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CONFERENZA SULLA LIBIA, QUALCUNO AL GOVERNO VUOLE FARLA FALLIRE PER BOICOTTARE MOAVERO

Ottobre 10th, 2018 Riccardo Fucile

IL MINISTRO DEGLI ESTERI E’ PER LA CENTRALITA’ DEI DIRITTI UMANI ED ABILE MEDIATORE, NON UN URLATORE RAZZISTA

Un dubbio si insinua tra quanti stanno lavorando pancia a terra per la buona riuscita della Conferenza sulla Libia promossa dall’Italia il 12 e 13 novembre prossimi a Palermo.
Il dubbio non riguarda la Farnesina: lì tutti tirano nella stessa direzione. Ma, questo è il punto di domanda, la stessa certezza non si manifesta se si guarda al di fuori del Ministero degli Esteri.
E per una volta non si guarda Oltralpe: che la Francia tifi, ed è un tifo attivo, perchè la conferenza non sia un top diplomatico, questo è cosa ormai risaputa e acquisita. Ma il dubbio è che entro i confini nazionali e in altri palazzi della politica, un risultato all’altezza non ecciti troppo gli animi.
Non è solo gelosia personale: portare a Palermo se non proprio Donald Trump e Vladimir Putin (ma le possibilità  esistono) quantomeno i capi delle diplomazie Mike Pompeo e Sergei Lavrov sarebbe comunque un successo per “l’uomo di Mattarella”: il ministro degli Esteri Enzo Moavero Milanesi.
Un successo, ecco il punto, che riguarda non solo un modo di intendere l’essere ministro, ma una linea in politica estera che non minaccia rotture con Bruxelles un giorno sì e un altro pure, e che guarda ai rapporti con i Paesi della sponda sud del Mediterraneo non in termini securisti, ma di una cooperazione a 360 gradi che contenga certamente il tema della sicurezza e del contrasto alla migrazione clandestina, ma non lo assolutizza.
Più volte si è detto e scritto che in materia di politica estera — soprattutto sul Mediterraneo e l’Europa— il Governo in carica ha due linee e due pratiche: quella inclusiva di Moavero e quella “muscolare-sovranista” di Salvini.
Lo spartiacque non è la difesa degli interessi italiani. È il come farli valere, è il non restare isolati agitando rotture improbabili oltre che controproducenti. Ed è in questo scenario che si colloca la Conferenza di Palermo.
“Un passaggio importante ma non la conclusione di un percorso di stabilizzazione che avrà  bisogno di altri passaggi e di tempo”, puntualizza all’HuffPost una importante fonte diplomatica.
Insomma, nessuno deve attendersi miracoli da Palermo, ma tutti, nel Governo e fuori da esso, dovrebbero remare nella stessa direzione, perchè così fa un Paese che vuole difendere il proprio spazio geopolitico che altri vorrebbero invadere.
Ma notizie fatte filtrare su defezioni e altro non aiutano.
Così come non aiutano i malumori, sotterranei ma non per questo meno indicativi, che hanno fatto seguito ad alcune considerazioni svolte ieri dal titolare della Farnesina: “In senso stretto e giuridico la Libia non può essere considerata porto sicuro, e come tale infatti viene trattata dalle varie navi che effettuano dei salvataggi”, ha affermato Moavero rispondendo ad una domanda diretta in una conferenza stampa con la collega norvegese.
“La nozione di porto sicuro e di Paese sicuro è legata a convenzioni internazionali, che attualmente non sono state tutte sottoscritte dalla Libia” ha proseguito il capo della diplomazia italiana. Per poi aggiungere: “Noi dobbiamo mantenere forte e intensificare il nostro impegno affinchè la normalizzazione della Libia porti questo Paese pienamente nell’alveo della comunità  internazionale, con il rispetto dei diritti umani e dei diritti fondamentali”.
Rispetto dei diritti umani e fondamentali. Ratifica di Convenzioni internazionali, come quella sui rifugiati, che ad oggi non ha la Libia tra i Paesi sottoscrittori: per il titolare della Farnesina non sono optional, ma punti chiave per portare la Libia “pienamente nell’alveo della comunità  internazionale”.
Temi che rientrano nei due giorni di conferenza. Le sottolineature del ministro degli Esteri sulla centralità  del tema dei diritti umani, trova sponde importanti alle Nazioni Unite.
Il segretario generale Antonio Guterres, in un rapporto del 24 agosto, ha confermato che in Libia “migranti e rifugiati hanno continuato ad essere vulnerabili”, sottoposti “a privazione della libertà  e detenzione arbitraria in luoghi ufficiali e non ufficiali”.
E a settembre, l’Alto commissario Onu per i rifugiati Filippo Grandi lo ha ribadito: “No, la Libia non è un Paese di sbarco sicuro”.
A giugno, il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite ha imposto sanzioni contro Abd al-Rahman al-Milad, direttore della Guardia costiera di Zawiya, accusato di essere un trafficante di esseri umani e di fermare soltanto i migranti inviati in Europa dalle organizzazioni rivali.
Di certo, la definizione di “porto sicuro” e di “Paese sicuro” fornita da Moavero, forte anche della sua formazione da giurista, non rientra nel vocabolario politico del suo collega al Viminale, nonchè vicepremier. Qui la distanza è palmare.
Un passo indietro, neanche troppo lungo, nel tempo.
Sedici luglio 2018: “Dobbiamo cambiare la normativa e rendere i porti libici porti sicuri. C’è questa ipocrisia di fondo in Europa in base alla quale si danno soldi ai libici, si forniscono le motovedette e si addestra la Guardia Costiera ma poi si ritiene la Libia un porto non sicuro”. Così si pronunciava Salvini in una conferenza stampa a Mosca indicando quale fosse l’obiettivo dell’Italia nell’incontro di due giorni dopo per ridiscutere la missione Sophia.
“E’ un bipolarismo europeo che va superato” aggiungeva il vicepremier leghista.
La proposta di Salvini riceveva però una reazione negativa della Commissione europea. Salvini però insisteva e replicava su Twitter: “L’Unione Europea vuole continuare ad agevolare lo sporco lavoro degli scafisti? Non lo farà  in mio nome, o si cambia o saremo costretti a muoverci da soli”.
“La decisione rispetto al fatto che i porti libici non siano porti sicuri è una decisione della Corte europea dei diritti dell’uomo, quindi è una valutazione puramente giuridica sulla quale non c’è una decisione politica da prendere”, le faceva eco l’Alto rappresentante per gli Affari esteri e la politica di sicurezza dell’Ue Federica Mogherini.
Passava poco più di un mese e le “due linee” si scontravano ancora.
Erano i giorni caldissimi del “caso Diciotti” e dei 150 migranti trattenuti da giorni sulla nave militare italiana attraccata al porto di Catania. “L’Italia deve prendersi in maniera unilaterale una riparazione. Non abbiamo più intenzione di farci mettere i piedi in testa. L’Unione Europea non vuole ottemperare ai principi concordarti nell’ultimo consiglio europeo? Noi siamo pronti a tagliare i fondi che diamo all’Ue. Vogliono 20 miliardi dei cittadini italiani? Dimostrino di meritarseli e si prendano carico di un problema che non possiamo più affrontare da soli”, tuonava il vice premier Di Maio, sostenuto in questo frontale con Bruxelles dall’altro co-vicepremier leghista. Era il 24 agosto.
Dal meeting di Comunione e Liberazione a Rimini, lo stesso giorno, Moavero stroncava la minaccia di Di Maio all’Ue: “Versare i contributi è un dovere legale. Ci confronteremo su questo e altre questioni”.
Per poi aggiungere: “Sto lavorando in questi giorni soprattutto per trovare una sintonia sulla gestione dei flussi migratori che è tra le questioni più importanti per l’Ue, a nostro parere la più importante in assoluto. È fondamentale che riusciamo a comprenderci a livello di Unione per stabilire un clima di condivisione nei confronti di flussi migratori epocali che richiedono un’azione corale europea. Non trovare un accordo su questo per l’Europa è molto triste”.
A fianco di Di Maio si schierava, con il consueto impeto dichiaratorio, Matteo Salvini, che il 30 agosto, da Venezia, in conferenza stampa rilanciava: “Ho chiesto di condividere i porti di sbarco. Se anche a fronte di questo nuova richiesta otterremo un ‘no’ dovremo valutare se continuare a spendere soldi per una missione che sulla carta è internazionale ma di fatto è tutta a carico di 60 milioni di italiani e di un solo Paese”. Per poi aggiungere: “Al momento abbiamo ricevuto un sacco di no da Macron e da altri, abbiamo quasi esaurito tutti i ‘bonus dei no’. Poi faremo da soli, di sicuro non ci manca la fantasia e le capacità “.
Il titolare del Viminale non demorde. Tre settembre .”Dietro alla situazione in Libia c’è qualcuno, penso a chi è andato lì a fare una guerra che non doveva fare e ora vuole fissare date delle elezioni senza interpellare gli alleati, l’Onu e i libici. Le esportazioni di democrazia non hanno mai portato niente di buono”. Così Salvini commentava gli scontri tra milizie che incendiavano Tripoli, addossandone la responsabilità  al governo francese. E a chi gli chiedeva se anche alla luce degli eventi di quelle ore fosse stato un errore chiedere che la Libia fosse dichiarata un “porto sicuro” in cui respingere i migrati, il ministro rispondeva: “Chiedete alla Francia”.
Chiedere, non è, nella “linea Moavero”, sinonimo di “gridare”. Non è un problema di bon ton, ma di sostanza. Come quando si dichiara “fiducioso in dialogo costruttivo con Ue”.
Dialogo costruttivo: un modus operandi che vale per Bruxelles come per Tunisi. C’è voluta molta pazienza e lavorio sotterraneo per convincere le autorità  tunisine a non creare una crisi diplomatica con Roma dopo le affermazioni di Salvini (4 giugno 2018) secondo cui la Tunisia “spesso e volentieri esporta galeotti”.
La rottura è stata evitata ma le scorie sono rimaste. Quando nella visita del 28 settembre, Salvini ha provato a indossare panni moderati e istituzionali (“alla Moavero”) la trasformazione non ha sortito gli effetti sperati: la svolta sui rimpatri non arriva.
Non basta un improvvisato “cambio d’abito” per mascherare l’esistenza delle “due linee”.

