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ENI-GAZPROM, L’ASSE ENERGETICO CHE NON SERVE ALL’ITALIA

Dicembre 9th, 2010 Riccardo Fucile

GLI INTERESSI, LE STRATEGIE CHE HANNO ACCOMUNATO ITALIA E RUSSIA E CHE HANNO SUSCITATO   LE PREOCCUPAZIONI STATUNITENSI… PERCHE’ INVECE DEL PROGETTO NABUCCO L’ITALIA SI E’ LEGATA MANI E PIEDI A GAZPROM, FACENDO UN GROSSO REGALO A PUTIN?

Il gas è il nodo attorno a cui si coagulano i dubbi e le perplessità  americane sui rapporti fra Berlusconi e Putin.
Perchè, si chiede Elizabeth Dibble, in un file che l’ambasciata a Roma manda alla Casa Bianca nel giugno del 2009, l’Italia «ha un atteggiamento ambivalente rispetto a progetti che aiuterebbero l’Europa a diversificare le sue importazioni di energia, mentre, contemporaneamente, appoggia progetti che aumentano la dipendenza energetica europea dalla Russia»?
Il file messo in rete da WikiLeaks si riferisce, senza citarlo, al gasdotto South Stream, un progetto congiunto Eni-Gazprom, che dovrebbe portare in Italia il gas russo, senza passare attraverso l’Ucraina, che tanti problemi ha creato negli anni scorsi.
Proprio per questo, South Stream non è privo di senso economico.
Ma il punto, che non sfugge probabilmente agli americani, è un altro: l’Italia potrebbe fare a meno di South Stream, Putin no.
In realtà , visto con gli occhi di oggi, anche il senso economico di South Stream è discutibile.
Con il crollo delle importazioni negli Stati Uniti, che hanno scoperto imponenti riserve di shale gas, il metano è diventato, nel mondo, una risorsa relativamente abbondante e conveniente.
Non solo. Il governo continua, infatti, a rinviare una scelta difficile e decisiva: quella fra gas e nucleare.
Se tutti i progetti di importazione di gas (gasdotti, rigassificatori) andassero in porto, l’Italia avrebbe soddisfatto la sua fame di energia dei prossimi anni. Rendendo superfluo il nucleare. O viceversa.
Se sia gasdotti e rigassificatori che centrali atomiche saranno realizzati, uno dei due sarà  fuori mercato.
Considerando che, in Italia, gas significa Eni e nucleare significa Enel, si capisce l’esitazione del governo, ma la politica energetica, compreso South Stream, ne risulta scarsamente comprensibile.
Ancora due anni fa, tuttavia, il metano era una risorsa scarsa e preziosa. L’Italia avrebbe potuto, però, soddisfare il suo fabbisogno di energia puntando non su South Stream, ma su un gasdotto concorrente, estraneo al regno Gazprom: il Nabucco, caldeggiato dall’Unione europea e apertamente favorito dagli Stati Uniti.
Il duello fra i due gasdottiè una guerra economica di quelle epiche.
I gasdotti, infatti, sono investimenti pesanti.
South Streame Nabucco hanno, ognuno, un costo preventivato di 15 miliardi di dollari circa.
I profitti attesi, e anche i rischi, sono commisurati all’entità  dell’investimento. L’interesse americano, però, non è economico, ma strategico.
Il Nabucco è l’arma che può contenere e limitare i sogni di egemonia energetica di Putin.
Per capirlo, bisogna entrare nel labirinto del Grande Gioco del gas nell’Asia centrale.
La Russia, con il 25% del totale, è, di gran lunga, il paese con le maggiori riserve di gas (shale escluso) al mondo.
Ma non sono così facilmente disponibili.
Oggi, il gas russo che circola in Europa proviene ancora dai grandi giacimenti sovietici della Siberia centrale.
Quei giacimenti sono, però, in via di esaurimento. Le imponenti riserve rimaste ai russi sono, sempre più, quelle sotto i ghiacci dell’Artico, che Putin non ha nè i soldi, nè le tecnologie per estrarre, a meno di rivolgersi agli stranieri.
Le tormentate vicende delle diverse joint-venture fra russi e grandi multinazionali per il gas dell’Artico confermano la riluttanza di Mosca ad imbarcarsi per una via che limiterebbe l’indipendenza di Gazprom: il colosso russo è infatti il braccio, cui Putin affida le rinnovate ambizioni di una politica di potenza, fondate sull’energia.
Da dove viene, allora, il metano che Gazprom invia e invierà  in futuro, verso l’Europa?
In misura crescente, lo compra in Asia centrale: in Turkmenistan, Kazakhstan, Azerbaijan, i paesi dell’antica orbita sovietica.
Putin ha bisogno di poter dire a questi paesi che l’unico modo di mandare il gas verso i ricchi consumatori europei è attraverso i tubi della Gazprom (come avviene oggi).
E di dire all’Europa che l’unico modo di avere il gas dell’Asia centrale è attraverso i tubi della stessa Gazprom.
Una sorta di doppio monopolio: all’acquisto e alla vendita. In questo scenario, il Nabucco è un colpo gravissimo.
Il gasdotto europeo si rifornirebbe, infatti, dagli stessi paesi dell’Asia centrale che oggi alimentano il metano di Gazprom. E consentirebbe a Turkmenistan, Azerbaijan, Kazakhstan, da un lato, consumatori europei, dall’altro, di scegliere su quale strada far passare il gas da vendere e comprare, se attraverso Gazprom oppure no.
In realtà , la posta in gioco è anche più alta.
Nello scenario attuale, concorrenza è una parola troppo piccola.
E’ più esatto parlare di sopravvivenza.
Ci sono, infatti, forti dubbi, fra gli esperti, sulla capacità  dei giacimenti dell’Asia centrale di alimentare, allo stesso tempo, due gasdotti della portata di Nabucco e South Stream, in misura sufficiente a renderli remunerativi, rispetto all’investimento effettuato.
E, contemporaneamente, ci sono forti dubbi anche sulla presenza di una domanda europea sufficiente ad assorbirne il flusso.
In altre parole, forse non c’è abbastanza gas per riempirli tutt’e due e, se ci fosse, forse non c’è, allo sbocco, un consumo sufficiente per svuotarli.
Il risultato è che non c’è spazio per tutt’e due: l’uno esclude l’altro. «Accrescere il flusso di gas russo che passa all’esterno dell’Ucraina – scrive la Dibble ad Obama – è una politica diversa da quella che cerca una effettiva diversità  di fonti, canali, tecnologie di energia».
Ma la scelta di Berlusconi di andare avanti con South Stream, anzichè con Nabucco, non riguarda solo la dipendenza o meno dal gas russo.
Salvando South Stream, il presidente del Consiglio italiano ha, probabilmente, condannato Nabucco.
Se avesse scelto Nabucco, sarebbe avvenuto il contrario.
E’ questa la portata del favore di Berlusconi a Putin. –

