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REVOCA DELLA CONCESSIONE: NEL GOVERNO E’ RIMASTO SOLO DI MAIO A URLARE DAL BALCONE

Agosto 17th, 2018 Riccardo Fucile

MALUMORE TRA I GRILLINI VERSO CONTE: “SE LA REVOCA ERA IMPOSSIBILE, UN DOCENTE DI DIRITTO PRIVATO NON LO SAPEVA?”

“La nostra intenzione è revocare la concessione ad Autostrade per l’Italia. La posizione del Governo è che chi non vuole revocare le concessioni ad Autostrade deve passare sul mio cadavere. C’è un volontà  politica chiara”: il vicepresidente del Consiglio e bisministro Luigi
Di Maio ci ha messo la faccia ieri sera a In Onda per spiegare che i Benetton non hanno scampo: la concessione verrà  revocata senza se e senza ma. Faccia da guerra e da cattivo sicuro del risultato finale.
Ma Di Maio sta esagerando, o forse bluffando. Perchè in realtà  all’interno del governo la situazione è molto più fluida di quello che lui immagina.
Non è un caso che nel comunicato della presidenza dopo il consiglio dei ministri non ci sia alcun cenno alla questione della revoca della concessione.
Non è un caso che il ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti Danilo Toninelli   fosse molto più timido dopo essere stato informato dai suoi tecnici di come la questione non fosse così semplice.
La revoca non può essere unilaterale, ci sono tempi da rispettare. E, soprattutto, costi da sostenere.
Non a caso negli stessi minuti in cui Conte dava la revoca praticamente per fatta, lo stesso Toninelli parlava di «eventualità », di «extrema ratio».
Spiega oggi il Corriere della Sera che a parte Di Maio la retromarcia nel governo è completa:
Revocare la concessione significherebbe dover indennizzare la società . Farlo senza rispettare la procedura esporrebbe lo Stato a un ricorso che potrebbe far salire i costi ancora di più. Insomma, il risultato finale potrebbe essere un maxi indennizzo per la famiglia Benetton, l’esatto opposto delle intenzioni dichiarate dal governo. Un autogol.
Fatto l’annuncio, al governo non resta che studiare una exit strategy, per fare marcia indietro dando l’impressione di andare avanti.
Il primo a muoversi è Matteo Salvini: chiede ad Autostrade di «mettere mano al portafoglio» ma glissa sulle concessioni, «ne parleremo poi».
I tempi della giustizia si possono, anzi si devono, aspettare. La spiegazione fatta dai tecnici a Toninelli è arrivata a tutti.
Nel Movimento c ‘è anche una certa sorpresa e irritazione per il fatto che il premier, da avvocato, non si sia reso conto che la linea della revoca subito non fosse sostenibile.
La strategia per la riduzione del danno prevede anche un altro passaggio: far sapere che in caso la revoca della concessione riguarderebbe solo l’A10, l’autostrada che passa per Genova, non tutta la rete. Ipotesi tecnicamente complessa.
La scelta più probabile, in realtà , è quella della multa.
Revocare la concessione è tecnicamente possibile. Ricorda oggi Tommaso Rodano sul Fatto che   i rapporti generali tra “concedente” (lo Stato, tramite Anas) e “concessionario”(Autostrade per l’Italia) sono regolati dalla convenzione firmata nel 2007, ai tempi del governo Prodi.
Lo Stato può avviare il procedimento di decadenza della concessione in caso di “gra ve inadempienza”da parte del concessionario. Tra gli obblighi assunti da Autostrade c’è anche il “mantenimento della funzionalità  delle infrastrutture concesse attraverso la manutenzione e la riparazione tempestiva delle stesse”(art. 3, comma 1, lettera b della convenzione). Ipotizzata la “grave inadempienza”, lo Stato potrebbe quindi avviare la procedura per la revoca secondo l’articolo 9.
La procedura deve iniziare con una contestazione formale, dopo la quale al concessionario (Autostrade) è concesso un primo “congruo termine” non inferiore a 90 giorni, e un “ulteriore termine non inferiore a 60 giorni per adempiere a quanto intima to ”. Traduciamo: iniziata la procedura, Autostrade avrebbe 5 mesi per mettersi in regola.
E questo spiega perchè Autostrade si è detta pronta a ricostruire il viadotto in cinque mesi (e non sei o quattro).
Ma, come spiegavamo ieri, la revoca della concessione è blindata dall’articolo 9 bis: “Il Concessionario avrà  diritto (…) ad un indennizzo/risarcimento a carico del Concedente in ogni caso di recesso, revoca, risoluzione anche per inadempimento del Concedente”.
In sostanza, lo Stato sarebbe costretto a risarcire la società  di Benetton anche in caso di inadempienza accertata.
Di quanto? Una ventina di miliardi di euro, visto che gli utili della società  sfiorano il miliardo e mancano vent’anni alla fine della concessione. Un salasso di proporzioni mondiali, pari a più di un punto di PIL.
Insomma, mentre il vicepremier è lì a strillare sul balcone “Voglio la revoca” il resto del governo non sembra entusiasta di una promessa che sembra impossibile da mantenere, giurisprudenza alla mano. Anzi, c’è di più.
Perchè nel frattempo ieri la Consob si è mossa, come era normale che fosse, per spiegare all’esecutivo che è necessario agire nel pieno rispetto delle procedure, evitando accuse non comprovate, in modo da non prestare il fianco a controffensive legali di Atlantia che potrebbero rivelarsi dannose per lo Stato italiano e nocive per gli stessi personaggi di governo, visto che il reato di aggiotaggio esiste.
Non solo: il Messaggero nota che la battaglia politica potrebbe anche rivelarsi un boomerang per i 5 Stelle: pronti ad approfittarne sarebbero i leghisti, nel caso.
«E poi se davvero i vertici di Atlantia fossero colpevoli non gli ritiri la concessione, li spedisci all’ergastolo. Aspettiamo la magistratura, evitiamo i processi sommari di cui sono appassionati i grillini», aggiunge non senza sarcasmo un ministro leghista.
«La nostra impostazione», spiegano nell’entourage di Salvini, «è diversa da quella di Di Maio e dei 5Stelle. Meno ideologica, meno emotiva e più pratica.
Salvini ha chiamato i vertici di Atlantia e lavora per portare un aiuto immediato ai familiari di chi ha perso la vita nel crollo, alla città  di Genova e agli altri enti locali coinvolti dal disastro. Insomma, noi puntiamo a ottenere risultati immediati o a breve. I grillini, invece, conducono una battaglia simbolica e ideologica, dall’esito incerto». La sintesi: «E’ troppo parlare di scontro nel governo, si tratta piuttosto di diversità  di linea. Si può dire che Salvini ha preso una bonaria presa di distanza dai 5stelle…».
Salvini, che in Veneto ha un numero di voti non indifferente ma soprattutto una serie di amministratori in buoni, se non ottimi, rapporti con i Benetton, potrebbe approfittare della situazione per guadagnare qualche punto nei confronti di quell’establishment che finora lo ha guardato come il fumo negli occhi e che con il Decreto Dignità  ha criticato apertamente, proprio dal Veneto, la sua capacità  di rappresentare gli interessi del Nord industriale.
Intanto Di Maio rimane lì, solitario, a urlare “Via la concessione”, con il cerino acceso in mano.