(da “Huffingtonpost”)

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HAFTAR DA’ BUCA ALL’ITALIA: RIDICOLIZZATO IL GOVERNO

Settembre 29th, 2018 Riccardo Fucile

L’UOMO FORTE DELLA CIRENAICA NON VERRA’ ALLA CONFERENZA SULLA LIBIA DI NOVEMBRE

L’annuncio ufficiale è ancora rimandato. Ma con ogni probabilità , quella sedia resterà  vuota.
Il “grande assente” alla Conferenza sulla Libia che l’Italia sta organizzando per metà  novembre in Sicilia (quasi certamente a Sciacca) è l’uomo forte della Cirenaica: il generale Khalifa Haftar.
Il barometro delle relazioni tra Roma e l’uomo che si sente il “presidente in pectore” della “nuova Libia”, era risalito dopo la missione a Bengasi del ministro degli Esteri Enzo Moavero Milanesi.
Ma le cose sembrano essersi messe al peggio negli ultimi giorni, e oggi fonti diplomatiche italiane impegnate sul fronte libico non nascondono all’HuffPost preoccupazione e pessimismo: “I segnali che stanno giungendo ultimamente dal campo di Haftar — spiegano le fonti — indicano un ritorno a pregiudiziali che sembravano essere state superate, a cominciare dalla data delle elezioni”.
E dietro questo irrigidimento c’è chi vede la mano francese. Non è dietrologia, ma la presa d’atto che Parigi non si schioda dalle sue determinazioni.
Intervenendo all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, l’inquilino dell’Eliseo, Emmanuel Macron ha ribadito come la Francia è per l’organizzazione subito di elezioni in Libia. “Solo questo può accelerare la strada verso una soluzione duratura. Lo status quo fa guadagnare terreno solo ai trafficanti e ai terroristi”, ha aggiunto il presidente francese, per il quale “la Ue deve essere unita su questo obiettivo”. Accelerare: è la parola d’ordine che unisce Parigi a Bengasi.
Una conferma viene da fonti di Bengasi. Il discorso è questo: per tenere unito il variegato schieramento che lo sostiene, Haftar deve andare all’incasso nei tempi più rapidi possibili.
Da qui la forzatura sulle elezioni e, in seconda istanza, sulla condizione che Haftar e i suoi sostenitori hanno posto all’Italia, e allo stesso inviato dell’Onu per la Libia Ghassan Salamè, per trattare il rinvio del voto, da dicembre alla prima metà  del 2019: che questa fase di transizione non sia gestita dal governo di Accordo nazionale guidato da Fayez al-Sarraj ma da un “comitato paritario” che offra garanzie a tutti i contendenti.
Nel frattempo, la Cirenaica pensa e agisce come uno Stato a sè.
Uno stanziamento di 415 milioni di dinari libici, pari quasi a 260 milioni di euro, è stato approvato dal Comitato per la restaurazione della stabilità  di Bengasi, la seconda maggiore città  della Libia dopo Tripoli.
Lo riporta il sito Alwasat. Il Comitato, nella sua quinta riunione svoltasi ad Al Bayda sotto la presidenza del premier del governo “provvisorio” libico Abdullah al-Thinni (quello non-riconosciuto dall’Onu), ha dato il permesso all’Autorità  per lo sviluppo urbano di appaltare direttamente a società  la manutenzione o edificazione di 54 scuole a Bengasi e ha approvato progetti per un valore totale di 64,81 milioni di dinari (40,54 milioni di euro).
Un esborso di 20 milioni di dinari (12,51 milioni di euro) è stato poi approvato per la rimozione di edifici danneggiati dai combattimenti, riferisce ancora il sito con implicito riferimento soprattutto ai tre anni di combattimenti con cui le forze del generale Haftar hanno scacciato jihadisti e altri estremisti islamici annidati in città . Il comitato è stato formato su decisione del presidente della Camera dei rappresentanti (Hor) insediata a Tobruk, ricorda Alwasat.
L’organismo ha dato inoltre il permesso alla municipalità  di Bengasi di sottrarre progetti a società  che non abbiano ancora iniziato i lavori.
In attesa di “conquistare” Tripoli, il fronte pro-Haftar agisce come se l’autorità  di Sarraj non esista più. “In appoggio alle Nazioni Unite e al fianco dei suoi partner, la Francia è determinata a lavorare al proseguimento del processo politico e all’organizzazione di elezioni entro la fine dell’anno” si legge in una nota diffusa nei giorni dal Quai d’Orsay, dove si afferma che “chi cerca di ostacolare il processo politico dovrà  rispondere dei propri atti”.
“La nostra posizione è che quando fare le elezioni lo devono stabilire i libici e le loro istituzioni. Noi non fissiamo date”, ha ribattuto il titolare della Farnesina, secondo il quale “è curioso che le date siano stabilite dall’esterno”.
Una linea che l’Italia ha portato anche a New York, sia nell’intervento del premier Conte in Assemblea Generale che negli incontri bilaterali avuti da Moavero: l’obiettivo sono le elezioni, ma a tempo debito, senza accelerare, dopo aver coinvolto tutti gli attori libici, a partire dalla conferenza di novembre.
Ma senza Haftar la conferenza nascerebbe monca. Ed è proprio questo, è la convinzione della Farnesina, l’obiettivo francese.

