Giugno 23rd, 2011 Riccardo Fucile
LA RIFORMA ANNUNCIATA DAL PREMIER PREVEDEREBBE TRE ALIQUOTE AL 20, 30 E 40%… SAREBBERO RIDISEGNATI GLI SCALONI, COSTEREBBE DAGLI 11 AI 24 MILIARDI CHE VERREBBERO TROVATI CON UN AUMENTO DELL’IVA ED ELIMINANDO MOLTE DETRAZIONI E DEDUZIONI ATTUALMENTE ESISTENTI
Tre aliquote, più basse, senza buchi di bilancio.
Un’equazione di difficile risoluzione quella che Silvio Berlusconi, sulla scia dello schema tremontista a tre aliquote, ha sposato.
Non più le due aliquote annunciate nel 2001 a Porta a porta (23 e 33 sopra i 100 mila euro), ma la terna uscita dal Libro Bianco del 1994 ai primordi della rivolta fiscale del centrodestra.
Con un problema: il costo.
Che andrebbe dagli 11 ai 24 miliardi, se si vuole abbandonare il sistema attuale a cinque aliquote e scegliere la nuova strada a tre soglie.
Come funzionerà ?
In base alle simulazioni che girano nelle ultime ore si starebbe ragionando su una ipotesi di minima che si articolerebbe sul 20 per cento fino a 15 mila euro (oggi è il 23%), sul 30 tra i 15 e i 55 mila euro (si accorperebbero di fatto le due aliquote attuali del 27 e del 38%) e infine si darebbe una sforbiciata molto forte ai redditi più alti: oltre i 55 mila euro lordi si pagherebbe solo il 40 per cento (mentre oggi si paga il 43 oltre i 75 mila).
Una griglia che potrebbe essere modificata con una seconda ipotesi che porterebbe a fino 28 mila euro la soglia entro la quale si paga il 20 per cento: ma in questo caso il costo salirebbe intorno ai 24 miliardi.
Dove trovare i soldi? Le ipotesi sono quattro.
Un punto in più di Iva (9 miliardi), lotta all’evasione (da cifrare), tagli alla spesa (ma ci sono già oltre 40 miliardi da trovare per raggiungere il pareggio di bilancio nel 2014), sfrondamento delle agevolazioni (in tutto 11 miliardi, ma tolte quelle per carichi familiari e lavoro dipendente restano detrazioni e deduzioni per qualche decina di miliardi assai difficili da eliminare).
Tutte ipotesi che potrebbero soddisfare le richieste dell’Europa, e ieri anche dell’agenzia di rating Fitch, di non tagliare le tasse in deficit.
Se questo è il rebus del fisco, quello della manovra è ancora più complesso.
La caccia ai 40 miliardi è aperta, ma nel frattempo cresce la necessità di risorse.
Come per la revisione del patto di stabilità per i comuni virtuosi, annunciata ieri da Berlusconi: un prezzo pagato alla Lega.
Sostanzialmente, oggi, i Comuni che hanno residui attivi di bilancio, fenomeno che accade nei primi mesi dell’anno per quasi tutti i 2.417 municipi soggetti al patto interno, non possono spenderli.
I loro “tesoretti” sono legati dal rispetto della regola in base alla quale i sindaci non possono firmare assegni per una cifra che superi la somma di spesa corrente e investimenti del triennio precedente.
Ora il patto sarà probabilmente allentato, ma si parla di un costo di 2 miliardi per un ammorbidimento del solo 10 per cento.
Per il resto i tecnici lavorano sul menù tradizionale: sanità (5-6 miliardi), pubblico impiego (1,5), pensioni delle donne (4-6 miliardi), sforbiciata agli enti (2 miliardi).
Oltre ai costi della politica (portati alla media europea) e alla ricerca di tagli chirurgici e selettivi.
Fare riforme a costo zero vuol dire semplicemente togliere da una parte per dare dall’altra.
Ma il risultato finale è sempre lo stesso.
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Giugno 18th, 2011 Riccardo Fucile
SOTTO REVISIONE I TITOLI DI STATO ITALIANI: LO FA SAPERE L’AGENZIA STATUNITENSE… SOTTO ACCUSA IL PESANTE DEBITO PUBBLICO, LE DIFFICOLTA’ STRUTTURALI DELLA NOSTRA ECONOMIA E LA SITUAZIONE DELLA GRECIA
L’agenzia statunitense Moody’s ha collocato il rating Aa2 dell’Italia sotto revisione in vista di un possibile downgrade.
Lo fa sapere l’agenzia statunitense in una nota. Moody’s ha anche riaffermato il rating di breve termine al livello prime -1.
Una nuova tegola sull’economia italiana dopo l’outlook negativo assegnato al rating italiano da Standard & Poor’s.
