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LE VITE SPEZZATE DI VALENTINA, ELENA, FRANCESCA, SERENA E LE ALTRE. VENUTE DA TUTTA EUROPA PER STUDIARE

Marzo 21st, 2016 Riccardo Fucile

LA STRAGE DEGLI STUDENTI IN SPAGNA: SI SCHIANTA IL BUS IN GITA ERASMUS

Sette studentesse italiane tra le tredici vittime dell’incidente a Tarragona durante la gita.
Venivano da diverse regioni, quasi tutte erano arrivate a gennaio a Barcellona per uno stage di sei mesi in facoltà  diverse, da Economia a Farmacia.
All’obitorio di Tortosa il dolore delle famiglie giunte nella notte da tutta Europa
I voli sugli aeroporti della Catalogna accompagnano da tutta l’Europa i familiari delle tredici studentesse morte nell’incidente del bus che le riportava a Barcellona dopo una gita a Valencia.
L’iniziativa era parte del programma del soggiorno Erasmus in Spagna, un’opportunità  per i ragazzi di allargare i propri orizzonti, migliorare la propria preparazione, conoscere un altro ambiente rispetto a quello di provenienza. Un sogno, per alcuni di loro, interrotto bruscamente all’alba di domenica.
Il portavoce del governo catalano ha confermato quanto anticipato ieri sera dalla Farnesina: sette delle vittime sono ragazze italiane che studiavano all’università  di Barcellona.
Le altre vittime sono due studentesse tedesche, una francese, una romena, un’austriaca e un’uzbeca. Tutte avevano tra i 22 e i 25 anni.
La prima vittima italiana identificata è Valentina Gallo.
Fiorentina, 22 anni, era iscritta alla facoltà  di Economia per uno stage di sei mesi. Era arrivata in Spagna alla fine di gennaio e sarebbe dovuta rientrare in Italia all’inizio dell’estate. La famiglia è in Spagna da ieri.
Nella notte, invece, la seconda brutta notizia: le condizioni di Elena Maestrini, 21 anni, di Gavorrano (in provincia di Grosseto) si sono aggravate e alle alle 4 del mattino la giovane è stata dichiarata morta. Studiava Economia e managment, era a Barcellona da un paio di mesi e sarebbe dovuta rientrare in Italia per le vacanze di Pasqua. Con ogni probabilità  erano amiche e per questo erano salite sullo stesso autobus. Più fortunate altre due giovani toscane.
Altre due ragazze in Erasmus nella stessa facoltà  erano a casa a Firenze, perchè erano rientrate dalla Spagna per il weekend per motivi familiari.
E’ deceduta anche Serena Saracino, 23 anni, torinese.
Frequentava a Barcellona la facoltà  di Farmacia. Dopo l’incidente era stata ricoverata, ma le sue condizioni erano gravi e non ce l’ha fatta. Serena avrebbe compiuto 23 anni il 28 marzo, il giorno di Pasquetta: “Era un angelo dai capelli lunghi, molto studiosa e ubbidente come oggi è difficile trovare – ha detto il padre – Amava molto Barcellona che però le è costata la vita e ha ucciso anche il suo papà  e la sua mamma”.
Non ce l’ha fatta neanche Frabcesca Bonello, 24 anni, genovese, residente nel quartiere di Castelletto. Studiava Medicina ed era in Erasmus da pochi mesi a Barcellona, dove frequentata la facoltà  di Medicina.
Le procedure per l’identificazione sono state molto complesse.
A bordo c’erano 56 studenti di 14 nazionalità  diverse. La maggior parte dei ragazzi dormiva quando – poco dopo l’alba – è avvenuto l’incidente sull’autostrada Ap7 che collega la Catalogna alla Francia.
Molti di loro non avevano i documenti addosso e rispetto al viaggio di andata alcuni avevano cambiato pullman per riunirsi con gli amici.
I corpi sono stati trasferiti all’obitorio dell’ospedale di Tortosa e qui, nel centro allestito dalle autorità , un gruppo di psicologi da ieri notte ha iniziato ad accogliere le prime famiglie arrivate per il riconoscimento delle salme.
I 34 feriti sono stati invece portati in diversi ospedali della regione. Tre sono le italiane ricoverate, alcune di loro in condizioni definite dai medici “gravi”.
Tra i feriti italiani c’è un’altra ragazza toscana, proveniente da Greve in Chianti. Una studentessa piemontese è ricoverata: Annalisa Riba, 22 anni, originaria di Dronero (Cuneo); frequenta a Barcellona la facoltà  di farmacia. Le sue condizioni destano preoccupazione.