(da “NextQuotidiano”)

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TRA GLI SFOLLATI DI GENOVA: “NON TORNEREMO PIU’ E NON DIMENTICHEREMO MAI”

Agosto 17th, 2018 Riccardo Fucile

“DA UN MOMENTO ALL’ALTRO SIAMO RIMASTI SENZA PIU’ NIENTE”

All’ingresso del quartiere, cento metri prima della zona rossa, la scritta sul muro la vedono tutti: “perchè quello che lasci non va più via”. L’ha fatta nel 2006 un ragazzo innamorato ma per la gente che abita sotto il ponte ora è come se fosse lì solo per loro. “Non torneremo più e non dimenticheremo mai”.
Le case sotto il ponte Morandi l’hanno costruite per i ferrovieri, una decina di palazzine a più scale con l’affaccio su due strade, via Walter Fillak e via Enrico Porro, strette tra i binari. Treni di qua, treni di là . Ogni ora, ogni giorno. Poi negli anni sessanta è arrivato lui, il “mostro sopra le nostre teste”. Hanno pure tagliato una parte del tetto di due palazzine per farci entrare il pilone. Per arrivarci si lascia la rotonda di Sampierdarena sulla sinistra e si segue la ferrovia, passando davanti al deposito dell’Amt, l’azienda dei trasporti genovesi.
“La guerra tra poveri non serve a nessuno” hanno scritto sul muro d’ingresso. Qui ci abita gente che lavora assieme a vecchi portuali in pensione, donne che parlano solo spagnolo e ragazzini che hanno nomi sudamericani e ogni tre parole è un ‘belin’. Immigrati di seconda generazione, figli di gente arrivata dall’altra parte del mondo per lavorare a testa bassa, come fecero gli italiani tanti anni fa.
La zona rossa va dal civico 2 al civico 11 e quando ci entri istintivamente cerchi la maschera antigas: sembra di essere in uno di quei posti dove è appena esplosa nelle vicinanze una centrale nucleare e tutti sono fuggiti via lasciando ogni cosa al suo posto. È tutto immobile: le auto parcheggiate bene e i motorini lasciati in mezzo alla strada, le tende da sole tirate e la posta nelle cassette.
Al civico 18 uno scivolo colorato stride accanto al muraglione grigio della ferrovia. “Io qui ci sono nato, sotto al ponte proprio – dice Fabio Lisci mentre i vigili del fuoco lo accompagnano a riprendere qualcosa in casa – Ci nasci, ci convivi ma non ti ci abitui mai, pensi sempre che possa cadere anche se poi non ci credi mai fino in fondo. Neanche l’altro giorno quando l’ho visto venire giù ci ho creduto”.
Giovanni Sanna, ex finanziere in pensione, è uno sfollato pure lui, vive dall’altra parte della ferrovia, in Via del Campasso. “Che resto a fare qui, il barbone che dorme in strada o in albergo? Me ne andrò ma non ho neanche le chiavi della macchina, non ho niente. Una situazione assurda, da un giorno all’altro sei senza più nulla. Siamo messi male davvero”.
Al civico 7 il silenzio è pesante e la scritta nel cortile sa d’antico: “vietato il gioco della palla”. Alzi lo sguardo e proprio sopra la testa incombono gli stralli arrugginiti del ponte. Uno di quelli, è l’ipotesi, ha ceduto e si è portato giù tutto. Dieci metri più avanti ci sono i due civici su cui la struttura sembra appoggiarsi, il 9 e l’11. Una maglietta arancione da bambino stesa ad asciugare segna il confine: finisce Sampierdarena inizia Certosa.
“Anche se non ce lo dicono lo abbiamo capito da soli, perchè quel ponte ce l’abbiamo sopra la testa da 33 anni – Giuseppa Taormina è sicura – Abbatteranno casa mia, da un giorno all’altro ci hanno tolto tutto e ora siamo qua, senza nulla. Se ci daranno la casa? Voglio vedere che non ce la danno la Lega e i Cinquestelle. Li abbiamo votati anche noi sai? Abbiamo avuto per 50 anni politici che non hanno fatto nulla, loro promettono di cambiare. Bene, ora hanno l’occasione per dimostrarlo”.
L’amica Maria scuote la testa. In questo momento non le importa nulla di quel che sarà . “Provate a mettervi nei miei panni, nei panni della gente che ha perso tutto in un istante. Cosa volete sapere, non c’è proprio nulla da dire”.
Valeria e Gabriel Manzueta sono seduti al Centro Civico Buranello, il punto d’incontro per gli sfollati. Attendono che gli dicano qualcosa, che gli facciano sapere dove andranno visto che a casa non ci possono tornare. Abitavano al numero 9 di via Porro. Lui lavora al Bingo, lei è disoccupata.
“Ogni notte era un inferno, quel ponte lo sentivamo scricchiolare e poi i lavori non finivano mai, ogni giorno, fino all’una di notte”.
Dall’altra parte di casa loro, su via Fillak, a 20 metri dal ponte maledetto, c’è il manifesto dell’ultima fatica di Tom Cruise. Esce il 29 agosto. “Mission impossible: fallout”. La missione impossibile, per la gente delle ex palazzine dei ferrovieri, è tornare a casa.

