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INTERVISTA A SANDERS: “CON IL PAPA PER CAMBIARE IL MONDO”

Aprile 15th, 2016 Riccardo Fucile

OGGI IL CANDIDATO DEMOCRATICO A ROMA: “VINCERO’ CON ILARY E POI BATTERO’ TRUMP”

“Sarò felice di incontrare il Papa, se questo sarà  possibile. E di discutere i temi sociali, economici e ambientali che propongo da decenni e sui quali ho molte similarità  con lui. Poi tornerò negli Stati Uniti. Martedì ci sono le primarie di New York, una battaglia importante con Hillary Clinton per la nomination democratica. Se alla fine vincerò, come penso, affronterò poi la sfida con il repubblicano Donald Trump per arrivare alla Casa Bianca”.
È l’uomo nuovo della politica americana. Non ha paura a definirsi “un socialista”. E vuole rovesciare il sistema economico e politico, risanandolo.
Per questo ha file di ammiratori e di detrattori. Il senatore Bernard Sanders, Bernie per tutti, è l’incognita variabile delle elezioni presidenziali di novembre. Se vince, sarà  una sorpresa. Se perde, la sua influenza andrà  oltre le presidenziali del 2016.
In ogni caso un successo, come testimoniano i risultati già  raggiunti che fanno tremare Hillary.
Oggi pomeriggio il senatore del Vermont, nato a New York 74 anni fa, parlerà  in Vaticano a un convegno per i 25 anni dell’Enciclica sociale di Giovanni Paolo
II “Centesimus annus” organizzato dalla Pontificia accademia delle Scienze sociali. Ci saranno diversi leader della sinistra latinoamericana: dal presidente ecuadoregno Correa al capo di Stato boliviano Morales. E poi l’economista Jeffrey Sachs e il cardinale honduregno Oscar Andres Rodriguez Maradiaga.
Una riunione insolita dentro le Mura vaticane. Sanders ne parla volentieri in questa intervista esclusiva con Repubblica.
Senatore, come ha ricevuto l’invito a partecipare al convegno in Vaticano? Lei ha addirittura sospeso la sua campagna elettorale in un momento decisivo, il confronto di New York. Felice di varcare le porte della Santa Sede?
“Sono molto felice e orgoglioso di partecipare a questo convegno. Ho ricevuto l’invito dal Cancelliere della Pontificia Accademia delle Scienze sociali, monsignor Marcelo Sanchez Sorondo, al quale esprimo i miei ringraziamenti. La squadra di relatori è di alto livello ed è concentrata sulle questioni che studio e propongo da decenni: i temi della giustizia sociale e della sostenibilità  ambientale, tutte questioni fondamentali per la ripresa dell’economia mondiale”.
Incontrerà  Papa Francesco?
“Sarò molto felice di vederlo, se me ne verrà  data l’opportunità “.
E se lei lo incontrasse di quali questioni vorrebbe discutere?
“Di come le leggi negli Stati Uniti possono giocare un ruolo importante nel cambiare l’economia attuale, sia sotto il profilo morale sia sotto quello globale. Vorrei discutere con lui di idee e di programmi. Questo è un Papa che affronta anche il tema dei cambiamenti climatici, un’altra questione per la quale mi batto”.
Il suo intervento si intitola “L’urgenza di un’economia morale”: quali sono i temi principali?
“Affronterò soprattutto la distribuzione delle risorse globali, le diseguaglianze nella sanità  e i cambiamenti climatici. Non trovo accettabile da un punto di vista morale, economico o ambientale che così poche persone abbiamo così tanto e che l’avidità  stia dilagando ovunque”.
Quali similitudini trova allora fra le cose che lei propone e la visione del mondo e dell’economia di Jorge Bergoglio?
“Guardi, io penso che la ragione per la quale sono stato invitato a partecipare a questo convegno sia che molti degli argomenti che il Papa affronta sono simili ai miei. Sono un grandissimo sostenitore del Pontefice, anche se ho opinioni diverse dalle sue su alcuni temi, a partire dalla legalizzazione delle coppie omosessuali. Ma penso che Francesco sia una figura carismatica che sta aiutando l’opinione pubblica a prendere coscienza delle diseguaglianze di reddito e ricchezza che vediamo in tutto il mondo”.
Lei ha sicuramente visto le polemiche per il suo viaggio lampo in Vaticano. Pensa di avere l’appoggio della Santa Sede per la campagna elettorale?
“No, non è così. Il Vaticano non è coinvolto in questo. E il convegno in programma non è un evento politico”.
Proprio sulla campagna elettorale, quali sono le sue sensazioni fino ad ora?
“Stiamo cavalcando un grande momento. Tra la fine dei caucus e le primarie stiamo colmando il gap che c’era, e abbiamo ancora molta energia da spendere. Vedo che ogni giorno migliaia di persone arrivano dalla nostra parte. Io sono determinato a vincere la nomination e poi ad affrontare Donald Trump”.
Lei ha molti giovani dalla sua parte. Ma il voto dei neri?
“Abbiamo la metà  della comunità  afro-americana con noi. Ma, certo, c’è ancora molto lavoro da fare. E sono sicuro che supereremo le difficoltà  che restano”.
Pensa di avere delle possibilità  di battere la senatrice Clinton?
“Lo penso, sì. In questo i segnali dei caucus e delle primarie mi stanno confortando. Stiamo andando bene. Otterrò la nomination”.
E nel caso poi di un confronto diretto con Trump, ritiene che gli americani si schiereranno con lei?
“Lo credo fortemente. Vedo ogni sondaggio che riguarda Trump e sono confortato. Sono certo che in ultimo lo batterò nella corsa alla Casa Bianca”.
Ma non sarà  imbarazzato, lei, un socialista dichiarato, nel varcare oggi le porte della Santa Sede?
“Non credo proprio. La Chiesa oggi parla anche di donne e di omosessuali. Il Papa vuole riparare la società  dalle ingiustizie sociali. E in questo sono perfettamente con lui”.

