Marzo 4th, 2012 Riccardo Fucile
ANNUNCI ROBOANTI, MA IL RAPPORTO COSTO-BENEFICI NON REGGE: COSTI E SOTTOSTIMATI DEL 40%, TRAFFICI SOVRASTIMATI DELLA STESSA PERCENTUALE… IL TRAFFICO PASSEGGERI ORMAI INDIRIZZATO VIA AEREA
Il presidente Monti nel difendere la decisione di continuare con il progetto della linea Torino-Lione cita ovviamente i risultati dell’analisi costi-benefici fatta dall’Osservatorio presieduto dall’architetto Mario Virano.
Ora, quello studio è molto contestato da studiosi indipendenti e non certo legati alla protesta degli abitanti della Valsusa.
Senza entrare in dettagli tecnici, le osservazioni concernono aspetti fondamentali di metodologia e di stima dei benefici del progetto.
Due aspetti tuttavia vanno sottolineati con molta forza: la migliore prassi internazionale costringerebbe ad essere molto prudenti nel valutare i costi, che a consuntivo tendono ad essere assai più elevati di quelli a preventivo, e simmetricamente a essere prudenti nello stimare i benefici, per loro natura assai più incerti dei costi (si consideri l’esperienza dell’Alta Velocità italiana).
La letteratura internazionale ha constatato che mediamente per grandi progetti ferroviari i costi sono sottostimati del 40%, di un valore analogo sono sovrastimati i traffici.
Non pare proprio che lo studio promosso dall’Osservatorio sia molto prudente.
Ma la cosa più eclatante è che, nonostante tale scarsa prudenza, il progetto risulta “marginale”, cioè con saggi di ritorno economico intorno al 5% o inferiori.
Se l’analisi fosse comparativa con quella di altri progetti da finanziare (come dovrebbe essere), questo risultato lo metterebbe “in fondo alla lista”: si pensi per esempio che il tunnel del Brennero presenta costi analoghi ma traffici più che doppi, e così sarebbe per molti progetti.
Veniamo ora ad un punto specifico citato dal premier, relativo al traffico passeggeri ed ai risparmi di tempo di cui godrebbero grazie al progetto.
Il traffico passeggeri ufficialmente stimato per il progetto originale (quello da 23 miliardi di euro di preventivo) era di soli 16 treni al giorno, su una capacità aggiuntiva della nuova linea di circa 250 treni/giorno.
Da qui la successiva evoluzione nell’immagine del progetto, presentato improvvisamente come “principalmente destinato al traffico merci”, e non più come Alta Velocità .
I 16 treni al giorno, se ragionevolmente pieni (500 passeggeri/treno, su un numero di posti di circa 750) sono pochissimi per una ferrovia, ma molti se riferiti al trasporto aereo: corrispondono infatti a circa 80 voli al giorno, quindi sono una previsione non certo sottodimensionata, anzi.
Il progetto low cost attuale, in coerenza con il ruolo dominante assegnato alle merci, velocizza poco la relazione con Lione: si risparmia tempo passando in galleria, ma la linea rimane invariata nella parte italiana, e poi nella parte francese fino a Chambery, quindi al massimo si risparmiano un paio d’ore rispetto alle sette attuali, facendo scendere la percorrenza a cinque ore.
L’aereo rimarrà dominante, anche perchè le tariffe low-cost degli aerei oggi competono pesantemente con quelle dell’alta velocità ferroviaria su tutte le distanze superiori ai 300 km, e rimarranno tali anche dopo l’introduzione delle tasse ambientali europee.
La relazione Milano-Parigi in particolare oggi è servita regolarmente con tariffe aeree inferiori ai 100 Euro, e questo senza costi per le casse pubbliche.
In altre parole: l’alta velocità passeggeri c’è già .
E certo spendere altri 15 miliardi dei contribuenti (la differenza tra 8 e 23) per portare pochi treni passeggeri sembra davvero difficilmente difendibile, anche perchè i passeggeri con molta fretta di solito sono di reddito medio-elevato.
Marco Ponti
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Marzo 4th, 2012 Riccardo Fucile
PROGETTI CHE CAMBIANO, SCADENZE CHE SLITTANO, UN TUNNEL CHE DAREBBE LAVORO A SETTEMILA ADDETTI PER UN COLLEGAMENTO PER MOLTI INUTILE… SCEMPIO AMBIENTALE PER UNA LINEA SOTTOUTILIZZATA
Ventidue di lotta contro la Tav, tra progetti che cambiano, scadenze che slittano e migliaia di persone pronte a scendere in piazza ogni volta in cui la Torino-Lione è sul punto di passare dalle carte dei progetti ai cantieri sul territorio.
È successo nel 2005 a Venaus, quando doveva partire il sondaggio per il tunnel geognostico che fu bloccato, innescando il processo di radicale revisione del progetto.
E accade anche in questi tormentati giorni.
Ecco quali sono i nodi di una vicenda che sta dividendo l’intero Paese.
ALTA VELOCITà€
La Torino-Lione disegnata sulla carta è un megatunnel di 57 chilometri sotto le Alpi, di cui 14 in Italia.
A Susa, all’uscita dalla montagna, una stazione internazionale dove fermeranno i Tgv per Parigi.
La linea si infila poi nella montagna dell’Orsiera per quasi 20 chilometri, attraversa la pianura sotto la Sacra di San Michele per poi infilarsi nella collina morenica, entrare allo scalo ferroviario di Orbassano, toccare Torino per poi correre nella pianura padana.
La versione attuale è però low cost con il doppio obiettivo di placare le proteste riducendo l’impatto e rendere affrontabili gli investimenti per le casse pubbliche.
Saranno realizzati appena 28 chilometri sugli 81 previsti. Il resto dopo il 2023.