(da agenzie)

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SU QUEL PONTE STAVA PASSANDO UN MONDO INTERO

Agosto 15th, 2018 Riccardo Fucile

TRA LE VITTIME NON SOLO GENOVESI, MA ANCHE PIEMONTESI, TOSCANI, CAMPANI, SICILIANI, FRANCESI, ALBANESI E SUDAMERICANI

C’era il mondo, in quei cento metri di ponte crollato.
Tanti genovesi, certo, che attraversavano il viadotto e lì, sospesi in un limbo insieme fragile e avveniristico, si sentivano a casa propria.
Tanti genovesi che sotto la Lanterna avevano sempre vissuto e genovesi d’adozione. Ma anche cittadini francesi, cileni, albanesi. La storia della loro fine racconta altre storie, bellezze, gioie e sofferenze. Alcuni corpi sono ancora in corso di identificazione.
A perdere la vita, però, c’erano pure tre persone che si sono trovate al posto sbagliato nel momento sbagliato.
Erano due lavoratori trimestrali assunti da Amiu, la municipalizzata che si occupa di rifiuti, e avevano appena finito il proprio turno Bruno Casagrande, 35 anni, e Mirko Vicini, 31, entrambi genovesi.
Stavano posteggiando i mezzi dopo aver finito il proprio turno in un’area di manovra accanto all’isola ecologica, il ponte collassato li ha travolti.
A pochi passi da loro, Sandro Campora, 53 anni, pure lui travolto.
Sono diventati, fin dalle prime ore di ieri, il simbolo di una tragedia insensata Roberto Robbiano, 44 anni, ed Ersilia Piccinino, di 41. Insieme al figlio Samuele, 8 anni, stavano andando a Voltri, estremo ponente genovese, per pranzare da parenti. Erano di Campomorone.
C’è anche una famiglia di Pinerolo tra le vittime: Andrea Vittone, 49 anni, la compagna Claudia Possetti 48 anni e i due figli della donna: Manuele e Camilla Bellasio, rispettivamente di 16 e 12 anni.
Così come ci sono anche quattro ragazzi di Torre del Greco: si tratta di Matteo Bertonati, Giovanni Battiloro, Gerardo Esposito e Antonio Stanzione, tutti poco più che ventenni: stavano attraversando Genova per dirigersi verso Nizza e poi a Barcellona.
Andrea Cerulli, invece, 48 anni, soprannome “Feno”, era un camallo. Un lavoratore del porto, della Culmv, tifosissimo del Genoa. Ieri era nella sua città  per lavoro, mentre il figlio e la compagna erano in ferie, al mare. “Il Genoa Club Portuali Voltri – si legge in un comunicato – si stringe attorno alla famiglia di Andrea, nostro associato, nostro amico, nostro collega, vittima della tragedia di Ponte Morandi. Ciao Andre”.
Giorgio Donaggio, savonese di Andora, aveva 57 anni ed aveva un cantiere nautico in riviera. In gioventù campione di moto trial lo ha ricordato su Facebook Vittorio Brumotti star acrobatica di Striscia la Notizia.
Dalla Francia alla Sardegna, il viaggio di tre francesi iniziato a Montpellier era giunto quasi all’imbarco dei traghetti. Si chiamavano Axelle Nèmati Alizee Plaze, 21 anni, Nathan Gusman, 20, e Melissa Artus, 22: per identificarli sono stati fondamentali alcuni piercing.
Luigi Matti Altadonna, 35 anni, era originario di Borghetto Santo Spirito, nel savonese, ma ormai viveva da tempo a Genova. Per lui si era mobilitato anche il sindaco di Borghetto, che aveva diffuso un disperato messaggio su Facebook, prima che il corpo venisse identificato nell’obitorio di San Martino.
Marjus Djerri, 28 anni, addetto alle pulizie, originario dell’Albania, era in macchina per raggiungere Rapallo. Con lui il collega Edy Bokrina. Avevano appena finito il turno al Vte di Voltri.
Sotto il ponte, ieri, per ore sono rimasti i parenti di Marjus, nella speranza che il miracolo si avverasse, che il proprio ragazzo uscisse vivo dalle macerie.
Marta Danisi, 28 anni, siciliana, aveva trovato da poco lavoro ad Alessandria. Viveva a Pisa con Alberto Fanfani, 32 anni, nato a Firenze, medico anestesista in Toscana. Tutti e tue erano in macchina al momento del crollo.
Toscani, ma in provincia di Arezzo, erano anche Stella Boccia, di 23 anni, residente a Viciomaggio. Era in vacanza con il fidanzato, Carlos Jesus Eraso Trujillo, 24, anni, residente a Capolona.
Elisa Bozzo, 34 anni, di Busalla, in provincia di Genova, sul proprio profilo Facebook ha ancora scritto “Come posso non celebrarti, vita!!!”.
E i commenti degli amici, delle persone che le volevano bene, non fanno che confermare il suo carattere solare.
Juan Carlos Pastenes, 64 anni, faceva lo chef. Originario di Santiago del Cile, viveva a Genova da più di trent’anni. La Lanterna, come tanti sudamericani, era ormai casa sua.
La lista delle vittime comprende anche i nomi di Francesco Bello, 41 anni, Marian Rosca, 36, Vincenzo Licata, 57, Juan Ruben Figueroa Carrasco, 68.
Altri corpi sono in corso di identificazione.