Marco Ansaldo
(da “La Repubblica”)

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TRA I NERI DI HARLEM CONVERTITI DA SANDERS: “E’ LUI CHE PUO’ AIUTARCI”

Aprile 11th, 2016 Riccardo Fucile

TRA UNA SETTIMANA SI VOTA NELLO STATO IN CUI HILARY E’ STATA ELETTA SENATRICE

«La parola socialismo? A me piace. Non parlatemi di Cuba o dell’Unione sovietica, per favore: ho 27 anni». Roderick Lawrence, afroamericano, di mestiere fa l’attore.
Lo incontro mentre fa la fila sotto una pioggerellina gelida, sulla 125esima strada. Siamo nel quartiere di Harlem, sul marciapiede dell’Apollo Theater. Un luogo storico per la comunità  afro-americana, un tempio del jazz e del blues.
Con la rinascita culturale di Harlem ci si viene sempre più spesso, di recente ero all’Apollo per un musical su Charlie Parker, ci torno giovedì per sentire Esperanza Spalding.
Anche stasera c’è una gloria musicale in scena: Harry Belafonte. Ma non per cantare. A 89 anni il maestro della musica calypso è qui per introdurre l’altra star della serata, Bernie Sanders.
È per ascoltare un 74enne bianco ed ebreo, che tanti ragazzi neri affollano l’ingresso dell’Apollo, e disciplinatamente si sottopongono ai controlli del Secret Service col metal detector.
La sfida di Sanders, almeno in teoria, è molto ardua. Mancano 8 giorni alle primarie democratiche di New York, sulla carta Hillary Clinton è favoritissima.
La Clinton è stata senatrice di New York quindi ha qui una solida base elettorale. Sanders, pur essendo nato a Brooklyn, ha fatto la sua carriera politica molto più a Nord, nel Vermont. Lui dovrebbe essere un estraneo nella cittadella afroamericana di Harlem: come si è visto nelle primarie del Sud, i neri tendono a votare per Hillary.
«Sarà  vero altrove — mi dice Monet Merchand, 26 anni — o forse per la generazione dei miei genitori. Io sono afroamericana e Millennial, forse conta più l’età  che il colore della pelle. E poi ho scoperto una cosa bellissima su Sanders».
Sotto la pioggia comincia a digitare lo schermo del suo iPhone, finchè trova una vecchia foto di giornali: «Eccolo qua, Bernie da ragazzo, in una manifestazione per i diritti civili guidata da Martin Luther King. Questo è il punto: la coerenza. Io non faccio politica attiva, ho votato per Obama l’altra volta e poi basta. Sono contenta di votare di nuovo per qualcuno che può cambiare le cose. Hillary mi sembra una che posa, una finta».
Con un’altra ragazza in fila per entrare all’Apollo, ritorna quella parola dèmodè qui in America, socialismo. «Per me — dice Darilyn Castillo, 24 anni, che si autodefinisce metà  nera e metà  ispanica — oggi socialismo vuol dire accesso all’istruzione e alle cure mediche per tutti. Siamo in una società  dove tornano a contare i privilegi alla nascita. Le opportunità  per studiare si stanno restringendo di anno in anno, se sei un figlio di poveri o anche della middle class»
Il mio è un campione molto piccolo, non posso confutare i sondaggi, che indicano un radicamento ben più forte di Hillary nella comunità  nera. Però una spiegazione alternativa me la offre un ragazzo bianco venuto anche lui qui ad Harlem per il raduno elettorale. Michael Daley, 26 enne scrittore free-lance: «L’idea che Hillary fosse molto più forte tra i neri è datata. Risale all’inizio di questa campagna, quando Sanders era sconosciuto da queste parti. Via via che hanno imparato a conoscerlo, si sono accorti di quanto hanno in comune con lui»
C’è un tema sul quale il cuore di Harlem è decisamente contro la Clinton. Anzi, contro i coniugi Clinton. Me lo spiega, già  seduta dentro l’Apollo, Joyce McMillan, una nera di 30 anni, che si definisce «attivista di quartiere per i diritti umani».
«Odio le politiche che applicò Bill Clinton da presidente — dice la McMillan — perchè hanno inflitto danni enormi alla mia comunità . È sotto un Clinton che cominciò l’incarcerazione di massa; e poi i tagli drastici al Welfare. La coppia Hillary-Bill per me rappresenta tutto il contrario dei nostri interessi. I due hanno preso casa qui ad Harlem, ed ecco che è partita le gentrification, l’espulsione di ceti popolari dal quartiere, di fatto sempre meno afroamericano».
La serata si scalda di canti (“ Power to the People”), l’Apollo rimbomba di applausi quando Sanders prende la parola ed esalta «la vittoria di voi tutti con l’aumento del salario minimo a 15 dollari l’ora, la prova che l’America cambia con i movimenti dal basso, la vostra mobilitazione».
Il test di Harlem è incoraggiante per Sanders. Ma il 19 non vota solo New York City, roccaforte liberal. Il resto di questo grande Stato, che arriva fino ai confini col Canada, è più moderato o conservatore. La macchina del partito, dal governatore Andrew Cuomo al sindaco Bill de Blasio, sta con Hillary.
E poi c’è lo spettro di Donald Trump, favorito qui nelle primarie repubblicane. «A un certo punto — ammette il giovane Lawrence — dovremo tutti interrogarci sul voto utile, su chi sia il candidato migliore per sbarrare la strada a Trump».

