Gennaio 15th, 2015 Riccardo Fucile
I SERVIZI NON SMENTISCONO
Sarebbero state liberate Greta Ramelli e Vanessa Marzullo, le due volontarie italiane rapite il 31 luglio
scorso in Siria, dove erano arrivate con la loro ong Horryaty per aiutare la popolazione della parte settentrionale del paese sconvolto dalla guerra. Secondo fonti legate ai ribelli siriani le due giovani cooperanti lombarde sono state rilasciate, secondo quanto riferisce l’agenzia Agi.
Diversi tweet riferibili a account dei ribelli riferiscono del rilascio.
Uno, in particolare, scrive che la notizia proviene da fonti giornalistiche siriane, aggiungendo che le due ragazze saranno in Turchia domani mattina.
La notizia del rilascio è stata rilanciata anche da Al Jazeera, che cita fonti del gruppo Al Nusra.
Dall’intelligence italiana non è giunta una smentita: le due ragazze potrebbero dunque essere state rilasciate, ma non essere ancora in zona di sicurezza.
La Farnesina non commenta, mentre una fonte diplomatica a Beirut ha dichiarato all’Ansa che “sono in corso verifiche”.
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Gennaio 9th, 2015 Riccardo Fucile
ALIQUOTE FAVOREVOLI PER I CAPITALI NASCOSTI ALL’ESTERO DA OLTRE OTTO ANNI: ATTESI 30 MILIARDI SU CIRCA 2-300
Le trattative vanno avanti da qualche anno. Ci aveva provato, invano, il governo di Mario Monti.
Gli sherpa di Enrico Letta erano arrivati a un passo dalla meta annunciando a più riprese il “quasi goal” senza però sfondare mai la porta.
Dopo due anni e mezzo di negoziati, l’accordo ora sembra arrivato e nelle prossime settimane è attesa la firma fra Italia e Svizzera sulla revisione dell’accordo di doppia imposizione e sulle modalità per lo scambio automatico di informazioni
L’accelerazione decisiva è scattata a inizio dicembre, dopo che il Parlamento italiano ha approvato la legge sulla cosiddetta voluntary disclosure per l’emersione dei capitali detenuti illecitamente all’estero.
La nuova legge fissa infatti nel 2 marzo l’ultimo giorno utile per firmare intese fiscali che consentano ai Paesi inseriti oggi nella “black list” dei paradisi fiscali di passare nella “white list”. Una volta firmato l’accordo, gli italiani potranno mettersi in regola pagando sanzioni più basse rispetto a quelle previste nel caso di Paesi inseriti nella “lista nera”.
Secondo gli esperti, il rientro dei capitali è conveniente se i capitali si trovano in Svizzera da più di otto anni, quindi già prescritti.
In questo caso il costo del rimpatrio si aggira tra il 12 e il 15 per cento.
Se invece si trovano all’estero da meno di otto anni, il costo può arrivare al 50 per cento.
Per i patrimoni leciti come le vecchie eredità , i patrimoni dei professionisti e gli utili societari sottratti al fisco italiano la sanzione prevede il pagamento delle imposte sui rendimenti per ogni anno di permanenza all’estero, oltre alle multe e agli interessi per il ritardato pagamento e alle sanzioni per la mancata comunicazione sul quadro Rw della dichiarazione dei redditi.
Ci sarà tempo fino al prossimo 15 settembre per autodenunciarsi al Fisco e godere degli sconti. Rispetto agli scudi fiscali precedenti, però, non è previsto l’anonimato sui capitali rimpatriati.
La promozione alla lista bianca conviene alla Svizzera, perchè consentirà alle sue imprese di operare con più facilità in Italia.
Quanto a Renzi, conta di recuperare un po’ di ossigeno per i conti pubblici.
La norma introdotta nell’ultimo decreto Milleproroghe, inoltre, punta ad attingere 671 milioni già da quest’anno dalle entrate derivanti dal rientro dei capitali per evitare l’aumento degli acconti d’imposta del prossimo autunno e il rincaro delle accise sulla benzina a partire dal 2016. Secondo alcune stime riportate nei giorni scorsi da Italia Oggi, gli italiani hanno depositato in Svizzera nel corso degli anni tra i 200 e i 300 miliardi di euro.
Di questi, il 40% circa non ha goduto in passato di alcuna forma di regolarizzazione.
Le previsioni degli analisti parlano dunque di circa 80-120 miliardi di euro che potrebbero venire interessati dall’ultima voluntary disclosure varata dal parlamento.
Ma soltanto una metà dovrebbe approfittare della manovra e non più di 25-30 miliardi di euro sembrano destinati a rimpatriare.
Camilla Conti
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Gennaio 1st, 2015 Riccardo Fucile
IL DRAMMATICO APPELLO DELLE DUE COOPERANTI PRIGIONIERE DELL’ALLEATO-COMPETITORE DELL’ISIS
Il capo coperto dal chador e vestite di nero. In mano un cartello con la data del 17 dicembre
2014.
E un messaggio di 23 secondi in cui dicono di essere Greta Ramelli e Vanessa Marzullo, le due cooperanti italiane rapite in Siria e di cui non si hanno notizie dal 31 luglio scorso.
Così, in un video su YouTube il 31 dicembre 2014, le due giovani chiedono aiuto per tornare a casa, perchè in grave pericolo.
“Siamo Greta Ramelli e Vanessa Marzullo, supplichiamo il nostro governo e i suoi mediatori di riportarci a casa prima di Natale. Siamo in grave pericolo e potremmo essere uccise. Il governo e i mediatori sono responsabili delle nostre vite”.
Sentimenti contrastati per Salvatore Marzullo, padre di Vanessa: “Abbiamo visto quelle immagini, le prime immagini di Vanessa e Greta da mesi, sembra stiano abbastanza bene anche se in una condizione difficile. Siamo contenti di averle viste, siamo ottimisti”.