Maurizio Ricci
(da “La Repubblica“)

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L’UNICO VERO TRADITORE? SI CHIAMA SILVIO BERLUSCONI

Dicembre 8th, 2010 Riccardo Fucile

TRADISCE CHI INFANGA UN PAESE NEL NOME DEI SUOI INTERESSI… IL CORSIVO DI FILIPPO ROSSI SU FAREFUTUROWEB

Vogliamo ancora giocare con la categoria del tradimento?
È quello che sembra voler fare lo stato maggiore del Pdl insieme ai suoi mazzieri a mezzo stampa.
Un articoletto apparso oggi sul quel foglio sporco di propaganda che corrisponde indecorosamente al nome di Libero racconta di quando il deputato finiano Enzo Raisi tradì per la prima volta all’età  di… quindici anni. Quindici anni, avete letto bene.
Sicuramente la puzza rancida di questo articolo non è la stessa delle foto sbattute in prima pagina, ma dimostra comunque quanto il berlusconismo “culturale” sia arrivato a un punto di non ritorno, di quanto stia rimestando nelle fogne dell’animo umano, nella putrida melma di biechi sentimenti che si fingono idee.
Tradimento, allora. Accettiamo la sfida.
Perchè solo i cani sono fedeli a qualsiasi padrone, brav’uomo o delinquente che sia.
Perchè solo gli schiavi hanno l’obbligo di fedeltà , senza se e senza ma.
Solo i sudditi devono giurare fedeltà  a un sovrano assoluto.
Per il resto, l’obbligo di fedeltà  a un uomo, a un capo, a un duce, finisce qui. La politica, invece, è materia per uomini liberi.
È materia per uomini che decidono di volta in volta se dare o no fiducia a un leader.
E se di tradimento si può parlare, non è certo quello di cui gli ascari berlusconiani vanno cianciando in questi giorni.
Il tradimento politico è piuttosto quello perpetuato da chi chiede eterna fedeltà  ai suoi compagni di strada.
Da chi cerca di farsi gli affari suoi; da chi supera ogni confine del decoro e del vivere civile; da chi pretende di impartire ordini.
Ma non è finita.
Perchè se di tradimento bisogna per forza parlare, allora vero traditore è chi distrugge il buon nome della propria patria nel mondo; chi, ancora, esalta la propaganda invece del buon senso.
Vero traditore è chi fa del suo ruolo pubblico un affare privato.
E chi non sa rappresentare un intero popolo.
Chi non è in grado di fare un passo indietro.
Chi si crede inamovibile.
Vero traditore è chi calpesta le regole in nome del suo infinito narcisismo. Vero traditore è chi tratta i suoi alleati come se fossero dipendenti.
E chi non ha il senso del limite.
Se di tradimento ci costringete a parlare, l’unico vero traditore si chiama Silvio Berlusconi.

Filippo Rossi
Farefuturoweb

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PIL TEDESCO + 3,6%: LA GERMANIA FELICE NON CONOSCE LA CRISI, LE IMPRESE TAGLIANO LE FERIE NATALIZIE PER RISPETTARE GLI ORDINI

Dicembre 7th, 2010 Riccardo Fucile

UN’ALTRA DESTRA: MODERAZIONE SALARIALE, INTESE CON I SINDACATI E STABILITA’ POLITICA, I TRE SEGRETI DEL SUCCESSO… LA BUNDESBANK RIVEDE LE STIME DI CRESCITA E SOTTOLINEA IL RUOLO DELL’EXPORT… MENTRE L’ITALIA ARRANCA

La locomotiva tedesca corre sempre più forte, e sullo sfondo della tempesta sull’euro accentua il suo distacco dalla fragile Europa mediterranea, sia per crescita del Prodotto interno lordo (Pil), sia per competitività , sia quanto al risanamento dei conti pubblici.
Secondo i dati resi pubblici ieri dalla Bundesbank, il Pil tedesco quest’anno crescerà  del 3,6 per cento, cioè il massimo storico dalla riunificazione, compiuta vent’anni fa.
Cala ai minimi storici la disoccupazione, mentre il disavanzo scende, e l’anno prossimo andrà  saldamente sotto il tetto del 3 per cento del Pil indicato dai Trattati di Maastricht e dal Patto di stabilità , gli accordi costitutivi dell’euro. Angela Merkel, dunque, viene indirettamente rafforzata sul piano politico dal successo della politica di stabilità  tedesca, nel confronto con gli altri governi di Eurolandia su come salvare la moneta unica.
«L’export continuerà  ad avere un ruolo determinante nella crescita dell’economia federale, ma i suoi successi e i miglioramenti sul fronte dell’occupazione rafforzano in modo considerevole la domanda interna e la sua parte nell’andamento della congiuntura», sottolinea il rapporto della Bundesbank.
I dati sono rivelatori: la crescita del Pil quest’anno si situerà  appunto al 3,6 per cento.
Non è mai stata così alta da quando nell’ottobre del 1990 Helmut Kohl divenne cancelliere della Germania unita.
Il calo della crescita del Pil nei due prossimi anni (stime Bundesbank: più 2 per cento nel 2011 e più 1,5 per cento nel 2012) è inevitabile, visto il contesto mondiale della debolezza strutturale sia di molte economie dell’eurozona, sia della congiuntura internazionale.
Ma ciò non impedirà  ai tedeschi di mantenere la promessa di un rientro rapido dei conti pubblici entro i tetti di Maastricht e del Patto di stabilità , cioè un massimo del 3 per cento del Pil per il disavanzo.
Il deficit tedesco scenderà  al 3,5 per cento del Pil quest’anno, e al 2,5 per cento l’anno prossimo.
Il fardello, che infastidisce contribuenti ed elettori, è il peso delle garanzie del fondo europeo per i paesi indebitati: ammontano al 7 per cento del Pil. E’ un peso difficile da sopportare come dimostrano le dichiarazione dei politici nelle ultime settimane.
Export industriale ad alto contenuto di eccellenze tecnologiche, moderazione salariale, concertazione con i sindacati, stabilità  politica sono il segreto del successo.
I grandi global player del made in Germany – da Bmw a Volkswagen, da Audi alla stessa Opel fino ai big dell’indotto, per restare nel solo comparto auto che non è tutto – tagliano le ferie natalizie e aumentano gli straordinari per far fronte alla domanda in volo.
Domanda dei mercati internazionali, visto che Cina, India, Brasile, Corea, Russia ma anche le nuove tigri del Centro-Est europeo, ovvero Polonia, Repubblica cèca, Slovacchia e Ungheria aumentano i loro ordinativi.
Ma anche domanda interna: il calo della disoccupazione (saldamente sotto i 3 milioni, in discesa verso il 6,9 per cento), gli aumenti retributivi concessi come premio per i successi, in omaggio al principio della cogestione, la sicurezza che il welfare continua a fornire ai poveri, spingono chi vive qui a spendere di più.
E con i prezzi bassi creati dalla stabilità , il potere d’acquisto dell’euro in Germania è ben superiore che non nel Sud dell’Unione.

