Marzo 26th, 2012 Riccardo Fucile
“IL DISEGNO DI LEGGE NON SI PUO’ SNATURARE, LE IMPRESE NON ABUSINO DELLA FLESSIBILITA'”..”LA CGIL NON CI HA MAI FATTO CONTROPROPOSTE”
“Questa è una riforma seria ed equilibrata. Spero che i partiti capiscano: modifiche se ne possono fare, ma il governo non accetterà che questo disegno di legge venga snaturato, o sia ridotto in polpette”.
Schiumati almeno in parte i veleni ideologici della prima ora, Elsa Fornero riflette sullo scontro in atto intorno al disegno di legge che riscrive le regole sui licenziamenti, sui contratti flessibili e sugli ammortizzatori sociali.
E lancia un appello alle Camere: “Questo provvedimento potrà anche subire qualche cambiamento, ma chiediamo che il Parlamento sovrano ne rispetti l’impianto e i principi basilari. In caso contrario dovrà assumersi le sue responsabilità , e il governo farà le sue valutazioni”.
Insieme al presidente del Consiglio Monti, il ministro del Welfare è al centro delle polemiche.
Dopo la riforma delle pensioni, anche quella del lavoro la vede in prima linea, a fronteggiare le critiche.
Come quelle di Susanna Camusso, che a Cernobbio ha contestato a Fornero le sue “lacrime di coccodrillo”. “Non lo nego, ci sono rimasta male. Io avevo espresso il mio rammarico per la rottura con la Cgil. Ero stata sincera. Mi dispiace che il mio rammarico e la mia sincerità siano state giudicate con tanto sarcasmo”.
Distonie personali, che nascondono dissensi politici.
I sindacati contestano il metodo: con lo strappo deciso martedì scorso e ratificato venerdì in Consiglio dei ministri, Monti e Fornero hanno di fatto chiuso l’era della concertazione, relegando le parti sociali a un ruolo di semplice consultazione. Il ministro non nega la portata della svolta, ma la argomenta.
“La linea l’ha tracciata il presidente Monti: le discussioni con le parti sociali si fanno, e sono doverose, ma a un certo punto devono finire, e il governo deve trarre le sue conclusioni, anche se qualcuno non è d’accordo. Su questo, da parte nostra, c’è assoluta fermezza. Il fatto che il premier abbia ribadito che l’approvazione del disegno di legge avviene “salvo intese” ha un significato meramente tecnico. Vuol dire che ci riserviamo di scrivere le norme nel modo più chiaro e più completo possibile. Non vuol dire invece che su certe norme sia ancora in corso una trattativa. Non vuol dire che la discussione è ancora aperta, e che per un’altra settimana riparte la giostra, e qualcuno è ancora in tempo per salirci sopra. Il provvedimento è quello, e non cambierà fino al suo approdo in Parlamento”.
Ma i sindacati (a questo punto non più solo la Cgil ma anche la Cisl, la Uil e la Ugl) contestano soprattutto il merito. Cioè la riscrittura dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, che nella sua nuova versione esclude la possibilità di reintegro in caso di licenziamenti per motivi economici oggettivi. Anche su questo punto, Fornero rinnova la linea della fermezza.
“Abbiamo il massimo rispetto per il Parlamento, che valuterà il disegno di legge e deciderà se e come cambiare. Ma per quanto riguarda il governo, è chiaro che non accetteremo modifiche che snaturino il senso delle singole norme. E sull’articolo 18 il senso della nostra riforma è chiaro: nei licenziamenti per motivi economici oggettivi è previsto l’istituto dell’indennizzo, e non quello del reintegro. Si possono fare correzioni specifiche, ma questo principio-base della legge dovrà essere rispettato”.
È proprio questo, tuttavia, il punto di frizione e di rottura maggiore con la Cgil, e anche con il Partito democratico.
Il ministro del Welfare capisce, ma non condivide. “Io non voglio accusare nessuno, ci mancherebbe altro. Dico solo che il Pd si è più volte dichiarato disponibile a una “manutenzione” sull’articolo 18, anche se noi non abbiamo mai capito cosa questo significhi nella pratica. Quanto alla Cgil, non ci ha mai fatto controproposte… “.
Il leader della Uil Angeletti, tuttavia, nei giorni scorsi ha rivelato un retroscena che fa riflettere.
I tre sindacati insieme avevano presentato al premier un pacchetto completo e già blindato, che anche per i licenziamenti economici (oltre che per quelli disciplinari) prevedeva il cosiddetto “modello tedesco”, cioè la facoltà del giudice di decidere tra il reintegro e l’indennizzo del lavoratore.
Monti avrebbe rifiutato l’offerta, confezionando un pacchetto che in realtà , a conti fatti, scavalca addirittura “a destra” il modello tedesco.
Perchè questa forzatura?
Fornero racconta una storia diversa: “La Cgil non si è mai spinta fin lì – sostiene – e quanto al modello tedesco noi non scavalchiamo nessuno. Le norme scritte in una legge ordinaria si interpretano, l’articolo 18 non è scritto nella Costituzione. Il nostro provvedimento prevede espressamente che le aziende non possano ricorrere strumentalmente a licenziamenti oggettivi o economici che dissimulino altre motivazioni. In questi casi, se il lavoratore proverà la natura discriminatoria o disciplinare del licenziamento, il giudice applicherà la relativa tutela. Non solo: il presidente Monti, nella stesura definitiva del ddl, si è impegnato a evitare ogni forma di abuso in questa materia. Dunque, nessuna macelleria sociale. Non distruggiamo i diritti di nessuno”.
Per questo, secondo il ministro del Welfare, il Parlamento nell’esame del provvedimento dovrebbe rispettarne l’equilibrio.
