Aprile 26th, 2012 Riccardo Fucile
“OLTRE ALlA LEGA PAGATE TANGENTI ANCHE A COMUNIONE E LIBERAZIONE”… I PM VERIFICANO LE DICHIARAZIONI
Auto di lusso, lavori di ristrutturazione di una villa in Liguria e soldi che sarebbero stati incassati
gonfiando il valore degli appalti.
Nell’inchiesta sulle commesse ottenute all’estero da Finmeccanica ci sono nuove accuse che i magistrati devono verificare.
Sospetti sull’amministratore delegato Giuseppe Orsi – indagato per corruzione internazionale e riciclaggio – e sulla sua gestione di AgustaWestland, alimentati dalle dichiarazioni di Lorenzo Borgogni, l’ex responsabile delle relazioni istituzionali del Gruppo che da mesi collabora con i pubblici ministeri di Napoli.
E nuovi possibili beneficiari dei suoi finanziamenti: oltre alla Lega Nord Borgogni ha indicato Comunione e Liberazione.
Più volte si è parlato del rapporto stretto tra lo stesso Orsi e il presidente della Regione Lombardia Roberto Formigoni, indicato come uno dei suoi sponsor.
E adesso si scopre che nel verbale del manager si parla proprio di questi contatti e di possibili passaggi di denaro. Ulteriori accertamenti sono stati disposti dai sostituti partenopei – Vincenzo Piscitelli, Henry John Woodcock e Francesco Curcio – che hanno delegato indagini ai carabinieri del Noe, ma hanno anche deciso di affidare una consulenza su tutti i contratti stipulati dall’azienda specializzata nella costruzione di elicotteri fino al maggio scorso, quando Orsi fu chiamato alla guida della holding al posto di Pier Francesco Guarguaglini.
E quando Borgogni, travolto dalle accuse di false fatturazioni e finanziamento illecito ai partiti, fu costretto a farsi da parte.
Qualche settimana dopo ha fatto sapere ai magistrati di essere disposto a parlare.
Il «sistema»dei fondi
Quello dell’accantonamento di «provviste» di denaro da utilizzare per pagare manager e politici è un sistema che Borgogni conosce bene, visto che anche lui è accusato di averlo applicato.
Nel caso dei 12 elicotteri venduti al governo indiano nel 2010 si sta cercando di stabilire quante persone abbiano beneficiato dei «fondi neri» che sarebbero stati creati grazie al sistema delle sovraffatturazioni.
Si tratta di un meccanismo neanche troppo sofisticato, già emerso in tutte le altre indagini che riguardano le aziende controllate da Finmeccanica.
Il trucco è nella scelta di un mediatore di affari che deve essere disponibile a far figurare compensi molto più alti di quelli che effettivamente percepirà al momento della sigla del contratto.
Ed è proprio una parte di questa somma aggiuntiva che, dice Borgogni, sarebbe stata versata in parte alla Lega e in parte a Comunione e Liberazione.
Per gestire la commessa indiana il negoziatore con le autorità di New Dehli è stato Guido Ralph Haschke, ingegnere di Lugano ora indagato per corruzione internazionale e riciclaggio perchè sospettato di aver distribuito «mazzette» all’estero per conto di Orsi.
Dei partiti italiani si sarebbe occupato invece un intermediario britannico conosciuto con un’identità probabilmente falsa: Christian Mitchell.
Si tratta di un uomo che i testimoni d’accusa descrivono come legatissimo ad Orsi.
E il sospetto è che Mitchell abbia gestito, oltre ai soldi che sarebbero finiti ai politici, anche una «cresta» da destinare ai manager.
Soldi che un investigatore non esita a definire come una sorta di «pensione integrativa» messa da parte e poi intascata da chi ha gestito l’appalto.
Le Maserati e la villa
Sono sei le Maserati che sarebbero entrate nella disponibilità di Giuseppe Orsi, ma intestate al suo autista.
Vetture di grande valore che il manager avrebbe ottenuto dai proprietari di alcune società che lavoravano con AgustaWestland quando lui ne era amministratore.
Tre auto sarebbero rimaste in Italia, una risulta spedita a Londra e altre due negli Stati Uniti.
La circostanza, emersa qualche anno fa in un’indagine milanese, è stata avvalorata ultimamente con nuovi dettagli proprio da Borgogni e per questo si è deciso di verificare sia l’effettiva proprietà delle macchine, sia la loro provenienza.
Ma pure di scoprire se davvero rappresentino la contropartita di un affare da milioni di euro che Orsi avrebbe concluso con un’altra azienda italiana.
Nuovi accertamenti saranno effettuati anche sui lavori di ristrutturazione di una villa che si trova a Moneglia, in Liguria, ed è intestata alla moglie di Orsi.
I controlli dovranno stabilire se davvero – come risulta dai verbali in mano all’accusa – siano stati effettuati da società assegnatarie di appalti gestiti da Agusta nel settore delle opere civili. Aziende che in questo modo avrebbero restituito al manager i favori ottenuti al momento della scelta delle ditte da impiegare.
Fiorenza Sarzanini
(da “Il Corriere della Sera”)
argomento: economia | Commenta »
Aprile 23rd, 2012 Riccardo Fucile
LA RIORGANIZZAZIONE COLPIRA’ EMILIA, TOSCANA, PIEMONTE, MARCHE E BASILICATA… DAL 2013 TUTTE LE ALTRE REGIONI
Alla fine si tratta di un oscuro coefficiente che tiene conto della distanza tra l’ufficio postale e la zona di recapito, dei numeri civici, di quante famiglie e negozi ci sono in zona e del tragitto totale per attraversarla tutta da una parte all’altra.
