Maggio 19th, 2012 Riccardo Fucile
NON ERA MAI SUCCESSO PRIMA CHE IL LINGOTTO METTESSE IN CIG I COLLETTI BIANCHI DELLO STABILIMENTO… FORTI TENSIONI ANCHE NELL’EX STABILIMENTO DI TERMINI IMERESE E A CASSINO
Non era mai successo prima nella lunga storia del Lingotto di Torino: tutti i 5.400 dipendenti degli Enti Centrali di Mirafiori, la maggior parte impiegati, andranno per la prima volta in cassa integrazione ordinaria per sei giorni.
“E’ una pessima notizia: vuol dire che anche a livello della testa di Fiat ci sono forti problemi” ha commentato Edi Lazzi, responsabile V lega Fiom. I giorni di cassa integrazione saranno sei: il 14, 15 e 21 giugno, il 12, 13 e 19 luglio.
Queste date vanno ad aggiungersi a quelli già programmati per il 22 giugno e per il 20 luglio, in cui ci sarà la chiusura dello stabilimento utilizzando i permessi personali dei lavoratori.
“I timori riguardo all’indebolimento dell’azienda e al suo disimpegno dal nostro Paese, dopo questa decisione — ha aggiunto Edi Lazzi — incominciano drammaticamente ad assumere una forma concreta. Ci auguriamo che, a fronte di questo ulteriore pesantissimo segnale, la città , le istituzioni e le forze sociali non voltino ancora una volta lo sguardo da altre parti minimizzando ciò che sta accadendo”.
La decisione del Lingotto ha provocato subito reazioni politiche.
E se a Mirafiori non ridono, simile la situazione di Termini Imerese e Cassino.
In Sicilia, altissima tensione a Termini Imerese, dove circa 300 operai della ex fabbrica del Lingotto hanno bloccato l’autostrada Palermo-Catania.
Preoccupati anche i lavoratori dello stabilimento di Cassino, che sollecitano nuovi modelli.
I sindacati chiedono la conferma degli investimenti e annunciano un incontro con i vertici Fiat a giugno.
A Termini Imerese la situazione è sempre più difficile.
Un nuovo tavolo è convocato al ministero dello Sviluppo economico per lunedì 4 giugno con Fiat, Dr Motor, sindacati, Regione Sicilia e ministero del Lavoro.
“Dopo ben 19 giorni di lotta — ha detto il sindaco Salvatore Burrafato — la mobilitazione dei lavoratori della Fiat e dell’indotto ha portato finalmente il ministro Passera ad occuparsi direttamente di Termini Imerese. Sono molto preoccupato, è una città che rischia di esplodere”.
Il ministro Corrado Passera, dal canto suo, ha rassicurato tutti: “Dobbiamo trovare una soluzione solida in cui i soldi pubblici vengano impiegati al meglio. Se il piano di Dr Motors può essere realizzato daremo il massimo appoggio. Abbiamo dato 15 giorni a Dr per confermare o meno la loro capacità e disponibilità ad attuare l’impegno preso. Il giorno dopo è stato convocato il tavolo. Se la risposta arriverà prima anticiperemo l’incontro”.
Per il segretario generale della Fiom, Maurizio Landini, “una soluzione al problema dello stabilimento siciliano deve venire dal governo e da Fiat. Il sindacato non accetterà mai che Fiat possa semplicemente chiudere e licenziare”.
Forti timori anche a Cassino, da dove escono circa 220 mila auto all’anno a fronte delle 400mila previste.
“Abbiamo firmato a dicembre un contratto aziendale — ha detto il segretario generale della Uil, Luigi Angeletti — e l’ad di Fiat Sergio Marchionne ora deve mantenere la promessa comunicando gli investimenti che si vogliono fare per le diverse fabbriche italiane e, in particolare, per quella di Piedimonte San Germano, dicendo quale nuova vettura si vuole produrre per invertire la tendenza, che adesso è piuttosto critica, allo scopo di mettere fine così alla lunga scia di cassa integrazione”.
Sulla situazione a Mirafiori è intervenuto anche il segretario nazionale della Fiom Giorgio Airaudo, secondo cui “la cassa integrazione per gli impiegati delle strutture centrali è la conseguenza dell’assenza di chiarezza rispetto al futuro degli enti centrali stessi, che assume più importanza di dove sarà la sede legale di Fiat Chrysler anche perchè gli enti centrali sono il luogo del know how della Fiat e a questi sono legate aziende dell’indotto, su cui il provvedimento non potrà che ribaltarsi”.
Airaudo, inoltre, ha sottolineato che i sindacati non sanno “nulla di quali auto verranno progettate a Torino.
Alle Carrozzerie sappiamo che c’è un investimento che viene continuamente rinviato e dilatato ma il futuro degli enti centrali è un buco nero e di questo — è la conclusione del segretario Fiom — c’è una grande responsabilità del governo e una sottovalutazione degli enti locali rispetto all’importanza strategica del settore. Non servono incontri riservati e di cortesia sabauda servono impegni pubblici davanti all’opinione pubblica”.
A Piazza Affari, invece, ultima giornata per la negoziazione delle azioni privilegiate e di risparmio che da lunedì saranno tutte convertite in ordinarie.
Fiat guadagna lo 0,72 per cento e Fiat Industrial lascia il 2,89 per cento.
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Maggio 16th, 2012 Riccardo Fucile
LA SVALUTAZIONE DELLA MONETA NAZIONALE E L’AUMENTO DEI TASSI DI INTERESSE
La finanza fatta con i «se» è inattendibile. Quasi come la fantascienza.
Eppure le ipotesi, a volte, sono l’unica chiave a disposizione per cercare di capire meglio la realta.
Che cosa succederebbe ai cittadini, greci ed europei, se davvero Atene decidesse di abbandonare l’euro? La verità è che nessuno lo sa.
Perchè l’Unione monetaria ha solo porte per entrare e nessuna finestra giuridica per uscire. E quindi la crisi aperta da un singolo abbandono non trova paragoni storici a cui fare riferimento.
Alcuni meccanismi che potrebbero mettersi in moto – la svalutazione, la sorte dei tassi di interesse e dei titoli di Stato – sono però assimilabili ad altre situazioni di grande tensione che i mercati, in maniera molto meno interconnessa, hanno vissuto anche in passato.
IL RICORDO
Per gli italiani, per esempio, l’idea della svalutazione (a cui la dracma andrebbe incontro immediatamente dopo il divorzio) chiama subito il ricordo del 1992, quando il nostro Paese venne costretto ad abbandonare lo Sme, il sistema monetario europeo, dopo un furioso attacco speculativo.
Il dopo è storia, non finanza fatta con i «se». Tra maggio e ottobre la lira perse il 25% rispetto al marco tedesco.