“Noi siamo sereni. Pensiamo di avere dalla nostra la forza e la bontà delle argomentazioni. Come sempre, avremmo voluto fare di più. Ma le assicuro che anche noi tecnici abbiamo un cuore, e sentiamo fino in fondo il disagio che pesa sulla vita di tante persone. Non è solo la Cgil ad avere una coscienza rispetto ai lavoratori, agli operai, ai giovani, ai disoccupati. Con questo disegno di legge, per la prima volta dopo tanti anni, cerchiamo di creare le condizioni per aumentare l’occupazione, rimettiamo mano agli ammortizzatori sociali”.
L’ampiezza dell’intervento c’è, in effetti. Ma non si può nascondere la pochezza delle risorse. Con meno di 2 miliardi non si fa molto, per ridisegnare un sistema di tutele universali per tutti coloro che finora ne sono stati sprovvisti.
“È vero – ammette Fornero – su questo le do ragione. Ai precari avremmo voluto dare di più, ma un po’ d’indennità con la mini-Aspi gliel’abbiamo pur data. Tra niente e un po’, le chiedo, cosa è meglio? La verità è che anche in questa riforma, come nelle altre che abbiamo fatto, abbiamo dovuto e dobbiamo tenere conto di tanti interessi contrapposti e di altrettanti opposti estremismi. In tanti, troppi dimenticano che il Paese è in grandissima difficoltà , e le risorse a disposizione sono davvero poche. Per alcuni la grande riforma del mercato del lavoro è abolire del tutto l’articolo 18, per altri è abolire tutti i contratti flessibili. Noi ci muoviamo su questo sentiero, che è molto, molto stretto”.
Il sentiero è stretto anche dal punto di vista politico.
Bersani si prepara a un braccio di ferro parlamentare per modificare il provvedimento, Alfano giudica indebolito il governo per via della scelta rinunciataria del disegno di legge.
“Un decreto legge – obietta Fornero – sarebbe stato una forzatura, data la vastità dei temi contenuti nel provvedimento. Ci sono regole precise, sulla necessità ed urgenza, e le regole non possono essere bypassate. La legge delega avrebbe rischiato di avere tempi persino più lunghi del ddl. Per questo abbiamo optato per quest’ultimo strumento. Ma guai se questo venisse letto come un cedimento, che consente ai partiti di fare melina, di allungare i tempi e di annacquare la riforma. Sarebbe un disastro per l’Italia, anche sui mercati”.
Dunque, la riforma va approvata in fretta, e non va depotenziata. Ammesso che sia una riforma “potente” e capace di creare posti di lavoro, e non una battaglia simbolica per abbattere un tabù, o peggio un pretesto offerto alle imprese per difendere la competitività licenziando i lavoratori invece che aumentando gli investimenti.
Il ministro del Welfare non si sottrae, e dopo aver esortato il Parlamento si rivolge anche agli industriali: “Non mi aspetto certo licenziamenti di massa, come effetto della nostra riforma. Purtroppo mi aspetto i licenziamenti legati alla recessione, che già c’erano prima e che continueranno ad esserci, perchè la crisi non è affatto finita. Ma proprio per questo rinnovo l’appello ai nostri imprenditori: non abusate della buona flessibilità che la riforma introduce. Sarebbe il modo più irresponsabile di farla fallire”.
Massimo Giannini
(da “La Repubblica”)
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Marzo 25th, 2012 Riccardo Fucile
A PARITA’ DI ETA’ E DI MANSIONI, UN OPERAIO TEDESCO GUADAGNA POCO MENO DEL DOPPIO DI UNO ITALIANO….MARCHIONNE CHIEDE SACRIFICI E LA CHIUSURA DI STABILIMENTI, WOLFBURG REPLICA: A NOI BASTA VENDERE
Marta Cevasco e Jurgen Schmitt, sono due operai metalmeccanici. 
Hanno quasi la stessa età : 52 anni la signora italiana e 50 il suo collega tedesco, un’anzianità di servizio simile, entrambi tengono famiglia (coniuge e un figlio) e fanno più o meno lo stesso lavoro non specializzato.
Qual è la differenza tra i due colleghi?
Semplice: lo stipendio. Jurgen guadagna molto di più.
A fine mese l’operaia italiana arriva a 1.436 euro, quasi la metà rispetto al metalmeccanico tedesco, che porta a casa una retribuzione 2.685 euro.
A conti fatti, Marta e Jurgen sono divisi da 1.250 euro.
Chiamatelo, se volete, lo spread del lavoro.
E anche qui, come succede per la finanza pubblica, vince la Germania.
O meglio vince Volkswagen e perde Fiat, perchè i due operai che abbiamo scelto per questo confronto sono dipendenti delle due più importanti aziende automobilistiche dei rispettivi Paesi.
Jurgen passa le sue giornate alla catena di montaggio dello stabilimento di Wolfsburg.
Marta invece lavora in una fabbrica del gruppo del Lingotto.
I nomi sono di fantasia, ma le buste paga sono reali.
E i numeri suonano come la conferma della superiorità del modello tedesco. Un sistema che garantisce retribuzioni più elevate. Ma non solo.
Anche in Germania, ancora più che in Italia, lo stipendio è falcidiato da pesanti prelievi sotto forma di tasse, e, soprattutto, contributi previdenziali e assicurativi.
In cambio, però, questa montagna di soldi contribuisce a finanziare un welfare che nonostante i tagli degli anni scorsi (a cominciare dalle riforme varate tra il 1998 e il 2004 dal cancelliere socialdemocratico Gerhard Schroeder) rimane ancora uno dei più efficienti d’Europa.
Dalle nostre parti, invece, i contributi restano alti, ma il welfare si sta squagliando.
Vediamo un po’ più nel dettaglio il caso tedesco.
Jurgen parte da una paga base di poco superiore a 3 mila euro e con alcune ore di straordinario notturno arriva a superare un compenso mensile lordo di 3.700 euro.
Le trattenute previdenziali e assicurative sfiorano i 700 euro, di cui 336 per la pensione e 267 euro di casa malattia.
Se si considera che l’imponibile ammonta a 3.380 euro circa, i contributi pesano per il 20 per cento circa.
