Aprile 17th, 2017 Riccardo Fucile
ASMA E’ NATA NEL REGNO UNITO E HA LAVORATO NELLA FINANZA PER J.P. MORGAN
Un gruppo di deputati britannici LibDem hanno scritto una lettera al ministro degli Interni Amber
Rudd nella quale si chiede di togliere la cittadinanza ad Asma Assad, la moglie del presidente siriano che è nata nel Regno Unito. Lo riporta il Guardian.
La richiesta è arrivata dopo che Asma ha pubblicato sui social media messaggi di sostegno al regime di Bashar dopo l’attacco chimico e la reazione americana.
«La first lady della Siria ha agito non da privata cittadina ma come portavoce della presidenza siriana», ha spiegato Tom Brake, delegato dei liberaldemocratici per gli affari esteri. «Boris Johnson ha chiesto ai paesi di fare di più per la Siria. Ma il governo britannico potrebbe dire ad Asma: o smetti di usare la tua posizione per difendere atti barbarici oppure ti leviamo la cittadinanza», ha aggiunto.
Dopo i raid degli Stati Uniti la firts lady siriana ha scritto su uno dei suoi profili che «è stato un atto irresponsabile espressione di una visione cieca e limitata della realtà politica e militare». Nata a Londra nel 1975, Asma ha lavorato nella finanza per J.P. Morgan prima di sposarsi con Assad nel 2000.
(da agenzie)
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Aprile 17th, 2017 Riccardo Fucile
FUORI CITTA’ REGNANO POVERTA’ E DESOLAZIONE
Pyongyang ieri ha indossato l’abito delle feste.
«Sono sei mesi – dice il colonnello dell’esercito popolare coreano Jo Bong-Chol – che lavoriamo e ci prepariamo alla parata».
I nordcoreani celebrano in grande stile il «Giorno del Sole» dedicato al fondatore dello Stato e suo «presidente eterno», quel Kim Il-sung nonno dell’attuale leader.
Sfilano i militari e i gioielli tecnologici e missilistici. E poi quattro ore di cori, passo d’oca, pianti di gioia e slogan della parata civile.
Le danze di massa popolari che vengono eseguite con precisione e rigore nelle grandi piazze d’armi sono un tripudio di musiche e colori gioiosi. Alle tinte accese dei lunghi abiti femminili si accompagnano bouquet di fiori finti con i quali vengono eseguite intricate e precise coreografie a tempo di musica. Il senso del regime, al di là della bellezza estetica delle danze, sta tutto qui: annullare l’individualità e promuovere un corpo sociale livellato.
Pyongyang (2,5 milioni di abitanti), è soltanto una delle dimensioni che compongono il Paese, ma indubbiamente quella più scenica e appariscente.
E ancora più quando l’idolatria della storia entra in scena. Negli ultimi tre anni è cambiata molto: interi quartieri sono stati costruiti sulle fondamenta di quelli precedenti, edifici imponenti e colorati innalzati in tempi brevi (la retorica di regime sostiene «nell’arco di un anno»), e nuovi centri ricreativi aperti per intrattenere la popolazione e «adeguarne lo stile di vita a standard contemporanei».
Nelle strade c’è più traffico di un tempo, molte più persone parlano al cellulare e nella metropolitana qualcuno gioca alla versione asiatica di «Candy Crash Saga» sullo smartphone.
Agli angoli dei quartieri sono stati aperti negozi di ogni genere e piccole edicole alimentari che un tempo non esistevano; la classe media è in crescita e incentivata a spendere quel poco che le viene retribuito oltre alle razioni mensili di base.
Tuttavia, l’apparenza di una Pyongyang evoluta e in sviluppo è presto smentita non appena ci si avventura fuori dai confini della capitale. La provincia di Pyongyang, a nord della capitale, è caratterizzata da lande desolate e paesaggi spettrali. Le strade sono in maggior parte sterrate e disastrate.
Per coprire poche decine di chilometri ci possono volere diverse ore di viaggio. I campi destinati all’agricoltura sono in prevalenza rocciosi e vengono arati con fatica, in parte a mano e in parte con l’ausilio di mucche scheletriche che ogni tanto collassano a terra e sembrano non volere più rialzarsi.
I trattori si contano sulle dita di una mano e risalgono al periodo dell’influenza sovietica, mentre non esistono sistemi d’irrigazione e i fertilizzanti scarseggiano. Anche se nel quadro di desolazione alcuni timidi ciuffi d’erba cercano di emergere dal terreno, la siccità sembra avere il sopravvento a discapito degli sforzi di una popolazione stanca ma determinata a eseguire i propri compiti.
A questa desolazione si aggiunge la sospensione, decisa a febbraio da Pechino, delle importazioni di carbone dalla Corea del Nord, per dare efficacia alle risoluzioni Onu contro i test missilistici di Pyongyang. Carbone che rappresenta il 40% dello scambio commerciale Corea-Cina. E Pechino continua a fare pressioni sul suo alleato: Air China ha annunciato che interromperà i voli Pechino-Pyongyang.
Sulle colline intorno a Hoechang, ad appena 60 chilometri da Pyongyang, nei primi Anni 50 erano state combattute alcune delle battaglie più cruente della Guerra di Corea. Su questi crinali – dove le trincee, i cannoni della contraerea e i cunicoli scavati nella roccia sono ancora visibili e rimangono pronti per il prossimo combattimento – anche il figlio maggiore di Mao trovò la morte nel 1950.