(da “La Repubblica”)

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LE BALLE DI TONINELLI: NON PUO’ CHIEDERE NE’ LE DIMISSIONI DEI VERTICI DI AUTOSTRADE NE’ LA REVOCA DELLA CONCESSIONE

Agosto 15th, 2018 Riccardo Fucile

LA SOCIETA’ E’ PRIVATA E SOLO GLI AZIONISTI PER LEGGE POSSO CHIEDERE LE DIMISSIONI… LA CONCESSIONE SCADE NEL 2038 E SI PUO’ REVOCARE SOLO PER “DOLO GRAVE”, QUINDI MAI… NON SOLO: TONINELLI CON CERTE DICHIARAZIONI SU UNA SOCIETA’ QUOTATA IN BORSA RISCHIA L’ACCUSA DI AGGIOTAGGIO

Danilo Toninelli stamattina ha pubblicato su Facebook un post in cui chiede le dimissioni dei vertici di Autostrade per l’Italia, afferma che sono state attivate le procedure per la revoca delle concessioni e parla di multe da comminare fino a 150 milioni di euro.
Lo voglio ribadire con ancora più forza: chi ha colpe per questa tragedia ingiustificabile dovrà  essere punito. Alle società  che gestiscono le nostre autostrade sborsiamo i pedaggi più cari d’Europa mentre loro pagano concessioni a prezzi vergognosi. Incassano miliardi, versando in tasse pochi milioni e non fanno neanche la manutenzione che sarebbe necessaria a ponti e assi viari. I vertici di Autostrade per l’Italia devono dimettersi prima di tutto. E visto che ci sono state gravi inadempienze, annuncio fin da ora che abbiamo attivato tutte le procedure per l’eventuale revoca delle concessioni, e per comminare multe fino a 150 milioni di euro. Se non sono capaci di gestire le nostre Autostrade, lo farà  lo Stato.
Autostrade per l’Italia è una società  del gruppo Atlantia il cui principale azionista è la famiglia Benetton. Gestisce circa 3000 chilometri e la scadenza delle concessioni è datata 31 dicembre 2038.
Il gruppo Atlantia è quotato in Borsa a Milano e gestisce in totale cinquemila chilometri di autostrade tra Italia, Brasile, Cina, India e Polonia oltre che gli aeroporti di Fiumicino e Ciampino in Italia e altri in Francia.
I vertici di Autostrade per l’Italia sono quindi nominati da una società  privata e non dallo Stato: il ministro tecnicamente non può fare nulla perchè la loro nomina e la loro revoca competono agli azionisti.
La minaccia di revoca delle concessioni e di multe, peraltro effettuata mentre non si conoscono ancora le cause del disastro di Genova, può avere fortissime ripercussioni sul prezzo delle azioni, specialmente quando non seguita da atti concreti — il ministro Toninelli diede spettacolo in Parlamento ammettendo che, a parte gli hashtag lanciati sui social, i porti in Italia non sono mai stati chiusi con azioni amministrative — e influire sul prezzo di un bene quotato in Borsa può essere considerato reato.
La società  è quotata in Borsa e Toninelli rischia l’accusa di aggiotaggio se minaccia sanzioni e revoche
Per quanto riguarda invece la revoca delle concessioni, l’AGI scrive che il ministero sta addirittura valutando la possibilità  di trasferire la gestione dell’A10 all’Anas.
Ma la stessa agenzia di stampa segnala che la revoca della concessione con Autostrade per l’Italia per la A10 Genova-Savona SCADE NEL 2038   ed è estremamente improbabile visto che sarebbe possibile solo in caso di dolo grave e che la società  ha regolarmente rispettato i piani di controllo ed intervento stabiliti in accordo con il ministero dei Trasporti.
La procedura per la revoca della concessione, spiega la fonte dell’agenzia, è molto lunga e complessa e prevede l’individuazione di un grave dolo.
Nel caso specifico, prosegue, risulta che la società  ha fatto tutte le verifiche e gli interventi secondo i piani decisi dalla Direzione per la Vigilanza sulle Concessioni Autostradali del Ministero dei Trasporti.