Meno di un mese fa, infatti, S&P aveva tagliato l’outlook citando le deboli prospettive di crescita e l’incerto impegno politico per attuare riforme che stimolino la produttività .
E di sviluppo torna a parlare anche Moody’s, citandolo come primo fattore dietro alla messa sotto revisione del rating: sotto accusa i rischi per la crescita economica dovuti alla “debolezza macroeconomica strutturale e alla probabile risalita dei tassi d’interesse nel tempo”.
Debolezza strutturale che per Moody’s ha a che fare con “bassa produttività e importanti rigidità nel mercato del lavoro e dei prodotti”.
L’Italia ha recuperato finora “solo una frazione dei sette punti di prodotto interno lordo che ha perso durante la crisi globale”.
Al secondo punto tra i motivi della messa sotto revisione i rischi legati alla messa in pratica dei “piani di consolidamento fiscale richiesti per ridurre il debito pubblico e tenerlo a livelli gestibili”.
Potrebbe rivelarsi difficile generare l’avanzo primario di bilancio necessario a dare inizio a “una solida tendenza al ribasso”, secondo Moody’s, che cita la recente bocciatura delle proposte sull’acqua ai referendum come prova del fatto che il governo ha difficoltà a fare approvare politiche di riforma.
Terzo punto “i rischi legati alle mutate condizioni per gli emettitori sovrani europei fortemente indebitati”, con il mercato sempre più pronto a punire i paesi con “peso del debito più alto della media, come l’Italia”.
Nel caso dovesse arrivare un taglio, sarebbe il primo per l’Italia da parte di Moody’s da oltre quindici anni, visto che le ultime due azioni (nel 1996 e nel 2002) avevano portato ad un aumento del rating.
Ora l’attenzione del mercato si sposta a lunedì, per valutare la possibile reazione delle borse, che avevano registrato freddamente il taglio dell’outlook da parte di S&P.
Occhi puntati soprattutto sulle aste dei titoli di Stato, con quelle di Bot e Ctz, a cui faranno seguito martedì quelle di Btp e Cct.
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Giugno 17th, 2011 Riccardo Fucile
POSSIBILI AUMENTI DEI CONTRIBUTI PER I COCOPRO, MA SACCONI E LA LEGA SONO CONTRARI PER L’IMPATTO NEGATIVO CHE AVREBBERO NELL’ELETTORATO DEL NORD
Stop alla scala mobile sulle pensioni più alte o, in alternativa, un contributo di solidarietà sugli assegni d’oro; aumento graduale dell’età pensionabile delle donne a 65 anni anche nel settore privato.
La previdenza entra, con queste due ipotesi, nel menù dei tecnici della Ragioneria e del ministero del Lavoro che stanno preparando le misure per la maxi-manovra da 40 miliardi che servirà , in base ai patti europei, a raggiungere il pareggio di bilancio nel 2014.
La manovra dovrebbe essere esaminata dal Consiglio dei ministri del 23 giugno insieme alla delega light sulla riforma fiscale (con le tre aliquote e le cinque imposte) preparata dal ministro dell’Economia, Giulio Tremonti.
Le scelte politiche si faranno a ridosso del varo della manovra economica ma, ormai, appare scontato che i tagli riguarderanno anche le pensioni, oltrechè il pubblico impiego (si ipotizza un nuovo blocco della contrattazione nel 2013), la sanità (con l’introduzione dei costi standard al posto di quelli storici) e gli enti pubblici (nel mirino c’è soprattutto l’Ice, l’Istituto per il commercio estero).
Tagli, ma non solo nella previdenza, perchè al ministero del Lavoro puntano a correggere alcune storture della ricongiunzione (il passaggio dei contributi da un ente a un altro) e della cosiddetta “totalizzazione” (si possono cumulare i contributi versati a più enti per ottenere una sola pensione).
Ed è probabile anche un intervento per alzare l’aliquota contributiva dei lavoratori atipici con contratto di collaborazione (i co. co. pro) attualmente intorno al 26 per cento contro il 33 per cento circa a carico dei dipendenti con contratto standard.
Una misura che serve a aumentare il montante contributivo sul quale verrà calcolata la pensione futura.
Sotto la spinta di una sentenza della Corte di Giustizia europea il governo ha già innalzato l’età pensionabile delle dipendenti del pubblico impiego.
Quest’anno è passata da 60 a 61 anni e nel 2012, con un balzo di ben quattro anni in una volta sola, arriverà al traguardo dei 65 anni, raggiungendo quella prevista per gli uomini. Ora la Ragioneria ipotizza di estendere la misura alle lavoratrici del settore privato.
Una linea però che troverebbe molti ostacoli.