Federico Rampini
(da “La Repubblica”)

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KARAK, L’OSPEDALE DOVE CRISTIANI E ISLAMICI LAVORANO FIANCO A FIANCO

Aprile 11th, 2016 Riccardo Fucile

NELLA PROVINCIA PIU’ POVERA DELLA GIORDANIA STORIA DI CONVIVENZA TRA MUSULMANI E CRISTIANESIMO

Medici cristiani e musulmani che lavorano in corsia, fianco a fianco, uniti nella comune dedizione all’umano ferito.
Siamo in Giordania, a Karak, cittadina di 60.000 abitanti situata nella provincia più povera del Paese, a 160 chilometri a sud da Amman.
Qui, dove i cristiani sono il 3% della popolazione, sorge «l’ospedale italiano», istituzione non profit fondata nel 1935 dall’ANSMI (Associazione Italiana per Soccorrere i Missionari Italiani) e gestita sin da allora dalle suore missionarie comboniane, che per sostenerne i costi fanno affidamento sulle donazioni di associazioni, parrocchie e singoli benefattori.
La storia di questo ospedale — dove lo scorso anno sono state assistite oltre 22.000 persone — svela l’alleanza tenace, la complicità  bella e operosa che si accende tra gli esseri umani quando non si rassegnano al male e si battono contro la malattia e la sofferenza.
L’ospedale dei poveri  
«La nostra struttura fa ormai parte della storia di questa città » osserva la direttrice, suor Adele Brambilla, 65 anni, che lavora affiancata da cinque consorelle. «Ci sentiamo rispettate dalle autorità  religiose musulmane, con le quali abbiamo un buon rapporto, e la popolazione si fida di noi e della professionalità  del nostro staff».
In questo ospedale lavorano stabilmente 80 persone e 8 dottori (6 musulmani e 2 cristiani), cui si aggiungono 53 medici specialisti presenti diversi giorni alla settimana in qualità  di consulenti esterni: 12 cristiani e 41 di fede islamica.
Uno di loro è il chirurgo musulmano Awadh Dmour, sposato e padre di sei figli, che della sua esperienza professionale in questo ospedale dice: «mi piace molto lavorare qui, sia perchè sono nato in questa zona e quindi ho l’opportunità  di aiutare la mia gente, sia perchè questa è una realtà  sanitaria di alto livello, con un’ottima reputazione, ha personale molto affiatato e offre cure di qualità  garantendo assistenza a tutti, specialmente ai più bisognosi».
Una missione comune  
Il rapporto fra gli operatori sanitari cristiani e musulmani, racconta suor Adele, è molto buono: «c’è un clima di grande rispetto e familiarità  che, per esempio, ci porta a festeggiare insieme le rispettive ricorrenze religiose.
Condividiamo gioie, speranze e fatiche ma, soprattutto, lavoriamo tutti con dedizione nella consapevolezza di avere una missione comune: curare ogni persona, a qualunque etnia e religione appartenga, con una attenzione speciale ai più poveri.
Il principio della cura, che ha ispirato la fondazione di questo ospedale, anima ciascuno di noi». Le fa eco il dottor Adwadh, che afferma: «penso sia una cosa molto importante, vitale direi, che dottori cristiani e musulmani lavorino insieme prendendosi cura delle persone sofferenti. Fra noi vi è grande collaborazione, non si fa differenza tra chi è cristiano e chi è musulmano, nè vi sono pregiudizi o barriere di sorta. Ci sosteniamo reciprocamente e facciamo un ottimo lavoro di squadra: per me questo ospedale è come una famiglia».
I profughi siriani
La maggior parte dei pazienti cristiani e musulmani appartiene ai ceti medio-bassi ma ci sono anche persone molto povere che non possono accedere al nosocomio governativo presente in città . E poi ci sono i profughi.
Nel corso dei decenni l’ospedale ha accolto dapprima quelli palestinesi, in seguito gli iracheni. Negli ultimi tempi, in collaborazione con la Caritas giordana e l’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr), viene offerta assistenza sanitaria ai profughi siriani.
Molti giungono in questa regione per cercare di ricostruirsi una vita dopo aver abbandonato i campi allestiti nel nord della Giordania: «sono famiglie che hanno perso tutto, sono molto povere e cercano lavoro», dice suor Adele.
«Spesso decidono di vivere insieme, in condizioni di grande disagio: anche 15 persone in appartamenti di tre locali. Molti altri profughi cristiani e musulmani arrivano invece direttamente dalla Siria, dopo viaggi massacranti: e sono stremati. Un giorno giunse qui una donna al nono mese di gravidanza: era scappata da Homs, dove abitava, e aveva raggiunto Aleppo, poi era fuggita in un’altra città  siriana e da lì aveva attraversato il confine per arrivare sino a Karak. Quando la ricoverammo era sfinita. Le chiesi perchè avesse affrontato quel viaggio terribile nelle sue condizioni e lei mi rispose con semplicità : “perchè mio figlio potesse venire alla luce in un posto sicuro”».
Le conseguenze della guerra
Alle molte malattie si aggiungono le ferite dell’anima: «nei loro occhi si leggono tutto l’orrore e il dolore che hanno vissuto», prosegue suor Adele.
«I bambini, in particolare, sono sotto shock: ricordo ancora una piccola che per lo spavento aveva perso di colpo tutti i capelli. A prostrare e avvilire profondamente gli adulti è soprattutto lo stato di precarietà  e di incertezza nel quale sono costretti a vivere: non sanno cosa sarà  di loro, nè se potranno mai fare ritorno nella loro terra».
Il dottor Awadh aggiunge: «la loro situazione suscita in me grande compassione; come medico sono molto preoccupato della loro salute perchè fanno fatica ad accedere all’assistenza medica che in Giordania, per chi non ha l’assicurazione, è a pagamento: sovente, quando sono ammalati, si rivolgono alle Ong locali per coprire le spese, ma non tutte le loro necessità  trovano risposte immediate. Molto spesso devono aspettare a lungo. Questo è il motivo per cui noi, qui, facciamo tutto il possibile per aiutarli, soprattutto per le emergenze che non trovano risposta altrove».