Nel periodo successivo i Bot andarono al 17%, l’inflazione schizzò e i titolari di un mutuo in Ecu – il paniere che rappresentava le divise europee – o in altre monete straniere maledissero la scelta extra valutaria. Perchè la lira perse terreno rispetto a tutte le monete forti.
Più o meno quello che potrebbe succedere ai greci. I meccanismi sono gli stessi, ma il contesto è davvero molto diverso.
Lo Sme era solo un sistema di cambi, i destini dell’Unione monetaria non erano ancora legati come lo sono ora.
Che cosa succederebbe? Nella speranza che il «se» rimanga tale e che non si debba passare all’indicativo, qui abbiamo cercato di spiegare solo i primi passi di un’eventuale crisi da distacco dal punto di vista di un piccolo risparmiatore.
IL CAMBIO
Addio conversione fissa a quota 340,75 Dracma in caduta libera fino al 70%
La dracma ha cessato di esistere per gli scambi finanziari il primo gennaio 2001, quando titoli e depositi di Atene vennero convertiti in euro al cambio fisso di 340,75. La moneta greca, che ha un bel nome antico, eredità dei fasti ellenistici delle città -stato, ha continuato però a rimanere fisicamente nelle tasche dei cittadini, tra spiccioli e banconote, fino ai primi mesi del 2002.
Esattamente come è accaduto a lira, marco, franco francese, peso spagnolo e a tutte le valute degli undici Stati che già utilizzavano la moneta unica per il calcolo del valore delle attività finanziarie dal primo gennaio 1999.
Che cosa succederebbe oggi se Atene decidesse unilateralmente di resuscitarla?
L’idea più accreditata è che si riparta da quella parità calcolata nel 2001: 340,75 dracme per un euro. Un valore che, all’apertura dei mercati, resisterebbe forse per qualche centesimo di secondo.
La svalutazione sarebbe immediata e violenta.
Tra gli analisti c’è chi dice che la dracma potrebbe perdere tra il 40 e il 50%, qualcuno si spinge fino a dire il 70%.
In pratica per comprare un euro ci vorrebbero 5-600 dracme, non ne basterebbero più 340,75, come nella «fotografia» all’ingresso dell’Unione.
Una dracma debole sarebbe un vantaggio per chi esporta, ma la Grecia non è un grande produttore industriale.
In questo momento le dimensioni delle sue importazioni sono il doppio dell’export. La moneta debole sarà invece un grosso svantaggio per l’acquisto di petrolio e altre materie prime. Un handicap per le aziende e per i singoli che vedranno schizzare alle stelle la benzina, il gas e il costo della vita.
I MUTUI
Per un prestito da 100 mila euro la rata vola a mezzo stipendio medio.
E ai mutui che cosa succederebbe?
A meno che il contratto non preveda clausole di salvaguardia valutaria (ed è un caso quasi impossibile nella realtà ) avere acceso un prestito ad Atene non sarà una passeggiata, a partire dalla prima rata dopo l’addio alla moneta unica.
Ipotizziamo che un debitore greco abbia un mutuo residuo per 100 mila euro.
Che cosa potrebbe succedere in caso di svalutazione della dracma del 25% rispetto a quel 340,75 con cui Atene entrò nell’euro?
Ipotizziamo che il mutuo sia di 20 anni, che paghi un tasso del 5% e che il debitore oggi abbia uno stipendio di 2000 euro.
Oggi la rata sarebbe di 660 euro al mese, pari a circa un terzo dello stipendio.
Domani con il ritorno della vecchia valuta greca, lo stipendio del nostro debitore diventerebbe di 681.500 dracme (applicando la parità del 2001) indipendentemente da quello che succede sul mercato finanziario.
Il mutuo però, rata per rata, verrebbe ricalcolato sul tasso di cambio del momento e si «mangerebbe» fino al 41% dello stipendio, anche se il prestito fosse a tasso fisso.
E se la svalutazione fosse più alta?
Se hanno ragione gli analisti che vedono la dracma in caduta libera del 50% e più, la stessa rata potrebbe arrivare a coprire anche la metà dello stipendio, cioè mille euro al mese.
Con l’altra metà il debitore dovrebbe comprarsi il necessario per vivere, che presumibilmente, costerà molto di più. In questo scenario è abbastanza facile immaginare che il numero dei debitori che riescono a far fronte ai loro impegni scenda ogni giorno di più.
GLI OBBLIGAZIONISTI
Cosa spetterà ai creditori esteri? I loro bond perderanno valore.
I titoli di Stato della Grecia, convertiti in euro per Capodanno del 2001, dopo l’adesione formale di Atene al trattato, si troverebbero di nuovo tramutati in dracme. Fanno eccezione (e quindi rimarrebbero in euro) solo i bond emessi sotto altre legislazioni, per esempio in Lussemburgo.
Che cosa succederà allora a chi possiede quei titoli? Il ritorno alla dracma non è forse il principale problema.
Nei mesi passati, la rinegoziazione del debito greco è stata una lunga e dolorosa trattativa, conclusa con un accordo complesso, dove, in estrema sintesi, i creditori hanno accettato un hair cut, un «taglio di capelli» come si dice tecnicamente e metaforicamente sui mercati, superiore al 70%.
I maggiori debitori della Grecia sono istituzioni finanziarie europee e non, cui fanno capo circa 245 miliardi.
Ma le obbligazioni greche sono anche in qualche portafoglio privato, visto che nel processo di rinegoziazione sono stati coinvolti anche molti piccoli risparmiatori. In caso di addio, dunque, potrebbe aprirsi la strada di una ulteriore trattativa, che interromperebbe le attese di rimborso nel tempo di quel 25-30% di valore rimasto in mano ai creditori esteri.
Oltre agli effetti collaterali sul sistema bancario, che si troverebbe a fare i conti con nuove possibili minusvalenze da conteggiare, per gli investitori privati grandi e piccoli si riproporrebbe uno scenario simile a quello seguito al default dell’Argentina.
Una lunga trattativa con il governo, difficile da portare avanti e con pochissime certezze sul risultato finale.
I TASSI
Si stampa moneta per finanziarsi L’inflazione finisce fuori controllo.
I tassi di interesse della Grecia senza l’euro potrebbero essere diversi da quelli già elevatissimi che il mercato fa pagare ad Atene da quando è cominciata la crisi.
Nei momenti peggiori il rendimento dei decennali è arrivato al 31%, oggi viaggia intorno al 29%.
E lo spread, la differenza tra il Bund tedesco e il titolo di Atene, è pari all’astronomica grandezza di 2.600 punti.
Una distanza pari a sei volte quella che in questi giorni separa il Btp italiano dal titolo decennale di Francoforte (440).
I titoli brevissimi– quelli a tre e sei mesi–oggi pagano «solo» il 4,7%, ma questa grandezza non potrebbe certo essere rappresentativa del costo del denaro greco dopo un eventuale abbandono della moneta unica.
