Marzo 12th, 2012 Riccardo Fucile
SARA’ L’ULTIMA REGIONE A VARARE IL PROPRIO BILANCIO… SPARISCONO ANCHE I FONDI ALLA SICUREZZA CARI ALLA LEGA
Il calcolo è tecnico, ma la somma algebrica di tante crepe fa gridare al rischio default per il Veneto.
“La Regione Veneto è in uno stato di completa paralisi” affonda il consigliere regionale del Pd e vicepresidente della commissione Bilancio Piero Ruzzante.
Tutto questo mentre il bilancio sta finalmente facendo il suo iter in aula (“è l’ultimo ad essere approvato tra tutte le regioni d’Italia” commenta l’opposizione) e mentre si sentono scricchiolii sinistri in casa Lega-Pdl, la maggioranza che ancora resiste tra battibecchi e liti sulle rive del Canal Grande.
“È proprio per accontentare le opposizioni che il Consiglio sta affrontando con calma il bilancio — replica il governatore Zaia — per non ritoccarlo più”.
Esercizio provvisorio.
Per la prima volta dopo 30 anni, dicono all’opposizione, dobbiamo sopportare l’onta dell’esercizio provvisorio perchè il bilancio definitivo non è ancora concluso.
Inoltre dai banchi del Pd si scopre che la Regione Veneto ha esaurito la propria capacità di indebitamento, che consisteva in 4,5 miliardi.
Significa che non potrà più fare investimenti nei prossimi anni, “è imballata, unica situazione del genere in Italia” commenta Ruzzante.
I conti
Se a questo si aggiunge la scelta della giunta Galan di cancellare l’addizionale Irpef, facendo mancare alle casse venete 150 milioni l’anno (“il che consentiva una capacità di indebitamento di 600 milioni in più”) e si somma il buco di 1 miliardo e 300 milioni che appesantisce il settore sanità e impone conteggi pesanti (“per 25 anni la Regione dovrà pagare un rientro di 40 milioni l’anno”) si capisce che la situazione non è rosea.
“Siamo l’unica Regione dove non si paga l’Irpef — replica Zaia — i tuoi colleghi giornalisti nelle altre regioni la pagano, dovreste essere contenti”.
“Per non parlare dei buchi nelle controllate regionali” conteggiano di rimando dai banchi dell’opposizione: solo per dire i più noti, 30 milioni di profondo rosso per l’Arpav, l’agenzia per il controllo ambientale, ripianati in parte da risorse pubbliche nel bilancio 2011, il passivo di Veneto strade (società che ha un’esposizione bancaria di 80 milioni di euro) e quello di Veneto agricoltura, che ha speso quasi 200 milioni per un giornalino para-pubblicitario encomiastico e di Avepa, la società per i pagamenti in agricoltura considerata da un consigliere regionale del Pdl “un postificio”.
L’eredit�
Bisogna dire che Zaia, che governa da meno di due anni, si è ritrovato questa situazione — aveva ragione Frigo consigliere del Pd che disse: “Dopo Galan, Zaia troverà solo i muri da imbiancare” — e che a onor del vero sta cercando di trovare dei rimedi. Come quello di vendere o dare in uso a privati alcuni beni demaniali, terreni, ville e proprietà , compreso un intero complesso termale. Si chiama “Programma di dismissioni e valorizzazioni” ed è un pacchetto che sulla carta vale 90 milioni.
Per ora la bilancia dei conti in Regione pende verso il rosso, “anche per l’effetto delle manovre Bossi-Berlusconi che hanno tagliato 450 milioni di risorse che venivano trasferite dallo Stato” incalzano dall’opposizione.
Il nodo del bilancio.
“Siamo la prima regione italiana per afflussi turistici e nel bilancio in approvazione il settore subisce un taglio del 60% rispetto al 2011, 30 milioni in meno”.
Non va meglio per l’altro settore caro ai leghisti al governo in Regione, la sicurezza, che dopo i fasti del passato (22 milioni nel 2008) si ritrova il piatto vuoto: zero euro nel bilancio in approvazione, fondi azzerati.
Le spese legali.
Uno scenario a tinte fosche per Palazzo Balbi, al quale si aggiunge un mistero: le spese legali a bilancio subiscono un incremento del 361% rispetto all’anno scorso. Nell’assestamento di bilancio 2011 erano 4,7 milioni, ora ammontano a 21,7 milioni. Sono 17 milioni in più di cause perse. I contenziosi riguardano il sistema metropolitano ferroviario regionale, annoso progetto per collegare su metro le città venete, e coinvolgono la società Net Engineering e Astaldi.
“Sono risorse di vecchi lodi che io ho ereditato e ora bisogna pagare, roba vecchissima” dice Zaia.
I derivati
Ultimo capitolo delle doleance regionali: una parte dei mutui a tasso variabile di Palazzo Balbi sono impiegati (dalla precedente giunta Galan) in derivati Collar, strumento che serve a limitare il costo del denaro verso l’alto e verso il basso.
Come dire che il detentore rinuncia a una parte delle opportunità di guadagno in cambio di una riduzione del costo del premio. “In sostanza dal 2009 a oggi la Regione ha perso 28 milioni di euro” chiosa Ruzzante: “Certo, Zaia se li è ritrovati sul tavolo già fatti, ma tante altre Regioni quando si sono accorte che non funzionavano hanno rotto i contratti o sono ricorsi al Tar”.
Anche su questo il governatore veneto ha qualcosa da dire: “La comunicazione sui giornali ora l’hanno fatta attraverso Il Fatto quotidiano, ma se vengono in aula con le cifre ne parliamo serenamente, se ci saranno provvedimenti da prendere li prenderemo”.
Sarà , per intanto nel bilancio c’è un taglio di 56 milioni delle spese per il sociale. “Pagheranno più di tutti i cittadini che hanno più bisogno di essere aiutati” chiosa l’opposizione.
Erminia della Frattina
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Marzo 12th, 2012 Riccardo Fucile
LO STATO NON RISPETTA LE SCADENZE, MA NEPPURE I PRIVATI: SONO 124 I GIORNI IN MEDIA DI RITARDO E LE AZIENDE FALLISCONO
Se l’Italia fosse la Spagna, le strade delle nostre città sarebbero invase dai cobrador del frac, i riscossori in frac, inviati dall’omonima agenzia privata specializzata in crediti difficili che ha inventato un originale sistema di riscossione che nella crisi è diventato un business di tutto rispetto con più di 1.200.000 pratiche chiuse.
La ricetta è semplice e si basa sul forte senso dell’onore spagnolo: il riscossore, in frac o, nelle sue evoluzioni, travestito da Zorro, da pantera rosa, da monaco o da scozzese avvicina il debitore in un luogo pubblico e gli chiede a gran voce il motivo del mancato pagamento inseguendolo anche per 24 ore di fila.
In casi estremi si arriva alla pubblicazione della morosità sui giornali o alla comunicazione della vergogna ad amici e parenti.
Il successo è garantito e il cobrador incassa la metà della riscossione.
Ma l’Italia non è la Spagna.
Primo perchè i profili legali di una strategia simile nel nostro Paese sono discutibili, secondo perchè una delle categorie più colpite dai ritardi nei pagamenti, quella dei liberi professionisti che a livello comunitario nel 2011 ha sofferto della più alta percentuale di perdita su crediti (4,5 per cento rispetto ad una media del 2,7 per cento e in in forte peggioramento sul 2010), è molto restia a qualsiasi forma di riscossione dei crediti.