Per gli 007 “siamo in una fase delicatissima, che richiede il massimo riserbo”.
Il Fronte al Nusra ha confermato di tenere prigioniere le due ragazze italiane : “E’ vero, abbiamo le due donne italiane… perchè il loro paese sostiene tutti gli attacchi contro di noi in Siria”, ha detto all’agenzia stampa tedesca Dpa Abu Fadel, un esponente del gruppo legato ad al Qaeda che opera in Siria e Libano.
Ma cosa è il fronte Al Nusra?
Sono gli alleati-competitori dell’Isis di Abu Bakr al-Baghdadi.
Specialisti nella fiorente industria dei sequestri che prospera nella martoriata Siria. Sono il referente diretto in terra siriana del (sulla carta) numero uno di al-Qaeda: Ayman al-Zawahiri.
Sono loro ad aver rapito e poi liberato 45 caschi blu delle Nazioni Unite nel Golan. Sempre loro hanno rapito e poi liberato 21 cristiani.
Sarebbero stati loro ad assassinare il sacerdote francese Frans van der Lugt, il 7 Aprile 2014. Sono i qaedisti di Jabat al-Nusra.
E sono loro ad avere oggi nelle mani le due giovani cooperanti italiane, Greta Ramelli e Vanessa Marzullo.
L’opposizione moderata al regime di Bashar al-Assad, il Consiglio nazionale siriano, denuncia una connivenza fra i miliziani di al-Nusra e il regime di Damasco.
“Mai l’esercito del dittatore nè i terroristi di Hezbollah che lo affiancano hanno attaccato le aree controllate da al-Nusra. Così come abbiamo la certezza che alcuni sequestrati siano passati dai servizi di Assad alle cellule qaediste”, dice all’Huffington Post, Burhan Ghalioun, uno dei leader del Cns.
Per comprendere il dramma dei rapiti, occorre capire cosa resta oggi della Siria.
Oggi lo Stato siriano, nelle sue formali frontiere, non esiste più. Resiste il regime, che controlla una porzione del territorio e il centro della capitale. Dopo oltre 190.000 morti (fonti Onu), centinaia di migliaia di feriti e milioni di profughi, con il “clan Assad” abbarbicato al potere e il variegato fronte dell’opposizione armata sempre più egemonizzato, con il terrore, dai gruppi qaedisti, come immaginare che la Repubblica araba di Siria possa ricomporsi nel suo spazio canonico, quasi nulla fosse accaduto, e non piuttosto decomporsi in staterelli di impronta etno-religiosa, l’un contro l’altri armati, estrapolazione non proprio lineare di antiche e recenti fratture?
Quel che resta della Siria oggi, è la discarica delle tensioni levantino-mediorientali che vi hanno incontrato l’area di minor resistenza — di massima fragilità istituzionale e geopolitica — dove sfogare le reciproche ostilità .
D’altro canto, la destrutturazione socio-geopolitica provocata dalla brutale reazione del ‘clan Assad’ alla sfida delle opposizioni, e accentuata dall’internazionalizzazione del conflitto, ha finito per mutare il codice genetico della rivolta siriana, emersa nel marzo del 2011 come protesta popolare, in linea con le promettenti ‘Primavere’ tunisina ed egiziana.
In pochi mesi si è scivolati dalla contrapposizione regime-avversari allo scontro Stato-insorti, e, in un presente sempre più oscuro, alla guerra per bande, alimentata dalla manipolazione delle antiche faglie etnico-confessionali, che spesso copre molto specifici interessi clanico-tribali.
Ed è in questo quadro di dissoluzione dello Stato-Nazione siriano che si sviluppa, grazie soprattutto ai finanziamenti sauditi, il Fronte al-Nusra.
Secondo fonti di intelligence giordane e occidentale, il gruppo può contare oggi su circa seimila combattenti, la maggior parte dei quali siriani.
È emerso all’inizio del 2012 con attentati nel centro di Damasco. Il suo leader è Abu Muhammad al-Golani, veterano della guerra in Iraq dove combattè con il gruppo “al-Qaeda in Iraq'”(versione primitiva dello Stato islamico) sotto il comando di Abu Bark al-Baghdadi, attuale capo dell’Isil autoproclamatosi califfo.
Ad aprile 2013 l’Isil tentò la fusione con il Fronte al-Nusra: al-Baghdadi dichiarò che la fusione era avvenuta e i membri del Fronte avrebbero dovuto rispondere a lui, ma al-Golani smentì dicendo di non essere stato consultato e ribadì la sua fedeltà al leader di al-Qaeda, Ayman al-Zawahiri, subentrato alla guida della rete terroristica dopo l’uccisione di Osama bin Laden in Pakistan.
Al di là delle reali connessioni con al-Qaeda in Iraq, rileva in proposito Andrea Plebani, analista dell’Ispi, il Fronte al-Nusra è riuscito a divenire in poco tempo una delle branche qaidiste più attive e popolari a livello globale. Al-Nusra – rileva Bernard Selwan Khoury, tra i più autorevoli studiosi dell’Islam radicale armato, incarna l’ideologia zawahiriana, mentre l’Isis incarna una jihad sul modello di quella irachena, che (in particolare del periodo di Abu Musab al-Zarqawi — fondatore dell’ala irachena di al-Qaeda) ha condotto numerosi attacchi contro altri musulmani, legittimati secondo l’ideologia del takfir, che consiste nell’accusare d’infedeltà altri fedeli islamici di apostasia o eresia. Al-Zarqawi — fondatore di quello che oggi è l’Isis — fu tra gli artefici di tale strategia, che non soltanto fece perdere popolarità ad Al-Qaeda, ma portò lo stesso Bin Laden a prenderne le distanze. Al-Nusra dispone di finanziamenti e mezzi superiori alla stragrande maggioranza delle milizie d’opposizione.