Marta invece paga circa 170 euro per la pensione. Poi però ci sono circa 18 euro per il fondo previdenziale integrativo e altri 16 euro sono destinati all’assicurazione sanitaria supplementare.
Alla fine questi contributi assorbono l’11 per cento di un imponibile pari a circa 1.800 euro, contro il 20 per cento di Jurgen.
Poi ci sono le tasse, che pesano sullo stipendio per meno del 10 per cento (9,89 per cento) nel caso dell’operaio Vw.
Le ritenute fiscali della dipendente Fiat, al netto delle detrazioni, valgono invece il 13 per cento circa dell’imponibile.
Morale: per Marta meno stipendio e più tasse.
Peggio ancora: anche se le imposte sono maggiori, l’operaia italiana riceve servizi meno efficienti rispetto al collega di Wolfsburg.
Va detto che anche in Germania la situazione può cambiare, anche di molto, da un’azienda a un’altra.
E spesso anche tra i reparti della medesima fabbrica.
Alla Volkswagen di Wolfsburg abbondano, anche se restano comunque in netta minoranza, i lavoratori part time e a tempo determinato, con retribuzioni anche del 20-30 per cento inferiori a quella dei loro colleghi.
Jurgen e Marta però fanno parte entrambi della stessa categoria di, per così dire, privilegiati: gli assunti a tempo indeterminato.
Resta il fatto che nel regno di Sergio Marchionne l’operaio se la passa molto peggio rispetto al collega delle fabbriche tedesche della Volkswagen.
Il capo del Lingotto però chiede ancora di più.
Chiede nuovi sacrifici e maggiore flessibilità . Solo così Fiat tornerà grande, dice.
Il gruppo di Wolfsburg si muove diversamente.
Negli ultimi anni ha spostato una parte importante della produzione in aree del mondo a basso costo del lavoro (Cina, Slovacchia, Messico), ma quasi la metà dei suoi 500 mila dipendenti vivono comunque in Germania e di questi la gran parte percepisce stipendi ben più elevati rispetto a quelli della Fiat.
Eppure Volkswagen, anche al netto delle partite straordinarie, vanta profitti ben più elevati del concorrente italiano.
Non sarà che l’arma vincente dei tedeschi sono i prodotti, pensati e realizzati grazie a imponenti investimenti in ricerca e sviluppo?
Marchionne su questo punto resta un po’ vago.
In compenso, da buon liberista all’italiana, continua a chiedere all’Europa interventi straordinari, con soldi pubblici, per ridurre la sovracapacità produttiva in Europa.
Da Wolfsburg rispondono: noi non ne abbiamo bisogno.
Vittorio Malagutti
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Marzo 25th, 2012 Riccardo Fucile
L’UNICO SINDACALISTA METALMECCANICO DIVENUTO SEGRETARIO NAZIONALE DELLA “DESTRORSA” UGL SI SCHIERA A FIANCO DELLA CAMUSSO
E ad un tratto Giovanni Centrella mi tende la mano: “Di che colore le sembra?”. 
La guardo e gli rispondo: “Bianca”.
Sorride, e dice, con il suo sonoro accento irpino: “Ecco, c’è voluto un anno e mezzo da segretario dell’Ugl perchè tornasse così. Nella fabbrica Fiat in cui ho lavorato per quasi tutta la vita, da operaio, la pasta abrasiva non ce la passano. Te le lavavi, te le lavavi, niente: sempre nere di grasso”.
L’Ugl, il sindacato che è erede della ipermissina Cisnal sta di casa in via Margutta, a Roma, in una lussuosa palazzina, in mezzo a gallerie d’arte e antiquari.
In questi uffici, dopo il ciclone Renata Polverini (e anche per sua volontà ) è arrivato il primo segretario metalmeccanico del sindacalismo italiano. Giovanni Centrella, viene dalla provincia d’Avellino, ha una storia operaia, di nero — una volta lavato il grasso — ha poco o nulla. Quando ti parla dice quasi con orgoglio: “Ho una storia tutta democristiana, ma irregolare: mi considero un estremista di centro”.
Dietro la scrivania non ha la foto di Giorgio Almirante, ma quella di se stesso, con Giorgio Napolitano.
Poi Pinocchio, una scacchiera, diversi ninnoli.
Anche lui è stato travolto dal ciclone dell’articolo 18.
Prima (come racconta, a denti stretti) ha detto sì.
Poi, investito da una valanga di messaggi della sua base, ha dato il contrordine: “O c’è la norma sul reintegro, oppure la firma nostra non ci sarà ”.
Centrella, ha cambiato linea dalla sera alla mattina?
Sì, lo ammetto. Prima sì, ora no. E mi cospargo anche il capo di cenere per aver detto sì. Cosa le ha fatto cambiare idea?
I nostri. Prima ho riunito gli organismi dirigenti, e c’era un coro di perplessità .
Poi?
Ho il telefono sempre acceso. Ho ricevuto messaggi, telefonate, tantissimi sms. Ad esempio questo di Giuliano Fassati, un amico operaio di Melfi: “Giovanni, non tradirci!. O questo di Dario Canali, il nostro delegato della Tecnocip: “Cosa avete fatto? La base è preoccupata”. I più incazzati non glieli leggo
Ma scusi, non lo aveva previsto, anche prima?
All’inizio eravamo per il il no, con la Camusso. Siamo partiti da una prima proposta del governo che era terribile. Avevamo ottenuto delle modifiche, avevo espresso un giudizio sofferto e articolato. Non nego che le pressioni abbiano pesato.
Pressioni del Pdl o della Confindustria?
Macchè! Mi riferisco al messaggio di Napolitano, il giorno in cui abbiamo sottoscritto l’intesa.
Un ex comunista influenza l’Ugl?
Nei nostri confronti è sempre stato corretto e leale, un amico. Lei lo sa che un iscritto su quattro, tra i nostri, vota centrosinistra?
Centrella, lei vuole stupire o prende in giro?