Nicola Busca
(da “La Stampa”)
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Aprile 17th, 2017 Riccardo Fucile
UN ALTRO REFERENDUM CHE DIVENTA UN BOOMERANG PER CHI L’HA INDETTO
Ancora una volta, un referendum diventa un boomerang per chi l’ha indetto. Ma all’uomo forte della
Turchia, il presidente Erdogan, va meglio che al premier britannico Cameron — battuto di misura sulla Brexit — e al premier italiano Renzi — travolto sulla riforma costituzionale.
Perchè Erdogan il referendum lo vince, sia pure di stretta misura e non a mani basse come sperava.
La riforma costituzione in senso presidenziale passa, ma il risultato elettorale consegna a Erdogan ormai ‘presidentissimo’ un Paese spaccato, nonostante o, forse, anche a causa della repressione dell’opposizione e delle ‘purghe’ di giudici, generali, professori, intellettuali e giornalisti critici dell’involuzione autoritaria e islamica di un Paese da quasi un secolo laico e aperto all’Europa e all’Occidente.
Nello scrutinio, il sì è partito fortissimo, ma il suo vantaggio s’è progressivamente eroso: quando erano state scrutinate un terzo delle schede, il sì era ben sopra il 60%; alla metà , era sceso sotto il 60%; ai due terzi, era sotto il 55%; e alla fine s’aggirava sul 51%.
Ci sono stati 24 milioni 325mila voti per la riforma, 23 milioni 170mila contro (su 55 milioni di potenziali elettori). Fra i turchi all’estero, che hanno votato con percentuale record (1,3 milioni, il 45%), i no hanno nettamente prevalso con il 60%. Il sì ha vinto nella maggioranza delle 81 province turche.
S’è votato dalle 08.00 alle 17.00 — ore locali. Il referendum non prevedeva un quorum: l’esito veniva deciso dalla maggioranza semplice dei suffragi espressi. Sull’ufficializzazione dei dati, pesano le contestazioni del maggiore partito d’opposizione turco, il Chp socialdemocratico, che mette in discussione il 37% dei suffragi espressi per brogli o irregolarità .
Il risultato del voto allontana ulteriormente e forse definitivamente la Turchia dall’Unione europea, perchè incoraggia scelte, come il ripristino della pena di morte e la subordinazione del giudiziario all’esecutivo, che vanno contro i valori fondanti dell’Unione europea.
E aumenta l’imbarazzo per i Paesi dell’Ue che, con l’intesa raggiunta lo scorso anno, hanno consegnato alla Turchia di Erdogan — con l’impegno a versare somme cospicue — il controllo del flusso dei migranti dalla Siria verso la Grecia e la rotta dei Balcani. Difficile, comunque, a questo punto che i negoziati di adesione, già in stallo, si sblocchino.
Inoltre, il risultato, dando a Erdogan maggiore potere, nonostante il risultato risicato, aumenta l’insicurezza internazionale. Il presidente turco s’è già mostrato uomo dalle alleanze aleatorie: prima amico di Israele, poi nemico; prima nemico della Russia, poi amico, poi di nuovo nemico; prima complice e partner d’affari dell’autoproclamato Califfo, poi in prima linea contro i miliziani del sedicente Stato islamico.
In un contesto internazionale già caratterizzato dalle volatilità e imprevedibilità decisionali di leader come Trump, Assad, Kim, un Erdogan più forte incrementa il potenziale disordine mondiale, mentre accresce il controllo sulla Turchia traversata al proprio interno da opposizioni diverse, etniche, politiche, terroristiche, su cui il regime gioca mescolandole e confondendole.
Non è oggi l’Europa ad allontanarsi dalla Turchia. E la Turchia ad allontanarsi dall’Unione, magari ferita dalle diffidenze e dalle riluttanze mostrate in passato da Bruxelles e da singoli Paesi Ue verso Ankara, le cui aspirazioni europee erano state a più riprese e in tempi diversi tradite o deluse. E ora Erdogan ha la convinzione d’avere di nuovo una spalla a Washington, al di là della collocazione e del ruolo strategici della Turchia nella Nato.
Il ministro degli Esteri turco Cavusoglu, dopo avere votato nel suo seggio ad Antalya, ha criticato quei Paesi stranieri che “hanno cercato di dire ai turchi che cosa dovrebbero fare”. Uno strascico della campagna segnata da forti tensioni, specie tra la Germania e l’Olanda e il regime di Erdogan.
Il referendum e il suo risultato sono l’occasione per fare chiarezza: il discorso dell’adesione all’Ue è chiuso, ammesso che sia mai stato davvero aperto. Il rapporto dell’Unione con la Turchia va gestito senza ambiguità su questo punto: no all’involuzione autoritaria, ma vicinanza a quei cittadini turchi che si battono per difendere la libertà d’espressione, la laicità delle Istituzioni e la democrazia.
Giampiero Gramaglia
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Aprile 17th, 2017 Riccardo Fucile
TRA DENUNCE DI BROGLI E CONTESTAZIONI, IL MITO DEL “PONTE” TRA EST E OVEST SCRICCHIOLA SEMPRE PIU’
La Turchia ha scelto. Ha virato verso la repubblica presidenziale. Ha imboccato la via, probabilmente senza ritorno, verso la trasformazione in un’autocrazia di stampo mediorientale.