“Il tema è molto delicato — spiega al Fatto Quotidiano un consulente che preferisce restare anonimo — perchè si tratta di scegliere tra l’incasso comunque incerto e il rischio di perdere un cliente magari prestigioso e, proprio per questo, fonte di altri contratti.
Ora se mi pagano a 180 giorni festeggio e l’unica forma di tutela è la clausola sugli interessi legali legati ai ritardi, che dalle prime avvisaglie della crisi, nel 2008, viene esplicitata in tutti i contratti”. Il riferimento è al decreto legislativo del 2002 che recependo una direttiva comunitaria impone il pagamento degli interessi ai creditori nella misura del tasso Bce aumentato di sette punti percentuali, per un totale che attualmente è pari all’8 per cento.
Il punto però è che spesso è lo stesso creditore-consulente a non avvalersi dei suoi diritti e, anzi, ad accontentarsi di una parte del credito sotto la minaccia del rischio fallimento del cliente, che renderebbe ancora più difficile se non impossibile, ma sicuramente onerosa, la riscossione.
E, numeri alla mano, il rischio non è così peregrino se si pensa che soltanto a Milano il Tribunale fallimentare nel 2012 si è già pronunciato su oltre 200 procedure concorsuali, decretando il fallimento dell’impresa in 195 casi, 21 dei quali nella prima settimana di marzo.
Molto probabile che tra queste si annidino fornitori che sono rimasti strozzati tra le difficoltà di accesso ai finanziamenti bancari e la mancata riscossione dei crediti.
Gli ultimi dati della multinazionale del recupero crediti Intrum Justitia evidenziano per tutta l’Europa un ammontare delle perdite sui crediti di 312 miliardi di euro (+2,7 per cento sul 2010), con l’Italia che si è posizionata tra i Paesi ad alto rischio dietro a Spagna e Ungheria a loro volta superate dai rischiosissimi Grecia, Portogallo, Cipro e Repubblica Ceca.
L’Italia è in testa alla classifica dei ritardi con ben 124 giorni medi contro i 23 della virtuosa Finlandia e i 52 della media europea.
Dato che nel caso dei rapporti tra imprese, cioè le forniture, si attesta intorno ai 103 giorni, solo 7 in meno della Grecia, mentre la perdita media sui crediti nel nostro Paese l’anno scorso si è aggirata intorno al 2,6 per cento del fatturato per un controvalore di 40,88 miliardi.
La situazione, poi, non va migliorando, se il 53 per cento delle aziende prevede un aumento del rischio.
Del resto la strategia dilatoria del gruppo Marcegaglia non è un unicum nazionale tanto da avvicinare almeno su un fronte il presidente di Confindustria e l’ad della Fiat Sergio Marchionne i cui fornitori italiani giustificano alcune scelte sindacalmente discutibili riferendo di attese sui pagamenti dal Lingotto vicine ai 200 giorni, come riferiscono dalla Fiom, mentre il bilancio 2011 di Fiat spa indica in 16,4 miliardi i debiti commerciali globali del gruppo.
Tutto lavoro, quindi, per i riscossori del credito, che in Italia sono oltre 1250, e che già nel momento clou della prima fase della crisi, tra il 2008 e il 2009, avevano registrato una crescita dei ricavi del 19 per cento avvicinandosi a 500 milioni.
Quanto ai loro clienti, secondo i dati dell’associazione di categoria, l’Unirec, a inizio 2011 il 51,6 per cento delle pratiche proveniva da utilities e società di telecomunicazioni che sono sempre più in difficoltà per le bollette non pagate.
Giovanna Lantini
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Marzo 12th, 2012 Riccardo Fucile
ACCORDO VICINO SU CASSA INTEGRAZIONE, SUSSIDI E APPRENDISTATO… RIMANE IL NODO DELL’ART. 18: IL GOVERNO PENSA DI ELIMINARE IL REINTEGRO OBBLIGATORIO IN CASO DI LICENZIAMENTI PER MOTIVI ECONOMICI
Riforma del lavoro: si riparte. Oggi, il vertice fra governo e parti sociali potrebbe portare ai primi
risultati, anche perchè il tempo stringe (Monti ha confermato l’intenzione di chiudere la partita entro il 25 marzo) e alcuni nodi si vanno sciogliendo.
Quello delle risorse innanzi tutto.
Per garantire il nuovo meccanismo di ammortizzatori sociali che entrerà in vigore dal 2017 servono coperture.
Il governo le avrebbe trovate (due miliardi circa) attingendo ai risparmi che si otterranno dalla riforma delle pensioni.
Il Tesoro, che voleva destinarli solo al risanamento, si sarebbe ora convinto a metterli sul tavolo: “Me li hanno promessi”, ha detto il ministro del Lavoro Elsa Fornero.
Il piano dunque si delinea: oltre alla cassa integrazione ordinaria (prevista per difficoltà temporanee) resterà in vigore anche quella straordinaria, ma sarà concessa solo in caso di ristrutturazioni, non più in caso di cessazione aziendale come finora previsto.
Dal 2017 scomparirà la mobilità , ma continuerà ad essere versato l’assegno di disoccupazione.
Ma se sul piano degli ammortizzatori la trattativa procede e su quella dei contratti e dell’apprendistato sembra arrivata a buon punto (il governo sarebbe intenzionato a “stringere” oggi stesso), resta da risolvere il nodo dell’articolo 18 e della flessibilità in uscita.
Il tema non sarà affrontato nel vertice di questo pomeriggio, ma nei prossimi giorni il ministro Fornero dovrebbe procedere con incontri bilaterali.
L’idea sulla quale il governo sta lavorando è quella di estendere l’indennizzo (senza l’obbligo di reintegro sul posto di lavoro) anche ai casi di licenziamento economico (legato a crisi in atto). Una versione più rigida potrebbe prevedere il solo indennizzo, e non la riassunzione, anche in caso di licenziamento per motivi disciplinari (per esempio assentesimo).
Già si sa che se Cisl e Uil sono disposte ad aperture, la Cgil non accetterà mai modifiche di questa portata. I possibili scenari, a quel punto, sarebbero due: la Camusso non firma la parte riguardante l’articolo 18 (ma Cisl e Uil non saranno favorevoli ad assumersi da soli il peso delle nuove regole).
Oppure le parti sociali non saranno chiamate a firmare il punto, ma esprimeranno solo il loro parere.
D’altra parte il governo ha sempre precisato che, con o senza sindacati, la riforma si farà .
Apprendistato
Via alla certificazione per evitare gli abusi
E’ il capitolo sul quale sarà più facile trovare l’intesa, visto che sia le imprese che i sindacati già concordano sul fatto che il contratto d’apprendistato debba diventare – per i giovani – la forma d’ingresso prevalente nel mondo del lavoro.
Questo pomeriggio il tema sarà all’ordine del giorno del vertice convocato al Ministero del Lavoro con le parti sociali. Il governo è intenzionato a potenziare questa forma di contratto, purchè al lavoratore sia effettivamente data una formazione che gli consenta di maturare professionalmente.
Per evitare che l’azienda utilizzi questa formula solo per risparmiare potrebbe essere quindi inserito l’obbligo di certificazione della formazione fornita.
Il ministro Fornero ha più volte parlato di “tolleranza zero” verso l’uso improprio dell’apprendistato.
Di fatto l’azienda che assume un apprendista ottiene benefici contributivi e ha la possibilità di inquadrare il dipendente due livelli sotto il grado effettivamente spettante.