Cristina Uguccioni
(da “La Stampa”)

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LIBERATO L’EX MISSIONARIO DEL TORCHIO: ERA STATO RAPITO SETTE MESI FA NELLE FILIPPINE

Aprile 8th, 2016 Riccardo Fucile

GLI INVESTIGATORI AVEVANO SEGUITO LA PISTA DEL GRUPPO TERRORISTICO ABU SAYYAF

L’ex missionario Rolando Del Torchio, rapito nell’ottobre del 2015 a Dipolog City nelle Filippine, è stato oggi rilasciato e si trova attualmente sotto la custodia delle Autorità  filippine che lo hanno individuato nell’isola di Sulu.
Lo rende noto la Farnesina. L’Ambasciata d’Italia a Manila e l’Unità  di Crisi della Farnesina, che sono rimaste attive durante tutto lo svolgimento della vicenda, sono in contatto anche con i familiari del connazionale in Italia e forniranno tutta l’assistenza necessaria nelle fasi successive al rilascio.
La Farnesina ringrazia le autorità  di Manila per l’eccellente collaborazione e l’impegno, che hanno consentito il rilascio del connazionale.
Il portavoce dell’esercito, Restituto Padilla, ha riferito che Del Torchio è in “precarie condizioni di salute” e per questo è stato portato nel centro traumi dell’esercito filippino.
Del Torchio, 56 anni, originario di Angera (Varese), è un ex sacerdote ed era stato sequestrato nel suo ristorante “Ur Choice Cafè”, nel sud della Filippine, in un’area dove operano diversi gruppi separatisti.
Il rapimento non era mai stato rivendicato ma gli investigatori avevano puntato subito su Abu Sayyaf, il gruppo terroristico noto per la sua strategia di rapimenti a scopo di estorsione e che ha la roccaforte sull’isola di Sulu, dove è stato individuato l’ostaggio italiano
Laureato in agraria, si è trasferito nelle Filippipne nel 1988, quando giunse sull’isola di Mindanao nell’ambito di una missione del pontificio istituto missioni estere.
Negli anni Novanta aveva lavorato a fianco degli agricoltori e dei pescatori locali, dedicandosi a istituire cooperative per migliorare le loro condizioni in un’area ricca di risorse ma tra le più povere dell’arcipelago a maggioranza cattolica.
Tale impegno gli era costato minacce di morte e di rapimenti da parte dei potenti clan locali.
Dopo aver smesso la tonaca nel 1996, l’ex sacerdote era comunque rimasto a Mindanao, stabilendosi a Dipolog City e aveva aperto un ristorante di successo.
Nelle due settimane precedenti il rapimento di Del Torchio erano già  stati sequestrati altri tre stranieri nella stessa regione.

(da agenzie)

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RANIERI E IL MIRACOLO LEICESTER: “LA NOSTRA FAVOLA NATA IN PIZZERIA”

Aprile 6th, 2016 Riccardo Fucile

SETTE PUNTI DI VANTAGGIO A SEI GIORNATE DALLA FINE: DALL’OBIETTIVO SALVEZZA ALLO SCUDETTO…   E LA CITTA’ INGLESE PRONTA A DEDICARGLI UNA STRADA