Sopratutto nel coefficiente c’è anche il volume della corrispondenza, che è calato negli ultimi anni perchè le comunicazioni iniziano a spostarsi su internet, per la concorrenza e in parte per effetto della crisi.
In base a quel coefficiente Poste Italiane ha deciso di razionalizzare, e ora tutte le zone di recapito, urbano o non urbane, avranno la stessa grandezza.
Una scelta industriale che forse renderà più uniforme la distribuzione dei postini, ma che secondo i sindacati porterà al licenziamento di 1765 persone.
Per ora interessate dalla ristrutturazione aziendale sono solo 5 regioni: Piemonte, Emilia Romagna, Marche, Toscana e Basilicata.
Dal 2013 in poi la razionalizzazione delle zone di recapito dovrebbe investire tutta Italia e portare, questi i calcoli della Cgil, a 12mila esuberi.
Ad essere più colpita la Toscana, che perderà 600 tra postini e personale del Cmp, il Centro di meccanizzazione postale di Pisa che vedrà ridotto il proprio organico di 130 unità .
Dopo la Toscana c’è il Piemonte, con 547 tagli e poi l’Emilia Romagna, che secondo i sindacati perderà invece 466 posti di lavoro tra portalettere, capisquadra e addetti alla lavorazione interna della corrispondenza. I restanti 150 tagli sarebbero distribuiti tra Marche e Basilicata.
In Emilia Romagna Valerio Grillini, segretario regionale dei postelegrafonici (Slp) della Cisl si è fatto i conti e ha suddiviso gli esuberi per provincia.
Questo il risultato: la più colpita in Emilia sarà Bologna, con 137 licenziamenti. Subito dopo Modena (-87), Parma (-53) e Reggio Emilia (-41).
Ravenna perderà invece 33 postini, Piacenza 31, 29 Rimini e la provincia di Forlì-Cesena 21.
“Tutto questo — racconta Grillini — dopo che la recente riorganizzazione aveva già limitato ogni singolo recapito a 5 giorni alla settimana e ridotto il personale di 300 addetti”.
“Salteranno posti di lavoro a tempo indeterminato. L’azienda ha deciso una ristrutturazione profonda del lavoro, non è questione di picchi o di lavoro stagionale”, spiega Loris Sermasi, funzionario bolognese dalla Slc-Cgil.
“Il piano di ristrutturazione aziendale è stato presentato da Poste italiene il 17 aprile, il giorno dopo sono stati annunciati 846 milioni di euro di utili sul bilancio 2011.
La situazione è inaccettabile — tuona il segretario modenese della Slp-Cisl Antonio Buongiovanni — qui abbiamo un’azienda che fa ricavi e macina utili sulle spalle dei lavoratori”.
Solo pochi giorni fa Poste italiane ha giudicato “estremamente positivi” i risultati del 2011 annunciando, oltre agli 846 milioni di utile, un risultato operativo di 1 miliardo e 641 milioni di euro.
Numeri questi, spiega una nota di Poste Italiane, che collocano la compagnia “di gran lunga al primo posto al mondo per redditività nel confronto con i principali operatori internazionali”.
Nei prossimi giorni i sindacati annunceranno le mobilitazioni che metteranno in campo per protestare contro il nuovo piano aziendale di Poste italiane.
Entro giugno nei palazzi della Regione Emilia Romagna dovrebbe anche esserci un incontro con le istituzioni.
(da “Il Fatto Quotidiano“)
argomento: economia | Commenta »
Aprile 22nd, 2012 Riccardo Fucile
ADESSO PESANO BENZINA E SIGARETTE, IN AUTUNNO IVA E IMMOBILI… STIMA CGIA: FINORA LE FAMIGLIE HANNO PAGATO SOLO 600 EURO SU UN CONTO DI 8.200… IL FONDO DEI PROVENTI DELLA LOTTA ALL’EVASIONE E’ STATA CANCELLATA
Tasse, tasse e ancora tasse. 
In soli cinque mesi, il governo ha prenotato oltre 87 miliardi di maggiori imposte da riscuotere da qui al 2014.
Tra casa, benzina, addizionali regionali e comunali, bollo auto, rifiuti, Iva, sigarette, mancata rivalutazione delle pensioni, ma anche aumenti di pedaggi autostradali, canone Rai, bollette di luce e gas, la “cura” Monti contro la febbre da spread rischia di ammazzare il paziente Italia, prima ancora di guarirne i disastrati conti pubblici.
Soprattutto perchè i balzelli agiscono con ferocia sui redditi medio-bassi, mentre la patrimoniale di fatto non esiste o è molto timida (casa esclusa).
PRESSIONE FISCALE AL TOP
La pressione fiscale quest’anno toccherà il tetto storico del 45,1%, quasi tre punti sopra il livello del 2011, l’annus horribilis delle quattro manovre di fila, da luglio a dicembre (le tre di Tremonti-Berlusconi e il Salva-Italia).
Ma nel 2013 salirà ancora al 45,4% del Pil – conferma il Documento di economia e finanza presentato dal governo il 18 aprile – per discendere solo nel 2014, di un soffio appena (45,3%).
Percentuali che tuttavia non raccontano fino in fondo le sofferenze di famiglie e imprese, chiamate a pagare anche il mostro oscuro che erode equità al sistema: l’evasione da 120 miliardi all’anno.
E oltretutto private della speranza dell’ormai famoso Fondo-taglia tasse (con il recupero del gettito evaso), due volte annunciato e due volte cancellato.
OGNI FAMIGLIA PAGHERA’ 8.200 EURO
Se il baratro Grecia è stato schivato, se il prossimo anno il pareggio di bilancio sarà centrato (l’Fmi ne dubita e lo sposta di 5-6 anni, ma il governo lo conferma), il merito va anche alla pazienza degli italiani.
