
Pubblicati i tempi della “spending review“: entro fine maggio i ministri dovranno spiegare dove e come hanno deciso di tagliare le
uscite dei rispettivi dicasteri e per la seconda metà dell’anno sono già previsti i primi risparmi.
Il commissario Enrico Bondi ha presentato il crono-programma degli interventi al comitato interministeriale per la revisione della spesa che si è riunito a Palazzo Chigi. Entro il mese di giugno saranno varati tutti gli strumenti operativi “per ottenere le riduzioni di spesa programmate, pari ad almeno 4,2 miliardi di euro, su un volume di spesa considerata aggredibile di circa 100 miliardi”.
Il risanatore della Parmalat ha annunciato di avere in mente per la pubblica amministrazione “una serie di azioni per realizzare un sistema di acquisto realmente integrato e performante, in grado di ottimizzare il prezzo unitario di acquisto”.
Il Comitato interministeriale che è presieduto da Mario Monti si riunirà nuovamente il 12 giugno prossimo, “quando saranno disponibili i risultati della spending review interna effettuata dai singoli ministeri, in applicazione della direttiva del presidente del Consiglio adottata il 3 maggio scorso”.
In una nota, viene spiegato che “su tale base, ciascun ministro deve proporre un progetto contenente sia gli interventi di revisione e riduzione della spesa atti a generare i risparmi previsti, sia misure di razionalizzazione organizzativa e di risparmio per gli esercizi futuri entro il 31 maggio 2012“.
Le macro aree d’intervento individuate dal commissario Bondi sono: ottimizzazione dei prezzi in base ai costi unitari; ottimizzazione delle quantità sui consumi unitari; integrazione e razionalizzazione degli strumenti già esistenti per raggiungere questi scopi.
Il commissario ha intrapreso un’analisi degli attuali strumenti di controllo dei prezzi negli acquisti di beni e servizi da parte della pubblica amministrazione.
I primi risultati di tale studio “suggeriscono la possibilità di una serie di azioni per realizzare un sistema di acquisto realmente integrato e performante, in grado di ottimizzare il prezzo unitario di acquisto”.
Dal lavoro sin qui svolto emerge, spiega Bondi, che “grazie alla creazione di un sistema a rete per gli acquisti e all’individuazione di indicatori per le quantità , già nella seconda parte del 2012 possa essere conseguito un risparmio rispetto agli attuali volumi di spesa”.
Intanto dal Governo forniscono il numero delle segnalazioni e delle proposte dei cittadini raccolti nella sezione apposita del sito governo.it.
Fino a oggi sono state più di 130 mila. Alcune segnalazioni hanno motivato, spiegano da palazzo Chigi, “un’indagine specifica, in particolare nel caso in cui denunce ricorrenti apparivano provenienti da territori diversi”.
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Maggio 27th, 2012 Riccardo Fucile
I SOLDI RICEVUTI DALLA BCE USATI DASLLE BANCHE PER ACQUISTARE TITOLI, INVECE CHE PER FINANZIARE LE AZIENDE
Cercate credito? Prego, ripassate più avanti, magari tra qualche mese.
Assediati da migliaia di imprenditori in difficoltà , gente che chiede un aiuto per affrontare le secche della crisi oppure nuovi prestiti per rilanciare gli investimenti, i banchieri continuano a dare la stessa risposta standard. “Adesso non si può, non siamo in grado. Anche noi abbiano i nostri problemi, problemi gravi, che cosa credete?”.
Già , i problemi delle banche. Perchè anche gli istituti di credito sono andati sbattere contro il muro della recessione. E i soldi della Bce, come da mesi segnalano gli analisti, servono più che altro ad evitare il collasso del sistema finanziario.
In altri termini: l’istituto di Franco-forte ha lanciato un salvagente alle banche, che erano rimaste drammaticamente a corto di liquidità .
Salvati i banchieri, le imprese seguiranno, forse.
Leggiamo che cosa scrive a questo proposito l’ultimo rapporto sulla stabilità finanziaria pubblicato ad aprile dalla Banca d’Italia.
“La normalizzazione (dell’offerta di prestiti alle aziende) sarà possibile a condizione che il calo dei tassi sui titoli sovrani e il miglioramento della situazione dei mercati dei capitali si confermino nei mesi a venire”.
In sostanza, la ripresa dei finanziamenti bancari è ipotizzabile nel futuro prossimo solo se lo spread continua a calare e il denaro riprende a circolare tra gli intermediari.