Dove potrebbero arrivare i tassi? È facile immaginare un’inflazione e un costo del denaro a due cifre (15-20%), dicono molti economisti.
Una situazione che renderebbe molto difficile la vita di tutti gli indebitati, sia sul fronte delle aziende pubbliche che su quello dei privati cittadini.
«Per il governo diventerebbe molto difficile finanziarsi emettendo altri titoli che nessuno sul mercato sarebbe disponibile a comprare–spiega Gregorio De Felice, capo economista di Intesa Sanpaolo –. Resterebbe la via impervia delle tasse e quella, più facile, del battere moneta».
L’addio della Grecia avrebbe poi ripercussioni sui rendimenti degli altri Paesi dell’euro.
Il Bund potrebbe retrocedere ancora, mentre il resto d’Europa pagherebbe dazio con spread più elevati. A seconda delle fragilità .
Giuditta Marvelli e Gino Pagliuca
(da “Il Corriere della Sera”)
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Maggio 12th, 2012 Riccardo Fucile
GLI STATI UNITI DEMOLISCONO IL SEGRETO BANCARIO….GRAN BRETAGNA, GERMANIA, AUSTRIA E ORA ITALIA VOGLIONO LE TASSE NON PAGATE DAGLI EVASORI CHE HANNO ESPORTATO CAPITALI…E UN INTERO SISTEMA INIZIA A CROLLARE
“Sentito che cosa ha detto quella? Qui è finita per tutti. È solo questione di tempo, qualche anno, e poi ci costringono a chiudere
bottega. La Svizzera intera può chiudere bottega”. Il cielo cupo sopra Lugano in una domenica di pioggia ispira pensieri tristi, ma il banchiere che si fuma l’ennesima sigaretta seduto a un tavolo con vista lago non ha l’aria, e neppure il curriculum, dell’uomo sentimentale.
Se la prende con una donna, la maledice senza neppure nominarla.
La signora in questione si chiama Eveline Widmer-Schlumpf e siede al governo di Berna come presidente e responsabile delle Finanze.
È lei, ormai, il nemico numero uno dei banchieri.
La ministra svende agli stranieri il futuro della Confederazione, questa l’accusa. Peggio: si è arresa senza combattere di fronte alle pressioni di americani, tedeschi, inglesi, perfino degli italiani, tutti impegnati a dare la caccia al denaro nero degli evasori fiscali nascosto nelle banche elvetiche.
Finanza contro politica, mai visto nulla di simile da queste parti, in un Paese che ha sempre visto il governo allinearsi scrupolosamente alle direttive dei signori del denaro.
Per la prima volta l’esecutivo di Berna ha osato mettere in discussione il tabù nazionale, l’inviolabile segreto bancario su cui il Paese degli orologi a cucù e del cioccolato ha costruito la sua enorme ricchezza. “La Svizzera lava più bianco”, accusava più di vent’anni fa il sociologo ginevrino Jean Ziegler in un libro che faceva a pezzi la casta del potere elvetico, complice di un colossale sistema di riciclaggio.
Le nuove paure
I tempi cambiano. La Svizzera adesso ha paura.
Gli Stati Uniti e l’Europa, travolti da una crisi economica senza precedenti, non possono più permettersi di ignorare il tesoro accumulato nei forzieri di Zurigo, Ginevra e Lugano da milioni di evasori fiscali.
Mentre i tagli in bilancio massacrano il welfare, i governi devono dare un segnale d’impegno anche sul fronte delle entrate.
E visto che le tasse, nuove e vecchie, finiscono per massacrare i soliti noti, che c’è di meglio di una crociata contro i santuari dell’evasione fiscale?
A Berna hanno capito il messaggio. “Il dovere di diligenza dei banchieri va esteso per evitare che giungano nei nostri istituti di credito fondi stranieri non dichiarati al fisco”.
Ecco, testuali, le parole della ministra Widmer-Schlumpf che tre mesi fa hanno acceso le polemiche.
Se una simile riforma andasse in porto sarebbe una mezza rivoluzione.
Adesso i banchieri hanno il dovere di fare ogni accertamento possibile sulla provenienza del denaro depositato dal cliente.
Se c’è il sospetto che i soldi siano il frutto di attività criminale allora scatta l’obbligo di denuncia all’autorità anti-riciclaggio.
Il governo di Berna, questa la novità , vorrebbe che le verifiche del funzionario di banca fossero estese anche alle questioni fiscali.
Non pagare le tasse diventa un crimine e quindi il cliente sospetto evasore va denunciato, proprio come il riciclatore del denaro della droga.
E se un Paese straniero dovesse chiedere assistenza in un’indagine, anche amministrativa, su una presunta evasione tributaria, la banca svizzera sarebbe obbligata a fornire le informazioni richieste.
Sempre meno segreti
Gli ambienti finanziari protestano: fin qui le questioni fiscali erano al riparo da qualsiasi indagine. Il segreto bancario copriva tutto.
“Va a finire che ci tocca chiedere la dichiarazione dei redditi ai clienti”, esagera il banchiere ginevrino. I politici però insistono.
Il governo di Berna, ha pubblicato un documento, una trentina di pagine, intitolato “Strategie per una piazza finanziaria competitiva e conforme alle leggi fiscali”.
à‰ la “Weissgeldstrategie”, la strategia del denaro bianco che serve a tagliare i ponti, almeno a parole, con un passato imbarazzante. Buoni propositi, niente di più.
Ma le ipotesi di riforma su una materia tanto delicata hanno mandato in bestia i banchieri.
Sentite che cosa ha detto, una decina di giorni fa, il ticinese Sergio Ermotti, l’ex braccio destro di Alessandro Profumo all’Unicredit approdato l’anno scorso sulla poltrona di numero uno di Ubs, colosso del credito elvetico: “Gli attacchi al segreto bancario non sono altro che una guerra economica”, ha dichiarato Ermotti al giornale zurighese SonntagsZeitung.
“Questa guerra mira a indebolire la piazza finanziaria elvetica per favorire i nostri concorrenti”, ha aggiunto il capo di Ubs. Insomma, il mondo intero trama per svaligiare i forzieri svizzeri.
La posta in gioco è colossale.
Si calcola che le 320 banche della Confederazione gestiscano patrimoni per oltre 4.500 miliardi di euro.
Più della metà di questo tesoro proviene da Paesi stranieri. La sola Italia avrebbe contribuito con 150 miliardi. Una stima per difetto, probabilmente.
I banchieri temono che la semplice possibilità di un accordo sulla tassazione dei capitali esportati illegalmente sia sufficiente a mettere in fuga buona parte dei clienti. E questo sarebbe un problema serio per un’economia come quella elvetica in cui il settore finanziario produce oltre il 10 per cento del valore aggiunto complessivo.