Il Centro ricerche degli artigiani di Mestre calcola che – tra Salva-Italia, riforma del mercato del lavoro e aumento dell’Iva in autunno – il conto per il 2012 è di circa 20 miliardi.
Sale a 32,5 il prossimo anno e a 34,8 nel 2014. Totale: 87,3 miliardi.
«Rischiamo di rimanere soffocati», è il commento di Giuseppe Bortolussi, segretario della Cgia.
È vero che il governo Monti è stato costretto a intervenire per salvare il Paese dal fallimento, ma è altrettanto vero che si è agito solo ed esclusivamente sul fronte delle entrate».
Basta guadare al Salva-Italia, spiega la Cgia: 81,3% di imposte e 18,7% di tagli alla spesa. «Un sacrificio immane», prosegue Bortolussi. Se includiamo anche le manovre dell’estate scorsa, nota ancora la Cgia, il «peso fiscale medio in capo a ciascuna famiglia italiana, sarà pari a circa 8.200 euro» in tre anni. Ovvero 2.700 euro l’anno.
AUTUNNO CALDO
Ad oggi «le famiglie italiane non hanno ancora subito nessun serio contraccolpo economico, avendo già pagato in media poco più di 500-600 euro», spiega Bortolussi.
«Praticamente solo il 7% della cifra totale che dovranno sborsare in questo triennio. La mazzata arriverà verso la fine dell’anno».
Se non si provvede altrimenti (con la spending review), dal primo ottobre le due aliquote Iva del 10 e 21% saliranno di due punti (e dello 0,5% dal primo gennaio 2014), con effetti disastrosi sui consumi e sui redditi.
A dicembre, poi, c’è il salatissimo conguaglio Imu, l’imposta sugli immobili che vale 21,4 miliardi totali nel 2012 sarà più alta della vecchia Ici (le rendite salgono del 60%).
Ed ora i sindaci potranno raddoppiarla, se vogliono, per finanziare le opere pubbliche con l’Imu-bis.
Valentina Conte
(da “la Repubblica”)
argomento: economia | Commenta »
Aprile 2nd, 2012 Riccardo Fucile
QUANTO POSSEDUTO DAGLI ITALIANI DIPENDE SEMPRE PIU’ DAL PATRIMONIO ACCUMULATO IN PASSATO E SEMPRE MENO DAL REDDITO
L’Italia è il Paese dove i dieci Paperoni posseggono una ricchezza che vale tutta insieme quella
di altri tre milioni di italiani più poveri.
Un divario molto più ampio di quello della distribuzione del reddito.
Un fenomeno presto spiegato: l’Italia è ancora piuttosto ricca, ma la ricchezza degli italiani è composta sempre di più dal patrimonio accumulato in passato e sempre meno dal reddito.
Ad analizzare la ricchezza nazionale è uno studio di Giovanni D’Alessio, del servizio studi di Banca d’Italia, in un rapporto pubblicato negli Occasional papers diffusi da Palazzo Koch.
Negli ultimi anni, secondo Bankitalia, si è invertita la distribuzione della ricchezza tra le classi di età : oggi al contrario che in passato gli anziani sono più ricchi dei giovani che non riescono ad accumulare.
Se da un lato i dati evidenziano l’esistenza di un conflitto generazionale in termini di redditi, il livello di diseguaglianza è comparabile, secondo D’Alessio, a quello di altri Paesi europei.
Il reddito da capitale.
Il rapporto tra la ricchezza e il reddito è all’incirca raddoppiato negli ultimi decenni, ma è aumentato altrettanto anche il ruolo dei redditi da capitale rispetto a quelli da lavoro. Questo significa che sta assumendo un ruolo via via crescente tra le risorse economiche che definiscono la condizione di benessere di un individuo.
Le tasse sulla ricchezza.
Lo studio sottolinea che è “notevole” che in Italia “il carico fiscale sulla ricchezza all’inizio degli anni Duemila fosse tra i più bassi d’Europa e che, al netto dei condoni, sia diminuito sensibilmente nel corso del decennio”.
Da qui “l’inversione di questa tendenza occorsa con il decreto di fine 2011 è apparsa opportuna”.
“Mitigare con più diritti”.
Come mitigare le disuguaglianze? Il rapporto di Bankitalia traccia alcune linee che seguono in particolare politiche che assicurino “alcuni diritti fondamentali”.
Per esempio la scuola pubblica, “erogando un servizio a tutti, tende a ridurre la disuguaglianza tra i cittadini in termini di conoscenze e di abilità , presupposto di una quota rilevante di quella in termini di ricchezza”.
Ma anche politiche per adeguare il livello dei servizi pubblici del Mezzogiorno al resto del Paese. Infine la disuguaglianza che caratterizza i giovani: “Non può che essere affrontata sul terreno da cui trae origine, cioè con interventi sul mercato del lavoro e sul welfare”.
Disuguaglianze maggiori a quelle del reddito.
Le disuguaglianze nella distribuzione della ricchezza non sono aderenti con gli squilibri tra fasce di reddito.
Stando alle cifre del rapporto, infatti, il 10 per cento delle famiglie più ricche possiede oltre il 40 per cento dell’intero ammontare di ricchezza netta, mentre il 10 per cento delle famiglie a più alto reddito riceve invece solo il 27 per cento del reddito complessivo.
Un aspetto che Bankitalia spiega innanzitutto con le differenze dovute al diverso stadio del ciclo di vita di ognuno.
Per il reddito l’evoluzione segue l’età : prima cresce e poi cala con il pensionamento.
Per la ricchezza l’andamento è più marcato: i valori aumentano rapidamente per i giovani e per la “mezza età ”, ma crollano per gli anziani.