(da agenzie)

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LA FAVOLETTA DI PONTE MORANDI E LA GRONDA CHE TONINELLI NON VUOLE

Agosto 15th, 2018 Riccardo Fucile

TONINELLI E LA TENTATA CIRCONVENZIONE DI INCAPACE

Ieri abbiamo parlato del comunicato del comitato No Gronda pubblicato nel 2013 sul sito del MoVimento 5 Stelle in cui si diceva che il rischio di crollo del ponte Morandi sul viadotto Polcevera era “una favoletta”.
Il comunicato — che non è sparito dal sito M5S anche se ieri il server sembrava non poter scaricare la pagina a causa delle molte richieste di accesso — è un indizio della politica finora seguita dai grillini in ambito infrastrutturale e non può che andarsi a incrociare con la storia della Gronda di Genova.
Il ministro Danilo Toninelli oggi infatti, mentre chiedeva — senza che ne avesse diritto — le dimissioni dei vertici di Autostrade per l’Italia e minacciava revoche di concessioni e multe varie, infilava nelle ultime righe del suo “messaggio alla Nazione” ripreso subito anche da Luigi Di Maio, un messaggio in codice che suonava tanto da excusatio non petita (e quindi da accusatio manifesta):
A chi invece sta speculando su questa tragedia voglio dire: è impensabile, oltre che ignobile, collegare il crollo del ponte Morandi alla messa in discussione della realizzazione della Gronda di Genova, su cui è in corso un’analisi costi-benefici. Si tratta di un’opera che non costituisce una soluzione sostitutiva rispetto al viadotto sull’A10. E che comunque sarebbe pronta nel 2029. Ora basta sciacallaggio, noi vogliamo le grandi opere utili. E pensiamo soprattutto a rendere sicura questa nostra malridotta Italia
Di che parla Toninelli?
La Gronda è un passante autostradale voluto dalle amministrazioni di centrosinistra e appoggiato da quelle di centrodestra in Liguria, il cui primo progetto risale a quasi trent’anni fa.
La società  Autostrade per l’Italia porta avanti il progetto e a settembre, ricorda oggi Il Fatto Quotidiano, insieme al ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti del governo Gentiloni Graziano Delrio, era stato trovato un accordo: la società  realizzerà  la “Gronda” e in cambio otterrà  la proroga di 4 anni, dal 2038 al 2042, per tutti i 3 mila chilometri (circa) di autostrade possedute dai Benetton tramite la holding Atlantia.
In base al progetto approvato dal ministero un anno fa, il costo è stimato in 4,3 miliardi di euro per 61 km di asfalto, 23 gallerie e 24 viadotti (nuovi o da potenziare). I bandi di gara sono previsti per la fine dell’anno.
A differenza di quanto afferma Toninelli, non è vero che l’opera non costituisse una soluzione sostitutiva rispetto al viadotto Polcevera: è vero invece il contrario, visto che con la costruzione della Gronda la stessa società  Autostrade prospettava l’abbattimento del viadotto Polcevera.
Ma è vero, invece, che stiamo parlando di un’opera i cui tempi di realizzazione non erano in ogni caso compatibili con l’alleggerimento rapido del carico sul Ponte Morandi, quadruplicato negli anni e stimato in crescita nel futuro.
Eppure ieri il sottosegretario alle infrastrutture Edoardo Rixi (Lega) ha puntato il dito in più occasioni nei confronti di chi non vuole la costruzione delle opere pubbliche, e il suo obiettivo non poteva non comprendere anche i suoi alleati di governo.
Il ministro delle Infrastrutture Danilo Toninelli ha inserito l’opera tra quelle da sottoporre “ad una revisione complessiva, che contempli anche l’abbandono del progetto”.
La stessa cosa ha sostenuto un certo Luigi Di Maio. Per questo oggi il MoVimento 5 Stelle si sente sotto attacco per Genova e risponde indicando altri colpevoli (Autostrade per l’Italia) per motivi di propaganda politica, senza probabilmente nemmeno rendersi conto che un ministro non può chiedere le dimissioni dei vertici di una società  quotata in Borsa e rischia l’accusa di aggiotaggio se minaccia sanzioni e revoche.
Mentre promette improbabili piani Marshall per le infrastrutture da perpetrare a danno dei vincoli di deficit europei dei quali non c’è tuttavia traccia nei documenti di programmazione finanziaria nè se ne è mai parlato in sede di legge di bilancio, Toninelli dimostra di saper utilizzare tutti gli slogan che negli anni il M5S ha coniato legandoli insieme in una dichiarazione di senso compiuto.
Purtroppo basta grattare la superficie delle parole in libertà  per scoprire che la tentata circonvenzione di incapace è dietro l’angolo.

(da “NextQuotidiano”)

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“GENOVA E’ ORMAI IL VERO MEZZOGIORNO D’ITALIA”

Agosto 15th, 2018 Riccardo Fucile

GIULIO ANSELMI, EX DIRETTORE DEL SECOLO XIX, GUARDA ALLA SUA CITTA’ “ISOLATA E RASSEGNATA”