L’ideologia islamista e il fanatismo per il martirio del gruppo spiegano parte del successo in guerra.
Ma le ragioni del suo radicamento vanno ben oltre l’ideologia del martirio: il Fronte al-Nusra è formato in gran parte da veterani di altre guerriglie — molti hanno combattuto in Iraq contro gli americani — e attira finanziamenti generosi dalle petromonarchie del Golfo. Jabhat al-Nusra non terrorizza la popolazione ma ne conquista il consenso.
Per questo è ancora più pericoloso.
Ed è per questo che le sue minacce vanno prese sul serio.
(da “Huffingtonpost“)
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Dicembre 22nd, 2014 Riccardo Fucile
MESSA IN SOFFITTA DA TEMPO LA RIVOLUZIONE COMUNISTA, UN POPOLO IMPOVERITO SI INTERROGA SUL FUTURO
Nessuno ti fa la domanda, anche se è negli sguardi. Nessuno ti chiede se sei venuto per il funerale della rivoluzione, o per la festa della pace.
Per tutte due, è evidente, avresti voglia di rispondere. Senti subito l’interrogativo silenzioso, insistente, colmo d’ansia, anche negli incontri casuali.
Chi ha vinto e chi ha perso? Vorrebbero saperlo persino a Miramar, quartiere dell’Avana privilegiata, dove abita gente benestante di solito convinta di sapere anche quel che non sa.
Ha vinto la ragione, è altrettanto evidente. Questa è l’altra mia risposta.
Barack Obama ha la sua parte di quella ragione: cerca di liberarsi di una sinistra persecuzione durata troppo a lungo, che non fa onore al suo paese.
Raàºl Castro amministra invece il fallimento del suo comunismo tropicale. Di solito chi fallisce subisce un’altra sorte. Armato pure lui di una parte di ragione, per ora l’ha scampata. Ma siamo soltanto all’inizio.
Nel ’61 capitai a Cuba in primavera. Poco dopo fu proclamata la Repubblica socialista. Il manto comunista che avrebbe senza preavviso di lì a poco avvolto l’isola, le sue piantagioni di canna da zucchero, la sue spiagge splendide, le belle chiese barocche e i più eleganti quartieri del continente latino americano all’Avana, prima che quella scelta politica fino allora nascosta diventasse ufficiale, visitai il paese pensando ai generosi progetti di Fidel Castro, guerrigliero sulla Sierra Maestra.
Nel mezzo secolo che seguì la storia dell’isola ha imboccato un’altra strada. Un ritorno a quelle origini è impossibile. Ma è comprensibile che in queste ore prevalga la fretta di conoscere il futuro immediato, che potrebbe essere, col tempo, non tanto dissimile da quello progettato mezzo secolo fa e poi tradito. Un’altra utopia
Dopo l’annuncio che ha tolto il fiato a mezzo mondo pur essendo atteso da tempo, si aspettano i fatti e le incognite sono tante.
E’ già buio e la città è ancora in preda a un’agitazione nevrotica. C’è folla anche sui viali residenziali di solito deserti a quest’ora. E’ tuttavia meno fitta di ieri.
Gli attempati vicini spiegano a me straniero come il cerchio che strangolava l’isola si sia spaccato.
La conversazione è sempre più accesa sul marciapiede nell’attesa di un taxi, tra un’orda di turisti europei di Natale. Non credo si parlasse fino a pochi giorni fa di politica ad alta voce in pubblico. Ma l’opinione dei presenti, associatisi di slancio alla conversazione, è favorevole all’“abbraccio” tra Barack e Raàºl, tra l’America e Cuba, e quindi non spiacerebbe certo al potere che l’ha voluto.
Quando affiora tuttavia la questione dei 250mila e più esuli cubani di Miami qualcuno esita. Tace. Torneranno? E se torneranno cercheranno di recuperare i loro beni? E accetteranno il potere che si dice ancora comunista? E come sarà la concorrenza americana negli affari? Nessuno chiede se i fratelli Castro reggeranno alla svolta.
Non è il caso nonostante la tolleranza poliziesca di questo particolare momento. Certi argomenti guastano l’entusiasmo.
Adesso riassumendo i pareri raccolti in vari posti e occasioni nella città emerge il dubbio, creato dai tanti punti che restano oscuri.
Un dubbio che non annulla, scalfisce soltanto, la gioia iniziale del 17 dicembre quando Barack e Raàºl hanno detto, uno a Washington e l’altro all’Avana, che era giunto il momento di farla finita con il conflitto di cinquant’anni.
Molti cubani adesso dicono “Barack e Raàºl”, come se fossero loro vecchi amici.
E Fidel? L’impressione è che se ne parli poco, come se fosse stato inghiottito dal passato. Dalla storia.
La pace, quando scoppia, la si festeggia comunque. Poi, dopo il primo grande senso di sollievo, sorgono sentimenti più sfumati.
Anche su chi sono i vinti e chi sono i vincitori. Degli uni e degli altri ce ne sono sempre in un conflitto che sta per finire. I colpi di scena, fino a pace fatta sul serio (in questo caso la fine delle sanzioni economiche) sono sempre possibili.
La fragilità economica relega il regime cubano nel campo dei vinti. E tuttavia la svolta è stata gestita, almeno per il momento, da quel regime.
La sopravvivenza politica è già un successo. Una vittoria, ma effimera. Il processo è appena iniziato e le scosse politiche al vertice non sono da escludere.
Fatte le debite proporzioni uno pensa alla Cina che pur dichiarandosi comunista applica l’economia di mercato, e che ha stretto rapporti con gli Stati Uniti mentre armava il Nord Vietnam in guerra con gli Stati Uniti.
Paragonare il piccolo, sgangherato comunismo tropicale con la grande Cina può far sorridere.
Il fatto che il comunismo, o quel che si ritiene tale, non costituisca più un avversario, o non rappresenti più un’alternativa, dà alla odierna vicenda di Cuba un valore soprattutto simbolico. Un coriandolo rispetto alla super potenza asiatica. Ma qualche similitudine c’è.