Se poi l’impresa, alla fine del periodo di apprendistato, assumerà definitivamente il lavoratore potrà godere di ulteriori “sconti”.
Secondo i dati di Confartigianato oggi gli apprendisti sono oltre 530 mila, nel lavoro dipendente il 19,5 per cento dei giovani già entra in azienda grazie a questo contratto.
Ammortizzatori
Sì alla Cig straordinaria per le ristrutturazioni
È uno dei capitoli centrali del piano e i punti fermi sono due: la riforma degli ammortizzatori sociali entrerà in vigore solo nel 2017 e per vararla necessita di coperture economiche.
La convocazione di oggi nasce proprio dal fatto che il governo avrebbe trovato i fondi: il Tesoro sarebbe disposto a mettere sul tavolo circa di 2 miliardi, finanziati attraverso la riforma delle pensioni.
I risparmi ottenuti grazie alla nuova previdenza sono infatti notevoli: 6 miliardi saranno già disponibili dal 2013, circa 23 entro il 2017.
Il governo – su richiesta del ministro Fornero – di sarebbe convinto di stornarne una quota vantaggio degli ammortizzatori.
Le aziende e i lavoratori continueranno a versare la loro parte di contributi: per le medie-grandi imprese poco cambierà (anche perchè dal 2017 non pagheranno più lo 0,30 per cento sul monte salari a copertura della mobilità ), le piccole invece (chiamate ora contributi minimi) dovranno gradualmente versarne di più.
Quanto agli strumenti adottati, oltre alla cassa integrazione ordinaria (utilizzata in caso di difficoltà temporanea) resterà in vigore anche quella straordinaria.
Sarà però limitata rispetto al modello attuale: le aziende potranno accedervi solo in caso di ristrutturazione, non più in caso di cessazione.
Dal 2017 scomparirà la mobilità e resterà l’assegno di disoccupazione.
Contratti
Scoraggiati quelli precari, stop alle finte partite Iva
Assieme all’apprendistato, è uno dei punti sui quali il governo intende chiudere in fretta la partita, possibilmente oggi stesso.
Parte degli obiettivi è già condivisa: le formule contrattuali sono troppe, va limitato l’uso di quelle improprie e va resa più costosa la flessibilità in entrata.
Nel mirino ci sono soprattutto le false collaborazioni (che spesso nascondono rapporti esclusivi) e le partite Iva fittizie (quando il dipendente, per svolgere l’incarico continuativo, è praticamente costretto ad aprirne una).
Si tratta di formule utilizzate soprattutto nel campo dei servizi e sono definite, in questi casi, d’entrata “cattiva”, perchè non assicura tutele e prospettive occupazionali ai lavoratori che invece ne avrebbero maturato il diritto.
Per evitare il ricorso a queste formule “mascherate” si parla di intensificare i controlli nelle aziende e di eliminare la monocommittenza.
Resta però da risolvere il problema dei disincentivi: come rendere più costosa la flessibilità in entrata, “buona” o “cattiva” che sua?
Ai sindacati l’idea di un costo aggiuntivo (anche a vantaggio del salario)piace molto, le aziende invece sono contrarie a qualsiasi introduzione di costi-extra.
Chiedono semmai di facilitare l’utilizzo della somministrazione, eliminando alcune clausole che ne vincolano il ricorso.
Articolo 18
Obbligo della riassunzione solo nelle discriminazioni
Resta il punto più difficile della trattativa, tanto che il vertice di oggi non lo affronterà . Sull’articolo 18 la spaccatura resta, anche se il governo sta lavorando ad un compromesso.
Nei prossimi giorni il ministro Fornero approfondirà il tema in confronti bilaterali, ma la soluzione che sta prendendo piede è quella di mantenere la norma dello Statuto dei lavoratori, cambiandola.
In un punto però essenziale: l’intenzione è quella di prevedere l’indennizzo – senza reintegro sul posto di lavoro – anche in caso di licenziamento per motivi economici, ovvero per crisi in atto. Si parla anche di una versione più rigida e di un possibile risarcimento senza riassunzione esteso ai licenziamenti per motivi disciplinari (assenteismo prolungato per esempio).
Se così fosse l’articolo 18 e l’obbligo di reintegro da parte dell’impresa resterebbe valido solo per licenziamenti legati ad atti discriminatori.
Le aziende sono chiaramente d’accordo, possibili aperture da Cisl e Uil, chiusura totale della Cgil. Gli scenari possibili diventerebbero due: la Cgil non firma questa parte della riforma, gli altri sindacati sì (ma Cisl e Uil non sarebbero contenti di condividere da soli la parte più ostica della riforma).
Oppure il possibile escamotage: le parti sociali non saranno chiamate a firmare, semplicemente esprimeranno un giudizio.
Luisa Grion e Roberto Mania
(da “La Repubblica“)
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Marzo 11th, 2012 Riccardo Fucile
BEN 1.082.000 GLIM IMMOBILI MAI DENUNCIATI, 817 MILIONI DI RENDITA CATASTALE, 472 MILIONI DI TASSE ANNUALI EVASE
Un tesoretto inaspettato da 2 miliardi di euro, ben nascosto in un milione e 82 mila immobili fantasma, scovati e riportati alla luce del Catasto (e del Fisco) da un’azione capillare e super-tecnologica dell’Agenzia del territorio.
Mille persone, otto mesi di lavoro sul campo, per indagare 818 mila particelle, ovvero pezzetti di terreno su cui negli anni si è costruito in totale libertà , a cui aggiungere quelle relative ai contribuenti che si sono autodenunciati entro lo scorso aprile.
Risultato: individuati oltre un milione di fabbricati totalmente sconosciuti che valgono 817 milioni di euro di rendita catastale e 472 milioni di tasse per l’anno in corso (tra Imu, cedolare secca, imposta di registro).
Considerati gli arretrati (fino a 5 anni di retroattività per le tasse non pagate), il tesoretto potrebbe davvero centrare quota 2 miliardi di euro.
Entro giugno, poi, il lavoro sarà completato, fino alla quota record di 2,2 milioni di particelle resuscitate.
Tasse comprese.
Il metodo è quasi banale: sovrapporre le ortofoto aeree ad alta risoluzione del territorio italiano alla cartografia catastale.
E poi segnare con un puntino rosso i tetti che prima non c’erano.
Scovare i fantasmi del mattone è nient’altro che il frutto di questa operazione.
Nella pratica, un enorme lavoro.
Tecnologico, innanzitutto: la Agea (Agenzia per le erogazioni in agricoltura) ha messo a disposizione, gratis, le foto all’Agenzia del territorio, che però ha dovuto adeguare la propria cartografia, un tempo solo cartacea, ora “vettorializzata”, ovvero digitalizzata ad altissima risoluzione.
E lavoro pratico, poi: mille uomini dell’Agenzia in giro a svelare le incongruenze dei due scatti.
I RISULTATI
Nel mirino sono entrate oltre 2,2 milioni di particelle (pezzetti di terreno), identificate nel 2011 come sospette, di cui 1,8 milioni già controllate (le restanti lo saranno entro giugno), anche grazie a più di un milione di contribuenti che si sono autodenunciati al 30 aprile dello scorso anno.