(da “Huffingtonpost”)

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LA DURA VITA DELL’AMBASCIATORE AI TEMPI DEL GOVERNO M5S-LEGA

Settembre 19th, 2018 Riccardo Fucile

IN TUNISIA E LIBIA I NOSTRI DIPLOMATICI COSTRETTI A SPIEGARE AI GOVERNI I DELIRI DEI NOSTRI MINISTRI, A PARTIRE DA SALVINI

Hai voglia correggere, precisare, smentire, edulcorare, rabbonire.
La dura vita di un diplomatico ai tempi del Governo gialloverde, nel quale le invasioni di un ministro, e vice premier, iper attivo, specie sui social, nel “capo” che spetterebbe a un collega che per indole e interpretazione del ruolo, è portato a non alzare i toni per rubare la scena mediatica.
E’ dura la vita di un ambasciatore, Lorenzo Fanara che, dando prova di una pazienza zen, deve spiegare alle autorità  tunisine che non è vero che Roma consideri la Tunisia “una esportatrice di galeotti”.
Ed è altrettanto, e forse anche più dura, la giornata di un ambasciatore, Gianpaolo Contini, rispedito al Cairo per difendere i nostri interessi petroliferi senza per far dimenticare alle autorità  egiziane che per l’Italia il caso Regeni non è passato nel dimenticatoio, come vorrebbe, al di là  delle dichiarazioni intrise di provocatoria ipocrisia, il presidente-generale Abdel Fattah al-Sisi.
Per non parlare poi della Libia, dove un attivissimo ambasciatore, Giuseppe Perrone, al quale era stato demandato il compito di difendere sul campo e nel caos (armato) libico quella che sino a poche settimane fa sembrava essere la posizione dell’Italia, e cioè sostenere fino in fondo il governo di (dis)Accordo nazionale libico guidato da un premier, Fayez al Sarraj, che ormai non controlla più neanche il quartiere di Tripoli dove vive, accerchiato da milizie ostili o da “alleati” che battono cassa per una diversa spartizione dei proventi petroliferi.
Per aver sostenuto che in un Paese dove esistono due governi, due parlamenti, oltre 250 milizie armate, tribù che dettano legge sui territori che controllano, in un Paese siffatto (la Libia oggi) parlare di elezioni entro l’anno, è un po’ azzardato, l’ambasciatore Perrone è stato dichiarato “persona non grata” dall’uomo forte della Cirenaica, il feldmaresciallo Khalifa Haftar, e con ogni probabilità  a Tripoli non rimetterà  più piede.
Sconcerto, disorientamento, imbarazzo, irritazione: sono gli stati d’animo che primeggiano parlando con diplomatici di lungo e meno lungo corso, che fanno fatica a ricordare momenti come questi, nei quali “non si fa in tempo a ricucire rapporti che subito arriva un altro strappo”.
Ogni giorno ha la sua grana. E quella odierna si chiama “Africa”. Un continente delle opportunità , un investimento per il futuro. Un futuro di cooperazione, aveva sostenuto con forza la vice ministra degli Esteri con delega alla Cooperazione internazionale, Emanuela Del Re, nell’intervista concessa ieri ad HuffPost.
Intervista molto apprezzata dal corpo diplomatico dei Paesi africani a Roma, sottolineano alla Farnesina, se non che, neanche ventiquattr’ore dopo, ecco abbattersi il “ciclone Salvini”.
L’Africa pretende le scuse del vicepremier e ministro dell’Interno. Le parole di Salvini sono motivo di “costernazione”, per l’Unione africana (Ua), che non ha gradito, per usare un eufemismo, l’accostamento dei richiedenti asilo agli schiavi, fatto dal leader della Lega al vertice di Vienna della scorsa settimana nello scontro, immortalato da un “video pirata” con il ministro del Lussemburgo L’Ua, di cui fanno parte tutti i 55 Stati africani, chiede conto al leader leghista.
“Nell’interesse di un impegno costruttivo sul dibattito sulla migrazione fra i due l’Unione africana chiede al vice primo ministro italiano di ritirare la sua dichiarazione sprezzante sui migranti africani. E’ opinione dell’Unione africana che gli insulti non risolveranno le sfide della migrazione che Africa ed Europa affrontano”, si legge nella nota ufficiale.
Dal canto suo, Salvini ha replicato: “Mi limiterò a rimandare il comunicato di tre giorni fa, in cui ho smentito qualsiasi equiparazione tra immigrati e schiavi.Mi resta il dubbio che a questo organismo sia arrivata una traduzione in francese non corretta”.
Ma non c’è bisogno di traduzione per ciò che è avvenuto ieri in commissione Affari europei della Camera.
Vietato l’Erasmus nei Paesi del Nord Mediterraneo. Il titolo dell’agenzia Dire sintetizza perfettamente l’accaduto. “Cortocircuito in maggioranza sull’estensione dell’Erasmus”, spiega l’agenzia.
Il punto è in discussione in XIV commissione affari europei della Camera, con la relazione della deputata Pd Marina Berlinghieri. Il M5s aveva proposto tra le modifiche al testo anche un riferimento a “iniziative per estendere, in futuro, il programma di scambio Erasmus anche ai Paesi che non sono membri dell’Unione europea, come quelli appartenenti al Nord del Mediterraneo, al fine di favorire un processo di integrazione non circoscritto ai confini comunitari”.
Peraltro è la linea indicata dal presidente della Commissione, Jean Claude Juncker, che – durante il discorso sullo stato dell’Unione – ha promosso l’idea di una nuova alleanza tra Europa e continente africano. Ma nella bozza di parere depositata per la seduta di ieri mattina, l’apertura del M5s al Nord Africa è sparita.