A parte quello prevedibile dei sindacati, c’è, da sempre, la contrarietà dello stesso ministro del Lavoro, Maurizio Sacconi.
Perchè – è il ragionamento che si fa al ministero – una cosa è far restare le donne al lavoro in un ufficio pubblico per altri cinque anni, altra cosa è allungare il tempo del lavoro per un’operaia, magari alla catena di montaggio.
E poichè questa figura di lavoratrice si concentra soprattutto nelle regioni settentrionali, è difficile che la Lega possa accettare una penalizzazione di questo tipo in una fase, tra l’altro, in cui il partito stenta a ritrovare la sua identità sociale.
Ma se quello per le donne è un intervento ancora pieno di incognite, è dato per scontato il contributo di solidarietà sulle pensioni più alte.
Non è ancora stato fissato un tetto, ma l’ipotesi più probabile è che si segua quanto fece Cesare Damiano, predecessore di Sacconi al ministero del Lavoro.
Un blocco della indicizzazione delle pensioni più alte (attualmente vengono adeguate solo al costo della vita e non più alla dinamica dei contratti di lavoro), così da recuperare risorse per alzare il tasso di copertura dall’inflazione dei trattamenti più bassi (oggi più o meno al 75 per cento).
Damiano, con una specie di contributo di solidarietà strutturale, bloccò le pensioni superiori a 3.800 euro lordi mensili.
Con un risparmio intorno ai 140 milioni di euro l’anno.
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Giugno 10th, 2011 Riccardo Fucile
IL TESORO PREPARA MISURE PER 40 MILIARDI, IL PREMIER PARLA DI RIDUZIONE DELLE TASSE TRA DUE ANNI, OVVERO QUANDO NON CI SARA’ PIU’
“Io non devio di un centimetro dagli impegni presi con la Ue e con il Quirinale”.Quello siglato tra Silvio Berlusconi e Giulio Tremonti sembra solo un compromesso dalle fondamenta piuttosto fragili.
Basato su una formula linguistica che ha un solo obiettivo: evitare la sconfitta ad entrambi.
Ma si tratta di un risultato di breve periodo.
Un modo che permette al premier di annunciare la riforma fiscale e cantare vittoria con i suoi fedelissimi con un battagliero «l’ho piegato».
E al ministro dell’Economia di ribadire: «Io non devio di un centimetro. Sarei stato piegato se avessi accettato di tagliare le tasse senza il pareggio di bilancio».
Eppure, nelle prossime settimane I’affaire rischia di riproporsi in tutta la sua forza.
Perchè uno dei pilastri della tregua riguarda il debito pubblico.
«Silvio–ha fatto notare il titolare del Tesoro ad alcuni ministri – ha detto ciò che solo qualche giorno fa non voleva dire: l’abbattimento del debito si farà . E nulla si farà in deficit».
Il saldo, insomma, sarà “zero”.
Questo, dicono al Tesoro, è il «presupposto» ineliminabile.
Un promessa questa che nella tregua armata trai duerappresenta un elemento portante. Anche perchè nel delicato colloquio che “Silvio e Giulio” hanno avuto ieri prima del consiglio dei ministri è stata concordata una «premessa» rispetto alla legge delega per il taglio delle tasse: il governo varerà preliminarmente un maxidecreto che fissa tutte le misure di rientro dal debito da qui fino al 2014.
Con un importo complessivo vicino ai 40 miliardi di euro.
Di cui circa tre miliardi da rintracciare subito («manutenzione dei conti», viene definita).
Altri cinque nel 2012. E tutti gli altri dovranno essere recuperati nel biennio 2013-2014.
«Misure specifiche–è stata la richiesta del ministro al capo del governo – di come correggeremo il bilancio da presentare alla Commissione europea, luogo di compensazione, e ai mercati, luogo di collocamento».
Ma – è l’avvertimento – queste cifre sono valide solo «in via prudenziale» e «se non si spende di più».
«Questo–ha ribadito all’inquilino di Palazzo Chigi – si aspettano i mercati e l’Europa».
Questo è il percorso per il quale l’Italia ha firmato le sue garanzie per tentare di avvistare la soglia del 60% nel rapporto debito/pil.
Anche l’ultimo faccia a faccia, dunque, non ha affatto diradato le nuvole che si sono addensate sul governo e sul rapporto tra i due contendenti.
«Almeno – si è sfogato il Cavaliere – cerchiamo di armonizzare il linguaggio». Certo, il premier ieri ha abbandonato i toni ultimativi. Nello stesso tempo continua a non fidarsi del suo interlocutore.
E’ convinto che il percorso parlamentare di questi provvedimenti sia costellato di trappole.
Sa che la riforma fiscale – seppure depositata entro l’estate – avrà un iter parlamentare lunghissimo. Almeno di un anno. Le leggi delega sono così.