Se si escludono le particelle che non richiedono di essere accatastate (spianate, ruderi, case in corso di costruzione) e quelle che i tecnici dell’Agenzia non sono riusciti a controllare perchè inaccessibili (costruzioni con mura di cinta alte, parchi, cancelli, alberi), l’intera operazione ha portato alla luce un milione e 81 mila immobili fantasmi, inesistenti per la banca dati del Catasto e a Fisco zero. I proprietari non hanno mai versato un euro di tasse.
TIPOLOGIE DI IMMOBILI
Un terzo delle nuove strutture (34%) è costituito da abitazioni e quasi un terzo (31%) da magazzini. Il resto si divide tra autorimesse (18%) e “altro” (17%).
La categoria “altro” è molto interessante anche perchè ad essa fa capo il 72% della nuova rendita catastale rilevata (tra definitiva, in quanto autodenunciata, e presunta), ovvero 585 su 817 milioni totali.
Un importo rilevante, spiegabile proprio perchè dentro “altro” ci sono stabilimenti industriali, uffici e negozi.
CHI NASCONDE DI PIÙ
Nella classifica delle Province e Regioni con più “fantasmi” vince Bari per i magazzini (13.003), Cosenza per le abitazioni (18.801), Cuneo per “altro” (12.817), Perugia per le autorimesse (6.502), Napoli come Provincia sul totale (37.519), la Sicilia come Regione (153.276), Trapani come rendita catastale totale (88,5 milioni di cui 85 in “altro”), Salerno per le particelle ancora da verificare (42.788).
Un’Italia che appare spaccata in due: al Nord più capannoni e negozi, al Sud più case.
LE PREVISIONI DI GETTITO
Il Dipartimento delle Finanze stima che la maggiore rendita catastale, ora regolarmente iscritta (817,39 milioni), determinerà per quest’anno un gettito aggiuntivo di circa 472 milioni di euro, così diviso: 356 milioni ai fini Imu (anche sulla prima casa), 110 milioni da Irpef e cedolare secca (affitti), 6 milioni dall’imposta di registro su canoni di locazione.
A questo importo, quasi mezzo miliardo, vanno aggiunte le somme recuperabili in modo retroattivo, fino a 5 anni, a meno che il proprietario non dimostri che l’immobile ex-fantasma esiste da meno tempo. La cifra di 2 miliardi totali, un vero e proprio tesoretto, non è considerata del tutto peregrina.
IL RUOLO DEI COMUNI
Pagate le tasse dovute, spetterà ai Comuni esprimersi sulla regolarità delle nuove costruzioni e decidere se abbattere o condonare le irregolari. A Roma, scovate 32 mila strutture in tutto (di cui 12.711 case), a Milano 12 mila (3.701 case), a Napoli 37 mila (17.849 case).
Questi «straordinari risultati», ha commentato Gabriella Alemanno, direttore dell’Agenzia del territorio, «sono stati resi possibili per effetto di soluzioni organizzative e tecnologie innovative mai utilizzate prima».
Valentina Conte
(da “La Repubblica”)
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Marzo 10th, 2012 Riccardo Fucile
PARLA UN ARCHITETTO “SCARICATO”… SOSPETTI SUL CANTIERE DELLA NUOVA AUTOSTRADA BRESCIA-BERGAMO-MILANO: “OCCORRE CAMBIARE L’ARCHITETTO”
Architetto, possiamo leggerle un verbale d’interrogatorio? 
Angelo Lonati, 57 anni, capelli lunghi e jeans, apre la porta dello studio super-ecologico, nelle verdi e piatte campagne di Groppello d’Adda.
E ascolta le parole di un imprenditore ai magistrati milanesi: “Il sindaco Sala (Edoardo, ex dc, ora pdl, inquisito e sommerso da indizi) ci aveva imposto, in buona sostanza, che per l’approvazione del progetto era necessario abbandonare l’architetto Lonati… “.
Lonati, a sentire il suo nome, impallidisce.
Proseguiamo la lettura: abbandonato lui e altri professionisti di Cassano d’Adda, questi imprenditori dovevano rivolgersi “all’architetto Ugliola.
Pur di vedere realizzato il nostro progetto – si legge nel verbale – acconsentimmo all’imposizione del sindaco”.
Ma in un incontro successivo la “trattativa prese una piega inaspettata”: per realizzare il progetto “era necessario elargire denaro”.
“Finito?” domanda Lonati, e maschera l’amarezza dietro un sorriso: “Un po’ lo immaginavo, ma apprenderlo così, nero su bianco, mi fa effetto. Hanno lavorato per tagliarmi fuori, all’improvviso non s’è fatto più vivo nessuno”.
Mostra cartine e foto: “Il Linificio Canapificio Nazionale era una fabbrica famosa, con la corderia più lunga d’Europa, tanto sono state fatte lì le cime per l’Amerigo Vespucci, che erano lunghe 480 metri. Ora è un’area dismessa, bellissima, io sono nato a Cassano e so che lì si gioca il futuro della nostra cittadina. Il 21 dicembre 2004 il Comune l’aveva approvato, ma poi… “.
Il documento è facile da trovare: tra i firmatari a favore c’era Sala, che poi, diventato sindaco, rema contro.
C’è una questione cruciale da non tacere.
In questa zona della metropoli che arriva sino a Segrate approderà la nuova Bre-Be-Mi, l’autostrada nuova tra Milano e Brescia.
Forse qualcuno ricorderà Piero Di Caterina, della Caronte, come l’accusatore principale di Filippo Penati, ds.
Ma Di Caterina aveva raccontato anche di una mazzetta al sindaco di Segrate, Adriano Alessandrini, pdl: 40 mila euro in un cesto d’alta gastronomia, tra caviale e champagne.
Reale o inventato che sia quel “contributo”, chi oggi va in giro per le sette frazioni di Segrate sente parlare soprattutto di “terreni” che cambiano destinazione d’uso.
Che da agricoli diventano edificabili. E andando in giro tra la statale rivoltana e la paullese, gli operai dei cantieri confermano che fervono iniziative per i nascenti centri commerciali, quelli che il bresciano Franco Nicoli Cristiani, arrestato per una mazzetta consegnata nel ristorante Da Berti, auspicava.
Qui si capisce meglio perchè i magistrati parlino di un sistema Pdl-lega.
Ieri abbiamo pubblicato parte dei verbali esplosivi dell’architetto-mazzetta Michele Ugliola, in cui ammette “sei o sette buste” piene di denaro consegnate durante il 2008 nell’ufficio del presidente del consiglio regionale, il leghista Davide Boni.
Pare interessante apprendere che il primo lavoro eseguito da Ugliola a Cassano sia l’ampliamento della Casa di riposo.
Quando? “Ma quando è sindaco un leghista. E adesso, quando il sindaco è diventato l’ex dc Edoardo Sala, dilagava”, dice un consigliere comunale.
Se Ugliola sembrava un anello di congiunzione tra Franco Nicoli Cristiani, allora assessore alle attività produttive, e Davide Boni, allora assessore al Territorio, le sue tracce non sono chiare.
Però si scopre che anche ad un altro imprenditore di Cassano fosse stato chiesto di mollare quell’architetto Lonati.
A differenza dei primi, quelli del Linificio, non accetta.
Si chiama Battista Benigni e credeva – ex presidente del Monza e vice dell’Atalanta – di avere le spalle forti.
Voleva che tutti i lavori del suo albergo fossero firmato da Lonati.
Risultato: “So che sono venuti qui, ma per favore non mi chieda chi, e gli hanno fatto una “tirata”.