(da agenzie)

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RUSSIA, DOVE GLI AVVERSARI VANNO ANCORA IN SIBERIA

Marzo 13th, 2016 Riccardo Fucile

IL PATTO TRA GLI OLIGARCHI E PUTIN: 110 FAMIGLIE HANNO IL MANO META’ DELLA RICCHEZZA DEL PAESE

Quando, poco prima di Natale, Grigorii Bedzhamov, presidente della federazione russa di bob, sparisce da Mosca, inizia un intrigo sportivo inconsueto in un Paese che ama l’agonismo invernale.
Recentemente il giornalista americano Patrick Reevell ne scopre le tracce a Monaco, dove al porto è ancorato uno yacht di 70 metri (da 50 milioni di dollari) di proprietà  dello scomparso: l’intrigo diviene finanziario.
Successivamente la polizia arresta sua sorella Larisa Markus, presidente della Vneshprombank, accusata di bancarotta fraudolenta per un buco di bilancio di 2,5 miliardi di dollari.
L’intrigo muta in politico: tra i clienti della banca ci sono industrie di Stato e oligarchi vicini al potere – per esempio Nikolai Tokafrev, già  agente del Kgb in Germania al tempo di Putin.
In Occidente, il caso di Bedzhamov è considerato sintomatico in un Paese che non riconosce democrazia e stato di diritto come fondamenta politiche, nè integrità  e concorrenza come principi economici.
In Russia il caso è piuttosto orgoglio nazionale ferito. Il presidente Putin, che ha elevato il successo nello sport, insieme alla politica estera e agli interventi militari, a simbolo della rinascita del Paese, non può permettere che le avventure di un allenatore sportivo, ora latitante, influenzino le elezioni di settembre, minacciando il partito al potere, Russia Unita.
Il malgoverno che ha permesso l’arricchimento della famiglia Bedzhamov non è un privilegio esclusivo della Russia odierna – dove l’Ocse stima la corruzione a 25% del prodotto lordo, mentre la Banca Mondiale la pone al 48%.
La privatizzazione selvaggia è stata ereditata dalla presidenza di Boris Eltsin.
Negli Anni 90 infatti, prestiti privati concessi al governo come controparte di quote in aziende di Stato, trasferisce la proprietà  delle imprese ex sovietiche a un pugno di amici del Cremlino: tra essi Boris Berezovsky (ora deceduto), Alexander Smolensky, Mikhail Khodorkovsky, Mikhail Fridman e Vladimir Potanin.
Rapidamente, i neo-milionari diventano miliardari speculando sul differenziale del prezzo domestico delle materie prime rispetto ai mercati mondiali.
Quando il presidente Putin entra in scena nel 2000, sigla un accordo con gli oligarchi: in cambio di un’assoluta lealtà , permette loro di mantenere affari e ricchezza.
La maggior parte si allinea; chi si oppone, per esempio Mikhail Khodorkovsky, finisce in Siberia.
Emergono nuovi oligarchi – Roman Abramovich, Oleg Deripaska, Mikhail Prokhorov e Vagit Alekperova – con conseguenze prevedibili.
Il divario di reddito in Russia aumenta vertiginosamente: le 110 famiglie più benestanti possiedono la metà  della ricchezza privata, le aziende in loro mano producono un terzo del reddito nazionale.
Mosca, capitale mondiale dei miliardari, diventa un centro di riciclaggio: quasi 500 miliardi di dollari da quando Putin è al potere.
L’arricchimento basato sullo sfruttamento delle risorse naturali ostruisce lo sviluppo dell’industria.
L’economia continua a dipendere da gas e petrolio, che generano metà  del bilancio federale e la maggior parte del reddito da esportazioni.
Il sistema produttivo, e poi quello sociale, entrano in crisi quando il crollo del prezzo degli idrocarburi riduce le spese sanitarie, dimezza le riserve valutarie e azzera i fondi sovrani dai quali Putin attinge per finanziare gli interventi in Ucraina e in Siria.
Alla crisi economica si sovrappone quella demografica.
Nel secolo scorso la Russia ha affrontato le conseguenze della rivoluzione (4 milioni di morti), la collettivizzazione di Stalin (2 milioni), e la guerra mondiale (13 milioni). In qualche generazione, bassa natalità  e aspettativa di vita a soli 67 anni (15 meno dell’Italia), ridurranno la popolazione russa a cento milioni, un terzo in meno dell’attuale.