Il sindaco della città , Peter Soulsby, ha già  deciso come omaggiare l’eventuale trionfo dei Foxes: intitolando alcune vie della città  ai protagonisti dell’incredibile cavalcata.
Dunque l’entusiasmo a Leicester per la favola della squadra di Ranieri ha contagiato anche il primo cittadino: “Leicester ha già  onorato le sue stelle dello sport in passato come dimostra la Lineker Road – il riferimento di Soulsby alla strada che porta il nome dell’ex attaccante inglese – E visto che in questo caso sarebbe un’impresa di squadra, avremmo la Vardy Vale, la Schmeichel Street, la Drinkwater Drive e la Ranieri Road”.
Onore che a calciatori in vita è toccato agli argentini per il secondo posto al mondiale brasiliano.
A El Chanar, provincia argentina di Tucuman, che per il secondo posto nella finale mondiale brasiliana ha voluto via Leo Messi, via Angel Di Maria e una via anche per Javier Mascherano, ma non c’è stato spazio nella toponomastica cittadina per Higuain, dopo il rigore fallito contro la Germania.
Intanto mancano sei giornate al termine della Premier League e il Leicester ha 7 punti di vantaggio sul Tottenham e ben 11 sull’Arsenal.
In caso di vittoria il sindaco mette le mani avanti conscio che non sarà  facile contenere la gioia dei suoi concittadini che nel 2014, per festeggiare la promozione delle ‘Foxes’ in Premier presero d’assalto la piazza del municipio in 10mila. “Questa volta la Town Hall Square non basterà “, conclude pregustandosi la festa Soulsby.
“IL NOSTRO SEGRETO NATO IN PIZZERIA”
Sette punti di vantaggio da difendere nelle ultime sei giornate di campionato, poi il Leicester potrà  festeggiare una delle imprese più clamorose della storia del calcio.
A raccontare l’incredibile avventura della squadra è l’artefice numero 1 dell’esaltante stagione di Vardy e compagni, Claudio Ranieri.
L’allenatore romano, in un articolo scritto sul sito americano The Players Tribune, parte dagli inizi del suo lavoro. “Mi ricordo il primo incontro con il presidente quando sono arrivato al Leicester questa estate.
“Claudio, questo è un anno molto importante per il club. Per noi è fondamentale restare in Premier League. Dobbiamo salvarcì. La mia risposta fu: ‘Okay, sicuro. Lavoreremo duramente sul campo per raggiungere questo traguardo’. Quaranta punti. Quello era il nostro obiettivo. Era il totale di cui avevamo bisogno per restare in prima divisione, per regalare ai nostri tifosi un altro anno di Premier League. Non avrei mai sognato di aprire il giornale il 4 aprile e vedere il Leicester in testa alla classifica con 69 punti. L’anno scorso, a questo punto della stagione, la squadra era in coda alla classifica. Incredibile”.
Ranieri parla dei suoi giocatori, racconta che Kantè “correva così tanto che pensavo avesse delle pile nascoste nei pantaloncini. Non si fermava mai in allenamento. Dovevo dirgli di rallentare, gli ho detto ‘un giorno farai un cross e andrai tu stesso a colpire di testa in area’. Poi c’è Vardy che non è un calciatore, ma un fantastico cavallo. Ha bisogno di sentirsi libero in campo”.
Il segreto del Leicester nasce in pizzeria. “Abbiamo iniziato bene la stagione. Vincevamo ma subivamo anche troppi gol. Prima di ogni partita chiedevo sempre di non subire gol e non ci riuscivamo mai. Ho provato ogni tipo di motivazione. Così prima della gara contro il Crystal Palace, ho detto: ‘Ragazzi se non subite gol vi offro una pizza’. Vittoria per 1-0…Così li ho portati alla Peter Pizzeria di Leicester City Square. Ma avevo una sorpresa per loro: “Voi dovete sempre lavorare duramente per tutto. E lavorerete anche per la pizza. Ognuno farà  la sua”.
Così siamo andati in cucina e ci siamo messi a lavorare con formaggio e pomodoro. Abbiamo preparato le nostre pizze. Erano molto buone, ne ho mangiate diverse fette. Adesso sono tante le gare senza subire gol. Dodici dopo quella pizza, non credo sia una coincidenza”.
Ranieri sa che il sogno è sempre più vicino. “Mancano sei partite e dobbiamo continuare a lottare con cuore e anima. Siamo un piccolo club che deve dimostrare al mondo cosa si può ottenere con spirito e determinazione: 26 giocatori, 26 cervelli, ma un unico cuore. I tifosi del Leicester che incontro per strada mi dicono che stanno sognando, gli rispondo di farlo per noi, noi non sogniamo, noi lavoriamo duramente”. Al di là  dell’esito finale della Premier, Ranieri è già  soddisfatto di una cosa: “non importa come andrà  a finire, credo che la nostra storia sia importante per tutti i calciatori in giro per il mondo. Offre speranza ai giovani e a chi ha sentito dirsi di non essere abbastanza bravo. Potranno dirsi: ‘Come posso arrivare ai massimi livelli? Se Vardy può fare questo, se Kantè può fare questo, allora posso riuscirci anche iò. Di cosa ho bisogno per arrivare? Un grande nome? No. Un grande contratto? No. Una mente aperta, un cuore aperto, batterie cariche e via correre liberamente. Chi lo sa a fine stagione potremmo avere due pizza party”.

Nicola Sellitti
(da “La Repubblica”)

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TRUDEAU, I MUSCOLI DEL CANADA PACIFISTA