Non sono simboliche le sofferenze di uomini e donne per la simultanea responsabilità del regime locale e delle sanzioni imposte dal vicino e ricco colosso americano.
Così come non è simbolica, ma grottesca, l’insistenza dei repubblicani che al Congresso di Washington esitano o rifiutano di togliere l’embargo obsoleto e vendicativo contro Cuba.
La rivoluzione è agonizzante da tempo. L’alchimia politica ha mischiato la sua agonia con la pace.
Esausta, scarnita, con sempre meno soccorritori, la rivoluzione cubana non suscita più l’intenso odio di un tempo, e ancor meno costituisce una minaccia.
La rivoluzione disinnescata consente la pace. Barack Obama l’ha capito e cerca di chiudere il capitolo.
Nella primavera di 53 anni fa, nell’aprile del 1961, percorrevo le stesse strade buie di adesso venendo dall’aeroporto. Sul taxi ascoltavo alla radio la forte voce di Fidel che processava in pubblico i controrivoluzionari sbarcati e catturati sulla Playa Giròn e la Playa Larga, nella Baia dei Porci.
Li aveva armati e mandati la CIA, e Fidel chiedeva cosa se ne dovesse fare. La gente scandiva «al muro».
I “cusanos” (i «vermi» come li chiamava Fidel), i prigionieri, furono poi scambiati contro 53 milioni di dollari, dei prodotti alimentari e sanitari.
In gennaio gli Stati Uniti avevano rotto i rapporti diplomatici con Cuba. L’America di Kennedy fece una figuraccia. Fidel sbandierò la sua vittoria. Il pigmeo cubano umiliò allora il gigante americano.
La rivoluzione cubana ebbe un inizio romantico.
Fidel, il Che, Camillo Cienfuegos affiancati hanno acceso le fantasie non soltanto rivoluzionarie. Avevano profili da divi di Hollywood ed erano dei guerriglieri audaci e colti.
Camillo morì presto in modo non chiaro, il Che fu ucciso in Bolivia, Fidel fu un dittatore longevo e non certo rispettoso dei diritti dell’uomo che aveva predicato sulla Sierra Maestra.
Ma nonostante le sue prigioni fossero popolate di oppositori politici, usufruì sempre di una certa indulgenza. La sfida alla superpotenza, invasiva, arrogante, assolse spesso le sue alleanze con i dittatori comunisti sparsi nel mondo.
Le giustificò come inevitabili, anche se non lo erano. In particolare l’intesa interessata con l’Unione sovietica che comperava lo zucchero invenduto.
Il comunismo tropicale conservò anche nei suoi momenti peggiori (ad esempio la persecuzione dei gay nel mezzo dei Sessanta) molte simpatie.
Barack ha capito che malgrado le colpe di Fidel l’isolamento diplomatico e le sanzioni imposte dagli Stati Uniti erano puro sadismo.
Erano una punizione indegna. L’isola immiserita (e pur sempre invasa da turisti benestanti e non, affascinati dai suoi abitanti e le sue bellezze naturali) era il teatro di un’utopia fallita, alimentata anche dall’orgoglio.
Visto da vicino era lo spettacolo triste di un orgoglio stanco e tarato da mille furbizie indispensabili per sopravvivere. Ma quell’orgoglio, al contrario dell’economia sempre più debole, dava energia.
Di quel sentimento ha approfittato, con l’ausilio della polizia, il gruppo dirigente, attorno ai fratelli Castro. Fratelli sempre uniti ma di recente costretti a una diversità dei ruoli imposta dall’emergenza.
Raùl, 83 anni, il fratello minore di Fidel, che di anni ne ha 88, è approdato a un pragmatismo che lo allontana dagli ideali e lo spinge a guardare al concreto. Vale a dire al dollaro.
Non è una svolta volgare, un tradimento, è la saggezza. Il paese soffre. Non può più essere il teatro di una rivoluzione con la sola prospettiva della bancarotta.
Con la fine degli aiuti dell’Unione Sovietica l’economia cubana è crollata del 40 per cento. Ed ora, con la crisi che attanaglia il Venezuela, dove non c’è più il generoso amico Chavez e il prezzo del petrolio precipita, anche gli aiuti latino americani vitali sono praticamente finiti.
Cuba era sempre più sola. L’abbraccio alla super potenza è la via di scampo.
Per ora avviene con dignità . Raàºl non rinnega formalmente il comunismo, cui si richiama tuttora con retorica clericale.
Salva così l’orgoglio e soddisfa il fratello Fidel, indebolito dalla malattia e ritiratosi nella Storia. Forse lo risentiremo. Non è escluso che parli ancora dalle rovine della rivoluzione.
Ma la sua voce arriverà dal passato.
Bernardo Valli
(da “la Repubblica”)
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Dicembre 22nd, 2014 Riccardo Fucile
HA BATTUTO GLI ISLAMISTI ALLE URNE: “IL PASSATO NON TORNA”
Mabrouk, scrive l’Economist: congratulazioni Tunisia, «Paese dell’anno». 
Nuova Costituzione, urne no stop, diritti alle donne. E da oggi un presidente scelto dal popolo.
Un caso unico, nel disastro delle primavere arabe: «La Tunisia ha preso una sua strada, siamo musulmani moderati che accettano tutti…».
L’avvocato Beji Caid Essebsi, per i giornali Bce, porta occhiali da sole che valgono più d’un manifesto politico: uguali a quelli che usava Habib Bourghiba, padre della Tunisia moderna. Un vezzo. Con Bourghiba, Bce condivise il governo e la stessa idea di Tunisia.