Andrea Tarquini
(da “la Repubblica“)

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WIKILEAKS. LA STAMPA LIBERA DEVE DIFENDERE ASSANGE

Dicembre 4th, 2010 Riccardo Fucile

IMPOSSIBILE CHE VOGLIA E POSSA DISTRUGGERE UN MONDO CHE SI E’ GIA’ DISTRUTTO DA SOLO, PERDENDO IL SENSO DEL RIDICOLO… ASSANGE HA SOLO RESO PUBBLICHE NOTIZIE E INTRALLAZZI CHE SI GIA’ SI IMMAGINAVANO VERI… L’ANALISI DI BARBARA SPINELLI SUL “FATTO QUOTIDIANO”

Io non so quale sia il reato di cui si sarebbe macchiato Julian Assange, e condivido i dubbi di molti che lo conoscono, sulle indagini riguardanti le sue peripezie sentimentali.
Quello che so è che da giorni, e precisamente da quando sono cominciate le pubblicazioni di Wikileaks, mi si accampa davanti, ogni sera in Tv, la faccia di un signore che in Italia fa il ministro degli Esteri e che si agita e che dice che quell’uomo lì va catturato al più presto perchè — mirabile a udirsi! — “vuol distruggere il mondo”.
Non ricordo un’analoga frase usata per Bin Laden, dopo l’11 settembre 2001. Si disse che voleva distruggere l’America.
Ma di abbattere il mondo, nientemeno, nessuno parlò.
Quanto alla religione musulmana, i più ragionevoli seppero evitare contaminazioni, lasciando in cattiva compagnia chi sproloquiò su una civiltà  inferiore (Berlusconi, 26-9-2001: “L’Occidente deve esser consapevole della superiorità  della sua civiltà ”).
Non fosse altro perchè c’è una sura del Corano (la 3: 97) che in proposito parla chiaro: Dio non si scompone davanti agli increduli, poichè “basta a se stesso e può fare a meno dei mondi”.
Nei file di Wikileaks non c’è un granchè, per la verità , ma in fondo non è quello che conta e Frattini lo sa: quel che davvero conta, e che per i governanti italiani è la calamità  satanica cruciale, è la rivoluzione dei media, che Wikileaks conferma e amplifica straordinariamente.
È l’assalto ai Palazzi d’Inverno, che mette spavento ai falsi troni dove siedono, spesso, falsi re.
Anche nell’informazione regnava, fino a ieri, l’ordine westphaliano: ogni Stato sovrano ha la sua informazione, chiusa in recinti nazionali accuratamente separati.
Invece ecco che Wikileaks parla del mondo e al mondo, apre su di esso un grande occhio indagatore, sfata re che non sono re, diplomazie che sfangano senza uscire dal fango.
I cabli sono spesso insipidi perchè insipidi sono i regnanti cui sono riservati.
E a poco servono gli sforzi in cui s’imbarca Leslie Gelb, presidente del Council of Foreign Relations, fulminato dalla scoperta, nei dispacci, di una diplomazia Usa zoppicante forse, ma che almeno sgobba per sciogliere nodi planetari; che almeno “si dà  da fare”.
Anche questo ci si accampa davanti: un globale, trasversale partito del fare, che Assange non solo discredita ma insidia mortalmente.
Deve essere il motivo per cui Hillary Clinton, senza accorgersi del ridicolo e fingendo un soccorso alla nostra stabilità  finanziaria, ha deciso di prendere una sedia, di piazzarla a fianco di Berlusconi, e di proclamarlo “migliore amico dell’America”.
Una difesa imbarazzante, d’altronde, perchè il segretario di Stato esce assai malandata da questa storia, e averla accanto come intercessore è un vantaggio quantomeno relativo.
Wikileaks getta infatti sulla Clinton una luce sgradevole, oscura.
Fu lei a indurre molti diplomatici, che pure fanno un mestiere nobile, a indossare una veste affatto diversa: quella della spia, che avvicina subdolamente gli interlocutori (compresi i vertici dell’Onu, compreso Ban Ki-moon) per carpire numeri di carte di credito, codici di carte Frequent Flyer, magari dettagli privati da usare un giorno come pressione o ricatto.
Non è sotto accusa, qui, la classica ipocrisia del linguaggio e dell’agire diplomatico: ben venga questo vizio, che nelle ambasciate è una forma di cortesia, di pacificazione del litigio.
Sotto accusa è l’attività  non poco vergognosa di diplomatici degradati a sicofanti. Dicono che dappertutto si fanno cose simili: non consola.
Ma quel che i dispacci rivelano è più sostanziale: è la politica degli Stati — America in testa — e la loro frastornante impreparazione.
Impreparazione all’emergere rivoluzionario della trasparenza online, iniziata molto prima che nascesse Wikileaks nel 2006: se davvero si tiene al segreto, non lo si mette in circolo come è avvenuto con i cabli, rendendoli disponibili a 3 milioni di funzionari Usa oltre che al sito del ministero della Difesa Siprnet. Si scrive top secret sui dispacci, e Wikileaks pare lo rispetti.
È colpa della politica e non dei media se i segreti escono, rovinando ragnatele diplomatiche laboriose e mettendo a rischio le fonti degli ambasciatori.
Nè è colpa dei dispacci se l’intera politica occidentale risulta colma di torbide contraddizioni. Contraddizioni che Wikileaks non scopre, ma conferma: a cominciare dalle complicità  nella lotta anti-terrore con paesi poco raccomandabili, tra cui Arabia Saudita e Pakistan.
L’Iran appare l’avversario assoluto, scrive Stephen Kinzer sul Guardian-online, “ma che ne è di Riad, di Islamabad”?
Nello stesso momento in cui re Abdullah chiede all’ambasciatore Usa di “tagliare la testa al serpente” iraniano, un altro dispaccio constata: “I donatori sauditi restano i principali finanziatori di gruppi militanti sunniti come al Qaeda”.
Sono scene che potrebbero figurare nel serial mozzafiato 24: ennesime sventure dell’agente Jack Bauer, alle prese con le sinistre caligini dell’Amministrazione.
È questo paese della doppiezza, l’Arabia Saudita, che Washington rifornisce di armi, sempre più smisuratamente: l’ultima vendita risale al settembre scorso e ammonta a 60 miliardi di dollari, un record mai raggiunto.
Lo stesso si dica del patto con Karzai, corrotto presidente afghano, e soprattutto con Islamabad, cui Washington ha donato, a partire dall’11 settembre, ben 18 miliardi di dollari.
Da tempo i servizi pachistani (Isi) sostengono i talebani sottobanco.
Su tutte queste cose Assange getta una luce forte, strappa veli.
Così come in Italia strappa veli sulle visite clandestine di Berlusconi in Russia: nessun giornalista lo segue, le Tv tanto prodighe di sue immagini non mostrano nulla o ce lo mostrano che s’aggira a Roma — boss attorniato da guardie del corpo: il filmato è un tormentone del Tg1 — mentre se ne sta nella dacia con Putin a fabbricare non si sa quale lucroso accordo energetico, indifferente alla solidarietà  tra europei e al diritto degli italiani all’informazione. Il Tg1 ha perfino azzardato, giovedì, un paragone glorioso tra il premier ed Enrico Mattei.
Frattini avrebbe detto, stando a Wikileaks: nulla so di questi connubi. Ma perchè parla, se non sa?
Parla perchè questa è la parola d’ordine, nell’America conservatrice e nel governo italiano: criminalizzare Assange.
Sarah Palin, all’unisono con Roma, chiede che il fondatore di Wikileaks sia “abbattuto come un agente antiamericano con il sangue nelle mani”.
L’ex candidato presidenziale Huckabee invoca l’esecuzione capitale per tradimento.
Tutto questo perchè Assange, l’informatore a valanga, è una folata di aria in stanze che mancano di ossigeno.
È come Beppe Grillo, quando il 22-11-2005 elencò sull’Herald Tribune i politici condannati che sono in Parlamento.
È sbagliato, forse, denudare ipocrisie e segreti delle diplomazie: la guerra all’ipocrisia ha sempre qualcosa di troppo puro. Ma di qui al terrorismo, ce ne vuole.
L’immagine di Assange distruttore del pianeta è la più colossale banalizzazione del male.
Ancor peggio sarebbe infliggere 52 anni di galera a Bradley Manning, il ventitreenne analista militare accusato di aver dato a Wikileaks notizie e video sulle azioni Usa in Iraq o Afghanistan.
Il bavaglio di cui si è parlato in Italia diverrebbe globale, e la condanna di Manning un crimine contro la libertà  di coscienza e di parola.
Sarebbe una pena non meno indecente del carcere inflitto decenni fa a Mordechai Vanunu, il tecnico nucleare israeliano che svelò al mondo, il 5 ottobre ’86 sul Sunday Times, l’esistenza della centrale atomica di Dimona nel deserto del Negev (18 anni di carcere, di cui 11 in isolamento).
Seumas Milne sul Guardian del 2 dicembre ricorda l’essenziale: mentre Manning era demonizzato, gli aviatori americani che nel 2007 uccisero quasi per gioco, in Iraq, una dozzina di civili inermi (tra cui due giornalisti della Reuters) venivano elogiati dal comando militare Usa per il loro “giudizio sensato” (sound judgement).
Manning è un whistleblower, come dicono gli americani: una persona che dall’interno di un’organizzazione ne smaschera i misfatti.
Una figura da proteggere, che serve la democrazia prima delle gerarchie. Non a caso Daniel Ellsberg, il whistleblower che permise la pubblicazione nel 1971 dei Pentagon Papers sulla disastrosa guerra in Vietnam, considera Manning “un eroe”.
Può darsi che Assange sia un caotico; un torrente che la stampa scritta argina con intelligenza.
La diplomazia riceve un colpo pericolosissimo: per migliorare dovrà  imparare a tenere meglio i segreti, prima di prendersela con il direttore di Wikileaks.
Ma di certo il mondo dell’informazione dovrebbe difenderlo con pubbliche iniziative, quali che siano i danni che ha procurato.
Proprio perchè è stata fatta questa equazione oscena fra il sangue e l’inchiostro, fra il terrore e l’informazione che sbugiarda i sovrani. Compresi i sovrani mondialmente deprezzati come Berlusconi.