E difficilmente andrà in vigore prima del 2013.
Ma è soprattutto l’importo della “sforbiciata” a rappresentare un gigantesco punto interrogativo: basti pensare che un punto di Irpef vale circa 7,5 miliardi.
«Si fa come dico io», aveva minacciato il capo del governo ieri mattina vedendo Gianni Letta. Con Tremonti poi il vocabolario utilizzato è stato leggermente diverso: «La responsabilità del governo è mia, non tua». Il rapporto è logoro. La sfiducia reciproca evidente.
Il presidente del consiglio non è più sicuro di aver trascinato dalla sua parte Umberto Bossi.
Il vertice nottumo di martedì notte, ad esempio, è stato il frutto di un caso.
Tremonti e il Senatur stavano per andare a cena in un ristorante di Ciampino (nei pressi dell’aeroporto militare) e il programma è saltato per la telefonata imprevista del premier: «Se state insieme – ha sollecitato con un certo allarme – venite a mangiare da me».
Tant’è che il chiarimento a tu per tu tra il ministro dell’Economia e il capo lumbard è slittato a mercoledì sera nel ristorante del Senato.
«Capisco le tue ragioni – ha ammesso Bossi – so bene che cosa possano fare i mercati e che non ci sono i soldi. Soprattutto so bene che non si può prendere per il culo la gente. E non del la Lega abbiamo pagato più per le immagini in tv dei barconi in arrivo dall’Africa che non per la situazione economica».
«Berlusconi invece–si lamentava Tremonti – mi dice vai avanti tu che a me vien da ridere». Insomma il sentiero per il centrodestra e per il governo si conferma strettissimo.
Al di là del pressing di Palazzo Chigi, una riforma fiscale adesso resta comunque un’ipotesi da verificare.
Lo stesso Tremonti, che conta sul sostegno del presidente della Repubblica, ha fatto notare al premier che nel nostro bilancio, la componente strutturale è assolutamente preponderante. E quindi più difficile da incidere.
Non a caso al Tesoro stanno puntando i riflettori su quattro “tavoli di lavoro” che studiano come “estrarre” le risorse necessarie.
Ma di questi, sono duei settori “sensibili”.
Quell osulle “Agevolazioni fiscali”, presieduto da un uomo della Banca d’Italia come Vieri Ceriani e quello sullo “Stato sociale il fisco” guidato da Mauro Marè.
Dal primo si evince che il montante delle agevolazioni fiscali supera i 150 miliardi l’anno.
E alcuni studi fanno capire che basterebbe un risparmio del 10% per “conquistare” 15 miliardi di euro.
L’altro è ancora più interessante per l’Economia. Ma colpirebbe il sistema del “mondo assistenziale”.
Come spesso ripete il capo di Via XX Settembre «oggi rischiamo di dare poco a chi ha bisogno e un bell’assegno alle signore bionde che girano con il suv».
Una soluzione del genere implica comunque sacrifici pesanti.
La terza ipotesi riguarda lo “scambio” Irpef-Iva, ridurre le aliquote sulle persone aumentando l’imposta sui consumi.
«Lo scrivevo già nel ’91», ha ricordato Tremonti proprio nel colloquio con il premier di ieri.
Ma tutti gli studi devono essere in grado di reggere l’impatto di una crisi economica che potenzialmente potrebbe presto assumere connotati dirompenti.
A Via XX Settembre il “caso Grecia” è un fantasma che aleggia costantemente.
«La Grecia– dice da tempo il ministro– obbliga tutti al rigore».
E nonostante l’angoscia che sta stringendo d’assedio Palazzo Grazioli, Tremonti ripete ossessivamente a tutti la stessa regola di comportamento: «Vedere cammello, dare soldi». Abbassare il debito, tagliare le tasse.
Tito Claudio
(da “La Repubblica“)
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Giugno 8th, 2011 Riccardo Fucile
SILVIO “PERSEGUITATO” DA UN ALTRO NEMICO: ORA TOCCA AL MINISTRO DELL’ECONOMIA… LA LEGA MANIFESTA ORMAI INSOFFERENZA, NON SANNO COME USCIRNE
C’è un tarlo che in questi giorni tiene sveglio Silvio Berlusconi, impegnato in un braccio di ferro con il ministro dell’Economia per arrivare al sospirato taglio delle tasse.
Un sospetto che gli è stato soffiato nell’orecchio da alcuni ministri del Pdl, categoria nella quale non abbondano gli amici di Tremonti.
Il timore del Cavaliere è che il ministro dell’Economia, certo per tutelare il paese da una tempesta sul debito, certo per ottemperare agli obblighi assunti in sede europea, certo per assicurare un futuro ai risparmi degli italiani, sotto sotto stia anche giocando una sua partita molto personale.