CANTIERI
Seicentomila metri quadrati di territorio sono destinati ai cantieri con oltre 17 milioni di tonnellate di materiali di scavo. Una cifra uguale alla quantità di zucchero esportata dal Brasile o a quella del riso prodotto Thailandia in un anno.
Con la versione attuale spariscono però, almeno per dieci anni, i cantieri della basse valle e quello di Rivoli, vicino all’ospedale e nel mirino degli agricoltori.
Per non intasare la viabilità locale è già previsto che il materiale di scavo sarà portato fuori solo attraverso i treni.
EUROPA
L’Europa contribuisce al 30% dei costi della tratta di confine: 2 miliardi di euro, di cui 671 già previsti, ridotti a 662 a dicembre per i ritardi accumulati sul progetto.
Ma per mettere mano al portafoglio ha imposto in questi anni scadenze precise, puntualmente disattese.
Aveva chiesto l’avvio del cantiere di Chiomonte nell’autunno del 2010. Inverno e tempi di approvazione del progetto hanno fatto slittare l’appuntamento con le ruspe al 31 marzo. Anche quella data però è andata buca.
Nuovo termine il 31 maggio, diventato poi 30 giugno.
Scadenza centrata a metà : il cantiere è aperto, ma mancano la firma dell’accordo internazionale tra Italia Francia e l’approvazione del progetto.
Solo allora l’Europa confermerà i fondi: mercoledì il banco di prova nel vertice bilaterale a Roma. I lavori a Chiomonte dureranno fino al 2015.
Nel 2013 dovrà invece partire il buco per il megatunnel sotto le Alpi e i lavori finiranno nel 2023.
FRANCIA
Sono tre le discenderie gemelle di quella prevista a Chiomonte già realizzate in Francia, nella regione della Maurienne.
Quattro milioni e mezzo di euro per le gallerie di Saint Martin del Porte, La Praz e Modane.
I lavori che in Italia sembrano così difficili da digerire in Francia sono partiti già nel 2001 e terminati.
Grazie a una legge del governo di Parigi, che il Piemonte ha replicato da questa parte delle Alpi, nei cantieri delle gallerie geognostiche francesi hanno lavorato per il 48% aziende e maestranze locali.
INVESTIMENTI
La Torino-Lione costa 14 miliardi di euro: 10,5 per la tratta internazionale, da dividere tra Italia, Francia e Unione Europea.
Pesano poi tutti sulle casse di Roma i 4,3 miliardi della tratta da Chiusa San Michele a Torino; su Parigi i 6 miliardi previsti per la linea oltreconfine.
La versione low cost consente un risparmio per la casse pubbliche di 4 miliardi rimandando al 2035 il resto della spesa.
NO TAV
Ventitrè comuni della Valle e migliaia di cittadini da anni si oppongono al supertreno.
Nel 2005 nel mirino i rischi per la salute per amianto e uranio presenti nelle rocce.
Oggi la battaglia si gioca soprattutto sui costi e sulle motivazioni dell’opera: “Uno scempio ambientale e uno spreco inaccettabile, in un momento in cui si chiede a tutti di tirare la cinghia”.
La linea ferroviaria è secondo i No Tav più che sufficiente ad assorbire il traffico perchè oggi è sottoutilizzata e sarà saturata non prima del 2025-30″.
SàŒ TAV
La Tav metterà il Piemonte al centro dell’Europa e consentirà una crescita di 1,5 punti di Pil l’anno e 7 mila posti di lavoro.
Pensare di cavarsela con la linea storica “è antiquato e poco serio” sostengono i Si Tav. È stata progettata nel 1857: è come se l’Olanda avesse un solo collegamento ferroviario, dicono i tifosi della Tav.
Maria Chiara Giacosa
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Marzo 4th, 2012 Riccardo Fucile
PIAZZATO NELLA LISTA DEI CANDIDATI PER IL RINNOVO DEL CDA DEL SESTO GRUPPO BANCARIO ITALIANO ROMANO MINOZZI… DOPO QUATTRO ANNI DI GUERRA E’ ARRIVATA LA PACE ARMATA
E alla fine l’accordo più temuto o auspicato della storia della Bper, quello tra coop rosse e
finanza azzurra, è arrivato.
Giampiero Samorì, avvocato vicino al senatore Dell’Utri che da quattro anni cercava invano di scalare l’istituto cooperativo, ora piazza un suo socio, Romano Minozzi della Graniti Fiandre, nella lista di maggioranza che il 21 aprile punta al rinnovo di un terzo del Consiglio di amministrazione.
Allo stesso tempo, mentre fa il suo ingresso nel collegio sindacale Fabrizio Corradini, consigliere della holding samoriniana Modena Capitale, l’avvocato non presenterà per la prima volta la sua lista di opposizione, Bper Futura, nella nuova assemblea: ”Per svelenire il clima e dare un segnale”, ha detto oggi un Samorì raggiante in conferenza stampa. L’ingresso per interposta persona nel salotto buono del sesto gruppo bancario italiano è una vittoria per l’avvocato d’affari che negli anni Novanta creò un impero dal nulla.
Dall’assist del governo Andreotti che lo nominò commissario liquidatore del Consorzio Caseario italiano, Samorì gestì due banche locali, la Banca di Modena e la Banca Modenese, poi cedute a Emil Banca e a Carife, diversificando gli investimenti tra assicurazioni, finanza e ceramiche sassolesi, per cui è ricercato advisor.
Il passo dal doroteismo al berlusconismo è stato breve, non solo per la vicepresidenza dei circoli del Buongoverno di Marcello Dell’Utri, senatore Pdl condannato per concorso esterno in associazione mafiosa.