Il principale – racconta uno che lavora con lui – credeva esagerassero, ma il tempo passa e ancora non gli danno l’agibilità dell’ultimo piano. Ha sanato, pagato, era tutto condonato, niente da fare, resta inagibile”.
Questo è anche il potere della tangente: cancella la meritocrazia (Lonati) e aggiunse sopruso a sopruso (l’albergo inagibile).
Ugliola, carneade dell’architettura, gran parlatore, aveva dunque un potere misterioso in Lombardia.
Perchè, altrimenti, dargli un bell’incarico di consulenza all’Aler, e cioè dell’ex istituto case popolari di Milano, con tanto di ufficio interno? Non è cosa da poco, Aler: è uno dei più giganteschi proprietari immobiliari d’Europa, conta moltissimo.
Solo nel 2010, quando i “boatos” cominciavano a sentirsi, l’attuale presidente Loris Zaffra, ex socialista, ora pdl, gli ha chiuso questa consulenza.
Se l’era trovato già lì (sempre dai tempi della Lega).
E Aler non ha solo caseggiati, ha anche terreni. E quello dei terreni, in questa zona tra Milano e Bergamo, così dicono, viene considerato “l’affare” del nuovo millennio. Altro che Expo.
Piero Colaprico
(da “La Repubblica“)
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Marzo 10th, 2012 Riccardo Fucile
I “SAGGI” OPTANO PER IL FONDATORE DELLA MAPEI COME SUCCESSORE DELLA MERCEGAGLIA, IL 22 IL VOTO IN GIUNTA….”CAMPAGNA DI VELENI” DENUNCIA MONTEZEMOLO
Giorgio Squinzi, sessantanovenne fondatore della Mapei, sarà , salvo sorprese dell’ultimo
minuto, il successore di Emma Marcegaglia alla presidenza della Confindustria.
I tre saggi (Luigi Attanasio, Antonio Bulgheroni e Catervo Cangiotti) hanno terminato di consultare la base e i membri della Giunta confindustriale e il risultato che informalmente hanno confidato ad alcuni imprenditori sarebbe inequivocabile: 105 voti per Squinzi, 47 per il suo concorrente Alberto Bombassei, presidente della Brembo.
I giochi, dunque, sembrerebbero chiusi.
Eppure la campagna elettorale prosegue perchè Bombassei è convinto che il risultato finale nel segreto dell’urna possa essere diverso.
I più stretti collaboratori del patron della Brembo parlano di un testa a testa e contestano la stessa attendibilità dei numeri in mano ai saggi.
«Vedremo come andrà il voto», dicono. Tanto più che gli industriali veneti, seppur con diversi distinguo, si sono schierati a maggioranza con Bombassei.
Di certo Bombassei ha superato l’asticella del 15 per cento dei voti assembleari, quota che gli permette di presentarsi al giudizio dei 187 membri (in media sono però presenti non più di 170) della Giunta convocata per il 22 marzo per la designazione del prossimo presidente della lobby degli industriali.
Il 19 aprile ci sarà l’illustrazione del programma e della squadra e il 23 maggio l’elezione da parte dell’assemblea privata.
Il giorno dopo la prima assemblea pubblica del nuovo presidente.
Ancora una decina di giorni, dunque, per concludere una disputa tra le più aspre nella storia della Confindustria e che forse, anche così, rimarca la fase di crisi profonda di rappresentatività dell’associazione di Viale dell’Astronomia.
L’ha riconosciuto ieri l’ex presidente degli industriali Luca di Montezemolo che con alcuni interlocutori ha parlato di una campagna fatta «a colpi di finte notizie e di veleni».
Montezemolo, che è stato tra i supporter di Bombassei, si è detto personalmente «molto infastidito» per essere stato più volte tirato dentro lo scontro: da ultimo con la notizia – non confermata – di un suo pressing perchè Bombassei si ritirasse.
Difficile, ma non ancora impossibile, un accordo tra i due schieramenti.
Si vedrà , ma intanto è partito il “toto vicepresidenti” per quella che potrebbe essere la squadra di Squinzi (sostenuto pure dalla Marcegaglia) nel caso il voto della Giunta confermasse i numeri in possesso dei tre saggi.
Il braccio destro di Squinzi dovrebbe essere Aurelio Regina, presidente di Unindustria di Roma e delle altre province laziali, che è stato uno dei protagonisti della campagna elettorale.
Regina è in pole position per la delicata delega alle relazioni industriali. In campo dovrebbe entrare anche Fulvio Conti, amministratore delegato dell’Enel. Per Conti dovrebbe esserci la delega per Centro studi.
Con Conti non ci sarà posto per Paolo Scaroni, ad dell’Eni, che all’ultimo ha scelto Squinzi dopo un iniziale parziale endorsement per Bombassei.
Per rappresentare le regioni del Mezzogiorno si fa il nome dell’industriale anti-mafia Ivan Lo Bello, anche se l’interessato sembra abbia altre ambizioni.
Nella lista ci sono pure Antonella Mansi, ex presidente degli industriali toscani, e Gaetano Maccaferri, leader degli imprenditori dell’Emilia Romagna.
Non è ancora detto che ci sarà un posto per un rappresentante del Veneto.
Nel caso il nome più gettonato è quello di Andrea Bolla, presidente della Confindustria di Verona.
Poi bisognerà capire se, oltre a Squinzi, ci sarà spazio per un altro esponente dell’Assolombarda, la più potente territoriale di Confindustria.
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Marzo 9th, 2012 Riccardo Fucile
LA COMPAGNIA IRLANDESE LEADER SUL MERCATO: IL REGIME FISCALE DI DUBLINO GARANTISCE AL VETTORE QUALCHE VANTAGGIO…. DALLA COPERTURA DEI PICCOLI AEROPORTI ALLA COSTANTE CRESCITA DELLA CLIENTELA
Michael O’Leary, numero uno di Ryanair, era pronto a scommetterci già nel 2010: «Siamo vicini al sorpasso su Alitalia, presto diventeremo la prima compagnia italiana». Due anni fa il colpaccio non arrivò per un pugno di passeggeri, 55mila in meno.
Ma col 2011 la profezia del manager irlandese si è avverata e il gigante low cost ha messo la freccia e superato il vettore tricolore di 3 milioni di passeggeri.
Secondo i dati resi noti ieri da Melisa Corrigan, il direttore vendite e marketing del gruppo, lo scorso anno «Ryanair è diventata la compagnia aerea più grande d’Italia, con 28,1 milioni di passeggeri contro i 25 milioni dichiarati da Alitalia».
Un successo che, a sentire la campana irlandese, è tutto frutto di una politica dinamica e aggressiva su prezzi e numero di rotte servite.
Secondo la concorrenza però, il successo della compagnia dell’arpa celtica sarebbe pure dovuto ad una spregiudicata politica di sovvenzioni pubbliche ricevute dagli enti locali, oltre che da un regime di fiscalità (irlandese) molto più favorevole rispetto a quello italiano.
Due questioni su cui O’Leary dovrà a breve rispondere: il Fisco italiano ha già bussato alla porta del vettore irlandese chiedendo conto di 350 milioni di euro di imposte non versate all’erario tra il 2005 e il 2009.
Inoltre la direzione provinciale del lavoro di Bergamo ha recentemente contestato alla linea aerea irlandese il mancato pagamento di contributi per 12 milioni: Ryanair, secondo l’accusa, verserebbe in Irlanda le “marchette” dovute ai 650 dipendenti che lavorano in Lombardia e usufruiscono del sistema sanitario nazionale.