Genovese di nascita, dal 1977 al 1984 ha lavorato al Secolo XIX.
Poi la vita e la carriera professionale lo hanno portato in giro per l’Italia. Ma Giulio Anselmi, presidente dell’Ansa, in passato direttore di Stampa, Messaggero ed Espresso, torna spesso nella sua città  nativa, Genova, guardandola con il rimpianto di chi assiste a una città  in “una crisi gravissima”, male amministrata e incapace di avere una visione sul futuro, una città  “rassegnata”.
Il crollo del Ponte Morandi costituisce l’ennesima spaventosa ferita inferta, “un disastro enorme, ma è come una bandiera tragica da sventolare su un disastro più generale”.
Il Governo dice che “chi ha sbagliato pagherà “. Ma il problema delle infrastrutture a Genova è un tema antico e irrisolto.
“Le responsabilità  sono tante e collettive. Il problema infrastrutturale a Genova è drammatico da diversi decenni e non è mai stato veramente affrontato. Basti pensare alla ferrovia, sono anni e anni che annunciano il raddoppio e non si è mai fatto: Genova è uno degli ultimi pezzi d’Italia a non essere raggiunta dall’alta velocità  ferroviaria. Oppure ancora la “Gronda” per il raddoppio stradale. Genova è appesa a delle bombe, con tutte queste autostrade e ponti che gli passano sopra. E poi c’è il problema idrico, quello dei torrenti e delle alluvioni che quasi ogni anno flagellano la città . Senza il Ponte Morandi resta una città  divisa in due e come faranno a unire Ponente e Levante proprio non lo so”.
Si è sempre discusso molto a Genova del Ponte Morandi. Per qualcuno era un capolavoro, lo chiamavano il “ponte di Brooklyn”, per altri era un fallimento di ingegneria. Qualcuno da anni denunciava il rischio di crolli.
“Ci sono sempre state tante polemiche sulla sicurezza, tanto che lo avevano rafforzato in più occasioni anche con grosse corde di acciaio, proprio perchè le preoccupazioni sulla tenuta erano elevate. Gli allarmi c’erano. Tutti sapevano che questo ‘affare’ appeso sulla città  da molto tempo aveva dei problemi, ma è una tradizione tutta italiana quella di fare con grandissima lentezza e superficialità  le grandi opere”.
Leggo una certa rassegnazione nelle sue parole. Non crede nelle capacità  di ripartire della città ?
“Genova e la Liguria sono il vero Mezzogiorno d’Italia, ancor più isolate dal resto d’Europa rispetto ai tempi del fascismo. Genova è in un declino che dura ormai da decenni. Il crollo di un ponte di queste dimensioni in una città  che passa per moderna va oltre ogni sopportazione. Non ci sono attenuanti per le forze politiche che hanno amministrato Regione e Comune negli ultimi tempi, ma è difficile trovare in qualcuno più colpe che in altri. La verità  è che Genova è una città  rassegnata al suo declino, ogni tanto si tampona qualche situazione critica, ma nessuno riesce a invertire la marcia ed avere anche solo una visione sul futuro. Quello di oggi è un vero disastro, ma è una bandiera tragica da sventolare sul disastro generale. È una ferita terribile su una città  in grandissima crisi”.

(da “Huffingtonpost”)

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RENZO PIANO: “I PONTI NON CROLLANO PER FATALITA'”

Agosto 15th, 2018 Riccardo Fucile

“NON CREDO SIA UN PROBLEMA DI MANUTENZIONE, MA QUEL PONTE E’ STATO SOLLECITATO ALL’INVEROSIMILE”

“Non è certo colpa della casualità  nè della topografia della fragile Genova. Io non so cos’è accaduto, posso dire però che non credo al fatalismo che considera incontrollabile l’anarchia della natura, dei fulmini e della pioggia. I ponti non crollano per fatalità . Nessuno dunque venga a dirci che è stata la fatalità “. Lo afferma l’architetto genovese Renzo Piano, senatore a vita, in un’intervista a Repubblica.
“All’opposto della fatalità  c’è la scienza. L’Italia è un paese di grandi costruttori, progettisti geniali, scienziati e umanisti. E però non applicano quella scienza che viene prima della manutenzione e si chiama diagnostica. In medicina nessuno fa niente senza una diagnosi. I ponti, le case e tutte le costruzioni vanno trattati come corpi viventi. In Italia produciamo apparecchiature diagnostiche sofisticatissime e strumentazioni d’avanguardia che esportiamo in tutto il mondo. Ma non li usiamo sulle nostre costruzioni”.
L’auspicio di Renzo Piano è che questa tragica lezione venga compresa.
“Io spero che il maledetto crollo di questo ponte ci faccia riflettere e ci faccia uscire dall’oscurantismo culturale del ‘secondo me si fa così’. Per esempio con la termografia possiamo determinare lo stato di salute di un muro senza neppure bucarlo, proprio come avviene con il corpo umano: si comincia col misurare le temperature delle sue varie parti” […] “Io credo che la manutenzione non sia mai mancata. Quel ponte l’ho sempre visto sotto controllo. Ma Genova è una città  fragile, divisa in due, ed è lunga 20 chilometri. Il ponte è stato sollecitato all’inverosimile”.
Guardando al domani, “per tenere assieme Levante e Ponente forse dovrebbero pensare a un incremento del trasporto sul ferro e sull’acqua. Ma – conclude Piano – questo è il momento del cordoglio e del lutto”.

(da “Huffingtonpost”)

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PERCHE’ IL PONTE MORANDI ERA A RISCHIO