Antonio Maria Costa
(da “La Stampa”)

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NADIA, LA TOP GUN UCRAINA CHE DIGIUNA IN CELLA E MOSTRA IL DITO MEDIO AL GIUDICE RUSSO

Marzo 13th, 2016 Riccardo Fucile

MOSCA LA ACCUSA DI OMICIDIO, IN PATRIA E’ UN’EROINA

Lo stile è proprio quello della top gun.
Coraggiosa e sprezzante, Nadezhda Savchenko ha mostrato il dito medio in diretta tv al giudice russo che chiedeva per lei 25 anni anni di carcere nell’aula del tribunale di Donetsk, cittadina russa omonima del tormentato capoluogo del Donbass: «Volevate una mia dichiarazione? Questa è la sola cosa che posso dirvi».
A sorprendere non era tanto il tono quanto l’energia di questa donna di 35 anni in carcere da quasi due e devastata da un infinito sciopero della fame interrotto solo da qualche rara nutrizione forzata imposta dai medici.
Nadezhda, che sia in russo che in ucraino vuol dire Speranza, continua comunque a reggere il suo ruolo di eroina della rivoluzione ucraina e di acerrima nemica della Russia.
A Kiev la amano, a Mosca la guardano con sospetto e poca compassione.
In attesa del verdetto, il 21 marzo, molti cittadini e anche intellettuali e star dello spettacolo scrivono e twittano a Putin per chiedergli di liberarla.
Un po’ per umanità , un po’ per il disagio di un processo quantomeno singolare.
La vicenda parte da uno shock non da poco per l’opinione pubblica russa: la morte di due popolari volti della tv uccisi nel Donbass durante un bombardamento dell’artiglieria ucraina.
Savchenko, secondo l’accusa, avrebbe fornito agli artiglieri le coordinate per colpire la postazione televisiva russa.
Carriera militare, un passato da tiratore scelto e poi da pilota di elicotteri da combattimento, Nadezhda nell’estate del 2014, durante l’insurrezione delle province ucraine filorusse si era arruolata volontaria nel battaglione Ajdar.
Molto ambigua è invece la ricostruzione di come sia finita nelle mani della giustizia di Mosca. Secondo alcuni lei stessa avrebbe chissà  perchè varcato il confine, finendo per essere catturata. Altri sostengono, più credibilmente, che sia stata presa dalle milizie filo russe e consegnata ai loro “capi” di Mosca.
Per il governo di Kiev, invece ci sarebbe stato un vero e proprio rapimento.
In patria la top gun, che gli amici chiamano affettuosamente Nadia, è diventata un simbolo: «La nostra Giovanna d’Arco».
Certo non giova alla sua immagine, anche nei confronti dei governi occidentali che ne chiedono la scarcerazione, il fatto che sia diventata un’icona di quei gruppi militari armati che chiedono a gran voce in piazza «lo stermino di tutti i russi del paese». Perfino Yiulia Tymoshenko, che ha sfruttato la notorietà  della pilota facendola eleggere deputato nel suo partito, ha messo da parte le magliette con il volto di Nadia. L’imbarazzo è reciproco e Nadia rischia di restare sola.
L’unica via d’uscita è una trattativa per uno scambio di prigionieri.
Poroshenko si offre, Putin fa sapere che «ci sta pensando». Resta il nodo fondamentale: la Russia non può ammettere di essere stata in guerra con l’Ucraina e non può dunque accettare in cambio militari russi catturati dalle forze di Kiev.
Nadia aspetta tra mille dubbi e sussurra: «Morirò prima di essere condannata».