La crisi oltre la finanza
La Svizzera però non è solo finanza. Nel territorio della Confederazione hanno sede migliaia di imprese che fanno business con l’Europa.
E allora bisogna mantenere buoni rapporti con i Paesi vicini, altrimenti rischia di affondare l’economia, in gran parte orientata all’export.
Quando era ministro dell’Economia , Giulio Tremonti ha fatto in modo che la Svizzera venisse inserita nella black list dei Paesi non collaborativi in materia fiscale, tipo Cayman e Bahamas.
Questa decisione ha creato enormi problemi alle aziende svizzere che lavorano con l’Italia. Per questo Berna non può fare a meno di inviare segnali distensivi.
Che cosa succederebbe, per dire, se Londra sospendesse l’autorizzazione delle banche elvetiche a lavorare nella City?
Nasce con queste premesse il negoziato per i nuovi trattati fiscali con Germania e Inghilterra. E anche il governo di Mario Monti adesso ha imboccato la stessa strada.
Il conto agli evasori
Una multa pesante, fino al 44 per cento della somma esportata illegalmente, e la promessa di pagare le tasse in futuro.
Sono questi gli ingredienti del colpo di spugna per i furboni del fisco. Un regalo agli evasori, protesta l’opposizione socialdemocratica tedesca. E anche in Gran Bretagna l’accordo, deve ancora essere ratificato dal Parlamento.
In Italia la trattativa con Berna ripartirà il 24 maggio, come annunciato mercoledì da una nota dei due governi. Trovare l’accordo non sarà facile.
A meno che non siano gli svizzeri a mandare tutto a monte.
L’Udc, il partito nazionalista di Cristoph Blocher minaccia di promuovere un referendum per bloccare i negoziati. I banchieri approvano.
Vittorio Malagutti
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Maggio 7th, 2012 Riccardo Fucile
GRANDE PROMOZIONE COMMERCIALE: CHI PRESENTA UN NUOVO TECNICO AL GOVERNO AVRA’ IN DONO DUE ESODATI… DOPO GIULIANO AMATO CONSULENTE PER I COSTI DELLA POLITICA, A BARBABLU’ LA DELEGA PER IL DIVORZIO BREVE… RISPARMI ANCHE SULLE FORZE DELL’ORDINE: I NO TAV DOVRANNO PICCHIARSI DA SOLI
Sono 1.649 i nuovi consulenti ingaggiati dal governo Monti per mettere a punto la
spending review, il fiore all’occhiello dell’esecutivo tecnico.
Lo ha annunciato durante un’affollata conferenza stampa il presidente del consiglio, puntuale nello stoppare le polemiche: “Prima cerchiamo di capire cosa cazzo vuol dire spending review, e poi risponderò alle vostre domande”.
“Tra l’altro — ha aggiunto il ministro Giarda — quando capiremo come si scrive correttamente spending review potremo licenziare 643 consulenti con un notevole risparmio, e altri 326 potremo cacciarli quando ce l’avranno finalmente tradotto in italiano”.
Quindi il clamoroso annuncio accolto con grande favore dalla stampa: “Entro il 2012 si risparmieranno gli stipendi di 969 consulenti”.
Secondo la Corte dei Conti, i risparmi ancora possibili sulla spesa dello stato sono consistenti, ma la difficoltà di operare ulteriori tagli è frenata dall’impossibilità di fare investimenti.
Un esempio: per risparmiare circa due miliardi sulla spesa per le pensioni, per esempio, basterebbe investire 400.000 euro in veleno per topi da diluire nelle minestre dei centri anziani.
“Una buona idea — dice il ministro Passera — ma siccome gli anziani negli ospizi, a differenza delle fondazioni bancarie, pagano l’Imu, rischieremmo di perderci”.
In effetti la questione della spending review si presenta complessa e rischia di creare tensioni nel governo.
Un consulente assunto per la spending review, per esempio, ha consigliato di non pagare i 500.000 euro per la visita del papa ad Arezzo, ed è stato bruciato in una piazza romana con un esborso dell’erario di ben 268 euro in legna e kerosene.
In più, oltre 1.300 dei nuovi consulenti del governo hanno più di 110 anni, per cui il decreto che fissa il costo delle consulenze ha dovuto prevedere anche le spese per gli accompagnatori.
“Alla fine — allarga le braccia il ministro Fornero — saremo costretti a tagliare un po’ a scuola pubblica e sanità , del resto in Italia esistono ancora scuole e ospedali non pericolanti, per cui un margine di manovra c’è”.
Alessandro Robecchi
(da “il MisFatto”)
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Maggio 4th, 2012 Riccardo Fucile
PER RECUPERARE I CAPITALI ESPORTATI ILLEGALMENTE, L’AGENZIA DELLE ENTRATE STUDIA UNA CONVENZIONE SUL MODELLO DI GERMANIA E REGNO UNITO… MA L’ANONIMATO DEL CONTRIBUENTE SAREBBE GARANTITO ANCHE PER IL FUTURO
L’accordo per tassare i capitali degli evasori in Svizzera, l’ha detto Mario Monti,
dipende dalla tregua sui frontalieri: il Canton Ticino ha sospeso unilateralmente il trattato che prevede di trasferire risorse ai Comuni di frontiera i cui cittadini lavorano e pagano le tasse in Svizzera ma consumano servizi pubblici italiani.
Per il solo 2010 si tratterebbe di 28 milioni di franchi, circa 23 milioni di euro, che sono rimasti in Ticino invece di arrivare nelle casse di Comuni italiani.
Proprio per le tensioni sui frontalieri il capo dello Stato Giorgio Napolitano ha annullato (o almeno rinviato) una visita di Stato in Svizzera.
Ma non è questa l’unica ragione di prudenza del governo di Roma sull’accordo fiscale che permetterebbe di recuperare almeno una parte di quei 120-150 miliardi esportati illegalmente in Svizzera da contribuenti italiani.
L’Agenzia delle entrateda mesi vaglia con attenzione pro e contro di un accordo fatto sul modello di quelli approvati da Germania e Gran Bretagna (un forte prelievo una tantum, tra il 30 e il 40 per cento che sana il pregresso, poi un’aliquota annuale sopra il 26 per cento per i rendimenti. In cambio gli evasori e la Svizzera restano protetti dal segreto bancario). L’Agenzia delle entrate è preoccupata perchè la Convenzione — anche se con aliquote di imposta analoghe a quelle italiane, quindi non di favore — si presenti come una sanatoria.
E questo, secondo il Fisco, rischia di avere un impatto mediatico negativo perchè apparirebbe proprio come un condono, anche se molto oneroso.
nfatti la Svizzera agirebbe da sostituto di imposta ma l’anonimato del contribuente sarebbe garantito non solo per i rapporti pregressi, quelli sanati dal prelievo una tantum, ma pure per il futuro.
E comunque, notano i funzionari che rispondono ad Attilio Befera, non è bello trattare con un paradiso fiscale che sta ancora nella black list.