Aprile 2nd, 2016 Riccardo Fucile

IL SUCCESSO DEL GIOVANE PREMIER LIBERAL: COSI’ LA LEADERSHIP USA SI SCOPRE VECCHIA

Mentre un terzetto di quasi, o ultra, settuagenari, Clinton, Trump e Sanders, si strappano i non sempre abbondanti capelli per conquistare il timone degli Usa, il grande vicino del Nord, il Canada, ostenta l’agile e muscolosa forza del quarantaquattrenne Trudeau, suo fresco primo ministro eletto e diventato ora la risposta nordamericana all’ostentata fisicità  del russo Putin.
Che sia un involontario, o invece malizioso messaggio del Canada agli Stati Uniti, nel contrasto fra la battaglia quotidiana dei possibili futuri capi di stato Usa con rughe, calvizie, acciacchi, celluliti, flaccidità , disturbi geriatrici, riporti e trapianti di peluria e la prorompente fisicità  del leader canadese, sarebbe politicamente scorretto insinuare, ma le immagini valgono notoriamente più di mille parole.
“I canadesi ci stanno trollando “, ha risposto una giornalista della Cnn che ha per prima diffuso il book del Premier, che tradotto dall’internettese significa “ci stanno sfottendo”.
Il paradosso di una nazione che si vuole giovane, come gli Stati Uniti, e dopo un filotto di quarantenni succeduti a Bush il Vecchio nel 2001 ora si riscopre Paese politico per vecchi, si illumina nella serie di immagini che filtrano dal Grande Nord e ritraggono un uomo politico sfacciatamente vincente, senza la prepotenza bellicosa di Putin, ma con la più mite e pacifica cultura dello yoga.
Dagli archivi del 2013, spunta la foto di Trudeau nella posizione detta del “mayurasana”, del pavone, bilanciato su un tavolo reggendo il corpo lungo quasi un metro e 90 orizzontale sulle mani, la stessa posa che il padre scomparso, anche lui premier, Pierre, assunse per i fotografi.
Ma se la vanità  sprizza dalle foto di Putin, dalle espressioni volitive e machiste tra il domatore di belve e il distruttore di oppositori, il “pavone” dello yoga rappresenta tutt’altro, essendo la rappresentazione fisica del benigno volatile che protegge la famiglia dalle serpi, simbologia del bene contro il male.
E c’è qualche cosa di ancora più simbolico nella galleria del giovane “liberal”, progressista, che lo scorso anno demolì a sorpresa la maggioranza regnante dei conservatori con una vittoria elettorale massiccia.
Justin Trudeau, rampollo della famiglia che già  aveva dato un premier per 11 anni fra il ’68 e il ’79 e poi di nuovo negli Anni ’80 nella persona del padre Pierre, ha stravinto con una piattaforma elettorale “buonista” che si legge come l’esatto opposto degli umori tossici prevalenti a sud della frontiera.
Lo yoga, del quale Justin è un cultore accanito, come conferma il suo istruttore David Gilleneau che ha diffuso la foto del “pavone”, è un messaggio politico, prima che culturale o fisico.
Trudeau è dichiaratamente per l’accoglienza, la pace, il multiculturalismo e la multietnicità , una filosofia che si traduce bene nei voti della popolazione di immigrati generosamente accolta in Canada, fra i quali ormai più di un milione di indiani, 600mila soltanto a Toronto.
Al polo opposto dell’omofobia e della misoginia che impregna i repubblicani Usa, partecipa entusiasticamente alle parate del Gay Pride.
Esalta il “fitness” e la vita nei “great outdoors”, l’immensità  ancora intatta del Canada, preferendo le slitte trainate dai cani sulla neve o il kajak sul quale pagaia insieme alla moglie Sophie, ai jumbo jet con rubinetteria placcata oro di Trump e alle scenografie dei comizi prodotti per la tv.
Danza il bhangra, il ballo popolare indiano, ripreso in un videoclip divenuta virale. E si è messo in urto con il cardinale di Toronto per le sue convinzioni “pro scelta”, per l’interruzione volontaria di gravidanza, la marijuana e la contraccezione.
Di vent’anni più giovane di Putin, che dall’alto dei suoi ben tenuti 63 anni distanza i 44 di Trudeau, il premier canadese ha portato più in là  quel culto del fitness fisico che per alcuni sta diventando la manifestazione tangibile del fitness politico.
Le danze, come l’ultimo tango argentino di Obama, sono d’obbligo, come anche la first lady Michelle ha più volte esibito. Ritratti di capi di stato e governo in palestra, o sudati nello jogging, sono golosamente diffusi dagli uffici stampa.
Accenni di pancetta e pinguedine sono letti come sinistri auspici di crisi politiche e di sfacelo morale, in un culto della fisicità  che ha raggiunto il livello più desolante nella ripetute assicurazioni date da Donald Trump sulle misure delle mani e sulla funzionalità  dei suoi genitali, un abisso mai raggiunto nella storia della politica americana.
Trudeau, grazie allo yoga che promette un’esemplare fusione di fisicità  e di spiritualità  riesce a essere fusto senza essere bullo, ricordando i suoi trascorsi di attore e di uomo di teatro.
Ma è chiaramente un uomo politico di nuova generazione, quanto Putin è l’ultimo prodotto di un antichissimo albero, ben oltre la semplice anagrafe che, a sud della frontiera con gli Usa, ha offerto deprimenti quarantenni.
Ancor più vecchi dentro dei settuagenari in corsa per la Casa Bianca che li hanno eliminati.

Vittorio Zucconi
(da “La Repubblica”)

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INTERVISTA A EMMA BONINO: “CI SERVE UNA FBI EUROPEA”

Marzo 29th, 2016 Riccardo Fucile

“SU REGENI SIAMO STATI TROPPO TIMIDI, DOBBIAMO CONTROBATTERE ALLE SGANGHERATE VERSIONI EGIZIANI”