Lo dicono i dati. Tra i metalmeccanici abbiamo un delegato di Mirafiori che è di Rifondazione… Io stesso ho votato partiti diversi: una volta Rifondazione, una volta la Fiamma tricolore…
E con la Fornero come si trova?
Mi vuole far litigare? No, le voglio far raccontare… (Sorride)
È, come dire? Preparata. Molto professoressa, però.
Mi faccia un esempio.
Lei ci ripete: “Voi dovete far capire ai lavoratori che la mobilità è opportunità : se perdi un posto di lavoro ne trovi un altro”. E lei cosa le risponde? Che in molte parti del Sud se lo perdi non lo ritrovi. In altrettante che, se lo ritrovi, vuol dire che sei finito in mano alla Camorra.
La Fornero ha capito?
Non ha ancora imparato che fare il ministro è un mestiere diverso da scrivere un saggio: molte teorie calate dall’alto nella realtà non hanno gli effetti desiderati.
Dietro di lei c’è un cappello accademico e uno da poliziotto.
Il primo me lo hanno regalato i nostri. Il secondo me lo sono conquistato con lo studio, in questi ultimi anni.
Era fuori corso sfigato, come dice Martone?
No. Dopo il diploma in ragioneria non mi ero iscritto. Mio padre, con due figli disse: solo uno posso farlo studiare, e io lo pregai di scegliere mia sorella.
E adesso, invece? Laurea in Giurisprudenza, consulente di impresa.
Ma quanti iscritti ha davvero l’Ugl?
Due milioni, veri. Adesso voglio far certificare dall’Inps l’elenco.
Chi lo aveva taroccato?
Quelli che mi ha consegnato la Polverini sono risultati veri.
Se qualcuno prima ha gonfiato, non lo so. Adesso abbiamo 200 mila metalmeccanici, e da una settimana abbiamo superato la soglia del 5 % tra i pubblici.
È vero che lei è diventato delegato lottando per affermare i diritti degli operai irpini contro lo strapotere dei napoletani?
(Ride) È vero che i napoletani usano il loro essere genialmente furbi per arrivare dove vogliono. Nella nostra fabbrica il 90 % dei promossi erano napoletani.
Però se le chiedo di Marchionne, scommetto che non mi risponde come un rifondarolo. Guardi, è una controparte. Ma con noi ha tenuto fede a tutti gli impegni che ha preso.
E allora dove sono i 20 miliardi di Fabbrica Italia?
Arriveranno, spero. Però le posso dire che sbaglia a tenere fuori dagli stabilimenti la Fiom, e questo è un errore grave. A Pomigliano non ne hanno riassunto nemmeno uno, della Cgil. Dei nostri 300 solo 80 hanno ripreso la tessera Ugl. Lo stesso per Cisl e Uil. Gli operai sono molto spaventati.
È diventato segretario ammazzando qualcuno?
(Ride). No, Solo perchè la Polverini ha teorizzato che il sindacato dovesse tornare alla sue radici, e non ha scelto nessuno della segreteria.
C’erano almeno sei dirigenti più bravi di me.
Lo dice con elegante ipocrisia?
No, lo dico perchè mi piace essere sincero.
Luca Telese blog
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Marzo 22nd, 2012 Riccardo Fucile
IL MINISTRO DEL WELFARE FORNERO RIVEDRA’ ANCORA LE PARTI SOCIALI
I contraccolpi del mancato accordo sul lavoro stanno mettendo sotto duro stress il governo. 
Per la prima volta dal Pd arrivano esplicite prese di distanze, insieme con l’avvertimento che andare avanti così proprio non si può.
Manco a dirlo, dall’altra parte si schierano con Monti e contro la Cgil.
Cosicchè il passaggio delle prossime ore si annuncia alquanto stretto.
Il presidente del Consiglio ufficialmente non ha rinunciato a varare domani la sua riforma (sebbene il tam-tam politico-sindacale ipotizzi un rinvio a quando tornerà dal lungo viaggio in Estremo Oriente).
Però un conto è se presenterà questa riforma alle Camere come un «prendere o lasciare», altra cosa se il Professore si farà umile e terrà conto del futuro dibattito in Parlamento.
Dal Pd un po’ gli intimano un po’ lo scongiurano di imboccare questa seconda strada, in modo da apportare con calma le correzioni necessarie, specie sull’articolo 18. Diversi segnali lasciano intendere che alla fine sarà proprio questa la scelta di Monti.
Dunque niente decreto legge, che verrebbe interpretato a sinistra come una inaccettabile forzatura (lo stesso Napolitano negherebbe la controfirma).
E con ogni probabilità Monti non opterà nemmeno per un disegno di legge, dove comunque andrebbe subito inserito nero su bianco il pomo della discordia legato alla cosiddetta «flessibilità in uscita» (leggi: meno vincoli ai licenziamenti).
Il presidente del Consiglio sembra al momento orientato verso una legge delega. In altre parole, il governo sottoporrà al Parlamento alcuni criteri di riforma molto generali, altamente condivisibili e politicamente inoffensivi, riservandosi di definire i dettagli concreti attraverso, appunto, i decreti delegati.
Che potranno arrivare in un momento successivo, per esempio una volta scavallate le elezioni amministrative di maggio.
Capiremo meglio stasera, dopo la riunione tra Monti, Fornero e parti sociali.
Il Capo dello Stato fa intendere che, tra tutte le soluzioni sul tavolo, lui preferisce la più dialogante.
L’assedio nei confronti del premier è tale che perfino il ministro Barca (Coesione territoriale) esprime dubbi sulla nuova formulazione dell’articolo 18.
Dal Pd è in atto un vero e proprio martellamento.
Di prima mattina sono scesi in campo i capigruppo Finocchiaro e Franceschini per sbarrare la strada all’eventuale decreto.
Più tardi ha fatto rumore uno sfogo a voce alta, in modo che i giornalisti lo udissero, del segretario Bersani con l’ex-ministro Damiano:
«Se devo concludere la vita dando il via libera alla monetizzazione del lavoro, non lo faccio… Per me sarebbe inconcepibile».
