Destra di Popolo.net

VEDIAMO UN PO’ COME SI LICENZIA IN EUROPA: PIU’ LIBERTA’ ALLE AZIENDE E PIU’ TUTELE AI LAVORATORI

Marzo 20th, 2012 Riccardo Fucile

SI PARLA TANTO DI ALTRI MODELLI DI ORGANIZZAZIONE DEL LAVORO, VEDIAMO DA VICINO LA NORMATIVA VIGENTE NEGLI ALTRI PAESI EUROPEI      

Il nodo al centro della trattativa tra governo e sindacati resta l’articolo 18.
L’esecutivo guarda al modello nord europeo e, in particolare, a quello tedesco.
Ma come si licenzia in Europa?
La formula più accreditata è quella che garantisce più flessibilità , ma anche più tutela ai singoli lavoratori.

GERMANIA
Fra il 2003 e il 2005 è stato profondamente riformato il mercato del lavoro, reso molto più flessibile.
I disoccupati sono molto diminuiti, dai 5 milioni del 2006 ai 2,7 del 2011.
Il sussidio di disoccupazione (67% dell’ultimo stipendio netto) è concesso per un anno dopo la perdita del posto.
Dopo si ricevono altri sussidi: 680 euro per un appartamento (inclusi 374 euro calcolati per vivere) e l’assicurazione sulla salute.
Il licenziamento è più facile per le imprese con meno di 10 dipendenti.
Per le altre va giustificato.
I contratti a tempo determinato possono essere rinnovati fino a due anni e per non più di tre volte.

GRAN BRETAGNA
I contratti di lavoro si dividono in employment (rende il lavoratore un dipendente) e services (regola uno scambio di prestazioni, chi lo firma resta di fatto in proprio).
Non esiste la contrattazione collettiva nel settore privato e sempre meno nel pubblico. Esistono clausole che proteggono dal licenziamento senza giusta causa: il lavoratore può fare ricorso al tribunale e chiedere un indennizzo.
In caso di riduzioni collettive del personale per ragioni economiche, l’azienda deve garantire al lavoratore indennizzi.

FRANCIA
I licenziamenti individuali sono più facili che in Italia.
Il lavoratore cacciato senza giustificato motivo ha diritto solo a un risarcimento (minimo sei mesi di stipendio).
Il licenziamento per motivi economici è possibile solo in caso di chiusura o trasformazione dell’attività , come nel caso di fallimento o di ristrutturazione.
Il datore di lavoro ha però l’obbligo di proporre all’impiegato misure di riconversione e di riqualificazione prima del licenziamento.
Quanto ai sussidi per la disoccupazione, sono finiti i tempi delle vacche grasse.
I beneficiari sono infatti sottoposti a regole molto più stringenti rispetto al passato, con l’obbligo di dimostrare con estrema regolarità  che sono alla ricerca di un lavoro.

DANIMARCA
Il modello della flexicurity (fusione dalle parole inglesi flexibility e security) dà  alle aziende margini più ampi per licenziare i propri dipendenti rispetto al resto dell’Unione, ma offre ai dipendenti una maggiore tutela.
Il lavoratore licenziato percepisce il 90% dell’ultima retribuzione per il primo anno di disoccupazione, l’80% per il secondo, il 70% per il terzo e il 60% per il quarto.
L’azienda paga il sussidio e aiuta il lavoratore a trovare un nuovo lavoro, con corsi di formazione.
Il modello ha portato la Danimarca ad avere un basso livello di disoccupazione.

SPAGNA
Il dipendente a tempo indeterminato può essere licenziato anche senza giusta causa. L’azienda è tenuta solo a versargli un risarcimento, che la riforma del mercato del lavoro varata dal governo Rajoy in febbraio ha ridotto di molto: 20 giorni invece di 45 per anno di lavoro (per 12 anni al massimo) per le imprese in difficoltà , 33 per le altre (per 24 anni al massimo invece di 42).

(da “Il Corriere della Sera”)

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ARTICOLO 18, VA DI MODA IL MODELLO TEDESCO, MA ALLORA PERCHE’ NON SI INTRODUCONO ANCHE I SALARI TEDESCHI?

Marzo 19th, 2012 Riccardo Fucile

NON CI SIAMO: PER LICENZIARE SI GUARDA ALLA GERMANIA, MA PER PAGARE I LAVORATORI IL MODELLO PIU’ VICINO PARE LA GRECIA…NAPOLITANO AMMONISCE:   “SAREBBE GRAVE UN ACCORDO SENZA IL CONTRIBUTO DELLE PARTI SOCIALI”