Questa è la previsione degli analisti di Bankitalia formulata nel documento che, peraltro, è servito come base al governo per rispondere all’interrogazione parlamentare di cui si parla in questo articolo  .
Il problema vero è che “il calo dei tassi sui titoli sovrani” e il miglioramento della situazione dei mercati dei capitali” evocati dalla Banca d’Italia sono possibili solo se gli operatori ritrovano un minimo di fiducia sulla ripresa dell’economia globale.
Se manca la fiducia nessuno investe e i mercati restano instabili.
E se i mercati restano instabili, le banche non fanno credito, di conseguenza le aziende non possono investire e l’economia non riparte.
A questo punto il cerchio si chiude, perchè senza segnali di ripresa la fiducia resta una chimera, i mercati virano al ribasso e via di questo passo in una spirale che sembra senza fine.
Ecco perchè le banche, una volta ricevuti i soldi dalla Bce, se li sono tenuti in cassa oppure li hanno usati per comprare titoli di stato.
Il timore dei banchieri è che di qui a qualche mese la situazione economica generale possa di nuovo peggiorare.
Allora perchè prendersi dei rischi prestando soldi ad aziende che potrebbero affondare? Con queste premesse non è una sorpresa che tra febbraio 2011 e febbraio 2012 i prestiti concessi dai primi cinque gruppi bancari italiani siano diminuiti del 2,8 per cento.
A tamponare la situazione, ma solo in parte, sono stati gli istituti di minori dimensioni, quelli più legati al territorio.
I finanziamenti accordati da questa categoria di banche sono aumentati dell’1,4 per cento.
In valore assoluto, comunque, lo stock dei prestiti alle imprese è diminuito: dai 915 miliardi di novembre 2011 siamo passati agli 895 miliardi registrati a fine febbraio 2012.
Va poi ricordato che non tutti i debitori sono uguali e i banchieri hanno letteralmente sbattuto la porta in faccia alle aziende più problematiche concentrando gli impieghi sui clienti migliori. Secondo le statistiche della Banca d’Italia, nel 2011 i prestiti alle imprese classificate come “sane” sono addirittura aumentati del 6 per cento circa.
Questo significa che le banche, nel timore che l’economia possa ancora rallentare, sono disposte a prendersi ancora meno rischi rispetto a qualche tempo fa.
Proprio come farebbe qualunque investitore: se in Borsa si prevede ribasso difficile che qualcuno compri azioni. Infatti le banche hanno messo i loro soldi sotto il materasso, o quasi. Anzi, meglio ancora, investendo in titoli di stato sono riuscite a lucrare sulla differenza tra il costo del prestito della Bce, offerto all’1 per cento, e i rendimenti garantiti dai titoli di stato, dal 3 per cento in su.
Risultato: il valore di Btp e altre obbligazioni pubbliche in portafoglio agli istituti italiani è aumentato di oltre 60 miliardi.
Intesa, cioè il più grande gruppo bancario nazionale, ha aumentato la sua esposizione verso il debito targato Italia dai 60 miliardi di fine dicembre 2011 ai 72 miliardi registrati alla fine dello scorso marzo.
Unicredit nello stesso periodo è passato da 27 a 32 miliardi.
I banchieri si difendono spiegando che senza i soldi della Bce avrebbero dovuto vendere enormi quantità di titoli di stato provocando un tracollo del mercato. Possibile. Anzi, probabile. Abbiamo evitato il disastro. L’economia però non riparte.
E allora tocca accontentarsi delle buone parole della Banca d’Italia, che nel rapporto sull’eurosistema prevede che “effetti espansivi sull’offerta di credito saranno verosimilmente visibili nei prossimi mesi”.
Speriamo.
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Maggio 23rd, 2012 Riccardo Fucile
L’AGRICOLTURA EMILIANA E’ IN GINOCCHIO…DISTRUTTO IL 10% DI PRODUZIONE ANNUA DEL PARMIGIANO REGGIANO…UNA STIMA DI 200 MILIONI DI DANNI
“Nel mio magazzino ci sono 32mila forme di Parmigiano Reggiano rovinate a terra. È un disastro, il lavoro di due anni buttato via.
Come quando si preparano i soldati per la guerra e poi la guerra arriva e i soldati non ci sono. Ci sarà un buco nel mercato, non possiamo inventarci il formaggio di 24 mesi se non c’è più”.