Agosto 15th, 2018 Riccardo Fucile

CRONISTORIA DI UNA TRAGEDIA ANNUNCIATA

Il ponte Morandi, uno dei principali snodi autostradali di Genova, è crollato ieri poco prima di mezzogiorno. La struttura era da tempo sotto osservazione e c’erano stati allarmi sulla sicurezza.
Di evento non prevedibile ha parlato ieri anche l’amministratore delegato di Autostrade per l’Italia, Giovanni Castellucci: «Non mi risulta che il ponte fosse pericoloso e che andasse chiuso». Marigliano ritiene che il motivo del crollo di Genova è ancora misterioso: «Siamo sempre stati ben consapevoli delle sollecitazioni del forte traffico e anche del fatto che il ponte Morandi è una struttura per molti versi complessa. Proprio per questo i controlli sono sempre stati eseguiti tempestivamente e nella maniera più accurata. Le sollecitazioni del traffico certamente possono incidere sulla “durata” di un’opera e accelerarne il deterioramento. Ma gli effetti negativi non hanno mai un’evoluzione come quella che si è verificato sul Morandi, che ora come ora possiamo solo immaginare come qualcosa di impulsivo e violento, al di fuori di quelle che sono le nostre attuali conoscenze».
Tanto che nessuna ipotesi è da escludere, anche le più improbabili: «La struttura è venuta giù così repentinamente e in un modo tale che a me ha fatto pensare alla dinamite. Certo, non c’è nessun elemento che possa avvalorare una tesi del genere nè è stata avvertita una forte esplosione. Ma rende l’idea della portata dell’evento su cui bisognerà  fare assoluta chiarezza non trascurando alcuna ipotesi». Il procuratore capo di Genova, Francesco Cozzi, ha annunciato l’apertura di un fascicolo con le imputazioni di omicidio plurimo e disastro colposi a carico di ignoti.
Andrea Pasqualetto sul Corriere della Sera spiega che l’ultima opera di consolidamento era in corso e mercoledì 18 luglio se n’è pure discusso in Comune, in una Commissione dedicata proprio al Ponte Morandi.
Erano presenti una ventina di consiglieri, due dirigenti di Autostrade e una decina di abitanti che vivono sotto il viadotto. Si lamentavano della rumorosità  dei lavori di manutenzione, ovvero la sostituzione dei tiranti in cemento con tiranti in acciaio per i piloni. Lavori di consolidamento della soletta del viadotto, in aprile anche un bando per «interventi di retrofitting strutturale», una sorta di ristrutturazione profonda.
Ponte Morandi, Viadotto Polcevera, Ponte di Brooklyn, tanti nomi e una costruzione iniziata dalla Società  Italiana Condotte d’Acqua nel 1963 e terminata nel 1967. L’opera venne completata il 31 luglio e inaugurata il 4 settembre 1967, alla presenza del presidente della Repubblica, Giuseppe Saragat.
Oggi sono in pochissimi a sbilanciarsi sulle cause del crollo di Genova.
In base a quanto ricostruito da La Stampa la causa va individuata negli «stralli», quei tiranti che dai tre piloni di 90 metri tengono ancorate le carreggiate dell’autostrada. L’anima è in metallo, avvolta dal calcestruzzo, evidentemente non si è riusciti a capire che si stava corrodendo, come avvenuto su altri sostegni messi in sicurezza negli Anni 90. E duecento metri d’asfalto, su poco più di un chilometro, collassano, frantumandosi nell’impatto al suolo.
Tra fine anni ’80 e primi anni ’90 il ponte sul Polcevera fu oggetto di importanti lavori di manutenzione straordinaria, tra cui la sostituzione dei cavi di sospensione con nuovi cavi affiancati agli stralli originari.
«L’idea originaria — commentava nel luglio 2016 l’ingegner Brencich, professore associato di Costruzioni in cemento armato dell’Università  di Genova, interpellato dal sito Ingegneri.it— pare fosse quella di precomprimere gli stralli, idea è chiaramente discutibile in quanto gli stralli sono elementi strutturali cosi’ snelli da consentire una precompressione molto modesta e, quindi, destinata inevitabilmente ad avere scarsa efficacia. I lavori di sostituzione degli stralli, effettuati sia a Genova che in Venezuela, ne danno dimostrazione indiscutibile».
Ieri però ad Askanews lo stesso Brencich ha detto: «So che quel ponte ha sempre avuto manutenzione, è il caso in cui non si può dire che mancasse la manutenzione. Teniamo conto che non tutto si può prevedere; resta sempre un’aliquota di imprevedibilità ».
Riccardo Morandi, costruttore dell’opera, è morto nel 1989. Il primo a esprimere perplessità  sull’opera, ricorda oggi La Repubblica in un articolo di Alessandro Cassinis, fu venticinque anni fa Claudio Burlando, allora sindaco di Genova e poi ministro dei Trasporti e presidente della Regione.
Disse che sarebbe stato un problema mantenere un ponte con l’anima in ferro nascosta nel cemento e soggetta alla corrosione dell’aria salmastra. Poi ci fu Di Pietro («Il ponte Morandi non è eterno») e   il leader degli industriali Giovanni Calvini al Secolo XIX: «Quando tra dieci anni il Ponte Morandi crollerà , e tutti dovremo stare in coda nel traffico per ore, ci ricorderemo il nome di chi ha detto “no” alla Gronda».
Ieri l’agenzia di stampa Radiocor ha ricordato che Autostrade per l’Italia a maggio aveva bandito un maxi-appalto da 20 milioni con procedura ristretta, cioè a chiamata per accelerare, con l’obiettivo di rinforzare i “tiranti” superiori, il cui cedimento rappresenta agli occhi degli esperti la probabile causa dello scempio. I lavori, molto delicati, complessi e invasivi , dovevano iniziare subito dopo l’estate, ma evidentemente i calcoli erano sbagliati e non risulta fossero installati sensori per monitorare in tempo reale la tenuta del viadotto.
La Stampa ricorda la vicenda del bando e in un articolo a firma di Matteo Indice e Roberto Sculli ricorda altre circostanze che ci fanno pensare che Autostrade sapesse quale fosse l’emergenza, ma i tempi sono andati fuori controllo
Sempre Autostrade è, di fatto, l’unico controllore di se stesso, esegue con personale proprio ispezioni e (auto)certificazioni, oppure le affida a consulenti pagati dalla medesima società .
Nessun ente pubblico compie screening autonomi, perversione d’una norma le cui conseguenze possono essere catastrofiche.
Terzo: già  a fine Anni 90 l’Ordine degli ingegneri di Genova, lo conferma a La Stampa Donatella Mascia che ne fu presidente dal 1993 al 1999, propose nero su bianco di affiancare alla struttura in calcestruzzo una in acciaio, per alleggerire Morandi ritenuto incontrollabile dato l’incremento del traffico.
«I politici — spiega Mascia — preferirono continuare a discutere di fantascientifici tunnel sottomarini, mai realizzati, e il ponte rimase così com’era fino al crollo».
Gli «stralli», anima in metallo e rivestimento in calcestruzzo, sono quei bracci che scendono dalla sommità  dei piloni verso la strada a disegnare una serie di V rovesciate: il loro cedimento sarebbe la causa scatenante del disastro.
Gli interventi di adeguamento del viadotto, definito ‘un’opera strategica’ prevedevano ‘il rinforzo degli stralli di pila numero 9 e 10 poichè quelli di pila 11 sono stati oggetto di rinforzo già  negli anni 90’.
Il crollo di oggi ha coinvolto anche la pila numero 9. E l’articolo ricorda che uno dei problemi che emergono in queste occasioni è quello dell’autovigilanza di fatto da parte di Autostrade per l’Italia: la società  esegue per legge due tipi d’ispezione, certificate una volta compiute: trimestrale con personale proprio (controlli sostanzialmente visivi) e biennale con strumenti più approfonditi. In quest’ultimo frangente, al massimo, la ricognizione viene affidata a ingegneri esterni, ma alla fine sempre pagati da Autostrade. Nè gli enti locali, nè il ministero delle Infrastrutture intervengono con loro specialisti.