Nicola Lombardozzi
(da “La Repubblica”)

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“NON MANDATECI 5.000 SOLDATI, MA ARMI E MEDICI”: INTERVISTA AL VICE PREMIER DI TRIPOLI

Marzo 7th, 2016 Riccardo Fucile

AL HAFAR, 45 ANNI, E’ ORIGINARIO DELLA SIRTE, ORA NELLE MANI DELL’ISIS: “I LORO MILIZIANI VENGONO DALL’ESTERO”

Il vice-premier del governo di Tripoli, Ahmed Amhimid al Hafar, è uno degli uomini più influenti della capitale, nato 45 anni fa nell’oasi di Sabah, una parte della famiglia originaria di Sirte.
Lo abbiamo incontrato ieri sera alle 21 e 30 dopo che per larga parte della giornata si era occupato del rimpatrio delle salme dei dipendenti della Bonatti.
«I corpi dei due tecnici italiani stanno per essere spediti a Roma. Mancano alcune procedure burocratiche e mediche. Questione di ore».
Avete fatto l’autopsia sulle salme?
«La questione è in mano al procuratore generale dello Stato. I due stranieri andavano riconosciuti e occorreva verificare che non vi fossero errori d’identità ».
Che messaggio vuole inviare alle famiglie in Italia?
«Sono addolorato per la morte dei loro cari. E allo stesso tempo sollevato per il fatto che due italiani siano vivi. Spero si capisca che abbiamo fatto del nostro meglio per liberarli tutti. L’auspicio è che un giorno tornino a lavorare in una Libia pacificata».
Lei sa che in Italia si sta dibattendo sulla questione dell’intervento militare in Libia. Avete bisogno di aiuto per battere Isis?
«Noi libici abbiamo i soldati necessari e la volontà  per combattere Isis. Ma ci servono armi, munizioni e sostegno logistico. Abbiamo visto come gli americani e i loro alleati hanno sprecato tante forze per cercare di battere Isis e l’estremismo islamico in Iraq, Siria e Afghanistan. Non vorremmo che da noi si ripetessero gli stessi errori».
Come agire?
«Occorre cooperare al meglio. Qualsiasi contributo della comunità  internazionale deve essere concordato con il governo di Tripoli, che è l’unico legittimo in Libia. Ma non servono soldati stranieri, piuttosto sostegno logistico alle nostre forze militari, che sono ben determinate a battere Isis».
L’ambasciatore Usa a Roma ha suggerito che l’Italia invii cinquemila soldati .
«Preferiremmo tecnici, dottori, ingegneri. Ci servono civili per ricostruire la Libia, non soldati per distruggerla».
Come intendete cooperare con il governo di Tobruk?
«Il generale Haftar, che lavora per loro, ha dimostrato che non intende combattere l’Isis. A Derna i jihadisti del Califfato sono stati cacciati dalla popolazione. Haftar ha contribuito a devastare Bengasi con le bombe, non fa nulla contro le roccaforti di Isis a Sirte».
Crede alla formula del governo di unità  nazionale tra Tobruk e Tripoli quale premessa per combattere Isis?
«Certo che ci crediamo. Ma non in quella elaborata l’anno scorso dall’inviato dell’Onu, Bernardino Leà³n».
Cosa direbbe al premier Renzi se lo incontrasse oggi all’ombra del dramma sofferto dai tecnici della Bonatti?
«Che il 95% dei libici odia Isis. La sua forza sta nei volontari jihadisti stranieri che arrivano dall’estero. I miei parenti a Sirte raccontano che sono in maggioranza giovani tunisini, egiziani, sudanesi, marocchini, vengono dal Ciad e dal Mali. Non è un caso che liberando gli italiani a Sabratha i nostri uomini abbiano scoperto che i loro rapitori erano tunisini».

Lorenzo Cremonesi
(da “il Corriere della Sera“)

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“TRUMP UN CIARLATANO FALSO E IMPOSTORE, NON VOTATELO, PERDERA’ CON LA CLINTON”