«Tremonti vuole andare al Quirinale al posto tuo», gli suggeriscono i suoi uomini.
E il premier, stupito dall’ostinazione con cui il ministro si oppone a qualsiasi ipotesi di abbassamento della pressione fiscale, se ne starebbe convincendo davvero.
È l’incubo “Ciampi”, quello che tiene sveglio Berlusconi.
Il fantasma di un ministro dell’Economia che salva i conti italiani, si trasforma in un ” padre della patria” e viene sospinto con tutti gli onori (e i voti del centrosinistra) sul Colle più alto.
Vanificando così ogni sogno del Cavaliere di finire la sua carriera politica entrando nel Pantheon della Repubblica.
Con questi pensieri in mente Berlusconi si prepara al duello decisivo con il ministro, che ieri si è fatto forte del richiamo di Bruxelles all’Italia per orientare ogni euro in più alla riduzione del debito pubblico.
Senza pensare quindi a tagliare le tasse.
Oggi Berlusconi riunirà lo stato maggiore del Pdl, coordinatori, segretario politico e capigruppo per mettere sul tavolo le richieste da portare al ministro dell’Economia. Lunedì nuovo incontro ad Arcore con Tremonti e Bossi. Si spera quello decisivo. Durante lo scorso ufficio di presidenza del Pdl era stato proprio Tremonti, poco prima dell’inizio della riunione, a chiedere a Berlusconi di non aprire la discussione sulla riforma fiscale.
«Oggi limitiamoci a parlare di politica, ti prego–gli ha chiesto il ministro – e mi impegno a fornirvi qualche utile materiale per impostare la discussione la prossima settimana».
Quel materiale non è ancora arrivato e il Pdl non intende più aspettare.
«Il problema non è Tremonti – spiega Ignazio La Russa– perchè il rigore lo abbiamo accettato tutti. Ma dobbiamo prendere esempio dalla sinistra, che nei momenti di crisi ha sempre avuto un occhio di riguardo peri suoi ceti sociali di riferimento. Si può fare, anche stressando i conti pubblici, perchè è necessario dare risposte ai cittadini: partiamo intanto dai militari, dai lavoratori autonomi, dai giovani in cerca di lavoro. La riforma del fisco va bene, ma intanto bisogna fare delle scelte selettive su chi si può aiutare subito».
Anche il Carroccio scalpita per ottenere qualcosa.
Ieri il capogruppo a Montecitorio, Marco Reguzzoni, si è preso sottobraccio Niccolò Ghedini, il consigliere del premier, ed entrambi si sono chiusi nella stanza del presidente del Consiglio per telefonare a Berlusconi.
Reguzzoni ha annunciato al premier la mozione (poi approvata) che impone a Equitalia di usare la mano leggera con gli evasori che non sono in grado di pagare. Una mozione che il capo del goveno è stato felice di avallare: «Benissimo, avanti così».
Un altro leghista ieri se l aprendeva espressamente con Tremonti: «Vuole imporci una manovra da 40 miliardi e non riesce a trovarne dieci per il quoziente famigliare?». Insomma, anche la Lega è scossa dal «mal di tasse» che ne ha decretato la sconfitta elettorale.
E reclama una soluzione miracolistica dal ministro dell’Economia.
Lo stesso Umberto Bossi, parlando alla Padania, si guarda bene dall’assumere la difesa della linea rigorista.
«Sono Berlusconi e Tremonti a dover trovar la quadra», premette il Senatur.
Certo, il leader del Carroccio ammette che «dovremo stare molto attenti, perchè non dobbiamo tenere conto solo dell’Europa, contano anche i grandi mercati: Londra, New York…quindi, bisogna essere cauti».
E tuttavia, aggiunge perentorio, «alla fine Tremonti dovrà trovare il modo di ridurre un po’ le tasse per le famiglie e per le imprese».
Il 19 giugno a Pontida Bossi intende arrivarci con qualcosa di più concreto che non la kafkiana duplicazione dei ministeri al Nord.
Anche perchè di quella e non di altro si sta parlando.
«L’accordo c’è – rivela Niccolò Ghedini – e riguarda solo l’apertura di uffici di rappresentanza dei ministeri a Milano. I leghisti? Lo sanno benissimo anche loro e infatti ieri ad Arcore ne abbiamo parlato con assoluta tranquillità . Del resto questi uffici a Milano già esistono da tempo e diversi ministri li usano per i loro incontri». Ogni lunedì ad esempio, tanto per restare in tema, nel suo “ufficio distaccato” di Milano, il ministro Tremonti dà appuntamento alla gente che conta: imprenditori, ma soprattutto banchieri.