È in corso l’incontro tra il ministro del Welfare, Elsa Fornero, e i sindacati confederali sulla riforma del mercato del lavoro.
Il ministro Fornero cerca di stringere i tempi e incassare il sì del sindacato in vista del tavolo a Palazzo Chigi.
All’incontro oltre al ministro Fornero partecipano il viceministro Michel Martone, i segretari generali di Cgil, Susanna Camusso, di Cisl, Raffaele Bonanni, di Uil, Luigi Angeletti, e dell’Ugl, Giovanni Centrella.
Sul tavolo ci sono diversi temi, ma il nodo da superare resta quello dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori.
Per iniziare l’incontro, le parti sociali hanno dovuto attendere che Elsa Fornero terminasse l’incontro con il Capo dello Stato, durato circa un’ora, a con era presente anche il premier Mario Monti.
Ore decisive per la riforma del mercato del lavoro.
In una giornata cominciata presto e ancora da chiudere, in un vortice di contatti e di incontri alla vigilia del tavolo di martedì a Palazzo Chigi anche con il premier Mario Monti, i sindacati cercano una base comune, una mediazione sull’articolo 18, per evitare la rottura e andare avanti uniti.
Mentre il capo dello Stato, Giorgio Napolitano, esorta le stesse parti sociali perchè «mostrino di intendere che è il momento di far prevalere l’interesse generale su qualsiasi interesse e calcolo particolare».
Sarebbe «grave – dice – la mancanza di un accordo».
E con il presidente della Repubblica, il premier Monti e il ministro del Lavoro, Elsa Fornero, hanno avuto in serata un colloquio, incentrato proprio sulla riforma del mercato del lavoro.
In vista dell’incontro con il governo, considerato decisivo per chiudere la partita, anche i leader di Cgil, Cisl e Uil si sono riuniti nella sede della Cgil per trovare una posizione comune sulla modifica dell’articolo 18.
Anche se Susanna Camusso ha smentito l’esistenza di un documento condiviso sulla questione: «Non c’è».
Così il segretario della Cgil, al termine dell’incontro con i leader di Cisl e Uil: «Si sta lavorando, si vedrà  – ha aggiunto- ci continuiamo a sentire».
Il fine settimana è stato segnato da dichiarazioni del governo che ha ribadito con il premier Mario Monti – che martedì presiederà  il tavolo – e il ministro del Welfare, Elsa Fornero, la volontà  di varare la riforma entro questa settimana, con o senza l’assenso delle parti sociali.
I sindacati non hanno gradito la presa di posizione e hanno annunciato di non dare per scontato che l’accordo ci sarà  dopo che la settimana scorsa sembrava che la cosa fosse sostanzialmente fatta.
Nodo principale per i sindacati resta la modifica dell’articolo 18.
Il modello sul quale punta il governo è quello tedesco.
Il reintegro continuerebbe a essere garantito per i licenziamenti discriminatori. Possibile invece il licenziamento individuale per ragioni economiche a fronte di un indennizzo.
Spetterà  invece al giudice valutare, in caso di licenziamento per motivi disciplinari, se reintegrare il lavoratore o assegnargli un indennizzo.
Si punta anche a velocizzare la durata delle cause del lavoro.
Il leader della Uil, Luigi Angeletti, di solito dialogante, si è messo di traverso sulla possibilità  che ci siano licenziamenti per motivi disciplinari.
Anche Susanna Camusso che aveva aperto, nonostante le pressioni interne della Fiom, a modifiche sull’articolo 18 è tornata su posizioni più rigide.
A favore di una mediazione a oltranza il leader Cisl, Raffaele Bonanni.
Nel pomeriggio la Fornero incontrerà  i rappresentanti di Rete Imprese Italia scontenti invece per i costi della riforma che aumenta i contributi a carico delle imprese per i contratti a termini e prevede una sorta di contributo in caso di licenziamenti.
I metalmeccanici intanto hanno già  deciso: due ore di sciopero da indire martedì in tutte le fabbriche contro ogni eventuale modifica dell’art. 18.
È questa la proposta avanzata dal segretario generale della Fiom, Maurizio Landini, al Comitato centrale riunito lunedì.
«Proprio perchè ad oggi le condizioni per un accordo positivo non le vediamo – ha spiegato Landini – perchè le condizioni del Governo non sono accettabili e l’esecutivo vuole mettere mano all’art. 18, propongo che il Comitato centrale proclami per martedì almeno due ore di sciopero con modalità  da definire in tutto il territorio nazionale per dire che non siamo disponibili ad accettare una modifica dell’art. 18. L’art. 18 non si può mettere in discussione».
«Io ho sempre sostenuto che il mio impegno è massimo perchè si raggiunga un’intesa» con le parti sociali sulla riforma del mercato del lavoro. Lo ha detto il ministro del Welfare, Elsa Fornero, nel corso del suo intervento al convegno “TuttoPensioni” organizzato dal Sole 24 Ore.
«Credo con molta sincerità  – ha aggiunto – che una riforma raggiunta con il consenso delle parti sociali abbia un valore aggiunto che la stessa riforma approvata senza il consenso non ha».