Marzo 3rd, 2016 Riccardo Fucile

L’EX CANDIDATO REPUBBLICANO ROMNEY DICE QUELLO CHE TANTI PENSANO E STRONCA IL RAZZISTA

Duro attacco di Mitt Romney, ex candidato repubblicano alla Casa Bianca, a Donald Trump: “È una persona falsa, un impostore, un ciarlatano”.
Romney, che quattro fa ricevette l’endorsement proprio dal tycoon newyorchese, secondo le anticipazioni del suo discorso, nel suo intervento all’Università  dello Utah sullo “stato della corsa per la Casa Bianca 2016”, ci andrà  giù pesante.
Romney inciterà  gli elettori “a fare la scelta giusta. Le politiche di Trump porteranno l’America alla recessione e le sua politica estera renderanno l’America e il mondo meno sicuri. Trump non ha nè il temperamento nè il giudizio per essere presidente. Perderà  con Hillary Clinton”.
Romney non si schiera con uno dei candidati rimasti in campo a contrastare il magnate newyorkese limitandosi a dire che “le uniche proposte serie vengono da Ted Cruz, Marco Rubio e John Kasich, mentre Donald Trump dice di ammirare Vladimir Putin mentre dice che George Bush è un bugiardo”.
L’ex governatore del Massachusetts – Stato dove Trump ha vinto martedì scorso le primarie con un consistente vantaggio – riconosce che “gli americani oggi provano una forte rabbia, in passato i nostri presidenti hanno preso questa rabbia, trasformandola in determinazione”.
Ma questo non può avvenire con Trump: “Una persona disonesta e indegna di fiducia come Hillary Clinton non deve diventare presidente, ma la nomination di Trump lo renderà  possibile”. Questo non è il primo attacco lanciato da Romney contro il miliardario newyorkese, che ha preso praticamente in ostaggio le primarie repubblicane, nonostante e forse proprio grazie all’opposizione dei vertici del partito.
L’ex candidato alla Casa Bianca la scorsa settimana aveva suggerito che vi potesse essere “una mina vagante” nelle dichiarazioni dei redditi che Trump ancora non rende pubbliche.

(da agenzie)

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SUPER TUESDAY, SPALLATA DI TRUMP E CLINTON, CROLLA RUBIO, RESISTE CRUZ, SANDERS SPERA ANCORA