Dal Cavaliere, l’avvocato ha mutuato anche la strategia comunicativa, lanciando tv e quotidiano locale Modena Qui, e la passione per l’eccesso come l’aereo personale, un bimotore da 4 milioni di dollari.
Nella governance della Bper nessuno osa parlare di accordo, ma la dice lunga, oltre al nome della lista di maggioranza 2012 Bper avanti, il fatto che nella stessa siano saltate le candidature degli avversari dello scalatore azzurro.
A partire da Guido Leoni, già direttore generale e amministratore delegato condannato per l’appoggio di Bper alla scalata illegale di Unipol a Bnl assieme a Consorte, Ricucci, Fiorani e soci.
Manca per la prima volta anche Vittorio Fini, erede dell’eccellenza alimentare dei tortellini sfaldatasi nelle mani della Kraft.
Il presidente in carica Ettore Caselli, banchiere di area cattolica ex San Geminiano e San Prospero, non ha rilasciato dichiarazioni ma spiegherà il patto con la necessità di una fase collaborativa per il rilancio della banca: abbattimento dei costi, gestione più efficiente dei crediti, accorpamenti e fusioni evocati già dalla minoranza.
I nuovi candidati consiglieri sono l’avvocato di Ravenna Valeriana Maria Masperi e Massimo Giusti, vicepresidente della Fondazione Cassa di risparmio di Modena (azionista di Unicredit), mentre vengono confermati Giosuè Boldrini, commercialista di Rimini, e l’ingegner Giulio Cicognani.
E naturalmente Mario Zucchelli, già presidente di Coop Estense e di Holmo, holding che tramite Finsoe controlla Unipol.
Non è dato sapere se l’ingresso di Samorì sia una sconfitta delle coop rosse o se invece, più probabile, sia avvenuto con l’avallo delle stesse.
L’unica cosa certa è il silenzio registrato in queste settimane dai vertici del Pd, dove l’unico intervento è stato quello del presidente della Provincia Emilio Sabattini, area Margherita e pedigree democristiano.
Sabattini, nei giorni delle trattative ancora sommerse, ha appoggiato la critica di Samorì alle esposizioni debitorie dei membri del cda verso l’istituto, “circa 430 milioni di euro”.
La situazione starebbe mutando anche in termini numerici in una banca cooperativa per definizione non scalabile con un’Opa, dove tutto il potere risiede nelle mani di un Cda eletto con la formula di una testa un voto.
Si assottiglia la truppa dei più ferventi anti-samoriniani come l’editore-costruttore Erminio Spallanzani, Deanna Rossi e Manfredi Luongo, il magistrato in pensione che l’anno scorso con la sua lista strappò all’avvocato il posto riservato alla minoranza nel cda.
E proprio sull’ex procuratore di Modena e di Forlì si è concentrato l’intervento di Samorì: “Invito il dottor Manfredi Luogo, prima che si pronunci la Consob sulla sua lista civetta dello scorso anno, a rassegnare subito le proprie dimissioni. Il mio è un appello per evitare un danno d’immagine alla Bper e alla Procura di Modena: lui che da magistrato si è speso per trent’anni in nome della legalità , ora si comporti coerentemente facendo un passo indietro. Per parte nostra — continua -non presenteremo la lista Bper Futura in aprile, auspicando che in maggio o giugno si svolga una nuova assemblea dopo l’annullamento di quella del 2011 per effetto di una sentenza del tribunale civile, anche solo per una questione di opportunità . E naturalmente con sole due liste, maggioranza e opposizione”.
In sostanza il 21 aprile, quando potranno votare a Modena e in videoconferenza al centro sud i 95mila soci del gruppo federale, andrà in scena la pax tra governance o opposizione.
Ma la lotta continuerà per i nuovi equilibri di maggioranza nel cda, dove al netto del posto di diritto alla minoranza nell’eventuale assemblea bis del 2011, Samorì potrà contare su almeno due dei 19 membri: il ceramico Minozzi e Alberto Galassi, amministratore delegato di Piaggio Aero industrial, vero pontiere per il finanziere azzurro.
Restano alla finestra altri big come Piero Ferrari, figlio del Drake e suocero di Galassi, e il leader mondiale delle carni Luigi Cremonini.
Dunque si preannunciano grandi manovre nel ‘parlamentino’ del Cda alla luce dell’ambizione mai nascosta da Samorì di arrivare al vertice: “Credo di avere le capacità di gestire questo gruppo anche se oggi non ci sono le condizioni — ha concluso l’avvocato modenese – Faremo opposizione sui contenuti perchè se questa banca vuole ancora esistere, in un periodo di crisi strutturale italiana, deve cambiare passo, ad esempio tagliando gli sportelli, riequilibrando l’asse al nord e premiando solo i manager capaci. Quanto all’ex ad Leoni, non ero contrario alla sua presenza nella lista, perchè considero positivo il suo impegno storico per la banca fino a che non è diventato direttore generale. Lo stesso non si può dire quando ha iniziato ad occuparsi di strategia, arrivando a sedere su 18 cda diversi e circondandosi di yes man”.
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Marzo 2nd, 2012 Riccardo Fucile
SECONDO LA RICERCA ISFOL I PARASUBORDINATI IN TOTALE SONO 1.422.000… L’84,2% DEI CO.CO.PRO. NON HA ALTRA OCCUPAZIONE
In Italia i lavoratori parasubordinati nel 2010 corrispondono a 1 milione 422 mila.
Il 46,9%, pari a 676 mila unità , sono collaboratori a progetto (co.co.pro.) ed hanno un reddito medio di 9.855 euro l’anno.