La ragione? “A quanto apprende la Dire da fonti parlamentari, decisivo è stato il confronto tra M5s e Lega. Gli uomini di Salvini hanno ottenuto la cancellazione dei Paesi nord africani come possibili sedi Erasmus, pur mantenendo la possibilità  di svolgere il periodo di formazione oltre i confini dell’Unione”.
L’ultimo caso, in ordine di tempo, aperto da Salvini con un Paese africano, riguarda la Tunisia.
Nei giorni scorsi, le autorità  tunisine hanno risposto ‘”no” alla proposta del titolare del Viminale di rimpatriare i migranti sbarcati a Lampedusa con voli charter straordinari. A riportare la notizia è stato il Corriere della Sera, riferendosi ai 184 migranti sbarcati tra la sera di giovedì e la mattina di venerdì scorsi a Lampedusa a bordo di alcune piccole imbarcazioni. “Andranno via subito”, aveva assicurato Salvini parlando del caso. E l’ipotesi allo studio del Viminale era proprio quella di rimpatriare immediatamente i tunisini con i voli charter, basandosi su accordi già  esistenti con Tunisi.
Il ministro dell’Interno aveva anche avuto un colloquio con il suo collega tunisino a Vienna, dove si è tenuta la Conferenza sulle migrazioni. Ma evidentemente non ha dato i risultati sperati per Salvini.
Si dovrà  ora seguire la procedura ordinaria: il trasferimento sarà  quindi rallentato e sarà  possibile rimpatriare non più di 80 migranti a settimana con due voli. Uno previsto per il lunedì e l’altro per il giovedì.
L’accordo con la Tunisia prevede procedure semplificate – e dunque il rimpatrio con i voli charter – esclusivamente per quei tunisini che sbarcano sulle coste siciliane: i migranti vengono intervistati dal console di Tunisi a Palermo o da suoi rappresentanti e, una volta verificata la loro identità , vengono rimpatriati.
Sui charter possono essere imbarcati non più di 40 migranti, perchè ognuno deve essere scortato da due agenti di Polizia. Per tutti gli altri tunisini intercettati sul territorio italiano valgono invece le procedure ordinarie: i migranti vengono trasferiti nei Cie in attesa dell’identificazione da parte della autorità  di Tunisi.
“Stiamo lavorando sul flusso in arrivo dalla Tunisia. Martedì (oggi, ndr) avrà  un incontro a Roma” aveva affermato il titolare del Viminale. Ma dell’annunciato incontro non si ha traccia.
“Evidentemente il ministro Salvini ha una visione parziale e non certo benevola della Tunisia, viste anche le sue precedenti scivolate…”, aveva commentato con HuffPost una fonte vicina agli ambienti governativi di Tunisi.
La scivolata a cui la fonte fa riferimento, e che portò ad un passo dalla crisi diplomatica, data 3 giugno 2018: da Pozzallo, dove è in visita, il neo titolare della Farnesina si lascia andare a questa non certo benevola considerazione: “La Tunisia è un Paese libero e democratico che non sta esportando gentiluomini ma spesso e volentieri esporta galeotti”, afferma Salvini interpellato sui casi di intemperanza, registrati nei centri di accoglienza, che avrebbero tra i protagonisti migranti tunisini.
Il messaggio che da Tunisi è partito per l’Italia, destinazione Palazzo Chigi, Farnesina e Viminale, può essere sintetizzato così: non chiediamo motovedette ma di un progetto a tutto campo che incida sulle cause strutturali, crisi economica in primis, che portano giovani tunisini senza futuro ad essere attratti dai salari offerti dai trafficanti di esseri umani che spesso agiscono in combutta con i miliziani dello Stato islamico
La volontà  della Tunisia è quella di non modificare gli accordi prima di una vera e propria trattativa formale sul rinnovo dell’intesa, anche per poter negoziare con il governo italiano alcune nuove istanze che verranno presentate durante i colloqui ufficiali.
Discutere a tutto campo, spiegano a Tunisi, significa anche rendersi conto, da parte italiana ed europea, che la Tunisia, come peraltro la Libia, da Paese di transito si sta trasformando anche in Paese d’origine per ciò che concerne il fenomeno migratorio. Investire in cooperazione con i Paesi africani è nell’interesse dell’Italia.
Il ministro degli Esteri Moavero Milanesi e la numero due della Farnesina, Emanuela Del Re (pentastellata) ne sono profondamente convinti. Ma vallo a spiegare a Matteo (Salvini).
Per lui, sintetizza una fonte diplomatica agli Esteri, l’Africa dovrebbe essere un unico, gigantesco “Continente- hotspot”.
Ma l’Africa è anche un universo nel quale chi pratica solidarietà  rischia la vita.
E’ il caso di padre Pierluigi Maccalli, il missionario della Società  delle missioni africane (Sma), rapito in Niger lunedì sera, presso la missione in cui operava, a 125 chilometri dalla capitale Niamey. Non ci sono state ancora ufficialmente richieste di riscatto, ma padre Maccalli, “è vivo e sta bene”, a quanto ha riferito al telefono uno dei suoi confratelli, padre Mauro Armanino, missionario italiano impegnato a Niamey. “Il ministro dell’Interno ha detto che sta bene e per questo immagino che ci siano contatti con i rapitori”, ha detto padre Armanino, da sette anni operativo a Niamey, dove si trova la casa regionale della congregazione.
Proprio nella capitale del Niger, a quanto riferito dal religioso, sono rientrati tutti i missionari bianchi per questione di sicurezza e per fare una valutazione sul da farsi sia con le autorità  locali, che con i responsabili della Sma.
Diplomazia, in Africa come in Medio Oriente, vuol dire agire sul campo per salvare la vita dei nostri connazionali.
Sarebbe bene non dimenticarlo mai.