Più tardi il segretario è andato da Vespa a spiegare che ci sarebbero ancora margini di intesa con Cgil, qualora per i licenziamenti dettati da ragioni economiche si usasse lo stesso metro di quelli disciplinari (intervento del giudice).
Ma il vero colpo di avvertimento l’ha sparato a sera Rosy Bindi, presidente del partito: «Il governo e il presidente del Consiglio vanno avanti se rispettano la dignità di tutte le forze politiche» (altrimenti di strada se ne fa poca, è il sottinteso).
E il Pdl? Con Alfano difende la riforma, «si è trovato un buon punto di equilibrio dal quale non si dovrà arretrare in Parlamento».
Tuttavia nessuno pretende un decreto, al massimo viene auspicato.
E quasi tutti al vertice Pdl sono ormai rassegnati alla legge delega che, sotto sotto, evita pericolose radicalizzazioni.
Ugo Magri
(da “La Stampa”)
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Marzo 22nd, 2012 Riccardo Fucile
SI TEME L’USO INDISCRIMINATO DELLE ESPULSIONI INDIVIDUALI: BASTA RIORGANIZZARE UN REPARTO…CANCELLANDO IL DIRITTO AL REINTEGRO, SI E’ ANDATI OLTRE IL MODELLO TEDESCO….DUBBI NEL GOVERNO: SERVONO PIU’ TUTELE CONTRO LE DISCRIMINAZIONI
Il rischio è un’impennata di cause. Il pericolo è un caos giurisprudenziale. Il sospetto è l’uso indiscriminato del licenziamento individuale anche per mascherare quello collettivo e disciplinare. L’indennizzo come regola che svuota l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, relegando il reintegro ai soli e più rari casi di discriminazioni (sesso, religione, credo politico), si candida ad essere una vera bomba sociale.
Per la prima volta in Italia, sarà il giudice a decidere tra indennizzo e reintegro, come avviene in Germania.
Ma a differenza di Berlino, da noi questo accadrà solo per i licenziamenti illegittimi per “motivi soggettivi”, cioè i licenziamenti disciplinari (lavori male, non fai il tuo dovere, sei assente ingiustificato).
Compresi – si legge nella bozza della riforma del lavoro – quelli motivati «dall’inidoneità fisica o psichica del lavoratore» e quelli intimati a dipendenti malati o infortunati perchè superano il periodo di malattia, ad esempio.
Per tutti gli altri casi, ovvero i licenziamenti per “motivo oggettivo”, in pratica i licenziamenti economici, il modello tedesco è di gran lunga surclassato.
Il reintegro non sarà mai possibile, il giudice deciderà un indennizzo compreso tra 15 e 27 mensilità , l’azienda non dovrà aprire uno stato di crisi (come nei licenziamenti collettivi) nè avvertire i sindacati, ma si limiterà a inoltrare una richiesta di conciliazione alla Direzione territoriale del lavoro e al lavoratore, in cui indicherà i motivi oggettivi e «le eventuali misure di assistenza alla ricollocazione».
Se la Direzione non convoca azienda e lavoratore entro 7 giorni o se la conciliazione fallisce, si ufficializza il licenziamento.
Se la mediazione funziona, il lavoratore potrà fruire di un voucher, un buono per il supporto delle Agenzie per il lavoro a trovare un altro posto.
Novità dell’ultima ora, queste, inserite dal governo per addolcire una pillola che rimane amarissima.
Ne è consapevole lo stesso esecutivo, visto che il ministro per la Coesione territoriale Barca si chiede come fare a distinguere tra licenziamenti discriminatori, disciplinari ed economici.
«Un lavoratore per il quale è stato chiesto il licenziamento per motivi economici come tutelerà il proprio diritto se invece ritiene di essere stato discriminato? Penso anche ai lavoratori iscritti alla Fiom», chiude a sorpresa Barca che poi, sui nuovi assunti nella Fiat di Pomigliano, di cui nessuno iscritto al sindacato di Landini, dà una stoccata a Marchionne: «Ci sono aziende che hanno trovato soluzioni non ideologiche e che non aggravano ulteriormente i problemi del Paese».
Venuta meno la deterrenza dell’articolo 18, i licenziamenti saranno obiettivamente più facili.
E gli imprenditori potranno mescolare le carte.
Con buona probabilità , quelli economici saranno disciplinari mascherati: ti licenzio perchè voglio ristrutturare, perchè gli affari vanno male, perchè voglio chiudere un settore, ma in realtà non ti voglio più in azienda perchè lavori male.
Chi distinguerà ? Il giudice è chiamato solo a decidere sull’entità dell’indennizzo.
Avrà anche il potere di qualificare il tipo di licenziamento? In quali tempi?
Un caos.
Valentina Conte –
(da “la Repubblica“)
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Marzo 22nd, 2012 Riccardo Fucile
DESIGNATO IL SUCCESSORE DI EMMA MARCEGAGLIA…HA PREVALSO CON 93 VOTI CONTRO GLI 82 DI BOMBASSEI
Undici voti di scarto. 
È stato un testa a testa quello tra Alberto Bombassei e Giorgio Squinzi.
Alla fine ha prevalso il patron della Mapei: il successore di Emma Marcegaglia sarà Giorgio Squinzi.
Con 93 voti su Alberto Bombassei (che ha raccolto 82 preferenze) Squinzi è stato designato dalla giunta di Confindustria.
Dopo la designazione di oggi, il 19 aprile il presidente presenterà la squadra di «governance» e il programma.
L’elezione vera e propria del successore di Emma Marcegaglia avverrà invece il 23 maggio, nel corso dell’assemblea privata degli industriali.
Il debutto pubblico ci sarà il giorno successivo alla presenza di alcuni ministri del governo.
Il nuovo presidente resterà in carica fino al 2016.
La campagna elettorale è stata la più combattuta che Confindustria abbia mai visto nella sua storia centenaria.