Un tema caro ai sindacati di categoria, da tempo sul piede di guerra: «Il primato di Ryanair in Italia risiede esattamente nella competizione scorretta e truccata, da sempre tollerata nel nostro Paese a differenza di ciò che è accaduto nel resto d’Europa» dice il segretario nazionale della Filt Cgil, Mauro Rossi, «il governo, l’Inps e l’Agenzia delle Entrate dovrebbero svegliarsi dal letargo e chiedere a Ryanair il rispetto della legge che tutti in Europa le hanno imposto. In particolare – spiega Rossi – in merito alla completa evasione fiscale e contributiva perpetrata ai danni del nostro Paese e dei lavoratori italiani impiegati da Ryanair».
Anche il “regolatore” nazionale Enac, per bocca del suo presidente Vito Riggio, pone l’accento sul tema della contribuzione e del Fisco: «Che Ryanair diventasse la prima compagnia in Italia era nelle cose ma l’Europa si deve porre un problema di competizione a condizioni non eque, visto che Ryanair non applica contratti italiani e paga tasse meno onerose in Irlanda».
In ogni caso O’Leary si gode questo sorpasso tra le nuvole del Bel Paese – dopo quello ormai consolidato nei cieli d’Europa – e punta ad alzare il proprio obiettivo ad una quota ancor più elevata: Ryanair anche nel 2012 cercherà di consolidare il primato italiano: l’obiettivo è la quota record di 30 milioni di passeggeri.
A Fiumicino, intanto, il colpo arriva proprio nel bel mezzo del passaggio delle consegne tra Rocco Sabelli e il suo successore Andrea Ragnetti, che sarà nominato numero uno di Alitalia entro venti giorni. il recupero della leadership non sarà facile in un anno di crisi anche se nel futuro della ex compagnia di bandiera è scritta la fusione con Wind Jet e Blue Panorama.
I due vettori low cost porteranno altri 5 milioni di passeggeri, che sommati ai 25 milioni trasportati nel 2011 dovrebbero rimettere in equilibrio la lotta per il predominio dei cieli italiani.
Lucio Cillis
(da “la Repubblica”)
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Marzo 7th, 2012 Riccardo Fucile
COSI’ LA BUROCRAZIA ITALIANA FRENA INVESTIMENTI E POSTI DI LAVORO… I VERTICI ITALIANI DELL’AZIENDA SONO A PROCESSO CON L’ACCUSA DI CORRUZIONE, FALSO E OCCUPAZIONE ABUSIVA… POLITICA DIVISA TRA FAVOREVOLI E CONTRARI AL PROGETTO
British gas rinuncia a Brindisi, al rigassificatore da 800milioni di euro che avrebbe voluto far sorgere nell’area di Capo Bianco.
A dare la comunicazione, dalle colonne del Sole 24Ore, direttamente l’amministratore delegato per l’Italia, Luca Manzella.
La società energetica inglese se ne va, dice, per la troppa burocrazia.
“Non si può pensare che una grande multinazionale blocchi un progetto per oltre undici anni. A tutto c’è un limite”.
Dunque, si apre la procedura di mobilità per i venti dipendenti pugliesi, perchè “la casa madre, delusa e scoraggiata dal prolungarsi all’infinito del braccio di ferro con le autorità italiane e nonostante i 250milioni di euro già spesi, ha deciso di riconsiderare dalle fondamenta la fattibilità dell’investimento”.
“Quello che possiamo fare è cercare di fare in modo che le procedure di autorizzazione dei progetti di investimento avvengano in tempi brevi- ha commentato Corrado Clini, ministro dell’Ambiente- ma è una decisione della British gas, non è nostro mestiere quello di procacciare opportunità di investimento per le imprese”.
Il parallelo che il colosso britannico fa è con il rigassificatore gemello costruito in Galles.
Lì cinque anni per ottenere autorizzazioni e far entrare già in funzione l’impianto.
Qui undici anni di procedure mai concluse, con una valutazione di impatto ambientale che si è aperta nel luglio 2010 e non è stata ancora portata a compimento.
Quel che non si dice, però, è cosa ha segnato quegli undici anni: un’inchiesta per un giro di tangenti, il sequestro del cantiere, una procedura di infrazione aperta a carico dello Stato italiano da parte dell’Unione Europea.
Di più. Quel che viene sottaciuto è che si è ad un passo dall’ultima udienza del processo di primo grado che ha come imputati i dirigenti della British Gas e della società figlia, la Brindisi Lng.
Si terrà proprio venerdì 9 marzo, infatti, presso il Tribunale di Brindisi. Per il 16 marzo, invece, è attesa la sentenza, su cui pesa la richiesta, avanzata dal pm Giuseppe De Nozza, di confisca dell’intera area di Capobianco, una colmata presumibilmente fuori legge su un’area demaniale.
Al centro della bufera giudiziaria, infatti, è finito l’intero iter che ha portato, nel 2003, al rilascio del decreto autorizzativo da parte dell’allora governo Berlusconi.
È in seguito alle indagini della Digos e della Guardia di Finanza, su delega della procura di Brindisi, che si è giunti, nel febbraio 2007, agli arresti del presidente di British Gas Italia, Franco Fassio, di due manager, dell’ex primo cittadino Giovanni Antonino e dell’agente marittimo Luca Scagliarini.
Questi ultimi, secondo l’accusa, sono i destinatari di mazzette ricevute dalla società inglese in cambio del rilascio dei permessi.
Per tutti, comunque, si è proceduto per i reati di corruzione, falso e occupazione abusiva di area demaniale marittima.
A ricordare il particolare è il presidente della Regione Puglia, Nichi Vendola: “Devo ricordare sommessamente che questa vicenda è attualmente interessata da un procedimento penale proprio a causa di alcune presunte irregolarità . Se la British Gas ha avuto problemi con l’insediamento dell’impianto di rigassificazione nel porto di Brindisi — ha detto — questi non sono dipesi certamente dalla lentezza della macchina burocratica, bensì dalla pretesa della British di eludere le procedure di valutazione ambientale e di imporre un luogo da sempre e da tutti giudicato inidoneo. Una scelta quindi compiuta, caparbiamente, contro la sensibilità della comunità e contro tutti i pareri formali degli enti locali coinvolti: comune, provincia, regione. Una strada impervia e prepotente”.
Certo, la coincidenza delle date e la prossimità alla chiusura del processo non sfuggono ai movimenti ambientalisti locali.
“Se questo è un colpo di teatro, Bg sappia che non sortirà effetti. E se l’intenzione è quella di provocare tensione e pressione sul governo e sui giudici, questo non è il modo”.
Doretto Marinazzo, portavoce di Legambiente Brindisi, non si fida. “Oltre alla vicenda giudiziaria — dice — l’amministratore delegato Manzello ha dimenticato di dire pure che sul procedimento insiste una procedura di infrazione da parte dell’Unione Europea per la violazione di due direttive, quella sulla Valutazione di impatto ambientale e quella sulla consultazione popolare, entrambi passaggi previsti per legge ma poi saltati. È questo che ha comportato la riapertura dei termini per una nuova valutazione”.
Che la vicenda abbia i suoi risvolti e le sue implicazioni nazionali e internazionali è un dato di fatto.
E non è un mistero neppure l’interessamento diretto del governo britannico.