Marzo 2nd, 2016 Riccardo Fucile

APPELLO DI CRUZ PER UN FRONTE ANTI-TRUMP, MA RUBIO NON VUOLE DESISTERE

Il Super Tuesday consegna un risultato limpido: sono Hillary Clinton e Donald Trump i due front-runner nella corsa alla Casa Bianca.
Tra i democratici l’ex first lady conferma il dominio negli Stati del Sud, ma non cancella le speranze del rivale Bernie Sanders, che prevale in quattro Stati e mantiene un solido appeal nei confronti dell’elettorato.
Sul fronte repubblicano il magnate travolge i rivali in quasi tutte le contese: esce con le ossa a pezzi Marco Rubio, terzo in quasi tutti gli Stati, mentre Ted Cruz può consolarsi con le vittorie in due Stati importanti: Texas e Oklahoma.
I risultati Stato per Stato.
Il Super Tuesday metteva in palio 595 delegati per i repubblicani, quasi la metà  dei 1.237 necessari per la nomination. Ce n’erano 865 per i democratici, più di un terzo del ‘numero magico’ di 2.383 necessario per aggiudicarsi la candidatura.
Sul fronte democratico Hillary Clinton ha vinto in sette Stati (Georgia, Virginia, Arkansas, Alabama, Tennessee, Texas e Massachusetts), mentre Bernie Sanders prevale in 4 Stati (Vermont, Oklahoma, Minnesota e Colorado).
Tra i repubblicani, Donald Trump prevale in sette Stati (Georgia, Virginia, Arkansas, Alabama, Tennessee, Massachusetts e Vermont), lasciando la vittoria a Ted Cruz in 2 Stati (Texas e Oklahoma) e a Marco Rubio in uno Stato (Minnesota).
L’incubo per il partito repubblicano è sempre più reale: il successo di Donald Trump al Super Tuesday   posiziona il magnate newyorkese in un vantaggio assoluto rispetto ai suoi deboli avversari.
The Donald non è più un monito, una minaccia, una protesta: è a tutti gli effetti il front-runner del Grand Old Party, il personaggio impresentabile eppure maledettamente reale che oggi inchioda il partito ai suoi fallimenti, e l’America al suo declino culturale.
A meno di sorprese ormai improbabili — tipo la candidatura di Michael Bloomberg come indipendente — e mosse tardive ma decise dell’establishment repubblicano, sarà  Trump a sfidare il candidato democratico — Hillary Clinton, con tutta probabilità  – nelle elezioni dell’8 novembre.
Ted Cruz non intende mollare e si candida come unico anti-Trump: “Quanto più a lungo rimane diviso il campo repubblicano, tanto più probabile è la nomination di Donald Trump. La nostra campagna è l’unica che ha battuto, può battere e batterà  Trump”.
Cruz ha quindi lanciato un appello all’unità  e rivolgendosi al partito repubblicano e agli elettori ha detto: “Da domani c’è una scelta”.
Appello che però non viene raccolto da Marco Rubio, il quale minimizza in tv il suo flop nel Super Tuesday sottolineando di aver vinto abbastanza delegati per rimanere in corsa nella maratona per la Casa Bianca e promettendo di rifarsi nelle prossime tappe, a partire dalla sua Florida a metà  marzo.
Neanche Ben Carson ha intenzione di lasciare la contesa, malgrado non abbia più speranze di vittoria: “La posta in gioco – ha detto – è troppo alta… credo seriamente nell’America e nella possibilità  di poter tornare ai valori fondanti del Paese”.
Sia Cruz sia Trump hanno lanciato messaggi fondati sull’unità  ma per motivi diversi. Il primo ha invitato rivali del GoP in corsa per la Casa Bianca ed elettori a unire le forze per fermare l’avversario numero uno; il secondo si è presentato come un “unificatore e quando il partito repubblicano è unito nessuno ci batterà “.
Mentre restano le divisioni, tuttavia, a rivendicare il ruolo di “unificatore del partito” è proprio l’uragano Donald.
“Io sono un riunificatore: quando avremo finito le primarie, andrò contro una sola persona, e questa sarà  Hillary Clinton”. Così Trump ha promesso, nella notte del Super Tuesday, che una volta vinta la nomination si impegnerà  per riunificare il partito repubblicano.
Un messaggio rivolto all’establishment del Grand Old Party che oscilla tra il sentimento di panico e la rivolta all’idea che il miliardario newyorkese diventi il proprio candidato alla Casa Bianca.
Per i vertici repubblicani, insomma, la beffa è doppia: oltre a digerire la forza di Trump, ora devono anche ascoltare le sue lezioni su come unificare e rilanciare il partito.
Eppure, come spiegano diversi commentatori, The Donald non è che lo specchio di tutti gli errori e le debolezze che da decenni segnano il percorso del Grand Old Party. Per Robert Kagan, Trump è un “Frankenstein del GoP, il mostruoso risultato dell’ostruzionismo selvaggio condotto dal partito, della sua demonizzazione delle istituzioni politiche, del suo flirtare con l’intolleranza e il fanatismo e della sua “sindrome da squilibrio mentale venata di razzismo” sul presidente Obama.
L’idea è che l’esercito di arrabbiati che supporta Trump non sia arrabbiato ‘soltanto’ per la stagnazione dei salari, ma per tutto ciò che i repubblicani hanno additato come motivo di rabbia negli ultimi sette anni.
Secondo Martin Wolf, editorialista del Financial Times, c’è di più: i repubblicani stanno pagando gli errori fatti decenni addietro, dall’impeachment del presidente Clinton negli anni Novanta alla risposta opportunistica del partito al movimento per i diritti civili negli anni Sessanta.
Trump, secondo Wolf, è il frutto del matrimonio tra plutocrazia e populismo di destra. Il fenomeno Trump – scrive ancora Wolf – non riguarda solo la storia di un partito, ma di un intero Paese e anche del mondo: “Quando crearono la repubblica americana, i padri fondatori erano consapevoli dell’esempio di Roma. Nei Federalist Papers Alexander Hamilton scriveva che la nuova repubblica avrebbe avuto bisogno di un ‘leader energico’. E notava che la stessa Roma, malgrado l’attenta duplicazione dei magistrati, dipendeva nel momento del bisogno dal potere assoluto, sebbene temporaneo, di un uomo chiamato ‘dittatore'”. Sperabilmente Trump non diventerà  il ‘dittatore’ d’America, ma l’èlite repubblicana farebbe bene a farsi le domande più scomode e trovare possibili soluzioni. E gli americani, come popolo, dovrebbero iniziare a chiedersi che tipo di essere umano vogliono mettere alla Casa Bianca. La scelta – conclude Wolf – avrà  implicazioni profonde non solo per gli Usa, ma per tutto il mondo.