Tra le preoccupazioni dell’Agenzia delle entrate ce n’è anche una molto concreta: sul gettito c’è una grande incertezza, perchè il fatto che Berna agisca come sostituto di imposta è comodo, tutti i costi burocratici sarebbero a carico degli svizzeri, ma il perdurare del segreto bancario comporta che l’Italia non è in grado di sapere se gli svizzeri dicono tutta la verità . Per questo l’Agenzia prevede due strumenti di tutela: il primo è un meccanismo aggiuntivo di salvaguardia di scambio di informazioni, nel caso gli ispettori del Fisco, durante un’indagine scoprano una transazione con la Svizzera.
Tradotto: se gli ispettori o la magistratura italiana hanno fondate ragioni per sospettare che un italiano abbia un conto in Svizzera, Berna dovrebbe dimostrare che quel conto paga le tasse — tramite il governo elvetico — o sono guai.
Insomma, gli strumenti per capire se la Svizzera non collabora ci sarebbero.
La vera garanzia però è l’acconto, pagato subito da Berna, prima di raccogliere direttamente dai conti (e solo da quelli, le cassette di sicurezza sarebbero al riparo) le imposte previste dall’eventuale accordo. In attesa della gallina domani, l’uovo sarebbe certo.
Ma piccolo: 1-2 miliardi su 150 depositati nei forzieri di Ginevra e Lugano.
Ci sono delle precauzioni ulteriori che l’Italia può adottare e su cui i tecnici del governo stanno ragionando, soprattutto per limitare lo spettro della sanatoria ed evitare che l’operazione diventi un gran regalo ai criminali: il prelievo una tantum non dovrebbe sanare i cosiddetti “reati mezzo” commessi per esportare i capitali, tipo appropriazione indebita e falso in bilancio.
E dovrebbero essere perseguibili anche i “reati fine”, commessi utilizzando i soldi, tipo evasione, riciclaggio e corruzione.
Il problema più serio è un altro: risalire ai beneficiari ultimi dei conti o degli strumenti di investimento è complesso, senza meccanismi che garantiscano di superare gli schermi giuridici si rischia che il gettito sia quasi zero, come è successo in questi anni in cui era in vigore una direttiva europea non troppo dissimile dagli accordi di Germania e Gran Bretagna. Ma qualunque scelta faccia il governo Monti deve fare in fretta o rischia di trovare i forzieri vuoti.
Con i capitali emigrati nelle filiali asiatiche delle grandi banche svizzere.
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Maggio 2nd, 2012 Riccardo Fucile
FANNO FINTA DI DIMENTICARE CHE MONTI DEVE RIMEDIARE AI LORO ERRORI
Il clima di campagna elettorale fa volare i palloni delle proposte sul fisco, di riduzione ovviamente, sapendo che per il momento ciò non
è possibile.
Poi il fatto che oggi il governo porta alla luce la spending review del ministro Giarda aggiunge l’illusione che, tagliando le spese, si possa costituire un tesoretto utile ad abbassare le tasse.
Tutti sono consapevoli che non sarà possibile, che al massimo si potrà evitare di aumentare l’Iva e centrare il pareggio di bilancio.
Da questo festival anti-tasse si distingue Casini, stupefatto da tutti questi «smemorati che sembrano Alice nel Paese delle meraviglie.
In 4-5 mesi ci siamo dimenticati perchè Monti ha preso in mano l’Italia, sembra che la pressione fiscale sia colpa sua.
Monti invece deve rimediare perchè qualcuno prima di lui ha abolito l’Ici e ora c’è l’Imu, perchè qualcuno in Europa ha sottoscritto impegni pesantissimi e ora dobbiamo onorarli».
Sono gli impegni sottoscritti da Berlusconi per il pareggio di bilancio nel 2013.
Ecco invece la babele di proposte.
La più sexy è quella del segretario del Pdl Alfano: non far pagare le tasse, fino alla somma vantata nei confronti della P.A., agli imprenditori che non ricevono i rimborsi. Fanno la ola gli uomini e le donne del Popolo della libertà che bacchettano Stefano Fassina, responsabile economia del Pd, che si permesso di ironizzare sull’idea di Alfano, bollandola come irresponsabile e propagandistica.
Intanto, perchè in tre anni e mezzo di governo, Berlusconi non ha attuato la proposta avanzata dall’ex ministro della Giustizia.
Poi perchè in questo modo si determinerebbe un buco di bilancio di 30-40 miliardi di euro in un solo colpo. Osvaldo Napoli invece difende la proposta di Alfano: è «semplice, razionale ed efficace quanto inutilmente polemica, contorta e irrazionale la replica di Fassina: per quale ragione dovrebbe aprirsi un buco nei conti pubblici se lo Stato attiva una compensazione fra crediti e tasse verso le imprese?».
La tassa più sofferta rimane l’Imu che gli italiani si apprestano a pagare tra mal di pancia e rabbia, ingrossando le fila dell’antipolitica e dell’astensione.
Maroni ne approfitta per lanciare la disobbedienza civile, ben sapendo quanto di queste entrate sulla casa i sindaci, che non possono derogare al patto di stabilità , hanno bisogno.
Facile per Bersani schiacciare la palla, ricordano al neocapo della Lega che in Italia c’è già troppa gente che fa lo sciopero fiscale, evadendo le tasse.
Semmai, dice Bersani, bisogna rendere l’Imu più leggera.
E per fare ciò aveva proposto un’imposta personale sui grandi patrimoni immobiliari. «Maroni era lì quando abbiamo fatto questa proposta. Erano tutti lì quelli che ora si lamentano. Poi su una cosa Pisapia ha ragione: bisogna fare un meccanismo per cui l’Imu rimane ai Comuni e loro non facciano solo gli esattori per conto dello Stato».
Erano tutti lì, sia prima che dopo il governo Berlusconi.
Ma ora Bossi dice che «Roma ha rotto le balle» e il tandem Gasparri-Romani chiede di sottoscrivere un accordo con la Svizzera per la tassazione dei patrimoni nascosti.
«Il Governo Monti – sostengono il capogruppo del Pdl e l’ex ministro – è chiamato a recuperare queste ingenti somme evase al fisco per allentare la morsa fiscale su cittadini e imprese».
Anche Di Pietro è della stessa idea e quantifica il capitale esportati illegalmente all’estero in 40 miliardi di euro.
«L’Italia dei Valori chiede da mesi che si faccia così, ma i signori del governo da quell’orecchio proprio non ci sentono e un sistema dell’informazione ancora più allineato e coperto che ai tempi del fascismo gli tiene bordone».