E’ questa la prima fotografia del paese all’indomani del referendum costituzionale turco del 16 aprile, che ha visto l’Evet, il ‘sì’, vincere di misura con il 51.22% sull’Hayir, il no (al 48.64%), consegnando un paese del tutto spaccato, una volta espressione di un combinazione tra il conservatorismo religioso, il nazionalismo e la crescita economica delle trainanti Tigri Anatoliche.
Il presidente Recep Tayyip Erdogan, leader dell’AKP, nel suo primo discorso al termine dello spoglio, ha parlato di cambiamento storico, della “democrazia matura” in Turchia.
“Oggi è il giorno della vittoria”, ha detto, richiamando a gioire per il risultato anche chi ha scelto il fronte del ‘no’. “I risultati del referendum hanno portato a qualcosa che spero sia benefico per il nostro paese, a dimostrazione di una maturità eccezionale e che ha votato a favore del cambiamento costituzionale”, ha aggiunto Erdogan.
Non è mancato un accenno, nelle sue parole, al golpe di luglio: da quando cioè nel paese vige lo stato d’emergenza, che ha scandito anche le operazioni di voto di ieri. “Il nostro è un sistema democratico. Oggi la Turchia ha compiuto una scelta storica”.
La percentuale raggiunta dai sostenitori del ‘no’ ha assottigliato di molto il peso specifico della vittoria dell’Evet, in particolare a fronte dell’alta affluenza al voto (circa l’86% degli aventi diritto).
A guardare la mappa fornita dall’agenzia di stampa filogovernativa, l’Anadolu Haber Ajans, che dopo la chiusura dei seggi alle 16 (ora italiana) ha cominciato a colorarsi regione per regione evidenziando la scelta referendaria, il ‘no’ si impone nelle città più grandi, come Istanbul e Ankara, roccaforti dell’AKP, e Smirne.
Sorprende meno il no della zona del sud-est curdo e del più laico Mar Egeo.
La protesta montata nelle settimane scorse da parte del fronte del no si è alla fine rispecchiata anche nelle percentuali di voto del Mar Nero e dell’Anatolia centrale, di ispirazione più conservatrice.
Il voto all’estero sembra poi essere una delle notizie più interessanti: nel resto del mondo, i seggi consegnano una vittoria del sì ancora più forte che nella patria della mezzaluna, con punte in Olanda, Germania e Austria del 76,70% per il sì, contro il 23,30% per il no.
E se la Turchia ha cambiato il suo volto in un giorno, dopo un processo riformista durato anni, in questa giornata campale non è mancata la prova per la sicurezza del paese.
Il presidente Erdogan è arrivato al seggio nel quartiere di Uskudar a Istanbul, scortato da militari armati e con i cecchini schierati sui palazzi intorno. Non sono mancati gli incidenti ai seggi: 3 i morti nella zona di Diyarbakir, dove uno scontro acceso, degenerato in sparatoria, si è registrato tra membri del partito filo curdo, l’HDP, e alcuni dell’AKP.
Un altro momento di tensione si è avuto quando Ali Bayramoglu, ex sostenitore del partito del Sultano e giornalista del quotidiano Yeni Safak, è stato fortemente contestato da alcuni simpatizzanti dell’AKP proprio mentre si stava dirigendo ai seggi per votare.
L’ombra dei brogli intanto si fa sempre più spessa e pesante.
A far sentire la propria voce sono i membri del Chp, il partito repubblicano del popolo: i laici sono decisi a contestare il 60% dei risultati e hanno parlato di 2,5 milioni di voti incerti.
Merak Aksener, leader nazionalista, ha dal canto suo parlato di dati di scrutinio parziali e manipolati. Il tutto a fronte di una missione dell’OSCE, presente in Turchia con 24 osservatori da 7 paesi, che nei giorni scorsi ha prodotto un report (bollato poi come “nullo” dal presidente Erdogan) che evidenziava lo stato di emergenza in cui si è svolto il referendum.
Con il sì non cambia solo la struttura statale di un paese che in tanti avrebbero voluto a modello dell’intero Medio Oriente già alla vigilia delle cosiddette ‘primavere arabe’ e che ha deluso le aspettative di molti che vedevano in lei il “ponte” con l’Europa. Dopo decine di emendamenti alla riforma presidenziale come presentata originariamente, il pacchetto arrivato al voto in questa domenica pasquale prevede 18 modifiche costituzionali, oggetto di discussione da quando Erdogan era ancora sindaco di Istanbul, e cambia totalmente l’assetto nella divisione dei tre poteri, che adesso risulta polarizzata.
Nello specifico, il presidente verrà eletto direttamente dal popolo, potrà legiferare per decreto e assumere tutti i poteri finora in capo al primo ministro, la cui figura verrà abolita. Il presidente avrà inoltre il controllo sul potere giudiziario e sceglierà i ministri.
Scende il numero dei giudici della Corte Costituzionale, che passano da 17 a 15 (12 dei quali nominati dallo stesso Presidente). I componenti dell’Assemblea di Ankara, seppur di fatto depotenziata nei suoi poteri, che da oggi potrà solo chiedere informazioni sull’operato del governo senza poter presentare la mozione di sfiducia, arrivano a 600.
A loro il potere della messa di stato d’accusa del presidente, che richiederà la maggioranza assoluta. Un presidente che potrebbe restare alla guida della Turchia per più tempo del padre della nazione, Ataturk.