Barbara Spinelli
(da “il Fatto Quotidiano“)

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CH HA PAGATO LA TRASFERTA E GLI ALBERGI DELLA BONEV E DELLE 32 PERSONE AL SEGUITO? LA CORTE DEI CONTI APRE UN’INCHIESTA

Dicembre 2nd, 2010 Riccardo Fucile

BONDI GATE, LA MAGISTRATURA CONTABILE ORDINA: “ACQUISIRE I DOCUMENTI SULL’OSPITALITA”…MASI SMENTISCE RAI CINEMA E ACCUSA BONDI… RIMPALLO DI RESPONSABILITA’ TRA IL DG E LA RAI

E ora sul caso-Bonev si accendono i riflettori della Corte dei conti.
La procura contabile di Venezia ha aperto un fascicolo per accertare chi ha pagato le spese per ospitare alla Mostra del Cinema Michelle Bonev – l’attrice-produttrice bulgara amica di Silvio Berlusconi –   e una delegazione del suo paese giunta al Lido per assistere alla presentazione di Goodbye Mama, il film della Bonev premiato con un riconoscimento “tarocco” voluto dal ministero dei Beni culturali e finanziato dalla Rai con 1 milione di euro.
Gli investigatori della Guardia di Finanza, coordinati dal procuratore regionale della Corte dei Conti, Carmine Scarano, acquisiranno i documenti utili a stabilire chi ha sostenuto la trasferta della Bonev e del suo seguito (32 persone).
Fatture, ricevute, prenotazioni dei voli Sofia-Venezia e altra documentazione. Secondo il ministro della Cultura bulgaro, Vejdi Rashidov a pagare le spese (complessivamente 400mila euro) è stato il “paese ricevente”, l’Italia.
Lo attesta anche una lettera ufficiale fornita dallo stesso Rashidov.
Che di fatto smentisce quanto dichiarato finora dal suo collega italiano Bondi (“il mio ministero non ha pagato niente”).
Il fascicolo aperto dalla Corte dei Conti – ha precisato il magistrato titolare delle indagini – riguarda esclusivamente le spese di ospitalità  al Lido.
Altro capitolo è il finanziamento del film: su questo la competenza sarebbe della procura contabile del Lazio, anche nel caso di un coinvolgimento del ministero dei Beni culturali.
Snobbato in Bulgaria – dove ha ricevuto solo 160mila euro; “il ministro della cultura Rashidov in genere opera bene, stavolta si sarà  fatto accecare dalla bellezza della Bonev”, ha commentato il premier bulgaro Boyko Borissov – “Goodbye Mama” ha trovato fortuna in Italia: grazie al milione versato da Rai Cinema (nelle casse della Romantica Entertainment della Bonev) che nel 2009 ne ha acquistato tutti i diritti.
Su questo aspetto, tra imbarazzi e rimpalli di responsabilità  in viale Mazzini, è iniziato un vero e proprio scaricabarile.
Il dg Mauro Masi, nella riunione del cda di ieri, incalzato dal consigliere Nino Rizzo Nervo ha di fatto scaricato sui dirigenti di Rai Cinema la responsabilità  della scelta di acquistare i diritti del film.
Un’operazione che, sostengono invece i dirigenti di Rai Cinema, era stata ordinata da Masi nel 2009 con un invito protocollato.
Nella lettera si chiedeva di acquistare la pellicola dell’attrice-imprenditrice bulgara perchè rientrava in un accordo di coproduzione Italia-Bulgaria.
“Non ho fatto nessuna pressione sull’acquisto – ha sostenuto Masi – mi sono solo limitato a girare a Rai Cinema le segnalazioni sul prodotto arrivate dalle istituzioni bulgare”.
In un primo momento Masi aveva additato il ministro Bondi come colui che gli fece pressioni per finanziare il film.
Secondo la tesi di Masi se Rai Cinema ha deciso di finanziare l’opera della Bonev, è stata una sua libera scelta.
Una versione che sbatte contro quella di Caterina D’Amico, che nel 2009 era ad di Rai Cinema: “Se la direzione generale mi chiede di acquistare una pellicola, io la devo acquistare e basta. A prescindere da quella che potrebbe essere la mia valutazione”.