In mezzo ai danni, alle centinaia di milioni di euro di danni stimati che il terremoto ha provocato ad agricoltura, allevamenti, prodotti dop come il prosciutto di Parma o Modena o al lambrusco e alle aziende di ortofrutta tra Modena, Ferrara, Mantova e Bologna, Dante Caretti, presidente della “Coop Sant’Angelo” di San Giovanni in Persiceto, 70 anni, guarda costernato dentro il suo magazzino di stagionatura dove prima brillavano in bell’ordine, fino a sette metri in altezza, le forme perfette di formaggio, sulle scaffalature che qui in provincia di Bologna chiamano “scaloni” e a Modena “scalere”.
Quell’ordine perfetto e profumato si è accartocciato alle 4.03 di domenica mattina e ora c’è un impasto di tavole, tralicci e forme rovesciate e spezzate.
“Ci vorranno venti giorni per tirare tutti quei formaggi fuori di lì e più tempo passa più si ossidano e perdono valore. Ma io non rottamo il mio lavoro. È come quando il portafoglio ti cade per terra e lo devi pur raccogliere”.
Con la saggezza Caretti cerca di sconfiggere la malasorte, quella che ha colpito aziende come la Coop Italfrutta di San Felice sul Panaro, dove a una settimana dalla raccolta dei meloni fa i conti con strutture crollate e lesioni alle celle frigorifere, o come l’azienda di pere, mele e cereali di Mirko Tartari a Sant’Agostino nel ferrarese, dove il sisma ha distrutto il tetto del fienile incluso l’impianto fotovoltaico, costato un anno fa 140mila euro.
Perchè il terremoto non ha fatto cadere solo torri, vecchi municipi, capannoni industriali e vecchie costruzioni, come l’ex salumificio Bellentani di Finale Emilia “che una volta sfamava tutto il paese”.
Il terremoto ha buttato a terra l’agricoltura, gli allevamenti e i caseifici in questo spicchio di pianura padana ancora impaurita dalle scosse a ripetizione.
Per rimanere al formaggio che da queste parti è come l’oro, il consorzio del Parmigiano Reggiano ha fatto i primi calcoli: 170mila forme cadute nei caseifici tra Bologna e Modena, 130mila in provincia di Mantova. La perdita corrisponde a quasi il 10 per cento della produzione nazionale di un anno, che è di oltre 3 milioni di forme.
Vanno poi aggiunte altre 120-130mila forme di Grana Padano.
“Come facciamo a non essere preoccupati? Abbiamo subito un danno di almeno 80 milioni di euro – dice Giuseppe Alai presidente del Consorzio del marchio Parmigiano Reggiano – il prodotto stagionato serve a ripagare di tutti i costi della trasformazione del latte e viene così a mancare la risorsa principale. Il terremoto è stato destabilizzante, speriamo che le regioni e il governo facciano qualcosa. Questi caseifici, se non vengono aiutati, sono falliti, destinati alla chiusura”.
Il formaggio potrà essere trasformato, per esempio fuso, ma con una enorme perdita di valore.
La Coldiretti stima un danno di duecento milioni di danni in tutti i settori agricoli e dell’allevamento solo per i propri iscritti, ma ci sono poi le aziende delle altre associazioni di allevatori e agricoltori e le cooperative.
Le aziende agricole che hanno denunciato danni sono certamente più di mille nelle quattro province e soltanto nella zona terremotata in provincia di Modena si stima che appena un’azienda su cinque sia rimasta illesa.
Maurizio Gardini, presidente di Fedagri che rappresenta il 75 per cento delle Coop agricole, pari a una produzione di 25 miliardi di euro, lancia l’allarme e chiede aiuto al governo: “Chiederemo anche la sospensione dei pagamenti dell’Imu. Dei mutui in scadenza, degli oneri previdenziali almeno per il 2012”.
Case coloniche, serre, stalle, impianti fotovoltaici, fienili, trattori e centraline di irrigazione, tettoie e animali imprigionati e stressati dalle onde d’urto del terremoto: i danni riguardano un po’ tutto. “Non è possibile quantificare, solo dire che sono danni ingentissimi”, dice Alberto Zinanni, vicedirettore della Coldiretti di Modena, che porta a visitare l’allevamento di suini di Gaetano Veronesi, uno che porta avanti da tre generazioni la tradizione di famiglia dei maiali per il Parma e il San Daniele.