A 88 anni, ha sorpreso tutti per la rapidità con cui ha fondato il partito Nidaa Tounes e s’è preso il Paese, quasi trasformando la Rivoluzione dei Gelsomini in una seconda indipendenza: «Ma no – obbietta al Corriere –, la rivoluzione è stata una tappa nella storia. Abbiamo avuto i liberali del Destour, poi Bourghiba. Ora tocca a noi. Gli ultimi vent’anni con Ben Ali hanno deviato la nostra marcia riformista verso uno Stato moderno. Spero d’avere la forza per arrivarci».
Lei è il primo leader d’una Primavera araba che abbia bloccato gl’islamisti con regolari elezioni.
«Io voglio essere il presidente di tutti i tunisini. La Primavera araba è un’altra cosa. Questo Paese ha fatto una rivoluzione tunisina, non araba. Ponevamo il problema della libertà e la libertà , si sa, non ha frontiere. Però lo scopo non era d’intromettersi negli affari dell’Egitto o della Libia. Se vogliono prendere esempio, facciano. Ma sia chiaro: noi non esportiamo rivoluzioni».
Perchè i Fratelli musulmani hanno fallito?
«Hanno tentato di risolvere i problemi. Ma una soluzione va accettata dalla volontà popolare e quella non era la soluzione che i tunisini cercavano. Quel che va bene per alcuni, non deve per forza andar bene a tutti».
Ma farà coalizione con loro?
«Bisogna aspettare i dati definitivi. Il governo attuale sta in carica fino a gennaio, poi ci saranno i ricorsi e un premier da proporre: almeno un mese. Non so se faremo coalizione con loro, ma non è urgente. E poi non sono più solo: devo consultarmi con gli alleati».
L’accusano di riportare al potere i benalisti…
«Dentro Nidaa Tounes, nessuno s’è compromesso con Ben Ali. E lo stesso Ben Ali è già stato processato e condannato. Noi continueremo a cercare di recuperare i soldi finiti all’estero».
Ma prima di rompere con Ben Ali, lei fu suo portavoce: salva qualcosa di quel regime?
«Non prendo posizioni di principio, devo governare il Paese con la nuova Costituzione. Mi smarco non dalle persone, perchè non ha senso, ma dalle politiche terribili dell’epoca di Ben Ali. Non guiderò il Paese da dittatore, ma da cittadino fra i cittadini. Credete che alla mia età voglia prendermi tutto?».
Nei quattro anni dopo la rivoluzione, avete sentito la vicinanza dell’Occidente?
«L’Occidente ha salutato il nuovo modello di società tunisina, poi però non ci ha offerto molto. Di noi s’è occupato il Fondo monetario, che fa il suo lavoro: il sostegno politico è un’altra cosa».
Lei ha detto che rompere con Assad fu un errore. Riaprite l’ambasciata a Damasco?
«Lo deciderà il governo, ma io farò tutto il possibile in questa direzione. I principi di dialogo, ai quali voglio tornare, possono dare risultati».
La Tunisia è il Paese che dà più volontari al jihadismo…
«Il terrorismo è una sfida. Cercheremo la verità sugli esponenti politici uccisi negli ultimi due anni, il silenzio sulle loro morti è un’umiliazione per il nostro popolo. Con un Paese vicino come l’Algeria, le relazioni sono migliorate proprio nella cooperazione sulla sicurezza».
L’altro vicino è la Libia.
«La Libia è un problema enorme. Non esiste più uno Stato, solo gruppi armati. Un accordo tocca ai libici: sono contrario a ogni intervento esterno. Forse, è pensabile un’azione regionale con Algeria, Mali, Niger, Egitto… Ma non possono esserci forze militari straniere, solo un intervento politico che preme a tutti, Italia compresa».
La Tunisia è il primo Paese visitato da Renzi premier…
«Siete i nostri vicini più vicini. Voi ci capite e noi vi capiamo. Lo sa che i miei avi venivano dalla Sardegna? Continueremo a incoraggiare le aziende italiane perchè delocalizzino qui».
È il leader più anziano dopo Mugabe, il re saudita, Napolitano ed Elisabetta II. Non le pesa un mandato di 5 anni?
«Napolitano e la regina hanno svolto un ruolo fondamentale nella stabilità di Italia e Regno Unito. L’età non mi disturba: la giovinezza è uno stato dello spirito. Adenauer ha guidato la Germania in età avanzata».
Per non dire di Bourghiba: tiene il suo busto nello studio.
«Sono cose importanti. Il prestigio d’uno Stato si restaura con l’equilibrio delle istituzioni, con la qualità degli uomini e con la maestà dei monumenti. La statua sull’Avenue Bourghiba, la via principale di Tunisi, è una questione nazionale…».
Quale statua?
«L’Avenue si chiamava Jules Ferry, dal presidente francese del protettorato, e aveva una statua di Ferry con un beduino ai suoi piedi. Con l’indipendenza fu messo un monumento equestre di Bourghiba, ma Ben Ali lo fece togliere. Che senso ha l’avenue Bourghiba senza Bourghiba? C’era anche una statua del cardinale Lavigerie, primate d’Africa. Oggi lì c’è Ibn Khaldoun, il padre della sociologia moderna, e per fortuna l’hanno lasciato. Bourghiba e Kaldoun. Questo è il messaggio: siamo gente aperta, c’interessa la conoscenza. Ora che la storia s’è ripresa lo spazio della cronaca, se la statua di Bourghiba torna dove stava, significa che la Tunisia torna ai suoi figli».
Presidente Essebsi, lei è l’erede di Bourghiba?
«Bourghiba non ha eredi. Però vengo dalla sua scuola e ho imparato molto».
Francesco Battistini
(da “il Corriere della Sera“)
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Dicembre 18th, 2014 Riccardo Fucile
IL CROLLO DEL RUBLO DETERMINA UNA CORSA A LIBERARSI DELLA MONETA E A INVESTIRE IN BENI DI CONSUMO
Dimenticatevi le lunghe code tristi e rassegnate dell’era sovietica.