Lo squilibrio nella ricchezza riflette infatti le preferenze dei soggetti del differimento nel tempo dei consumi che possono spingere le persone ad essere più o meno impazienti (e quindi privilegiando il consumo rispetto al risparmio).
Ma può influire anche la presenza e il numero dei figli può infine influire sulla ricchezza per poi lasciare un’eredità .
O ancora, tra le cause, lo studio elenca esperienze familiari particolari, come spese per problemi di salute, esperienze di disoccupazione e altro.
“Il peso crescente della finanza”.
La disuguaglianza, nel lungo periodo, sembra essersi ridotta negli anni Ottanta, crescente negli anni Novanta e di nuovo in calo nel Duemila.
In particolare il divario cresce anche per il ”peso crescente che sul finire del secolo assumono le attività finanziarie”: “Un incremento nei prezzi delle azioni tende ad accrescere i livelli di disuguaglianza perchè i più ricchi tendono a possedere queste attività ”.
La ricchezza e i ceti.
In vent’anni (dal 1987 al 2008) a pagare il prezzo maggiore sono state le famiglie di operai che hanno registrato una caduta nei livelli di ricchezza media, un calo del 15 per cento.
Perdono qualcosa anche le famiglie dei liberi professionisti e degli imprenditori, ma in quantità molto minore.
La categoria che invece mette a segno un miglioramento dei livelli medi di ricchezza è quella dei pensionati.
La ricchezza e le fasce d’età .
A perdere sono stati negli stessi vent’anni anche i giovani: nel 1987 erano su livelli medi non lontani dal resto della popolazione, mentre a partire dal 2000 queste famiglie “vedono peggiorare decisamente la loro condizione” si legge nello studio.
Il contrario è successo per gli anziani: in questo periodo hanno visto migliorare la loro posizione.
Le classi intermedie (dai 30 ai 50 e dai 50 ai 65 anni seguono il trend delle relative fasce d’età più estreme).
Quanto conta la famiglia.
Uno dei fattori principali che contribuisce a spiegare le origini della ricchezza, continua il rapporto di Bankitalia, sono le eredità e i doni che questi ricevono dalla famiglia di origine. Secondo alcuni dati del 2002 valgono tra il 30 e il 55 per cento.
“Ricchezza uguale capacità contributiva”.
Perchè è così importante misurare la ricchezza lo spiega lo stesso studio di Bankitalia: “La ricchezza, insieme ai redditi e ai consumi, è uno degli aggregati sui quali lo Stato misura la capacità contributiva dei cittadini. Conoscerne l’ammontare e come si distribuisce tra i vari gruppi di popolazione è dunque essenziale per misurare in che modo si distribuisce, o potrebbe distribuirsi, il carico fiscale”.
Ricchi 7 volte di più rispetto al 1965.
La ricchezza netta delle famiglie in Italia ha registrato una crescita considerevole negli ultimi decenni, spiega il rapporto.
Nel 2009 la ricchezza complessiva delle famiglie era pari a circa 8588 miliardi di euro, oltre 7 volte e mezzo rispetto al valore del 1965 (fatti salvi i valori del 2009).
La crescita è stata quindi del 4,7 per cento all’anno.
Una crescita leggermente inferiore l’ha fatta registrare il dato pro capite: nel 2009 è stato di 143mila euro contro i 21700 euro del 1965 (la cifra è sempre proporzionata ai valori di oggi).
(da “Il Fatto Quotidiano”)
argomento: economia | Commenta »
Aprile 1st, 2012 Riccardo Fucile
LE SUPERCAR SONO 600.000, GLI YACHT 1000, GLI ELICOTTERI PRIVATI 500…IL 10% DEGLI ITALIANI DETIENE IL 44% DELLA RICCHEZZA NAZIONALE, EPPURE MOLTI DI LORO DICHIARANO POCO E NULLA
Pochi pagano le tasse, molti ostentano il lusso. 
La ricchezza in Italia è un mostro a due teste: da una parte i 30 mila contribuenti onesti che dichiarano redditi sopra i 300 mila euro lordi annui, dall’altra i furbetti del Fisco.
Ovvero molti dei 600 mila italiani che hanno portafogli finanziari straboccanti, sopra i 500 mila euro, per un totale di oltre 800 miliardi di investimenti, fanno vacanze tutto l’anno su super yacht, sgommano a bordo di costosissimi bolidi, viaggiano in elicottero.
E dichiarano 20 mila euro lordi l’anno, il doppio della paga di un co. co. pro.
I conti non tornano e l’evasione delle tasse si conferma il vero nodo scorsoio dell’economia italiana.
Che punisce gli onesti e intoppa la crescita.
Più di 600 mila super-paperoni hanno patrimoni finanziari superiori al mezzo milione di euro. Eppure appena 30.590 italiani dichiarano di guadagnare sopra i 300 mila euro.
Venti volte meno.
Questa volta i conti proprio non tornano.
Ancora meno se consideriamo che in Italia la maggior parte dei proprietari di yacht, bolidi, aerei privati ha un reddito medio “ufficiale” di 20 mila euro.
A fronte di 100 mila barche di lusso, ovvero natanti lunghi almeno 10 metri, 595 mila supercar da 248 cavalli (185 kw), 518 elicotteri privati.
Com’è possibile se, come calcola la Banca d’Italia, il 10% più ricco della popolazione possiede ben il 44% della ricchezza nazionale?
I (POCHI) RICCHI SOPRA I 300 MILA
Invisibili al Fisco, visibili nei consumi e negli investimenti.
Puntuale, la contraddizione spunta come un fenomeno carsico.