Chiamatela idealista, ma per la radicale Emma Bonino la soluzione resta gli Stati Uniti d’Europa. Sul terrorismo, sulla Libia, sui migranti, perfino sui rapporti tra Italia ed Egitto ai ferri corti per il caso Regeni trasformatosi in un caso internazionale: «Senza politica estera comune non c’è intelligence», dice l’ex ministro degli esteri.
E senza un’intelligence comune dell’Unione contrastare i nuovi jihadisti è pura teoria.
I terroristi di Bruxelles sono passati indisturbati dall’Italia: cosa facevano i nostri servizi?
«Posto che perfino la sicurezza americana fu beffata nel 2001, se i terroristi di Bruxelles non erano segnalati come potevamo intercettarli? L’Europa fa grandi sforzi di coordinamento ma l’intelligence non è questione di coordinare 28 paesi bensì di politica estera, di sicurezza e di difesa comune: se non c’è, non c’è intelligence comune. Nell’integrazione dell’UE la sicurezza è rimasta competenza nazionale: per rimediare bisognerebbe rivedere i trattati e invece i paesi pensano a rivedere le proprie Costituzioni illudendosi che chiudere le frontiere risolva il problema».
Cosa risolve invece?
«Tenere la barra dritta sugli Stati Uniti d’Europa e da lì costruire una politica estera comune e un’intelligence comune tipo Fbi europea. L’Italia, al di là  delle polemiche, è il paese che si sta spendendo di più per una maggiore integrazione. Dico le polemiche perchè mi dispiace sentire i nostri leader che parlano dell’Europa come un’entità  ostile: siamo tra i fondatori dell’UE e se non funziona non è per via dei burocrati di Bruxelles ma perchè così l’hanno voluta i paesi membri, Italia compresa».
Ha l’impressione che l’Italia mantenga un basso profilo sui diversi dossier internazionali?
«Non credo nell’illusione dell’influenza nazionale, non ci aiuta a governare i fenomeni. L’Italia a volte ha preso delle iniziative, come Mare Nostrum. Ma anche lì la mia proposta di farne un intervento europeo incrociò il fuoco di sbarramento di Bruxelles. Davanti ai rifugiati in Grecia penso che abbiamo appaltato i confini europei alla Turchia e mi dico che questa Europa – 500 milioni di abitanti, il continente più ricco del mondo – tra il 2008 e il 2014, durante la peggiore crisi economica, ha concesso 2,5 milioni di visti l’anno mostrandosi così consapevole del proprio invecchiamento e del bisogno di manodopera. E non sappiamo gestire i rifugiati?»
L’Italia è esposta al terrorismo come Francia e Belgio?
«Oltre all’Europa c’è il Pakistan, che piange oggi 70 morti, il Mali, l’Iraq, la Costa d’Avorio. Il punto non è prevedere il prossimo paese target ma ammettere la difficoltà  di capire l’agenda di questi terroristi. Detto ciò non so da dove vengano certe convinzioni e non credo affatto che l’Italia sia al riparo».
L’Italia si sta facendo prendere in giro dall’Egitto su Regeni?
«In questi casi la tenuta e la durata sono la forza delle cose. Io impiegai 6 mesi per riportare in Italia la Shalabayeva. Credo che su Regeni l’Italia debba insistere e controbattere alle versioni sgangherate del Cairo. L’Egitto vorrebbe chiudere perchè la vicenda di un singolo sta facendo il giro del mondo».
Crede che dovremmo richiamare il nostro ambasciatore?
«No, la nostra presenza in Egitto in questa fase è fondamentale. L’asset dell’Italia è non mollare. L’Egitto è un partner importante per noi ma vale anche il contrario. Sono pragmatica: non è che si debba rompere con tutti i regimi autoritari ma serve misura, nè fare il baciamano a Gheddafi, nè coprire le statue davanti agli iraniani, nè affrettarsi a riconoscere Morsi, Sisi o chi per loro. La sorte di Regeni è un’incognita, magari c’è dietro la lotta tra i vari gruppi del mukabarat, il servizio segreto egiziano. Ma l’Italia deve tenere duro anche perchè oggi l’Egitto teme che il caso finisca per squarciare il velo sulla repressione in corso e su migliaia di cosiddetti Fratelli Musulmani in cella senza processo nè capo d’accusa».
Intervenire o no: come legge le incertezze italiane sulla Libia?
«Credo che l’accordo Kobler sia stato precipitoso e che non ci siano basi perchè quel governo entri a Tripoli. Ho l’impressione che finora abbia prevalso la pressione di Usa, Regno Unito e Francia per accelerare i tempi temendo il precipitare degli eventi, ma è un accordo con troppi esclusi e non può funzionare. Dovremmo anche capire cosa significa che a Tripoli ci sono gli islamisti: sono gli stessi di Tobruck, i primi di rito Fratelli Musulmani e gli altri di rito wahabita. L’Italia, come tutti, vuole installare a forza questo governo inviso a Tripoli come a Tobruck. Ma i nostri interessi non sono quelli francesi e l’Europa non ha una politica estera comune: quando sento parlare di operazioni militari mi chiedo contro chi? Per chi? Chi fa il controllo del territorio dopo? Non vedo nessuna strada militare per la Libia a meno di volerla rioccupare, e non mi pare sia in discussione. Bisogna considerare anche che oggi l’esodo dei migranti sembra un po’ ridotto per via dei controlli di Frontex ma i disperati continuano ad arrivare dal Sahel e la Libia resta un serbatoio di profughi e altro: se si chiude la rotta balcanica riesploderà ».

Francesca Paci
(da “La Stampa”)