Paolo Berizzi
(da “La Repubblica“)

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“ORA VI SPIEGO CHI E’ IL MEDIATORE”: IL BUSINESS ENERGIA CON LA RUSSIA

Novembre 30th, 2010 Riccardo Fucile

INTERVISTA A CIANCIMINO: “ERO IN LIZZA PER OTTENERE L’APPALTO, POI TUTTO FINI’ IN MANO A FALLICO E A GENTE VICINA AL PREMIER”… “UN GUADAGNO DI 30 DOLLARI OGNI 1000 METRI CUBI DI GAS: 10 DOLLARI AVREMMO DOVUTO RITORNARLI A UNA FONDAZIONE VICINA A CHI VENDEVA”…”FALLICO ERA LA CHIAVE PER LAVORARE CON GAZPROM E IL MARGINE DI GUADAGNO E’ ENORME”

Quando ha letto i report dell’ambasciata americana pubblicati da Wikileaks sugli affari di Berlusconi e Putin con l’energia, Massimo Ciancimino ha sorriso. “Da sei anni dico queste cose e nessuno mi ascolta: la verità  è che gli amici di Berlusconi hanno usato gli stessi canali e mi hanno soffiato l’affare”.
Ciancimino, non esageri: dopo la trattativa Stato mafia, ora ci vuole spiegare pure la trattativa Putin-Berlusconi sul gas, non le sembra un po’ troppo?
Io sono stato prima un protagonista e poi una vittima di quella trattativa. Wikileaks riporta la nota degli americani in cui si parla del mediatore italiano che parla russo? Tutti si chiedono chi sia. Bene, io “il mediatore” lo conosco bene, si chiama Antonio Fallico, e chi me lo ha presentato lo definiva ‘la chiave per Gazprom’.
Perchè ‘il mediatore’ sarebbe Fallico e qual è il suo ruolo?
Il Fatto ne ha già  parlato: è un siciliano che è stato nominato presidente di Zao Bank, la filiale di Banca Intesa a Mosca. Io l’ho conosciuto prima del mio arresto quando per primo avevo capito le potenzialità  del buisiness dell’energia e trattavo con Gazprom per importare il gas dalla Russia. Ero a un passo dalla conclusione, poi mi hanno indagato e l’affare se lo sono preso gli amici di Berlusconi. Se il contratto fosse andato in porto nella sua   interezza, avremmo guadagnato 180 milioni di euro di utili all’anno. Tutti soldi che permettono di far guadagnare tante persone, sia in Italia che in Russia.
Andiamo per ordine. Ci spieghi come pensava di importare il gas e qual era il ruolo di Fallico
Per importare il gas dalla Russia ci vuole l’accordo di Gazprom. Grazie proprio ad Antonio Fallico ero riuscito ad agganciare i vertici di Gazprom, in particolare Alexander Medvedev, che è il direttore generale della Gazprom Export e che non va confuso con Dmitri Medvedev, attuale presidente russo.
Ciancimino, Gazprom fattura 4 mila e 25 miliardi di euro e fa utili per 450 miliardi. Scusi la domanda ma perchè doveva mettersi in affari con voi?
Voglio ricordarle che la Fingas del professor Lapis aveva appena incassato 120 milioni di euro dalla vendita agli spagnoli della Società  che aveva metanizzato i paesi siciliani. E la nostra forza era proprio questa: solo una piccola società  come la nostra poteva agire in maniera “agile” e meno burocratica nella seconda fase degli accordi, quella che prevedeva il ritorno di parte dei soldi in Russia alle fondazioni vicine agli uomini di Gazprom. Non presentavamo i rischi connessi all’inserimento di società  pubbliche e grandi come dimostra il recente caso Finmeccanica.
Quando ha incontrato Fallico e Medvedev?
Medvedev lo ha incontrato, con Falllico, il professor Lapis a Vienna mentre io ho incontrato il suo collaboratore Nelson insieme a Fallico sempre a Roma in un hotel di via Veneto e poi nello studio dell’avvocato Ghiron. In quella occasione abbiamo messo a punto tutti i dettagli dell’operazione che prevedeva la possibilità  per noi di importare dalla Russia in Europa 6 miliardi di metri cubi all’anno attraverso la Slovacchia e la Slovenia. Il nostro guadagno sarebbe stato di 30 dollari ogni mille metri cubi.
E quanto sarebbe stato il “ritorno” per i russi, del quale ci spiegava prima?
L’accordo raggiunto a Vienna prevedeva che noi pagassimo per ogni mille metri importati una somma di dieci dollari, sui trenta incassati, alla Fondazione.
Quale Fondazione?
L’uomo della Gazprom, Nelson, ci disse che lui ci avrebbe indicato a quale Fondazione versare i soldi.
E cosa le disse Fallico?
Lui ci consigliò di seguire le indicazioni dei manager di Gazprom e comunque mi disse di finanziare con una piccola somma la Fondazione Putin per un balletto a Roma. Cosa che puntualmente abbiamo fatto. Insomma tutto procedeva per il meglio. Ad ognuno dei partecipanti all’operazione era stato garantito un ritorno. Stavamo andando a parlare con la Geoplin della Slovenia quando è uscita la notizia dell’indagine, anzi a dire il vero gli sloveni lo hanno saputo un giorno prima e si è bloccato tutto. Poi l’affare con Gazprom lo hanno fatto gli amici di Silvio Berlusconi.
Si rende conto che questa storia è basata solo sulle sue parole?
Mica tanto. Nell’anomala perquisizione in cui non aprirono la cassaforte mi fu sequestrato un bigliettino che stupì i carabinieri nel quale c’era il ringraziamento della Fondazione Putin e i biglietti da visita di Alexander Medvedev, di Nelson e Fallico.
Fallico è un siciliano come lei e si dice che abbia frequentato lo stesso liceo di Marcello dell’Utri. Ne avete parlato?
No. Fallico era certamente legato a Gaetano Miccichè di Banca Intesa. Probabilmente è una persona vicina al mondo berlusconiano ma non abbiamo mai parlato di politica, con lui parlavo di affari.
Hillary Clinton, secondo Wikileaks, chiede se Berlusconi abbia interessi in comune con Putin nell’energia. Lei cosa pensa alla luce della sua esperienza?
Il contratto dell’Eni per l’importazione del gas è un segreto di stato e il margine di guadagno è enorme. Secondo me Berlusconi sta aiutando società  a lui vicine e non mi stupirei se ci fosse una fondazione russa finanziata da qualche impresa coinvolta nell’affare.