Il 35,1% dei co.co.pro. ha un’età inferiore ai trent’anni e il 28,7% tra i 30 e i 39 anni. L’84,2% dei co.co.pro. è caratterizzato da un regime contributivo esclusivo e non ha quindi un’altra occupazione: si tratta di 569 mila lavoratori, il cui reddito medio scende a 8.500 euro.
E’ quanto rileva l’Isfol sulla base dei primi risultati di un progetto di ricerca sul lavoro parasubordinato basato su dati di fonte Inps.
Il secondo aggregato di parasubordinati per consistenza numerica comprende quasi 500 mila contribuenti alla gestione Inps, composto da amministratori e sindaci di società , con età media sensibilmente più elevata rispetto ai co.co.pro e con un reddito medio significativamente superiore, pari a oltre 31 mila euro annui.
Va infine aggiunto un ulteriore gruppo di contribuenti meno omogeneo (collaborazioni occasionali, dottorati di ricerca, borse di studio, collaborazioni presso la P.A., ecc.), composto da 270 mila lavoratori, con un reddito medio annuo pari a poco più di 11 mila euro.
Nel periodo 2005-2010 il numero dei parasubordinati ha subito un andamento leggermente ciclico.
Negli anni di crescita economica, 2006 e 2007, si sono raggiunti i valori massimi mentre si è registrata una lieve diminuzione nel biennio 2009-10.
Complessivamente gli uomini rappresentano circa il 58 % del totale, con un reddito medio quasi doppio rispetto a quello delle donne.
La variazione media annua del reddito nel periodo 2005-2010 è pari a +3,4%.
Per quel che riguarda specificatamente i co.co.pro tale valore si ferma a +2,3%.
Alcuni indicatori ricavati dall’indagine Isfol-Plus consentono di verificare il grado di subordinazione al quale è sottoposta la prestazione lavorativa resa dai parasubordinati. L’Istituto evidenzia che oltre il 70% dei collaboratori è tenuto a garantire la presenza presso la sede di lavoro, il 67% ha concordato un orario giornaliero con il datore di lavoro e il 71% utilizza nello svolgimento della prestazione mezzi e strumenti del datore di lavoro.
Inoltre, più del 70% dei collaboratori dichiara che la forma di contratto non deriva da una sua scelta ma da una richiesta del datore di lavoro.
Tali dati segnalano la concreta possibilità che questi contratti nascondano in realtà forme di lavoro in qualche misura subordinato.
( dal “Redattore sociale“)
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Marzo 2nd, 2012 Riccardo Fucile
I DATI RACCOLTI DA “TAX RESEARCH LONDON”… ALLE SPALLE DELL’ITALIA GERMANIA E FRANCIA
Nel 2009 in Italia il ‘valore dell’economia sommersa era pari a 418,23 miliardi di euro per un’evasione fiscale stimata in 180,257 miliardi, quasi un terzo delle entrate totali”.
Il Belpaese è maglia nera tra i paesi dell’Unione europea per l’economia sommersa e quindi anche per l’evasione fiscale.
E’ quanto emerge dall’indagine ‘Tax research London” elaborata per il gruppo parlamentare Alleanza Progressista dei Socialisti e dei Democratici (S&D) di Bruxelles, che comprende anche il Partito Democratico.
Alle spalle dell’Italia, per sommerso ed evasione, si sono piazzate Germania e Francia.
L’economia tedesca in nero valeva, nel 2009, poco meno di 400 miliardi di euro, facendo perdere al fisco nazionale oltre 158 miliardi (il 16% delle entrate totali).
Il sommerso in Francia sfiorava invece i 290 miliardi, generando un’evasione fiscale pari a 120,61 miliardi (il 15% del gettito fiscale complessivo).
Assai più contenuto, invece, il fenomeno del sommerso in Spagna (239 miliardi in valore e 72 in evasione) e Gran Bretagna, dove il nero valeva 212 miliardi e l’evasione ammontava a 74 miliardi).
Se in termini assoluti, l’ammontare dell’evasione fiscale italiana dovuta al sommerso supera tutti gli altri Paesi dell’Ue, altrettanto non si può dire per quanto riguarda il rapporto tra mancato gettito e incassi complessivi del fisco.
In questa graduatoria l’Italia, con il suo 27%, è superata da ben nove Paesi con economie che per dimensioni e struttura non possono certo essere paragonate a quella della Penisola.
Il primato negativo è stato infatti stabilito dalla Romania con il 35,3%, seguita da Romania (32,6), Lituania (32), Estonia (31,2), Lettonia (29,2), Cipro (28), Grecia (27,5), Malta e Polonia (27,2).
Ma l’Italia torna nei posti di vertice della classifica se si considera invece il rapporto tra ammontare dell’evasione causata dall’economia sommersa e la spesa per l’assistenza sanitaria.
Su questo fronte il 228,2% fatto registrare dall’Italia è superato solo dal 260,5 dell’Estonia.
Per contrastare l’illegalità nelle transazioni finanziarie, il Parlamento europeo sta elaborando una Tobin Tax che non solo deve entrare in vigore al più presto, ma deve essere “disegnata nel modo più stringente possibile per evitare ogni possibile forma di evasione”.
Secondo la socialista greca Anni Podimata, relatrice parlamentare in sede di Commissione Econ, la tassa dovrà essere imposta in base al principio di residenza dell’emettitore del titolo oggetto della transazione.
In pratica la tassa dovrà essere pagata anche, ad esempio, sulla compravendita di un’azione Eni tra un venditore di Hong Kong ed un compratore di New York.
Per scoraggiare l’evasione fiscale inoltre il Parlamento propone di prendere ad esempio la ‘stamp duty’ britannica: il mancato pagamento della tassa non convalida l’operazione, di fatto solo il pagamento della Tobin tax darebbe certezza al titolo di proprietà .