La nuova costituzione sarà effettiva nel 2019 e azzererà di fatto il primo mandato di Erdogan, consentendogli di restare in sella fino al 2029, o addirittura fino al 2034 in caso di scioglimento anticipato del Parlamento.
Ad ogni modo, Erdogan avrà adesso mano libera su tutto: il prossimo passo potrebbe essere l’indizione di un nuovo referendum, questa volta sulla pena di morte, abolita nel 2004 quando lo spirito europeista nel paese sembrava essere una certezza.
Ed è così che la scelta referendaria fa allontanare ancora di più il paese del Sultano dalla vicina Europa, creando una frattura su quel ponte che in un tempo non tanto lontano rappresentava una finestra tra Est e Ovest.
Alessia Chiriatti
(da “La Stampa”)
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Aprile 14th, 2017 Riccardo Fucile
SALUTATO COME L’UOMO DEL DESTINO CONTRO I POTERI FORTI, SI E’ RIMANGIATO MOLTE PROMESSE SPIAZZANDO I POVERETTI CHE SE L’ERANO BEVUTA
Fra pochi giorni Donald Trump festeggerà i primi tre mesi da Presidente degli Stati Uniti d’America, è quindi tempo di fare un bilancio dei primi cento giorni dell’era Trump.
Nel tentativo di prendere tutti in contropiede il Presidente ha già iniziato a raccontare, a mezzo Twitter, che grazie alla sua azione di governo l’immigrazione illegale è in calo, i posti di lavoro sono in aumento, la legge e la giustizia sono tornate ad essere al centro dell’azione politica e l’America sta davvero tornando great again.
Giorno dopo giorno, cinguetta l’inquilino della Casa Bianca, stiamo mantenendo le nostre promesse e il tempo del grande cambiamento è ormai alle porte.
Ma è davvero così?
Molti esponenti dell’Internazionale Populista del nostro Paese hanno salutato l’elezione di Donald Trump come un segnale di discontinuità non solo verso le politiche dell’era Obama ma anche nei confronti dell’establishment repubblicano. Secondo la lettura di molti ingenui esponenti dell’alt-right nostrana Trump ha vinto sia contro la Clinton e il potere che rappresenta sia contro il suo stesso partito che inizialmente l’ha fortemente osteggiato.
Certo, c’è una buona dose di ingenuità nel pensare che una persona che si è candidata nelle file del Grand Old Party non abbia legami con le lobby e con l’establishment oppure che un miliardario figlio di miliardari sia uno che “viene dal basso” e che ha vinto solo grazie alle sue forze; ma anche i populisti devono sognare. §E a farli sognare sono state sopratutto le promesse di Trump.
Perchè su questa sponda dell’Atlantico il fatto che Trump fosse un razzista, un ignorante, uno che crede che il riscaldamento globale non esista, che voleva far arrestare Hillary Clinton, che vuole smantellare l’ObamaCare e che cercava lo scontro con la Cina (così tanto al punto da diventare un meme) non erano problemi importanti.
In fondo Trump era un grande estimatore di Putin e della Russia e questo era sufficiente ai vari Le Pen, Salvini e deputati a 5 Stelle assortiti.
Anche quando Trump ha pensato di imporre dazi positivi sui prodotti europei (una cosa che in realtà non è nemmeno una sua idea) nel nostro Paese la notizia è stata accolta con entusiasmo.
Il problema è che fin da subito Trump ha fatto capire di che pasta era fatto e chi lo sosteneva ad esempio chiamando nel suo staff una serie di uomini provenienti dalle banche d’affari come Goldman Sachs e JP Morgan, le stesse che aveva giurato di voler combattere.
Trump aveva promesso di cancellare l’Obamacare, e fino ad oggi tutti i suoi tentativi di farlo sono falliti miseramente di fronte all’opposizione del Congresso (che pure è saldamente in mano repubblicana).
Questo non significa che in futuro Trump non manterrà questa sua promessa ma che per il momento ha le mani legate.
La giravolta di Trump su Assad, la NATO e la Siria
Ma è in questo ultimo mese che Trump ha dato il meglio di sè spiazzando tutti i suoi sostenitori.
Vi ricordate quando Trump ha detto che la NATO era “obsoleta” e che andava cambiata?
I 5 Stelle ci avevano creduto e nel loro Programma hanno proposto di smantellarla perchè non più necessaria. Sorpresa: ieri Trump ha detto che la NATO non è più obsoleta e che anzi è fondamentale nella lotta al terrorismo internazionale.
Una mossa che è la conseguenza dell’attacco missilistico statunitense ad una base aerea siriana. Anche qui Trump ha “tradito” le aspettative dei suoi fan italiani che speravano che l’America smettesse di essere il poliziotto del mondo e lasciasse ai siriani la possibilità di decidere da soli se Assad era un dittatore o meno.
In realtà Trump ha cambiato talmente tante volte l’idea su Assad e su un intervento in Siria che è difficile dire cosa abbia mai capito di tutta la questione.
Probabilmente Trump avrebbe preferito che fosse la Russia di Putin a risolvere la faccenda e consentirgli di mettere l’America al primo posto: America First, come ama ripetere ancora oggi.
La dottrina della non ingerenza negli affari esteri però è radicalmente cambiata dopo il presunto attacco con il gas Sarin a Khan Sheikun da parte di forze siriane con il supporto o il tacito assenso della Russia.
Ora improvvisamente Trump non è più intenzionato a lasciare Assad al suo posto e l’ha definito apertamente “un macellaio” e ha aggiunto che “Putin va con il diavolo”.