Con Bombassei che non si è mai arreso nemmeno i primi mesi quando era stato invitato ad accordarsi con il suo avversario per una spartizione dei posti di giunta e nelle associazioni.
Ed è la stessa divisione geografica delle preferenze che fa capire cosa è accaduto in questa elezione.
Il nord è si è espresso in maggioranza per il numero uno della Brembo: con lui sono stati Piemonte, Friuli, Emilia, quasi tutto il Veneto e buona parte della Lombardia (con l’eccezione di Assolombarda, che conferma l’assioma che chi non vince a Milano non vince nemmeno a livello nazionale).
Per Squinzi, grazie alla regia del presidente degli industriali di Roma, Aurelio Regina, si sono schierati compatti gli indusriali del centro-sud.
Alla fine, ha prevalso la campagna impostata da Squinzi, che ha promesso come il suo rivale una profonda riforma delle liturgie e – soprattutto – dell’organizzazione elefantiaca di Confindustria ma in modo più “sobrio”, come lui stesso l’ha definita. Alla fine, ha vinto il blocco che si è concentrato attorno al mondo Fininvest (Fedele Confalonieri si è speso personalmente per Squinzi) e attoprno alle società controllate dallo stato.
Sia l’ad di Enel Fulvio Conti sia quello di Eni Paolo Scaroni si sono schierati con mister Mapei, che contava anche sull’appoggio del presidente uscente Emma Marcegaglia.
La frattura ora andrà ricomposta, soprattutto tenendo conto dei colpi bassi che i due fronti si sono scambiati in queste settimane.
Lo fa capire chiaramente una delle prime dichiarazioni, quella del numero uno di ferrovie, Mauro Moretti:
“Non c’è nessuna spaccatura. Si tratta di due persone di grande personalità ed è normale aspettarsi il sostegno per entrambe -dice Moretti- Confindustria sa che l’unità è la sua forza. Sono convinto che con il contributo di tutti, Bombassei compreso, ci saranno tutte le condizioni per proseguire con un lavoro unitario”.
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Marzo 22nd, 2012 Riccardo Fucile
GIORGIO SQUINZI E ALBERTO BOMBASSEI ALLA VOLATA FINALE… DOPO QUATTRO ANNI L’ASSOCIAZIONE DEGLI INDUSTRIALI E’ SPACCATA IN DUE
Una cosa è certa: questa volta non ci sarà la maggioranza bulgara (126 voti su 132) che quattro
anni fa ha portato in viale dell’Astronomia a Roma la prima donna alla presidenza di Confindustria: Emma Marcegaglia.
Questa mattina alle 10, il voto dei 187 componenti della giunta certificherà comunque uno scenario di profonda divisione fra due schieramenti, guidati rispettivamente da Giorgio Squinzi e Alberto Bombassei, sino all’ultimo (il direttivo di ieri) l’un contro l’altro armati.
Ed è suspance sino all’ultimo, con Squinzi, amministratore unico della Mapei, apparso fin dalle prime battute forte di un buon vantaggio, ma con Bombassei, presidente della Brembo, fiducioso in un sorpasso in extremis.
I supporter del primo dicono che avrebbe quasi i due terzi dei voti. Quelli del secondo sostengono di avere una quindicina di voti di vantaggio.
E il fatto che si voti a scrutinio segreto non fa che aumentare il clima di incertezza.
Nonostante gli appelli al serrare le fila e al fair play, l’immagine che esce da una competizione carica di veleni è quella di una Confindustria tutt’altro che compatta proprio in un momento particolarmente delicato per il Paese: con una ripresa economica da agganciare, un clima sociale (vedi articolo 18) non propriamente idilliaco e una politica debole.
Oggi, dunque, con il voto della giunta, Confindustria sceglierà tra Alberto Bombassei e Giorgio Squinzi il presidente designato per il dopo-Marcegaglia.
Primo traguardo, decisivo, di un percorso che poi proseguirà il 19 aprile con la presentazione da parte del presidente designato della squadra dei vice e del programma di attività per il primo biennio di lavoro.
E terminerà con l’elezione vera e proprio il 23 maggio durante l’assemblea privata di Confindustria, mentre il 24 ci sarà l’assemblea pubblica.
I «tre saggi» della commissione di designazione, che per quaranta giorni hanno sondato il consenso del sistema di Confindustria e le aspettative degli industriali, presenteranno i due candidati alla giunta con un appello: che chiunque vinca coinvolga poi l’altro schieramento, al di là delle diverse visioni sul ruolo dell’organizzazione.
Squinzi, 69 anni, imprenditore chimico con la passione delle due ruote, è il candidato della «continuità nel cambiamento», in sintonia con Emma Marcegaglia.
Un moderato, che ha più volte sottolineato il valore del dialogo.
Uno che non si considera nè un falco, nè una colomba.
Bombassei, 72 anni, leader nella produzione di freni, è amante delle auto d’epoca ed è considerato un «falco».
Ha incentrato la sua corsa alla presidenza sull’obiettivo di una rifondazione dell’associazione degli industriali, con un programma di netta discontinuità .
Per questo ha avuto il sostegno «esterno» di Sergio Marchionne, l’Ad della Fiat, formalmente uscita da Confindustria a inizio 2012, dopo lo strappo dello scorso anno.
Sfumature diverse fra i due candidati anche sull’articolo 18.
Squinzi: «La licenziabilità dei dipendenti è forse l’ultimo dei nostri problemi. Io sono per il dialogo con il sindacato».
Bombassei: «Se si toglie il tappo dell’articolo 18, questo vincolo che per altro abbiamo solo noi in Europa, sarà molto più facile creare posti di lavoro per i giovani. Se non c’è accordo con le parti sociali, il Governo proceda».