(da “Huffingtonpost“)

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CONTRORDINE, ORA L’ITALIA RIABILITA IL GENERALE HAFTAR

Settembre 10th, 2018 Riccardo Fucile

MOAVERO OGGI E’ ANDATO A RENDERGLI OMAGGIO PER NEGOZIARE CON TOBRUK LA TUTELA DEGLI INTERESSI ECONOMICI ITALIANI … TIPICA SOLUZIONE ITALIANA: STARE CON TUTTI

L’HuffPost lo aveva anticipato ieri. Neanche ventiquattr’ore, e arriva la conferma.
Sul campo. L’Italia e il generale Khalifa Haftar negoziano alla luce del sole. Sul futuro della “nuova Libia”, sulla Conferenza di Roma, sulla data delle elezioni.
Protagonista della svolta diplomatica è il titolare della Farnesina, Enzo Moavero Milanesi. Non è un caso, che il ministro degli Esteri fortemente voluto dal Capo dello Stato, Sergio Mattarella, abbia tenute per sè, e non suddivise tra la sua Vice ministra, Emanuela Del Re e i tre sottosegretari, le deleghe più spinose: Nord Africa, Afghanistan, Medio Oriente. E nel presente, la priorità  nell’agenda estera dell’Italia si chiama Libia.
E Libia, per Moavero significa lavorare per una soluzione politica quanto più inclusiva, che tenga conto di una realtà  estremamente composita e frammentata e di attori regionali e globali che hanno mire sul futuro del Paese nordafricano.
Da qui la missione a sorpresa del ministro degli Esteri a Bengasi, per incontrare l’uomo forte della Cirenaica: il generale Khalifa Haftar.
A renderlo noto è un tweet della Farnesina precisando che l’incontro è focalizzato al “dialogo politico inclusivo promosso” dall’inviato speciale Onu per la Libia, Salam, “con tutti gli interlocutori per una Libia unita e stabile”.
Roma non scarica il premier del governo di Accordo nazionale, Fayez al-Sarraj, ma sa anche che senza un coinvolgimento delle forze — milizie, tribù anche della Tripolitania, oltre che il parlamento di Tobruk — che sostengono Haftar, la stabilizzazione della Libia resterà  una illusione.
Da qui la necessità  di discutere con Haftar il senso politico della Conferenza di novembre e la necessità  di definire una realistica “road map” che inserisca le elezioni, che Haftar, col sostegno di Egitto e Francia, intende mantenere nella data definita il 29 maggio nella Conferenza di Parigi, vale a dire il 10 dicembre 2018, all’interno di un piano di “institution building” che rafforzi le istituzioni nazionali libiche.
La novità  positiva, confidano ad HuffPost fonti di Bengasi, è che l’incontro si è svolto in un clima “collaborativo” e che Haftar abbia ascoltato “con rispetto e attenzione le considerazioni del ministro degli Esteri italiano”, garantendo il proprio impegno sia sul tema della sicurezza nel Mediterraneo che, non meno importante, per ciò che concerne gli investimenti italiani in Libia (petrolio e non solo).
Il momento è di estrema delicatezza, tale da consigliare prudenza e accortezza da parte italiana. Uscire allo scoperto e incontrare Haftar è un atto politico di estrema rilevanza per l’Italia, concordano fonti diplomatiche sollecitate da HuffPost, ma questa iniziativa non deve essere vista da al-Sarraj e dalle forze che ancora lo sostengono, come un “tradimento” da parte italiana. Perchè così non è.
Al-Sarraj, sottolineano le fonti, resta il primo ministro dell’unico Governo libico riconosciuto internazionalmente, dove quel “internazionalmente” riguarda e impegna anche la Francia. E questo è il segno politico della nota italiana sull’incontro di Bengasi: “Il ministero degli Esteri, dopo il “lungo e cordiale colloquio con il maresciallo Khalifa Haftar” che “ha rilanciato lo stretto rapporto con l’Italia, in un clima di consolidata fiducia”, ha fatto sapere che “fra i due vi è stata ampia convergenza per un’intensa cooperazione e sul comune impegno per una Libia unita e stabile”.
Lo si legge in un comunicato della Farnesina: Haftar “ha espresso il suo apprezzamento per l’impegno di politica estera dell’Italia, ritenuto imprescindibile per la Libia”.
D’altro canto, Haftar ritiene di poter negoziare sulla base di rapporti di forza sempre più a lui favorevoli. In diverse occasioni, l’ex uffficiale di Gheddafi ha assicurato che l’Esercito Nazionale Libico è pronto a marciare su Tripoli e che la cattura della capitale sarà  “rapida”.
A tale scopo, Haftar ha rivelato di essere in contatto diretto con alcune milizie presenti nelle città  di Misurata e Zentan. Durante luna diretta televisiva, Haftar ha annunciato che alcune milizie presenti a Tripoli sarebbero pronte a prendere d’assalto la città .
“Gli scontri degli ultimi giorni stanno cambiando la geografia della presenza delle milizie nella capitale”, ha sentenziato. “Non lasceremo cadere Tripoli, lì il popolo libico dovrà  vivere in sicurezza”.
Per quanto riguarda la Costituzione, Haftar ha detto che il progetto deve essere posticipato fino a dopo le elezioni e non prima. “Altrimenti, il popolo libico rifiuterà  la nuova Costituzione” L’incontro di Bengasi tra Moavero e Haftar ha anche il segno dell’inizio di un percorso di riavvicinamento tra Italia e gli altri due player cruciali nella partita libica: il presidente egiziano Abdel Fattah al-Sisi e il suo omologo francese Emmanuel Macron.
Nei giorni scorsi a Cernobbio, Moavero aveva ribadito che il governo al-Sarraj è il governo legittimamente riconosciuto in una situazione complessa come quella dello scenario libico. Lo scopo, nella visione del ministro, è arrivare ad un processo politico pacifico e inclusivo nella prospettiva delle elezioni nel Paese africano per le quali per non ancora stata fissata una data.
Con il generale Haftar, che tre giorni fa si era detto pronto a far saltare le consultazioni se non avrà  la garanzia della loro “trasparenza”, Moavero punta a condividere obiettivi e finalità  della Conferenza internazionale che si terrà  in novembre in Italia.
Una conferenza, aveva sottolineato il ministro a Cernobbio, che “intende percorrere la strada della stabilità , della pacificazione ma soprattutto la strada della sensibilizzazione di tutti gli attori interni ed esterni alla Libia che sono interessati a favorire un’evoluzione positiva di questo Paese verso una maggiore stabilizzazione e consenta al popolo libico di esprimersi al meglio come tutti i popoli hanno diritto di fare”. Concetti che il capo della diplomazia italiana ha ribadito nella sua audizione alle commissioni congiunte Esteri e Difesa di Camera e Senato.
“La nostra posizione è che quando fare le elezioni lo devono stabilire i libici e le loro istituzioni. Noi non fissiamo date”, aveva ribadito in quella sede Moavero, aggiungendo che: “Su questa questione esiste una dialettica, dentro e fuori l’Italia. Ma è curioso che le date siano stabilite dall’esterno”..
Ma il titolare della Farnesina non è un uomo dedito alle bordate, e, pur ribadendo la posizione italiana sul voto, prova a non rinfocolare polemiche con l’Eliseo. “C’è un nemico di tutti in Libia ed è d’estremismo, il fondamentalismo. Non è questione solo di bisticci, competizione con questo o quell’altro Paese europeo”, ha avvertito il capo della diplomazia italiana., ricordando che “con la Francia abbiamo fatto una dichiarazione appena due giorni fa, anche l’1 settembre. Mi riconosco nelle dichiarazioni del presidente Macron sulla necessità  di dialogare con tutti e sostenere lo sforzo dell’Onu”.
Moavero non viene meno alla necessità  del dialogo convinto che “l’approccio inclusivo del dialogo con tutti gli attori – comporta che noi già  da tempo stiamo dialogando con tutti, nessuno escluso”.
Il che significa che il governo italiano intende lavorare “con tutti gli Stati, sia quelli che condividono le nostre visioni, sia con quelli che non le condividono, sia con quelli che sono animati da una certa competitività  nei nostri confronti”. Includere significa rilanciare la carta politica in una situazione segnata dal caos. Un caos armato. Nello stesso giorno della missione di Moavero a Bengasi, un attacco al quartier generale della la compagnia petrolifera libica (Noc) a Tripoli fa vacillare la fragile tregua tra le milizie nella capitale. A sferrare l’offensiva è stato un commando di almeno sei uomini armati, che sono stati tutti uccisi dopo aver causato la morte di due guardie di sicurezza e una decina di feriti.

(da “Huffingtonpost“)

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HAFTAR, ULTIMATUM ALL’ITALIA: VIA AL SERRAJ, CAMBIO AMBASCIATORE O ENTRO NOVEMBRE PRONTO A MARCIARE SU TRIPOLI