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Febbraio 29th, 2012 Riccardo Fucile
RIMBORSI ANTICIPATI DAGLI ISTITUTI DI CREDITO E BANCA CENTRALE…. DI 50 MILIARDI TOTALI MENO DELLA META’ POTRA’ ESSERE UTILIZZATO
Ci saranno tre giocatori in campo, Banca d’Italia, Tesoro e il sistema bancario, per chiudere definitivamente la partita dei debiti che le imprese vantano nei confronti della Pubblica amministrazione.
Settanta miliardi è la cifra che gira, anche se in realtà sarebbero 50 quelli effettivamente certificati dai creditori, su cui quindi il Tesoro potrebbe porre un marchio di garanzia.
Senza quello le banche avrebbero più difficoltà a entrare in campo per chiudere la partita.
La soluzione è una complessa operazione di ingegneria finanziaria.
A fare il primo passo sarà l’imprenditore.
Con le sue fatture (che attestano per esempio la fornitura di una partita di biancheria per una Asl), andrà alla sua banca, che si assumerà il compito di valutare qual è l’ammontare del credito e soprattutto la sua esigibilità .
Se non trova intoppi, l’istituto valuterà quanto è disposto a “pagare” quel credito e il relativo rischio, perchè è quest’ultimo che effettivamente acquista la banca, il rischio che il creditore non paghi. In gergo è quella che si chiama una cessione pro-soluto e che implica una negoziazione.
L’azienda di credito non pagherà infatti tutto l’ammontare del credito all’imprenditore, ma solo una parte.
L’altra è il prezzo per l’assunzione del rischio.
Che va comunque pagato e visto che di liquidità in giro ce n’è poca e che il denaro costa tanto, la banca, con i documenti che attestano il credito, confezionerà un “collaterale”, un titolo (che contiene una garanzia) e lo cederà alla Banca d’Italia contro finanziamenti al tasso dell’1 per cento.
Lo stesso con cui la Banca centrale europea sta finanziando il sistema bancario europeo. Palazzo Koch, d’altra parte, ha una notevole liquidità , e ha la possibilità di gestirla anche per un’operazione di questo tipo, tanto più da quando Francoforte ha allargato alle Banche centrali dei singoli Paesi lo spettro di titoli e prestiti che possono essere portati in garanzia.
Più che un’ipotesi di lavoro, l’operazione “rimborso-crediti”, sembra già a buon punto.
D’altra parte l’articolo 35 del decreto sulle liberalizzazioni parla chiaramente di “misure per la tempestività dei pagamenti, per l’estinzione dei debiti pregressi delle amministrazioni statali”.
Ma obiettivo del governo non è solo pagare le imprese, ma smaltire poco a poco l’intero stock del debito, lasciando il Tesoro senza più arretrati.
Per ricominciare da capo, tendendo conto, tra l’altro, che una normativa europea, non ancora recepita, impone che le commesse per la Pubblica amministrazione siano liquidate entro 30 giorni, senza ritardi. Sulle imprese l’effetto positivo sarebbe quello di incassare liquidi in un momento in cui le banche tengono chiusi i rubinetti e, se li aprono, il costo del finanziamento è elevato, soprattutto per le piccole e medie imprese.
Un’operazione che rischia però di dimezzare i crediti vantati dalle imprese.
Di quei 50 miliardi iniziali, si potrebbe scendere alla metà , vuoi perchè l’operazione costa, vuoi perchè le banche negozieranno con gli imprenditori.
E non è detto che tutti i crediti riescano a ottenere il marchio di garanzia per essere trasformati in collaterali e venduti alla Banca d’Italia.
“L’operazione è praticabile, ma ci sono almeno due ostacoli su questa strada”, commenta un banchiere che vuole mantenere l’anonimato.
“Il primo ostacolo è la qualità del credito, le banche stanno molto attente quando devono fare queste operazioni, perchè acquistare il rischio di credito significa acquistare anche il rischio truffa e non solo quello.
La riscossione non è mai certa: un ospedale può non voler pagare la fornitura di una partita di siringhe, sostenendo che erano difettose.
Sarebbe necessaria una cartolarizzazione del credito, per capire qual è quello esigibile. Un processo un po’ lungo, ma possibile”.
“L’altro ostacolo è rappresentato dalla quantità di credito che si può portare in Banca centrale – certo, se c’è la garanzia del Tesoro…
Vedo più che altro difficoltà di processo, ma l’operazione va bene.
La banca avrebbe a bilancio da una parte un credito dall’altra un debito. Può funzionare”.
Barbara Ardù
(da “La Repubblica”)
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Febbraio 29th, 2012 Riccardo Fucile
IL GOVERNO PIEGA SOLO LE BANCHE… CONTRO ALTRE CATEGORIE RIMEDIA PAREGGI E QUALCHE SCONFITTA
Ordini professionali: sconfitta.
Alla fine i professionisti si salvano (ma gli avvocati non sono contenti e scioperano). Resta l’abrogazione delle tariffe, ma entro 120 giorni il ministro vigilante (Severino) dovrà emanare un regolamento che fissi i “parametri di riferimento” per i compensi. Salta l’obbligo del preventivo, sostituito da uno “di massima” la cui mancata presentazione non sarà “illecito disciplinare” (così aveva scritto il governo). I soci esterni non potranno superare il 33 per cento del capitale degli studi.
Farmacisti: pareggio
Il quorum per abitante per aprirne una passa da tremila a 3.300: significa circa cinquemila esercizi in più. Alle parafarmacie è comunque concesso di vendere farmaci veterinari e galenici (quelli preparati dal farmacista) senza ricetta. In attesa di sapere quanti e quali farmaci di Fascia C saranno “delistati” dal ministero della Salute e quindi vendibili fuori dalle farmacie tradizionali: se saranno molti, il pareggio si trasformerà in una vittoria.