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SANDERS NON MOLLA E VA ALL’ATTACCO DI HILLARY

Marzo 29th, 2016 Riccardo Fucile

PER ORA SONO 1.712 I GRANDI ELETTORI DELLA CLINTON E 1.004 QUELLI DI SANDERS

Bernie Sanders non molla la presa e incassa una serie di vittorie che galvanizzano il suo elettorato pronto a sostenerlo sino alla convention democratica di Filadelfia del prossimo luglio.
E nonostante il distacco che lo separa dalla front runner Hillary Clinton in termini di delegati, il senatore social-democratico punta a mettere a segno nuovi successi e annuncia battaglia dura anche alle primarie di New York.
È nell’estremo Ovest che Sanders mette a segno vittorie con largo margine: Stato di Washington, Alaska e Hawaii, dove nei caucus distacca la rivale Clinton.
Una delle giornate migliori per il senatore del Vermont convinto di poter replicare in Wisconsin, dove si vota il 5 aprile.
«Abbiamo un sentiero di vittoria – dice – nessuno può negare che la nostra campagna stia vivendo un momento favorevole». Poi si rivolge ai giovani, la base forte del suo consenso: «Stiamo vincendo grazie al vostro straordinario contributo, e continueremo a farlo per rendere migliore il futuro dell’America».
E secondo quanto riportato dai media americani per le prossime tappe elettorali Sanders ha messo a punto una strategia, ovvero andare all’attacco con un «tour» serratissimo e una tattica simile a quello applicato in Michigan, dove nelle scorse settimane il senatore liberal ha messo a segno un sorpasso inaspettato.
Puntando tutto sulla sfida con la rivale proprio nello Stato tra quelli a lei più favorevoli, New York, di cui è stata senatrice, e che vota per le primarie democratiche il prossimo 19 aprile.
E anzichè giocare in difesa Sanders passa all’attacco tornandone a criticare le iniziative elitarie. Come la cena del 15 aprile con Hillary Clinton, George e Amal Clooney nella Bay Area, in California, dove due posti al tavolo principale costeranno oltre 350 mila dollari, il 400% del reddito medio annuo per un cittadino di San Francisco.
«Una oscenità », avverte il senatore, che chiarisce di essere un fan di Clooney come attore e che la sua «non è una critica a lui, ma al sistema corrotto di finanziamento della campagna elettorale».
«Un sistema – prosegue – dove i grandi finanziatori hanno un peso sproporzionato sul processo politico».
Dopo quella di gala, il 16 aprile si terrà  un’altra cena di raccolta fondi per l’ex First lady nella villa dei Clooney in California e parteciparvi costerà  33 mila dollari a testa.
Il Golden State voterà  per le primarie il 7 giugno, e in palio ci sono 475 delegati.
Ad oggi il conto dei delegati vede Hillary in testa con 1.712 grandi elettori a fronte dei 1.004 di Sanders, ma al netto dei superdelegati, che danno il sostegno indipendentemente delle votazioni il bilancio è di 1.243.
Ne servono 2.383 per ottenere la nomination democratica e allo stato attuale il confronto rischia rendere ancora più profonda la spaccatura tra l’elettorato della Clinton e quello di Sanders.
Col rischio di un alienamento di quest’ultimo e, in caso di vittoria di Hillary, di un’ondata di astensionismo al voto di novembre dando un vantaggio trasversale al candidato repubblicano, Trump o Cruz.

Francesco Semprini
(da “La Stampa”)

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MOGHERINI: “LE LACRIME RIVELANO SENTIMENTI, COMPITO DELLE ISTITUZIONI E’ REAGIRE”

Marzo 24th, 2016 Riccardo Fucile

“E’ DA 15 ANNI CHE DOVREBBE ESSERE ATTIVO UN COORDINAMENTO DELLE INTELLIGENCE, GLI STATI ORA DEVONO FARLO DAVVERO”

Le sue lacrime hanno fatto molto discutere. L’Alto rappresentante per la Politica estera e di sicurezza della Ue Federica Mogherini parla alla Repubblica delle sfide che attendono l’Europa nel contrasto al terrorismo e nell’integrazione della comunità  islamica, ma sullo sfondo resta la sua commozione e le strumentali polemiche sollevate in Italia da Giorgia Meloni e dalla Lega
“Da una parte, le lacrime hanno rivelato i miei sentimenti umani. Dall’altra mi dispiace che abbiano coperto il contenuto del mio messaggio dalla Giordania, un paese con cui condividiamo le priorità  per prevenire la radicalizzazione. Abbiamo bisogno che l’Islam sia parte della nostra battaglia. Abbiamo bisogno che le voci musulmane contro il terrorismo siano udite di più. Al di là  delle emozioni, il compito delle istituzioni è di reagire e di lavorare”
Il problema è come reagire.
“Guardate qui. Queste sono le conclusioni del Consiglio europeo straordinario del 21 settembre 2001, all’indomani dell’attentato delle Torri gemelle.
Cito: “è necessario migliorare la cooperazione e lo scambio di informazioni tra i servizi di intelligence dell’Unione. A questo scopo occorre creare squadre di investigazione comuni. Gli Stati membri devono condividere tutte le informazioni utili riguardanti il terrorismo con Europol, sistematicamente e senza indugi”. Senza indugi? Questo risale a 15 anni fa” […]
“Il problema è che anche le decisioni prese non hanno seguito. Sappiamo tutti quello che bisogna fare, ma poi bisogna farlo davvero” […]
“L’idea che l’approccio europeo non funziona e quelli nazionali sì, è una pura illusione. E’ vero il contrario. Perchè quella che abbiamo oggi è la via nazionale all’anti-terrorismo, non quella europea. E’ l’approccio nazionale che non ha funzionato perchè il mondo è globalizzato, l’Unione è integrata e le connessioni con il resto della regione sono forti. E’ chiaro a tutti che occorrono strumenti europei per far fronte ad una minaccia che è, come minimo, su scala europe”

L’altra sfida è l’integrazione della comunità  islamica.
“Nei mesi scorsi sono stata criticata perchè ho detto che l’Islam fa parte dell’Europa. Sarebbe ora che capissimo che non si tratta di una presenza esterna. Questi terroristi sono cittadini europei, nati in Europa, cresciuti in Europa. E’ l’alleanza, il dialogo, la cooperazione la coesistenza di religioni diverse che risolverà  questi problemi. Se ci raffiguriamo la questione in termini di “noi”, europei e cristiani, e “loro”, arabi, musulmani, terroristi, non vediamo la verità , perchè stiamo comunque parlando di europei. E alimentiamo la stessa narrazione di quelli che vogliono dimostrare che vivere insieme, fianco a fianco, è impossibile”.

(da “Huffingtonpost”)

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