I nuovi dati sulle dichiarazioni 2011, comunicati ieri dal Dipartimento delle finanze, per la prima volta isolano il numero di italiani più fortunati, ma anche onesti, che nel 2010 hanno guadagnato più di 300 mila euro, lo 0,07% di chi presenta Unico, 730 o 770 (la precedente classificazione conteggiava quelli sopra i 200 mila euro).
Si tratta di appena 30.590 contribuenti, un medio Comune italiano, e hanno versato al Fisco 7 miliardi di imposte su un totale di quasi 150 miliardi (il 4,7%).
n pratica, 18 mila lavoratori dipendenti, 6.300 autonomi, 7.800 pensionati, per lo più, che pagano, tra l’altro, anche il discusso e tormentato contributo di solidarietà , voluto dalla manovra di agosto di Tremonti (il 3% sulla parte eccedente i 300 mila euro).
I PATRIMONI MOBILIARI
Eppure qualcosa stona.
Secondo una ricerca dell’Associazione italiana private banking (confermata anche in analoghi studi, Uil, Bankitalia), circa 611 mila italiani posseggono corposi patrimoni mobiliari (fondi, titoli, azioni), sopra i 500 mila euro, per un totale di quasi 880 miliardi.
Una cifra enorme, non molto distante, per dire, dal trilione di euro, i 1.000 miliardi prestati dalla Bce di Mario Draghi alle banche europee negli ultimi tre mesi contro la crisi dei debiti sovrani.
Oltre 400 mila italiani hanno investimenti fino a un milione di euro. E quasi 8 mila super-super-ricchi oltre i 10 milioni.
IL LUSSO
Altra cartina di tornasole, i consumi di lusso.
Ben 42 mila dei 100 mila yacht dai 10 metri in su sono di proprietà di quasi nullatenenti che dichiarano 20 mila euro lordi annui, secondo un recente rapporto dell’Anagrafe tributaria, predisposto proprio per studiare gli effetti della “patrimoniale sul lusso” voluta dal Salva-Italia di Monti, la famosa tassa sullo stazionamento delle barche, presto riconvertita (viste le proteste e le presunte fughe all’estero dei natanti) in tassa sul possesso nel Cresci-Italia (liberalizzazioni).
E che dire poi delle 180 mila Mercedes, Bmw e Audi di fascia superiore?
C’è da augurarsi che almeno i proprietari delle 620 Ferrari e le 151 Lamborghini siano tra i pochi ma onesti 30.590 contribuenti non evasori.
Poche speranze infine sul club più clamoroso di finti poveri da 20 mila euro.
Sono 518 italiani che dichiarano il doppio di quanto guadagna in un anno (lordi) un cocopro, ma hanno un vantaggio che il precario può solo sognare: un elicottero pronto all’uso, magari sul tetto o nella piazzola di casa.
Poveri, ma veloci.
Valentina Conte
(da “La Repubblica”)
argomento: Costume, denuncia, economia | Commenta »
Aprile 1st, 2012 Riccardo Fucile
L’ITALIANO MEDIO VIVE CON 19.250 EURO L’ANNO…UN PAESE CON TROPPI POVERI O CON TROPPI EVASORI… SOLO 30.000 DENUNCIANO OLTRE 300.000 EURO
Un Paese con molti poveri o con troppi evasori: dalle dichiarazioni dei redditi del 2011 sulle entrate del 2010 risulta che l’italiano medio vive con 19.250 euro l’anno.
Ma un reddito su tre è inferiore ai 10 mila euro e quasi il 50 per cento dei contribuenti non supera i 15 mila euro.
I datori di lavoro – secondo i dati del Dipartimento Finanze del ministero dell’Economia – dichiarano 18.170 euro l’anno, meno dei loro dipendenti (19.810).
Pochissimi i contribuenti che si possono considerare ricchi: solo l’1 per cento degli italiani che paga le tasse ammette di percepire entrate superiori ai 100 mila euro e solo lo 0,07 per cento confessa redditi dai 300 mila euro in su. Oltre dieci milioni d’italiani non versano nemmeno un euro di Irpef: il loro reddito risulta sotto la soglia esente.
In un anno dominato dalla crisi sono rimaste pesanti le divergenze fra Nord e Sud, ma le difficoltà economiche non hanno frenato la solidarietà : nel 2010 quasi un milione di contribuenti ha effettuato donazioni alle Onlus.
In calo invece del 3,5 per cento i versamenti a favore delle istituzioni religiose.
Le classi di reddito
Metà italiani sotto i 15 mila euro più di 10 milioni non pagano l’Irpef
Tutte le cifre del 2010 Imprenditori con 18.170 euro, dipendenti con 19.810Un italiano su quattro è troppo povero per pagare l’Irpef.
Nel Lazio l’addizionale più alta.
L’italiano medio vive con 19.250 euro l’anno, ma quasi uno su due (il 49 per cento) non arriva ai 15 mila e uno su tre si ferma sotto la soglia dei 10 mila. I dati arrivano dal Dipartimento Finanze del ministero dell’Economia e dalle elaborazione fatte dai tecnici sulle dichiarazioni presentate lo scorso anno sui redditi del 2010 (Unico, modello 730 e 770).
Numeri ufficiali dunque, talmente bassi da tracciare il ritratto di un Paese che vive, se non in povertà , sicuramente con grande modestia e profonde differenze sociali.
Evasione a parte, chiaramente.
Se ben il 90 per cento degli italiani dichiara un reddito che sta sotto i 35 mila euro, solo l’1 per cento può contare su entrate superiori ai 100 mila.
I ricchi – quelli che dichiarano più di 300 mila euro – sono solo lo 0,07 per cento della popolazione, 30.590 contribuenti appena su un totale di oltre 41 milioni.