Bei Francesco
(da “La Repubblica“)
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Maggio 1st, 2011 Riccardo Fucile
LA SCUSA SAREBBE CHE ALMENO QUELLI SOPRAVVISSUTI GARANTIREBBERO UNA ADEGUATA ASSISTENZA. SIAMO ALLA FARSA: INVECE CHE DOTARE TUTTI GLI OSPEDALI DI STRUMENTI, ATTREZZATURE E PERSONALE QUALIFICATO, SAREBBE MEGLIO CHIUDERLI E COSTRINGERE UNA DONNA A MACINARE CENTO CHILOMETRI CON LE DOGLIE
Chiusura dei reparti di maternità che effettuano meno di 500 parti l’anno e
riorganizzazione di quelli che ne registrano meno di 1.000.
La grande novita’ contenuta nel Piano del ministero della Salute per il riordino dei punti nascita, approvato dalla Conferenza Stato-Regioni lo scorso dicembre e dunque operativo, fa gia’ registrare le ”prime resistenze”,
Il Piano portera’ alla chiusura, come stimato dallo stesso ministro della Salute Ferruccio Fazio, di circa il 30% dei reparti maternita’ italiani non rispondenti ai requisiti.
Ad essere coinvolte in maniera piu’ drastica sarebbero le Regioni del sud: in Calabria, ad esempio, si avrebbe la chiusura di 15 punti nascita su 29.
Il piano prevede 10 punti chiave per ridisegnare la ‘mappa’ del percorso nascita, tra i quali: riconvertire i centri in modo che siano tutti attrezzati e sicuri, favorire il parto naturale riducendo il ricorso al parto cesareo, garantire a tutte l’accesso all’analgesia epidurale, migliorare la formazione degli operatori, monitorare e verificare costantemente le attività , promuovere la Carta dei Servizi per il percorso nascita.
I veri problemi si presenteranno ora, sul territorio, in fase di applicazione delle nuove disposizioni, che prevedono la razionalizzazione/riduzione progressiva dei centri con un numero di parti inferiore a 1000 l’anno.
I piccoli ospedali a volte non hanno strumenti e attrezzature necessari, e non possono dunque offrire sufficiente sicurezza, dicono i sostenitori della riforma. La chiusura riguarderebbe 158 punti nascita su 559 nel Paese.
Coinvolte in maniera piu’ rilevante risulterebbero le regioni del Sud.
Sono infatti a rischio chiusura 38 punti su 75 in Sicilia, 22 su 72 in Campania, 15 su 29 in Calabria.
Minore l’impatto sulle regioni del Nord, con 8 punti nascita su 75 sotto i 500 parti l’anno in Lombardia e addirittura nessuno in Piemonte e Veneto.
E sono proprio i parti e le nascite ad essere piu’ frequentemente al centro degli episodi di presunti errori o malasanita’ commessi da medici e strutture ospedaliere in Italia, secondo la casistica raccolta dalla Commissione parlamentare d’inchiesta sugli errori sanitari.
Tra le segnalazioni raccolte infatti, solo tra giugno e settembre 2010, risultano pari a 19 su 47 i casi di neonati o puerpere morti in seguito al parto, per un cesareo mancato o ritardato o per il pellegrinaggio tra diverse strutture. Episodi piu’ spesso verificatisi negli ospedali di Calabria e Sicilia.
Ma la motivazione della presunta “razionalizzazione” è davvero ridicola: se i piccoli ospedali a volte non hanno strumenti e attrezzature necessari, e non possono dunque offrire sufficiente sicurezza’, basterebbe garantiglieli,come in tutti i Paesi civili.
Invece cosa si fa?
Si chiudono, anzichè dotarli di strumenti, attrezzature e personale specializzato.
Da notare che 500 parti all’anno significano 42-45 parti al mese, quasi uno e mezzo al giorno.
Non si tratta quindi di piccoli ospedali sperduti sui monti.
E poi vogliono pure spacciare dei miserevoli tagli per grande opera di “razionalizzazione”…
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Marzo 6th, 2011 Riccardo Fucile
IL CARROCCIO SI PREOCCUPA SOLO DELLE BADANTI E VIVE NELL’INCUBO CHE QUALCUNA POSSA SPOSARE UN ITALIANO E PERCEPIRE LA PENSIONE DI REVERSIBILITA’… MA NON SI INDIGNA CHE UN CONSIGLIERE REGIONALE, DOPO SOLO UNA LEGISLATURA, PERCEPISCA UN ASSEGNO MENSILE DI 2.984 EURO… E DOPO DUE MANDATI DI 4.476 EURO MENSILI
La Lega ha presentato un disegno di legge per negare la pensione di
reversibilità alle giovani vedove.