“Qui facciamo tutta la produzione a ciclo chiuso, dalla fecondazione alla braciola, compresi mangimi fatti in casa e quindi non sarà facile venirne fuori. Tre capannoni su sette sono lesionati o crollati del tutto, dove li metto ora i maialini delle trecento scrofe in gestazione?”.
Veronesi fa anche un salame dop di Finale, sono soltanto in cinque a farlo qui, e ora guarda l’ammasso di maiali morti e accatastati in mezzo alle rovine di una porcilaia.
“In una azienda come questa che produce 6.000 suini, poche decine di capi perduti non cambia nulla, il problema sono le strutture. Se ne manca una, salta tutta la filiera”.
Ma nemmeno Veronesi è uno che si arrende: “Il lavoro è come una donna, bisogna amarlo. Vedremo chi la vince. Il terremoto mi ha fatto paura, ma il futuro no”.
Anche gli agriturismi sono inagibili, come il Santa Maria di Massa Finalese, chiuso per le lesioni al tetto del fienile sotto il quale non si può rischiare di far andare nessun ospite.
“Il tetto l’avevo rifatto da pochi anni, ora vanno tirate giù tutte le tegole per risistemare le colonne portanti”.
Tutti ora chiedono aiuti.
Ammette il vicedirettore di Coldiretti: “Dobbiamo ancora studiare l’iter delle procedure, vedere cosa fare. Qui danni del genere in agricoltura non ne abbiamo mai avuti. Era l’unica cosa in cui non avevamo esperienza”.
Luigi Spezia
(da “La Repubblica“)
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Maggio 23rd, 2012 Riccardo Fucile
DATI ISTAT: PRECARI AUMENTATI DEL 48% DAL 1993…NATALITA’ AL PALO E FORTE DIVARIO TRA NORD E SUD
Economia ferma, salari bloccati. Sono i due dati principali che emergono dal rapporto annuale dell’Istat. Tra il 1992 e il 2011, spiega l’istituto di statistica, “l’economia italiana è cresciuta in termini reali a un tasso medio annuo dello 0,9%. La sua performance è stata migliore nel periodo 1992-2000 (+1,8 in media annua), mentre tra il 2000 e il 2011, la crescita media annua rallenta, attestandosi allo 0,4%. Con un punto percentuale in meno all’anno, il nostro Paese si colloca in ultima posizione tra i 27 stati membri, con un consistente distacco rispetto sia ai paesi dell’Eurozona sia a quelli dell’Unione nel suo complesso”.
Nel rapporto si sottolinea come la dinamica congiunturale del Pil, misurato al netto della stagionalità e degli effetti di calendario, “si è indebolita nella seconda parte dell’anno: alla tenue crescita del primo e secondo trimestre (rispettivamente +0,1 e +0,3%) sono seguite due variazioni negative (dello 0,2 nel terzo e dello 0,7% nel quarto). Sulla base delle informazioni a ora disponibili, confermate dall’andamento di un nuovo indicatore sintetico del clima di fiducia il primo trimestre sarà caratterizzato da un’ulteriore flessione dell’attività ”.
In questo quadro, anche le statistiche anagrafiche mostrano un paese inadatto alle famiglie.
Vero è che la popolazione italiana è cresciuta di 2 milioni 687mila unità in vent’anni (il confronto è col 1991), per un totale di 59 milioni e 464mila persone, ma il merito è quasi tutto degli stranieri residenti che, nell’ultimo decennio, sono quasi triplicati raggiungendo quota 3 milioni 770mila (pari a 6,3 ogni cento residenti).
LAVORO E REDDITO
Insomma, l’economia italiana non sta bene. E a risentirne sono soprattutto i lavoratori. Secondo l’istituto di statistica, il tasso di disoccupazione raggiungerà in Italia il 9,5% nel 2012 (dall’8,4% del 2011), salendo ulteriormente al 9,6% nel 2013.
Per chi un lavoro lo ha, del resto, i salari rimangono fermi.
”Tra il 1993 e il 2011 — spiega l’Istat — le retribuzioni contrattuali mostrano, in termini reali, una variazione nulla, mentre per quelle di fatto si rileva una crescita di quattro decimi di punto l’anno”.
Come risultato, negli ultimi due decenni “la spesa per consumi delle famiglie è cresciuta a ritmi più sostenuti del loro reddito disponibile, determinando una progressiva riduzione della capacità di risparmio.