Più numerosi quelli che, rientrando nella soglia di esenzione (7.500 euro cui vanno aggiunte le detrazioni), non versano un euro di Irpef: sono 10,6 milioni.
Le curiosita
Imprenditori sotto il reddito medio autonomi e professionisti a 42 mila euro Fare l’imprenditore – secondo di dati del Dipartimento Finanze – non conviene: tanti pensieri e pochi soldi.
Dalle dichiarazioni Irpef del 2011 risulta infatti che i lavoratori dipendenti guadagnano, in media, più dei loro datori di lavoro.
I primi superano addirittura la media nazionale e dichiarano 19.810 euro di reddito annuo. I loro datori di lavoro si fermano invece a 18.170 e non raggiungono il reddito medio.
I “padroni” dunque sarebbero più poveri degli “operai”: una lettura che la Cgia di Mestre contesta (fra i dipendenti, commentano, si considerano anche i magistrati, i dirigenti e i manager pubblici e privati).
Peggio dei datori di lavoro – restando ai dati forniti delle Finanze – stanno solo i pensionati che dichiarano un reddito di 14.980 euro annui: rappresentano quasi il 37 per cento dei contribuenti e vivono – in media – con una pensione di 1.200 euro lordi.
L'”exploit” arriva invece da lavoratori autonomi e professionisti, categoria che dichiara in media 41.320 euro l’anno.
Le regioni
La Lombardia prima, i poveri in Calabria ma è al Sud che si pagano più tasse Il reddito medio dei contribuenti risulta pari a 19.250 euro.
Nella categoria superiore lo 0,07% Nord e Sud: il divario si vede anche dai redditi.
Le dichiarazioni sulle entrate del 2010 ci dicono che in media i contribuenti più ricchi abitano nel Nord-Ovest e i più poveri nelle Isole.
La regione con il reddito medio più elevato è la Lombardia (22.710 euro) seguita dal Lazio (21.720); la Calabria registra invece il reddito più basso, fermandosi a 13.970 euro.
Eppure, secondo lo Svimez sono proprio le regioni meridionali a pagare, in proporzione, più tasse: «E’ così contrariamente alla vulgata corrente – sottolinea il loro rapporto –
Nel 2010 ogni cittadino del Sud ha versato 298 euro pro capite, contro i 385 del Centro e i 410 del Nord. In termini di peso sulla ricchezza le cifre però cambiano: il peso delle entrate tributarie sul Pil al Sud è dell’1,74 per cento, al Centro dell’1,34, al Nord dell’1,36 per cento».
Va detto che sul conteggio pesano gli automatismi fiscali previsti in caso di deficit sanitario.
Quanto alle addizionali regionali Irpef, in testa c’è il Lazio: 440 euro medi rispetto ai 280 nazionali.
I dati del Dipartimento Finanze
Quasi un milione finanzia le onlus in calo donazioni alla Chiesa e mutui In crisi, ma solidali.
Nonostante il 2010 non sia stato un buon anno per i redditi degli italiani, quasi un milione di contribuenti ha effettuato una donazione a favore delle Onlus. Hanno convinto di meno, invece, le istituzioni religiose: le «erogazioni» in loro favore sono risultate in calo rispetto all’anno precedente (meno 3,5 per cento).
Dall’analisi delle dichiarazioni dei redditi risulta in diminuzione anche la spesa sostenuta per interessi passivi sui mutui: gli oneri relativi a quelli di recupero edilizio sono scesi del 28 per cento (un po’ a causa della stretta bancaria, un po’ per la sospensione del pagamento delle rate concessa in caso di difficoltà ).
E’ invece aumentata (o emersa dal nero) la spesa per addetti all’assistenza personale (le badanti): più 21,8 per cento.
Luisa Grion
(da “la Repubblica“)
argomento: Costume, denuncia, economia, Lavoro | Commenta »
Aprile 1st, 2012 Riccardo Fucile
I COSTI DI GESTIONE DELL’INPS HANNO RAGGIUNTO LA SOGLIA DEI 4 MILIARDI DI EURO, 1,5 SOLTANTO PER L’ACQUISTO DI BENI E SERVIZI
La SuperInps sta nascendo un po ‘ per volta. 
Apparentemente senza un disegno preciso se non quello di risparmiare sui costi di gestione centralizzando fondi previdenziali storicamente separati.
L’effetto più immediato, però, è quello di realizzare un colosso previdenziale, la cui figura apicale gode di un potere enorme.
E’ stato il governo Berlusconi, nel 2010, a eliminare il Consiglio di amministrazione dell’Inps trasferendone i poteri al solo presidente, Antonio Mastrapasqua.
A renderlo ancora più potente ci ha poi pensato il decreto “Salva Italia” del dicembre scorso, che ha soppresso l’Inpdap e l’Enpals facendoli confluire nell’Inps dopo che nel 2010 era toccato anche all’ente delle Poste, Ipost.
Di questi poteri il presidente Inps, che ricopre la carica dal 2008, quando, fresco di elezioni, fu lo stesso Silvio Berlusconi a nominarlo, non ha dato grande prova nel corso dell’audizione di mercoledì scorso in Commissione Lavoro della Camera.
Ma i poteri esistono.
Il presidente, formalmente, è controllato dal Consiglio di indirizzo e vigilanza (Civ) composto da ventiquattro membri espressione dei sindacati e delle associazioni datoriali.
Il presidente, però, assiste alle riunioni dell’organismo di controllo che è comunque ampiamente “concertativo” come si desume dalla sua composizione.