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Marzo 21st, 2012 Riccardo Fucile
NELLA RIFORMA DELL’ART. 18 C’E’ LA FINE DELLA CONCERTAZIONE… A UNA ESTENSIONE “DIMENSIONALE” DELLA TUTELA CORRISPONDE UNA LIMITAZIONE DI QUELLA “FUNZIONALE”
“Niente birra e panini al numero 10 di Downing Street”, era il motto di Margareth Thatcher ai tempi della storica vertenza con i minatori inglesi.
Nella Gran Bretagna di Iron Lady con i sindacati non si trattava.
Trent’anni dopo, nell’Italia di Mario Monti le porte di Palazzo Chigi sono aperte: con le parti sociali si tratta, e si è trattato a lungo in questi giorni e in queste settimane.
Ma il risultato pratico è lo stesso.
Se i “corpi intermedi” della società condividono le scelte, tanto meglio. In caso contrario, il governo va avanti comunque.
Lo strappo si è dunque compiuto.
Il presidente del Consiglio ha deciso di scrivere la sua riforma del mercato del lavoro sacrificando la Cgil.
Un sacrificio pesante, e gravido di conseguenze.
È ancora una volta l’articolo 18 a segnare un decisivo cambio di fase, che modifica strutturalmente non solo le relazioni industriali, ma anche le consuetudini politiche del Paese.
Dietro alla rottura tra Monti e Camusso c’è molto di più di un dissenso sulle nuove norme che regolano i licenziamenti.
C’è la fine della concertazione, che ha scandito i rapporti tra politica ed economia nella Seconda Repubblica.
C’è la fine di una costituzione materiale, che dal 1992 ha affiancato la Costituzione formale nelle fasi più acute della crisi italiana.
Nel passo compiuto dal governo c’è una svolta di merito. Anche nella legislazione giuslavoristica italiana cade quello che tutti consideravano l’ultimo tabù.
L’articolo 18, cioè l’obbligo di reintegrare il lavoratore, resterà solo nei licenziamenti per motivi discriminatori, e varrà per tutte le aziende, comprese quelle con meno di 15 dipendenti.
Ma a questa estensione “dimensionale” della tutela corrisponde una limitazione di quella “funzionale”.
Nei licenziamenti per motivi disciplinari soggettivi toccherà al giudice decidere se applicare la reintegra o l’indennizzo.
E nei licenziamenti per motivi economici oggettivi scatterà solo l’indennizzo.
Proprio quest’ultima è stata la molla che ha fatto scattare il no della Cgil.
Sarebbe ingeneroso liquidare questo no come il solito riflesso pavloviano di una deriva sindacale massimalista e conservatrice.
La preoccupazione della Camusso, ancorchè non del tutto condivisa da Bonanni e Angeletti, è tutt’altro che infondata.
In questo nuovo schema l’articolo 18, di fatto, non viene “manutenuto”, ma manomesso.
I diritti si trasformano in moneta.
Una forzatura paradossalmente accettabile, in un Paese che cresce a ritmi del 3% e crea un milione di posti di lavoro l’anno, o in un Paese che ha un sistema collaudato e coperto di flexsecurity scandinavo.
Non nell’Italia di oggi, in piena recessione, con una disoccupazione giovanile del 29,7% e un nuovo sistema di ammortizzatori sociali che entrerà a regime solo nel 2017.
In queste condizioni, la “via bassa” della produttività e della competitività scelta finora dalle imprese espone i lavoratori a un rischio oggettivo: qualunque crisi aziendale sarà regolata con i licenziamenti per motivi economici, al “prezzo” di un indennizzo che costerà poco più di un qualunque pre-pensionamento.
Questo aspetto non può essere trascurato, in un sistema produttivo che investe assai poco (negli ultimi dieci anni la quota di ammortamenti dell’industria è calato dal 6 al 3,7% rispetto al fatturato) e che già ora tende a far pagare ai più deboli il conto della crisi.
È un problema serio, che indebolisce il molto di buono che pure c’è nella riforma del governo, dall’introduzione di una tutela universale per chi perde il lavoro al disincentivo alle troppe forme contrattuali che hanno perpetuato finora il massacro sociale del precariato.
E stupisce che il premier giustifichi la decisione di scardinare l’articolo 18 con la necessità di far cadere un impedimento “vero o presunto” agli investimenti esteri in Italia. Non si comprime un diritto, in nome di una “presunzione”.
Se c’è anche solo un ragionevole dubbio che per le imprese straniere l’articolo 18 sia “un alibi” per non investire, allora le si convince con la forza dei numeri.
E i numeri, oggi, dicono che su 160 mila cause di lavoro pendenti solo 300/500 sono attivate ai sensi di quella norma, che dunque è un falso problema.
Ma nel passo compiuto dal governo c’è anche una svolta di metodo.
Monti lo spiega con una chiarezza esemplare.
Quando riconosce il dispiacere per la rottura con la Cgil, ma aggiunge che il “potere di veto” non è più consentito a nessuno.
Quando racconta di aver cercato fino all’ultimo il consenso di tutti, ma annuncia che al vertice finale di domani “non ci sarà alcuna firma” delle parti sociali su un documento del governo.
Quando ammette che il dialogo con le parti sociali “è importantissimo”, ma avverte che non può tradursi in una “cultura consociativa” che in passato ha scaricato il costo degli accordi sulla collettività .
La cesura, culturale e politica, è chiarissima: il governo consulta, ma non concerta. Il suo unico interlocutore è il Parlamento, ripete più volte il premier.
È al Parlamento che questo governo risponde, ed è in Parlamento che questo governo si andrà a cercare i numeri che servono a far passare questa riforma.
È un principio incontestabile.
La sovranità del potere legislativo non è in discussione.
Neanche (o meno che mai) per un governo tecnico che si regge su una convergenza tripartita, piuttosto che su una maggioranza organica.
Ma anche qui ci sono due domande, che non possono essere evase.
La prima domanda: il governo ha fatto davvero tutto il possibile per imbarcare anche la Camusso nell’intesa?
Il dubbio è legittimo: l’impressione che in una parte del governo e del Parlamento vi siano forze che animate da una rivincita ideologica spingono per “dare una lezione” alla Cgil è forte, e non da oggi.