L’obiettivo, non dichiarato ma altrettanto chiaro, sono tutte quelle badanti, per lo più dell’est, che si sposano con anziani uomini italiani e che poi per anni, dopo la loro morte, usufruiscono della pensione dei mariti defunti (assegno ridotto rispetto a quello di vecchiaia, al 60% se non ci sono figli).
Ovviamente, però, per colpirne alcune si colpiscono tutte.
Il disegno di legge, secondo quanto scrive ‘La Stampa’, è stato presentato da un deputato della Lega Nord, Matteo Bragantini.
Il testo propone che “nel caso di morte del pensionato o dell’assicurato con un’età superiore ai cinquant’anni, qualora non vi siano figli, se il coniuge superstite ha un’età anagrafica inferiore ai quarant’anni, l’erogazione della pensione di reversibilità sia sospesa fino al compimento da parte del medesimo di un’età anagrafica pari a quella che aveva il defunto al momento del decesso o fino al compimento del sessantesimo anno di età ”.
Ma diamo un’occhiata alle pensioni dei consiglieri regionali, con un occhio di riguardo al futuro previdenziale di Renzo Bossi.
Chi ha completato una legislatura, non è più consigliere regionale, incassa dalla Regione un assegno mensile di 2.984 euro.
Con due legislature si ha diritto a 4.476 euro mensili .
Con tre legislature a 5.968 euro mensili.
Oltre le tre legislature il compenso di 6.267 euro al mese.
Ma in pensione si può andare anche prima rinunciando a qualcosa: chi non è più consigliere regionale in carica, può percepire la somma di 2.269 euro mensili.
E se non si è riusciti a completare la fatidica legislatura?
Niente paura: si può acquisire il diritto al vitalizio versando una integrazione per i mesi necessari .
Le somme mensili da sborsare sono 1.114 euro per il vitalizio e 278 euro per avere diritto alla reversibilità .
Un affarone.
Forse
Riccardo Romandini
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Febbraio 27th, 2011 Riccardo Fucile
PER RECUPERARE I 5 MILIONI DA DESTINARE AI MANDRIANI PADANI CHE, DOPO AVER TRUFFATO LO STATO PRODUCENDO PIU’ LATTE DEL DOVUTO, ORA SI RIFIUTANO DI PAGARE LE MULTE, IL GOVERNO LI SOTTRAE DAL FONDO DEGLI STANZIAMENTI PER LA RICERCA ONCOLOGICA… MA NON ERA STATO IL PALLISTA BERLUSCONI A PROMETTERE CHE AVREBBE SCONFITTO IL CANCRO?
Meglio gli allevatori del Veneto che i malati di cancro.
Questa la filosofia della norma, stavolta interamente sulle spalle del governo di Silvio Berlusconi, che vede gli stanziamenti per la ricerca oncologica ridursi a favore delle quote latte, o meglio, delle multe che l’Italia deve all’Europa perchè i mandriani del Nord si sono rifiutati di stare nelle regole.
Hanno “splafonato”, come si dice, ovvero sono andati fuori standard e Bruxelles pretende sostanziose sanzioni a carico dello Stato.
Si ricordano trattori in mezzo alle strade a bloccare il traffico per protesta e siamo arrivati di nuovo a questa scandalosa proroga: fra i tanti capitoli di spesa che si potevano aggredire per coprire quest’uscita, si vanno a toccare proprio i più delicati, come gli stanziamenti per la ricerca oncologica.
L’ultima vergogna del decreto milleproroghe: la proroga delle quote latte pagata togliendo fondi alla cura dei malati oncologici.
Il problema è che questo è un vero e proprio caso di recidiva.
Stefania Bullo, presidente dell’Avapo, l’associazione che riunisce i volontari che assistono i malati oncologici, è indignata: «Questo è un problema di scarsa sensibilità nei confronti di chi si trova a vivere nelle condizioni di malato».
Cos’è che ha fatto tanto arrabbiare la dottoressa Bullo e con lei le tante famiglie di malati oncologici sparsi nel Veneto?
Una perla contenuta nel Milleproroghe approvato al Senato che concede un’altra proroga sulle quote latte agli allevatori accusati di aver “splafonato” (cioè prodotto più del dovuto) e che dovranno pagare le multe alla Comunità europea.
Per accantonare i soldi e permettere al provvedimento di non essere incostituzionale, le risorse – 5 milioni di euro – si sono prese dai fondi per la ricerca oncologica.
Al Veneto la questione interessa perchè gli allevatori fanno parte da sempre dell’album delinquenziale di famiglia della Lega e l’anno scorso non pochi scontri tra l’ex ministro all’Agricoltura Zaia ora governatore e l’ex governatore Galan ora ministro all’Agricoltura, girarono proprio intorno alle multe degli “splafonatori”.