Notai: pareggio
Aumenta di qualche centinaio di unità la pianta organica dei notai, che soggiacciono anche all’abolizione delle tariffe, ma nessuna delle loro competenze viene passata — per esempio — ai meno cari avvocati. Il Senato ha deciso, comunque, che i nuovi professionisti entreranno in vigore entro un anno dal concorso (oggi ce ne vogliono almeno tre) e che dal 2015 verrà bandito un concorso annuale.
Banche: vittoria
Conti correnti (quasi) gratis per i pensionati fino a 1.500 euro e disposizioni per dare più possibilità di scelta al cliente che contrae un mutuo o chiede un prestito: nessun obbligo di stipulare un’assicurazione con la banca concedente, nullità di tutte le clausole che portano commissioni alle banche nella gestione di linee di credito. Dura reazione dell’Abi sui c/c gratis: ci costerà più di un miliardo.
Assicurazioni: pareggio
Gradito alle società il pacchetto di norme anti-frode (pene fino a 5 anni) e il non pagamento per infortuni non rilevabili (vedi colpo di frusta). Per i clienti è una buona notizia la possibilità di avere agenti plurimandatari e l’obbligo di far pagare la stessa cifra in ogni regione agli automobilisti che non hanno avuto mai incidenti.
Tassisti: sconfitta
Il controllo sul numero di licenze rimane ai Comuni e l’Autorità dei trasporti non avrà poteri “vincolanti” sui sindaci. I conducenti delle auto bianche protestano ancora per la flessibilità nei turni, la possibilità di doppia guida e la mancata concessione di sgravi su carburante e Iva.
Consumatori: vittoria
C’è un ampliamento della possibilità di intentare class action e norme molto più dure sulle clausole vessatorie nei contratti tra professionista e cliente.
Eni: vittoria
Al Cane a sei zampe verrà sottratta la proprietà di Snam Rete Gas entro il settembre 2013: le modalità sono affidate a un decreto del presidente del Consiglio che dovrà anche fissare la quota della nuova società che rimarrà in capo a Eni.
Trasporti: pareggio
Niente separazione della rete ferro-viaria da Trenitalia per ora, mentre Montezemolo e gli altri privati incassano la possibilità di non attenersi al contratto di lavoro dell’ex monopolista. Viene istituita un’Authority ad hoc, che però sulle concessioni autostradali funzionerà appieno solo da quelle future.
Grande distribuzione: vittoria
Contratti scritti e termini di pagamento obbligatori: il ministro Catania porta a casa norme favorevoli agli agricoltori nonostante la guerra fattagli dal lato potente della filiera.
Enti locali: vittoria
Il governo dovrebbe ottenere, con poche modifiche, la norma sulla tesoreria unica: regioni ed enti locali fino al 2014 dovranno devolvere a quella nazionale le risorse liquide che hanno in cassa (in genere le mettono in banca per avere gli interessi). Per il Tesoro la liquidità aggiuntiva ammonterà a 8,6 miliardi di euro e consentirà di ridurre l’emissione di titoli di Stato di 620 milioni nel triennio. Regioni e enti locali hanno già cominciato a inoltrare ricorsi legali. Vince il governo anche sulla questione dei servizi pubblici locali: la messa a gara sarà incentivata quando non imposta.
Cricche: vittoria
Grazie a un emendamento del Pd, i grandi eventi non saranno più di competenza della Protezione civile: saranno dunque assegnati tramite normali gare d’appalto.
Lobbisti: pareggio
I “sottobraccisti” che affollano i corridoi parlamentari per perorare l’interesse di questo o quel gruppo di potere dovranno sottostare a un regolamento. Ieri il Senato ne ha approvato le linee guida: tra le altre cose sarà creato un registro visibile on line delle società che vogliono fare lobbing in Parlamento e delle persone da queste accreditate. Non ci sarà , però, una (temuta) legge che regolamenti il settore.
Marco Palombi
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Febbraio 29th, 2012 Riccardo Fucile
VENTI ANNI DI SCONTRI E POLEMICHE PER 13 KM DI TUNNEL.. DAI CANTIERI ALLE SPESE, DAI POSSIBILI BENEFICI AI DANNI PER LA VALLE
Tav sì, Tav no. I pro e i contro della ferrovia più contestata d’Italia sono al centro della discussione da decenni.
Con il passare del tempo le due parti, invece di avvicinarsi, si sono sempre più allontanate.
La discussione tecnica su una galleria è diventata in Italia l’epicentro dello scontro ideologico più forte dopo la fine delle ideologie.
Proviamo a sintetizzare le ragioni di favorevoli e contrari tentando di riportare il confronto alle questioni di merito.
Quella che era nata, all’inizio degli anni Novanta, come una protesta locale per difendere la valle da progetti che nessuno dei comuni coinvolti aveva avuto alcuna possibilità di discutere, è diventata nel tempo la discussione su un modello di sviluppo.
Ma davvero la galleria che si comincia a scavare in questi mesi vicino a Susa è così pericolosa come sostengono gli oppositori o è così utile come controbattono i favorevoli?
Soprattutto, ha ancora senso oggi tentare di fermare l’opera?
Pro
La tecnologia moderna consente di scavare in quella stessa roccia che potrebbe contenere amianto e uranio, in tutta sicurezza. È già stato fatto in Svizzera, per il tunnel del Loetschberg: i cantieri saranno controllati, i materiali di scavo saranno trasportati in ferrovia e in condizioni tali da limitare l’inquinamento.