Come è forte l’impressione che all’esecutivo, in fondo, non dispiaccia presentare a Bruxelles e ai mercati una riforma del lavoro accompagnata dallo “scalpo” del sindacato più importante, da esibire come un trofeo di “guerra”.
La seconda domanda: il governo ha chiare le implicazioni politiche di questo strappo? L’accordo separato che esclude la Cgil riapre una drammatica spaccatura dentro il Pd. Il silenzio di Bersani è assordante, e rivela da solo l’enorme imbarazzo di un partito irrisolto, che sarà pure attraversato dalla faglia “socialdemocratica”, ma che resta pur sempre l'”azionista di riferimento” del governo Monti.
Il presidente del Consiglio non può non essere consapevole di cosa può accadere nel centrosinistra (e magari anche nella Lega) di qui al voto parlamentare sulla riforma. Caduto un tabù, può cadere anche un governo.
Massimo Giannini
(da “La Repubblica”)
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Marzo 21st, 2012 Riccardo Fucile
INDENNITA’ DAI 15 AI 27 MESI SUI LICENZIAMENTI DISCIPLINARI… REINTEGRO POSSIBILE PER I CASI RITENUTI DISCRIMINATORI
Modello tedesco per l’articolo 18. Alla fine il governo è andato per la sua strada sul nodo più
caldo della trattativa e le conseguenze sono ancora tutte da scoprire.
Il presidente del Consiglio, Mario Monti, ieri sera è stato perentorio: «Per il governo la questione sull’articolo 18 è chiusa».
Lo schema scelto sui licenziamenti innova per quanto riguarda quelli disciplinari ed economici, lascia invariata la disciplina dei discriminatori.
Le novità riguardano tutti i lavoratori, anche quelli attualmente assunti, con decorso dal momento in cui entrerà in vigore la legge.
Riepilogando, sui licenziamenti ci saranno tre fattispecie diverse.
La prima è quella dei licenziamenti per motivi discriminatori: in qualsiasi tipo di azienda, sotto o sopra i 15 dipendenti, i licenziamenti determinati da ragioni di credo politico o fede religiosa, dall’appartenenza a un sindacato e dalla partecipazione ad attività sindacali già oggi è nullo, indipendentemente dalla motivazione.
In ogni caso c’è il reintegro del lavoratore sul posto di lavoro.
Questa fattispecie non è stata modificata.
Oggi poi, un lavoratore può essere licenziato anche per motivi disciplinari o economici. In questi casi alle imprese che occupano alle proprie dipendenze più di 15 lavoratori si applica l’articolo 18 della legge 300/1970, meglio nota come Statuto dei Lavoratori, marginalmente modificata dalla legge 108 /1990, che assicura la tutela della stabilità del posto di lavoro
Il giudice allorquando ritenga che il licenziamento non è assistito da giusta causa o giustificato motivo, deve ordinare la reintegrazione del lavoratore nel posto di lavoro senza la possibilità di un’alternativa di tipo risarcitorio ovvero senza alcuna possibilità di monetizzare la stabilità del rapporto.
Non solo.
Oltre alla reintegrazione, il giudice condanna il datore di lavoro al risarcimento del danno subito dal lavoratore, pari alla retribuzione globale di fatto dal giorno del licenziamento sino alla effettiva reintegrazione (e comunque non inferiore a 5 mensilità di retribuzione).
In sostanza il datore di lavoro potrebbe non reintegrare effettivamente il lavoratore ingiustamente licenziato nel posto di lavoro, ma dovrebbe continuare a pagargli ininterrottamente un’indennità pari alle retribuzioni correnti.
Solo il lavoratore può liberare il datore di lavoro dalla prosecuzione di tale obbligo risarcitorio chiedendo (in base alla legge 108 /1990) un’indennità pari a 15 mensilità .
La sentenza di reintegrazione comporta anche l’obbligo di pagare le contribuzioni previdenziali e assistenziali sulla retribuzione globale dal momento del licenziamento al momento dell’effettiva reintegrazione.
Se il lavoratore, invece, non riprende servizio entro 30 giorni dall’invito del datore di lavoro, o entro 30 giorni dalla comunicazione del deposito della sentenza, non richiede il pagamento dell’indennità sostitutiva del reintegro, il rapporto si intende risolto alla scadenza dei termini sopra indicati e i contributi sono dovuti fino a quella data.
Fin qui i licenziamenti individuali.
E’ noto che le imprese che occupano più di 15 lavoratori possono anche licenziare per riduzione o trasformazione di attività .
Se il provvedimento riguarda da 5 lavoratori in su, si applica un’altra normativa, quella dei licenziamenti collettivi «per riduzione di personale», regolata dalla legge 223/1991, che dalla riforma non viene toccata.
Tornando ai licenziamenti individuali, la novità introdotta dal governo Monti prevede che, in caso di licenziamenti disciplinari, per il lavoratore che vada dal giudice, il reintegro è previsto solo se il motivo è inesistente perchè il fatto non è stato commesso o se il motivo non è riconducibile al novero delle ipotesi punibili ai sensi dei contratti collettivi nazionali.
In tutti gli altri casi di inesistenza dei motivi addotti dal datore di lavoro, il giudice dispone soltanto un indennizzo da 15 a 27 mensilità e mai il reintegro.
L’altra novità riguarda i licenziamenti per motivi economici.
Una volta finiti in tribunale, il giudice non potrà vagliare le motivazioni economiche alla base del provvedimento e non avrà la possibilità di reintegrare il lavoratore ma potrà soltanto stabilire un indennizzo tra le 15 e le 27 mensilità .
Il ministro del Lavoro, Elsa Fornero ha poi spiegato che ci saranno anche altre novità per «accorciare la durata del processo», la cui attuale, eccessiva lunghezza viene considerata penalizzante dalle aziende.
Antonella Baccaro
(da “la Stampa“)
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