Questo nuovo cambio di passo di Trump non ha spiazzato solo quei poveracci dell’Alt-Right e i vari rossobruni sostenitori di Vladimir Putin ma ha creato anche problemi con la Russia.
Le relazioni tra i due paesi sono oggi ad un minimo storico, non siamo sull’orlo di una guerra mondiale e c’è ancora spazio per il dialogo ma è chiaro che a Putin e ai russi il nuovo corso di Trump non sia piaciuto poi così tanto anche perchè nel frattempo gli USA hanno dato l’assenso all’ingresso del Montenegro nella NATO.
Chissà se la Russia ora rispetta di più gli Stati Uniti, come aveva dichiarato Trump poco prima dell’insediamento. A giudicare dal livello crescente di tensione, certificato da entrambe le parti, si direbbe di no.
Putin ha detto che «Possiamo dire che il livello di fiducia, soprattutto sul piano militare, non è migliorato e anzi con ogni probabilità è peggiorato».
E la tanto odiata Cina? A quanto pare dopo l’incontro a Mar-a-Lago (durante il quale nonostante le promesse Trump non ha offerto una cena a base di Big Mac al Presidente cinese) le cose si stanno mettendo meglio, e se la Cina darà una mano sulla Corea del Nord magari si troverà anche il modo di stipulare un accordo commerciale. Il punto è che Trump è fatto così: non ha ida di cosa vuole fare e quindi è imprevedibile.
Di conseguenza stare dalla sua parte è come fare un giro sulle montagne russe, continuare a seguire la sua politica invece rischia di danneggiare l’Italia e l’Unione Europea.
Ma spiegarlo ai fan italiani di Putin, che credono ancora sia un benefattore dell’Italia è impresa difficilissima.
(da “NextQuotidiano”)
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Aprile 8th, 2017 Riccardo Fucile
IL GENERALE JEAN: “IL PRESIDENTE USA CERCA DI RITROVARE IL CONSENSO INTERNO”
In politica, la teoria della distrazione è stata spesso usata per distogliere l’attenzione dell’opinione pubblica dalle difficoltà dei governi in carica.
La politica estera è stata spesso il mezzo usato, dato che più di altre materie riesce a portare lo sguardo fuori dai confini nazionali.
Per questo la decisione del Presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, di sferrare un attacco con 59 missili Tomahawk contro la base aerea militare siriana di al-Shayrat potrebbe avere più obiettivi.
Quello, dichiarato, di impedire altri attacchi chimici da parte del regime di Bashar al-Assad, ma anche, secondo il generale Carlo Jean, “di ricompattare il fronte repubblicano, diviso sulla figura e le politiche di Trump, e mascherare i recenti insuccessi nel campo delle riforme”.
Senza dimenticare la doppia valenza anche in materia di politica estera: “Questo è anche un avvertimento alla Corea del Nord — continua il generale — per dire che il tempo della ‘pazienza strategica’ obamiana è finito”.
“L’attacco mirato” americano, come lo ha definito lo stesso Trump, partito da due cacciatorpediniere della Marina ha raggiunto i risultati sperati.
John McCain, senatore repubblicano esponente dell’ala più critica nei confronti del Presidente, ha espresso soddisfazione per l’operazione militare: “Un’azione così orribile — ha dichiarato a Fox News riferendosi all’attacco chimico nel villaggio di Khan Shaykhun — necessitava di una risposta da parte degli Stati Uniti e credo che il Presidente abbia l’autorità per prendere una decisione del genere”.
“L’operazione — continua Jean — è servita a ricompattare il fronte repubblicano, le parole di McCain lo testimoniano. Inoltre, ha spostato l’attenzione dai problemi che l’amministrazione sta affrontando in politica interna”.
E i problemi non sono pochi.
La recente rimozione di Steve Bannon, capo degli strateghi del Presidente, dal Consiglio Nazionale di Sicurezza, l’organo che discute le decisioni più importanti in materia di Politica Estera e Sicurezza Interna, rappresenta un duro schiaffo per il magnate americano che dell’ex direttore di Breitbart News, sito di riferimento dell’ultradestra, ha fatto il suo ideologo.
Un’altra poltrona a saltare nel National Security Council dopo quella di Michael Flynn, coinvolto nello scandalo Russiagate.
Ma questa estromissione è solo l’ultima di una serie di sconfitte che hanno macchiato la reputazione di grande riformatore che il tycoon si era creato durante la campagna elettorale. Come, ad esempio, la plurima bocciatura del tanto discusso “Muslim Ban” o il forzato ritiro della sbandierata riforma sanitaria che avrebbe dovuto sostituire l’odiato Obamacare.
“Non ha i voti dei Repubblicani”, ha spiegato l’amministrazione che ha quindi evitato di mandare la proposta in Parlamento.
L’altro sgambetto, invece, era arrivato dall’ala democratica sulla nomina di Neil Gorsuch a giudice della Corte Suprema. Una proposta che per cinque “sì” non ha raggiunto la maggioranza di 60 voti necessaria all’approvazione.
Una battaglia, quella sul posto vacante alla Corte Suprema, che l’amministrazione Trump non ha però intenzione di perdere: per questo, dopo i risultati, il Senato ha fatto scattare la cosiddetta “nuclear option”, ossia una revisione della maggioranza necessaria per la nomina del giudice della Corte Suprema che passa, così, da 60 a 51 voti su 100.