«Certo, poteva essere valutato l’aspetto estetico – dice il senatore Paolo Scarpa Bonazza Buora del Pdl, presidente della Commissione Agricoltura – ma dal punto di vista della ricerca oncologica non cambia niente. Troveremo altri fondi per ripristinare la dotazione della ricerca. Quanto agli allevatori, sappiano che stavolta è veramente l’ultima proroga, solo fino al 30 giugno».
Peccato, non è andata così.
Dopo i rilievi di Giorgio Napolitano, che ha sottolineato come il decreto Milleproroghe — oggi approvato con voto di fiducia alla Camera, e quindi definitivamente entrato in vigore — se fosse stato presentato al Colle nella sua versione parlamentare, difficilmente sarebbe stato firmato, il governo ha dovuto prendere il controllo della situazione, ripristinando l’ordine con il consueto maxi-emendamento, che sostanzialmente riscrive il decreto. Ripristinando e confermando, guarda caso, proprio la norma problematica che si era promesso di affrontare.
Meglio le mucche dei malati, meglio la Lega che la ricerca sul cancro: l’importante è avere le idee chiare.
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Febbraio 20th, 2011 Riccardo Fucile
UNA VALANGA DI FAVORI, PRIVILEGI, AUMENTO DI ACCISE E ADDIZIONALI…LA LEGA SALVA 70 ALLEVATORI DISONESTI E RINVIA ANCORA IL PAGAMENTO DELLE QUOTE LATTE: COSTO 30 MILIONI…IN CASO DI CALAMITA’ I CITTADINI DELLA REGIONE COLPITA SI PAGHERANNO PURE UNA TASSA ADDIZIONALE…IL FONDO DELLA PROTEZIONE CIVILE FORSE SERVE SOLO A COSTRUIRE PISCINE TAROCCATE
Altro che assalto alla diligenza: il Milleproroghe come uscito dalle Commissioni Bilancio e Affari costituzionali del Senato contiene una valanga di favori, privilegi, disposizioni oscure, tutte a carico dei cittadini onesti.
Prelievi sul cinema, per le calamità , aumenti di accise e di addizionali.
Il testo è stato varato ieri dalle commissioni e lunedì sbarcherà in Aula.
Dove già si preannuncia il maxiemendamento: sarà il governo a riscrivere tutto.
Ad agitare la bandiera della vittoria è come al solito la Lega, che perentoriamente difende una settantina di allevatori disonesti, concedendo una pioggia di denaro per il rinvio delle quote latte.
Siamo al secondo rinvio di sei mesi, e – caso strano – si passa dagli originari 5 milioni stanziati addirittura a 30milioni: sei volte di più.
Senza alcuna ragione apparente.
Tanto per capire, si taglia al welfare, alle pari opportunità , al ministero dell’Economia, allo sviluppo, per pagare chi ha infranto le regole.
Uno schiaffo ai cittadini, ma anche all’antagonista ministro Giancarlo Galan (Pdl), che glissa sull’argomento.
Ancora peggio si è fatto sulle calamità naturali e le emergenze.
Un emendamento Pdl – approvato – dispone che in caso di calamità sarà la Regione interessata a dover aumentare tributi, aliquote o addizionali per provvedere all’emergenza.
Se tutto ciò non dovesse bastare, si potrà decretare l’aumento dell’accise sulla benzina fino a un massimo di5 centesimi al litro.
Solo in seconda battuta si potrà accedere al fondo speciale della Protezione Civile, che poi dovrà essere «corrispondentemente e obbligatoriamente rientegrato con lemaggiori entrate derivanti dall’aumento dell’accise sul gasolio» sempre in misura di massimo cinque centesimi per litro.
A questo punto ci si chiede: a che serve il fondo della Protezione civile? Forse a costruire piscine per i campionati di nuoto?
Stessa cosa vale per l’emergenza rifiuti.
Cittadini soffocati dalla spazzatura e tartassati dal fisco regionale.
Sarebbe questo il federalismo sbandierato dal centrodestra: ognuno fa per sè.
Nessuna solidarietà .
Grazie al pressing delle opposizione, passa la sospensione dei tributi per gli aquilani.
Nelle ultime ore di votazione rispunta anche il «condono mascherato » per la Campania: non si abbatteranno le abitazioni abusive.
Insorgono gli ecologisti, ma il parlamentare Nicola Cosentino definisce l’operazione «un sostegno alle famiglie».
Movimenti anche sulla Consob, dove scompare il trasferimento a Milano, ma resta una generica riorganizzazione e l’ipotesi di un trasferimento da altra amministrazione con trattamento economico adeguato all’Authority.
Altri «favori» ai traghetti inquinanti sui laghi lombardi, che restano inquinanti. E poi tre posti in più nella giunta di Roma.
Ora la palla passa a Tremonti.
Ma di palle ne abbiamo già sentite abbastanza.
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