Settembre 9th, 2018 Riccardo Fucile

L’UOMO FORTE DELLA CIRENAICA HA IN MANO LA LIBIA, L’ITALIA RISCHIA DI ESSERE ESCLUSA DAI FUTURI AFFARI DEL PETROLIO

L’uomo forte della Cirenaica ha rafforzato il patto con quelli di Misurata. Khalifa Haftar ha “blindato” con i suoi fedelissimi il parlamento di Tobruk.
L’ex ufficiale di Gheddafi ha portato nel suo campo alcune delle più potenti tribù della Tripolitania, stabilendo una nuova ripartizione dei proventi petroliferi.
E su queste basi ha aperto un canale diplomatico “sotterraneo” con l’Italia. Il messaggio è chiaro.
La proposta, riferiscono a HuffPost fonti di Bengasi vicine ad Haftar, è così sintetizzabile: trattare una onorevole uscita di scena dell’attuale primo ministro del governo di Accordo nazionale, Fayaz al- Sarraj (per lui potrebbe esserci un posto da ambasciatore in una sede prestigiosa) per essere, l’Italia, parte attiva e riconosciuta nella “nuova Libia” post voto.
Altrimenti, aggiungono le fonti, per il premier sotto assedio, si prospetta un esilio forzato.
I contatti sono già  stati avviati e, in questo contesto, rientra anche la possibilità  di un cambio di ambasciatore a Tripoli, visto che l’attuale, Giuseppe Perrone, ufficialmente in “ferie”, è stato considerato da Haftar e dal parlamento di Tobruk “persona non gradita” per aver sostenuto pubblicamente quella che, al momento, resta la posizione ufficiale di Roma: l’impossibilità  di tenere le elezioni, presidenziali e legislative, il 10 dicembre 2018, come vorrebbe Haftar, sostenuto da Francia ed Egitto.
Durante una riunione tenutasi giovedì 6 settembre, con una trentina di leader tribali, trasmessa in diretta dall’emittente televisiva libica Al Hadath, il maresciallo Haftar, comandante dell’Esercito Nazionale Libico sostenuto dal parlamento di Tobruk, la cui legittimità  non è riconosciuta dalla comunità  internazionale, si è detto pronto a marciare su Tripoli.
Si è trattato delle prime dichiarazioni del militare, che controlla la gran parte della Cirenaica, dall’inizio degli scontri tra milizie rivali nella capitale libica.
In diverse occasioni, il maresciallo libico ha assicurato che l’Esercito Nazionale Libico è pronto a marciare su Tripoli e che la cattura della capitale sarà  “rapida”. A tale scopo, Haftar ha rivelato di essere in contatto diretto con alcune milizie presenti nelle città  di Misurata e Zentan.
Durante la diretta, il generale ha annunciato che alcune milizie presenti a Tripoli sarebbero pronte a prendere d’assalto la città . “Gli scontri degli ultimi giorni stanno cambiando la geografia della presenza delle milizie nella capitale”, ha detto il militare. “Non lasceremo cadere Tripoli, lì il popolo libico dovrà  vivere in sicurezza”.
Per quanto riguarda la Costituzione, Haftar ha detto che il progetto deve essere posticipato fino a dopo le elezioni e non prima. “Altrimenti, il popolo libico rifiuterà  la nuova Costituzione”.
Il “Generale” ha riaffermato il proprio sostegno alle elezioni e al riconoscimento dei loro risultati “nella misura in cui siano trasparenti”. “A Parigi c’è stato un accordo politico con le parti rivali in Libia, ma tutti gli accordi politici sono vani” (o “non sono utili”), ha sentenziato sempre secondo quanto riporta il sito Alwasat.
“Noi rispettiamo l’accordo di Parigi”, ha comunque aggiunto. Il riferimento, implicito, all’intesa raggiunta (ma non sottoscritta) nella capitale francese nel maggio scorso indicando la data del 10 dicembre per svolgere elezioni.
Quanto alla situazione sul campo, secondo i dati diffusi dall’ospedale di Tripoli, nel corso dei combattimenti che hanno sconvolto la città  nei giorni scorsi hanno perso la vita 78 persone e altre 313 sono rimaste ferite.
Ecco perchè chi ha la possibilità , cerca di lasciare Tripoli e il Paese con la famiglia. Come riporta il Corriere della Sera, in un video-reportage di Lorenzo Cremonesi, i negozi sono chiusi, la popolazione cerca di rifornirsi di cibo e acqua e si mette in coda per fare il pieno alle auto in quei pochi benzinai ancora aperti in città .
Le persone scappano dai centri coinvolti negli scontri militari: “Vogliamo andare in Italia, anche se sappiamo che i porti sono chiusi — affermano -. Meglio partire che restare qui”. I tempi di Haftar sono politicamente calibrati: o c’è l’accordo, anche con l’Italia, altrimenti il golpe scatterà  prima di novembre, prima, cioè, della Conferenza sulla Libia che Roma vorrebbe organizzare, col sostegno Usa, per l’appunto a novembre.
Accordo o golpe: scegliere. E presto. Anche perchè in ballo non ci sono “solo” gli affari (una torta, tra petrolio e ricostruzione, calcolata in oltre 130 miliardi di euro), ma anche sicurezza e migranti.
E una tragedia umanitaria che è sempre più apocalittica. Sono “atrocità  indicibili” quelle a cui vengono sottoposti migranti e rifugiati che vivono a Tripoli. Lo denuncia l’Unhcr, l’Alto commissariato per i rifugiati delle Nazioni Unite. I pesanti scontri nella capitale della Libia hanno portato a un “drastico deterioramento” della situazione sia dei migranti che vivono nelle aree urbane, sia dei richiedenti asilo in stato di detenzione.
L’Unhcr riferisce di stupri, rapimenti e torture, perpetrate anche a danno di bambini. Una donna ha raccontato che criminali sconosciuti hanno rapito suo marito, l’hanno violentata e hanno torturato suo figlio di un anno. Il bambino – stando al racconto della donna – sarebbe stato denudato e molestato sessualmente dai criminali. Molti rifugiati erano detenuti in aree vicine agli scontri e a rischio di essere colpiti dai razzi. “Migliaia sono fuggiti dai centri di detenzione, in un disperato tentativo di salvare le loro vite”, riferisce l’agenzia, che da sempre “si oppone alla detenzione di rifugiati e richiedenti asilo” ma è presente ovunque si trovino per fornire loro assistenza
L’Unhcr chiede con fermezza che vengano messe in atto alternative alla detenzione, compreso l’uso immediato della struttura di raccolta e partenza a Tripoli, che fungerà  da piattaforma per raggiungere la sicurezza in paesi terzi e che sarà  gestita dal Ministero degli interni libico e dall’Agenzia Onu.
La struttura, già  pronta per l’uso, può ospitare 1.000 rifugiati, vulnerabili e richiedenti. L’Unhcr chiede inoltre “una forte azione istituzionale per colpire i trafficanti responsabili”.
Quella delle torture ai danni di donne e bambini non è l’unica denuncia che ha fatto l’Alto Commissario Onu per i rifugiati. (Unhcr). Ha fatto sapere anche di avere “affidabili informazioni” sul fatto che scafisti e trafficanti di esseri umani si spaccino per agenti delle Nazioni Unite in Libia. In questo modo riescono ad arrivare più facilmente ai migranti. L’Unhcr sostiene che ciò avvenga in diverse parti del Paese nordafricano.
“Questi criminali sono stati individuati a punti di sbarco e ai crocevia dei traffici, sono stati visti con giubbotti e oggetti con le insegne simili a quelle dell’Alto Commissariato”, ha dichiarato l’Agenzia attraverso un comunicato. Le informazioni in questione arrivano in parte da “rifugiati che dicono di essere stati venduti a trafficanti in Libia e sottoposti a maltrattamenti e torture, a volte dopo essere stati intercettati in mare”.
Nella nota, l’Unhcr segnala anche il “drastico deterioramento” della situazione nelle strade di Tripoli, teatro di pesanti scontri tra le diverse fazioni in lotta per il controllo della città . Molti di loro erano trattenuti in aree vicine agli scontri divenute obiettivo dei razzi, e in migliaia sono fuggiti dai centri di detenzione nel disperato tentativo di salvare le proprie vite. Resta il fatto che a sette anni dall’abbattimento del regime di Muammar Gheddafi, e dall’eliminazione dello scomodo (per i segreti di cui era depositario) Colonnello, non si è riusciti a mettere in campo, da parte della comunità  internazionale, uno straccio di “institution building”, un piano di costruzione di istituzioni democratiche, di partiti, di una magistratura indipendente, insomma, una parvenza di Stato.
Semmai, si è operato in senso inverso. Smantellando quel poco che esisteva di esercito libico, salvo poi accorgersi della necessità , per contenere l'”invasione” dei migranti, di costruire una parvenza di Guardia costiera, magari arruolando ex trafficanti di esseri umani.
Delle oltre 100 tribù in cui è frazionato l’enorme territorio di circa 1 milione e 760 mila km quadrati (più di sei volte l’estensione dell’Italia), le più grandi, attorno a cui orbitano le altre sotto-tribù, sono quattro: i Warfalla e i Ghadafa, appunto, e i Meqarha e gli Zuwayya. Ramificati nella parte orientale del Paese a sud di Bengasi, gli Zuwayya si trovano nella zona strategica del deserto libico, attraversata dalle condutture di petrolio. Mentre i Warfalla controllano la parte sud-occidentale del Paese lungo il confine con l’Algeria.E non meno decisiva fu il passaggio tra le fila degli insorti della tribù Zintan, originaria della città  omonima situata a sud di Tripoli. Sette anni dopo, le stesse tribù, frazionatesi in milizie e sotto gruppi, sono quelle che dettano legge nel non Stato libico, nel quale i capi di governo sono solo figure di contorno, buone per presenziare ad una conferenza internazionale ma privi di autorità , e autorevolezza, anche rispetto ai sindaci, emanazione diretta delle tribù. Governare questo caos attraverso lo strumento militare esterno è pura follia.
Chi di guerra e strategie militari se ne intende, conviene che per provare a percorrere questa strada, vorrebbe dire impegnate, in tempi che si calcolano in anni, non meno di 50mila soldati, boots on the ground, mettendo in conto perdite significative, insostenibili per le opinioni pubbliche interne.
Resta la via diplomatica, che per non rivelarsi senza uscita, avrebbe bisogno di un’azione unitaria dell’Europa (l’interesse dell’amministrazione Trump per la Libia è pari a zero) in sintonia con attori regionali che hanno incidenza nei vari campi miliziani e tribali (Egitto, Turchia, Emirati Arabi Uniti, in primis).
Ma anche questo lavoro di ricucitura è tutto da realizzare. Intanto, Haftar estende le sue alleanze, interne ed esterne. E negozia.
Sulla base della convinzione che “l’85 % dei libici è con me”.