Contro
La montagna in cui si dovrà scavare la galleria contiene amianto e uranio e non ci sono garanzie sulle tecniche di sicurezza. Fanno paura anche polveri e inquinamento provocati dai mezzi nei cantieri: previsioni di aumento del 10 per cento di malattie cardiache e polmonari soprattutto tra anziani e bambini. 10mila persone rischiano di ammalarsi.
Pro
La Tav rappresenta una grande occasione per il turismo della Valsusa che così sarà più collegata con il resto d’Italia e d’Europa. A Susa sorgerà la nuova stazione internazionale dove arriveranno i treni che porteranno gli sciatori direttamente sulle piste da sci: per farlo sarà studiato un sistema di collegamenti con treni locali e autobus.
Contro
Nessuno va in vacanza in un cantiere, tanto meno se è presidiato da militari e forze dell’ordine. I lavori finiranno per distruggere l’industria turistica, perchè devasteranno il paesaggio e la ricchezza del territorio, come è già successo alla cava del Moncenisio, in alta Valsusa.
Pro
I cantieri Tav daranno lavoro ad almeno 7mila persone all’anno, con una ricaduta economica di 40 milioni di euro e un aumento dell’1 per cento del Pil per il territorio. Già con il cantiere della Maddalena ci saranno vantaggi anche per l’indotto: gli operai del cantiere mangeranno nei ristoranti e dormiranno negli alberghi della valle (150 pasti al giorno per cinque anni).
Contro
Le occasioni di lavoro create dal cantiere saranno offerte da ditte che arrivano da fuori. In compenso i disagi provocati dai cantieri faranno perdere posti di lavoro i valligiani che oggi vivono di turismo e di montagna. Già le opere preliminari hanno messo a rischio la viticoltura d’origine controllata nella valle del Clarea.
Pro
Entro il 2035 la nuova linea ridurrà il traffico togliendo dalle strade un milione di camion. Il tunnel consentirà di portare sui treni 2.050 tonnellate di merci, contro le attuali 1.050 e ridurrà (di un milione di tonnellate) le emissioni nocive. I cantieri saranno gestiti nel rispetto dell’ambiente creando occasioni per sistemare territori compromessi da precedenti interventi.
Contro
La ferrovia devasterà il territorio e distruggerà le falde: intere zone, com’è già accaduto nel Mugello, resteranno senz’acqua. Il terreno è in molti punti franoso: a ogni pioggia già oggi si sbriciolano i costoni. Lo scavo peggiorerà la situazione. Dieci anni di cantieri renderanno l’aria irrespirabile.
Pro
Con la nuova linea ferroviaria sarà più facile spostarsi. Tra Torino e Lione il treno impiegherà 1 ora e 40 minuti, invece delle attuali quattro; tra Milano e Parigi quattro ore piuttosto delle sette di oggi. Migliorerà inoltre anche il trasporto per i pendolari: la ferrovia diventerà una sorta di metropolitana di valle, con treni frequenti e collegati al servizio metropolitano di Torino.
Contro
Arrivare a Lione in 1 ora e 40 minuti non serve a nessuno. Già ora i treni viaggiano vuoti e la domanda di traffico è in calo. La Tav distrugge il trasporto pubblico e sottrae soldi ai treni per i pendolari, senza migliorare la qualità del viaggio di chi usa il treno. Per i tempi di percorrenza resta comunque più veloce ed economico l’aereo.
Pro
La Tav costa 8,2 miliardi di euro, poco più di una linea di metropolitana. Per l’Italia è un investimento di 2,8 miliardi, spalmato in dieci anni e quindi assolutamente affrontabile. L’Europa contribuisce fino al 40 per cento dell’opera (3,3 miliardi) e sono allo studio forme di coinvolgimento per gli investitori privati.
Contro
La Torino-Lione costa 23 miliardi a cui si devono sommare tutti i soldi, 90 mila euro al giorno, per pagare la sicurezza del cantiere a Chiomonte. E non è assolutamente detto che l’Europa sia pronta a finanziare il 40 per cento dell’opera. L’Italia poi paga, in base all’accordo con la Francia, il 57,9 per cento di un’opera che è solo per un terzo sul territorio italiano.
Pro
Anche per la Tav sarà attivata una task force anti mafia, così come è stato fatto per i lavori post terremoto a L’Aquila. Tutte le procedure saranno eseguite in modo rigoroso, così come è stato fatto finora. A garanzia della correttezza di queste procedure si sono impegnati gli enti locali e il governo con documenti ufficiali.
Contro
Le grandi opere servono soltanto ad arricchire i padroni e i mafiosi. È stato così per moltissimi appalti in questa regione. Sulla montagna in Valsusa è scritto a caratteri cubitali “No Tav, No Mafie”, perchè le grandi opere rubano soldi pubblici e li danno alle grandi imprese che controllano gli appalti.
Pro
La decisione è irreversibile, perchè è già stata presa dal Parlamento italiano e da quella francese, ratificata da due trattati internazionali e dall’Unione europea, che l’ha inserita tra le opere strategiche e nei documenti finanziari dei prossimi anni. Per l’opera è stato aperto un tavolo politico per il confronto con gli enti locali e un osservatorio tecnico per l’analisi dei problemi.
Contro
In questi anni non c’è stato nessun dialogo con gli enti locali. Le decisioni sono state imposte e i sindaci non hanno potuto vedere i progetti, nè avere un confronto serio sul piano tecnico, o su quello politico. Anche in Europa numerosi parlamentari sono contrari, perchè l’opera non gode del consenso della popolazione locale.
(da “La Repubblica“)
argomento: Costume, denuncia, economia, ferrovie | Commenta »
Febbraio 29th, 2012 Riccardo Fucile
A RISCHIO TASSAZIONE SOLO QUELLE CON RETTE ALTE…. TANTO RUMORE PER NULLA: LA CEI HA OTTENUTO QUELLO CHE VOLEVA
Erano tre giorni che non ci dormivano la notte: tutto, ma le scuole no.