Questo non ha impedito al suo presidente, Guido Abbadessa, lunga tradizione sindacale in Cgil, di sferrare a sorpresa un attacco a Mastrapasqua e alla possibilità di una sua proroga ai vertici dell’Istituto che, poichè “movimenta, tra entrate e uscite, circa 700 miliardi avrebbe bisogno di una nuova governance con la distribuzione delle responsabilità e una maggiore trasparenza del bilancio”.
La cifra di 700 miliardi è comprensiva anche di Inpdap e Enpals.
Stiamo parlando di strutture che gestiscono entrate per circa 350 miliardi e altrettante uscite, chiamate a governare grandi squilibri.
Si pensi, ad esempio, al rapporto distorto che esiste tra il Fondo lavoratori dipendenti, con un attivo patrimoniale di 58, 9 miliardi, la totalità dei fondi autonomi (Commercianti, Artigiani e Coltivatori diretti) che è invece è in passivo per 83, 8 miliardi e il Fondo parasubordinati con i suoi 64, 6 miliardi di attivo che consentono all’Istituto di perequare le risorse.
Uno squilibrio che, come nota la relazione 2010 del Consiglio di vigilanza, “è destinata a peggiorare ulteriormente”.
Stiamo parlando anche di una grande struttura produttiva che ha in organico 27. 640 dipendenti per i quali spende 2 miliardi di euro all’anno.
Un organico necessario ma in cui un dirigente percepisce in media 89 mila euro con punte di 164 mila per i direttori regionali.
Emolumenti in confronto ai quali lo stesso compenso del presidente Mastrapasqua sembra non troppo alto: 216. 261 euro a cui aggiunge 34. 135 euro di gettoni di presenza.
Un costo contenuto, rispetto a tanti stipendi dei manager pubblici, ma va anche considerato che il funzionamento degli organi dell’Istituto (Presidenza, Consiglio di vigilanza, Collegio dei sindaci, Comitati e commissioni) sfiora i 4 milioni di euro.
Poi ci sono le auto di servizio, le cosiddette auto blu, ben 40 a disposizione dei dirigenti, con 47 unità di personale a disposizione e un costo complessivo di 2, 2 milioni di euro.
Piccole gocce nel mare delle spese di gestione che, come fa notare ancora il Civ, sono aumentate considerevolmente tra il 2006 e il 2010, passando da 3, 6 a 4 miliardi.
A pesare sono state soprattutto le voci relative all’acquisto di beni e servizi superiori a 1, 5 miliardi e non è un caso che il Civ sottolinei che il ricorso “a prestazioni esterne caratterizzate da ampie quote di forme consulenziali e di impiego di risorse umane, possa comportare il rischio di modifiche di natura strutturale e di perdita di governo di alcune delle attività istituzionali dell’Ente”.
La stessa preoccupazione del sindacato Usb che con Luigi Romagnoli punta il dito proprio contro l’attività di esternalizzazione della gestione Mastrapasqua “che rischia di far perdere all’Inps le peculiarità dell’istituto”.
Senza contare le disfunzioni o le vere e proprie malversazioni.
Ad esempio è stato appaltata alla società Kpmg la ristrutturazione del modello organizzativo “che però è già fallito” dice Romagnoli, “visto che l’idea dei servizi solo in online è stata riveduta”.
Oppure il caso del presidente dell’Organismo di valutazione della performance, Francesco Varì, richiamato dalla pensione per presiedere l’organismo e ancora al suo posto nonostante l’indagine interna per le responsabilità nella gestione del patrimonio immobiliare.
Salvatore Cannavo’
(da “Il Fatto Quotidiano”)
argomento: economia, Lavoro | Commenta »
Aprile 1st, 2012 Riccardo Fucile
ALLARME CGIA DI MESTRE: SITUAZIONE DRAMMATICA ANCHE PER I DIPENDENTI, ALMENO 50.000 HANNO PERSO IL POSTO DI LAVORO… SECONDO COLDIRETTI CHIUSE 50.000 AZIENDE AGRICOLE
Record di fallimenti per le aziende nel 2011: ben 11.615 imprese hanno chiuso i battenti, un dato mai toccato in questi ultimi 4 anni di crisi.
Lo afferma la Cgia di Mestre, precisando che “questo dramma non è stato vissuto solo dai datori di lavoro, ma anche dai dipendenti: secondo una prima stima, in almeno 50.000 hanno perso il posto di lavoro”.
Un record che ci segnala quanto siano in difficoltà le imprese italiane, soprattutto quelle di piccole dimensioni che, come ricorda la Cgia di Mestre, continuano a rimanere il motore occupazionale ed economico del Paese.
“La stretta creditizia, i ritardi nei pagamenti e il forte calo della domanda interna – segnala il segretario della Cgia di Mestre, Giuseppe Bortolussi – sono le principali cause che hanno costretto molti piccoli a portare i libri in Tribunale.
Purtroppo, questo dramma non è stato vissuto solo da questi datori di lavoro, ma anche dai loro dipendenti che, secondo una nostra prima stima, in almeno 50.000 hanno perso il posto di lavoro”.
Ma, ricorda la Cgia, il fallimento di un imprenditore non è solo economico, spesso viene vissuto da queste persone come un fallimento personale che, in casi estremi, ha portato decine e decine di piccoli imprenditori a togliersi la vita.
“La sequenza di suicidi e di tentativi di suicidio avvenuta tra i piccoli imprenditori in questi ultimi mesi – prosegue Bortolussi – sembra non sia destinata a fermarsi. Solo in questa settimana, due artigiani, a Bologna e a Novara, hanno tentato di farla finita per ragioni economiche. Bisogna intervenire subito e dare una risposta emergenziale a questa situazione che rischia di esplodere. Per questo invitiamo il Governo ad istituire un fondo di solidarietà che corra in aiuto a chi si trova a corto di liquidità “.