“Il primo ministro inglese Blair voleva che si facesse il rigassificatore a Brindisi e il presidente del consiglio Berlusconi si era impegnato personalmente a che la richiesta del collega inglese andasse a buon fine. Berlusconi aveva garantito che non ci sarebbero stati ostacoli nel realizzare a Brindisi l’impianto, ma io ritenevo che fare il rigassificatore lì fosse un’assurdità perchè nel territorio c’erano già due centrali a carbone e un petrolchimico”.
È questa una delle dichiarazioni più scottanti rese nel corso del processo, quella di Franco Tatò, dal 1996 al 2002 amministratore delegato dell’Enel, che stava valutando la possibilità di approvvigionare questo combustibile per la vicina centrale di Cerano.
Ora che British Gas ha sbattuto la porta, tuttavia, sul territorio non tutti la pensano allo stesso modo.
“E’ stata una battaglia vinta perchè la città non voleva l’impianto costruito in quel sito, ma è un’occasione persa sia per l’investimento così importante che per i tanti posti di lavoro”, sottolinea il presidente della Provincia Massimo Ferrarese.
Tuonano invece le associazioni delle piccole imprese e la Claai degli artigiani: “E’ il fallimento di un’intera classe politica. L’aver impedito la realizzazione del rigassificatore chiama in causa sia le responsabilità dei governi nazionali, ma soprattutto quelle dei governi locali, che sono stati al carro di sparuti gruppi sedicenti ambientalisti, che non hanno mancato di strumentalizzare quella battaglia per altri fini meno nobili”.
Altri dieci giorni e sarà il tribunale a stabilire, a questo punto, chi ha ragione.
Tiziana Colluto
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Marzo 4th, 2012 Riccardo Fucile
CIFRE E TESI A CONFRONTO TRA DUE ESPERTI CONTRARI E DUE FAVOREVOLI ALL’OPERA
Ma vale davvero la pena di spendere un numero imprecisato di miliardi di euro per la nuova linea ferroviaria Torino-Lione?
Per farci un’idea al di là di slogan e artifici retorici abbiamo messo a confronto dati e argomenti di due esperti contrari all’opera (Marco Ponti, docente di Economia dei Trasporti al Politecnico di Milano, e Sandro Plano, ingegnere e presidente della Comunità montana della Val di Susa e Val Sangone) con quelli di due sostenitori dell’investimento (Paolo Foietta, direttore dell’area territorio e trasporti della Provincia di Torino e Oliviero Baccelli, docente di Economia dei Trasporti all’Università Bocconi di Milano).
Ecco che cosa ci hanno detto.
La prima domanda è d’obbligo: è davvero necessaria la nuova ferrovia? E a che cosa serve precisamente?
Baccelli: Serve a sanare un’anomalia del sistema di trasporto delle merci fra Italia e Francia rispetto agli altri contesti transalpini. Tra Italia e Francia il 90 per cento delle merci vanno su strada, con la Svizzera la quota di trasporto ferroviario è del 63 per cento, con l’Austria del 31 per cento. Verso la Francia, che significa anche verso Spagna e Gran Bretagna, abbiamo un interscambio commerciale di 150 miliardi di euro.
La nuova linea è per le merci o per i passeggeri?
Baccelli: Come tutti i nuovi collegamenti (è il settimo in programma sull’Arco alpino) anche questo è misto, passeggeri e merci.
È VERO CHE LA VECCHIA LINEA NON HA FUTURO?
Foietta: Sì. Ho trovato uno studio del 1908 di un certo Domenico Regis, ingegnere, che già definiva il tunnel del Frejus fatto da Cavour una “vecchia carcassa”. La sagoma della galleria è così piccola che i container oggi più usati non passano.
Poi c’è una pendenza eccessiva della salita per arrivare ai 1200 metri del vecchio tunnel. Il traffico crolla perchè per le merci andare a Parigi passando dalla Svizzera costa il 30 per cento in meno.
Plano: Vogliamo andare dal panettiere con la Ferrari e non abbiamo i soldi per comprare il pane.
Stiamo parlando di un progetto vecchio di 22 anni, partito come treno ad alta velocità pura.
Poi l’analisi del traffico passeggeri ha decretato l’insostenibilità del progetto e allora si sono tirate fuori le merci, poi ancora ci si è inventati il collegamento Lisbona-Kiev, il cosiddetto Corridoio 5.
Adesso c’è il nuovo progetto low cost, che certifica il gigantismo del progetto iniziale.
Stiamo parlando di una linea già esistente che porta meno di 4 milioni di tonnellate all’anno e potrebbe portarne fino a 20 milioni. E non si vede in prospettiva nessun aumento del traffico.
Però Foietta ha appena detto che la vecchia linea non è più tecnicamente adatta.
Plano: Ma no, ci passa anche il Tgv… Il problema è il traffico. Anche su gomma sta calando. Nel traforo autostradale del Frejus siamo passati da un picco di 895 mila Tir all’anno ai 753 mila del 2011.
Ponti: Il problema non è dire se serve o non serve. A qualcosa servirà sicuramente. Ma c’è la questione delle priorità .
I soldi pubblici sono così scarsi che si stanno tagliando i servizi sociali.
E di progetti infrastrutturali come questo ce ne sono sul tappeto un gran numero, tutti inseriti nei corridoi europei.
Cito il “terzo valico” tra Milano e Genova, la Verona-Venezia, la Napoli-Bari, la Vene-zia-Trieste, tutti giocattoli da 5-6 miliardi di euro se va bene.
Dobbiamo scegliere.
Anche la Corte dei Conti francese ha eccepito che, se sulla linea esistente del Frejus passano solo 4 milioni di tonnellate di merci quando potrebbero passarne 20 milioni, forse bisognerebbe pensarci bene prima di pagare il progetto tutto con soldi pubblici.
Baccelli: La Torino-Lione è una priorità , per due motivi.
Ridurre la dipendenza dall’autostrasporto, con la possibilità di togliere dalla strada centinaia di migliaia di Tir ogni anno, e farlo con l’unico intervento previsto sulla direttrice con la Francia, dove il traffico complessivo attualmente è di ben 45 milioni di tonnellate all’anno.
Ponti: Però bisognerebbe che aveste il coraggio di dire che la Torino-Lione è più importante di tutte le altre tratte che ho elencato, visto che i soldi per fare tutto non ci sono.
E lì voglio vedere le reazioni politiche! Secondo me il rischio è che queste opere le faremo tutte, ma un pezzetto ciascuna, sotto elezioni…
Avremo infiniti cantieri aperti che non si chiuderanno mai.
MITO E REALTà€ DEL CORRIDOIO 5
Parliamo del mitico Corridoio 5: da Lisbona a Kiev attraversando l’Italia. È uno slogan o ci sono davvero prospettive di traffico?
Ponti: Il fatto è che queste nuove infrastrutture non tolgono le merci dalla strada. La Francia ha fatto grandi investimenti sulle strade ferrate e ha perso negli ultimi anni il 30 per cento del traffico merci ferroviario.
Foietta: La Svizzera l’ha raddoppiato però…
Ponti: Per forza, ha messo dei vincoli molto stringenti sul traffico stradale. Ma se tasso il trasporto su gomma aumento i costi per le imprese: siamo sicuri che saranno contente? Comunque vedo che nessuno mi risponde sulle priorità …
Foietta: È vero, bisogna fare una scelta delle priorità . Come piemontese credo che la Torino-Lione sia una priorità . Stiamo parlando di 45 milioni di tonnellate di merci che scambiamo con la Francia: oggi vanno su ferrovia per il 10 per cento, noi puntiamo ad arrivare per il 2035 al 55 per cento.