L’operazione militare di giovedì notte rimane, comunque, un avvertimento a più di un attore internazionale.
Prima di lanciare i 59 missili, l’amministrazione ha avvertito il Cremlino, quindi indirettamente il governo di Damasco che ne è uno dei principali alleati, e altri Paesi dell’area.
“L’intento non è quello di dichiarare guerra — continua Jean — bensì di avvertire che l’uso di armi chimiche contro la popolazione non è tollerato”. Un avvertimento che non si limiterebbe al solo governo siriano ma, in concomitanza con la due giorni di incontri tra Trump e il Presidente della Cina, Xi Jinping, nella residenza di Mar-A-Lago, anche alla dittatura nordcoreana che negli ultimi mesi sta portando avanti una politica provocatoria nei confronti del Giappone, alleato degli Usa, con diversi test missilistici nel Mar del Giappone.
“La concomitanza degli eventi, l’azione militare e la visita di Xi Jinping, potrebbe non essere casuale — dice il generale — questo attacco suona come un avvertimento anche per il regime di Pyongyang, come a dire che ‘il tempo della pazienza strategica obamiana è finito.
Quindi ponderate bene le vostre azioni perchè gli Stati Uniti sono pronti a colpire’. E nel caso di un attacco alla Corea del Nord, potenza nucleare, è ovvio che non si tratterebbe di un avvertimento”.
A chi teme che l’operazione militare statunitense possa rappresentare un elemento di allontanamento tra Trump e il Presidente russo, Vladimir Putin, Jean risponde che questo lancio di missili è avvenuto solo dopo aver avvertito Mosca, che non ha in Putin il destinatario finale del messaggio: “Si tratta di un avvertimento — conclude — niente di più. Mosca e altri partner locali sono stati informati per tempo del piano. Inoltre, la Russia non può permettersi di tirare troppo la corda con gli Stati Uniti per diversi motivi. Prima cosa, non ha le capacità militari sufficienti per affrontare una potenza militare come quella americana che, tra l’altro, ha un accesso al Mediterraneo molto più agevole rispetto a Mosca che, invece, ha come passaggio obbligato il Bosforo turco. Secondo, se Washington mettesse in atto una strategia di ribassamento del prezzo del petrolio, Mosca potrebbe veramente finire in ginocchio”.
Gianni Rosini
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Aprile 7th, 2017 Riccardo Fucile
MA IL GRANDE GIOCO SU ASSAD CONTINUA
Mosca ha sospeso la linea calda tra i militari Usa e Russi in Siria istituita per evitare incidenti. E la fregata russa “Ammiraglio Grigorovich” sta facendo rotta verso la base militare russa a Tartus in Siria.
“E’ armata di missili Cruise” ha avvertito un funzionario del Cremlino sostenendo che Mosca vuole migliorare il sistema difensivo anti-aereo siriano per renderlo più capace di proteggere parti vitali dell’infrastruttura siriana”.
La guerra in Siria e la grande competizione tra regimi sunniti e sciiti è distante dall’essere finita. E i giocatori regionali impegnati nel conflitto, alleanze spesso contorte e con obiettivi finali spesso opposti, si agitano con moderazione dopo l’attacco americano che Mosca stigmatizza ma a cui reagisce con cautela.
C’è chi, come Turchia, Israele e Arabia saudita, vorrebbe molto più di una punizione-ammonimento del nemico Assad.
Chi, come Teheran e Iraq, protesta per l’assalto armato a una “nazione sovrana” sostenendo l’innocenza di Damasco nel massacro dell’altro giorno nella provincia di Idlib. Alcuni “civili, anche bambini”, secondo fonti siriane, sarebbero morti nella pioggia di razzi Tomahawk (59, al costo di 600mila dollari l’una circa 35 milioni di Euro).
Immagini sulla tv di Damasco e su Youtube mostrano aerei da caccia distrutti sui piazzali dell’aeroporto di Sharyat e danni alle infrastrutture. Danni minori come si è trattato, per l’amministrazione Usa, una incursione minore. Un ammonimento.
La risposta siriana, come finora le dichiarazioni di tutti gli attori protagonisti e meno, scontata: La “lotta al terrorismo” andrà avanti. Per Assad i terroristi sono i suoi oppositori: Sia i combattenti siriani che i gruppi radicali islamisti come al-Qaeda e Isis contro i quali sparano anche americani e russi.
Il clima, nella regione, è di apparente incertezza.
Di sicuro Trump ha avvertito Putin con largo anticipo dell’intenzione di colpire la base aerea siriana. E Putin si è limitato a protestare e incassare. Gli aerei russi e i loro piloti sono stati allontanati.
E a giudicare dal numero limitato delle vittime siriane, il preavviso arrivato a Putin deve aver dato alle forze armate di Assad nella zona tempo sufficiente per mettersi in salvo e non reagire.
Non risulta che le sofisticate batterie di missili terra-area russe forniti a Damasco nell’ultimo anno siano stati allertate o usate per fronteggiare l’incursione.
In Medio Oriente, come nel resto del mondo, Trump resta un’enigma. Capace di tutto e il contrario di tutto.
Ha agito, si chiedono in Israele come a Teheran, per dimostrare di essere, al contrario del suo predecessore Obama, in grado di decidere e agire rapidamente nelle questioni internazionali?
O ha sfruttato l’occasione offerta dalle immagini dei bambini soffocati dai gas per rispondere a chi lo accusa di aver ordito un complotto con Putin per poter vincere le presidenziali e, forse, per impostare un nuovo ordine mondiale?