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OGNI ITALIANO HA SULLA SCHIENA UN DEBITO DI 32.000 EURO

Marzo 19th, 2012 Riccardo Fucile

UNA FAMIGLIA SI TRASCINA UN DEFICIT STATALE PARI A 88.000 EURO… NELL’ULTIMO ANNO E’ AUMENTATO IL CARICO FISCALE DI 998 EURO AD ABITANTE, DI 2732 A FAMIGLIA

In un anno, da febbraio 2011 a gennaio 2012, il debito pubblico è passato da 1.875,917 a 1.935,829 euro, con un aumento di 59,912 miliardi.
Pertanto, solo nell’ultimo anno, l’aumento del carico per ciascuno dei 60 milioni di residenti, neonati compresi, è stato pari a 998 euro, mentre per ciascuna famiglia l’onere è cresciuto di 2.723 euro.
Lo rilevano Adusbef e Federconsumatori, aggiungendo che sulle spalle di ciascun italiano grava dunque un debito pari a 32.300 euro e su ciascuna famiglia di 88mila euro.
Dal 1996 in poi, sottolineano ancora Adusbef e Federconsumatori, gli incrementi del debito pubblico sono andati crescendo di volume: il primo governo di centro sinistra (1996-2001) ha proceduto a colpi di 2,7 miliardi di euro al mese.
Col successivo governo Berlusconi (2001-2006) siamo arrivati ad oltre 3,8 miliardi al mese.
Il nuovo governo Prodi (2006-2008) ha ritoccato le emissioni portandole a 3,9 miliardi al mese.
Con l’ultimo governo Berlusconi (2008-2011) l’incremento si impenna fino a superare i 6 miliardi al mese.
Ma sotto il governo Monti la cifra è addirittura raddoppiata arrivando a quasi 15,5 miliardi di euro al mese e “raggiungendo un record difficilmente superabile”.
Le due associazioni ricordano anche la loro ricetta per ridurre il debito pubblico, ripetuta negli ultimi 10 anni: la soluzione, dicono, “passa per la vendita dell’oro e delle riserve di Bankitalia, non più necessarie a garantire la circolazione monetaria, la lotta agli sprechi ed alla corruzione, i tagli dei privilegi ovunque siano annidati, il tetto agli stipendi dei manager pubblici, la sostituzione delle auto blu in tutti i settori (nessuno escluso) con l’abbonamento ai servizi pubblici di trasporto locale e nazionale, la riduzione dei finanziamenti pubblici ai partiti”.
Per rilanciare l’economia in recessione, infine, “occorre finalizzare almeno il 50% dei prestiti triennali di 251 miliardi di euro, che le banche hanno ricevuto dalla Bce al tasso dell’1%, costituendo un fondo straordinario per ridare ossigeno alle famiglie ed alle imprese strangolate, ad un tasso non eccedente il triplo, introdurre l’accisa mobile sui carburanti per impedire un surplus fiscale (ben 4 miliardi di euro negli ultimi anni incassati dallo Stato), congelare l’aumento dell’Iva previsto dal 1 ottobre dal 21 al 23% ed i rincari dell’Iva intermedia che vanno a gravare sui beni di prima necessità “.

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I FANTASMI DEL SUBAPPALTO IN FINCANTIERI: AZIENDE CHE ASSUMONO E SPARISCONO

Marzo 19th, 2012 Riccardo Fucile

L’AZIENZA ESTERNALIZZA E IL LAVORO SI PERDE IN UNA ZONA GRIGIA SENZA REGOLE…”TRASFERTE A SPESE NOSTRE, FERIE NON PAGATE, CHI SI AMMALA PERDE IL LAVORO, NIENTE MATERNITA”…”CERTE IMPRESE SCOMPAIONO E RECUPERARE I SOLDI E’ DURA”