(da “Huffingtonpost“)

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TRUMP PERDE CONTRO TUTTI: IL SUICIDIO DEI REPUBBLICANI

Marzo 1st, 2016 Riccardo Fucile

SONDAGGIO CNN: PERDEREBBE SECCO SIA CONTRO CLINTON CHE CON SANDERS

Se dovesse vincere la nomination repubblicana difficilmente Donald Trump arriverebbe alla Casa Bianca.
E’ quanto emerge da un sondaggio di Cnn/Orc pubblicato a poche ore dal Super Tuesday, in base al quale il tycoon in un ipotetico scontro diretto perderebbe sia con Hillary Clinton sia con Bernie Sanders.
Nel dettaglio, secondo la rilevazione di Cnn/Orc, la Clinton batterebbe Trump col 52% delle preferenze contro il 44% del tycoon.
Mentre il senatore Sanders otterrebbe il 55% dei voti contro il 43% dell’imprenditore.
Diverso lo scenario se la nomination repubblicana fosse vinta da Marco Rubio o Ted Cruz.
Secondo il sondaggio Hillary perderebbe col primo, mentre col secondo sarebbe un testa a testa.
Sanders batterebbe facilmente entrambi.

(da “Huffingtonpost“)

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LIBIA, LA BALLA DELLE “MISSIONI CON I DRONI DIFENSIVI”

Febbraio 26th, 2016 Riccardo Fucile

I GENERALI TRICARICO E MINI SPIEGANO PERCHE’ IL GOVERNO MENTE: “STESSA SCUSA USATA IN KOSOVO, I DRONI SERVONO PER DISTRUGGERE”

Nel tentativo di dissimulare il significato politico e strategico della decisione italiana di concedere l’uso di Sigonella per i raid americani in Libia contro l’Isis, il governo continua a ribadire il carattere esclusivamente “difensivo” delle missioni dei droni Usa che partiranno dalla base siciliana, ovvero che il loro impiego sarà  solo a protezione delle forze speciali americane operanti sul terreno quando queste sono in pericolo.
Al generale Leonardo Tricarico, ex capo di stato maggiore dell’Aeronautica militare, la formula dei “raid difensivi” ricorda quanto accadde nel 1999 quando “si parlò di ‘difesa integrata’ per coprire il fatto che i nostri Tornado bombardavano l’ex Jugoslavia — spiega a IlFattoQuotidiano.it — così da mettere a tacere le opposizioni in Parlamento e l’opinione pubblica contraria alla guerra”.
“Ma quale funzione difensiva! Non nascondiamoci dietro un dito — dice il generale Fabio Mini, ex comandante della missione Nato in Kosovo — a parte il fatto che, per definizione, le forze speciali sono sempre in pericolo durante le loro incursioni, quindi anche seguendo questa logica i droni dovrebbero intervenire sempre per fornire copertura aerea, questo tipo di velivolo non viene usato in appoggio e protezione alle forze a terra ma, al contrario, sono queste che individuano e forniscono le coordinate esatte del bersaglio che il drone deve colpire e distruggere. Da Sigonella verranno lanciati attacchi di precisione, altro che funzione difensiva”.
Gli scenari di un possibile intervento sono stati discussi giovedì pomeriggio al Quirinale, nella riunione del Consiglio supremo di Difesa, presieduto dal capo dello Stato, Sergio Mattarella.
L’organismo, si legge nella nota finale, ha “attentamente valutata la situazione in Libia, con riferimento sia al travagliato percorso di formazione del Governo di accordo nazionale sia alle predisposizioni per una eventuale missione militare di supporto su richiesta delle autorità  libiche”.
Non avrà  natura difensiva neanche per l’invio in primavera di 500 soldati con carri armati, artiglieria ed elicotteri “a protezione degli operai italiani” della Trevis Spa di Cesena che lavoreranno per mettere in sicurezza la pericolante diga di Mosul.
“Dietro il pretesto della difesa del cantiere — spiega Gabriele Iacovino del Cesi, Centro Studi Internazionali — si nasconde la vera natura della spedizione militare italiana a Mosul richiesta dal Pentagono, che in quell’area strategica a pochi chilometri dalle roccaforti dell’Isis vuole un forte avamposto militare alleato, un trampolino di lancio in vista della grande offensiva per la riconquista di Mosul”.
Le foglie di fico con cui il governo cerca di camuffare il reale livello di coinvolgimento dell’Italia alla guerra all’Isis non inganna militari ed esperti, ma nemmeno i terroristi dello Stato Islamico e i suoi fanatici sostenitori, con gravi potenziali conseguenze.
“L’uso della base siciliana di Sigonella per i raid dei droni americani contro l’Isis in Libia espone l’Italia al rischio di sanguinose rappresaglie e attentati”, dice Gianandrea Gaiani, analista e direttore di Analisidifesa.it, aggiungendo che “il governo italiano avrebbe preferito non dare pubblicità  a questo accordo, annunciato dalla stampa americana, per evitare di pagare il prezzo che tutti i paesi hanno regolarmente pagato per il loro maggiore impegno nella guerra all’Isis: i francesi con il Bataclan, i russi con l’abbattimento del charter sul Sinai, i tedeschi con la strage di turisti a Istanbul, gli hezbollah libanesi con i kamikaze nei quartieri sciiti di Beirut”.
Tra gli obiettivi più esposti a rappresaglie c’è il terminal petrolifero Eni di Mellitah, a soli 20 chilometri dalla cittadina costiera di Sabrata dove ieri 150 miliziani dell’Isis hanno sferrato un attacco in grande stile, respinto a fatica dalle forze locali.
In caso di un analogo assalto al vicino impianto dell’Eni, se non bastasse l’intervento delle forze di protezione libiche (Petroleum Facilities Guard) e dei contractor privati, entrerebbero in scena gli incursori italiani del Comsubin e i marò del Reggimento San Marco imbarcati sulle navi della Marina Italiana impegnate nella missione “Mare Sicuro”, e magari anche i parà  del 9° reggimento Col Moschin che, secondo fonti non confermate, sarebbero già  a Sabrata.