Marco Lillo
(da “Il Fatto Quotidiano“)

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DAGLI ACCORDI CON PUTIN PER IL GAS ALLE SOCIETA’ CON GHEDDAFI: I SOSPETTI USA SU BERLUSCONI

Novembre 30th, 2010 Riccardo Fucile

LA CLINTON CHIESE DI SCOPRIRE I POSSIBILI INTERESSI PRIVATI TRA BERLUSCONI E PUTIN….LA MALEDIZIONE DEL GAS RUSSO: UN TEMPO SERVI’ A FINANZIARE IL PCI, ORA TUTTI POSSONO IMPORTARE GAS NEI TUBI DELL’ENI…LA GAZPROM VENDE DIRETTAMENTE TRE MILIARDI DI MC DI GAS ALL’ ITALIA, ATTRAVERSO LA CENTREX CON SEDE A VIENNA…IL RUOLO DI SCARONI E DI NICOLAZZI

Occhio alle date.
Il 16 aprile 2009 David Thorne, appena nominato ambasciatore a Roma, afferma davanti alla Commissione esteri del Senato americano, che deve dare il via libera al suo incarico: “Anche se Usa e Italia cooperano strettamente su numerosi temi, ci sono, comunque, alcune posizioni della politica estera italiana che continuano a preoccuparci”.
Quattro mesi dopo Maurizio Caprara, che lo intervista per il Corriere della
Sera, riferisce: “Tra i suoi obiettivi rientra quello di evitare che il nostro Paese dipenda troppo dalla Russia per la fornitura di gas e petrolio”.
Se dunque il segretario di Stato Hillary Clinton, negli stessi mesi, chiede
alla sua rete diplomatica di capire se tra Silvio Berlusconi e Vladimir
Putin ci siano anche rapporti di affari privati non è certo per interesse
alla moralità    pubblica.
E non è una sorpresa la sua curiosità  rivelata da Wikileaks: in gioco ci sono interessi corposi, che vanno al di là    di Berlusconi.
Il gas russo è un’antica maledizione della politica italiana.
Quando sull’Eni regnava Eugenio Cefis, il gas dell’Unione Societica serviva a
finanziare il Pci, come ha raccontato l’ex dirigente di Botteghe Oscure Gianni Cervetti, nel libro “L’oro di Mosca”.
Nel nuovo secolo sono gli amici di Berlusconi a subire l’attrazione fatale.
Il gas russo arriva in un tubo alla frontiera di Tarvisio ed è l’Eni che lo distribuisce lungo la penisola: rappresenta un terzo delle importazioni
italiane di gas.
Ma con la liberalizzazione altri operatori possono portare gas in Italia nei tubi dell’Eni. E si scatena la corsa.
C’è Massimo Ciancimino che progetta addirittura un nuovo gasdotto, prima
di essere fermato dalle inchieste sul tesoro di suo padre.
C’è Marcello Dell’Utri che va e viene da Mosca, “per occuparsi di gas”, racconta nel 2005 il sottosegretario all’Interno Michele Saponara, subito corretto dall’interessato che precisa di occuparsi come sempre di libri, ancorchè in cirillico.
Ma subito Gianni Pilo, ex sondaggista di fiducia di Dell’Utri, inizia la sua attività    di import di gas con la sua Enoi.
Anche la Gazprom, la società    russa che ha il gas, vuole venderlo direttamente in Italia, per guadagnare di più.
E’ la vicenda più significativa dell’intreccio affaristico tra l’Italia di Berlusconi e la Russia di Putin.
Nella primavera del 2005 la Gazprom strappa al numero uno dell’Eni, Vittorio Mincato, un vantaggioso contratto per la vendita diretta in Italia di 3 miliardi di metri cubi di gas (su circa 80 del consumo totale nazionale).
Lo farà  attraverso la sua società    commerciale per l’Europa, situata a Vienna, che si chiama Centrex (oggi guidata dall’italiano Massimo Nicolazzi, figlio dell’ex ministro Franco, quello delle carceri d’oro: com’è piccolo il mondo).
Si scoprì allora che socio della Centrex nell’operazione era Bruno Mentasti, ex proprietario della San Pellegrino, amico per la pelle di Berlusconi. fin da quando inondava le tv Fininvest di spot dell’acqua minerale.
Dissero i maligni che Mincato firmò il contratto per agevolare il rinnovo del suo mandato in scadenza.
Berlusconi invece lo fece fuori e mise al suo posto Paolo Scaroni, manager di antiche ascendenze craxiane. E curiosamente fu proprio Scaroni, appena nominato, a segnalare l’operazione ai sindaci revisori dell’Eni e a farla saltare.
Mancavano pochi mesi alle elezioni politiche del 2006, che videro la
vittoria di Romano Prodi.
Scaroni sembrò ai berlusconiani fedeli mettersi a giocare in proprio. E fu proprio con il governo Prodi, nel 2007, che Scaroni firmò l’accordo con Gazprom per il nuovo gasdotto Southstream, che attraverserà  il Mar Nero per giungere direttamente in Europa aggirando l’Ucraina.
Un’ operazione di ampia portata geopolitica, nella quale sta non a caso per entrare anche la Francia di Nicolas Sarkozy.
Southstream è la cosa che piace meno agli Stati Uniti, sponsor del Nabucco,
gasdotto che verrebbe dall’area caucasica, escludendo la Russia.
Non è solo l’amicizia con Putin che agita la diplomazia americana. Sicuramente a Washington sobbalzano quando scoprono che il colonnello
Gheddafi è diventato socio, con la Libyan Investment Authority, della
società    televisiva Quinta Communication, costituita da Tarek Ben Ammar e
dalla Fininvest di Berlusconi.
Proprio mentre la statale Finmeccanica, guidata da Pierfrancesco Guarguaglini, oggi nei guai per l’inchiestagiudiziaria su sua moglie Marina Grossi, come lui manager di Finmeccanica, costituisce una società    paritetica con Tripoli per inondare di armi Africa e Medio Oriente.
E intanto la Impregilo dell’amico Ligresti aspetta impaziente di costruire con soldi italiani la mitica autostrada verso l’Egitto .
Anche qui la diplomazia americana fatica a distinguere gli affari e le relazioni private di Berlusconi dalle inclinazioni del sistema Italia. Oggi i fondi sovrani libici sono azionisti decisivi di Unicredit, e risultano sempre al centro di voci che li vogliono in procinto di assumere partecipazioni azionarie importanti nei pezzi di maggior pregio dell’industria e della finanza italiane: non esclusi la stessa Fin-meccanica e l’Eni.
Il tema dei rapporti con la Libia attraversa tutti gli schieramenti politici, ed è ¨ per il governo americano un antico busillis: in fondo, non si è sempre ipotizzato, tra le cause della fine politica di Giulio Andreotti, l’eccessivo filo-arabismo messogli in conto, al crepuscolo della Prima Repubblica, dagli analisti di Washington?