Aggrappati ai cancelli, a scambiarsi informazioni in mille lingue.
Eppure nessuno di loro è dipendente del colosso pubblico della cantieristica. “Sono quelli degli appalti esterni”, così vengono chiamati dai colleghi di Fincantieri.
Gli ultimi degli ultimi, l’anello finale della catena. Basta chiedere loro di mostrarti la busta paga: le voci previste dalla legge sembrano esserci, il reddito è di 1.300 euro, come per tanti colleghi “regolari” italiani.
Ma si chiama “paga globale” e comprende tutto: tredicesima, indennità , tfr.
Lo stipendio vero è poco più della metà .
Ma c’è dell’altro: “Le trasferte sono a spese nostre, le ferie non sono pagate”, giura Abdul, tunisino. Aggiunge: “Se ci ammaliamo perdiamo il lavoro”.
E niente maternità : Romina voleva fare un figlio, ha rinunciato. Chissà , forse dopo un passaggio in ospedale, quando glielo chiedi abbassa lo sguardo.
Accade a Sestri Ponente, come a Porto Marghera e in altri stabilimenti del gruppo.
Vengono in mente gli appelli di Giorgio Napolitano al rispetto delle leggi in materia di lavoro. Chissà  se il presidente immagina che cose di questo genere sono quasi la norma nella cantieristica. Privata, ma anche pubblica. A Genova, davanti all’ufficio di Bruno Manganaro (Fiom-Cgil), ogni mattina si presentano decine di lavoratori che prestano la loro opera a Fincantieri. Sono “quelli degli appalti esterni”. Gente che arriva da cinquanta paesi, perchè i cantieri sono una Babele, dove si parlano mille lingue e non esiste razzismo (alla mensa esistono cibi diversi a seconda della confessione religiosa). Ma tra questi super-precari non è raro trovare italiani.
Ormai è la regola: nei periodi di boom i dipendenti di Sestri erano un migliaio, quelli degli appalti esterni 2.000.
Racconta Manganaro: “Dagli anni Ottanta Fincantieri, ma non è la sola, ha deciso di esternalizzare. Il motivo dichiarato era la concorrenza asiatica”.
Oggi fino all’80 per cento di una nave viene appaltato a grandi imprese che a loro volta subappaltano. E qui i controlli si perdono: “Alla fine gli operai vengono assunti da società  che spuntano come funghi, spesso vengono dal sud. O magari dalla Romania”.
Certo, ci sono anche società  serie. Per altre, però, il discorso è diverso: “Assumono, ma verso la fine del contratto spariscono. Recuperare i soldi da una ditta romena è dura” racconta Manganaro. Davanti a lui una fila di lavoratori rimasti senza stipendio.
Ma non sono solo i soldi, anche se ci muoviamo sull’orlo della miseria: “Con gli appalti gli incidenti sul lavoro si sono moltiplicati”, assicura Sandro Bianchi che per la Fiom si è occupato di Fincantieri per anni.
Dalle denunce di Luca Trevisan e Giorgio Molin della Fiom di Venezia che si occupa di Porto Marghera è partita un’inchiesta della Procura.
Si parla di operai esterni che lavorano 250 ore al mese, cioè otto ore al giorno, sabati e domeniche comprese.
Vuol dire fatica immane, ma anche rischiare la pelle: “Quando sei su una nave maneggi pesi di tonnellate, usi macchinari che se ti scappano di mano ti ammazzano” racconta Gabin.
Aggiunge: “I nostri colleghi ‘regolari’, giustamente, pretendono che siano rispettate le norme di sicurezza. Ma noi non possiamo fare storie. Rischiamo il licenziamento e poi c’è di mezzo il permesso di soggiorno”. Allora si va avanti, si entra nei cunicoli tra le due carene dove devi fare saldature al buio, quasi senza aria. Un errore e soffochi.
Finiti i turni si torna a casa, se si può chiamare così: appartamenti dove vivono anche in venti. Magari procurati dalle stesse ditte che fanno la cresta anche sull’affitto.
“Possibile che Fincantieri non sappia nulla?” si chiedono i sindacalisti Fiom.
Bianchi racconta: “Abbiamo siglato accordi con la società . Noi accettavamo gli appalti esterni purchè ci fosse un tetto quantitativo e qualitativo. Ma poi non è andata così. Gli appalti non fanno risparmiare soldi, perchè una manodopera non qualificata abbassa la qualità  e può produrre danni. Invece si appalta tutto, anche la progettazione, disperdendo il know how”.
Fincantieri non ci sta: “In tutto il mondo la cantieristica si basa sull’esternalizzazione. Solo il 20-30 per cento del lavoro è compiuto dal cantiere. Ma non è il far west: facciamo controlli sulle condizioni di lavoro, sul pagamento di stipendi e contributi. Ce la mettiamo tutta, anche se c’è sempre chi non rispetta la legge”.
Intanto “quelli degli appalti esterni” aspettano davanti ai cancelli di Fincantieri oppure a quelli delle Riparazioni Navali del porto.
Ma sono già  pronti a emigrare in Germania.
Anche all’estero hanno bisogno di lavoratori che non fanno problemi.
E poi Ifriom, Gabin, Vladimir non hanno molto da perdere: niente casa, niente famiglia.
Niente.

(da “Il Fatto Quotidiano“)

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ARTICOLO 18 E AMMORTIZZATORI SOCIALI: CORSA A OSTACOLI PER IMPRESE E SINDACATI

Marzo 18th, 2012 Riccardo Fucile

LE PMI PREOCCUPATE DELL’IMPATTO CHE LA RIFORMA POTREBBE AVERE IN UN PERIODO DI CRISI… I SINDACATI CHIEDONO NORME CHIARE PER IL GIUDICE CHE DOVRA’ DECIDERE SULL’ALLONTANAMENTO DEL LAVORATORE

Dopo il vertice alla Fiera di Milano il dossier sul mercato del lavoro si è aggiornato.
E cambierà  ancora mano a mano che si avvicina la data in cui Monti ha annunciato l’intenzione di chiudere la partita.
I tre capitoli principali del confronto sono stati affrontati dai segretari dei sindacati, dalla presidente di Confindustria e dal ministro Fornero.
L’osso più duro resta l’articolo 18.
Più semplice invece una soluzione su ammortizzatori sociali e contratti atipici.