Complessivamente dal 2008 il reddito disponibile delle famiglie è aumentato del 2,1 per cento in valori correnti, ma il potere d’acquisto (cioè il reddito in termini reali) è sceso di circa il 5 per cento.
Le retribuzioni da lavoro dipendente hanno aumentato la loro incidenza sul reddito disponibile delle famiglie, passando dal 39,3 per cento del 1992 al 42,8 per cento del 2011.
Al contrario — osserva l’Istat — i redditi da lavoro autonomo hanno complessivamente ridotto il loro contributo alla formazione del reddito disponibile, dal 28,8 per cento del 1992 al 25,3 per cento nel 2011. Il contributo dei redditi da capitale alla formazione del reddito disponibile si è piu’ che dimezzato, passando dal 16,1 per cento del 1992 al 6,8 per cento del 2011.
PRECARI, MAI COSI TANTI DAL 1993
Nel 2011 l’incidenza dei precari sul complesso del lavoro subordinato è al top dal 1993. “Dal 1993 al 2011 gli occupati dipendenti a termine — sottolinea l’Istat — sono cresciuti del 48,4 per cento (+751 mila unità ) a fronte del +13,8 per cento registrato per l’occupazione dipendente complessiva. Nel 2011 l’incidenza del lavoro temporaneo sul complesso del lavoro subordinato è pari al 13,4 per cento, il valore più elevato dal 1993; supera il 35 per cento (quasi il doppio del 1993) fra i 18-29enni”.
”Tra il 1993 e il 2000 — spiega l’Istat — rimane sostanzialmente stabile intorno al 40 per cento il tasso di permanenza, a distanza di un anno, dei 18-29enni nel lavoro dipendente a termine. Dopo il 2000 il tasso di permanenza cresce fino al 50 per cento del 2005-2006 e si porta fino al 56,3 per cento nel periodo 2010-2011″.
Prosegue, evidenzia il rapporto, “la discesa dell’occupazione a tempo pieno e a durata indeterminata (-105 mila unità pari a -0,6 per cento) ed è cresciuta quella a tempo parziale e indeterminato (+63 mila, pari al 2,3 per cento in più)”.
Aumento dovuto, secondo l’Istat, “esclusivamente dai lavoratori che hanno accettato un lavoro a orario ridotto non riuscendo a trovarne uno a tempo pieno (dal 42,7 per cento del 2010 al 46,8 del 2011).
Sono aumentati i contratti a tempo determinato e di collaborazione (+5,3 per cento pari a 136 mila unità ), concentrati prevalentemente nelle posizioni alle dipendenze. Come già nel 2010, è aumentato soprattutto il numero di contratti di breve durata: quelli fino a sei mesi sono cresciuti dell’8,8 per cento (+83 mila unità ), mentre è diminuito quello dei contratti con durata superiore all’anno (-32 mila unità )”.
PAESE SENZA MOBILITA’ SOCIALE
Cresce il peso dei lavoratori atipici (dipendenti a tempo determinato, collaboratori o prestatori d’opera occasionale) sul totale degli occupati: ha iniziato con un lavoro atipico il 44,6% dei nati dagli anni ’80 in poi. Il primo lavoro è stato atipico nel 31,1% dei casi per la generazione degli anni ’70; nel 23,2% gli anni ’60 e in circa un sesto tra le generazioni precedenti.
A dieci anni dal primo lavoro atipico, poi, quasi un terzo degli occupati è ancora precario e uno su dieci è senza lavoro.
Del resto, la mobilità sociale nel Paese rimane molto bassa.
Il passaggio a lavori standard è più facile per gli appartenenti alla classe sociale più alta, mentre chi ha iniziato come operaio in un lavoro atipico, dopo dieci anni, nel 29,7% dei casi è ancora precario e nell’11,6% ha perso il lavoro.
Tra le categorie a maggiore rischio di povertà spiccano i separati e i divorziati (20,1% contro il 15,6% dei coniugati).
Le ex-mogli corrono un rischio maggiore (24% in media) rispetto agli ex-mariti (15,3% in media).
Solo se la donna ha un’occupazione a tempo pieno, la rottura dell’unione ha gli stessi effetti economici per i due ex-coniugi (13 per cento il rischio di povertà per entrambi). I rischi di mortalità sono più elevati per le persone delle classi sociali più basse, soprattutto per le donne.