(da “il Fatto Quotidiano”)

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LA MINACCIA DI HAFTAR: “MARCERO’ SU TRIPOLI, LE ELEZIONI FALLIRANNO”

Settembre 8th, 2018 Riccardo Fucile

DOPO 12 GIORNI DI SCONTRI, PARLA IL GENERALE: “ROMA PROTEGGE I NOSTRI NEMICI”… CHE BEL PAESE SICURO

A Tripoli si sono abbassate momentaneamente le armi, ma i toni dello scontro politico sono più accesi che mai: il generale Khalifa Haftar, che vorrebbe ottenere il dominio del paese ed è il principale avversario del primo ministro Serraj, ha rilasciato una dichiarazione in cui ha minacciato di marciare su Tripoli e far fallire le elezioni, che con l’accordo di Parigi sono state fissate al prossimo 10 dicembre.
Per Haftar, una delle responsabili della situazione è proprio l’Italia, che protegge Serraj e appoggia le sue milizie.
Il generale ha aspettato 12 giorni di violenti combattimenti a Tripoli tra milizie rivali prima di uscire allo scoperto con un discorso trasmesso dalla tv Hadath.
Pronunciato davanti a una trentina di notabili tribali, Haftar ha minacciato la liberazione di Tripoli svelando di avere “contatti segreti con gran parte delle milizie di Misurata e Zintan” e che forze a lui legate “sono già  presenti” nella capitale e sono pronte a prendere la città .
Subito dopo, senza giri di parole, il generale ha accusato l’Italia di proteggere i capi delle milizie della capitale libica che “devono essere cacciati”. “Non possiamo che chiedere ai comandanti delle milizie di Tripoli di lasciare (la Libia) e poi aiutarli, con il supporto delle ambasciate, a vivere lontano dai libici”.
L’uomo più forte della Cirenaica ha affermato di essere “il primo a volere le elezioni”, ma ha avvertito: “se non saranno eque l’esercito provvederà  a farle abortire, ma se lo saranno — ha continuato — allora io sono vincolato all’accordo di Parigi”.
Il riferimento è all’intesa raggiunta, ma non sottoscritta, nella capitale francese nel maggio scorso, che ha individuato nel 10 dicembre la data delle elezioni. Il generale ha poi ribadito che non accetterà  il progetto della nuova Costituzione che dovrebbe essere ratificata dal parlamento di Tobruk entro il 10 settembre.
A Tripoli si combatte dalla scorsa settimana, quando sono iniziati scontri molto violenti tra milizie rivali. Un accordo per il cessate il fuoco è stato raggiunto, qualche giorno fa, tra i rappresentanti dei gruppi che si fronteggiano nella capitale insieme alla mediazione delle Nazioni Unite.
Tripoli è controllata dal primo ministro Fayez al Serraj, appoggiato dall’Onu e sostenuto dall’Italia. Nonostante il governo di Serraj sia quello riconosciuto dalla comunità  internazionale, il primo ministro non può contare su un proprio esercito e può garantire sicurezza solo a fianco delle forze armate che gli sono fedeli. Gli scontri sono cominciati quando la capitale è stata attaccata da sud dal gruppo di milizie guidate dalla Settima brigata del generale Haftar

(da Globalist)

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TRUMP SENTE ODORE DI GALERA E INCALZA I SUOI ELETTORI: ANDATE A VOTARE

Settembre 8th, 2018 Riccardo Fucile

I REPUBBLICANI SONO SUL PUNTO DI PERDERE 30-35 SEGGI, IL CONTROLLO DELLA CAMERA PASSEREBBE AI DEMOCRATICI…A GENNAIO POSSIBILE L’IMPEACHMENT

Odore di galera.   Il presidente americano, Donald Trump, aumenta la pressione sui suoi sostenitori per spingerli a votare in vista delle elezioni di midterm a novembre, con i sondaggi danno i democratici in rimonta.
Durante un comizio in Montana, l’inquilino della Casa Bianca si è rivolto alla folla, sottolineando che se finisce sotto impeachment, “è colpa vostra perchè non siete andati a votare”.
“E’ l’unico modo in cui può succedere”, ha sostenuto Trump che teme la perdita del controllo della Camera a favore dei Democratici.
“In queste elezioni – ha ricordato – non votare solo per un candidato, votate per quale partito controlla il Congresso”, “una cosa molto importante”.
Già  il mese scorso, l’ex consigliere della Casa Bianca, Steve Bannon, aveva lanciato l’allarme, affermando che se i Repubblicani non riusciranno a mantenere la maggioranza alla Camera alle elezioni di midterm, l’impeachment di Trump diventerà  realtà .
Secondo Bannon, i Repubblicani sono sul punto di perdere 30-35 seggi, passando così il controllo della Camera ai Democratici. A quel punto, aveva sostenuto, il partito dell’asinello aspetterà  la fine dell’inchiesta del procuratore speciale Robert Mueller sul Russiagate e userà  i risultati per lanciare la procedura di impeachment.
Questo, aveva evocato, potrebbe succedere già  il prossimo gennaio.