Gli ammortizzatori
Per le aziende la mobilità  non va cancellata subito
I sindacati
Sono contrari alla prevista abolizione della cassa integrazione straordinaria e della mobilità . Sostengono che sostituire la prima con l’indennità  di disoccupazione (la cosiddetta “Aspi”) sia un grave errore soprattutto in periodo di crisi perchè spinge le aziende a liberarsi di lavoratori e professionalità  che potrebbero invece diventare utili al momento della ripresa.
Temono che finanziare poco l’indennità  di disoccupazione (si è parlato di due miliardi) finisca per non fornire la stessa tutela oggi garantita dalla mobilit�
Le imprese
Sono contrarie all’abolizione immediata dell’indennità  di mobilità . Anche ieri Emma Marcegaglia ha fatto osservare al ministro del Lavoro Elsa Fornero che nei prossimi tre anni l’Italia sarà  attraversata da un duro processo di ristrutturazione e che dell’indennità  di mobilità  ci sarà  molto bisogno.
Le imprese chiedono dunque che venga allontanato il momento dell’entrata in vigere di questa parte della riforma.
Il governo
Il ministro Fornero starebbe tornando all’impostazione originaria. L’abolizione della mobilità  avverrebbe entro il 2017 mentre l’Aspi, l’indennità  di disoccupazione, che non supererà  i 1.100 euro lordi, entrerà  in vigore gradualmente.
L’indennità  di disoccupazione sarà  sospesa a chi non accetta i posti di lavoro offerti dai Centri regionali per l’impiego.

I licenziamenti      
I sindacati
Sono contrari ad abolire una norma che punisce l’imprenditore quando licenzia ingiustamente un singolo lavoratore.
Cgil, Cisl e Uil difendono il principio per cui a licenziamento ingiusto deve seguire la riparazione del danno, cioè la reintegra sul posto di lavoro.
Ma negli ultimi giorni anche nel fronte sindacale comincia a radicarsi l’idea che una modifica parziale dell’articolo 18 possa essere accettata.
Le imprese
Non chiedono l’abolizione tout court dell’articolo 18, ma propongono di distinguere i licenziamenti ingiusti in due categorie: quelli discriminatori e quelli legati a necessità  economiche dell’azienda.
Confindustria chiede di lasciare l’obbligo di reintegro per i licenziamenti discriminatori e di abolirlo per quelli dettati da ragioni economiche.
In questo secondo caso, il lavoratore ingiustamente licenziato verrebbe risarcito con una somma in denaro.
Il governo
Accoglie sostanzialmente l’impostazione degli imprenditori sottoscrivendo l’idea che anche un licenziamento ingiusto possa essere accettabile se risarcito con una congrua somma. Naturalmente questo non varrebbe in caso di licenziamenti discriminatori.
Ma dove finiscano i licenziamenti ingiusti e discriminatori e dove comincino quelli ingiusti ma non discriminatori è il vero nodo da sciogliere entro martedì.

I contratti      
I sindacati
Chiedono che si metta un limite alla giungla dei contratti atipici sui quali è proliferato il precariato negli ultimi anni.
Nel mirino i contratti a progetto, le associazioni in partecipazione e il falso lavoro autonomo delle partite Iva con un solo committente.
Cgil, Cisl e Uil premono perchè dopo un congruo periodo di tempo tutti i contratti diventino a tempo indeterminato. In alternativa c’è la proposta di un tetto al numero dei contratti atipici sul totale degli assunti nell’azienda.
Infine i sindacati propongono che i contratti a tempo determinato siano più costosi degli altri.
Le imprese
Sono soprattutto le piccole imprese a protestare perchè sostengono che la riduzione dei contratti atipici penalizza le possibilità  di assunzione, quella che in gergo tecnico viene chiamata “la flessibilità  in entrata”.
Le piccole imprese chiedono anche che non si penalizzino i contratti a tempo determinato con aggravi fiscali o minori deduzioni.
Il governo
Il ministro Fornero sta pensando a trasformare il contratto di apprendistato nella principale porta di ingresso dei giovani al mondo del lavoro.
Ma, diversamente da quanto si pensava all’inizio della trattativa, sarebbe contraria a tagliare in modo deciso i contratti atipici per evitare di chiudere, in un periodo di crisi, possibili vie d’accesso all’impiego.
Rimane invece l’aggravio dell’1,4% per i contratti a termine in modo da privilegiare l’assunzione a tempo indeterminato.

Paolo Griseri
(da “la Repubblica”)

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VERTICE GOVERNO-PARTITI: VINCE IL SENSO DI RESPONSABILITA’