Amedeo La Mattina
(da “La Stampa“)
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Maggio 1st, 2012 Riccardo Fucile
IL PREMIER: “PRONTI A DISCUTERE L’ACCORDO PER TASSARE GLI EVASORI COME GERMANIA E INGHILTERRA”
Mario Monti è pronto a trattare con la Svizzera per tassare i capitali nascosti dagli evasori italiani nei forzieri di Lugano e Ginevra:“Considereremo ex novo l’intera materia”, annuncia in conferenza stampa.
Come anticipato dal Fatto , il via libera della Commissione europea agli accordi bilaterali di Gran Bretagna, Germania e Austria con Berna, ha cambiato tutto.
Ora si può discuterne, anzi,si sta già trattando, Monti fissala prima condizione: il rispetto dei trattati sulla tassazione dei lavoratori frontalieri che “il Canton Ticino ha sospeso unilateralmente”.
Il negoziato comincia.“Come Pd presenteremo chiederemo al governo una stima sull’ammontare e la composizione dei capitali italiani in Svizzera, poi servirà con urgenza un accordo bilaterale e un vincolo chiaro per l’utilizzo del gettito ottenuto. Se arrivassero subito 3 miliardi, per esempio, si potrebbero destinare subito a credito di imposta per le imprese che assumono”, spiega Sandro Gozi, deputato del Pd che segue da tempo il dossier dell’accordo fiscale.
Nel 2008 la Commissione europea aveva iniziato a ragionare su un accordo comunitario con la Svizzera, per tassare in loco i capitali sottratti al fisco, “ma per cambiare le regole in materia fiscale ci vuole l’unanimità e l’Italia si opponeva, formalmente Giulio Tremonti chiedeva un accordo più duro,ma in pratica ha bloccato i negoziati”, ricorda Gozi.
La Commissione aveva comunque fatto alcuni conti: la metà dei capitali depositati in Svizzera,3.300 miliardi, sarebbe di origine straniera: 180 miliardi tedeschi, 120-150 italiani, 70 inglesi.
A metà 2011 Gran Bretagna e Germania, vista la paralisi della normativa comunitaria e la necessità di fare cassa, stipulano un accordo bilaterale con la Svizzera.
La Commissione all’inizio è scettica poi, dopo alcune modifiche, concede formalmente il via libera a metà aprile.
Nel frattempo all’elenco si è aggiunta anche l’Austria.
Gli effetti si sentiranno dal2013, quando entrano in vigore gli accordi. “Germania e Gran Bretagna hanno concordato che Berna paghi subito un acconto sulle somme che riscuoterà dalle banche, per l’Italia potrebbe essere oltre un miliardo di euro”, stima Gozi.
Da quando è caduto il veto di Bruxelles, evasori, consulenti, avvocati e banchieri stanno studiando la documentazione ufficiale per capire cosa li aspetta.
Questi accordi si compongo nodi due parti: la prima è una sanatoria del passato, la seconda una tassa annuale sui redditi prodotti dalle attività detenute in Svizzera.
Dal primo gennaio 2013, un tedesco o un inglese che hanno un conto a Lugano avranno tre scelte.
La prima:chiudere il conto e trasferire i capitali in un altro paradiso fiscale(le autorità elvetiche faranno di tutto per scoraggiare questa opzione).
Seconda scelta: il correntista dichiara per iscritto alla banca di voler uscire allo scoperto, la banca poi informa il governo svizzero che informa il Paese di appartenenza che poi si rifarà sul malcapitato correntista facendogli pagare sanzioni, penali e tasse non pagate per tutti gli anni passati (ovviamente questa ipotesi è concepita in modo così poco allettante da non spingere nessuno a sceglierla).
Terza opzione,quella che tutte le parti interessate caldeggiano: il pagamento anonimo della tassa.
La banca verifica la nazionalità del beneficiario delle attività che detiene (anche se si tratta di un trust o di altri tipi di schermi giuridici),poi preleva dal conto la penale prevista dalle formule contenute negli accordi bilaterali — tra il 21 e il 41 per cento peri tedeschi, tra il 19 e il 34 per gli inglesi, tra il 15 e il 38 per gli austriaci— e versa la somma al governo di Berna che, a sua volta, la passerà allo Stato interessato.
In teoria tutto questo sarebbe già previsto dalla direttiva 2003/48,in vigore dal 2005, ma non ha mai funzionato: la Svizzera si impegnava ad applicare una ritenuta del 35 per cento sui rendimenti maturati nei suoi confini da cittadini dell’Unione europea, poi versava il 75 per cento del gettito ai Paesi di competenza.
Le somme raccolte sono state ridicole,perchè era troppo facile aggirare i vincoli. Per questo sono arrivati gli accordi bilaterali.
Dopo la sanatoria sul passato, un condono fiscale molto costoso (l’aliquota chiesta da Tremonti agli evasori che usavano lo scudo fiscale per rimpatriare denaro era solo del 5 per cento, qui sui grossi capitali si arriva al 40)in teoria non dovrebbero più esserci situazioni ambigue: chi non è uscito allo scoperto o non ha chiuso il conto fuggendo a Saint Lucia o alle isole del Canale sarà noto al governo e, di fatto, al Paese di provenienza che sa quale gettito aspettarsi.
Nella fase due, dopo la “regolarizzazione”, al dentista o al piccolo imprenditore italiano che ha il conto a Lugano resteranno due alternative:o emerge allo scoperto o, se vuole mantenere l’anonimato,paga un’aliquota sui rendimenti ottenuti dalle attività che è abbastanza salata: 26,375 per i tedeschi,tra il 27 e il 48 per gli inglesi,25 per gli austriaci.
“Proteggere la privacy dei clienti delle banche è e rimarrà uno dei pilastri del settore finanziario svizzero.
L’accordo rispetta questo impegno: solo i pagamenti delle tasse saranno trasmessi alle autorità fiscali, non i nomi dei clienti”, rassicura la documentazione del governo di Berna.
Ma è chiaro che uno dei principali benefici della segretezza, cioè l’elusione fiscale, sarà caduto.
Stefano Feltri
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Aprile 29th, 2012 Riccardo Fucile
IL GOVERNO TASSA I SOLITI NOTI QUANDO L’ITALIA POTREBBE RECUPERARE FINO A 50 MILIARDI DAI CONTI DEGLI EVASORI PARCHEGGIATI NELLA CONFEDERAZIONE ELVETICA…L”EUROPA HA DETTO SI’, ALTRE NAZIONI LO HANNO GIA’ FATTO: L’ITALIA COSA ASPETTA?
I soldi sono lì, a portata di mano, facili da incassare.
E tutti in una volta, senza stare a racimolare un miliardo qua e uno là tra accise sulla benzina e i blitz utili, e spettacolari, come quelli della Guardia di Finanza negli agriturismi in vista del ponte del Primo maggio.
Nelle casse delle banche svizzere si stima ci siano almeno 150 miliardi di euro degli evasori italiani e lo Stato potrebbe prendersene fino a 50.
Ma al governo non sembrano interessare.