Allineati in centinaia dietro ai banconi di “M. Video”, megastore aperto giorno e notte di fronte alla stazione Alekseevskaja della metropolitana, si sente nell’aria perfino una sorta di perversa euforia.
La crisi che sta devastando l’economia russa, il rublo che perde valore ogni giorno di più, gli sproloqui incomprensibili dei grandi esperti d’economia che ormai monopolizzano radio e tv annunciando una povertà imminente, regalano intanto al russo medio un’occasione storica: vivere almeno un giorno da leone, anzi da aquila, come nella fiaba raccontata da Pushkin ne La figlia del capitano e che qui tutti hanno studiato a scuola.
Lo capisci dai discorsi di Olga e Igor, coppia di giovani insegnanti, che si sporgono da questa folla di famiglie, pensionati, compassati funzionari statali, a rimirare le meraviglie dell’elettronica d’importazione.
Lui prova a razionalizzare: «I risparmi che abbiamo prelevato in banca, già domani potevano essere carta straccia. Prendiamo una tv gigante, ora o mai più».
Lei: «Sì, ma non troppo grande. Ci serve anche una lavatrice e un computer per i ragazzi. Questione di ore e qui aumenta tutto del doppio e non ci resta più niente da fare».
E li vedi discutere sorridenti come se la situazione fosse allegra, fare calcoli e infine accordarsi: un bestione coreano a cristalli liquidi da 42 pollici, una lavatrice costruita in Russia dalla Indesit e un laptop utima generazione. Totale: 45mila rubli.
Che ieri sera equivalevano ad appena 550 euro, esattamente la metà di soli due mesi fa.
E la strana euforia ha preso un po’ tutti. La lunga coda che si avvia verso l’uscita è tutto uno sfilare di casse, scatole e buste: smartphone, tablet, frigoriferi, macchine per fare il pane.
«Non erano proprio delle spese urgenti – ammette un tipo in colbacco che trascina una scatola rossa più alta di lui – ma sempre meglio comprare qualcosa che lasciare morire i soldi in banca».
Stesse scene in tutti i negozi della capitale e delle grandi città russe. Chi può, usa la carta di credito o il bancomat.
I clienti della Sberbank, la banca più grande del Paese, che per prudenza ha momentaneamene bloccato tutte le carte per qualche ora, fanno una doppia coda.
Prima vanno in agenzia a estinguere il conto, poi si precipitano da “M.Video”, o da “Svjaznoj” o in altri grandi magazzini.
Bisogna fare in fretta perchè gli aumenti arriveranno presto e qualche commerciante più furbo degli altri ha già messo il cartello “tutto esaurito”.
La Apple ha chiuso la sua rete di vendita su Internet e annuncia rincari di oltre il 20 per cento. Anche molti gioiellieri hanno preferito calare le saracinesche sapendo di poter rivendere ben presto la loro merce a molto di più. Magari sotto Natale, che qui cade il 7 gennaio.
Putin oggi ha affrontato l’argomento nella attesa conferenza stampa di fine anno. Racconta dell’intervento massiccio del Tesoro e della Banca centrale per mettere in sicurezza gli istituti di credito, insiste sulla forza globale dell’economia russa.
Denuncia genericamente speculatori e oligarchi approfittatori. I guai veri però stanno per arrivare.
Alcuni settori commerciali e industriali sono in crisi aperta. Il colosso Gazprom minaccia di tagliare gli organici. La disoccupazione torna a essere uno spettro palpabile.
Ma i problemi più seri si affronteranno poi.
Per il momento riguardano ancora una fascia minima della popolazione toccata nei rincari spaventosi della borsa della spesa. La situazione appare ancora sopportabile, basta cambiare abitudini e anche gusti: ridurre l’amato grano saraceno, l’ingrediente più amato sulle tavole russe, che è al centro di una spudorata speculazione; comprare agrumi e pomodori cinesi o mele rachitiche che arrivano dalla Serbia; rinunciare all’acqua minerale filtrando quella del rubinetto; affrontare con qualche sacrificio l’annunciato raddoppio del prezzo del tè, del caffè e dell’alcool.
Per il resto tanto vale godersi il momento ripetendosi continuamente un antico proverbio russo che si può più o meno tradurre così: «Neanche la morte fa paura se l’aspetti vivendo alla grande».
Per questo quelli un po’ più danarosi comprano più roba possibile. L’auto diventa il bene rifugio più alla portata.
In un paio di giorni, mentre il rublo scendeva e la Banca centrale bruciava quasi sette miliardi di dollari per frenarne la caduta, si sono svuotati i parcheggi delle concessionarie Bmw, Range Rover, Renault, Mercedes.
E sopratutto quelli delle auto di casa, le Lada della Avtovaz di Togliattigrad che non avrebbe mai immaginato di chiudere l’anno in crescendo dopo un periodo di inquietante stasi del mercato.
Ai troppo ricchi è andata male: Bentley e Jaguar hanno deciso di chiudere le vendite in attesa di uno ristabilimento dei prezzi. Ma i ricchi, si sa, hanno mille risorse. Investono in appartamenti che si stanno vendendo come non mai nel centro delle grandi città , antiquariato, arredamento di lusso.
Molti di loro posseggono direttamente valuta pesante che in questi giorni è diventata pesantissima. O la comprano dai cambiavalute accettando prezzi molto più alti. Ieri in certe agenzie il rublo, quotato a 90 per un euro, veniva venduto anche a 110.
Addirittura miracolati i turisti occidentali che si sono trovati a passare da Mosca in questi giorni. I più svegli hanno fatto incetta di tutto quello che potevano, dal caviale beluga ai telefonini. Come quella coppia di americani in viaggio di nozze che ieri sera, all’aeroporto Pulkovo di San Pietroburgo, ha sconvolto la commessa del duty free portandosi a casa tutti gli iPhone e i tablet che aveva sul bancone.