(da “NextQuotidiano”)

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UN ALTRO PEZZO DI PONTE RISCHIA DI CROLLARE SULLE CASE, EVACUATA L’AREA

Agosto 15th, 2018 Riccardo Fucile

ALMENO 39 MORTI, SI TEMONO NUOVI CEDIMENTI… 311 FAMIGLIE SFOLLATE: “QUELLE CASE NON SI POSSONO SALVARE”

Una coppia in lacrime seduta su un muretto di via Fillak non vuole andar via: “Non ci fanno entrare in casa. Vogliamo recuperare le nostre cose”.
Un uomo dei Vigili del Fuoco li prende per mano: “È pericoloso. Potrebbe crollare un’altra parte del ponte proprio qui”.
Proprio dove il ponte Morandi di Genova ieri ha risparmiato le abitazioni, adesso invece potrebbe non dare scampo: “Ho seri dubbi che le case sotto il ponte possono essere mantenute”, è il rammarico del sindaco Marco Bucci.
In un attimo i soccorritori transennano tutta la zona: “Spostatevi, spostatevi”, dicono ai tanti sfollati, che solo in quest’area sono oltre cento compresi molti bambini che hanno trascorso la notte in centri di accoglienza o da amici.
Una signora piange: “È una scena apocalittica”. Solo qualcuno è riuscito ad entrare nell’appartamento e con la valigia ha portato via un po’ di vestiti e ricordi. Un signore anziano parla al telefono con la moglie: “Ho preso i soldi che erano sul comodino, le scarpe e tue borse. Ho messo tutto nei sacchi”.
La paura che venga giù tutto si respira nell’aria, la si vede nel volto di chi piange perchè per tanto tempo, non si sa quanto, non avrà  più una casa. E sono in tanti, il numero è salito a 632. Il sindaco parla di 311 famiglie.
“Perchè piangi? Sei viva”, dice un uomo a una ragazza: “Per la casa si vedrà . Queste sono sciocchezze. I morti non torneranno. Noi siamo qui”.
I corpi senza vita sono stati portati negli ospedali di Genova. Il numero delle vittime è salito a 39 in questo drammatico Ferragosto in cui le gru continuano a scavare: “Per estrarre un’auto ci vogliono anche quattro cinque ore”, spiega Federica Bonelli, coordinatrice della Croce Rossa.
I Vigili del Fuoco non si sono mai fermati, ma urla e richieste d’aiuto da sotto questi macigni finiti sul viadotto non se ne sentono più. Il silenzio è arrivato nella notte dopo il fragore del crollo. Dopo che per tutto il giorno sirene e mezzi di soccorso hanno attraversato Genova in una corsa contro il tempo fatta di disperazione.
Lontani dalle polemiche, i soccorritori hanno tirato fuori per tutta la notte carcasse di auto e di tir dove intrappolate c’erano altre tre vittime di questa tragedia che ha sconvolto una città  non nuova ai drammi, basti pensare alle alluvioni che si sono abbattute su questi vicoli.
I morti accertati sono 39, tra loro un bambino e due ragazzini, ma il numero potrebbe essere destinato a salire in poco tempo. Come è salito da 440 a 632 il numero degli sfollati.
“Ci sono ancora lamiere”, dice un uomo della Protezione civile, caschetto giallo in testa, mentre riceve un cambio per andare a riposare qualche ora. E se ci sono ancora lamiere significa che lì, tra i massi e il cemento degli oltre duecento metri di carreggiata crollati, ci possono essere ancora dei dispersi.
Ed è per questo che i cani delle unità  cinofile scendono dai camion dei Vigili del Fuoco e vengono portati sulle macerie nella speranza di trovare vita: “Settantadue ore è il tempo che ci diamo in ogni catastrofe prima di perdere del tutto le speranze. Però più passa il tempo e più è difficile”, spiega un soccorritore.
Le ricerche dunque continuano, in particolare nella zona della ferrovia, lungo il lato destro del fiume. Qui i Vigili del fuoco stanno ancora scavando sia attorno ai resti del pilone sia poco più in là , dove sotto un pezzo di ponte crollato si è aperto una specie di cratere con ancora dei mezzi all’interno.
Bisognerà  pensare anche a una viabilità  alternativa ma in questo nuovo giorno si cercano ancora i corpi e le responsabilità  di questa catastrofe.

(da “Huffingtonpost”)

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