Marzo 16th, 2012 Riccardo Fucile

MONTI OTTIENE UN TESTO CONDIVISO… MA SULLA TV ALFANO E BERSANI RESTANO LONTANI

Il fatto che siano andati tutti a Palazzo Chigi, che nessuno si sia alzato dal tavolo nè rifiutato di trattare alcun tema di quelli imposti in agenda da Mario Monti è già  un’intesa.
Non si poteva fare altrimenti, forse.
Ma che i tre segretari – Alfano, Bersani e Casini – dopo una settimana di botta e risposta, polemiche, punzecchiature, accuse più da campagna elettorale che da navigazione standard di una maggioranza forzosa ma comunque solida, abbiano alla fine condiviso un testo – quello del comunicato del premier – è un risultato che Monti può incassare come una svolta per il suo governo.
E che Casini alle due di notte rilancia: «Ottimo clima, ottimo risultato».
Con più o meno fatica, più o meno sofferenza e difficoltà , i tre leader hanno dovuto sottostare alla legge della responsabilità , imposta dal premier, dalla moral suasion del Quirinale ma soprattutto da una situazione politico-economica ancora niente affatto risolta.
Così si è potuti arrivare ad una intesa sul punto più delicato e potenzialmente esplosivo, quello dell’articolo 18, con grande soddisfazione di Angelino Alfano, con l’approvazione di Pier Ferdinando Casini, con i paletti e le richieste in parte ancora da mettere a punto di Pier Luigi Bersani.
Ma anche sulla giustizia alla fine si è arrivati ad una difficile mediazione, nella quale ciascuno ha rinunciato a qualcosa: il Pdl smussa sulla responsabilità  civile dei magistrati, accetta il giro di vite sull’anticorruzione (che però alleggerisce Berlusconi dall’accusa di concussione per il processo Ruby) e incassa l’impegno del governo a presentare un nuovo testo di legge sulle intercettazioni. Sulla Rai invece è stallo completo: i veti reciproci tra Pdl e Pd, con Alfano a difesa di questa governance, questa legge per il rinnovo del Cda e dell’accordo che assegna gratis le frequenze e Bersani che chiede rinnovamento radicale di struttura e criteri e frequenze a pagamento, hanno impedito qualsivoglia intesa.
Se ne parlerà  «nei prossimi vertici», forse dopo le Amministrative.
Monti invece si impegna ad incontrare con regolarità , assieme ai ministri interessati ai provvedimenti all’esame, i capigruppo della maggioranza
Non c’è stato spazio nè modo per contrastarsi a muso duro, perchè l’accordo per tutti era approdo obbligato.
Lo ha fatto capire subito una formidabile mossa mediatica di Casini, che a vertice appena iniziato ha mandato sul suo profilo Twitter la foto di lui, Bersani e Alfano seduti l’uno accanto all’altro e con dietro di loro Monti con fare paterno che in piedi quasi li abbraccia, con cinguettio a commento pieno di punti esclamativi e di entusiasmo: «Siamo tutti qui! Nessuna defezione!».
È bastato lo scatto, una prima assoluta come fenomeno mediatico via web, a dare da subito senso e verso a un vertice che il leader dell’Udc vorrebbe fosse quello che battezza la formazione che andrà  al voto nel 2013 e che governerà  nella prossima legislatura.
Perchè al di là  dei volti tra l’ironico e lo scettico di Bersani e Alfano, è vero che i temi spinosi affrontati al vertice non hanno spezzato il filo esile ma fortissimo che lega i tre segretari all’inevitabile sostegno a Monti, che anche Berlusconi ieri ha rivendicato invitando i suoi ad andarlo a «spiegare ai cittadini» scagliandosi contro «la vecchia politica delle chiacchiere fumose e inconcludenti, la politica dai riti bizantini e incomprensibili alla gente comune».
Poi certo, sia su lavoro che su giustizia che sulla Rai al vertice c’è stato da discutere.
Sulla riforma del welfare Alfano spinto da tutto il suo partito si è intestato la difesa dei lavoratori autonomi, delle piccole e medie imprese e la critica a un’impostazione che fino a ieri sera gli era parsa «troppo cauta» sull’articolo 18.
Al contrario, Bersani ha chiesto a Monti e alla Fornero, pure presente al vertice, passi avanti su «ammortizzatori, contratti, risorse», ricevendo in cambio del suo appoggio alla modifica dell’articolo 18 sul modello alla tedesca apertura su sviluppo e ripresa che facciano da contraltare alla stretta sui licenziamenti.
Monti ha insomma ottenuto l’appoggio che voleva, e ha potuto mettere sul tavolo anche i due temi che più hanno diviso Pdl e Pd, giustizia e Rai.
Sul primo, dopo il braccio di ferro iniziale, (con Alfano a tenere duro su inasprimenti eccessivi dell’anticorruzione e sbracamenti su responsabilità  civile dei giudici e Bersani attento a non concedere troppo sulle intercettazioni), si è arrivati a un sostanziale accordo.
Fumata nera invece sulla Rai, come sulle misure per la crescita.
Nella notte, tutti hanno potuto far credere di essere abbastanza soddisfatti.
Ma oggi ci sarà  da spiegare, argomentare, e fare i conti sui dare e avere di un vertice che ha rafforzato soprattutto Mario Monti.