Affari d’oro: iPhone 6 a 350 euro, iPhone 6 plus a poco più di 400. E pare che abbiano pure avuto la faccia tosta di chiedere uno sconto.
Con lo stesso spirito migliaia di finlandesi e di cittadini delle repubbliche baltiche sono calati con aerei e traghetti in Russia per “saccheggiare” negozi e boutique.
Per non parlare della “rivincita” sociale degli abitanti dell’ex Unione Sovietica, bielorussi e kazaki in testa, che comprano, a seconda della disponibilità , oggetti d’oro, computer, antiche icone o addirittura case di villeggiatura con tanto di parco sugli Urali dove si è registrato un sorprendente boom delle vendite.
Euforia, apparentemente insensata, accompagnata comunque da un sano pragmatismo.
Accanto alla nuova tv, al supertelefonino, molte famiglie russe hanno messo anche una piccola scorta di quei generi che, ai tempi dell’Urss, venivano considerati di sicurezza: farina, grano saraceno, fiammiferi e sapone.
«È quasi un rito scaramantico – dice il popolare scrittore satirico Dmitrj Bykov – non è roba che cambia la vita ma, a chi è nato in Unione Sovietica, da comunque un senso di sicurezza. E ne abbiamo tutti molto bisogno».
Nicola Lombardozzi
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Dicembre 17th, 2014 Riccardo Fucile
ALEIDA, ATTIVISTA E MEDICO SULLE ORME DEL “CHE”: “SE POTESSI IN QUESTO MOMENTO VORREI FARE SOLO UNA COSA: ABBRACCIARE FIDEL”
Aleida Guevara March, non è solo la figlia del “Che”. 
A Cuba è famosa soprattutto per la sua attività di pediatra. Che pratica seguendo l’esempio del padre: «Se solo potessimo seguire il suo esempio, il mondo sarebbe un posto migliore».
Attivista per scelta e medico per missione, assiste bambini e disabili negli ospedali del suo e di altri Paesi.
Per questo, la Fondazione Foedus, presieduta da Mario Baccini, ha deciso di conferire alla figlia del guerrigliero simbolo della Rivoluzione cubana il Premio alla solidarietà per il 2014.
L’abbiamo incontrata all’Hotel Valadier, a due passi da Piazza del Popolo.
Cosa pensa degli sviluppi tra Usa e Cuba?
«Io l’ho sempre detto che siamo todos americanos, anzi siamo tutti un’unica nazione. È un giorno di grande felicità e immensa gioia per tutti. Se potessi in questo momento vorrei fare solo una cosa: abbracciare Fidel».
Suo padre voleva cambiare il mondo, ad oltre 40 anni dalla sua morte cosa resta della sua esperienza?
«Negli ultimi quarant’anni il mondo è cambiato molto, ma non in ciò che davvero conta. Le differenze tra ricchi e poveri sono sempre più marcate».
Chi era Ernesto Che Guevara?
«Ai miei figli ho raccontato che era un uomo con una grande capacità di amare. Un rivoluzionario, del resto, deve essere innanzitutto un romantico».
Suo padre morì quando lei aveva sei anni (oggi ne ha 57). Qual è l’ultimo ricordo che conserva di lui?
«Di mio padre vivo ho pochi ricordi. L’ultima sua immagine è legata a un momento di grande tenerezza. Mia madre teneva in braccio il mio fratello più piccolo, lui si avvicinò con la sua uniforme e lo accarezzò dolcemente».
È in Italia per ritirare un premio alla solidarietà per il suo impegno come pediatra
«In questo momento, ci sono a Cuba tanti professionisti che lavorano in diversi Paesi del mondo. Sono orgogliosa di essere un medico cubano. Stiamo collaborando, tra l’altro, con “El Alba” boliviana. È un grande impegno, ma anche un grande piacere sapere di essere utili ad altre persone».
È la sua rivoluzione moderna?
«Fidel Castro diceva sempre che la rivoluzione è cambiare tutto quello che deve essere cambiato. Ci sono molte cose nel mondo che devono ancora cambiare. Noi lo facciamo con il nostro impegno. A Tucuman, un villaggio dell’Argentina, abbiamo visitato 812 pazienti in un solo giorno. La nostra rivoluzione è la salute, l’educazione e la vita delle persone».
La sua giornata tipo?
«Scelga un giorno della settimana».
Facciamo mercoledì?
«Inizia al Centro studi Che Guevara, alla scuola “Solidariedad con Panamà¡”, dove ci occupiamo di bambini con problemi e patologie motorie. Poi organizziamo conferenze e pianifichiamo l’attività del centro».
Qual è oggi la condizione del suo popolo?
«Il popolo cubano è un popolo bloccato dalle iniziative del Nord America, ma la solidarietà che riceviamo, anche dall’Italia, ci aiuta ad andare avanti».
La stampa italiana ha scritto di recente di un’iniziativa singolare di suo fratello minore Ernesto: un tour per turisti facoltosi (costo da tre a seimila dollari) sulla strada della rivoluzione cubana.
Che ne pensa?
«So che lavora con un’associazione argentina che promuove il turismo. A me, personalmente, il turista straniero interessa solo per una cosa: le donazioni che riusciamo a raccogliere per finanziare la nostra attività . Per il resto non ho la minima idea di cosa stia organizzando mio fratello».
Antonio Pitoni
(da “La Stampa“)
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Dicembre 17th, 2014 Riccardo Fucile
MEZZO SECOLO SPAZZATO VIA, GLI INVESTITORI USA ESULTANO PER I GROSSI AFFARI IN VISTA
Venti forti agitano il Caribe, e sono forti davvero perchè è come se mezzo secolo di storia venisse spazzato via da queste folate che soffiano giù da Washington: a partire da oggi le 90 miglia che separano la punta “imperialista” di Key West, territorio degli Stati Uniti d’America, dalla spiaggia “socialista” del Malecòn, territorio della repubblica di Cuba, si stanno assottigliando che quasi si toccano.