“Nulla è cambiata nella politica americana nei confronti di Assad” ha sostenuto giovedì sera il segretario di Stato.
Lo sguardo ora è sui colloqui della prossima settimana a Mosca del capo della diplomazia Usa, Rex Tillerson. Una visita programmata da tempo che potrebbe riservare nuove sorprese.
La Siria, gas o no, è soltanto una pedina in un grande gioco di cui fanno parte il conflitto israelo-palestinese e l’antagonismo tra le varie anime dell’Islam.
Trump e Putin sembrano condividere la volontà di risolvere almeno una parte di questi scontri e portare una certa stabilità nella regione.
Un segnale in questa direzione è arrivata da Mosca dove a sorpresa e senza apparente motivo, il Cremlino ha fatto sapere che è pronta a riconoscere Gerusalemme Ovest come capitale di Israele nel quadro di un accordo di pace.
Lascerebbe la parte Est ai palestinesi, cosa che all’attuale dirigenza israeliana è improponibile. Sembra che Washington e Mosca, con altri paesi della regione, stiano pensando a una conferenza internazionale per la prossima estate.
Non tutti gli attori grandi e piccoli lo vogliono e basterebbe poco per mandare all’aria tutti i buoni propositi.
(da “Huffingtonpost”)
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Aprile 7th, 2017 Riccardo Fucile
PER ENTRAMBI E’ VENUTO IL TEMPO DI LIQUIDARE IL CRIMINALE DI DAMASCO
Uno spettro si aggira in medio Oriente. E’ quello della tentazione. La tentazione, cioè, della guerra.
Non più “prove di Terza Guerra Mondiale”, come è stato detto.
Lo scenario è drammatico, i primi a capirlo sono i mercati finanziari che infatti hanno cominciato a soffrire. Poi, ad inquietare e ricordare come certe situazioni di oggi assomiglino molto all’inanità del 1938 verso Hitler e alle sue mire d’espansione, c’è il silenzio di Cina ed Europa, che sembrano convitati di pietra: si accontentano di formali condanne appellandosi ai diritti umani. Sperano nel buon senso. E nella realpolitik.
La Siria non vale il mondo. Ma i suoi bimbi, valgono la fine di Assad.
Infatti Mosca e Washington per ora si confrontano, ma ancora non si affrontano. Non possono. E’ un braccio di ferro troppo rischioso.
E forse, sia per gli Stati Uniti, sia per la Russia, è venuto il tempo di liquidare il dittatore di Damasco e il suo regime criminale. Per la Russia, è un alleato che la scredita e la impiomba.
Per l’America, l’occasione buona per ricollocarsi in medio Oriente, e dimostrare che non si è abbassata la guardia.
Così, Trump minaccia. E agisce. Putin minaccia, ma non può agire.
Entrambi, giocano una mano di poker: per capire chi bluffa di più.
Il magnate americano rischia il salto nel buio. Putin sventola il pericolo del suo“ombrello” militare in Siria.
La flotta del Mar Nero è in pre allarme. Quella del Baltico, pure. I missili di Kaliningrad, l’enclave russa tra Polonia e Lituania — cioè in piena Unione Europea — sono puntati sulle capitali del Vecchio Continente. L’Alleanza Atlantica è già in allerta.
In verità , Trump ha riscoperto — o meglio, il Pentagono — il ruolo di gendarme globale degli Stati Uniti.
Putin è rimasto platealmente vittima delle sue ambizioni imperiali, invischiato nelle complesse trame che ha tessuto per riassegnare al suo Paese il ruolo di superpotenza perduto dopo la caduta del Muro di Berlino e lo sbriciolamento dell’Unione Sovietica.
In apparenza, dunque, l’imprevedibile Donald ha cambiato di colpo tattica nei confronti dell’amico Vladimir. E ha ritirato la mano tesa, che tanto aveva turbato i sonni dei patrioti Usa: inoltre, coi 59 missili lanciati sulla base chimica dell’esercito siriano spera di far dimenticare la Russian Connection e tante sue sprovvedute dichiarazioni sul ruolo degli Stati Uniti in Medio Oriente, come quando disse che non bisognava ricorrere all’opzione militare contro Assad.
Paghi uno, pigli due.
I missili Trump hanno sparigliato le carte della grande partita internazionale: il mondo si è diviso in due, come ai tempi della Guerra Fredda.
“Sostegno totale” degli alleati degli Stati Uniti. Condanna dei suoi avversari.
Le cancellerie hanno rispolverato il lessico dei blocchi contrapposti. Putin ha denunciato l’attacco americano come “un’aggressione contro uno stato sovrano”, il suo portavoce Dmitri Peskov ha incalzato, spiegando che tutto è avvenuto in violazione delle norme del diritto internazionale fondato “su pretesti inventati”.
Soprattutto, “come stima Putin, quest’azione non avvicina l’obiettivo finale della lotta contro il terrorismo internazionale ma innalza al contrario dei seri ostacoli per la costituzione di una coalizione internazionale per la lotta al terrorismo”.
Quindi, la colpa è americana, se ci saranno conseguenze (ma non ci saranno, vista la cautela). Assad, insistono i russi, è innocente (per forza: sono loro che l’armano e lo proteggono). I gas, una balla.
I russi negano l’evidenza e le testimonianze: tutto il mondo ha visto gli effetti del gas. E questo li ha moralmente isolati.