Paola Di Caro
(da “Il Corriere della Sera”)

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“SIAMO TUTTI QUI”: VERTICE PREMIER-PARTITI, INTESA SULLA GIUSTIZIA, AVANTI COL MODELLO TEDESCO SULL’ART.18

Marzo 16th, 2012 Riccardo Fucile

A PALAZZO CHIGI IL SUMMIT TRA MONTI, BERSANI, ALFANO E CASINI… SOLUZIONE EQUILIBRATA SU RESPONSABILITA’ CIVILE DEI MAGISTRATI E INTERCETTAZIONI…AVANTI COL DDL SULLA CORRUZIONE

Un’intesa di massima sulla giustizia, in particolare sulla corruzione, e un accordo per riformare le norme sul lavoro, in particolare l’articolo 18 che dovrebbe uniformarsi al cosiddetto «modello tedesco».
Sono queste le prime indiscrezioni sull’esito del vertice (ancora in corso alle ore 23,50 e il cui inizio è stato annunciato su Twitter con una foto di gruppo) tra il presidente del Consiglio Mario Monti e i leader dei tre principali partiti che sostengono il governo, Angelino Alfano (Pdl), Pierluigi bersani (Pd) e Pierferdinando Casini (Udc, che è stato anche il fotografo).
Secondo quanto riferito dall’agenzia Ansa (che cita fonti governative), il governo (rappresentato da Mario Monti e dal ministro della Giustizia, Paola Severino) e i partiti hanno trovato un’intesa: il governo presenterà  un emendamento al disegno di legge Alfano-Brunetta, attualmente in discussione in commissione giustizia della Camera, in modo da recepire alcune modifiche.
L’intervento riguarderà  le norme relative alla corruzione fra privati, al traffico delle influenze e alla revisione della pena sulla corruzione.
Si sta inoltre valutando di rivedere il reato di concussione, come chiesto dall’Ocse.
Passi avanti dal vertice (ancora in corso) si registrano anche sul tema della responsabilità  civile dei magistrati: si è convenuto di trovare una «soluzione equilibrata» con un emendamento che sarà  presentato al Senato.
Durante il vertice si è discusso anche di intercettazioni.
Sembra probabile, riferiscono fonti di governo, che sarà  ripreso il tema o attraverso una revisione del vecchio disegno di legge presentato in Parlamento o, più probabilmente, con un nuovo provvedimento dell’Esecutivo.
Infine, per quanto concerne il mercato del lavoro e le norme relative all’articolo 18 che regolano le cause di licenziamento, si è deciso di provvedere con modifiche che «accelerino» i processi.
A riunione appena iniziata, il leader dell’Udc ha postato su Twitter una foto dei quattro protagonisti (scattata non si sa da chi con un cellulare).
«Siamo tutti qui, nessuna defezione!» ha scritto Casini.
Il riferimento è alla clamorosa defezione dall’incontro programmato del segretario del Pdl Angelino Alfano la scorsa settimana.
Nella foto Pierluigi Bersani sorride divertito, ride lo stesso Casini.
Composti il premier e Alfano.
Su Twitter ha spopolato nel frattempo l’hashtag #siamotuttiqui (che agli over 40 evocherà  anche il jingle del popolare cartone seriale Braccobaldo Show…)

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SE NON ORA QUANTO?

Marzo 15th, 2012 Riccardo Fucile

DA REPUBBLICA FONDATA SUL LAVORO A QUELLA BASATA SULL’INDENNIZZO… IL PASSAGGIO DALL’ETA’ DEI VALORI IDEALI A QUELLA DEI VALORI MONETARI

Se non ora quanto? L’interrogativo resistenziale e catartico di Primo Levi è stato virato in un incubo economico e monetario.
Eppure l’Italia è stata davvero, nel dopoguerra, e negli anni Settanta, “una Repubblica fondata sul lavoro”, un paese di artigiani, contadini, operai, di piccoli e geniali imprenditori (e soprattutto una terra di emigranti), che avevano costruito sull’etica del lavoro ben fatto, e dell’onestà , la loro fortuna.
Poi, dalla fine degli anni Ottanta, questo Paese si è trasformato in una democrazia fragile — non a caso assaltata dai monopoli e dai poteri speculativi — finalizzata alla moltiplicazione della precarietà .
Adesso, alla fine di un percorso netto, si sta preparando l’ultimo salto dis-evolutivo: quello che ci farà  diventare un paese “fondato sull’indennizzo”.
Si può pensare qualsiasi cosa sul problema del Tav, per esempio, ma che senso di responsabilità  comunica una classe dirigente che invece di rassicurare e risolvere dice: va bene, faremo qualche disastro, devasteremo dei territori, però vi ricopriamo di soldi?
Che credibilità  può avere un imprenditore (indovinate chi?) che dice: ti tolgo dieci minuti di pausa alla catena di montaggio, ogni giorno, però ti metto in busta paga 44 euro (se possibile lordi).
E quale terremoto sociale produce, nel paese della demeritocrazia realizzata (in questo siamo i più bravi al mondo) l’idea che il licenziamento si legittima con la liquidazione economica e che persino quando i tribunali scrivono in una sentenza che una azienda ha tenuto un comportamento anti-sindacale, tutto si può risolvere con un obolo e con una monetizzazione del danno?
Senza che quasi ce ne accorgessimo si è realizzato un terremoto culturale e sociale: chi ha soldi può fare quello che vuole, basta che paghi.
Può evadere, purchè poi aderisca al condono, può cementificare, perchè tanto poi si mette in regola.
Può inquinare, tanto poi promette bonifiche che non arrivano mai (chiedere al sindaco di Taranto o di Porto Torres, a quelli della petro-Basilicata).
Nella nuova Italia feroce in cui aumentano le differenze tra ricchi e poveri tutto può essere comprato, e sembra che non esistano più diritti non negoziabili.
Com’è triste il passaggio dall’età¡ dei valori ideali a quello dei valori monetari.