Giorgio Meletti
(da “Il Fatto Quotidiano“)

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BLUMENTHAL, IL CONSIGLIERE DI CLINTON: “SI SAPEVA CHE BERLUSCONI E’ CONSIDERATO INAFFIDABILE ED INCAPACE”

Novembre 30th, 2010 Riccardo Fucile

“CHE TENDA A COMPORTARSI DA CLOWN NON E’ CERTO UNA NOVITA'”…”A WASHINGTON TUTTI SANNO CHE I RAPPORTI CON LUI SONO FONTE DI IMBARAZZO”…”SUI SUOI RAPPORTI CON PUTIN ORA SCELGA LA STRADA DELLA TRASPARENZA”…L’INTERVISTA AL CORRIERE DELLA SERA

«Wikileaks è un’organizzazione di irresponsabili che, per il modo in cui sta diffondendo le informazioni riservate in suo possesso, oltre che per la loro natura, ha scelto di massimizzare il suo atteggiamento irresponsabile e destabilizzante. Detto questo, in un solo caso – quello del colloquio tra il generale David Petraeus e il presidente dello Yemen sulla partecipazione americana ai raid contro Al Qaeda, che era sempre stata negata da Saleh – i documenti fin qui pubblicati contengono notizie originali che possono avere conseguenze gravi. Nel caso specifico rischiano di compromettere la lotta contro il terrorismo in un’area cruciale del mondo. Il resto sono valutazioni che possono creare imbarazzi o anche seri danni politici e diplomatici, ma che non contengono novità  sostanziali: già  si sapeva che i governi arabi del Golfo vedono nell’Iran nucleare una minaccia mortale e vorrebbero un atteggiamento più deciso degli Usa. Così come si sapeva che Silvio Berlusconi viene considerato un leader inaffidabile e incapace. Certo, adesso è scritto nero su bianco in un rapporto diplomatico e questo può avere conseguenze».
Sidney Blumenthal, il consigliere più vicino a Bill Clinton durante i suoi ultimi quattro anni alla Casa Bianca, che è stato anche il «braccio destro» di Hillary Clinton durante la campagna elettorale del 2008, è un osservatore privilegiato del caso Wikileaks che può permettersi di usare un linguaggio particolarmente tagliente, dato che oggi non ha alcun incarico pubblico.
Dal suo ufficio di Washington analizza con freddezza il caso che sta scuotendo la politica estera americana, mettendo a dura prova i rapporti di Washington con alcuni suoi alleati chiave.
Berlusconi alleato inaffidabile? Lei usa parole forti.
«Non parlo del Paese, l’Italia. Parlo della persona. Che il premier italiano tenda a comportarsi da “clown” non è certo una novità . Chiunque gira per Washington sa che i rapporti con lui sono generalmente considerati fonte di imbarazzo. Non trovo affatto strano che questo clima si rifletta anche su note diplomatiche che erano destinate – per la loro stessa natura – a restare riservate. È chiaro che quella non è la posizione del governo americano, ma quelle parole fanno riferimento a preoccupazioni reali».
I sospetti sono incentrati soprattutto sui rapporti di Berlusconi con il vertice politico della Russia. Viene avanzato anche il sospetto di un interesse economico privato del presidente del Consiglio italiano negli affari con Mosca nel settore dell’energia.
«Anche in questo caso di tratta di voci che, come riferito più volte dalla stampa, circolano da tempo. Questa è una buona occasione per Berlusconi per dare risposte chiare, per mostrare un po’ di quella trasparenza che fin qui è mancata. Quali sono state le reazioni del governo italiano?».
Il ministro degli Esteri, Franco Frattini, ha definito il caso Wikileaks l’«11 settembre della diplomazia», mentre i collaboratori del premier dicono che Berlusconi ha reagito con una risata alla pubblicazione dei documenti.
«Non so giudicare il paragone con l’11 settembre. Ognuno, del resto, sceglie la metafora che trova più efficace. La risata, invece, mi pare un modo di sottrarsi, di non rispondere».
Le note diplomatiche sono di parecchio tempo fa e accusano Berlusconi di avere rapporti talmente stretti con Putin da sembrare il suo portavoce in Europa. Poi, però, la Casa Bianca di Obama ha cambiato rotta nei rapporti con Mosca, cercando di creare relazioni più distese e una collaborazione più fruttuosa: il cosiddetto «reset» dei rapporti Usa-Russia che ha portato, tra l’altro, al nuovo accordo Start sul disarmo nucleare.
«Washington considera Putin e Medvedev due realtà  distinte da trattare con due approcci ben diversi».
Certo, Washington punta su Medvedev, ma i diplomatici Usa descrivono il presidente come il Robin del Batman-Putin
«Non sopravvaluterei il significato di una delle tante informative diplomatiche inviate quotidianamente».
Che, però, hanno conseguenze gravi, una volta rivelate.
«Non c’è dubbio. È per questo che ho parlato di rivelazioni irresponsabili. Danneggiano i rapporti tra gli alleati del mondo libero, quello nel quale Wikileaks può operare. Ci saranno conseguenze politiche e diplomatiche, forse anche danni elettorali. E il governo Usa dovrà  cambiare radicalmente il modo di trasmettere informazioni riservate. Ci sarà  un prezzo da pagare anche in termini di trasparenza: paradossalmente un’organizzazione che dice di voler fare luce ovunque provocherà  un effetto opposto».