Obama, infatti, ha appena annunciato uno smantellamento progressivo dell’embargo che da 50 anni inchioda alle proprie difficoltà l’isola del comunismo tropicale, con un provvedimento che intanto definisce la prossima riapertura dell’ambasciata americana all’Avana, e poche ore prima il governo cubano annunciava la liberazione di un cittadino americano da 5 anni in galera in uno scambio con la liberazione di 3 “spie cubane” detenute in un carcere americano.
La Revoluciòn resta in piedi, Fidel Castro continua a farne il nume tutelare e continua a chiudere le sue lunghe orazioni con lo slogan di sempre: “Socialismo o muerte!”. Resta in piedi ma si è svuotata, perchè intanto il fratellino Raùl ha provveduto a portar via, poco alla volta, tutto quanto stava raccolto dentro i panni fiammeggianti della Revoluciòn e a cambiarne natura e identità .
La rigida e chiusa economia centralizzata ha cominciato a fare sempre più spazio all’iniziativa privata, e ristoranti, tassisti, barbieri, lavoratori agricoli, aggiustatori di biciclette, guide turistiche, alberghi – è tutto un fiorire di “cuentapropistas” che si fanno i loro affari, prendono dollari dai turisti, costruiscono case, si ingegnano in nuovi mestieri, e fanno libera concorrenza allo Stato.
Il modello di riferimento potrebbe essere quello cinese, libertà all’economia e repressione dura alla libertà politica.
E’ una vera rivoluzione, che stava cambiando l’isola senza volerne dare l’impressione. Ora l’apertura che arriva da Washington accelera bruscamente il ritmo del cambio, e potrebbe anche metterne in crisi il corso.
Lo vedremo a breve. Intanto, però, teniamo conto del ruolo svolto dalla Chiesa cubana: in questo cambiamento, ha svolto riservatamente il ruolo di interlocutore del potere castrista e di mediatore diplomatico tra l’Avana e Washington.
Papa Francesco può esserne contento, e i grandi investitori americani che stavano impazienti al porto di Miami ora saranno ancor più contenti di lui.
Grossi affari sono in vista, altro che “Socialismo o muerte!”
Mimmo Cà¡ndito
(da “La Stampa“)
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Dicembre 1st, 2014 Riccardo Fucile
LA FOTO CHE COMMUOVE GLI AMERICANI, PROPRIO NEL GIORNO IN CUI DARREN WILSON, IL POLIZIOTTO CHE HA UCCISO MICHAEL BROWN, DA’ LE DIMISSIONI
La foto della speranza fa il giro del mondo, in Rete diventa subito virale: è un agente di polizia che abbraccia un ragazzo di colore.
Lui anziano, grande e grosso, l’altro piccolino, in lacrime, quasi sopraffatto nel calore dell’abbraccio.
La scena commovente è stata immortalata a Portland in Oregon. È accaduto durante una delle tante manifestazioni di protesta che si sono svolte in centinaia di città americane, contro il verdetto del Grand Jury che ha assolto l’agente Darren Wilson dopo l’uccisione del diciottenne nero Michael Brown a Ferguson nel Missouri.
A Portland un dodicenne afroamericano, Devonte Hart, sfila in piazza con il cartello “abbracci liberi”.
Un sergente di polizia gli si avvicina e lo abbraccia, il ragazzo scoppia in lacrime.
È l’immagine che un pezzo d’America vorrebbe avere di se stessa. Ma in realtà , a una settimana dal verdetto del Grand Jury, le polemiche non si placano.
Non basta a rasserenare gli animi a Ferguson l’annuncio delle dimissioni di Darren Wilson. Un gesto scontato, ampiamente previsto, che il poliziotto bianco spiega così: «Non volevo mettere in difficoltà i miei colleghi. Alcuni di loro sono stati bersagliati di minacce».
Dimesso, non licenziato, più innocente che mai: non è così che la popolazione nera di Ferguson vede il poliziotto. Tanto più che in questa settimana i media e le associazioni per i diritti umani hanno avuto il tempo di analizzare la voluminosa documentazione del Grand Jury.
Il verdetto degli esperti legali, così come quello di testate come il New York Times e il Washington Post , è molto severo: il Grand Jury ha dato un credito spropositato alla versione del poliziotto sulla legittima difesa; molte testimonianze dicono il contrario è cioè che Brown non era minaccioso, stava fuggendo quando è stato crivellato di colpi.
A conferma che le tensioni non si sono davvero placate, arriva la notizia che alcuni negozianti di Ferguson hanno assoldato dei vigilantes armati, che fanno la ronda o stanno appostati sui tetti come dei cecchini pronti a sparare.
Una misura di autodifesa dopo saccheggi e vandalismi che segnarono le proteste della scorsa settimana. Certo non distende l’atmosfera, il fatto che un’associazione di queste vigilantes chiamata Oath Keepers (i guardiani del giuramento) è considerata una milizia di estrema destra.
La partita legale a Ferguson non si è chiusa con il Grand Jury.
I familiari di Michael Brown stanno esaminando la possibilità di una causa civile, per danni.
Le cause civili seguono regole e procedure diverse, talvolta danno esiti opposti rispetto ai procedimenti penali. Poi c’è l’inchiesta federale promossa dall’Amministrazione Obama.
La porta avanti il Dipartimento di Giustizia guidato da Eric Holder, un afroamericano formatosi politicamente nella stagione delle grandi battaglie per i diritti civili.
L’inchiesta federale deve appurare se l’intero corpo di polizia del Missouri abbia compiuto abusi contro i diritti civili.
E Holder ha iniziato da Atlanta, nel profondo Sud, una tournèe per ascoltare le comunità afroamericane che si sentono discriminate dalle forze dell’ordine.
Federico Rampini
(da “La Repubblica”)
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