Il segretario commenta poi i dati sui redditi resi noti ieri dal dipartimento delle Finanze del Tesoro.
“Attenti – dice – a dare queste chiavi interpretative fuorvianti e non corrispondenti alla realtà . Le comparazioni vanno fatte tra soggetti omogenei, ad esempio tra artigiani e i loro dipendenti. Ebbene, se confrontiamo il reddito di un dipendente metalmeccanico con quello del suo titolare artigiano, quest’ultimo dichiara oltre il 40% in più, con buona pace di chi vuole etichettare gli imprenditori come un popolo di evasori”.
Lombardia in testa.
Tra le regioni italiane è la Lombardia quella in cui si è verificato il maggior numero di fallimenti di aziende: secondo i dati forniti dalla Cgia di Mestre, nel 2011 sono stati oltre 2.600, quasi un quarto del totale nazionale.
Al secondo posto si piazza il Lazio, con 1.215 aziende fallite, mentre il terzo gradino è occupato dal Veneto (1.122).
Supera quota mille anche l’Emilia Romagna (1.008).
A chiudere la classifica la Valle d’Aosta, con appena 9 aziende fallite. Ecco la classifica:
Lombardia 2.613, Lazio 1.215, Veneto 1.122, Campania 1.008, Emilia Romagna 899, Piemonte 857, Toscana 843, Sicilia 601, Puglia 529, Marche 398, Friuli Venezia Giulia 250,
Calabria 249, Liguria 235, Sardegna 213, Umbria 185, Abruzzo 180, Trentino Alto Adige 122, Molise 49, Basilicata 38, Valle D’Aosta 9 .
Anche per le aziende agricole il bilancio è pesante: nel 2011, stando ai dati diffusi da Coldiretti, in Italia sono state chiuse oltre 50 mila aziende agricole.
Nel settore agricolo operano 829mila imprese iscritte al registro delle Camere di commercio. “A preoccupare per il 2012 oltre che gli effetti del maltempo e della crisi dei mercati, anche l’applicazione della nuova Imu che se non sarà adeguata alle specificità del settore sulla base delle conclusioni del tavolo fiscale rischia di avere – conclude la Coldiretti – un impatto insostenibile su terreni agricoli e fabbricati rurali, dalle stalle ai fienili fino alle cascine e ai capannoni necessari per proteggere trattori e attrezzi, andando a tassare quelli che sono, di fatto, mezzi di produzione per le imprese agricole”.
argomento: economia | Commenta »
Marzo 29th, 2012 Riccardo Fucile
NECESSARIO UN “CAMBIAMENTO CULTURALE” SECONDO IL DIRETTORE DELL’AGENZIA DELLE ENTRATE… PER L’EURISPES IL SOMMERSO IN ITALIA ARRIVA A 540 MILIARDI
Nel 2011 l’Agenzia delle Entrate ha incassato 12,7 miliardi dalla lotta all’evasione, con un
aumento del 15,5% sul 2010, e meglio degli 11,5 miliardi preventivati a fine gennaio.
I controlli effettuati sono stati due milioni.
Lo ha detto il direttore Attilio Befera, aggiungendo che nel 2012, “più che migliorare i risultati da controllo, auspico sia in atto un cambiamento culturale”.
Un cambiamento che per Befera è arrivato con il governo Monti che ha reso il Fisco più forte: “Contiamo su ulteriori risultati positivi, ma credo che un po’ stia cambiando il modo di vedere l’evasione fiscale in Italia, gli evasori stanno riflettendo se davvero vale la pena”.
A perderci continua a essere lo Stato: solo lo scorso anno sono stati evasi 120 miliardi.
Contro la lotta all’evasione arriverà , prima di giugno, anche il redditometro: “Siamo in fase di collaudo” ha confermato il direttore dell’Agenzia delle Entrate che non ha voluto prendere posizione sul previsto aumento dell’Iva limitandosi a dire che si tratta di “una decisione che dovrà prendere il governo, ma l’agenzia farà il possibile con la lotta all’evasione fiscale”.
Anche perchè l’Eurispes stima che l’economia sommersa in Italia nel 2010 abbia generato almeno 529 miliardi di euro e per il 2011 il volume stimato del sommerso è di 540 miliardi, pari a circa il 35% del Pil ufficiale.
Lo scorso anno, il riscosso complessivo dal Fisco si è diviso tra i 4,5 miliardi da ruoli e 8,2 da versamenti diretti, in aumento del 24,2% sul 2010 (6,6 miliardi).
E’ migliorata la fedeltà fiscale in materia di iva, con un divario tra entrate potenziali ed effettive che si riduce dal 31,6% del 2008 al 27,7% del 2010 (media europea al 14-15%).
Il direttore accertamento Luigi Magistro ha quindi spiegato che “i controlli sono sempre più mirati grazie ad analisi del rischio molto approfondite: il numero di accertamenti cala dell’1,2% (da 706mila a 697mila), ma la maggiore imposta accertata sale del 9,3%, a 30,4 miliardi contro i 27,8 del 2010”.
Nel dettaglio: 36.400 accertamenti sintetici (+20%), 11mila indagini finanziarie, 580 verifiche e accessi mirati da parte degli uffici antifrode.
Tutte le tipologie di contribuenti sono state interessate dal recupero: i big per il 31%, le piccole imprese e gli autonomi per il 25%, le persone per il 27%.
Befera ha anche scherzato sul caso Maradona: “Se viene a sanare le sue pendenze col fisco italiano, ben venga. Sono suo tifoso”.
Nel frattempo, la settimana prossima si aprirà il processo a carico dell’ex calciatore argentino per reati fiscali a Napoli.
argomento: Costume, denuncia, economia | Commenta »