Enrico Piovesana
(da “il Fatto Quotidiano”)

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WALL STREET JOURNAL: RENZI DA UN MESE HA PERMESSO L’UTILIZZO DI SIGONELLA PER I DRONI ARMATI USA MA SENZA FARLO SAPERE AGLI ITALIANI

Febbraio 22nd, 2016 Riccardo Fucile

IL GOVERNO NON SMENTISCE

Il governo italiano il mese scorso ha dato il via libera alla partenza di droni armati statunitensi dalla base siciliana di Sigonella per operazioni militari contro lo Stato islamico in Libia e in Nord Africa.
Lo riferiscono fonti ufficiali Usa citate dal Wall Street Journal, secondo cui si tratta di una svolta dopo oltre un anno di negoziati.
La luce verde di Roma, riferisce il quotidiano, è arrivata a una condizione: possono essere usati “solo a scopo di difesa, per proteggere le operazioni delle forze speciali Usa in Libia”:
Dal 2011 gli Stati Uniti stanno cercando di convincere il governo italiano a dare all’esercito Usa la possibilità  di far decollare droni dalla base di Sigonella anche per azioni di attacco, come quella condotta venerdì scorso contro un campo di addestramento del gruppo dello stato islamico in Libia.
Ma come ricorda il Wall Street Journal, il governo italiano continua a essere scettico su questa possibilità  temendo una forte opposizione anti-guerra interna al paese. Soprattutto perchè ci potrebbero essere errori che magari coinvolgono civili.
Per ora gli uomini vicino a Matteo Renzi non hanno commentato.
Fino al mese scorso – e dal 2011 – i droni in partenza da Sigonella venivano usati solo per compiti di sorveglianza.
Il Wall Street Journal sottolinea però che la concessione italiana arriva proprio in un momento fondamentale della guerra contro il gruppo dello stato islamico. L’amministrazione Obama infatti sta prendendo in considerazione una strategia più globale nei confronti dei miliziani dell’Isis in Libia, che peraltro negli ultimi mesi sono raddoppiati arrivando a quota 6.500.
Secondo gli stessi funzionari americani, questa volontà  potrebbe portare ad una campagna in cui una piccola coalizione conduce attacchi aerei sostenuti sul campo dal lavoro congiunto delle forze specializzate e di quelle libiche.
Di sicuro nè gli Stati Uniti, nè gli alleati (Italia, Francia, Regno unito) vogliono iniziare una guerra sul campo contro l’Isis.
E per questo gli sforzi si stanno concentrando (con l’aiuto delle Nazioni Unite) sulla formazione di un governo di unità  nazionale che renda il paese più stabile, sulla formazione dell’esercito del paese e infine su raid aerei contro i centri di potere dei terroristi in nordafrica.
Sia il Regno Unito che la Francia hanno detto pubblicamente che contribuiranno alla missione in Libia solo quando ci sarà  un governo di unità , mentre l’Italia ha fatto capire che potrebbe mandare 5.000 militari solo allo scopo di stabilizzare il paese.
Ma finora il governo libico – nonostante gli sforzi internazionali – non è ancora nato.

(da “Huffingtonpost”)

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