Massimo Gaggi
(da “il Corriere della Sera“)

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PERCHE’ ALLARMANO I FESTINI SELVAGGI: GLI SCANDALI DIVENTANO QUESTIONI ISTITUZIONALI

Novembre 29th, 2010 Riccardo Fucile

NEGLI USA PENSANO CHE IL PREMIER SIA PIU’ ATTENTO ALLE PROPRIE FORTUNE PRIVATE CHE ALLA COSA PUBBLICA…L’ANALISI DI GIUSEPPE D’AVANZO SU “LA REPUBBLICA”: FESTINI E AFFARI ENERGETICI

Un premier accompagnato a Washington da “una profonda sfiducia”.
Un uomo “incapace, vanitoso”.
Un leader europeo “inefficace”, “fisicamente e politicamente debole”, sfibrato e fiacco di giorno dopo le lunghe notti bruciate in wilde partys, in orge e festini.
Niente di più e niente di meno che un “portavoce di Putin” in Europa con il quale ha un rapporto “straordinariamente stretto”.
Un rapporto mediato da un oscuro “intermediario italiano”, santificato dalla comune cultura machista che riconduce quell’amicizia a “festini selvaggi”.
Un legame celebrato con “generosi regali” e lucrosi e redditizi contratti energetici.
Berlusconi potrà  anche riderci sopra, come fa sapere, ma il profilo del premier che, secondo el Pais, New York Times, Guardian, Der Spiegel, la diplomazia americana affida al Dipartimento di Stato è avvilente.
Anche nei pochi, pubblici scampoli di informazioni – un nulla rispetto ai tremila cablogrammi “italiani” che saranno resi noti nei prossimi giorni – il nostro capo di governo appare un politico inaffidabile, prigioniero di una vita disordinata, vanaglorioso fino al parossismo, indifferente al destino dell’Europa, apparentemente distaccato anche dalle sorti del suo Paese, attratto soprattutto dal versante affaristico della politica.
L’immagine di un Berlusconi attento alle proprie fortune private – più che alla cosa pubblica che è stato chiamato ad amministrare – è così radicata a Washington che addirittura convince, all’inizio di quest’anno, il segretario di Stato americano Hillary Clinton a chiedere alle ambasciate di Roma e di Mosca “informazioni su eventuali investimenti personali” di Berlusconi e Putin che “possano condizionare le politiche estere dei due Paesi”.
Come se i due “amici” conducessero gli affari di Stato nell’interesse del proprio portafoglio.
Bisognerà  leggere con attenzione il contesto in cui fioriscono questi giudizi. Berlusconi in un dispaccio è definito “un alleato preziosissimo” anche se sembra di capire più per la sua debolezza che lo rende manipolabile che per le sue convinzioni politiche e scelte geopolitiche.
Bisognerà  soprattutto valutare la qualità  delle “fonti” dell’ambasciata americana a Roma, avere conferme che siano – come qualcuno suggerisce – “di assoluta fiducia” del presidente del Consiglio.
Perchè non dirlo? I documenti riservati della diplomazia americana diffusi da Wikileaks rivelano il Berlusconi che conosciamo e che ostinatamente metà  del Paese non può “riconoscere” perchè non sa, perchè buona parte dei media controllati o influenzati dal Cavaliere non possono nè vogliono raccontarglielo.
E’ il premier che abbiamo sotto gli occhi tutti i giorni, purtroppo: fragile come può essere fragile chi vive un mondo abitato soltanto da se stesso; debole come è debole chi conduce una vita magnetizzata dal proprio interesse particolare; inadatto a governare come i suoi fallimento dimostrano ogni giorno; vulnerabile come chi conduce una vita caotica e quindi inaffidabile per chi deve condividere con lui decisioni, scelte, una politica.
Oggi più di ieri, alla luce dei dispacci della diplomazia americana, appare malinconico il tentativo del presidente del consiglio e degli obbedienti corifei di liquidare gli scandali che lo hanno visto protagonista negli ultimi diciotto mesi come “spazzatura”, come gossip, come violazione della privacy presidenziale.
Se il premier riceve prostitute nelle sue residenze private diventate sedi del governo; se in quei palazzi (Villa San Martino, Villa Certosa e Palazzo Grazioli) si consumano ogni settimana “festini selvaggi” con decine di giovani donne – alcune minorenni – reclutate alla meno peggio da talent scout professionisti o improvvisati, a volte per disperazione anche sul marciapiede; se gli incontri del Cavaliere con Putin perdono ogni crisma di ufficialità  per farsi, in luoghi protetti da occhi indiscreti, personali e riservati con un’agenda che non ha nulla di politico, è un obbligo fare di quelle faccende un “caso” politico.
Non si possono nascondere queste abitudini del potere sotto il tappeto come se fossero trascurabile polvere perchè quegli affari raccontano la vulnerabilità  di Berlusconi, interpellano la credibilità  delle istituzioni e minacciano la sicurezza nazionale, la reputazione internazionale del nostro Paese.
Con buona pace dei maestrini che per conformismo invitavano a parlare di ben altri problemi (pur di non parlare di questo), la riduzione a privacy di questo deficit di autorità  e autorevolezza non ha consentito e non poteva consentire a Berlusconi di tirarsi su dal burrone in cui si è cacciato da solo e con la colpevole complicità  di chi gli è stato accanto in questi anni.
Dispiace cadere nel convenzionale, ma ora i nodi stanno venendo al pettine e non c’è stato mai un dubbio che questa crisi prima o poi dovesse scoppiare. Perchè non ci volevano doti da indovino per comprendere che se sono in giro centinaia di ragazze, protagoniste di quei “festini selvaggi”, il capo del governo può essere umiliato e ricattato in ogni momento.
Era sufficiente chiedersi dove finiscono o dove possono finire le informazioni – e magari le registrazioni e le immagini – in loro possesso e concludere che il progressivo disvelamento della vita scapestrata del premier e della sua fragilità  privata, che non poteva sfuggire ai nostri partner e al nostro maggiore alleato, rendeva immediatamente Berlusconi indegno della sua responsabilità  pubblica, inattendibile per gli alleati e, nel contempo, screditato il nostro Paese nel mondo.
Mettiamo in fila quel abbiamo saputo in quest’ultimo anno e mezzo.
La festa di Casoria; le rivelazioni degli incontri con Noemi allora minorenne; la cerchia di prosseneti che gli riempie palazzi e ville di donne a pagamento, in qualche caso minorenni; la confessione di una donna che è stata pagata per una cena e per una notte con in più la promessa di una candidatura politica. Davvero ci possiamo oggi stupire se Berlusconi appare a Washington un frivolo inetto, meritevole di “una profonda sfiducia”, preoccupato soltanto di organizzare i suoi wilde partys, del tutto disinteressato alla sua diurna agenda di lavoro di un capo di governo?
Non è difficile comprendere come a un uomo di governo che tratta in prima persona affari di grande consistenza economica e geopolitica, venga richiesto di non ricevere a casa sua decine di donne sconosciute con tanto di registratori e di macchine fotografiche.
“Festini selvaggi” e affari energetici, l’avventura politica di Berlusconi pare essere tutta qui.

Giuseppe D’Avanzo
(da “La Repubblica“)

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