Ma in pratica fatta la nuova strada ferrata le merci vi si trasferiscono automaticamente?
Plano: Guardiamo i numeri. Sull’autostrda Torino-Bardonecchia circolano ogni giorno 2000-2200 autocarri, sulla tangenziale torinese ci sono ogni giorno 200 mila veicoli in circolazione. Torino ha una sola linea di metropolitana, Lione cinque. Se vogliamo fare una politica ambientale lavoriamo sulla tangenziale di Torino, e lavoriamo sui nodi di Mestre-Marghera, sul nodo di Milano e via dicendo…
LE MERCI ANDRANNO DAVVERO SUL TRENO?
Ponti: Da dieci anni faccio simulazioni per l’Unione europea su questo problema: si riesce a spostare merci dalla strada al treno, ma su numeri piccoli e a costi molto elevati, tassando i camion e sussidiando la ferrovia. Si riesce a spostare non più di 2-3 punti percentuali del traffico. Perchè la gomma ipertassata vince sulla ferrovia sovvenzionata? Ci sono motivi strutturali: in Italia produciamo vestiti di Armani e oggetti di alta tecnologia, non carbone, cereali o prodotti siderurgici. I prodotti ad alto valore aggiunto non sono vocati al treno.
Baccelli: L’autotrasportatore che percorre l’autostrada del Frejus fa in media un viaggio di 880 chilometri. E’ chiaro che la ferrovia è vincente su grandi distanze e su direttrici particolari, come quelle da e per i porti. La Torino-Lione è una di queste direttrici.
CHE COS’È IL NUOVO PROGETTO LOW COST
Che cosa prevede questo progetto low cost benedetto dal premier Mario Monti?
Foietta: Avevamo un progetto definitivo che nel 2006 è stato buttato via dall’Osservatorio tecnico presieduto da Mario Virano, dicendo che bisognava ridefinire un nuovo percorso. Avevamo un progetto preliminare che per la parte italiana costava 8-8,5 miliardi di euro. Siccome ci siamo resi conto che tirare fuori tutta insieme questa cifra era impossibile, abbiamo deciso di concentrare l’investimento sulle parti più urgenti dell’opera. In pratica si pensa di fare il nuovo tunnel di 57 chilometri e connetterlo la linea storica. Questo costerebbe in tutto sugli otto miliardi, il che significa che per la parte italiana, tenendo conto del possibile finanziamento europeo, che, lo ammetto, non è certo, il costo scenderebbe a 2,9 miliardi.
La versione ridotta del progetto è più accettabile per le popolazioni della Val di Susa?
Plano: Il tunnel low cost certifica il fallimento del progetto faraonico che fino a ieri sembrava irrinunciabile. E comunque alla fine della fiera il collo di bottiglia resteranno i nodi di Torino e di Chambery, che noi proponevamo di risolvere prima di affrontare il tunnel di base. Ma hanno voluto incominciare dal tunnel. Noi restiamo dell’idea che impongono alla valle il disagio di dieci anni di cantieri senza essere la Svizzera, perchè poi noi non possiamo tassare i camion per costringerli a salire sul treno, per cui dopo i cantieri ci terremo i Tir.
Ponti: I più recenti studi dicono che il bilancio ambientale di un’opera del genere è positivo solo se si toglie molto traffico all’aereo, che è il mezzo più inquinante, sennò l’impatto di un’opera come la Torino-Lione è complessivamente negativo: cioè genera più inquinamento durante l’esecuzione dell’opera di quello che elimina con il suo funzionamento.
Chi pagherà il tav della Val di Susa? Visto che non si parla più del mitico project financing, cioè l’illusione che l’opera si ripaghi da sola con i proventi del traffico, pagherà tutto lo Stato? E quanto finirà per costare? I preventivi saranno rispettati?
Baccelli: Per la cifra esatta ci sono dei problemi. Per adesso i calcoli si basano su un progetto preliminare, non definitivo. Ma cercheremo di imparare da altre esperienze, svizzere e austriache soprattutto.
Veramente abbiamo già copiato le ferrovie francesi, ma ci sono costate tre volte tanto…
Baccelli: In Francia le linee alta velocità sono solo per i passeggeri, da noi anche per le merci.
Ponti: La ferrovia gli utenti non la vogliono pagare. Vogliono pagare le strade. Dobbiamo pensarci, soprattutto i costi sono sempre certi, i benefici no. Esperti svedesi e inglesi dicono che mediamente in queste opere il sovraccosto sui preventivi è del 40 per cento. In Italia è del 400 per cento. È ovvio: i costruttori e i politici, soprattutto locali, sono molto contenti se si fanno queste opere. Per questo bisogna stimare i costi sempre all’insù e i benefici sempre al ribasso.
I PREVENTIVI SARANNO RISPETTATI?
Ma nella Torino-Lione è stata rispettata la regola della cautela nelle previsione? Chi ha fatto le stime?
Ponti: Le ha fatte l’Osservatorio.
Foietta: — No, non le abbiamo fatte noi. Ponti: Le hanno fatte i promotori.
Baccelli: Sì.
Foietta: I promotori sono Rfi (braccio operativo delle Ferrovie dello Stato) ed Rff (l’equivalente francese) che hanno costituito la società di scopo Ltf che ha l’obiettivo di progettare la parte internazionale comune. Le parti nazionali invece le progetteranno Rfi e Rff.
Plano: Dopo anni di chiacchiere non si sa ancora quanto si spende. In una società privata con una gestione così qualche testa sarebbe caduta.
I dati dell’Osservatorio sono convincenti?
Plano: Non li sanno nemmeno loro. Dopo sette anni dicono forse tre miliardi, se l’Europa ce ne dà il 40 per cento, se non ci sono sorprese…
Ponti: Per tutti i nuovi corridoi ferroviari, una settantina di progetti, l’Europa ha a disposizione 31 miliardi di euro. Che ne vadano 3 a un solo progetto italiano è auspicato da Italia e Francia, ma inverosimile.
L’iter è stato approssimativo?
Baccelli: Il progetto è estremamente complesso: attraversa 43 comuni, con problemi di ogni tipo, interferenze con autostrade, falde acquifere, prevedeva centri intermodali, gronda merci, interconnessioni con linee storiche.
Siamo ancora in tempo per fermarci?
Ponti: L’operazione “corridoi” dai tecnici della Commissione Europea è considerata risibile. Sono operazioni tutte politiche, collage dei desiderata dei vari Paesi. L’esempio più clamoroso sono proprio i corridoi italiani. C’era il corridoio Helsinki-Malta, passando dalla Sicilia.
È vero che l’Italia ha preso impegni irrevocabili?
Ponti: Le scelte politiche sono sempre rinegoziabili. Non ci sono soggetti privati in mezzo.
Baccelli: L’Italia ha sottoscritto impegni da oltre vent’anni. I francesi hanno investito oltre un miliardo per tre tunnel geognostici. Sarebbe operazione ridicola cancellare il progetto.
Plano: Si dice che nl’Europa ci chiede di farlo. Hanno 130 miliardi di richieste e 30 disponibili: se gli diciamo di no fanno salti di gioia.
Foietta: È tecnicamente possibile recedere. Naturalmente se si risarciscono le spese fatte dalla Francia. Ma ha un senso risarcire un miliardo quando con altri due hai una grande opera?
Giorgio Meletti e Ferruccio Sansa
( da “Il Fatto Quotidiano“)
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