Luca Telese blog

argomento: Costume, denuncia, economia, Lavoro | Commenta »

L’ANNO D’ORO PER LE AUTO TEDESCHE: “QUI INVESTIAMO NEI PRODOTTI, L’ITALIA NON LO FA”

Marzo 14th, 2012 Riccardo Fucile

INTERVISTA A DUDENHOFFER DOCNETE E DIRETTORE DEL CAR… I MOTIVI DEL BOOM NEL 2011 DI WOLKSWAGEN, AUDI, BMW… “MERCHIONNE SBAGLIA A CERCARE LO SCONTRO”

Il gruppo Volkswagen annuncia l’ennesimo record, con un giro d’affari cresciuto lo scorso anno del 25,6% a quasi 160 miliardi di euro, Audi festeggia il miglior anno della sua storia, con 1,3 milioni di auto vendute, mentre Bmw si prepara ad assumere altri 4.000 dipendenti.
L’industria automobilistica tedesca macina un successo dietro l’altro.
Come fa? E dove si differenzia da quella italiana?
Lo abbiamo chiesto al “Papa dell’auto” Ferdinand Dudenhà¶ffer, professore all’Università  di Duisburg-Essen e direttore del Car — Center automotive research.
Professor Dudenhà¶ffer, cosa si nasconde dietro gli ultimi successi di Volkswagen?
L’industria automobilistica tedesca è posizionata globalmente. Gli utili di VW non vengono dall’Europa, bensì per la maggior parte dalla Cina, nonchè, in parte, dall’America Latina, dagli Stati Uniti e dall’Europa settentrionale. Nell’Europa meridionale, invece, Volkswagen continua ad avere problemi e lo si vede da Seat (marchio del gruppo Volkswagen, ndr), che resta in rosso, per cui non è tutto oro quel che luccica.
Anche il gruppo Fiat, dopo l’acquisizione di Chrysler, è posizionato globalmente.
Certo, anche se in questo caso Chrysler guadagna soldi, mentre Fiat no. Il punto decisivo è che i tedeschi investono molto nei prodotti, mentre Marchionne no, perchè non ha abbastanza soldi per farlo: i margini di guadagno di Fiat sono stati molto scarsi negli ultimi anni, Chrysler ha avuto il Chapter 11.
Quali sono gli altri punti di forza del sistema tedesco?
Il sistema tedesco è plasmato dall’engineering, dal prodotto: i tedeschi hanno un grosso interesse a investire nella tecnica, un po’ come Toyota, e investono effettivamente tantissimo sul prodotto. Nel lungo periodo tali investimenti rendono. Credo che sia proprio questo l’aspetto decisivo: puntare sul prodotto, perchè alla lunga si vince solo con esso. VW ha puntato per vent’anni soltanto sul prodotto, BMW lo fa da oltre vent’anni e Mercedes ha ricominciato a farlo in modo più sostenuto da circa dieci anni. Nell’industria automobilistica le operazioni finanziarie possono contribuire temporaneamente a una certa ripresa, ma il “core” sono gli investimenti nei nuovi prodotti, nella qualità  e negli stabilimenti.
Che ruolo giocano le relazioni tra aziende e lavoratori nel mondo automobilistico tedesco? I dipendenti di VW incasseranno un bonus-record di 7.500 euro lordi.
Bene, ma in questo caso è perchè gli utili di Volkswagen sono molto elevati. In linea di principio in Germania i dipendenti hanno imparato a moderare le loro richieste in tempi difficili, mentre in tempi in cui gli utili sono buoni le aziende versano extra-bonus. Ciò porta alla comprensione reciproca tra aziende e lavoratori e non allo scontro, come fa a volte Marchionne.
La sua strategia è un errore?
Credo di sì: si può entrare in rotta di collisione con qualcuno per affrontare problemi davvero gravi, ma Marchionne è già  da 3-4 anni in permanente rotta di collisione, questo è un errore.
Cosa potrebbe imparare dal numero uno di Volkswagen Martin Winterkorn?
In primo luogo potrebbe imparare a dare maggior peso all’engineering invece che ai dati finanziari, cioè ad ascoltare di più gli ingegneri. In secondo luogo che la strada da fare è molto lunga: non è una corsa dei 100 metri, bensì una maratona. E in terzo luogo Marchionne parla molto di “mergers”, ma in realtà  non si trova poi nessun costruttore — tranne Chrsysler, che era insolvente — che voglia intraprendere la strada di una fusione con lui. E questo credo dipenda un po’ anche da lui: forse non è molto prevedibile per gli altri costruttori.
Winterkorn guadagna più di tutti gli altri manager tedeschi: 17,4 milioni di euro. Un compenso giustificato?
Difficile da dire: ha fatto un ottimo lavoro, ma è una cifra veramente molto alta, secondo me sarebbe meglio limitare tali compensi.

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