(da Globalist)

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TRIPOLI, IN FIAMME L’AMBASCIATA AMERICANA

Settembre 4th, 2018 Riccardo Fucile

ERA CHIUSA (NON AVEVANO DATO RETTA A SALVINI SUL “PORTO SICURO”)… L’APPELLO DELL’UNHCR: “RISPARMIATE I CIVILI”

Un “incendio è divampato nell’ambasciata degli Stati Uniti” a Tripoli: lo scrive il sito Alwasat citando il portavoce della Protezione civile libica, Osama Ali, a proposito della sede della rappresentanza diplomatica che notoriamente è chiusa.
“Le cause dell’incendio sono finora sconosciute”, scrive ancora il sito sempre citando il portavoce il quale ha premesso che “le unità  della Protezione civile non sono riuscite ad accedere ai luoghi a causa dell’entità  del fuoco”.
Gli scontri fra milizie libiche a Tripoli “sono ripresi in zone della via dell’aeroporto” e “le ambulanze non sono riuscite a recarvisi malgrado le richieste di aiuto degli abitanti”: lo scrive il sito Alwasat citando il portavoce della Protezione civile libica, Osama Ali.
Il portavoce ha precisato che gli scontri avvengono in un’area (Khelet ben aoun) circa 17 chilometri in linea d’aria a sud di Piazza dei Martiri, il centro di Tripoli, situato sul mare.
Unhcr: “Risparmiare i civili”.
Alla luce degli scontri in corso nella capitale della Libia, l’Alto Commissariato delle Nazioni unite per i Rifugiati (Unhcr) esorta le parti in conflitto a risparmiare i cittadini e le infrastrutture civili e a consentire l’accesso ad aree più sicure a coloro che cercano protezione.
“Il recente bombardamento di quartieri abitati da civili ha provocato morte e distruzione, ha costretto le persone a fuggire ed è motivo di grande preoccupazione”, scrive l’Unhcr, ripercorrendo poi quanto accaduto nelle ultime ore.
Nella notte di domenica gli scontri a fuoco tra gruppi armati hanno ucciso due persone e ferito molte altre, compresi bambini, nel centro per sfollati Fallah 2 Tawergha. Il sito ospita oltre 900 cittadini libici sfollati. Nell’area di Janzour, nella parte occidentale di Tripoli, 27 famiglie libiche, tra cui due minori affetti da una malattia degenerativa, hanno cercato riparo in una scuola dopo aver abbandonato le proprie abitazioni a causa degli scontri a sud della città . Ieri, lunedì 3 settembre, un team dell’Unhcr ha visitato le famiglie e valutato la loro situazione.
L’Unhcr, in coordinamento con altre agenzie umanitarie, fornirà  aiuti di emergenza a tutte le 150 persone che si trovano nella scuola. “Una squadra medica di una clinica locale è impegnata a visitare le famiglie e a fornire assistenza sanitaria di base, ma i bisogni sono in aumento”, avverte l’agenzia Onu.
“L’attuale situazione della sicurezza nella capitale libica è instabile, imprevedibile e sta limitando l’accesso delle agenzie umanitarie sia ai libici sfollati che ai rifugiati colpiti dagli scontri”, denuncia l’Unhcr.
Domenica scorsa l’agenzia stessa, in collaborazione con il ministero dell’Interno libico e il World Food Programme (Wfp), ha distribuito aiuti alimentari per una settimana nei centri di detenzione governativi di Triq Al Matar e Qaser Ben Ghasheer, dove sono detenuti 2.450 rifugiati e migranti. La distribuzione di aiuti nel centro di detenzione di Abu Salim, dove sono detenute 450 persone, è stata invece sospesa a causa dell’inasprirsi degli scontri nell’area.
“Stiamo monitorando da vicino la situazione, lavoriamo in collaborazione con la Direzione libica per la lotta contro la migrazione illegale e le Agenzie delle Nazioni Unite, e ci adoperiamo affinchè tutti i rifugiati e i migranti siano trasferiti in un posto più sicuro”, scrive l’Unhcr, aggiungendo che intanto sabato la Guardia costiera libica ha soccorso 276 rifugiati e migranti e li ha fatti sbarcare ad Al Khums, 120 km a est di Tripoli.
L’International Medical Corps, partner dell’Unhcr, era presente al punto di sbarco a Al Khums e ha fornito aiuti di emergenza e assistenza medica. In tutto sono sbarcati 195 uomini, 36 donne e 45 bambini, e sono stati recuperati due corpi durante l’operazione della guardia costiera.
L’Unhcr continuerà  a fornire assistenza alle famiglie e ai rifugiati libici sfollati nonostante l’aggravarsi delle condizioni di sicurezza a Tripoli.

(da “Huffingtonpost”)

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LA LIBIA EX SALVINIANO “PORTO SICURO” E QUEI 50.000 PROFUGHI PRONTI A SBARCARE IN ITALIA

Settembre 4th, 2018 Riccardo Fucile

LA GUARDIA COSTIERA LIBICA POTREBBE NON ESSERE PIU’ IN GRADO DI RIFORNIRSI DI CARBURANTE E DI SALPARE

E meno male che la Libia era un porto sicuro.
Nel giugno 2017, in occasione dell’ultima crisi libica, in meno di tre giorni il numero dei migranti partiti dal Nord Africa e salvati nel Mediterraneo, aveva superato quota 10mila.
I numeri dell’emergenza avevano portato l’allora ministro dell’Interno Marco Minniti a rientrare anticipatamente in Italia, interrompendo il viaggio istituzionale a Washington.
Oggi la storia va a ripetersi: la Libia è di nuovo nel caos, Fayez al Sarraj è di nuovo in bilico e la guerra civile torna a incombere nel paese.
Una situazione che non può piacere all’Italia, anche perchè sono saltati i presìdi che consentivano il pattugliamento della costa e le vie di accesso al mare.
L’ultima crisi libica,   nel giugno 2017, causò l’arrivo in Italia di 12 mila e 500 migranti in 36 ore su 25 navi diverse.
Spiega Fiorenza Sarzanini sul Corriere della Sera che ora il dispositivo di sicurezza è saltato e questo – come viene sottolineato dagli analisti – potrebbe impedire agli ufficiali della Guardia costiera di fare rifornimento di carburante e dunque salpare per effettuare i controlli in mare. La possibilità  che ci siano arrivi di massa si fa quindi sempre più concreta.
Le notizie giunte dalla Libia nelle scorse settimane parlavano di almeno 50mila migranti in attesa di salpare e ciò basta a rendere fin troppo chiaro che cosa potrebbe accadere se non si riuscirà  a fermare lo scontro tra le varie fazioni.
Anche tenendo conto che dai centri di detenzione sono fuggite centinaia di persone e nessuno al momento è in grado di sapere se tra loro possano esserci pure fondamentalisti islamici.
Il carcere di Ain Zara e quello di Mitiga
Nei giorni scorsi i responsabili del carcere di Ain Zara, alle porte di Tripoli, hanno sottolineato di non aver sparato sugli evasi in fuga dal penitenziario per evitare un massacro.
«I componenti della polizia carceraria», si sostiene in un comunicato pubblicato sulla pagina Facebook del carcere citato dal Messaggero, «hanno permesso loro» di uscire « per evitare che morissero».
I detenuti erano riusciti «a scardinare le porte e a uscire», conferma la nota segnalando il «clima di ammutinamento e di furore che ha regnato fra i carcerati» a «causa degli scontri in corso a Tripoli e nella zona di Ain Zara».
La località  è situata a soli 12 km in linea d’aria dal lungomare della centralissima Piazza dei Martiri, il centro di Tripoli. Il carcere ha aggiunto che si erano uditi «forti rumori di artiglieria e spari nei pressi» dell’edificio penitenziario. La maggior parte dei detenuti evasi erano ex-sostenitori del defunto colonnello Muammar Gheddafi.
C’è però un altro carcere che fa paura. Si tratta di quello di Mitiga.
È il carcere nei pressi dell’omonimo aeroporto di Tripoli dove sono rinchiusi la maggior parte dei prigionieri che hanno combattuto per l’Isis.
Nessuno degli interlocutori dell’Italia è più in grado di controllare il territorio. E anche le intese che puntavano ad arginare il flusso di ingressi a sud della Libia, dal Niger, adesso, sembrano sfumare del tutto.
La parte ironica in tutto ciò è che qualcuno per mesi ha continuato a raccontare la barzelletta della Libia come porto sicuro per scaricarci i naufraghi.

(da agenzie)

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