Le 25-64enni con livello di istruzione meno elevato presentano un rischio di mortalità circa doppio rispetto alle coetanee con titolo di studio più elevato; per gli uomini della stessa età una bassa istruzione comporta un rischio di morire superiore dell’80% rispetto ai più istruiti.
NORD E SUD
Negli ultimi 15 anni, in presenza di una continua riduzione della propensione al risparmio, la povertà relativa in Italia ha registrato una sostanziale stabilità : la percentuale di famiglie che si trovano al di sotto della soglia minima di spesa per consumi si è mantenuta intorno all’11 per cento.
Resta però ampio il divario territoriale: al Nord l’incidenza della povertà è al 4,9 per cento, sale al 23 per cento al Sud.
Particolarmente grave risulta la condizione delle famiglie residenti in Basilicata, Sicilia e Calabria, dove nel 2010 il fenomeno riguarda più di una famiglia su quattro. E’ inoltre peggiorata la condizione delle famiglie più numerose.
Nel 2010 risulta in condizione di povertà relativa il 29,9 per cento delle famiglie con cinque e più componenti (più sette punti percentuali rispetto al 1997).
Nelle famiglie con almeno un minore l’incidenza della povertà è del 15,9 per cento. Complessivamente sono un milione 876mila i minori che vivono in famiglie relativamente povere (il 18,2 per cento del totale); quasi il 70 per cento risiede nel Mezzogiorno.
SOMMERSO ED EVASIONE
La crisi “ha verosimilmente allargato l’area dell’economia sommersa” in Italia che nel 2008 era stimata in una forchetta compresa tra 255 e 275 miliardi di euro, cioe’ tra il 16,3 e il 17,5% del Pil.
“In Italia l’economia sommersa — sottolinea l’Istat — è un fenomeno rilevante che influenza negativamente il posizionamento competitivo del Paese”. Il peso del sommerso sul Pil, tuttavia, “risulta in riduzione rispetto al 2000, quando era compreso tra il 18,2 per cento e il 19,1 per cento”.
BAMBOCCIONI SENZA SCELTA
Figli sempre più a lungo, sempre più istruiti ma ancora fortemente influenzati dalla classe sociale di provenienza dalla quale, nonostante l’elevata mobilità sociale assoluta, è ancora difficile uscire per fare il proprio ingresso in una più alta. E’ la fotografia dei giovani italiani negli anni 2000.
Faticano a uscire di casa, dunque, i ragazzi italiani che in quattro casi su dieci, nella fascia compresa tra i 25 e i 34 anni, vivono ancora con i genitori. Di questi, il 45% dichiara di restare in famiglia perchè non ha un lavoro e/o non può mantenersi autonomamente.
SUD SENZA ASILI NIDO
Resta bassa in Italia l’offerta di nidi pubblici, con notevoli differenze nella diffusione territoriale: otto Comuni del Nord-est su dieci dispongono di asili nido, contro due del Sud.
In particolare, i Comuni in cui è presente il servizio sono il 78 per cento al Nord-est (83% in Friuli-Venezia Giulia e in Emilia-Romagna), circa il 48 e il 53 per cento rispettivamente al Centro e al Nord-ovest, mentre nel Sud e nelle Isole solo il 21 e il 29 per cento dei Comuni ha offerto il servizio sotto forma di strutture comunali o sovvenzionate.
PRIMI IN EUROPA PER RIFIUTI, MA AUMENTA LA DIFFERENZIATA
In Italia si producono 533 chili di rifiuti urbani pro capite all’anno, 23 in più rispetto alla media Ue.
Valori superiori alla media nazionale si registrano per le regioni del Centro (circa 600 chili pro capite) mentre nel Mezzogiorno la quantità è più contenuta (485). A livello nazionale, nel 2009 circa la metà dei rifiuti urbani raccolti è smaltito in discarica, valore in discesa di quattro punti percentuali rispetto a un anno prima.
In Sicilia, Liguria e Lazio le quote di rifiuti che finiscono in discarica sono ancora superiori all’80 per cento.
Nel Mezzogiorno solo la Sardegna, con il 42 per cento ha ottemperato alla direttiva comunitaria di scendere sotto ai 230 kg di rifiuti pro capite smaltiti in discarica.
Tra le regioni che impegnano maggiori risorse economiche per la gestione dei rifiuti, la Lombardia è quella che ricorre di meno allo smaltimento in discarica (34 kg per abitante), mentre la Sicilia è quella che vi fa maggiormente ricorso (456 kg per abitante).
argomento: economia, Europa | Commenta »