Alla fine, di fronte ad una tale dose di preoccupazione parlamentar-religiosa, s’è mosso Mario Monti in persona, il primo premier a partecipare ai lavori di una commissione (“succede anche questo… “, il suo commento): “Sono esenti dall’Imu quelle scuole che svolgono attività secondo modalità non commerciali – ha spiegato ai senatori che esaminano il decreto liberalizzazioni – il governo considera le attività svolte dagli enti no profit come un valore e una risorsa della società italiana, tanto più meritevoli di riconoscimento e garanzia nell’attuale congiuntura economica”.
E partito il coro: allora va benissimo, bravo il governo, ottimo provvedimento.
Pure la Cei, per bocca di monsignor Gianni Ambrosio, presidente della Commissione episcopale per l’educazione cattolica, si dichiara soddisfatta: “Le dichiarazioni di Monti vanno nella direzione giusta. Non ha senso tassare attività che hanno chiara rilevanza pubblica e sociale” .
In realtà , il tipo di esenzione a cui fa riferimento il premier – quella per il no profit – è e resterà in vigore.
La sostanza, dunque, è che pagano e pagheranno l’Imu le scuole private vere e proprie (tipo quelle da “due anni in uno”), ma quasi nessuna delle oltre 13mila paritarie in attività , due terzi delle quali cattoliche: è su quel “quasi”, ovviamente, che si giocherà la partita.
I criteri da seguire, ha spiegato Monti, sono demandati a un decreto del Tesoro da emanare nei prossimi mesi, ma seguiranno tre linee guida, le stesse elencate in una circolare interpretativa emanata nel gennaio 2009 da Fabrizia Lapecorella, direttrice del Dipartimento delle Finanze .
Eccole: per l’esenzione Imu la scuola deve essere, appunto, paritaria e dunque vincolata a una serie di obblighi (rispetto dei programmi ministeriali e del contratto nazionale, etc.), non deve usare criteri discriminatori nello scegliersi gli studenti e chiudere in bilanci in pareggio o destinare l’eventuale surplus all’attività didattica.
Si tratta di linee guida già in vigore: difficile che producano sfracelli.
Restano, comunque, due problemi: la stretta sulla nuova Imu, già così, finirebbe per gravare su molti asili gestiti da enti religiosi, cui va aggiunta una postilla che Monti ha fatto ai criteri individuati nel 2009 dal Dipartimento delle Finanze: parlando dei criteri non discriminatori, il premier ha aggiunto “anche con riferimento ai contributi chiesti alle famiglie”.
Se le rette sono un criterio, allora anche altre istituzioni educative private – quelle d’èlite – saranno chiamate a pagare.
Andrea Riccardi, ministro tra i meglio piazzati quanto a rapporti in Vaticano, ha infatti notato: “Ci sono alcuni nodi da sciogliere come il discorso sulle scuole: bisogna capire cosa è sociale e cosa commerciale”.
Incassato il via libera del Parlamento, insomma, bisognerà stare bene attenti al decreto attuativo del Tesoro per capire quanto saranno larghe le maglie per l’esenzione: è probabile che alla fine pagheranno alberghi e ostelli vari degli enti religiosi, molti ospedali (già esclusi i “classificati”, che fanno servizio pubblico e sono “non a scopo di lucro”), ma le scuole la sfangheranno quasi in blocco.
Almeno, sostiene Monti, non avremo problemi con la procedura d’infrazione aperta dall’Unione europea per aiuti di Stato: “La formulazione dell’emendamento è stata informalmente sottoposta all’Ue per avere rassicurazioni che la procedura possa essere chiusa”.
E il responso è stato positivo. “Se resta così noi faremo un nuovo ricorso”, dicono i radicali Maurizio Turco e Carlo Pontesilli (autori degli esposti su cui indaga la commissione): “Sconsigliamo uscite del tipo ‘paga l’Imu chi iscrive un utile in bilancio’ includendo solo le organizzazioni no profit.
E i privati? Sarebbero discriminati.
Anche così c’è una violazione dei principi della concorrenza”. Spazio per modifiche, però, non ce n’è: il decreto liberalizzazioni è blindato dalla commissione
Marco Palombi
(da “Il Fatto Quotidiano“)
Il commento del ns. direttore
Nel provvedimento del governo pare siano finalmente soggetti all’Ici alberghi e cliniche di proprietà del Vaticano che hanno chiaramente un fine commerciale da quando sono nate.
Sulle scuole invece permane l’equivoco, se gli utili verrano reinvestiti non sarà applicata alcuna tassazione: facile immaginare il giro di pezze giustificative che faranno sì che non rimanga nessun utile.
Ma qualcuno ci dovrebbe spiegare un elementare concetto.
Il cittadino è libero di rifiutare l’istruzione pubblica e mandare il proprio figlio a una scuola privata, confessionale o meno che sia, ma abbia il buon gusto di pagarsela e di non gravare sulla collettività con buoni scuola o amenità varie.
E finiamola col concetto che svolgono un’attività di servizio pubblico e sociale, sostitutiva dello Stato: non esiste angolo della penisola dove, volendo, non si possa iscrivere il proprio figlio a una scuola pubblica, asili nido a parte.
Se queste scuole vogliono godere degli stessi diritti della scuola pubblica comincino a fare una semplice cosa: assumano gli insegnanti sulla base della graduatoria pubblica, invece che chiamare chi pare a loro.
Esiste una parità di diritti solo laddove è moneta corrente la parità di doveri.
argomento: Chiesa, Costume, denuncia, economia, governo, radici e valori, scuola | 2 commenti presenti »