“Full compliance”, piena conformità . È questa l’espressione che toglie ogni alibi al governo Monti.
Nella conferenza stampa di mezzogiorno del 17 aprile il commissario europeo alla Fiscalità , Algirdas Å emeta, spiega ai giornalisti che gli accordi di Gran Bretagna, Germania e Austria con la Svizzera sono compatibili con il diritto comunitario .
E quindi nel 2013 produrranno i loro effetti.
Partiamo dalla fine: il 13 aprile l’Austria firma l’accordo con la Svizzera.
Funziona così: nei forzieri elvetici ci sono almeno 20 miliardi di euro austriaci frutto di evasione.
I residenti austriaci titolari dei conti o i beneficiari dei trust e degli altri strumenti giuridici per nascondere le tracce, se vogliono mantenere i loro capitali in Svizzera dovranno pagare una sanzione una tantum del 30 per cento, modulata poi a seconda della durata dei depositi, che può nella pratica oscillare tra il 15 e il 38 per cento.
È una specie di condono fiscale, è vero, ma di entità ben diversa da quel 5 per cento applicato da Giulio Tremonti ai suoi tempi.
E soprattutto gli effetti continuano: tutti i proventi dei capitali e degli altri strumenti finanziari (dai dividendi ai capital gain) saranno tassati al 25 per cento ogni anno.
La Svizzera si accolla il ruolo di esattore per conto dell’Austria e in cambio conserva il segreto bancario, l’unico vero strumento che le è rimasto per attirare i capitali nel Paese (visto che spesso derivano da evasione fiscale o altre pratiche illecite).
Il governo di Berna si trova infatti sotto pressione, soprattutto dagli Stati Uniti, per rivelare i segreti dei conti bancari (celebre il caso di Ubs, che è stata costretta a farlo, in piccola parte). Preferisce quindi agire da sostituto d’imposta, ma tenere un po’ di riservatezza.
Da mesi ci sono trattative tra Berna, la Germania e la Gran Bretagna che hanno raggiunto accordi simili.
L’applicazione si stava complicando perchè la Commissione europea temeva gli effetti distorsivi di provvedimenti che, di fatto, sanano le posizioni illecite del passato.
“Ma si è trovato un escamotage, i pagamenti una tantum vengono presentati come l’acconto di quanto verrà chiesto a chi ha soldi in Svizzera dopo l’approvazione di un accordo complessivo tra i 27 Paesi Ue che il commissario Å emeta continua ad auspicare”, spiega Rita Castellani, una delle animatrici dell’iniziativa “Operazione Guardie Svizzere” per fare pressione sul governo italiano.
In Germania la Spd, il partito socialdemocratico, si è opposta all’accordo negoziato dal governo di Angela Merkel e ha ottenuto condizioni ancora più punitive per gli evasori: un prelievo una tantum tra il 21 e il 41 per cento (invece che tra il 19 e il 34) e una patrimoniale colossale del 50 per cento per chi eredita un conto svizzero e non lo dichiara al fisco tedesco. Le associazioni dei contribuenti in Germania, all’inizio scettiche, ora sono entusiaste della formulazione dell’accordo e chiedono la sua immediata applicazione.
Il flusso di denaro verso Berlino comincerà nel 2013.
Ppchi giorni fa il ministro delle Finanze elvetico, Eveline Widmer-Schlumpf, ha detto in un’intervista che “la Svizzera sta portando avanti con Italia e Francia il tema della tassazione degli asset detenuti in conti svizzeri da cittadini dei due Paesi, ma un negoziato formale deve ancora iniziare”.
Il ministro del Tesoro Giulio Tremonti aveva concentrato, con un certo successo, le sue attenzioni soprattutto su San Marino.
E il governo Monti ha chiarito la sua posizione all’inizio del mandato: favorevole agli accordi con la Svizzera per far pagare gli evasori ma nel quadro di un’intesa comunitaria, anche per non incorrere nel rischio di sanzioni da parte della Commissione Ue. La quale però adesso ha dato il via libera.
E l’accordo fatto dall’Austria toglie ogni alibi all’Italia.
A cui un po’ di gettito in più, nel 2013, farebbe comodo visto che la recessione farà diminuire le entrate attese su cui è stata impostata l’ultima manovra Salva Italia.
Stefano Feltri
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Aprile 26th, 2012 Riccardo Fucile
MONTI HA RIDOTTO LE SPESE DELLA PRESIDENZA, MA ORA DEVE RICONSEGNARE ALLA RAGIONERIA GENERALE IL DIRITTO DI CONTROLLARLE… PER ESSERE CREDIBILI OCCORRE DARE L’ESEMPIO
Punto primo: l’esempio. Per essere credibile, un piano di tagli alla spesa pubblica non può
che partire da qui.
Perciò, visto che dal Parlamento alle Regioni vivono tutti con fastidio ogni controllo dei conti («come osate?») Palazzo Chigi dovrebbe fare un passo dirompente: rinunciare all’autonomia assoluta per riportare il proprio bilancio sotto la verifica della Ragioneria.
Un messaggio formidabile: nessuno può spendere senza renderne conto.
In questi mesi, sarebbe ingeneroso non riconoscerlo, il governo di Mario Monti ha mostrato su questo punto un senso della misura da tempo smarrito.
Tanto da tirarsi addosso, sul tormentone della sobrietà , qualche ironia.
Ha sforbiciato i ministeri, ridotto le consulenze, tagliato del 92% i voli blu…
Su tutta un’altra serie di iniziative, invece, ha dovuto incassare dei «no» a ripetizione, riassumibili in romanesco così: «Nun je spetta».
Tagliare le Province? «Nun je spetta».
Allineare al livello europeo indennità e stipendi del Parlamento in caso di fallimento (poi arrivato) della Commissione Giovannini? «Nun je spetta».
Costringere le regioni a ridurre certe spese? «Nun je spetta».
E tutto nel culto sacrale di una autonomia difesa con una gelosia così cocciuta e permalosa da far pensare spesso che mascherasse retropensieri inconfessabili.
Come se le difficoltà delle pubbliche casse fossero un problema che riguarda fino a un certo punto chi ritiene di avere il diritto divino a non rendere conto delle proprie scelte.
Come se perfino il contenimento di alcuni privilegi diventati offensivi in questi anni di crisi fosse una gentile concessione fatta al governo e non un obbligo per tutti coloro che sono chiamati a far la propria parte.
È in questo contesto di resistenze esasperate e spesso irritanti che la Presidenza del Consiglio potrebbe mettere tutti con le spalle al muro dando quell’esempio clamoroso: la rinuncia all’autonomia totale dei propri bilanci.
E il riconoscimento alla Ragioneria Generale dello Stato e alla Corte dei Conti del diritto a controllare (e a contestare gli eventuali abusi, ovvio) perfino le spese di Palazzo Chigi.