Certo, la politica e la guerra se ne fregano dell’etica e della morale. Ma al tempo dell’informazione istantanea e globale, la menzogna tanto può essere utile — vedi in caso di elezioni — quanto può diventare micidiale, con le immagini cruente ed atroci dei bimbi sarinizzati.
Un altro aspetto, niente affatto secondario, è il nuovo repentino cambio d’atteggiamento di Trump.
Ha dovuto arrendersi allo stato delle cose: gli interessi geopolitici Usa non collimano con quelli russi. Non fin quando al Cremlino ci sarà il clan putiniano, nemico della libertà d’opinione, e il potere resterà saldo in mano agli ex uomini del Kgb.
Insomma, Trump ha cozzato contro il mondo reale: quello dei fatti, non delle verità truccate dal suo guru Stephen Bannon, ed ex direttore del sito dell’ultradestra suprematista Breitbart News, messo (finalmente) in un angolo: lo scorso mercoledì 5 aprile la Casa Bianca ha annunciato che Bannon lasciava il Consiglio nazionale di Sicurezza.
Una vittoria, secondo gli analisti, del generale McMaster, grande esperto di affari strategici, che lo presiede e che ritiene sia fondamentale come strumento professionale e non politico.
Infine, Putin. Pensava di essere il più astuto del reame, di poter contare per quel che riguardava la Siria di una certa libertà di manovra, forte anche del fatto che in Occidente c’erano movimenti estremisti anti Ue a lui favorevoli.
Invece è rimasto intrappolato dalla sua sicumera. I gas che hanno ammazzato decine di bimbi a Khan Sheikhoun hanno dissipato in pochi minuti il paziente lavorìo militare e diplomatico del presidente russo.
Persino il nuovo alleato turco Erdogan lo ha clamorosamente contraddetto, invocando addirittura la collera di Allah per l’ignobile azione attribuita ad Assad, o a qualche suo generale, il che non cambia la sostanza.
Mentre gli americani avevano acquisito le prove — stavolta non inventate da Bush e Blair come al tempo della guerra in Iraq ma documentate dai satelliti — che l’attacco chimico proveniva da un aereo siriano, lo zar si affannava a dire che si trattava di “fake news”, di balle. Beffardo contrappasso, l’ex tenente colonnello del Kgb che denuncia la disinformatija americana…
Assad è il responsabile di tutto ciò, dicono all’unisono Hollande e la Merkel.
Nel loro comunicato in comune — l’Italia nei momenti cruciali, se fa scelte, le fa tardi — affermano di essere stati avvertiti in anticipo dell’azione.
I capi della diplomazia francese e tedesca auspicano una soluzione politica sotto l’egida delle Nazioni Unite.
I missili Usa sono “un avvertimento”, e pure una forma di “condanna” del “regime criminale” di Assad.
Con Washington stanno Arabia saudita e Giappone, Israele offre il suo “totale” sostegno, sperando che “questo messaggio forte” possa essere inteso da Teheran e da Pyongyang, ha dichiarato il premier Benyamin Netanyahu.
Ankara vorrebbe una zona “d’esclusione aerea” in Siria, considera che i missili siano stati una buona medicina.
Il Pentagono ha battuto il Cremlino? La “punizione” americana per la strage provocata dall’attacco chimico che ha un valore soprattutto dimostrativo, trova consenso nella pubblica opinione statunitense e anche in quella mondiale, scossa dall’atrocità del tiranno di Damasco.
Assad si è scavato la fossa.
Leonardo Coen
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Aprile 7th, 2017 Riccardo Fucile
I MISSILI CRUISE TOMAHAWK POTEVANO ESSERE INTERCETTATI DAI SISTEMI S-300 SOVIETICI CHE PROTEGGONO LO SPAZIO AEREO SIRIANO… MA DOPO CHE GLI AMERICANI AVEVANO AVVISATO I RUSSI DELL’ATTACCO, SONO STATI SPENTI DAI RUSSI PER NON OSTACOLARLO
Dopo il raid sulla base siriana di Shayrat la Russia ha annunciato il suo “ritiro” dal meccanismo di coordinamento che serve a evitare incidenti con gli aerei americani che compiono bombardamenti sui gruppi jihadisti. Il meccanismo, scambio di informazioni in un centro ad Amman, era stato istituito dopo l’intervento di Mosca in Siria del settembre 2015.
Il meccanismo serve a evitare che si “ingaggino” a vicenda durante missioni ravvicinate. Ma serve soprattutto a evitare che i sistemi anti-aerei russi, i potenti S400 e S300, mettano nel mirino gli aerei statunitensi.
Questi sistemi individuano automaticamente tutti gli aerei della Nato come “nemici” e li “puntano”. Il meccanismo serve anche a bloccare questi automatismi.
Il raid di questa notte è stato condotto da missili Cruise Tomahawk, in teoria intercettabili dai sistemi S-300 che coprono tutto lo spazio aereo siriano e oltre.
Sono stati spenti dopo che la Casa Bianca aveva avvertito il Cremlino del blitz imminente.
Non è chiaro invece se i meno potenti Sm-6 di difesa ravvicinati della base abbiano reagito, ma alcune foto diffuse da media filo-russi li mostrano intatti.
Se così fosse vuole dire che il raid non voleva essere troppo devastante ed è stato calibrato per lasciare margini di trattativa sia ad Assad che a Putin.
Giordano Stabile
(da “La Stampa”)
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