Del resto così era una volta, fino a una dozzina di anni fa.
E non risulta che Alcide de Gasperi e Amintore Fanfani, Giulio Andreotti o Giuliano Amato, Carlo Azeglio Ciampi o Silvio Berlusconi fossero per questo minati nella loro pienezza di governo.
Nè che la stessa democrazia, per quei controlli sacrosanti, fosse in qualche modo compromessa.
I conti di Palazzo Chigi furono sottratti alle competenze del Tesoro con un decreto legislativo varato il 30 luglio 1999, quando il premier era Massimo D’Alema.
La motivazione? La rivendicazione della Presidenza del Consiglio dello status di totale autonomia finanziaria già riconosciuto al Quirinale, al Senato, alla Camera: perchè loro sì e noi no?
Da allora a oggi, nessuno è più riuscito a fare marcia indietro.
Vogliamo dirla tutta? Nessuno ha più «voluto» fare marcia indietro.
Se mai ogni nuovo premier ha cercato di allargare ulteriormente i confini di questa sovranità assoluta ad altri «staterelli» dei dintorni.
Come i ministeri senza portafoglio o la Protezione civile.
Non soltanto nel caso, si capisce, di interventi di gravissima emergenza, ma anche se si trattava di restaurare una statua o allestire le regate della Vuitton Cup.
Risultato: da 13 anni, come il viceministro dell’Economia Vittorio Grilli ha più volte sottolineato, alcuni miliardi di euro vagano senza controlli sostanziali nei bilanci statali.
Quasi che esistessero «zone franche» che non devono rispondere a nessuno.
E non è servita a molto neppure la sentenza della Corte Costituzionale che nel 2002 restituì alla Corte dei Conti la competenza sugli atti di Palazzo Chigi sottratta con quel decreto di tre anni prima.
Vittoria che di fatto, come la storia si sarebbe incaricata di dimostrare, fu solo di facciata.
Conosciamo l’obiezione: mettete forse in dubbio la serietà , la sobrietà , la ragionevolezza degli organi istituzionali ai quali venne riconosciuta quell’autonomia totale, dopo il Ventennio fascista, proprio perchè fossero sottratti ai ricatti e alle prepotenze muscolari del potere esecutivo? Niente affatto.
Ma il solo obbligo di rendere conto delle proprie spese, tuttavia, può aiutare chi amministra a essere più virtuoso.
E al contrario la sola autonomia illimitata, dicono i numeri, incoraggia a essere più spendaccioni.
Lo dimostrano proprio i numeri di Palazzo Chigi.
Dal 1999 al 2010 le spese del segretariato generale sono più che raddoppiate schizzando da 348 miliardi di lire a 488 milioni di euro.
Con un aumento in termini reali, calcolata l’inflazione, del 116%.
Nel solo 2000, primo anno di autonomia contabile, le spese registrarono un balzo del 28,7%. Con una impennata, per certe voci, da capogiro.
I soldi tirati fuori dalle casse presidenziali per pagare il personale «comandato» (cioè preso in prestito) da altre amministrazioni pubbliche aumentarono del 44,5%.
Quelli destinati alle trasferte del premier si quintuplicarono: da 903 milioni di lire a 5 miliardi e passa.
Dentro la «zona franca», in questi anni, è finito di tutto.
Tre milioni per il campionato mondiale di pallavolo del 2010.
Due per quello di ciclismo su pista del 2012.
E poi otto per le «politiche antidroga» e 81 per il Fondo per la gioventù e 44 per quello della montagna e 26 per «la valorizzazione e la promozione delle aree territoriali svantaggiate» confinanti con le Regioni a statuto speciale e insomma i soldi per contenere le pretese di tanti comuni di «emigrare» dal Veneto al Trentino Alto Adige…
Fino ai 374 milioni dei contributi per l’editoria. Per non dire delle spese faraoniche per i Grandi eventi della Protezione civile, da quelle del G8 della Maddalena a quelle per le opere dei 150 anni dell’Unità d’Italia, finite nel gorgo giudiziario delle indagini sulla «Cricca».
Su tutto, spiccano però certe spese relativamente «minori» ma difficili da interpretare non solo per gli specialisti.
Che cosa erano esattamente le «attività di supporto alla programmazione, valutazione e monitoraggio degli investimenti pubblici» costate 11,4 milioni?
E il «fondo eventi sportivi di rilevanza internazionale» finanziato con 10 milioni?
Perchè tanta genericità ? Dov’è la trasparenza?
Per non parlare dell’opacità di un bilancio che dal 2000 (coincidenza?) è scomparso dal sito della presidenza del Consiglio ed è scaricabile soltanto con enormi difficoltà , per chi non paga l’abbonamento, da quello della Gazzetta ufficiale.
Un esempio? Nei rendiconti di tutte le aziende pubbliche o private del pianeta (tranne quelle che vogliono occultare qualcosa, ovvio) i costi dei dipendenti finiscono sotto due o tre voci. Sapete quante sono quelle di Palazzo Chigi? Ventidue.
Dagli «stipendi agli estranei addetti alle segreterie particolari del presidente…» fino all’«indennità mensile al personale in servizio…», dal «fondo unico di presidenza» (la cui vaghezza pare fatta apposta per spingere i cittadini al sospetto) al «rimborso alle amministrazioni degli assegni corrisposti al personale in prestito…» eccetera eccetera. Ventidue voci.
Al punto che sapere quanto precisamente spendiamo per pagare la gente che lavora a Palazzo Chigi e nelle sue 19 dèpendance è una missione quasi impossibile.
Del resto, anche sapere quante persone sono davvero impiegate dalla Presidenza non è facile. Nemmeno, forse, per il presidente del Consiglio.
L’8 settembre 2001 il Cavaliere raccontò d’aver incontrato una Margaret Thatcher esterrefatta perchè Blair aveva portato da 70 a 200 i dipendenti di Downing Street.
«Sapete quante persone ho trovato io a Palazzo Chigi? Ne ho trovate 4.500. Penso che serva una rivoluzione pacifica per ammodernare lo Stato».
Bene: quando ha lasciato a Mario Monti la guida del governo, nei palazzi della Presidenza di persone ce n’erano almeno 4.600.
La conferma indiretta l’ha fornita Renato Brunetta quando, replicando a fine ottobre del 2011 al Corriere , ha spiegato che al netto di «circa 400 cessazioni dal servizio», nel 2013 i dipendenti di Palazzo Chigi sarebbero stati «al massimo 4.280».
Al massimo…
Torniamo al tema: mettiamo che la Presidenza del Consiglio decida di mettere i propri bilanci sotto il controllo della Ragioneria.
Cosa faranno tutti gli altri?
Continueranno a rivendicare il loro diritto a non rendere conto a nessuno?
Sergio Rizzo
Gian Antonio Stella
(da “Il Corriere della Sera”)
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